Lungo la strada consolare Tiburtina Valeria Claudia

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Lungo la strada consolare Tiburtina Valeria Claudia

Tracciata ripercorrendo le antiche vie della transumanza, collegava Roma a Pescara, il Tirreno all’Adriatico

Testi e foto di Aldo Proietti

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Dal tratturo alla strada. La Via Tiburtina (strada regionale SR 5) ricalca antichissimi percorsi legati alla transumanza, quelle vie create dagli Italici per portare gli armenti ai pascoli estivi dell’alta valle dell’Aniene, dal Lazio verso l’Abruzzo. Le originali tracce glaree, cioè i sentieri rassodati dal passaggio dei pastori, dei viandanti e dei militari, costituirono la base per la realizzazione della futura rete stradale quale elemento fondamentale per il controllo dei territori. Oltre agli spostamenti, le strade consentirono ai realizzatori e ai manutentori di accrescere la loro popolarità. Anche il futuro imperatore Giulio Cesare iniziò a farsi conoscere come sovrintendente della via Appia.

La Tiburtina è una delle più antiche strade consolari (la primogenitura è detenuta dalla citata via Appia) e prende il nome dalla destinazione Tibur (Tivoli), una delle prime città a federarsi con la capitale e a collegarsi con Roma fin dal 450 a.C. con un tracciato interamente lastricato.

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A seguito della vittoriosa campagna contro gli Equi e dell’espansione verso la zona dei Marsi, i Romani fondarono due nuove colonie Carseoli (Carsoli) ed Alba Fucens (Massa d’Albe), per cui fu necessario prolungare la via Tiburtina. L’apertura ufficiale del nuovo tratto avvenne intorno al 300 a.C. a cura del censore marco Valerio Massimo. Proprio per l’appartenenza del magistrato alla gens Valeria la strada assunse il nome di Tiburtina Valeria. Infine, nell’ultimo segmento che consente di arrivare al mare, dalla zona di Collarmele e Corfinio fino a Pescara, divenne Claudia Valeria, perché intervenne nella realizzazione l’imperatore Claudio nel 48 a. C.

Corfinio merita una citazione, perché vanta un singolare primato. Grazie alla sua posizione strategica, venne scelta come capitale dei popoli italici, insorti contro Roma nel 91 a.C. Durante gli anni della guerra venne coniata la moneta ufficiale dei rivoltosi in cui era impressa la scritta Italia, inteso per la prima volta come nominativo di una nazione.

L’intero tracciato della Tiburtina-Valeria-Claudia, dalla Porta Tiburtina in prossimità della stazione di Roma Termini nel quartiere San Lorenzo fino a Pescara, si sviluppa per 138 miglia romane o millia passuum, ovvero 210 km circa (1 miglio romano = 1.478 metri = 1.000 passi).

Insomma, l’arteria che collega i due mari, il Tirreno e l’Adriatico, spezzando l’Italia in due tronconi netti, è frutto di un lavoro durato svariate decine di anni sotto la spinta di vari governatori. Sorge quasi spontaneo un confronto con la Salerno-Reggio Calabria!

Nel corso degli anni l’originaria funzione rivolta alla migrazione delle pecore, è stata integrata con gli imprescindibili movimenti delle truppe per estendere e consolidare il dominio politico in quelle regioni, i pellegrinaggi verso i numerosi santuari presenti lungo la via e i trasferimenti della nobiltà romana che raggiungeva le ville costruite intorno la campagna di Tivoli. Residenze molteplici e suggestive come, tanto per citarne qualcuna, le ville di Cassio, di Bruto (alle pendici del colle dove sorge Tivoli), di Manlio Vopisco (all’interno della più nota villa Gregoriana, restaurata dal Fai) fino alla maestosa dimora (circa 120 ettari fra giardini e costruzioni) dell’imperatore Adriano.

