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Mal d’Africa – Seconda parte. Cielo e Spiriti

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Mal d’Africa- Seconda Parte.

Cielo e Spiriti. Sono in Zambia e ancora non ci credo. L’inaugurazione di una scuola in un villaggio nel cuore della Savana

Testi e foto di Lorenzo Canova

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale. Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta. Lo tato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente. Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale. Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci. Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja. Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito. In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità. Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori. Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle. Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con dio. Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti. Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo. Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo. Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni. Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

 

 

 

 

 


Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

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Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

Una storia quasi dimenticata, quella del giovane pilota franco peruviano che per primo attraversò in volo le Alpi e si schiantò a Domodossola. Esploratore appassionato ed eroe sfortunato, amava le sfide ma non cercava nuove terre da scoprire. Voleva solo scalare il cielo. Più in alto, sempre più in alto.

Testo a cura della redazione

Venerdì 23 settembre 1910. Sono passati tredici minuti dalle 14 e quasi 45 dalla partenza dal campo volo di Briga. Dopo aver attraversato i monti, le valli e i venti del passo Sempione, superando i due mila metri di altezza, l’aereo ha iniziato la discesa e ora è a soli venti metri dal suolo. Venti metri dalla gloria. Quando Geo vede avvicinarsi la grande croce bianca disegnata dai teli distesi sull’erba della piana Siberia, nei sobborghi di Domodossola, si prepara a planare. Sorride e saluta con la mano la folla che da ore aspettava ai bordi del campo per applaudire l’arrivo del primo trasvolatore delle Alpi. All’improvviso un forte colpo di vento e il muso del Blériot si inclina. Geo sente un forte scricchiolio ma non ha il tempo per capire che le ali si sono ripiegate all’indietro, quasi accartocciate. Il monoplano si schianta sul terreno. Prima le urla di chi era venuto per assistere all’impresa, poi un silenzio irreale e l’aria afosa del caldo pomeriggio si riempie dell’aspro odore dell’erba bruciata. I soccorritori lo tirano fuori dai rottami. Ha il volto insanguinato, una gamba rotta, le vesti stracciate, ma è ancora vivo. Viene portato all’ospedale San Biagio di Domodossola. Le condizioni sono preoccupanti ma non sembrano gravi o disperate. Non vengono trovate fratture interne, ma per le ferite riportate George Chávez Dartnell (per tutti semplicemente Geo, il pilota ingegnere franco peruviano) morirà quattro giorni dopo. Aveva solo 23 anni.

Oggi diremmo “in modo inspiegabile” ma allora, per la medicina come per l’aviazione, l’evoluzione tecnologica era solo ai primi passi.

Gli aerei dell’epoca erano più simili a insetti volanti che ai moderni mezzi di volo intercontinentale. Trabiccoli che per alzarsi in volo facevano salti da pulce, con ali di tela che assomigliavano a quelle delle libellule e alettoni che nelle virate venivano inclinati con sforzi incredibili da tiranti impugnati dal pilota. Venivano definiti “macchine che pesavano più dell’aria”, per distinguerli dagli aerostati e dalle mongolfiere.

Il Blériot XI di Geo Chavez era lungo otto metri, con un’apertura alare di sette metri e venti.  Aveva un telaio in legno (lo stesso materiale utilizzato per l’elica e il sedile di guida), un motore Gnome da 50 cv alimentato da benzina con olio di ricino, che riusciva a raggiungere la velocità di 85 km all’ora, due ruote da bicicletta come carello, corde di pianoforte come tiranti, un tachimetro e una bussola (gli altri strumenti disponibili erano un barografo che il pilota appendeva al collo e qualche carta geografica da tenere nelle tasche del giubbotto di fustagno).In pratica quanto offrisse di meglio, allora, la conoscenza scientifica. A questo Geo aggiungeva la passione, un po’ di incoscienza e la voglia di viaggiare, non tanto per scoprire nuove terre ma per vedere dall’alto quelle conosciute. L’aereo era per lui “un ascensore verso il cielo”, un mezzo per esplorarlo, superare le nuvole e raggiungere le stelle. “Arriba, siempre arriba” (più in alto, sempre più in alto) era il suo motto e le ultime parole che riuscì a sussurrare prima di morire.

Quando il progresso prese le ali

Geo Chavez nasce a Parigi il 13 giugno 1887, in una facoltosa famiglia di emigrati peruviani, padre esportatore di rame e banchiere, madre (Dartell) di nobili origini. È il quarto figlio (ne seguiranno altri due) e viene iscritto al consolato del Perù come Jorge Antonio Chavez Dartell, peruviano nato all’estero. Al battesimo, il nome spagnolo viene francesizzato in George, da cui deriva il diminutivo Geo. Passa un’infanzia agiata e felice. Studia con ottimi profitti ed eccelle nelle attività sportive, in particolare nell’atletica, partecipando e vincendo varie competizioni di mezzofondo.

Quando a 16 anni perde la madre frequenta l’Ecole Violet di Parigi, il liceo di Elettricità e Meccanica industriale, dove cinque anni dopo si diplomerà ingegnere. Nel 1909 Geo perde anche il padre e conosce Luis Paulhan, un costruttore di dirigibili e collaudatore di nuovi mezzi a motore che riuscivano ad alzarsi in volo. Lavora nel suo hangar e si iscrive alla scuola di volo aperta dai fratelli Farman, che per primi in Europa con il loro biplano avevano percorso alcuni chilometri in volo e avevano l’audacia (anche da parte di chi ci saliva) di trasportare passeggeri, come avevano già fatto pochi anni prima i fratelli Wright negli Stati Uniti. Il clima festoso della bell’epoque parigina, a cui il ricco e spensierato Geo partecipa con euforia, alimenta anche la sua frenesia per le novità e l’entusiasmo per un progresso che sembrava avesse preso le ali (metaforicamente e letteralmente).

Il 15 febbraio 1910 Chavez ottiene il Brevetto Internazionale di Pilota e inizia a partecipare a varie competizioni, preferendo le gare d’altezza a quelle di velocità o di distanza.

Dal 28 febbraio al 2 marzo riesce a volare per quasi due ore nel circuito di Mourmelon (nel Nord della Francia) raggiungendo, nella sua prima partecipazione ad una gara, i 510 metri d’altezza. Da aprile a giugno si susseguono le manifestazioni che lo vedono protagonista: al concorso di Biarritz, a Nizza, a Tours, a Lyon, a Verona, a Rouen e a Budapest in Ungheria.

Per partecipare alla gara della Gran Settimana di Champagne, dal 3 al 10 luglio, Chavez decide di cambiare il suo aereo Farman e acquista uno dei monoplani di Louis Bleriot (un modello simile a quello con cui il costruttore l’anno prima aveva sorvolato in 32 minuti la Manica, mantenendo una quota di cento metri sopra il mare da Calais a Dover). E con il Bleriot Geo vince la sua prima gara in altezza raggiungendo i 1.150 metri. Record personale che supererà un mese dopo a Blackpool in Inghilterra, dove trionferà volando a 1.647 metri. A fine agosto è a Lanark in Scozia per partecipare a una competizione che lo vedrà arrivare al secondo posto. Quasi un allenamento in vista della manifestazione che si terrà l’8 settembre a Issy lex Moulineaux, nei dintorni di Parigi, sua città natale. Quel giorno Chavez ottiene il record mondiale salendo fino a 2.680 metri. Il traguardo raggiunto lo rende famoso e, nonostante sia il più giovane tra i nuovi pionieri dell’aviazione, viene invitato alla manifestazione più importante e ambiziosa per quell’anno: il Circuito aereo internazionale di Milano, che comprendeva la prima traversata delle Alpi. Organizzato dal presidente del Touring Club Italiano, Arturo Mercanti, l’evento programmato tra il 18 e il 24 settembre prevedeva il sorvolo del passo del Sempione, con partenza da Briga, tappa intermedia a Domodossola e arrivo a Milano, nel nuovo campo di volo, appena inaugurato, di Taliedo (l’area dove nel 1937 nascerà l’aeroporto di Linate). Una sfida a cui Geo non poteva mancare.

La preparazione della gara è attenta e puntigliosa. Chavez soggiorna a Briga, Domodossola e a Milano, dove firmerà l’adesione alla manifestazione. Perlustra in auto, su strade di montagna ancora sterrate, tutto il percorso. Studia nel dettaglio le valli, i monti e le gole che dovrà attraversare in volo, le possibili condizioni atmosferiche e tutti i venti che dovrà affrontare. Alla gara si iscrivono cinque concorrenti, ma per diversi problemi tecnici, uno alla volta si ritirirano dalla competizione. Rimane solo Geo e la mattina del 23 settembre il suo è l’unico aereo ad uscire dagli hangar allestiti nel campo di “slancio” di Briga (erano il ricovero e l’officina degli aerei che venivano spediti in pezzi e montati sul luogo delle gare).

