Da Milano a Nazarè

Pubblicato da Lorenzo Canova il

Ognuno vive a modo suo, ognuno viaggia a modo suo. Qualcuno preferisce arrivare direttamente alla meta con un comodo aereo, altri percorrendo lunghe distanze in treno, poi c’è chi, amante dell’amico Kerouac, adora il viaggio on the road. Io amo sperimentare, cambiare, conoscere modi sempre diversi di vivere, come di viaggiare. Spesso un bel tragitto valorizza la meta. È per questo che ogni anno cerco ispirazione, provo a inventarmi nuove vie per apprezzare di più i luoghi che voglio raggiungere.

La bellezza del viaggio, però, è definita da una miriade di variabili e fattori, che neanche un grande matematico saprebbe verificare. Una costante immancabile, tra le tante, è quella della casualità. Un programma perfettamente definito non potrà mai nulla contro i piccoli o grandi eventi casuali che si verificano nelle nostre vite in ogni momento, e se è vero che la vita è come il viaggio anche in esso “casualità” è tra le parole d’ordine.

D’altronde, come diceva Terzani in “Buonanotte, Signor Lenin”, le più belle avventure della vita iniziano per caso. È proprio dal caso che nasce questa storia, il racconto di come mi sono ritrovato ad attraversare l’Europa, in un van, con altre sette persone. Erano anni che volevo provare a cimentarmi nel surf. Si tratta di uno sport o, meglio, di uno stile di vita, che mi ha sempre attratto. Non ho mai avuto la possibilità di sperimentarlo, almeno fino alla scorsa estate.

È estate, io e Martina, amica di sempre e compagna viaggiatrice, decidiamo che è l’anno adatto per agguantare una tavola e sfidare le onde. Il problema è il come. Non è facile per due milanesi trovare un posto adatto alla loro inesperienza, dove incontrare qualcuno che sappia insegnare almeno a non prendere la tavola sui denti ad ogni onda.  Dopo qualche giorno però, per caso, trovo l’inserzione su internet di un gruppo di giovani ragazzi che organizza surf camps in giro per l’Europa e per il mondo. Chiamo Martina.

Pochi giorni dopo siamo già in contatto con il gruppo.

La nostra destinazione sarà Peniche, una piccola cittadina sulle coste portoghesi a nord di Lisbona, conosciuta dagli esperti del settore come uno tra gli spot di surf più rinomati d’Europa.

La partenza da Milano

Il problema è come arrivarci, i voli per Lisbona costano parecchio e comunque da lì dovremmo prendere un’auto o una corriera per arrivare fino alla nostra meta. La soluzione ci viene proposta dagli organizzatori del camp. C’è a disposizione un van che parte proprio da Milano e che, condiviso e cogestito con altri ragazzi che vorrebbero surfare come noi, ci permetterebbe di raggiungere Peniche nell’arco di pochi giorni.

Il ritrovo per la partenza è fissato a Milano, in Stazione Centrale. Qui incontriamo Guglielmo, l’organizzatore del viaggio. In lui ritroviamo gli ideali di spensieratezza che abbiamo sempre immaginato essere la caratteristica costitutiva di chi viaggia in van. Assieme a noi arrivano altri tre ragazzi e due ragazze, per un totale di otto persone. Il viaggio con loro sarà uno dei più impegnativi, ma allo stesso tempo più divertenti e spensierati della mia vita.

Partiamo la sera, per evitare le interminabili code sulla costa ligure. Viaggiamo tutta la notte alternandoci al volante. All’inizio non ci conosciamo e le conversazioni sono brevi ed impacciate, ma questa timidezza è di breve durata. Passa poco tempo prima che ci lasciamo trascinare e coinvolgere dallo spirito di condivisione del van. La notte scorre velocemente, tra una canzone suonata con il guitalele e una cantata sopra la musica che esce dalle casse.

La prima tappa: Moliets-et-Maa

La mattina seguente raggiungiamo la nostra prima tappa: Moliets-et-Maa. Ci è stato detto che qui potremo fermarci per la notte usando delle tende messe a disposizione da un camping locale.

Passiamo una giornata sulla costa atlantica francese, con le sue spiagge di sabbia fine che si estendono per chilometri infiniti. È un momento essenzialmente di riposo e un’occasione per parlare e iniziare a capire con chi vivremo durante i giorni successivi. Iniziamo già ad osservare il mare con occhi diversi, cerchiamo le onde e i surfisti, pregustiamo le nostre prossime esperienze. Passiamo la sera in un campeggio che si trova all’interno di una pineta sulla spiaggia, tra racconti, schitarrate e risate. Ci addormentiamo nelle tende, montate con poca competenza poche ore prima, senza dimenticarci di ammirare le stelle che brillano sopra la nostra testa.

