Il lago Titicaca dell’Isla del Sol

Racconto boliviano del cammino verso uno dei laghi più grandi del mondo, in compagnia di Paperino.

Saludos Amigos, Paperino e Copacabana

“Il Lago Titicaca è a circa 4000 metri sopra il livello del mare. A questa grande altezza il forestiero è soggetto al mal di montagna, ovvero Soroche. Il più comune dei sintomi è la vertigine, spesso seguita da palpitazioni del cuore, pare che i timpani scoppino e campanelli suonino…affascinante, non è vero?”.

Così inizia il primo episodio di Saludos Amigos, il celebre cartone Disney che vede un esilarante Paperino nei panni dell’esploratore andino alla scoperta dei segreti nascosti del lago navigabile più alto al mondo.

Il medio-metraggio è una cartolina colorata del brulichio di natura e vita che anima il paesaggio circostante Copacabana, villaggiucolo aggrappato alle rive del lago popolato da pescadores e dalle loro barchette di canna verde intrecciata.

Lama indolenti agli angoli dei carruggi, bambini scuri e sorridenti nascosti in fasce colorate, flauti che scandiscono il tempo calmo nel vociare festoso mattutino. E poi mercatucoli ripieni di spezie, creste innevate, sandali di iuta ai piedi delle signore larghe e placide agghindate a festa.

Ecco, seduto sui sedili di stoffa sbrindellata del bus diretto da La Paz a Copacabana, ripasso nella mente le immagini del cartone animato. Preparo gli occhi a vivere un paesaggio assaporato e già masticato con la fantasia del bambino.

È la settimana di Pasqua, c’è una sola strada di asfalto bruciacchiato che collega la capitale al lago, è intasata da capannelli di fedeli e turisti. Auto sgangherate, biciclette colorate e carretti trainati da animali da soma si intrecciano tra loro.

Il grigiolino sbiadito del cammino è un formicaio di occhi e di clacson che scompiglia la pace immobile dell’altipiano. Attraversiamo la lingua di lago che divide l’istmo di Tiquina dal resto della regione, dondolando tra le onde di una barchetta arrugginita priva di parapetto, sopravvissuta a decenni di mareggiate e sbarchi improvvisati.

Dall’altro lato dello stretto l’atmosfera comincia a farsi calda e festosa. Compaiono i primi mazzi di fiori intrecciati sui finestrini delle auto.  

Cholitas, iconiche donne indigene che vivono degli altopiani andini, stanno sedute come matrone in riposo. Si innalzano cantilene fatte di nome di piatti esotici, provenienti da bocche nascoste tra pareti di barattoli e sacchi di yuta.

Copacabana

Entriamo a Copacabana con il fresco della sera. Sceso il predellino del bus, la brezza di mare ci confonde i pensieri. Sono le nuvole, così basse e lunghe, stirate come panni bianchicci appesi al filo dell’orizzonte, a ricordarci che siamo in uno dei punti più alti delle Ande a nord della Bolivia.

Eppure la fragranza di sale nell’aria, l’odore aspro di pesce raccolto in ceste di canne, quel confine di cielo bluastro annerito dalla sera, tutto sembra farci credere che abbiamo sbagliato strada e siamo caduti a due passi dall’oceano. Il fruscio calmo delle onde, quasi silenzioso, ci tranquillizza mormorando con la voce del lago.

Nel tintinnio dei bicchieri di vetro ripieni di refrescos naturali, tipiche bevande boliviane, tra le mani incallite dei campesinos, troviamo l’orologio dei nostri passi alla ricerca di un fazzoletto di sabbia dove piantare la tenda.

Le luci dei lampioncini danno colore alle casette sbiadite del lungolago, basse e aggrappate l’una all’altra come petali che si portano dietro gli ultimi colori del tramonto.

Durante il cammino incontriamo gli sguardi di altri ritardatari, in cerca come noi di un angolo dove accamparsi per la notte. Quando si viaggia si crea un particolare senso di intimità.

Nasce un tacito legame tra gli occhi di coloro che, pur non conoscendosi, condividono lo stemma comune di uno zaino in spalla e la complicità di un ideale silenzioso, di una curiosità vorace e antica.

