Malanotte, anzi Buonanotte

Pubblicato da Guglielmo Rapino il

Appennino abruzzese: la storia di Montebello sul Sangro, delle contese sul suo nome e del successivo, sembra riflettere la natura e i contrasti dell’intera regione

“Buonanotte” o “Malanotte” è un luogo che racchiude già nel nome l’essenza di una regione piena di ossimori e contrasti. Abbandonato da decenni (a seguito di un’enorme frana), il borgo rappresenta oggi una fotografia a colori della vita nel dopoguerra. L’Abruzzo è la definizione naturale più vicina all’ossimoro. Incastonato tra gli schizzi aspri dei picchi rocciosi e le linee fluide d’un mare per sua natura calmo, sembra aver trasferito i contrasti della sua geografia nella storia di chi lo abita. Contadini e artisti, pastori e poeti, cafoni e industriali. Un tripudio di antitesi che dà vita ad un fascino bizzarro e stranamente armonico.

L’anima ambivalente di questa regione è riassunta tutta nell’appellativo poetico di “terra forte e gentile”, coniato nel 1888 da Primo Levi, direttore ferrarese del periodico Riforma (da non confondere con il ben più noto scrittore e chimico torinese), durante un viaggio nel centro Italia. Un fazzoletto di terra in cui durezza e fragilità giocano a dadi per dare voce ad una “miniera di caratteri e di novelle” (Ennio Flaiano nella lettera sull’Abruzzo a Pasquale Scarpitti).

Nella storia secolare di questi luoghi, fatta di racconti fantasiosi e cruda realtà, capita spesso d’imbattersi in momenti in cui il caso sembra essersi divertito a svelarne l’anima scucita in due (o più) parti. Nomi, parole e volti che aleggiano a metà strada tra il folklore e la memoria, buttati lì a dare l’immagine nitida di una benedizione e di una condanna antiche come le montagne e il mare da cui provengono.

La storia del nome, tra oltraggio e rivalsa

Questo è ad esempio il caso di un paesino del XII secolo, abbarbicato sul basso Appennino, da decenni abbandonato tra i rovi e le piante basse della Majella. È uno dei tanti borghi che fino a qualche decennio fa riuniva a sé un pugno di famiglie nel nome dell’unica chiesa e della vita tra i campi, divenuto un grumo di mattoni quando lo scintillio delle città sulla costa ne ha oscurato il fascino amaro. Si chiama “Buonanotte” o “Malanotte” o “Montebello sul Sangro”, a seconda della prospettiva che si vuole usare, e sin dal nome frantumato in più sillabe offre la misura di una storia antica fatta di più anime.

Si racconta che secoli addietro, in un periodo non meglio precisato a cavallo tra il 1200 e il 1300, gli abitanti del paese, al tempo senza un nome, fossero in guerra, chissà perché, con i vicini della vallata accanto. Il caso o la mancanza di tenacia (anche qui dipende dalla prospettiva che si vuole usare) determinarono la sconfitta degli abitanti, i quali furono costretti a subire un’offesa senza precedenti: concedere le mogli in dono ai vincitori per la durata di una notte. L’oltraggio fu amaro a tal punto che da quella notte il borgo, che fino ad allora non aveva un nome, venne chiamato dagli sventurati mariti “Malanotte”, in ricordo della nottata infausta. Per contrappunto, i vicini vincitori, ai quali di certo non mancava il senso dell’umorismo e un pizzico di sadismo, chiamarono il paese “Buonanotte”, a sottolineare il piacere festoso di una serata all’insegna della libido sfrenata.

I due volti dello stesso groviglio di strade accompagnarono gli abitanti per secoli fino ad arrivare al 1969 quando, in piena rivoluzione sociale e culturale, si stancarono di essere indissolubilmente legati a una storia di scorribande e umiliazioni e decisero di cambiare il nome in un più sobrio “Montebello sul Sangro”. Il nome di fresco conio non portò una sorte felice al paese: una serie di frane nei primi anni ’70 e l’asprezza della vita di montagna determinarono lentamente la conversione del borgo antico in un paese fantasma.

