Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte III

Pubblicato da Martina Beltrami il

Un viaggio di salite e discese. L’ultima tappa del percorso, l’accompagnamento del mantra e il raggiungimento della vetta.

La partenza notturna

L’aria è sonora. Riesco a pensare questo e poco altro nella notte del 21 settembre mentre mi incammino verso la cima dello Stok Kangri, 6.153 metri, la montagna che domina la spianata di Leh, capitale del Ladakh. Alle 2.30 del mattino io e Claudia siamo sgusciate fuori dai sacchi a pelo del Campo Base. Con la nostra guida Rick, abbiamo iniziato la salita, dapprima congelate – l’aria è così fredda che l’acqua bollente che avevamo messo nelle borracce la sera prima si è immediatamente congelata – poi affaticate, poi speranzose. A un certo punto tutte e tre le sensazioni insieme e nessuna, perché il pensiero rallenta e prende il passo con i piedi.

‘L’aria è sonora’.

Così Peter Matthiessen descrive l’atmosfera ai piedi del Churen Himal (7363 mt) nella valle del Dolpo, dove nel 1973 si è recato con una spedizione per cercare il misterioso leopardo delle nevi e studiare i bharal, le ‘pecore blu’ himalayane. Pecore blu ne abbiamo viste in abbondanza, curioso incrocio tra lama e stambecchi, spettatori delle nostre fatiche nella settimana precedente in bassa valle, mentre il leopardo delle nevi rimane un sogno e un sospiro nell’aria che esce condensata ad ogni passo.

Dopo aver abbandonato il campo base a 4.900 metri, passo dopo passo i miei ramponi sprofondano nella neve scricchiolante che copre il ghiacciaio, distesa infinita e buia, mentre le nostre tre andature prendono il ritmo come fosse una sola. Non esiste una sensazione paragonabile al camminare di notte sopra un ghiacciaio.

È la mia seconda ascesa in notturna dopo il Castore, vetta del Monte Rosa a 4228 mt, che riposa a fianco del gemello monte Polluce, omaggio ai due fratelli che si sono imbarcati con Giasone alla ricerca del vello d’oro nelle Argonautiche di Apollonio Rodio. Anche lì ghiaccio, luna e il rumore dei ramponi nella neve. Unica differenza, almeno 1500 metri di dislivello in meno rispetto ad oggi. Essere così in alto da non vedere, sentire o annusare nessuna forma di vita nel raggio di chilometri porta a chiedersi cosa spinga l’uomo ad affrontare questo genere di sfide. Mentre proseguiamo, vedo due turisti francesi tornare indietro, le loro torce nella direzione opposta a quella della nostra marcia, controcorrente. I buddhisti hanno un modo di salmodiare le loro preghiere attraverso la ripetizione.

108 sono i grani dei mālā o trengwa in tibetano, le collane mnemoniche usate per ripetere il calcolo delle recitazioni. Il numero dev’essere maggiore di nove e, ad ogni ripetizione, il singolo grano dev’essere girato in senso orario.

ཨོཾ་མ་ཎི་པ་དྨེ་ཧཱུྃ, oṃ maṇi padme hūṃ, ‘oh, gioiello del loto!’ è uno dei mantra che più abbiamo sentito nel nostro trekking.

Ad ogni stupa, costruzioni che costeggiano o interrompono il sentiero, di pietra bianca, bombate e tozze su una base quadrangolare con sopra appoggiate lastre di arenaria con mantra scritti in tibetano, la nostra guida eseguiva almeno tre giri in senso orario, ripetendo il suo mantra ‘oṃ maṇi padme hūṃ’. Noi li circumnavighiamo, dandogli sempre il fianco destro, come le lancette di un orologio.

‘L’aria è sonora’.

