Un albero di nome Italo

Pubblicato da Gaia Manelli il

Nella fantasia di una bambina un albero diventa un accogliente rifugio e un nuovo punto di osservazione per un mondo ancora da scoprire

“Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno”. Sono giorni di solitudine, di pensieri, di un mondo che non tornerà come prima. La Primavera del 2020 sarà ricordata. Chissà se lei lo sa, mi chiedo mentre la osservo mettersi al lavoro. C’è un albero davanti a casa mia, ci giocavo quando ero piccola, l’avevo soprannominato Italo.

Come si capisce se un albero sta morendo? Credo che questo lo stia facendo.

“Quest’albero è stato per i miei piedi e per le mie mani il luogo della sicurezza come della fantasia, padre dell’invincibile sensazione d’onnipotenza tipica della pelle innocente segnata soltanto da sconfitte temporanee. La cicatrice di quella caduta dalle scale, il buco di una crosta di varicella grattata via per l’insopprimibile desiderio di evadere le regole materne, gli innumerevoli lividi dalla provenienza ignota destinati al soggiorno di qualche ora, sulle ginocchia sporche di terra”.

Se dovessi scriverti delle memorie, albero, scriverei qualcosa del genere. Poi ricorderei di quel giorno, da piccola, quando rimasi un intero pomeriggio senza mettere mai piede a terra e quando tornai giù mi sembrò che la forza di gravità fosse duplicata. Tra il pianto di un salice e quello del tuo amico faggio, ricorderei che per quanto iperattiva io fossi mia madre sapeva sempre dove trovarmi. Se non mi si vedeva per terra, bastava alzare lo sguardo. Stavo lì, ore e ore a cercare di andare sempre più in alto, raggiungendo i rami più sottili. Le poche volte che mia madre aveva coraggio d’esprimere la sua preoccupazione, per la figlia di otto anni che viveva sugli alberi almeno la metà delle sue giornate, la mia risposta era una, chiara e sempre uguale. Faccio come Cosimo, non preoccuparti. Quella di Cosimo era sicuramente la mia storia preferita, tanto più che era mia madre che aveva deciso di presentarmi a quel tizio di nome Calvino. Era lui a raccontare le avventure di Cosimo (Il barone rampante), il bambino che un giorno aveva deciso di salutare la casa paterna e vivere per sempre sopra gli alberi, per poter scoprire il mondo dal suo punto di vista.

Il soggiorno di Cosimo sugli alberi lo porta a conoscere una moltitudine di persone e di situazioni e attraverso questo anche sé stesso. Dagli alberi si può conoscere l’amore, ci si può permettere un amore come lo si vuole, che si realizza alla distanza dei pochi metri che separano la terra dai rami. Un amore nel quale Cosimo e Viola “si conobbero. Lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”.

Forse ci sono luoghi migliori da raccontare, ville, grotte e baite, eppure se dovessi pensare al luogo che mi ha ospitata più spesso, oltre alla mia casa, parlerei di quell’albero di fronte al giardino. Forse è la corteccia solida sotto i palmi, aggrapparsi a rami che spingono verso il cielo. Forse il sentimento dell’infinito che mi faceva da calamita, il soggiorno momentaneo in un luogo immobile che tendeva all’eterno. Un desiderio di allargare la prospettiva e vedere tutto più piccolo, giocare in qualche modo a fare Dio, in una forma protetta, spensierata d’inconsapevole onnipotenza. Oppure, semplicemente, il desiderio di cambiare punto di vista e allontanarsi dalle cose concrete della vita quotidiana, aprirsi altre strade verso il mondo, che non fossero quelle consuete, imposte. Cambiare prospettiva come faceva Cosimo. Anche se il mio era un albero solo, lui ne aveva molti, boschi interi.

Il mio albero ormai è vecchio, potato e ripotato da giardinieri inconsapevoli che come dottori incoscienti hanno cercato di curarne il morbo senza conoscerne la storia. Forse, con il senno di poi, mi rendo conto che la sua malattia eravamo noi bambini, che ne mettevamo alla prova flessibilità e resistenza. Forse è diventato vecchio per le troppe preoccupazioni che gli abbiamo dato, sempre sull’attenti a prenderci se stavamo per cadere, pronto a far spuntare un ramo per accoglierci un piede perso nel vuoto. Oggi le foglie crescono di meno, come la testa di un nonno dalla chioma sempre più rada. Oggi sugli alberi ci salgo ogni tanto, più spesso questa forma di evasione la trovo nei libri, nella letteratura che si arrampica lontano in luoghi altri, via da questo mondo per poterlo guardare meglio. Cerco ancora di fare come Cosimo, che si è creato un universo gestito da regole personali, nel rispetto del mondo ma nella voglia di scoprirlo per poter conoscere e, intanto, conoscere sé stesso. La forza di rifiutare lo schema per crearne uno proprio, il coraggio di soggiornare dove il nostro occhio ci chiede di andare pure se sembra impossibile, pure se significa andare controcorrente.

Oggi mi resta quella frase di Cosimo, che ripetevo quando da terra gli adulti volevano dirmi su quali rami fosse meglio mettere i piedi, “no grazie, so la mia strada da solo, so la mia strada da me!”. Se i luoghi dove siamo stati c’insegnano qualcosa, il mio albero mi ha insegnato questo.

Credo Signor Italo che, se dovessi scriverti delle memorie, ti scriverei qualcosa del genere.