Alle 13.29 l’aereo si stacca dal suolo. Per la prima volta un uomo attraverserà le Alpi volando. Ci impiegherà 44 minuti e 56 secondi, venti minuti in meno del tempo che impiegava un treno da Briga a Domodossola, passando per il tunnel del Sempione aperto solo quattro anni prima. Un successo che lo schianto all’arrivo trasformerà in tragedia e che passerà alla storia come un atto di eroismo.

Gli eroi son tutti giovani e belli

L’eco dell’impresa e della sua tragica fine ebbe vasta risonanza nel mondo. La notizia prese le prime pagine di tutti i giornali. La cronaca di quei giorni è stata raccontata con accurata precisione e partecipato affetto da Luigi Barzini, che scrisse sul tema decine di articoli per il Corriere della sera e fu l’ultimo a intervistare Chavez nei quattro giorni di agonia all’ospedale di Domodossola.

Il primo a dedicare versi alla sfortunata avventura di Geo fu Giovanni Pascoli. Scritta nel novembre del 1910, a poche settimane dal tragico evento, la poesia “Chavez” venne pubblicata sul XX Secolo (un mensile di attualità stampato fino al 1933) e poi fu inserita nella raccolta Odi e inni.  L’opera ha una sintassi elaborata ed è carica di retorica e simbolismi, “che in cielo, un dì, mirabilmente muto / passar fu visto, come Dio, seduto / un uomo, l’uomo alato!” e così si chiude:Cade, con la sua grande anima sola / sempre salendo. Ed ora sì, che vola”. Nel 2015 Fredo Valla, il regista cuneense autore del film “Il vento fa il suo giro”, ha dedicato a Geo Chavez un documentario che attraverso filmati d’epoca e animazioni, racconta il mito romantico del giovane pioniere del volo. La colonna sonora e la voce narrante sono di Giorgio Conte (fratello del più noto Paolo). Alla memoria di Geo Chavez sono stati dedicati monumenti a Briga, Domodossola e a Lima. L’aeroporto della capitale peruviana porta il suo nome e ci sono strade a lui intitolate anche a Milano  e a Parigi.

Quando morì furono celebrati funerali a Domodossola e nella capitale francese, dove fu sepolto al cimitero di Père-Lachaise. Nel 1957 la salma venne trasferita a Lima, nel mausoleo di Las Palmas, principale base della Fuerza Aérea del Perú.

Domodossola e il ricordo di Geo Chavez

Dom, come la chiamano in dialetto i locali, è una città piemontese di 18mila abitanti adagiata al centro della Valle d’Ossola attraversata dal fiume Toce. Resa famosa soprattutto per la sua lettera iniziale, quella D a cui viene spesso associata quando vogliamo compitare (cioè fare lo spelling) una parola riferendoci a nomi di città, Domodossola è una tranquilla località circondata dal verde delle montagne, a poca distanza dal confine svizzero, dal Lago Maggiore e dal Monte Rosa.  Il centro storico si racchiude attorno alla pittoresca Piazza del mercato, un ampio spazio a forma di trapezio, con portici, loggiati e tetti sporgenti. Dalla piazza si irradiano stretti vicoli che portano a eleganti palazzi dell’Ottocento. Ai tempi dell’impero romano la città era un punto di passaggio obbligato sulla direttrice dalla pianura padana verso la Gallia transalpina. Da qui passarono anche gli Ostrogoti e i Longobardi, che la distrussero. Poi arrivarono le dominazioni di Carlo Magno, dei Visconti di Milano, degli spagnoli, degli austriaci e dal 1743 dei Savoia. Nel 1895 iniziarono i lavori per il traforo ferroviario del Sempione (19.823 metri, per 76 anni resterà la galleria ferroviaria più lunga al mondo). Il 19 maggio 1906 l’opera sarà inaugurata da Re Vittorio Emanuele III e con l’apertura della nuova linea la stazione di Domodossola diverrà una delle principali stazioni italiane di frontiera. Quattro anni dopo sarà un’altra data a segnare la storia della città e a farla tornare alla ribalta internazionale, quella della tragica fine di Geo Chavez. Per ricordare il personaggio e la sua eroica impresa sono state prese negli anni numerose iniziative. Sul luogo dove avvenne lo schianto, un’area agricola tre chilometri a Sud della città, chiamata oggi Regione Siberia, venne collocata una colonna in granito. A Chavez è stata inoltre dedicata una piazza (a circa trecento metri dalla stazione ferroviaria) con un giardino centrale dove nel 1925 è stata posizionata una statua in bronzo, opera del milanese Luigi Secchi, che rappresenta una giovane donna con le braccia alzate.   Il Museo sempionano (in via Canuto, a pochi passi da piazza Mercato), che racconta attraverso reperti e documenti la storia della costruzione del traforo, ha dedicato uno spazio alla memoria dello sfortunato aviatore. Nel piccolo museo, attualmente chiuso per lavori, sono raccolti vari cimeli come un’ala del Bleriot di Chavez e il suo giubbotto.

Nel settembre del 2014 è stato inaugurato un percorso d’arte con tredici installazioni dedicate al primo trasvolatore delle Alpi. Le opere sono di artisti di fama internazionale e sono collocate a fianco della strada del Sempione (quella voluta da Napoleone per collegare Milano a Parigi). In pratica un museo a cielo aperto lungo i 50 chilometri che separano Domodossola da Briga, quasi a voler seguire da terra la scia del volo di Chavez.  

 

 


Mal d’Africa – Prima parte. La mia prima volta

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Mal d’Africa – Prima Parte

L’arrivo in Zambia e le nuove sensazioni. Prima i colori e il caldo, poi la luce, i suoni, gli odori e le persone

Testi e foto di Lorenzo Canova

La prima cosa che noti dell’Africa, prima ancora di atterrare, è il suo colore. Quello che vedi, mentre sorvoli le sue grandi pianure, è il colore rosso di una terra bruciata dal sole e chiazze di verde “bush” disseminate per la savana come stelle nel cielo. L’Africa la senti appena scendi la scaletta dell’aereo, ti dà subito il suo benvenuto.
Il caldo che provi, appena esci dalla viziata aria condizionata dell’aeroplano, è una sensazione del tutto nuova per un europeo: è un caldo avvolgente e a tratti asfissiante, in pochi secondi hai il viso e le braccia bagnate, anche se fino a un momento prima eri perfettamente asciutto. In realtà ci vuole poco ad abituarsi, in pochi minuti ci si rende conto di essere in un altro mondo: la luce, gli odori e i suoni sono quanto di più lontano possa esserci dalla nostra quotidianità europea. Atterro in Malawi, a Lilongwe per raggiungere poi Chipata, la capitale dell’omonimo distretto dello Zambia. Perché non volare a Lusaku, capitale dello Zambia, per poi andare a Chipata da lì? Beh, se dal Malawi ci mettiamo solo due ore e mezza in macchina, da Lusaku sarebbero ben otto ore su una strada Africana, il che, imparerò in breve tempo, significa circa dieci ore di viaggio. Lo Zambia, d’altronde, nonostante abbia una popolazione che è circa un sesto di quella italiana, è grande quasi tre volte il nostro paese. Sono venuto in Zambia come volontario per supportare un reportage sui risultati di un progetto, promosso da una ONG che da tempo lavora in Africa e America Latina, finalizzato alla costruzione di scuole ed altre infrastrutture.

È la mia prima volta in Africa.

Enrico ci sta aspettando oltre i controlli dell’aeroporto, è il referente a Chipata della ONG, il nostro uomo sul campo. Lui e sua moglie Simonetta vivono in Zambia da vent’anni, vi erano arrivati come volontari da ragazzi per restarci solo un mese… non sono più tornati.
Ora hanno tre figli, nati e cresciuti in Africa. Mentre viaggiamo sulla strada che collega il Malawi allo Zambia, Enrico ci racconta qualcosa sulla vita in Africa e su come le comunità dello Zambia stiano affrontando una sempre più invadente globalizzazione senza avere i mezzi per non esserne sopraffatti. La macchina percorre lentamente la distanza che divide Lilongwe da Chipata ed io guardo il paesaggio che scorre dal finestrino.

Il paesaggio e la gente. L’attesa e il senso del domani

Tutto ciò che vedo è inondato da una luce intensa, che illumina il rosso della terra e che si riflette sulla pelle madida di sudore dei passanti. Il paesaggio è incredibilmente affascinante e romantico (nel senso letterario del termine) e tra le fronde della giungla e i secchi arbusti della savana, che si alternano a ritmo musicale, rimani quasi ipnotizzato; ma c’è un altro elemento che cattura ancora di più la mia curiosità: le persone. Gli africani o, nel mio caso, gli zambiani vivono una vita estremamente diversa dalla nostra europea. Questo forse perché le concezioni di vita stessa e di tempo sono radicalmente diverse dalle nostre.