Le sensazioni del cammino, l’assenza di suoni e di luce

Mentre superiamo un gruppo di indiani che si sono fermati intorno a un thermos di thè caldo e una barretta di cioccolata decido che il mio mantra per non perdermi sarà questo.La nostra guida non ci permette di fermarci, vuole essere sicuro di portarci in cima. Camminiamo da tre ore e ancora non siamo arrivate alla cresta, quegli ultimi 200 metri in bilico prima della vetta. Sa che siamo scosse, il giorno prima, al nostro arrivo al campo base, subito dopo aver preso possesso di una luridissima tenda e di tutti i sacchi a pelo che abbiamo trovato, una giapponese si è sentita male, per colpa dell’alta montagna. Non c’erano medici oltre a noi due studentesse, non c’era personale, non c’erano farmaci e non potevamo portarla giù a spalle. I soccorsi sono arrivati dopo un’ora che la assistevamo.

Il pensiero si fa veramente più lento, l’assenza di suoni oltre al tuo respiro ansimante, l’assenza di luce se non la pallida ombra della luna, parzialmente velata e la lama della torcia sul ghiaccio, l’assenza di odori familiari a chi cammina per boschi e pietraie eppure un pullulare di vita, nei tendini, nei muscoli, nella fatica. Mentre pensiamo di morire assiderate, un dito del piede per volta, il buio della notte si disfa come se si ritirasse pian piano ed iniziamo a scorgere il ghiacciaio e il cielo, non più una cosa sola ma due entità separate, due punti di riferimento nelle loro infinite sfumature di blu.

Siamo ormai giunte alla cresta e Rick ci permette di fare una pausa ma è così orgoglioso di noi che non vuole che ci leghiamo, perderemmo tempo e lui vuole battere il sole e giungere alla cima prima che sia giorno. Stupisce l’occidentalizzazione che si trova in ogni angolo di mondo. Sapevo che i buddhisti considerano le cime sacre, tanto che non raggiungono la vetta, ma appena sotto si fermano e la circumnavigano in senso orario.

Rick invece, nonostante sia buddhista, è orgoglioso di raggiungere la vetta per primi, con due ragazze per giunta.

Cristiano Ronaldo e la Serie A, del resto, sono stati uno dei nostri principali argomenti di conversazione per i dieci giorni di trekking. Siamo davvero in testa rispetto al gruppo partito la mattina ma io ho poco da festeggiare, un mal di pancia mi sta distruggendo il passo e il ritmo, colpa del freddo, della fatica o forse del cibo tremendo del campo base. Claudia è sempre almeno dieci passi davanti a me e seriamente mi chiedo se riuscirò a salire con i crampi che mi scuotono. Avevamo stretto un patto prima di partire, ‘ci fermiamo solo se abbiamo mal di testa o vertigini, le spie del mal di montagna’, il mal di pancia non rientra nel patto, non posso fermarmi.

‘L’aria è sonora’.

La cima, l’aria piena di rumori, il canto e l’abbraccio all’arrivo

Lascio che Rick e Claudia mi superino e arrivino alla cima prima di me, mentre il sole illumina il mondo a perdita d’occhio. Gli ultimi passi sono, come sempre, i più dolorosi e meravigliosi, quando ormai sai di avercela fatta e trovi delle energie che pensavi fossero sepolte dalla terza elementare. Intorno a noi una distesa di montagne bianche, fin dove l’occhio può spingersi.

L’aria è piena di rumori ora, il vento che scuote i milioni di bandiere tibetane che coprono la cima, Claudia e Rick che cantano, il mio fiato ansimante.

Io e Claudia ci abbracciamo, lei fa delle foto. Io soffro in solitaria e penso con meraviglia di essere così in alto da non aver mai avuto il cielo così vicino, di essere tanto microscopica di fronte a tutte le montagne che mi circondano da essere paragonabile a un granello di sabbia.

Forse per questo i buddhisti ripetono tante volte lo stesso mantra, non per ricordarlo o farlo avverare, ma per rendere l’espressione così inconsistente da farla svanire, facendoci accogliere la parola, la vita e l’espressione esattamente per quello che è, ora, in questo momento.

‘L’aria è sonora’.