La notte tra acque di cielo e di mare

Proseguiamo nel viaggio e raggiungiamo una spiaggia, colorata da una distesa senza fine di tende e teloni. Fuocherelli arrangiati alla meno peggio puntellano il paesaggio. Ovunque il sapore di festa si fa acceso, nonostante da lontano crescano le nubi violastre di un temporale fuoristagione.

Tamburi fuori tempo, chitarre scordate, risa sguaiate. Siamo immersi in un circo scoordinato e sghembo, condito dall’immancabile sottofondo latino fatto di reggaeton e salsa.

L’aroma bruciato di carne arrosto, costantemente al fuoco, si spande nell’aria. Piantiamo la tenda, appena in tempo per coprirci dalle secchiate di acqua che ci terranno compagnia per tutta la notte. Ci risvegliamo fradici.

Da bravi viaggiatori low-cost abbiamo comprato le tendine da campeggio nella feria domenicale de El Alto a La Paz, il mercato più grande ed economico dell’intera America Latina. Non ci stupiamo che le rassicurazioni del venditore sulla impermeabilità della stoffa si siano rivelate a dir poco esagerate.

Per fortuna, da queste parti, l’intensità dei piovaschi notturni è direttamente proporzionale al calore del sole il mattino dopo. Decidiamo di finire d’inzupparci con un tuffo nell’acqua gelida, prima di lanciarci alla scoperta di un paesino vicino.

La mattinata frenetica del villaggio e l’antica saggezza degli Incas

Al mattino Copacabana è ancora più agitata della sera prima. Ritroviamo finalmente i colori e le luci di Saludos Amigos, nascosti tra i banchetti profumati del mercato, i cappelli di alpaca appesi qua e là e un via vai senza sosta di centinaia di famigliole in processione.

Seguiamo le indicazioni verso le tappe obbligatorie del nostro weekend. Scopriamo la bellezza antica delle rovine, qui gli Incas incastravano i raggi del sole per celebrare il passare delle stagioni.

Tra i mattoni sbiancati della cattedrale d’architettura coloniale paghiamo il nostro tributo alla tradizione, nascondendoci sotto la mantella scura delle vecchine in preghiera. Il parroco augura ai fedeli buon auspicio per l’anno a venire.

Arriva la sera d’improvviso mentre, appoggiati al marciapiede, assaggiamo l’ennesimo ispi fritto. Senza pioggia, trascorriamo la notte in riva al lago. Saltiamo da un falò all’altro, accompagnati dal grido di gioia dei pellegrini ubriachi.

Verso l’Isla del Sol, dove nacque la stirpe dell’uomo

La mattina seguente non basta il tuffo gelido in acqua per allentare la stretta dei cerchi in testa. Frastornati dal sole del mezzogiorno decidiamo di seguire il programma. Barattiamo qualche spiccio per un passaggio in barca verso una delle calette senza nome dell’Isla del Sol, a poche miglia dalla costa.

La leggenda narra che l’intera civiltà Incas sia nata proprio su quell’isola. Manco Capac e la consorte Mama Ocllo uscirono dalle acque su incarico del dio Sole e fondarono la stirpe dell’uomo, plasmata dalla fanghiglia della battigia.

L’intera isola è costellata di rovine consumate che continuano a narrare quella storia ancestrale. Tra i mattoni di terra secca delle abitazioni troviamo nascoste le mani di un tempo fermo, immobile, aggrappato alla natura d’intorno senza volerne sopraffare il lento incedere. Nell’aria la pace. Stesi tra qualche ciuffo d’erba a due passi dalle onde noi.

Respiriamo piano per non disturbare la calma che ci ospita. Tutto è fermo, quieto, lontano e vicino come un tatuaggio fresco sulla pelle.

Ripenso all’incipit di Saludos Amigos, “il più comune dei sintomi è la vertigine, spesso seguita da palpitazioni del cuore, pare che i timpani scoppino e campanelli suonino…affascinante, non è vero?”. Sì, mio amico Paperino, tutto questo è affascinante.

Lontano dalla terraferma, in un mare dolce a circa 4000 metri sul livello di quello salato, ho sentito il battito della natura farsi carne. E per un istante, forse più, ho avuto negli occhi il lampo calmo del tempo che non si muove, aspettando che siano le nostre pupille a portarlo più in là.

Foto di: Nicolò Segato