“Cosa fanno tutte queste persone ferme ai lati della strada?” chiedo ad Enrico.

“beh… Aspettano” mi risponde sorridendo.

“Aspettano che cosa?”

Lui non risponde, ma sorride… sa che lo capirò solo conoscendo, vedendo e parlando con le persone del posto.

Entriamo in Chipata, mentre la attraversiamo scopro che come città ha solo il nome, dove c’è una sola strada asfaltata e l’essere senza corrente elettrica per giorni rientra nella normalità; troviamo, però, ben due grandi supermercati, uno di fronte all’altro. Immaginatevi il mio stupore nello scoprire che uno dei due è un Despar. Quando arriviamo alla casa dei volontari, incontriamo mr. Manda, uno dei collaboratori zambiani dell’associazione.

Enrico e Manda iniziano a parlare in cinyanja, una lingua delle tribù bantu, parlata dalla maggior parte della popolazione dell’Africa meridionale. Ovviamente non capisco una parola, è un linguaggio estremamente lontano dal nostro, composto principalmente da vocali lunghe ed aperte. Nel discorso però sento che entrambi ripetono un paio di volte la parola inglese “tomorrow” e ovviamente mi domando perché. Scarichiamo i bagagli.

Ci sediamo tutti in veranda. Il sole è calato e il caldo del giorno lascia spazio ad una leggera e piacevole brezza, d’altronde, anche se non sembra, siamo a mille metri sul livello del mare. Dopo aver parlato della prima scuola rurale che avremmo visitato il giorno seguente, alcuni miei compagni di viaggio portano delle birre ghiacciate e iniziamo a chiacchierare delle nostre primissime impressioni africane.

“Enrico, perché prima con Manda vi ho sentito dire domani in inglese?” chiedo curioso.

“Ehm.. Beh, perché in cinyanja non c’è una parola che voglia dire domani, o meglio… c’è, ma vuole dire sia domani che ieri.

Ed è da questa scoperta che inizio a capire come il tempo per gli africani sia un concetto completamente diverso dal nostro. Per noi il tempo è un’idea a sé stante, esiste in quanto parametro della fisica e procede anche indipendentemente dall’uomo. In Africa, invece, il tempo esiste in quanto legittimato dalle azioni dell’uomo, o, come dice Kapuscinski in Ebano: “il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce”. Per questo l’africano passo molto del suo tempo ad aspettare.

Il giorno seguente, mi sveglio per il calore che filtra dalle persiane e che mi ricorda di essere in Africa. Gli altri stanno ancora dormendo e quindi, dopo essermi preparato un caffè (santa moka italiana), mi siedo in veranda, in silenzio, ascoltando i rumori della natura. Siamo in una città, ma sembra di essere nel bel mezzo della giungla, immaginate quindi come mi sentirò, fra breve, quando dormirò per davvero nel bel mezzo della foresta. Per tutte queste emozioni, questi suoni, queste differenze sulla visione della vita, per tutti i misticismi culturali, per la bellezza della savana e per la purezza dell’anima dei suoi abitanti, ho finalmente capito, una volta tornato in Europa, cosa vuol dire soffrire di Mal d’Africa.


Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

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Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

Itinerarium mentis notturno, tra le luci di un albero di Natale e la runa di una panchina in rovina.

 di Gaia Manelli

 

Do il bacio della buonanotte a “Umano, troppo umano”, lo chiudo, lo appoggio sul comodino.

Nietzsche, prima di girarsi dal suo lato del letto, mi saluta con questa frase: “Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi – e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una stessa cosa”.

Non riesco a prendere sonno, impegnata in un numero insopportabile d’interrogativi quotidiani. Cosa voglio, in generale, da tutto, dalla vita? Non ne ho idea. Forse dovrei solo smettere di leggere di filosofia prima di andare a dormire, è più forte del caffè.

Decido di uscire. Resto in pigiama, infilo un maglione, il cappotto, le scarpe.

Un piede dopo l’altro mi addentro nell’oscurità. È dicembre, le persone si coprono, gli alberi si spogliano.

Credo siano le due di notte. Il tempo è relativo, mi dico. Le strade sono piene di vuoto. Le automobili, disabitate, attendono nell’immobilità le prime luci del mattino. I marciapiedi non hanno scarpe da sostenere. Io cammino in mezzo alla strada, il silenzio mi ascolta. Le finestre mute, non lasciano trapelare presenze; solo i letti sono pieni, lo resteranno ancora per qualche ora.

All’angolo della strada, sulla via perpendicolare a quella di casa mia, vive una famiglia numerosa. Ogni anno, nel giorno Sant’Ambrogio, l’enorme abete del loro giardino conosce la sua primavera. Sopra i suoi rami aghiformi sboccia un manto singolare. Fiori di ogni colore s’illuminano, piccole lucine colorate si accendono ad intermittenza, continueranno a farlo fino al giorno dell’epifania.

Mi trovo davanti al cancello della villa formato grande-famiglia e l’abete, orgoglioso del suo mantello di luce, mi fissa con centinaia di piccoli occhi fulgidi. Sul capo, teso verso il cielo, indossa una piccola stella. Inchiodato al terreno con le proprie radici, tirato verso l’alto dal puntale. Così se ne sta immobile, quest’albero muto, teso tra il divino e l’umano, tra la magia e il materialismo, tra il bambino e l’uomo.

I miei occhi, seguendo il filo delle luminarie, giungono al punto in cui la spina che le alimenta è infilata nella parete esterna della casa.
Gli occhi di un bambino, mi dico, non si sarebbero spinti a cercare l’attacco delle luci, si sarebbero fermati alla loro bellezza.
Gli occhi di un adulto, però, lo fanno; è necessario che gli adulti tentino di scoprire la magia, così che gli occhi dei bambini possano illuminarsi.

Forse il Natale agli adulti serve a questo, a ricordarsi che la vita, comunque la si intenda, ha una qualche magia di fondo. A ritrovare un po’ il bambino che sopravvive in ogni adulto, quel modo di guardare il mondo che permette di non perdere il sentimento della meraviglia.

Continuo a camminare. Adesso non ho assolutamente idea di che ore siano, non so quanto tempo sia passato. Questa mattina ho dimenticato di caricare il piccolo orologio a molla che porto al polso in ricordo di mia nonna. Tutta la casa dormiva, lei l’unica a svegliarsi e a condividere con me la gioia dello scartamento dei pacchetti. Può essere che i bambini e gli anziani abbiano in comune molto più di quanto lascino intendere. Entrambi sono più vicini ad uno dei due confini che ci delimitano l’esistenza, forse questo essere più vicini ai poli energetici della vita li rende più sensibili, gli permette di vedere sfumature che un adulto o un ragazzo non sono più, o non sono ancora, in grado di vedere. Io che vedo? Non lo so. Ora come ora nulla, non ci sono lampioni sulla strada. Non si accendono lampadine nella mia mente. Il freddo congela i neuroni che non riescono a fare contatto, come le macchine ghiacciate d’inverno.

Ecco delle case. “Buon Natale” canticchio questa scritta nella mia mente mentre la leggo appesa al balcone di un appartamento. Natale!. È possibile che ogni anno la concezione che ho di questa festività, cambi così radicalmente? Ma cos’è il Natale davvero, se dovessi avere l’inumana facoltà d’immaginare l’Idea platonica del Natale, come la vedrei? Alt! Tiro le redini. Nella mia mente faccio il verso che si fa ai cavalli per farli rallentare “Ohhh”.

Mi ammonisco: “cerca di non perderti in uno di quei sofistici vicoli chiusi della tua mente”. Ops. Troppo tardi.

La strada che mi si presenta davanti è chiusa. Distratta, non mi sono resa conto d’essermi immessa in una via senza uscite.

E ora? Mi giro e torno indietro.

Cambio strada, ne provo un’altra, vediamo dove mi porta. La tattica è la stessa, sui marciapiedi di questo paesino dove sono nata, come sui sentieri della vita. Accetto di aver sbagliato. Provo un’altra strada. È la casistica generale: a volte va bene, a volte va male. Diceva mia nonna. No, non è vero.  Lo dico io, ma se dicessi che sono parole di mia nonna in qualche modo avrebbero più autorità. Chissà perché, spesso, le parole degli anziani esprimono certezze. Forse perché hanno più esperienza, hanno visto più cose, ci paiono più sinceri. Eppure si lo stesso dei bambini piccoli, che in qualche modo sulle cose importanti sappiano sempre dire qualcosa di saggio e veritiero. Ai poli della nostra vita siamo per qualche motivo più saggi? Alt! Ohh. Altro vicolo cieco. Pensa più semplice. Fa freddo, la strada è poco illuminata.