Verso Biarritz

Il mattino seguente siamo pronti a rimetterci in strada, in direzione Biarritz, una città sulla costa atlantica francese che dista pochi chilometri dal confine con la Spagna. Quando parcheggiamo e iniziamo a camminare, la città ci offre subito degli scorci da fotografia. La parte centrale della città è formata da un lungomare che segue la linea frastagliata della costa. La linea della riviera passa sotto ad archi di roccia, sale su scogli, si interrompe soltanto per lasciare spazio a qualche molo che si sporge con coraggio verso il mare carico di onde.

Percorriamo i camminamenti lungo la costa, alternandoli a viuzze all’interno del paese, fino ad arrivare alla spiaggia principale. Una insenatura la incornicia, chiudendosi in una piccola scogliera sormontata da un faro. Qui è pieno di surfisti. Ognuno di loro, con pazienza e costanza, sta in attesa dell’onda giusta. Noi ci limitiamo ancora una volta a cercare di interpretare i movimenti del mare, quello swell che, nella prossima settimana, diventerà per noi così importante.

Un salto a San Sebastian non lo fai?

In maniera quasi aleatoria, nei discorsi del gruppo, inizia ad uscire la notizia che San Sebastian sta a soli trenta minuti di distanza da Biarritz. Perché non passare lì pomeriggio e serata prima di ripartire verso il Portogallo? Così, con spontaneità e scioltezza, raggiungiamo in pochissimo tempo i Paesi Baschi ed entriamo a San Sebastian. La città è molto più grande di quello che mi aspettassi e, nonostante la breve distanza che la separa da Biarritz, ha molte differenze rispetto alla sua controparte francese. Il centro della città è storico, noi lo apprezziamo perdendoci e ritrovandoci nella rete di vicoli che, inevitabilmente, ci portano verso il mare.

Di nuovo in viaggio, verso Nazarè

Dopo una cena di pinchos e una birra sulla spiaggia ascoltando musica live, ci rimettiamo in viaggio verso la costa portoghese. La nostra destinazione è Nazarè, dove, in alcuni periodi dell’anno, si formano le onde più alte del mondo. Qui infatti è stato raggiunto il record dell’onda più alta mai cavalcata, si tratta di una gigantessa di 35 m che è stata soprannominata Big Mama. Raggiungiamo il paesino alle prime luci dell’alba. Rimaniamo incantati dal suo prendere lentamente vita e ci fermiamo nella piazza principale ad ammirare il paesaggio che si vede dalle scogliere. Poche ore dopo, percorrendo i restanti chilometri che ci separano da Peniche, arriviamo alle tende e ai bungalow che ci ospiteranno per la prossima settimana. All’arrivo siamo stanchi, sporchi e anche un po’ disorientati.

Quando riguarderò le foto di quel pomeriggio, come di tanti altri in seguito, non mancherò mai di notare un dettaglio particolare sui nostri visi: il nostro sorriso. Ci sentiamo liberi, spensierati, lontani dalla quotidianità e dalla routine che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Ci siamo solo noi e la strada in quel dualismo che l’uomo ricerca da molto, da quando questa ha iniziato a rappresentare l’unica alternativa ai noiosi valori della società conformista.

Il surf fatto nei giorni seguenti si intreccia allo spirito on the road come se i due nascessero dalla stessa idea, dallo stesso sentimento. Quando ripartiamo verso casa ci sentiamo diversi e, sicuramente, non pronti a tornare alla quotidianità della città.

Il viaggio di ritorno, altrettanto lungo, si rivela molto diverso. Se all’andata eravamo novellini e qualsiasi cosa del viaggio in van era una prima volta, un “ma lo facciamo? Si potrà fare?”, al ritorno ci sentiamo già veterani della strada.L’ultimo giorno di viaggio, verso le ventitré, giungiamo alle porte di Milano. Ci fermiamo al parcheggio, scendiamo dal van e rimaniamo in silenzio a guardarci, per un breve quanto intenso momento. Nessuno vuole lasciare il van, nessuno vuole lasciare questa vita, nata dalla congiunzione delle nostre esistenze tra le onde dell’Atlantico. La verità è che nessuno di noi l’avrebbe mai lasciata del tutto. Ognuno di noi sarebbe sempre rimasto una parte del viaggio della vita degli altri.

E ci saremmo eternamente ritrovati, surfando in quel mare che sono i ricordi, nelle parole di Kerouac: “raccogli una tazza d’acqua dall’oceano: lì mi troverai”.