Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte I

Pubblicato da Martina Beltrami il

Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte I

Un viaggio di salite e discese. Partita all’alba da Malpensa giunta in un areoporto che in realtà è una città nella megalopoli, il primo impatto con l’India, il treno lento, l’ospedale che mi attende.

Testo e foto di Martina Beltrami 

Per mesi prima di partire non mi era chiaro in cosa sarei andata a parare. Una mia compagna di corso a medicina, anche lei appassionata di viaggi, mi aveva proposto di partire insieme ad agosto.

Tre settimane in ospedale in Madhya Pradesh, una regione dell’India così poco considerata che credo la Lonely Planet ne abbia rimosso il capitolo, se non per le sue famose riserve naturali (aperte – ovviamente- solo d’inverno) e tre settimane di trekking in Ladakh, il piccolo Tibet indiano, alla conquista dello Stok Kangri, 6153 metri.

Ospedale e montagna, le due attività che più odio e, allo stesso tempo, amo.

Eccomi quindi, il 17 agosto alle 4.00 del mattino all’aeroporto di Malpensa. Da sola, una valigia con dentro camice e fonendoscopio, uno zaino da trekking con appesi scarponcini waterproof, guscio per la pioggia, sacco a pelo invernale e delle gocciole di sopravvivenza per il mese e mezzo a venire.

Quando si parla di India le prime immagini che vengono in mente sono il Mahatma ‘Grande Anima’ Gandhi, i roghi spirituali di Varanasi, lo splendore del Taj Mahal, uno yogi che levita e il traffico dei tuktuk. E nell’infinito viaggio aereo non riesco a pensare ad altro, alla sua magia e spiritualità. Il primo contatto con l’India ha invece il sapore globalizzato di qualsiasi viaggio del XXI secolo: la certezza di un McDonalds in un aeroporto incredibilmente efficiente, asettico emulo di un JFK a New York.

Per quanto uno possa farsi ingannare dalle apparenze però, già il corso degli eventi inizia a prendere una piega ‘indiana’. Nella mia personale esperienza, questa svolta è rappresentata dal realizzare di non poter ritirare denaro da nessun ATM dell’aeroporto. Sono quindi appena sbarcata dall’altra parte del mondo con 20 euro nel portafoglio, 5 dollari che porto sempre per buona fortuna e 230 rupie regalate da un amico (l’equivalente di 2,90 euro). Senza Wi-Fi, soldi e già quasi senza speranze, riesco ad incontrare la mia amica che arrivava da un diverso volo ma col mio stesso problema di bancomat e riusciamo comunque a imbarcarci da New Delhi a Nagpur, aeroporto più vicino alla nostra prima destinazione: Betul. È difficile farsi un’idea solo con Google Maps di cosa dovrai affrontare. Uscite finalmente dall’aria asettica degli aeroporti, nel contrattare il nostro primo tuktuk, ogni cosa inizia a correre a un ritmo completamente diverso. Allo stesso tempo più lento e più confuso: un’esperienza davvero nevrotizzante per due giovani milanesi.

Innanzitutto, la stazione dei treni non è un semplice interscambio per fare saliscendi, ma una città nella grande megalopoli asiatica. È un groviglio di lavoratori, venditori di ogni sorta, donne che allattano, persone che dormono, discutono, fumano e mendicano. A differenza di altre mete del Rajasthan più turistiche, dove è comune incontrare altri visi pallidi (coi loro sandali e calzettoni, zaini enormi, e ridicoli cappellini), alla stazione dei treni di Nagpur siamo le uniche occidentali a vista d’occhio e, ad essere sincere, anche le uniche donne dentro la biglietteria. Senza aver capito che biglietti ci abbiano venduto a un prezzo irrisorio, corriamo sul primo treno in partenza, fortunatamente il nostro. Appena entrate sul vagone sentiamo una nidiata di occhi che si posano sui nostri zaini e sui nostri jeans occidentali, non aggressivi né invadenti, probabilmente solo curiosi di vedere dove saremmo andate a sederci. Di posti infatti nel vagone semibuio non se ne vedevano proprio.