Un uomo porta un cane al guinzaglio. Attraverso la strada sterrata che taglia il parco più grande del paese. Una serie di panchine lungo il sentiero; gli schienali in pietra sono dipinti da scritte di bomboletta, i cui colori sbiaditi, come cerchi all’interno di tronchi d’albero, suggeriscono la loro età avanzata. “Quelle panche, zì, sono lì da tipo un botto di tempo”, mi suggerisce – nella mia testa- la voce di chi le ha imbrattate.

Le fronde sospirano accarezzate da una brezza ghiacciata. Il mare di nuvole, nel cielo, è calmo. Guardo la notte. È bellissima.

Mi trovo in un punto indefinito del parco, ho perso il senso dell’orientamento, il sonno e forse anche il senno.

Tra i cespugli riconosco il gatto del mio vicino. Non si allontana mai troppo da casa sua. Lo seguo.

Appena prima dell’uscita del parco, che coincide con l’inizio della mia via, c’è una panchina semidistrutta. Capisco dove sono. Ho sempre preso quello come punto di riferimento per uscire dal parco.

Fin da piccola mi ha colpito un disegno che c’è sopra. Uno scarabocchio casuale, di qualche ragazzo nella sua fase di ribellione, che ricorda una runa. Il mio ippogrifo felino mi ha indicato la strada, mi ha portato sulla runa. Ritrovo la retta via di casa.

Mi siedo per qualche minuto su quello che resta della panca di cemento. Quando ero piccola un’amica di mia madre, per Natale, mi regalò un sacchetto pieno di pietre trasparenti. Sopra di esse erano disegnate delle rune, che mi spiegò essere dei piccoli caratteri alfabetici e simbolici dell’antico mondo germanico. Tacito, nel suo Germania, scriveva che i germani traevano auspici servendosi di rametti su cui riportavano le rune. Buttavano i pezzi di legno, a caso, su di una veste bianca e invocavano gli dei. Il sacerdote poi raccoglieva tre pezzi, uno per volta, e li interpretava secondo il segno impresso.

Da piccola, quando un dubbio mi assaliva, prendevo il mio sacchetto di rune, gettavo i sassolini sopra il letto di mia madre e ne raccoglievo tre. Non che ci credessi particolarmente, però insomma, è come la storia del lancio della moneta. Mentre è in aria ti rendi conto di cosa vorresti che uscisse, è quello che conta.

A volte perdersi per qualche secondo nelle possibilità aiuta a rendersi conto di che cosa si voglia davvero.

Perdersi per ritrovarsi.

Ritrovo la mia speranza, forse il senno. Sono Astolfo sulla runa.

Albeggia, di colpo i lampioni si spengono. Un attimo intenso di buio.

Ed è subito mattina.


Gita sull’Helvellyn

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Gita sull’ Helvellyn

Una passeggiata nel Distretto dei laghi, nel Nord Ovest dell’Inghilterra. Dalle montagne al mare, in una giornata di sole e di vento che aiuta ad allontanare l’inquietudine per le angoscianti notizie della cronaca quotidiana

Testo e foto di Luca Lastella

Glenridding (Cambria) luglio 2016. Per salire sull’Helvellyn ho pianificato la gita venerdì mattina; David mi aveva detto che ne sarebbe valsa la pena, c’è una cresta finale scoscesa e panoramica, su cui arrampicarsi fino in cima, a tratti con le mani.

Ho guardato le previsioni del tempo su BBC Weather e ho verificato come al solito i tempi e studiato il percorso su internet: i dislivelli, le distanze e la densità delle linee di quota. Quando si va in giro da soli in montagna, o in posti sperduti, questi sono tutti elementi fondamentali da non sottovalutare mai in generale, ma assumono un’importanza vitale in solitaria.

Ero allenato, ma la testa era rannuvolata dalle cattive notizie, dalle ferite inferte a questa vecchia Europa che non sarà mai unita. La strage di Nizza, il sacerdote sgozzato a Ruen, la sparatoria al supermercato in Baviera e infine il Brexit e le sue conseguenze economiche, per me soprattutto. Mentre preparavo lo zaino e ho ricevuto una telefonata da David che mi chiedeva se avessi sentito cosa fosse successo in Turchia. Guardai su internet e la notizia del tentato colpo di stato mi fece passare in un minuto tutto l’entusiasmo che mi aveva riempito l’attesa della gita.

Mandai un messaggio a Tony che lavora in Turchia, per sapere se stesse bene; fortunatamente era in vacanza in Spagna. Stavo per andare a letto e mi sono venuti in mente i miei amici turchi di Leeds. Mando “what’s up”; Nadir è a Leeds, Ali invece è in vacanza in Turchia. Mi risponde che sta bene, che è chiuso in un villaggio turistico. Sta cercando di capire anche lui cosa stia succedendo. Vado a letto.

Sabato mattina non me la caccio più di tanto per svegliarmi. Abbondante colazione e salgo in macchina; gironzolo per un’ora e mezza per campagne deserte, le strade sono ancora umide per le piogge di ieri.

Le nuvole del Brexit si diradano al parcheggio di Glenridding, quando aprendo il baule dell’auto per prendere zaino, mi rendo conto che non ci sono gli scarponcini. Erano sull’uscio di casa e li ho dimenticati: mi aspetta una salita, rocce comprese,   in scarpe da tennis. Scarpe da tennis, non per modo di dire, proprio scarpe da tennis: quelle con la suola appena abbozzata per poter scivolare bene sulla terra battuta. Mi incammino, nessuno sul sentiero, salgo e fa caldo. Le previsioni erano corrette, fa fresco, ma c’è un sole abbagliante. Sudo e bevo senza fermarmi, mi si apre il primo panorama davanti agli occhi: paesaggio alpino, cascate e niente alberi. Salgo ancora, fa più freddo e la scena è rubata da un laghetto come tanti ne ho visti sulle mie Alpi. E’ assurdo come il paesaggio sia così simile a quello appoggiato sulla catena montuosa più importante d’Europa e che si trova a millecinquecento chilometri più a Sud. E’ come provare una strana sensazione di ubiquità.  Sopra pensiero non mi rendo conto di superare decine di persone, non le guardo nemmeno in faccia, mi fermo a bere e mi guardo intorno. Non ho fame perché mi nutro di sole, di aria fresca e limpida che vorrei regalare un po’ a tutta questa Europa immersa nella puzza e nella nebbia da lei stessa creata; un’Europa perennemente alla ricerca di se stessa.

 

Le rocce sono davanti a me, non posso e non devo pensare ad altro se non a capire come salire senza scivolare con queste scarpe da tennista della domenica e dalla suola che merita un’espulsione dal CAI e la radiazione da tutte le escursioni del mondo. Gli ultimi venti minuti li faccio senza quasi mai staccare mani e piedi dalla roccia. C’è silenzio dentro e fuori di me, talmente tanto silenzio che non mi rendo conto di percorrere l’ultimo tratto, con uno strapiombo a destra e uno a sinistra, senza la minima sosta.

Esco in cima. Un grande pianoro con rocce rotte; mi faccio scattare una foto, mi copro e mi siedo insieme ad altre persone appena arrivate dal versante opposto, siamo dietro ad un muretto fatto apposta per ripararsi dal vento.

Il mio pasto consiste in una tavoletta di cm 2x4x8, comprata alla Coop di Baildon. Ne assaggio un morso ed è buona; leggo gli ingredienti … sicuramente contiene Avena, mi fermo però al terzo ingrediente, perché poi inizia una lista di sostanze sinistre e il cui nome non è altro che una serie di caratteri alfanumerici.
Scendo dal versante opposto. Il vento in cima è rinforzato. Sono più di tre ore che cammino, sono stanco e sudato.

Mi fermo su un prato a mezz’ora dall’arrivo; mi sdraio e mi addormento per un quarto d’ora. Mi sveglio e guardando il lago di fronte a me, quelle case bianche e gli alberi, mi ritengo fortunato.

Arrivo al parcheggio, mi cambio, ma prima di ripartire entro in un pub, prendo del sidro e mi siedo sulla panca all’esterno per godermi ancora un po’ di sole.

Non penso più a nulla, da lontano guardo la cima del Helvellyn.

Salgo in auto e l’insofferenza mi assale. Sono in Cambria e proprio qui ho fatto la mia prima trasferta di lavoro quando ero un giovane ingegnere in Agip. Era una source-inspection presso un fornitore di Ulverston che produceva connettori elettrici sottomarini a un’ora da qui. Non mi interessa tornare in quel posto,  ma piuttosto rivedere quella costa.  Sono passati decenni e mi ricordo la sera prima di rientrare in albergo: ero rimasto colpito dalle incredibili dimensioni che hanno le basse maree da queste parti. Devo andare al mare. Salgo in auto e, anziché tornare a casa, a velocità da ritiro patente sulla M6 mi precipito verso Lancaster senza usare nemmeno il navigatore, guardo il sole e vado a Ovest… li c’è il mare. Morecambe mi sembra una buona meta. Finisco la corsa su un parcheggio del lungomare, scendo e cammino velocemente verso il molo; c’è la bassa marea e ci sono anche le barche in secca come me le ricordavo ventiquattro anni fa. Ci sono anche tanti aquiloni sulla spiaggia infinita. Mi compro del pesce e delle verdure da cucinarmi stasera.Mi separano un’ora e mezza di macchina da casa.