La visita dei resti di queste residenze rappresenta già un valido motivo di interesse per inoltrarsi lungo la via Tiburtina. Ma non vogliamo essere troppo scontati. Evitiamo i blasonati siti sotto l’egida dell’Unesco e superiamo con un balzo Tivoli. Proseguiamo sulla Tiburtina-Valeria, oltrepassiamo Vicovaro e ci muoviamo lungo la vallata del fiume Licenza, sottostante il paese omonimo. Qui è stata rinvenuta, agli inizi del Novecento, la villa del celebre poeta latino Quinto Orazio Flacco, ricevuta in dono da Mecenate. Il complesso residenziale, descritto dallo stesso poeta che in tal modo ne ha facilitato l’identificazione, era costituto da un’abitazione, un complesso termale, un giardino con viali e aiuole, e una tenuta di circa 40 ettari. La dimora era anche dotata di una peschiera destinata all’allevamento di pesci e crostacei. Un vezzo comune, perché anche fra i ruderi della villa di Vopisco, sita all’interno della più vasta villa Gregoriana a Tivoli, si può ancora notare la vasca per la coltura delle anguille.

La residenza di Orazio non era sfarzosa, ma i pavimenti, i mosaici, i vari elementi architettonici erano contraddistinti da uno stile ricercato che, insieme alla vivacità di colori del giardino e all’ambiente salubre, rendevano gradevole il soggiorno, lontano dal chiasso cittadino e dalle quotidiane incombenze. Il classico luogo di riposo della nobiltà, degli intellettuali, dei politici romani, dove praticare l’agognato otium circondati dalla bellezza dei luoghi, delle costruzioni, della natura.

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Per comprendere quanto Orazio apprezzasse la villa, è sufficiente riportare una delle lettere indirizzate al custode, il quale si lamentava di essere confinato in quel luogo deserto: “Villico – scrive Orazio – guardiano della mia selva e del mio podere che mi rigenerano e che tu invece detesti… Io dico che è felice chi vive fra i campi e tu dici che è felice chi vive in città: ognuno vuole la sorte dell’altro, ognuno odia la propria… Tu quando eri un garzone in città aspiravi segretamente alla campagna, ora che sei fattore desideri la città i divertimenti, le terme… Quella che tu credi una landa deserta e inospitale, io la chiamo amena mentre odio ciò che tu reputi bello. Ti mancano il lupanare e l’osteria… qui non c’è una locanda dove tu possa bere un bicchiere di vino e saltare un po’ alla musica del flauto della meretrice”.

I reperti più preziosi ritrovati nel corso degli scavi dagli archeologi sono conservati nell’Antiquarium (museo oraziano), ubicato nella parte vecchia di Licenza, un caratteristico borgo dove attraverso vicoli e scalinate si può raggiungere e ammirare anche il palazzo baronale degli Orsini.

Tornati sulla via Tiburtina Valeria proseguiamo sempre in direzione est, superiamo il tratto che funge da spartiacque fra Anticoli, a destra, e Roviano, a sinistra, poco distante dal bivio per Subiaco. Il diverticolo della via Sublacense fu realizzato per facilitare gli spostamenti di Nerone nella sua villa imperiale. Una dimora splendida che si estendeva su una superficie di 75 ettari, una dimensione paragonabile alla villa Adriana di Tivoli, contraddistinta dalla ricca e folta vegetazione. La caratteristica saliente dell’abitazione, anch’essa utilizzata come luogo di riposo, lontano dalle incombenze e dalla calura estiva della capitale, era la distribuzione degli ambienti intorno a tre laghi artificiali, ottenuti attraverso una diga che sbarrava il corso del fiume Aniene. La presenza dei laghi, delle cascate, dei giochi d’acqua testimoniava la predilezione di Nerone per l’acqua, declinata nelle varie forme. Svolgeva, inoltre, una funzione terapeutica, perché il medico aveva ordinato all’imperatore di fare dei bagni freddi.

La diga ha resistito fino al 1305, anno in cui una piena dell’Aniene ha travolto lo sbarramento e sancito la definitiva scomparsa dei due laghetti rimasti. Purtroppo la residenza non fu sfruttata a lungo: un fulmine caduto durante un banchetto fu ritenuto un segno di sventura e convinse Nerone ad abbandonarla, rinunciando ai soggiorni in quelle zone tanto apprezzate. A causa della desolazione e dell’incuria la sfarzosa villa divenne nel tempo, più modestamente, un luogo ove reperire materiale da costruzione. Nel XVI secolo San Benedetto edificò sulle rovine di una parte della villa uno dei tredici monasteri, dedicato a San Clemente.