In India, scopriamo, si passa dagli scompartimenti liberi, i cosiddetti ‘seater’ in cui l’unica regola è ‘basta entrarci’ per un prezzo di 20 o 30 rupie (40 centesimi di euro) alla seconda classe e alla prima classe: con aria condizionata; con aria condizionata e guardia privata dello scompartimento (4.000 rupie, stesso viaggio), qui i posti sono esauriti settimane prima del viaggio. Treni che macinano fino a 2.400 km per tratta, con nomi fuorvianti come ‘Express’ o ‘Superfast’ senza superare in realtà i 50 km/h, per viaggi dalle 24 alle 48 ore. Esattamente come vene e arterie di questo corpo enorme, la rete ferroviaria trasporta centinaia di migliaia di persone ogni giorno, brillante perla della corona dell’ormai defunto Impero britannico delle Indie .

Iniziamo a vagare per il treno alla ricerca di un posto dove sederci (le 24 ore di viaggio aereo si facevano sentire) e al vederci trascinare gli zaini, il controllore, intenerito, ci accompagna in uno scompartimento di seconda classe, fa alzare un uomo che dormiva serenamente in una cuccetta e ci fa pagare un’inezia di sovrapprezzo. L’uomo scompare nel treno e vediamo, seduta di fianco a noi, una famiglia composta da due donne, un uomo e un signore anziano. Iniziano ad offrirci daal e riso dalle ciotole che si passano di mano in mano e, mentre stiamo sistemando gli zaini, chiamano un omino e gli ordinano di rifarci la cuccetta. Noi gentilmente rifiutiamo.

Le nostre convinzioni e le nostre aspettative si ribellano, si capovolgono e fanno le capriole. L’uomo in questione peserà sì e no 40 kili, vestito di stracci si aggira per il treno raccogliendo con le mani i rifiuti, bucce di banane, contenitori di merendine e fazzoletti che i passeggeri buttano a terra senza neanche guardarli.

Possibile che sia un intoccabile, un Dalit?

Ho letto tanto sul sistema delle caste: sulla sua persistenza nonostante i vari tentativi dei governi per sradicarlo e soprattutto sulla sua reale origine. Secondo la religione induista, quando Brahma creò gli uomini, li estrasse da varie parti del proprio corpo: i brahmini, custodi della scienza e sacerdoti dalla propria bocca, i kshatriya, i guerrieri e governanti dalle sue braccia, i vaishya ovvero gli agricoltori, pastori e commercianti, dal ventre e gli shudra, i servi, dai suoi piedi. Fuori da questa rigida divisione nacquero poi gli avarna, di cui fanno parte i dalit, gli intoccabili, dal nome della polvere che copre i loro piedi. Da questa concezione classista della creazione deriva la rigidità della differenziazione in caste, con le loro funzioni e ruoli differenti che trovano giustificazione nella mitologia.

La spiegazione più razionale della loro nascita l’ho trovata in un libro di Dominique Lapierre, scrittore francese che negli anni ‘70 raccolse le testimonianze dell’indipendenza indiana la notte del 15 agosto 1947.
Nel suo saggio “Stanotte la libertà”, rintraccia la nascita delle caste nell’invasione degli Ariani, realmente avvenuta nel 1200 a.C., popolazione che gli inglesi hanno artificiosamente fatto risalire ai diretti discendenti di Alessandro Magno. Una piccolissima popolazione ariana sopravvive ancora nelle montagne impervie del Ladakh. Secondo Lapierre, nel II millennio a.C., questi conquistatori bianchi sottomisero l’India, mischiandosi con i locali ed addolcendo un po’ i colori della carnagione. Effettivamente, i Brahmini e le caste elevate paiono mediamente più alti e chiari di carnagione, rispetto agli intoccabili. Per metà mito e per metà agghiacciante eco della nostra Storia recente, diventa facile comprendere come un mito o una religione possano giustificare, de facto, una rigida divisione economica e razziale.

Niente di nuovo, no?

Quattro ore di viaggio e siamo finalmente arrivate alla stazione di Betul, dove ci aspetta un autista per portarci al Padhar Hospital, destinazione finale, in cui veniamo accolte da una decina di ragazzi della nostra età, inglesi e spagnoli, coinquilini nel cottage a noi dedicato. L’ospedale è a pochi metri ma non lo vedremo fino al primo lunedì. La sera cade una pioggerellina fine che non ci abbandonerà per le tre settimane a venire e cullata dalle fronde degli alberi e dal rumore delle gocce penso al miliardo di indiani che vivono in questo incredibile, sterminato paese e mi chiedo cosa mi aspetterà nel mese e mezzo a venire.