Il sole non ne vuole sapere di nascondersi, è luglio ed è ancora alto. Giornate così limpide qui sono un regalo, così decido di non percorrere neanche un pezzo di autostrada. Imbocco la A65; è un su e giù per campagne e colline, muretti a secco, pecore e mucche. Sembra davvero uno di quei sabati estivi descritti chissà quante volte da tanti autori del novecento. Vado piano, forse troppo, perché mi superano in due o tre occasioni alcune auto; gli inglesi lo fanno raramente, è tutto dire. Alla radio passano canzoni degli Smiths, di James Taylor e Santana, alcune le canticchio sottovoce. Le cattive notizie sono lontane. Cottage bianchi e grigi mi sfilano di fianco tra i paesini cheinterrompono, come i punti in una frase, un nastro di prati e colline verdi.

Sono a casa. Gli scarponcini sono nell’ingresso.


Quello che ho capito dell’India

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Ricordi, annotazioni e riflessioni, a volte amare e ironiche, in un viaggio per lavoro di pochi anni fa

di Luca Lastella

Così sono qui, in questo paese, la 55esima bandierina sul mio planisfero. Il 55esimo paese calpestato da quando, senza che nessuno l’avesse previsto, una laurea in Ingegneria Aeronautica, raramente utilizzata nella piena accezione del termine, mi ha portato a viaggiare su aerei non progettati o costruiti da me, ma sempre efficienti e che non mi hanno mai lasciato a piedi.

Sono in questo paese accompagnato da una stanchezza come quelle che ricordo nei finali di anno scolastico, distrutto dal ritmo lavorativo; questa stanchezza non mi fa apprezzare il mistero tanto decantato di questa terra a Oriente. Un paese che potrebbe essere un intero continente, con i suoi 1,2 miliardi di abitanti (venti volte l’Italia) su una superficie di 3 milioni di km2 (dieci volte l’Italia). Nello stesso tempo una porta che si apre sull’Oriente e un cancello che si chiude sull’Occidente. Un mondo a parte, con la stessa paura che ha un adolescente di crescere troppo in fretta.

Lo scalo di Dubai serve solo come allenamento. L’aeroporto è una cattedrale nel deserto destinata a diventare il più grande hub del mondo da e verso l’Asia, accoglie e anestetizza con i suoi luccichii; aiuta a non pensare troppo a dove si sta andando. “Rimani qui con me” sembra dirti e come Ulisse tra Scilla e Cariddi, saresti tentato di allontanare quel viaggio verso l’ignoto se un efficientissimo sistema di altoparlanti, smartphone e compagni di viaggio, non ti ricordassero con ideogrammi, sigle o cicalini che devi muoverti.

Quando il vecchio airbus 330 lascia il deserto alle sue spalle (la vetustà dell’aereo sembra essere stata selezionata apposta nel moderno parco aerei della Emirates, per accompagnarsi meglio allo stile del paese in cui atterrerà), ho la sensazione di bruciare a 350 km/h, insieme al kerosene dei motori, ogni speranza di cancellazione di quel viaggio per maltempo, indisposizione fisica, indisponibilità dei clienti.

Al resto ci pensano la stanchezza del jet-lag accumulato e un bicchiere di Bordeaux, che sembrano mescolare e sfocare sapientemente l’improbabile bellezza dei volti delle hostess, un crogiolo di razze che ti accompagna tra le braccia di Morfeo.

Non mi svegliano dal torpore neanche i sobbalzi dell’airbus, invitato a danzare dall’instabilità termica generata dalle correnti ascensionali di una terra che scotta e che fanno a pugni con la costante temperatura ben al di sotto dello zero garantita dalla stratosfera. Devo aspettare il touch-down.

Poi si apre lo sportello della Business e come stordito da un enorme asciugacapelli, cammino nel finger che mi collega all’aeroporto di Nuova Delhi. Ci sono 42 gradi.

Gli ufficiali al controllo immigrazione hanno tutti lo stesso sguardo e una smorfia di stanchezza: quello di chi non ne può più di un lavoro così monotono, ma pagato da uno stato semi-assistenziale. In confronto, i nostri dipendenti delle Poste sembrano dei cabarettisti.

Un taxista pagato dalla Emirates carica me e Daniele e ci chiede, come tutti i tassisti stranieri, da dove veniamo, e come al solito ho l’impressione che quando dici di essere italiano una scarica da elettroshock attraversa la corteccia cerebrale dello straniero che ti ha fatto la domanda. Rivedo la scena di “Ritorno al futuro”, quando il professor Emmett Brown accende la sua De Lorean e fulmini azzurri si sprigionano da ogni parte.

Mi piacerebbe vivere questo momento potendomi calare nel cervello del taxista indiano che ha appena percepito la frase “we are italians”. Immagino lo scatenarsi di neuroni impazziti che fissano nella corteccia cerebrale brandelli di sole, mare, Berlusconi, design, Ferrari, pizza, incapacità di decidere e organizzarsi, palloni di cuoio e centurioni romani.

Il taxista dice di avere solo due figli e che fa questo lavoro per relativamente tanti soldi rispetto ad esempio ai tre milioni di clandestini. La famosa manodopera clandestina, che campa con 50-80 euro al mese e che si accalca in un forno di 40 gradi ogni giorno per lavorare insieme agli altri 17 milioni di abitanti ufficiali della capitale.

ATTRAVERSANDO LA CITTÀ

Nella capitale non vediamo cadaveri per le strade come si narra nei libri dell’Abbé Pierre o di Madre Teresa, ma qui siamo nella zona commerciale di Delhi, Gurgaon.

Dal taxi vediamo invece gente che dorme per terra, all’ombra dei pochi alberi di giardini pubblici striminziti. Cani, asini e mucche randagie. Sì, il famoso animale sacro, come tale, è libero di pascolare indisturbato negli afosi sobborghi, ai bordi delle arterie principali, nei prati di periferia, pieni d’immondizia, fra palazzi in costruzione o, in alternativa, nelle stesse aiuole pubbliche dove il clandestino di cui sopra si è appisolato. Pali e tralicci della luce pericolanti, che sembrano a stentAppunti03o sopportare matasse aggrovigliate di cavi di alta tensione. Scheletri di case di almeno 15 piani, in periferiche lande desolate, pronte a ospitare migliaia di famiglie di caste benestanti. Richiamano alla memoria i film di Dino Risi girati nelle periferie delle città italiane anni ’50.

Il traffico è psichedelico, secondo soltanto a quello di Jakarta, Città del Messico o Lagos. Qui la guida è solo tecnicamente a sinistra, ma normalmente uno può guidare un po’ come gli pare. L’importante è giocare bene di freno e acceleratore, oltre ad avere dei buoni paraurti. Ci passano accanto tanti taxi: quelli normali, quelli ricavati da Ape Cars con carrozzerie sicuramente progettaAppunti05te da un ex ingegnere, ora Hare Krishna, alla fine della sua dodicesima canna giornaliera e i taxi risciò, quindi a pedali, che, a causa dello sforzo profuso per trasportare per 6 Km il carico delle due persone sedute sul lindo e comodo sedile posteriore, alla temperatura esterna di 45 Appunti06gradi, in un tale traffico, possono essere guidati solo da migliaia di ingegneri come quelli al punto precedente.

Vediamo donne in sari che come in una disumana roulette russa, attraversano gli stradoni a doppia carreggiata e a tre corsie, tra spiragli creati nei New Jersey divisori, incuranti di mezzi di trasporto di ogni tipo, lanciati a pazza velocità verso l’ignoto.

E poi polvere. Polvere e ragazzi che giocano a cricket negli sterrati di periferia, opportunamente ripuliti dall’immondizia. Una partita di cricket dura diverse ore, anche giorni. L’escursione termica tra notte e giorno in questo periodo è 36 – 45 gradi. Non ho notato quanto corrono i giocatori.

Appunti07

I CONTROLLI PER LA SICUREZZA

Il popolo indiano si dice sia tendenzialmente pacifico, a parte qualche scaramuccia con il Pakistan e nello Sri Lanka. Saurabh, il nostro consulente, tiene a precisare che l’India non ha mai invaso paesi confinanti. Purtroppo però, i recenti attentati di matrice islamica (più povera e ignorante è la gente, più c’è speranza di reclutare religiosi che possono combattere per i nuovi “ricchi integralisti”), hanno forzato le autorità ad intensificare i controlli tutte le volte che si entra con le auto, ma anche a piedi, in hotel ed edifici pubblici. Giunti quindi all’hotel, viviamo sulla nostra pelle il minuzioso controllo.

