Tornare è un sorso al contrario

Pubblicato da Guglielmo Rapino il

Una tazza calda, un bracciale di cotone, una musica etnica di sottofondo e l’avvolgente vapore del tè che confonde i ricordi e le distanze

Foto di Emanuele Marafante

Sorseggio una tazza di tè, lasciando che le nuvolette di fumo si rompano in capriole. Soffio piano sul bordo di ceramica. Il sapore di anice caldo sale lento fino a bagnare con calma la pelle. In sottofondo parte un pezzo di musica etnica dei Calle 13, “Latinoamerica”. Sillabe e parole si susseguono al trotto di un rullante scalcinato. Davanti agli occhi balzano fuori volti, sguardi, mani, i colori di un luogo lasciato da poco e che continua a ticchettare senza sosta tra i pensieri.

Lascio per un po’ volteggiare da solo il vapore del tè e abbasso lo sguardo sul polso, dove un paio di dita accarezzano senza volerlo il bracciale intrecciato in cotone fino. Come se fosse ancora incollata ai fili colorati, sento muoversi nella stanza la voce calda e profonda di Juanco mentre con lo sguardo di chi ha detto troppe volte addio mi prega di conservare quel cimelio delle sue mani per sempre: “quiero verlo aquì cuando nos vamos a ver la proxima vez, un dia va a pasàr”.

Ho vissuto un anno in una comunità terapeutica per alcolisti e tossicodipendenti a La Paz, condividendo ogni sacrosanto momento della giornata con quel tipo di persona che è arrivata a confondere uno schiaffo con un grazie. Tornare in Italia è un po’ come uscire dal mare dopo una lunga apnea e rendersi stranamente conto che in fondo tutto quell’ossigeno, tutta quella luce, non sono così necessari; forse l’acqua nasconde un segreto che la terraferma non conosce. Tra le pieghe dei flutti vive una pace discreta, una pace che si lascia assaporare meglio quando manca e che ci condanna a cercarla nascosta nel tamburellare del giorno, lontano, tra la sabbia asciutta.

Cosa ho lasciato in Bolivia? Qualche vestito, i sorrisi sparpagliati sulle zolle di terra secca dell’altipiano, il piacere mistico di ascoltare il silenzio nei minibus dei campesinos di ritorno dalla campagna alla sera. Ho lasciato il mio cambiamento: la capacità di farmi taciturno quando la meraviglia delle persone m’invade gli occhi e la scoperta sincera che ognuno è poco meno della somma degli eventi e dei volti che l’hanno intercettato nella vita – la volontà, questo sogno maniacale del nostro mondo efficiente, ora non mi sembra molto più di una flebile lucina da appoggiare all’alberello natalizio già carico di addobbi. Sopra ogni cosa ho lasciato i legacci sciolti dalle certezze di una vita comoda e sedentaria, il fascino per l’apparenza, il gusto macabro per l’appesantirsi di cose e non pensieri. Ho lasciato lì i legacci e ogni tanto, anche qui, ne rivivo la libertà sui polsi.

Cosa mi sono portato dietro? La parte mancante di tutto quello che ho salutato nella terra arida dell’altipiano: la leggerezza di essere meno sicuro, la tranquillità di sentirmi in pace nel silenzio (pur non fuggendo la confusione), qualche comodo vestito etnico. Il bracciale di Juanco, le sue parole, la sensazione che in quelle sillabe ci sia scavata una storia che non ho ancora vissuto ma che le sue pupille hanno saputo leggere prima del tempo.

Mi rendo conto che tornare è un viaggio a parte, un sorso al contrario attraverso cui riassaporare il tempo vissuto da ben prima della partenza. I sogni, le velleità, i capricci di quei giorni. Vedersi distante e stravolto rende la misura di ogni istante trascorso durante il viaggio; fare entrare quelle distanze nella piana quotidianità rappresenta il lavoro certosino che aspetta chi rientra tra le mura di casa.

Resto qui seduto a respirare lo zigzag del fumo sulla tazza. I Calle 13 hanno chiuso la canzone da un po’ e ora vibra calmo un mantra amazzonico. Sento che sulla pelle ci sono ancora impressi tutti i segni di un anno vissuto lontano. Alcuni li trovo chiari, nitidi, altri si nascondono nel vapore del tè. So già che presto ripartirò, forse è proprio quel velo di nube grigiolina che mi spinge più in là. Accarezzo ancora il bracciale in cotone, le ultime sillabe di una promessa sussurrata restano immobili come una montagna appena scoperta. L’eco di quella voce mi allontana dal punto di partenza.

“E non saremo domani quelli che fummo, né quelli che siamo”.

Butto giù il fondo grumoso della tazza. Mi sorprendo a scoprire il piacere amaro delle ultime gocce. È così, imparare a vivere distanti da sé è la lezione più grande che ho ricevuto dalla Bolivia di Juanco.


