Mal d’Africa: la mia prima volta

Pubblicato da Lorenzo Canova il

L’arrivo in Zambia e le nuove sensazioni. Prima i colori e il caldo, poi la luce, i suoni, gli odori e le persone.

La prima cosa che noti dell’Africa, prima ancora di atterrare, è il suo colore. Quello che vedi, mentre sorvoli le sue grandi pianure, è il colore rosso di una terra bruciata dal sole e chiazze di verde “bush” disseminate per la savana come stelle nel cielo.

L’Africa la senti appena scendi la scaletta dell’aereo, ti dà subito il suo benvenuto. Il caldo che provi, appena esci dalla viziata aria condizionata dell’aeroplano, è una sensazione del tutto nuova per un europeo: è un caldo avvolgente e a tratti asfissiante, in pochi secondi hai il viso e le braccia bagnate, anche se fino a un momento prima eri perfettamente asciutto.

In realtà ci vuole poco ad abituarsi, in pochi minuti ci si rende conto di essere in un altro mondo: la luce, gli odori e i suoni sono quanto di più lontano possa esserci dalla nostra quotidianità europea.

Atterro in Malawi, a Lilongwe per raggiungere poi Chipata, la capitale dell’omonimo distretto dello Zambia. Perché non volare a Lusaku, capitale dello Zambia, per poi andare a Chipata da lì?

Beh, se dal Malawi ci mettiamo solo due ore e mezza in macchina, da Lusaku sarebbero ben otto ore su una strada Africana, il che, imparerò in breve tempo, significa circa dieci ore di viaggio. Lo Zambia, d’altronde, nonostante abbia una popolazione che è circa un sesto di quella italiana, è grande quasi tre volte il nostro paese.

Sono venuto in Zambia come volontario per supportare un reportage sui risultati di un progetto, promosso da una ONG che da tempo lavora in Africa e America Latina, finalizzato alla costruzione di scuole ed altre infrastrutture.

È la mia prima volta in Africa. Enrico ci sta aspettando oltre i controlli dell’aeroporto, è il referente a Chipata della ONG, il nostro uomo sul campo. Lui e sua moglie Simonetta vivono in Zambia da vent’anni, vi erano arrivati come volontari da ragazzi per restarci solo un mese… non sono più tornati.

Ora hanno tre figli, nati e cresciuti in Africa.

Mentre viaggiamo sulla strada che collega il Malawi allo Zambia, Enrico ci racconta qualcosa sulla vita in Africa e su come le comunità dello Zambia stiano affrontando una sempre più invadente globalizzazione senza avere i mezzi per non esserne sopraffatti.

La macchina percorre lentamente la distanza che divide Lilongwe da Chipata ed io guardo il paesaggio che scorre dal finestrino.

Il paesaggio e la gente, l’attesa e il senso del domani

Tutto ciò che vedo è inondato da una luce intensa, che illumina il rosso della terra e che si riflette sulla pelle madida di sudore dei passanti. Il paesaggio è incredibilmente affascinante e romantico (nel senso letterario del termine) e tra le fronde della giungla e i secchi arbusti della savana, che si alternano a ritmo musicale, rimani quasi ipnotizzato; ma c’è un altro elemento che cattura ancora di più la mia curiosità: le persone.

Gli africani o, nel mio caso, gli zambiani vivono una vita estremamente diversa dalla nostra europea. Questo forse perché le concezioni di vita stessa e di tempo sono radicalmente diverse dalle nostre.

“Cosa fanno tutte queste persone ferme ai lati della strada?” chiedo ad Enrico.

“beh… Aspettano” mi risponde sorridendo.

“Aspettano che cosa?”

Lui non risponde, ma sorride… sa che lo capirò solo conoscendo, vedendo e parlando con le persone del posto.

Entriamo in Chipata, mentre la attraversiamo scopro che come città ha solo il nome, dove c’è una sola strada asfaltata e l’essere senza corrente elettrica per giorni rientra nella normalità; troviamo, però, ben due grandi supermercati, uno di fronte all’altro.

Immaginatevi il mio stupore nello scoprire che uno dei due è un Despar. Quando arriviamo alla casa dei volontari, incontriamo mr. Manda, uno dei collaboratori zambiani dell’associazione.

Enrico e Manda iniziano a parlare in cinyanja, una lingua delle tribù bantu, parlata dalla maggior parte della popolazione dell’Africa meridionale.

Ovviamente non capisco una parola, è un linguaggio estremamente lontano dal nostro, composto principalmente da vocali lunghe ed aperte. Nel discorso però sento che entrambi ripetono un paio di volte la parola inglese “tomorrow” e ovviamente mi domando perché. Scarichiamo i bagagli.

Ci sediamo tutti in veranda. Il sole è calato e il caldo del giorno lascia spazio ad una leggera e piacevole brezza, d’altronde, anche se non sembra, siamo a mille metri sul livello del mare.

Dopo aver parlato della prima scuola rurale che avremmo visitato il giorno seguente, alcuni miei compagni di viaggio portano delle birre ghiacciate e iniziamo a chiacchierare delle nostre primissime impressioni africane.

“Enrico, perché prima con Manda vi ho sentito dire domani in inglese?” chiedo curioso.

“Ehm.. Beh, perché in cinyanja non c’è una parola che voglia dire domani, o meglio… c’è, ma vuole dire sia domani che ieri.

Ed è da questa scoperta che inizio a capire come il tempo per gli africani sia un concetto completamente diverso dal nostro. Per noi il tempo è un’idea a sé stante, esiste in quanto parametro della fisica e procede anche indipendentemente dall’uomo.

In Africa, invece, il tempo esiste in quanto legittimato dalle azioni dell’uomo, o, come dice Kapuscinski in Ebano: “il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce”. Per questo l’africano passo molto del suo tempo ad aspettare.

Il giorno seguente, mi sveglio per il calore che filtra dalle persiane e che mi ricorda di essere in Africa. Gli altri stanno ancora dormendo e quindi, dopo essermi preparato un caffè (santa moka italiana), mi siedo in veranda, in silenzio, ascoltando i rumori della natura.

Siamo in una città, ma sembra di essere nel bel mezzo della giungla, immaginate quindi come mi sentirò, fra breve, quando dormirò per davvero nel bel mezzo della foresta.

Per tutte queste emozioni, questi suoni, queste differenze sulla visione della vita, per tutti i misticismi culturali, per la bellezza della savana e per la purezza dell’anima dei suoi abitanti, ho finalmente capito, una volta tornato in Europa, cosa vuol dire soffrire di Mal d’Africa.

Tra cielo e spiriti

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale.

Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta.

Lo Stato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente.

Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale.

Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci.

Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja.

Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito.

In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità.

Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori.

Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti.

Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle.

Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con Dio.

Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti.

Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo.

Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo.

Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni.

Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale.

Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta.

Lo Stato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente.

Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale.

Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci.

Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja.

Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito.

In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità.

Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori.

Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti.

Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle.

Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con Dio.

Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti.

Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo.

Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo.

Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni.

Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle.

Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana.

Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio.

Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena.

Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo.

Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco.

Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile.

Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic.

Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro.

Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mano destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco.

Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino.

Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita.

Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale.

Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie.

L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco.

Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni.

Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione.

Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.