Come in un agguato la guardia #1, proveniente da non si sa da dove, salta in mezzo alla strada parandosi di fronte al mezzo. Imbraccia un manico di scopa, alla cui estremità uno specchio gli permette di scovare sotto il motore (non il resto della macchina) eventuali ordigni.

La mano della guardia #2 entra dal finestrino anteriore sinistro e apre il portaoggetti (senza osservarne il contenuto).

La guardia #3 batte con violenza sul baule (se ci fosse un ordigno sarebbe già esploso per il contraccolpo), chiedendo che venga aperto. Appena la serratura scatta, la guardia solleva di 20 cm lo sportello e lo richiude (stessa curiosità della guardia #2).

A questo punto il mezzo, anche se fosse carico di 10 kg di esplosivo al plastico contenuto in un sacchetto sotto il sedile del pilota, può proseguire verso l’entrata dell’hotel, della scuola o della banca.

Possiamo procedere verso il portale-metal-detector (largo 70 cm), dell’entrata principale (larga 5,5 metri).

Il flusso di persone, è gentilmente pregato di lasciare le valigie (piene di tritolo?) agli uscieri che le portano nella hall senza attraversare il metal-detector.

Le borse delle signore e quelle dei pc, devono essere depositati sul tavolo di fianco, dove quattro guardie, di cui una sola operativa, ne verificano con meticolosità il contenuto: viene aperta una sola delle quattro cerniere e senza nemmeno aprire i due lembi, viene prontamente richiusa con un timido sorriso.

L’ospite dell’albergo invece subisce una fastidiosissima perquisizione: in confronto quei fastidiosi esami invasivi che si fanno dopo i quaranta anni, sono come mangiarsi un ghiacciolo all’orzata. Dopo aver fatto suonare a 80 decibel la sirena del metal-detector perché le sue tasche contengono: cellulare; chiavi … coltelli e 500 gr di plastico. Una guardia con paletta metal-detector portatile, ripassa l’ospite da capo a piedi (cinque secondi al massimo). Anche lo strumento portatile urla come un neonato affamato, ed essendo uno strumento progettato da un ingegnere ne ha tutte le ragioni, in quanto i quattro oggetti della lista precedente sono ancora nelle tasche. Dopo un sorriso e un “Welcome Sir”, ci si può tranquillamente dirigere nella lobby con tutto l’esplosivo contenuto nella borsa del pc, nelle tasche e nella valigia, facendosi brillare allegramente al grido di “Allah akbar” davanti alla gentilissima signorina della reception che ci accoglie con il tipico saluto indiano a mani giunte.

LA MOBILITÀ

Per chi ha qualche quattrino, l’auto è la massima ambizione. I giapponesi e i coreani hanno come al solito invaso l’India prima di qualunque altro Car Manufacturer. La Fiat è stata spazzata via dai monsoni Suzuki, Toyota e Hyundai. Tutto quello che ci rimane sono le Ape Piaggio e i taxi ricavati dalle vecchie 1100 anni ’50.

La moto rimane comunque ilAppunti15 mezzo di trasporto più utilizzato, in quanto risulta essere la naturale evoluzione della vecchia bicicletta. Come in gran parte dell’Asia, anche in India si è nati sulle biciclette e di conseguenza negli anni ’80-’90, l’India si ritrova a essere uno dei maggiori produttori mondiali di motocicli (la cilindrata best seller è tra i 125cc e i 350cc).

Abbiamo visitato solo tre città indiane, che per altro accolgono in tutto “solo” una popolazione di 52 milioni di abitanti (tutta l’Italia esclusa la Lombardia).

In questo piccolo spaccato di India, che nulla ha a che fare con l’aerea urbana del Golfo di Napoli e nemmeno con la periferia di Bari o Palermo, abbiamo visto che il casco lo indossano solo i motociclisti di Mumbai e solo rigorosamente i conducenti delle moto. I passeggeri sul sellino posteriore possono fracassarsi la testa liberamente in quanto la multa (130 rupie, circa 2 euro), viene data sempre e soltanto quando il conducente è senza casco. Saurabh ci dice che indossare il casco non è pratica comune in India e a Mumbay lo si indossa perché la polizia controlla in modo più severo.

LA TATA MANZA E LA TATA NANO

Lasciando da parte per un momento i taxi Ape Car da psicopatici, i risciò, le Fiat 1100, le moto “famigliari”, i pullman e camion che per misericordia divina riescono ancora a trasformare il moto alternativo dei pistoni in un moto rettilineo uniforme: cioè un terzo abbondante del parco veicoli indiano, solo due vetture moderne hanno particolarmente attratto la nostra attenzione: la Tata Nano e la Tata Manza (ndr. Oggi è in produzione solo un modello di Tata Nano, la GenX e costa meno di 2.000 euro, la Tata Manzo ha cambiato nome in Indigo).

La Tata Nano fa parte di un programma industrial/governativo, dove una delle più ricche famiglie indiane, la famAppunti16iglia Tata appunto, padrona di banche, palazzi, compagnie assicurative, latifondi, supermercati e, per hobby, anche della più grande casa automobilistica indiana, ha deciso d’accordo con il governo di lanciare sul mercato un interessante concetto.

In India, come in qualunque altro paese emergente, la logica che “la macchina deve un mezzo accessibile a tutti” non è condizione necessaria e sufficiente.

Se le auto possono essere fatte per tutti è anche vero che non tutti possono economicamente permettersi l’auto.

Per smentire con del gran fumo negli occhi questo luogo comune e contrastare la minaccia tedesca Smart, il governo indiano insieme a Tata decidono che è ora di progettare e costruire una vettura low-cost. La Tata Nano, è grande quanto una Chevrolet Matiz, un metro in più della Smart e senza aria condizionata costa sul mercato 2.500 euro, poco più che un piccolo scooter qui in Italia. I clandestini che vivono sotto i ponti guadagnando 30 euro al mese non se la possono permettere nemmeno ora, tuttavia probabilmente ci sono altri 125 milioni di indiani potenziali clienti.

Per quanto possa pensare la mente umana più perversa (quella maschile ovviamente), la Tata Manza non è una governante di facili costumi, non è una badante che si concede e neppure una procace baby-sitter. Appunti17La Tata Manza è quanto di meglio abbia potuto esprimere per il suo popolo l’industria automobilistica indiana.

La ricca famiglia indiana possessore di questo marchio ha voluto rifarsi, dopo quasi cento anni dalla teoria lungimirante del mitico Henry Ford, progettando una dignitosa autovettura alla portata di tutte le classi medie (costa circa 5.600 euro). E’ un’auto che fuori dai confini indiani non dovrebbe avere un grande mercato, ma l’impiegato medio indiano ne va fiero.

AL SUPERMERCATO

Daniele si è dimenticato alcuni oggetti a casa. Quale miglior occasione per visitare un supermercato locale vicino all’hotel e fare così di necessità virtù (lavoriamo in un settore commerciale parallelo), studiando il lay-out del punto vendita e i frigoriferi in esso contenuti?

La domenica sera è momento shopping sfrenato per l’indiano medio. Il supermercato brulica letteralmente di indiani che, contrariamente a quanto si possa pensare, non emanano fragranze orientali e profumi da Mille e una notte, bensì miasmi dei sottofondi di Delhi e una persistente puzza di sudore irrancidito.

I prezzi della merce sono ottimi, eccetto quelli dell’elettronica e degli elettrodomestici che, a detta di Santosh, i più furbi e facoltosi acquistano quando possono nella “vicina” Dubai.

Costo del carrello medio (ben pieno): 30-40 euro.

Ci caliamo nell’aspetto più professionale della trasferta e notiamo che il supermarket indiano è lungi dall’essere anche solo simile al più devastato hard-discount europeo, che è invece pieno di bellissimi murali refrigerati e pozzetti a spina.Appunti08

Rispetto ai trenta mobili refrigerati presenti in un supermercato europeo di pari superficie, qui ne abbiamo sette o otto, che potrebbero essere stati installati a seconda del punto di vista: 15 anni fa; due anni fa, ma presi sistematicamente a martellate dal personale del negozio negli orari di chiusura; sono stati appena installati e sono mobili di seconda mano, immaginiamo provenienti da un contrabbandiere dell’Arzebaijan, che baratta questi frigoriferi con sacchi di riso Basmati e curry (cambio: un mobile murale a cinque ripiani = un sacco di riso e 250gr di curry).

Appunti10La frutta e la verdura, come le uova, si vendono su tavoli a temperatura ambiente (come a volte anche da noi). D’altra parte perché spendere soldi per un frigorifero quando basta essere sicuri di vendere la merce in poche ore? E se avanza la merce? ”No problem Sir”. A giudicare da pochissimi vegetali che anche se impercettibilmente si muovono da soli, basta avere pazienza (indù docet), prima o poi qualcuno comprerà la merce ugualmente, anche il giorno dopo. La domanda che ci poniamo è: ma allora a che serve il supermercato se basta una bancarella?