La fotografia di un silenzioso abbandono 

Oggi “Montebello sul Sangro” è diviso in due parti: nella zona a valle vivono le ultime famiglie discendenti dell’antica umiliazione, mentre nella zona alta, aggrappata alla costa della montagna, resiste al tempo un nugolo di mattoni e case disabitate stese all’ombra di un castelletto in pietra viva, un tempo magione di baronetti e feudatari locali.

È possibile visitare il borgo antico facendosi strada tra le sterpaglie di un sentiero poco segnalato che dalla zona bassa del paese conduce fino al castello. Camminare tra le abitazioni e le viuzze abbandonate è un’immersione nel cuore di una delle tante storie d’Abruzzo fatte di leggenda e verità. Nelle case ci sono ancora letti alti in ferro e valigie di cartone, resti di fuochi spenti e pentole in rame con la tipica forma a conca greca. Pare che il tempo abbia fotografato l’attimo lungo del tardo dopoguerra lasciando le persone, i racconti, le storie aggrappati agli oggetti e alla memoria.

“L’Abruzzo è un grande produttore di silenzio” scriveva Giorgio Manganelli, che tra la Marsica e l’Adriatico scoprì una stanza dell’anima. Proprio nel silenzio solitario di un paese come Buonanotte o Malanotte o Montebello sul Sangro, che dir si voglia, ascoltandolo bene, è possibile leggere un segreto atavico di queste terre: l’essenza indissolubilmente frammentata e duplice. Sin dal nome, che porta con sé il germe di un passato ancora in vita. Cercare questa essenza tra i resti del borgo disabitato potrebbe diventare un piccolo viaggio all’indietro alla scoperta di storie lontane e contrasti mai sopiti.

È consigliato farlo al tramonto, l’imbrunire saprà suggerire se siete a Buonanotte o Malanotte.


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Malanotte, anzi Buonanotte

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Appennino abruzzese: la storia di Montebello sul Sangro, delle contese sul suo nome e del successivo, sembra riflettere la natura e i contrasti dell’intera regione

“Buonanotte” o “Malanotte” è un luogo che racchiude già nel nome l’essenza di una regione piena di ossimori e contrasti. Abbandonato da decenni (a seguito di un’enorme frana), il borgo rappresenta oggi una fotografia a colori della vita nel dopoguerra. L’Abruzzo è la definizione naturale più vicina all’ossimoro. Incastonato tra gli schizzi aspri dei picchi rocciosi e le linee fluide d’un mare per sua natura calmo, sembra aver trasferito i contrasti della sua geografia nella storia di chi lo abita. Contadini e artisti, pastori e poeti, cafoni e industriali. Un tripudio di antitesi che dà vita ad un fascino bizzarro e stranamente armonico.

L’anima ambivalente di questa regione è riassunta tutta nell’appellativo poetico di “terra forte e gentile”, coniato nel 1888 da Primo Levi, direttore ferrarese del periodico Riforma (da non confondere con il ben più noto scrittore e chimico torinese), durante un viaggio nel centro Italia. Un fazzoletto di terra in cui durezza e fragilità giocano a dadi per dare voce ad una “miniera di caratteri e di novelle” (Ennio Flaiano nella lettera sull’Abruzzo a Pasquale Scarpitti).

Nella storia secolare di questi luoghi, fatta di racconti fantasiosi e cruda realtà, capita spesso d’imbattersi in momenti in cui il caso sembra essersi divertito a svelarne l’anima scucita in due (o più) parti. Nomi, parole e volti che aleggiano a metà strada tra il folklore e la memoria, buttati lì a dare l’immagine nitida di una benedizione e di una condanna antiche come le montagne e il mare da cui provengono.