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Tornare è un sorso al contrario

Pubblicato da Guglielmo Rapino il

Una tazza calda, un bracciale di cotone, una musica etnica di sottofondo e l’avvolgente vapore del tè che confonde i ricordi e le distanze

Foto di Emanuele Marafante

Sorseggio una tazza di tè, lasciando che le nuvolette di fumo si rompano in capriole. Soffio piano sul bordo di ceramica. Il sapore di anice caldo sale lento fino a bagnare con calma la pelle. In sottofondo parte un pezzo di musica etnica dei Calle 13, “Latinoamerica”. Sillabe e parole si susseguono al trotto di un rullante scalcinato. Davanti agli occhi balzano fuori volti, sguardi, mani, i colori di un luogo lasciato da poco e che continua a ticchettare senza sosta tra i pensieri.

Lascio per un po’ volteggiare da solo il vapore del tè e abbasso lo sguardo sul polso, dove un paio di dita accarezzano senza volerlo il bracciale intrecciato in cotone fino. Come se fosse ancora incollata ai fili colorati, sento muoversi nella stanza la voce calda e profonda di Juanco mentre con lo sguardo di chi ha detto troppe volte addio mi prega di conservare quel cimelio delle sue mani per sempre: “quiero verlo aquì cuando nos vamos a ver la proxima vez, un dia va a pasàr”.

Ho vissuto un anno in una comunità terapeutica per alcolisti e tossicodipendenti a La Paz, condividendo ogni sacrosanto momento della giornata con quel tipo di persona che è arrivata a confondere uno schiaffo con un grazie. Tornare in Italia è un po’ come uscire dal mare dopo una lunga apnea e rendersi stranamente conto che in fondo tutto quell’ossigeno, tutta quella luce, non sono così necessari; forse l’acqua nasconde un segreto che la terraferma non conosce. Tra le pieghe dei flutti vive una pace discreta, una pace che si lascia assaporare meglio quando manca e che ci condanna a cercarla nascosta nel tamburellare del giorno, lontano, tra la sabbia asciutta.

Cosa ho lasciato in Bolivia? Qualche vestito, i sorrisi sparpagliati sulle zolle di terra secca dell’altipiano, il piacere mistico di ascoltare il silenzio nei minibus dei campesinos di ritorno dalla campagna alla sera. Ho lasciato il mio cambiamento: la capacità di farmi taciturno quando la meraviglia delle persone m’invade gli occhi e la scoperta sincera che ognuno è poco meno della somma degli eventi e dei volti che l’hanno intercettato nella vita – la volontà, questo sogno maniacale del nostro mondo efficiente, ora non mi sembra molto più di una flebile lucina da appoggiare all’alberello natalizio già carico di addobbi. Sopra ogni cosa ho lasciato i legacci sciolti dalle certezze di una vita comoda e sedentaria, il fascino per l’apparenza, il gusto macabro per l’appesantirsi di cose e non pensieri. Ho lasciato lì i legacci e ogni tanto, anche qui, ne rivivo la libertà sui polsi.

Cosa mi sono portato dietro? La parte mancante di tutto quello che ho salutato nella terra arida dell’altipiano: la leggerezza di essere meno sicuro, la tranquillità di sentirmi in pace nel silenzio (pur non fuggendo la confusione), qualche comodo vestito etnico. Il bracciale di Juanco, le sue parole, la sensazione che in quelle sillabe ci sia scavata una storia che non ho ancora vissuto ma che le sue pupille hanno saputo leggere prima del tempo.

Mi rendo conto che tornare è un viaggio a parte, un sorso al contrario attraverso cui riassaporare il tempo vissuto da ben prima della partenza. I sogni, le velleità, i capricci di quei giorni. Vedersi distante e stravolto rende la misura di ogni istante trascorso durante il viaggio; fare entrare quelle distanze nella piana quotidianità rappresenta il lavoro certosino che aspetta chi rientra tra le mura di casa.

Resto qui seduto a respirare lo zigzag del fumo sulla tazza. I Calle 13 hanno chiuso la canzone da un po’ e ora vibra calmo un mantra amazzonico. Sento che sulla pelle ci sono ancora impressi tutti i segni di un anno vissuto lontano. Alcuni li trovo chiari, nitidi, altri si nascondono nel vapore del tè. So già che presto ripartirò, forse è proprio quel velo di nube grigiolina che mi spinge più in là. Accarezzo ancora il bracciale in cotone, le ultime sillabe di una promessa sussurrata restano immobili come una montagna appena scoperta. L’eco di quella voce mi allontana dal punto di partenza.

“E non saremo domani quelli che fummo, né quelli che siamo”.

Butto giù il fondo grumoso della tazza. Mi sorprendo a scoprire il piacere amaro delle ultime gocce. È così, imparare a vivere distanti da sé è la lezione più grande che ho ricevuto dalla Bolivia di Juanco.


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