Le condizioni all’interno del negozio non sono ovviamente a norma (25°C e 60% di umidità relativa), ma che ce ne importa! La pagate voi la bolletta per tenere accesa 24/24 l’aria condizionata con questo caldo e questa afa? Tanto poi qui di carne se ne mangia poca e la si copre sapientemente di spezie.

Le vasche per surgelati sono ricoperte di ghiaccio, perché il ciclo di sbrinamento qui potrebbe essere evidentemente confuso per un micro effetto serra localizzato che il dio della siccità ha mandato per punire i poveri indiani.

I due frigoriferi murali devastati dalle martellate, con un tubo neon si e tre no, soffiano un sottile refolo d’aria a temperatura leggermente inferiore a quella ambiente fra polli sdraiati sugli scaffali in costume da bagno. Ma le bibite in bottiglia, quelle no, quelle sono sapientemente conservate a 10°C in bottle-coolers cinesi chiusi da porte appannate. Perché la bottiglia deve essere conservata fresca! Infatti, una volta portata in coda alla cassa, dopo il giro del supermercato a 27°C, potrà essere collocata nel baule della macchina parcheggiata al sole a 50°C e trasportata fino a casa propria, dove verrà stappata e gustata alla verosimile temperatura di 30°C. Niente paura, l’India è un paese emergente. La Grande Distribuzione Organizzata l’avrà vinta prima o poi e un miliardo di indiani potranno finalmente mangiare il cibo che si meritano, alle condizioni igieniche che si meritano.

Nel supermercato More della Birla (uno dei più grandi gruppi industriali indiani), a dimostrazione del fatto che i tempi sono cambiati e il contagio da batteri e virus per trasmissione fisica è ormai un remoto ricordo, si è deciso che le granaglie e il riso devono essere venduti sfusi. Il riso Basmati, i legumi secchi e granaglie di vario tipo, sono esposti in enormi fusti di acciaio inossidabile, accostati l’uno all’altro a creare un’accattivante composizione di colori. Appunti11I clienti adulti del supermercato, possono tranquillamente toccare la merce nei bidoni assicurandosi della freschezza e della consistenza del prodotto. In questo caso, essendo l’adulto alto 1,7 m e il bidone un metro, il contatto fisico avviene soltanto tramite mani più o meno sporche che tastano da un bidone all’altro. La parte più interessante è invece quando insieme agli adulti si avvicinano agli stessi bidoni bambini alti 1-1.2m. In questi casi il contatto con le granaglie avviene attraverso diverse parti del corpo: mani, mani unte, mani lerce, braccia impolverate, giocattoli impugnati dal bambino, testa (parte anteriore con relative secrezioni umorali) e testa (parte posteriore con capelli e popolazione degli stessi).

QUEL CHE RESTA DELLA DOMINAZIONE INGLESE

Gli inglesi non riuscivano a pronunciare il nome Mumbai e così lo trasformarono in Bombay. Non riuscivano a pronunciare nemmeno il nome Bengaluru, così l’hanno chiamato Bangalore.

Quando parlo con Saurabh della colonizzazione inglese, sono evidenti le due facce di questo periodo storico durato quasi 200 anni. Saurabh mi dice che la prima cosa che un indiano racconta di questi 200 anni di storia dell’India, è sempre la fine: Gandhi. Mi dice che l’unicità della rivoluzione non violenta è stata la liberazione di questo popolo avvenuta in un modo mai vissuto prima dall’umanità, e mai ripetutosi dopo l’esperienza indiana.

Quando si prova a scavare e a capire che cosa è rimasto nelle nuove generazioni di quei 200 anni, che non sono quindi una piccola parentesi, è come svestire un corpo pudicamente coperto di veli.

Timide frasi sfiorano le orecchie come: “con loro abbiamo costruito strade, abbiamo organizzato un piano regolatore, sono nate città, si è messo in piedi un sistema scolastico aperto più o meno a tutti, abbiamo avuto la ferrovia. Forse da soli non saremmo arrivati in così breve tempo a essere quello che siamo oggi”.

A questo punto ho cambiato discorso, perché io stesso ero disorientato da questo modo di parlare dell’Impero Inglese e ho chiesto informazioni su usi e costumi.

IL LAVORO

Quando siamo atterrati a Delhi, il nostro tassista ci aveva avvisato: trovare lavoro per il ceto medio basso è facile, ci sono tanti lavori mal pagati che tutti possono svolgere. Trovare lavoro per chi ha un’istruzione media, o non è comunque un genio da IIT (Indian Institute of Technology), è molto difficile.

Per poter evitare quindi la sommossa popolare e poter garantire centinaia di milioni di voti al governo, in India si sono organizzati così:

1) Si inventano i posti di lavoro: aiutante del cassiere del supermercato, aiutante del portiere d’albergo, aiutante, dell’aiutante del muratore, junior assistant of the deputy Senior Manager. Anche scaricare una macchina all’ingresso di un albergo richiede molto personale specializzato.

Appunti122) Si concede una superficie a tutti. A Mumbai per esempio, famosa per essere una delle città più accoglienti (cioè che non respinge nessuno) dell’India, anche i marciapiedi sono subaffittati da chi li ha presi in affitto dalla municipalità. Nella periferia di Mumbai i marciapiedi non esistono (ma questa è la norma), tuttavia dove ci sono non si vedono, perché diventano suolo di qualche bottega o abitazione. Quando poi si è fortunati e si ha la bottega di 2m x 2m, allora con un soppalco che sfida le basilari leggi della fisica e della gravità, si realizza un vano che diventa la stanza da letto e il gioco è fatto. Chi non ha la fortuna di avere bottega, almeno a Mumbai può accontentarsi dei ponti.

LA FAMIGLIA E LA CONDIZIONE FEMMINILE

In India il 70% delle coppie si sposa con un matrimonio combinato dalle relative famiglie di provenienza. Come tutte le civiltà cresciute però con un piede nella realtà ed uno in Internet, la ricerca dell’anima gemella da parte delle famiglie di origine non avviene più nei templi o nelle piazze delle città, ma attraverso siti internet specializzati.

Il nostro uomo, Santosh (residente a Dubai e di origine indiana), addirittura sembra voler dare una pennellata romantica a questo processo del matrimonio combinato. Santosh dice, pensando di essere molto più socialmente sensibile dei cibernauti, che un altro sistema per trovare la sposa o lo sposo casualmente, è quello di risalire nella ricerca ai cognomi di famiglie facenti parte della stessa tribù, casta o area geografica d’origine. Cool!

Appunti13Si cerca sempre di risolvere democraticamente i problemi di coppia: le famiglie dello sposo e della sposa si riuniscono e cercano di dipanare il groviglio che si è creato all’interno della giovane coppia. Per quanto questo approccio abbia del saggio e io stesso sia portato a considerarlo vagamente interessante, mi domando quanto possa avere un senso nella società di oggi e applicato in un paese che non sia considerato emergente come l’India.

L’imbarazzo poi mi assale solo al pensare a una problematica di tipo psico-sessuale. Quale il valore aggiunto delle famiglie di origine in questo caso specifico? Saurabh si sforza di convincermi che il dato di fatto è che l’India ha nel mondo la percentuale più bassa di divorzi, ma ancora una volta non replico e rimango a pensare che era così anche in Italia negli anni ’50.

Gli indiani formalmente salutano con le mani giunte, al petto. Fanno un lieve inchino e pronunciano la parola Namashkar. Il non toccare in alcun modo l’altra persona deriva, come anche per gli arabi, dal fatto che in passato la scarsità di medicinali, le epidemie e il caldo umido, obbligavano a evitare contatti fisici tra gli esseri umani onde limitare il più possibile il rischio di contagio.

Fra membri stretti della famiglia invece, nel saluto, le persone più giovani si inchinavano a toccare i piedi di quelle più vecchie.

In questo viaggio ci ha accompagnato, oltre a Saurabh, anche la sua assistente: Deepika. Deepika ha 28 anni e arriva con fatica a 155cm di statura.

Da quegli occhiali dalla grossa montatura nera, fa capolino uno sguardo sempre timido e interrogativo. Mi sembra sempre imbarazzata dalla presenza di questi “top-manager” italiani. Dopo un meeting le ho chiesto se per caso non portasse il Bindu (il pallino rosso sulla fronte delle donne) perché ancora nubile, ma mi dice che il Bindu non significa necessariamente donna sposata. Le donne sposate hanno (solo a volte) una riga rossa sulla fronte o nella scriminatura dei capelli.