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Un albero di nome Italo

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Nella fantasia di una bambina un albero diventa un accogliente rifugio e un nuovo punto di osservazione per un mondo ancora da scoprire

“Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno”. Sono giorni di solitudine, di pensieri, di un mondo che non tornerà come prima. La Primavera del 2020 sarà ricordata. Chissà se lei lo sa, mi chiedo mentre la osservo mettersi al lavoro. C’è un albero davanti a casa mia, ci giocavo quando ero piccola, l’avevo soprannominato Italo.

Come si capisce se un albero sta morendo? Credo che questo lo stia facendo.

“Quest’albero è stato per i miei piedi e per le mie mani il luogo della sicurezza come della fantasia, padre dell’invincibile sensazione d’onnipotenza tipica della pelle innocente segnata soltanto da sconfitte temporanee. La cicatrice di quella caduta dalle scale, il buco di una crosta di varicella grattata via per l’insopprimibile desiderio di evadere le regole materne, gli innumerevoli lividi dalla provenienza ignota destinati al soggiorno di qualche ora, sulle ginocchia sporche di terra”.

Se dovessi scriverti delle memorie, albero, scriverei qualcosa del genere. Poi ricorderei di quel giorno, da piccola, quando rimasi un intero pomeriggio senza mettere mai piede a terra e quando tornai giù mi sembrò che la forza di gravità fosse duplicata. Tra il pianto di un salice e quello del tuo amico faggio, ricorderei che per quanto iperattiva io fossi mia madre sapeva sempre dove trovarmi. Se non mi si vedeva per terra, bastava alzare lo sguardo. Stavo lì, ore e ore a cercare di andare sempre più in alto, raggiungendo i rami più sottili. Le poche volte che mia madre aveva coraggio d’esprimere la sua preoccupazione, per la figlia di otto anni che viveva sugli alberi almeno la metà delle sue giornate, la mia risposta era una, chiara e sempre uguale. Faccio come Cosimo, non preoccuparti. Quella di Cosimo era sicuramente la mia storia preferita, tanto più che era mia madre che aveva deciso di presentarmi a quel tizio di nome Calvino. Era lui a raccontare le avventure di Cosimo (Il barone rampante), il bambino che un giorno aveva deciso di salutare la casa paterna e vivere per sempre sopra gli alberi, per poter scoprire il mondo dal suo punto di vista.

Il soggiorno di Cosimo sugli alberi lo porta a conoscere una moltitudine di persone e di situazioni e attraverso questo anche sé stesso. Dagli alberi si può conoscere l’amore, ci si può permettere un amore come lo si vuole, che si realizza alla distanza dei pochi metri che separano la terra dai rami. Un amore nel quale Cosimo e Viola “si conobbero. Lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”.

Forse ci sono luoghi migliori da raccontare, ville, grotte e baite, eppure se dovessi pensare al luogo che mi ha ospitata più spesso, oltre alla mia casa, parlerei di quell’albero di fronte al giardino. Forse è la corteccia solida sotto i palmi, aggrapparsi a rami che spingono verso il cielo. Forse il sentimento dell’infinito che mi faceva da calamita, il soggiorno momentaneo in un luogo immobile che tendeva all’eterno. Un desiderio di allargare la prospettiva e vedere tutto più piccolo, giocare in qualche modo a fare Dio, in una forma protetta, spensierata d’inconsapevole onnipotenza. Oppure, semplicemente, il desiderio di cambiare punto di vista e allontanarsi dalle cose concrete della vita quotidiana, aprirsi altre strade verso il mondo, che non fossero quelle consuete, imposte. Cambiare prospettiva come faceva Cosimo. Anche se il mio era un albero solo, lui ne aveva molti, boschi interi.

Il mio albero ormai è vecchio, potato e ripotato da giardinieri inconsapevoli che come dottori incoscienti hanno cercato di curarne il morbo senza conoscerne la storia. Forse, con il senno di poi, mi rendo conto che la sua malattia eravamo noi bambini, che ne mettevamo alla prova flessibilità e resistenza. Forse è diventato vecchio per le troppe preoccupazioni che gli abbiamo dato, sempre sull’attenti a prenderci se stavamo per cadere, pronto a far spuntare un ramo per accoglierci un piede perso nel vuoto. Oggi le foglie crescono di meno, come la testa di un nonno dalla chioma sempre più rada. Oggi sugli alberi ci salgo ogni tanto, più spesso questa forma di evasione la trovo nei libri, nella letteratura che si arrampica lontano in luoghi altri, via da questo mondo per poterlo guardare meglio. Cerco ancora di fare come Cosimo, che si è creato un universo gestito da regole personali, nel rispetto del mondo ma nella voglia di scoprirlo per poter conoscere e, intanto, conoscere sé stesso. La forza di rifiutare lo schema per crearne uno proprio, il coraggio di soggiornare dove il nostro occhio ci chiede di andare pure se sembra impossibile, pure se significa andare controcorrente.

Oggi mi resta quella frase di Cosimo, che ripetevo quando da terra gli adulti volevano dirmi su quali rami fosse meglio mettere i piedi, “no grazie, so la mia strada da solo, so la mia strada da me!”. Se i luoghi dove siamo stati c’insegnano qualcosa, il mio albero mi ha insegnato questo.

Credo Signor Italo che, se dovessi scriverti delle memorie, ti scriverei qualcosa del genere.


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