La storia del nome, tra oltraggio e rivalsa

Questo è ad esempio il caso di un paesino del XII secolo, abbarbicato sul basso Appennino, da decenni abbandonato tra i rovi e le piante basse della Majella. È uno dei tanti borghi che fino a qualche decennio fa riuniva a sé un pugno di famiglie nel nome dell’unica chiesa e della vita tra i campi, divenuto un grumo di mattoni quando lo scintillio delle città sulla costa ne ha oscurato il fascino amaro. Si chiama “Buonanotte” o “Malanotte” o “Montebello sul Sangro”, a seconda della prospettiva che si vuole usare, e sin dal nome frantumato in più sillabe offre la misura di una storia antica fatta di più anime.

Si racconta che secoli addietro, in un periodo non meglio precisato a cavallo tra il 1200 e il 1300, gli abitanti del paese, al tempo senza un nome, fossero in guerra, chissà perché, con i vicini della vallata accanto. Il caso o la mancanza di tenacia (anche qui dipende dalla prospettiva che si vuole usare) determinarono la sconfitta degli abitanti, i quali furono costretti a subire un’offesa senza precedenti: concedere le mogli in dono ai vincitori per la durata di una notte. L’oltraggio fu amaro a tal punto che da quella notte il borgo, che fino ad allora non aveva un nome, venne chiamato dagli sventurati mariti “Malanotte”, in ricordo della nottata infausta. Per contrappunto, i vicini vincitori, ai quali di certo non mancava il senso dell’umorismo e un pizzico di sadismo, chiamarono il paese “Buonanotte”, a sottolineare il piacere festoso di una serata all’insegna della libido sfrenata.

I due volti dello stesso groviglio di strade accompagnarono gli abitanti per secoli fino ad arrivare al 1969 quando, in piena rivoluzione sociale e culturale, si stancarono di essere indissolubilmente legati a una storia di scorribande e umiliazioni e decisero di cambiare il nome in un più sobrio “Montebello sul Sangro”. Il nome di fresco conio non portò una sorte felice al paese: una serie di frane nei primi anni ’70 e l’asprezza della vita di montagna determinarono lentamente la conversione del borgo antico in un paese fantasma.

La fotografia di un silenzioso abbandono 

Oggi “Montebello sul Sangro” è diviso in due parti: nella zona a valle vivono le ultime famiglie discendenti dell’antica umiliazione, mentre nella zona alta, aggrappata alla costa della montagna, resiste al tempo un nugolo di mattoni e case disabitate stese all’ombra di un castelletto in pietra viva, un tempo magione di baronetti e feudatari locali.

È possibile visitare il borgo antico facendosi strada tra le sterpaglie di un sentiero poco segnalato che dalla zona bassa del paese conduce fino al castello. Camminare tra le abitazioni e le viuzze abbandonate è un’immersione nel cuore di una delle tante storie d’Abruzzo fatte di leggenda e verità. Nelle case ci sono ancora letti alti in ferro e valigie di cartone, resti di fuochi spenti e pentole in rame con la tipica forma a conca greca. Pare che il tempo abbia fotografato l’attimo lungo del tardo dopoguerra lasciando le persone, i racconti, le storie aggrappati agli oggetti e alla memoria.

“L’Abruzzo è un grande produttore di silenzio” scriveva Giorgio Manganelli, che tra la Marsica e l’Adriatico scoprì una stanza dell’anima. Proprio nel silenzio solitario di un paese come Buonanotte o Malanotte o Montebello sul Sangro, che dir si voglia, ascoltandolo bene, è possibile leggere un segreto atavico di queste terre: l’essenza indissolubilmente frammentata e duplice. Sin dal nome, che porta con sé il germe di un passato ancora in vita. Cercare questa essenza tra i resti del borgo disabitato potrebbe diventare un piccolo viaggio all’indietro alla scoperta di storie lontane e contrasti mai sopiti.

È consigliato farlo al tramonto, l’imbrunire saprà suggerire se siete a Buonanotte o Malanotte.


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