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La visita ai ruderi rimasti, estesa ai monasteri di Santa Scolastica e di San Benedetto, quest’ultimo composto da due chiese sovrapposte, è una tappa imprescindibile, da non mancare.

Proseguendo sulla via Tiburtina, dopo l’attraversamento di Arsoli, bastano pochi chilometri e l’aggiunta di una consonante per arrivare in Abruzzo, a Carsoli. In terra abruzzese ci spingiamo verso Tagliacozzo, fino a ridosso di Avezzano, ai piedi del monte Velino, per terminare il nostro (primo) viaggio, non più in una villa, ma nella città di Alba Fucens, il sito archeologico nel comune di Massa d’Albe.

Alba fu una delle più importanti colonie latine nel territorio equo a ridosso dei Marsi e sulle sponde del lago Fucino. La città, di grande rilevanza strategica, è posta a circa 1.000 metri sul livello del mare ed è circondata da una cinta muraria di quasi 3 km, in gran parte visibile ancor oggi. Le mura sono costruite con massi poligonali perfettamente levigati e incastrati l’un l’altro. Un segno distintivo dei razionali criteri costruttivi dei Romani, così come la posizione delle quattro porte cittadine, distribuite secondo i punti cardinali. Le ciclopiche mura racchiudevano tutti le componenti di una prestigiosa città romana: il foro, il mercato, la basilica, le terme, che hanno un ingegnoso sistema per il riutilizzo delle acque ad uso lavanderia, il santuario dedicato ad Ercole e anche l’anfiteatro, dove si svolgevano le esibizioni dei gladiatori e in cui sono ancor oggi visibili i locali che ospitavano gli animali feroci.

Insomma, il sito mantiene intatto il fascino di un prestigioso passato e l’Alba invita, oggi come non mai, a una speranza di vita, a un nuovo sorgere del sole.

 

 

La tramvia Roma-Tivoli

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Fra i collegamenti dalla capitale a Tivoli e viceversa, oltre alla via Tiburtina, all’autostrada A24 e alla ferrovia Roma-Pescara, c’è da annoverare anche una tramvia a vapore, che per circa 50 anni ha garantito movimenti di persone e merci. Siamo nel periodo compreso fra il 1879 ed il 1934, quando la Società Anonima delle Tramvie e Ferrovie Economiche di Roma, Milano e Bologna (TFE), con capitale belga, decise di realizzare e mantenere in esercizio la linea ferroviaria con trazione a vapore. I binari partivano da Roma dall’attuale giardino sito in piazza dei Caduti del 19 luglio 1943, nelle vicinanze della stazione Termini e della porta San Lorenzo, procedevano quasi parallelamente alla strada Tiburtina, per poi arrivare nella centrale piazza Garibaldi di Tivoli. Il binario (unico) aveva una lunghezza complessiva di 28,5 km e i 150 operai impegnati nella costruzione portarono a compimento l’opera in 16 mesi.

Il collegamento era rivolto sia al traffico viaggiatori che merci. Rispetto ai propositi espansionistici degli antichi Romani, gli scopi commerciali erano divenuti prioritari e gli eventi bellici hanno avuto ripercussioni sulla linea esclusivamente per il trasporto dei feriti. Durante la prima guerra mondiale, infatti, i soldati bisognosi di cure in arrivo a Roma Portonaccio, l’attuale Roma Tiburtina, potevano raggiungere direttamente il forte Tiburtino, senza trasbordo.

La linea tramviaria, inaugurata il primo luglio 1879, consentiva ai pendolari, ai turisti e agli occasionali frequentatori di raggiungere Tivoli in due ore oppure di arrivare al complesso termale delle Acque Albule (oggi Terme di Roma), posto a circa metà strada. La composizione dei convogli in partenza da Roma era di dieci-dodici carrozze; a Bagni di Tivoli venivano in parte sganciate, per poi essere ulteriormente ridotte in prossimità di Villa Adriana, così da poter affrontare senza problemi l’ultimo tratto in ripida ascesa. Lo sgancio finale delle carrozze avveniva all’inizio della salita, nella stazione detta di Regresso, perché la locomotiva veniva spostata dalla testa alla coda del treno prima di riprendere la marcia. All’apice dell’attività, il parco dei mezzi a disposizione comprendeva 10 locomotive e 40 carrozze con le quali si garantiva un movimento annuo di oltre un milione di passeggeri. Il parco era completato da 129 carri che permettevano un traffico merci pari a mezzo milione di tonnellate.

Le merci movimentate erano molteplici e, in qualche caso, particolari. Per esempio, i convogli circolanti sulla linea hanno trasportato le apparecchiature per la realizzazione della centrale idroelettrica dell’Acquoria (posta sotto Tivoli) e hanno trasferito i materiali per la costruzione di parte del quartiere Parioli a Roma, incrementando le vendite del travertino dalle cave disseminate lungo il percorso. Un’arteria commerciale di grande rilievo, se solo pensiamo che gli stabilimenti industriali raccordati lungo il percorso erano ben 16.

Purtroppo nel corso dell’esercizio la Società TFE ha limitato gli investimenti rivolti ai miglioramenti e alla manutenzione della linea. In conseguenza, si sono susseguiti una serie di incidenti, è stata vietata la circolazione nelle ore notturne, e il servizio è degradato sempre più. A tal punto che nel 1931 si decretò la fine del traffico viaggiatori e nel 1934 la chiusura definitiva della linea e la sostituzione della linea tramviaria con gli autobus.

 

 

Il maestro di Pietralata

La via Tiburtina lambisce nella prima parte del percorso il popolare quartiere di Pietralata. Nel corso dei decenni, il XXI quartiere della capitale ha raccolto contadini, operai, sfollati e disoccupati. In altre parole, l’insediamento sociale ha seguito di pari passo le diverse fasi dello sviluppo economico italiano. Nel processo evolutivo si è addentrato Pier Paolo Pasolini che, attingendo dalla realtà di Pietralata, ha narrato le vicende del sottoproletariato borgataro con “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.

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Ma in tale contesto esiste un’altra figura di spicco, meno conosciuta ma di altrettanto rilie

vo: il maestro di Pietralata. Il titolo attribuito ad Albino Bernardini (1917-2015) è forse improprio, perché ha insegnato nella scuola elementare del quartiere soltanto un anno, ma il racconto di quella esperienza nel libro “Un anno a Pietralata” e il successivo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro” hanno reso indelebile l’epiteto. Siamo nel 1960, quando il maestro sardo, nato a Siniscola nel nuorese, arriva a Tivoli dopo essere stato espulso per i suoi “strani” metodi di insegnamento (oltre ad essere comunista) dalla scuola di Lula. Il maestro militante, come lo definiva il suo amico Gianni Rodari, persegue pratiche innovative che non contemplano “Le bacchette di Lula”, l’altro suo famoso libro, ovvero la violenza e le punizioni corporali con i frustini portati dagli stessi bambini. I suoi metodi considerano fondamentali il dialogo con i ragazzi e i loro genitori, l’ascolto e la comunicazione, il lavoro di gruppo e la creatività. Le lezioni, e quindi le relazioni, mettono al bando l’autoritarismo, gli sterili tecnicismi e sono pervasi dalla passione, dall’allegria, dalla carica umana. Insomma, Bernardini ha una visione diversa e più “moderna” dell’insegnamento ed è un convinto assertore della scuola che include, che in-trattiene. Per queste ragioni è divenuto un personaggio di rilievo nella pedagogia italiana, con una serie di riconoscimenti che vanno dalla laurea honoris causa alla cittadinanza onoraria proprio nel comune di Lula.

Bernardini ha speso la vita intera per l’educazione, oltre che degli studenti, del Paese, coniugando e fondendo impegno professionale, sociale e politico. Un maestro, nell’accezione più vasta, che si è impegnato nel riscatto degli ultimi della classe, non solo in ambito scolastico, ma anche in ambito sociale e morale.

È stato l’inventore delle storie senza finale, per lasciare che i bambini dessero sfogo alla loro fantasia. E anche lui ha sempre immaginato una bella conclusione, la realizzazione dell’altro possibile mondo, rispetto al quale ha indirizzato la propria esistenza e agito nella pratica quotidiana.

 

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