Per l’ennesima volta, all’uscita dell’edificio sede della catena Hypercity, la nostra comitiva lascia Deepika per ultima. La attendo al varco, tenendole la porta aperta per farla uscire prima di me, sembra quasi sbigottita.

Saurabh in macchina mi dice che è consuetudine in India lasciare le donne per ultime. Gli uomini precedono sempre per tradizione. Nel paese della giungla, con tigri e serpenti, gli uomini dovevano sempre aprire la strada per proteggere le donne da eventuali insidie. Ho pensato che pur avendo visto vacche per le strade e asini che correvano in corsia di sorpasso, né a Delhi, né a Mumbai avevo incontrato tigri o serpenti; mi domandavo quindi per quanti anni ancora la povera Deepika avesse dovuto passare per ultima dalle porte.

CITTÀ A CONFRONTO

Durante il viaggio mi è spesso capitato di assimilare le città visitate in India con un loro ipotetico analogo italiano, così Delhi per me assomigliava a Roma; Mumbai a Milano e Bengaluru a Torino.

Nuova DelhiDelhi (Roma) è sede governativa: tutto è dovuto, niente è dovuto. È motore e nello stesso tempo zavorra di questo paese. Qui l’automobile comanda a prescindere da chi sei. Se sei a piedi, sei già un cadavere che cammina. È un forno di città e non è fatta per le donne. Il rischio stupro è generalmente elevato. Ho visto pochissime persone chiedere elemosina ai semafori. Ha rappresentato il mio arrivo in India e mi ha lasciato mal di testa e pressione bassa.

Mumbai (Milano) è la ciMumbayttà del commercio, incasinata come la circonvallazione milanese alle 8:45. Anche qui è un forno, ma almeno c’è il mare. C’è spazio per tutti, ogni centimetro di strada e marciapiede viene occupato, ma la città, circondata per tre lati dall’acqua, può crescere solo in una direzione. Si dorme sotto i ponti o nel soppalco di un negozio

È la città di Bollywood e la città delle prostitute, alcune ragazze neo-attrici che non sono riuscite a sfondare nel cinema. È ricca di palazzi vittoriani ma puzza di fogna, perché il mare è una fogna a cielo aperto.

BengaluruBengaluru (Torino) è la città delle software-houses, la città dei giovani ingegneri emigrati nella Silicon Valley, in California. C’è un bel clima e bella gente. Mediamente è più pulita delle precedenti due città. Ha rappresentato la voglia di tornare in Italia.

E torniamo in Italia. Sbronzi di thè, puzziamo di spezie e il nostro stomaco brucia di peperoncino.

Ho molta confusione nella testa: i paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) fanno quasi tre miliardi di abitanti, più del 40% della popolazione del globo.

Che ne sarà di noi, paese di poeti, santi e navigatori se questi signori, anziché trovare un lavoro e un alloggio ai poveracci di Mumbai, una mattina alzandosi dovessero decidere che con qualche spicciolo a disposizione sarebbe bello comprarsi non una società (azienda) italiana, ma l’Italia intera?


Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

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Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

Finalmente ai piedi del Kailash, l’incontro con un’altra carovana e il saluto di un’aquila reale

testo  e foto di Carlo Polvara

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La notte è trascorsa tranquilla, i sacchi a pelo d’altura proteggono adeguatamente. Facciamo colazione di buon’ora e quindi procediamo a levare il campo. Ci dirigiamo verso Paryang poi, superato il villaggio di Samsang, giungeremo al lago Manasarovar. Rohit scruta il cielo mentre Narayan e Hari eseguono i necessari controlli dei mezzi prima della partenza.
Inna ha gli occhi sognanti, lo sguardo fisso verso occidente.
Per quanto mi riguarda dal momento del risveglio sto pensando ad alcuni scritti di Gary Snyder, poeta e saggista americano: non che i suoi lavori abbiano particolari attinenze con questi luoghi ma il suo profondo amore per la natura e la ricerca di nuovi percorsi di conoscenza e di adesione quasi sacrale a un nuovo principio di spiritualità me lo fanno sentire particolarmente vicino. Snyder, vincitore nel 1975 del premio Pulitzer per la poesia, è considerato da taluni uno dei più solidi animatori del primo periodo della Beat Generation: Jack Kerouac fu ispirato dalla sua figura tanto da assegnargli il ruolo principale nel suo “I Vagabondi del Dharma” con il nome di Japhy Ryder.
Gli autisti ci fanno cenno che possiamo metterci in marcia: carichiamo gli zaini e iniziamo a inoltrarci lungo una pista leggermente sconnessa che non presenta particolari problemi.
Tutt’intorno è una meravigliosa distesa semidesertica attraversata da lame di luci cangianti; alla nostra sinistra l’Himalaya mostra tutta la sua imponente bellezza che si tinge di giallo e di rosa. Procediamo per un po’ nel più assoluto silenzio rotto solo dal costante borbottio dei motori dei mezzi. D’improvviso, mentre risaliamo un’altura, Narayan ferma con decisione la jeep e ponendo un braccio fuori dal finestrino ci fa segno di guardare davanti a noi: sul bordo della pista, a non più di venti metri di distanza, si mostra, maestosa, un’aquila reale. è una visione quasi innaturale, un esemplare davvero enorme che ci fissa immobile, solo il capo tende al movimento.
Inna, sbalordita, non può credere d’essere destinataria di un’immagine di così raffinata e struggente bellezza. Rohit mi fa cenno di scendere dal mezzo ma di rimanerne accostato. Non faccio in tempo a eseguire quanto indicatomi poiché l’aquila, probabilmente disturbata dalla nostra presenta e stanca d’osservarci, in un attimo prende il volo dispiegando senza rumore alcuno le imponenti ali. Pochi secondi dopo sentiamo le sue strida e voglio pensare che ci stia benevolmente salutando. Giungiamo a Paryang che altro non è se non un piccolo villaggio attraversato da stretti viottoli fangosi. Facciamo una breve sosta per bere un thè: ne offriamo anche a una famigliola che, incuriosita dal nostro arrivo, si è avvicinata ai nostri mezzi.
Attraversato un vasto pianoro e superate alcune salite giungiamo a Samsang che oltrepassiamo senza ulteriori soste (d’altro canto Samsang non offre nulla se non mostrare pochi e decrepiti tuguri).
Ci stiamo avvicinando senza troppi intoppi al lago Manasarovar e, d’un tratto, Inna pone la sua mano sul mio braccio. La guardo e vengo attraversato dalla profondità dei suoi occhi acquamarina.

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“Carlo, credi che troveremo una parte di redenzione compiendo questo viaggio?”
“Redenzione? E perché dovremmo redimerci?”
Inna stringe ancora di più la sua mano “Perché ognuno di noi non è a conoscenza delle conseguenze negative che le nostre azioni, i nostri gesti quotidianamente producono”.
La osservo con malcelata circospezione “Se agisci per il bene, con tutto ciò che questo comporta, e se segui regole morali ed etiche costantemente rivitalizzate, non credo sia necessario intervenire sulla questione delle conseguenze del nostro agire”.
“La tua risposta non è particolarmente apprezzabile Carlo, forse sarà meglio tornare sul tema una volta percorso il kora del Kailash. In ogni caso, ti infastidiscono le mie preghiere serali?” “Vedi Inna, quando entriamo in tenda e ci copriamo con i sacchi a pelo provo solo un gran senso di lieve serenità. E comunque non indago, nemmeno con l’udito, sul tuo credo”.
La breve conversazione si chiude così, Inna toglie la sua mano dal mio braccio e torna a guardare davanti a sè.
Verso il tardo pomeriggio giungiamo sulle sponde del Manasarovar: il tempo è buono e nonostante inizi a imbrunire riusciamo a coglierne l’estesa e ammaliante bellezza. Un antico poema narra che le acque del lago sono come perle e berle significa cancellare i peccati di cento vite. Sulle sue sponde si ergono piccoli monasteri, meta dei devoti che decidono di affrontarne il kora, un percorso di circa 90 chilometri. Giunti nei pressi del monastero di Seralung, Tseren individua una spianata erbosa e qui piantiamo il campo.
Si è fatto buio ma non piove e non fa particolarmente freddo quindi si decide di consumare la cena all’esterno delle tende. Rohit, aiutato dal fido Narayan, ne inizia la preparazione. Tseren accende un piccolo fuoco e Hari, con una piccola torcia stretta tra i denti, controlla minuziosamente i motori dei due mezzi. Inna è momentaneamente scomparsa; sto imparando a conoscerla, a quest’ora si pone in una condizione di profondo raccoglimento spirituale ed è cosa che non prevede spettatore alcuno.
Consumata la cena ci attardiamo un poco a conversare poi, quando l’aria inizia a farsi più pungente, entriamo nelle tende. Inna accende una microscopica candela votiva e inizia a pregare; dalla tenda vicina sento le nostre quattro guide che parlano lentamente in lingua nepali, ogni tanto una risata, sommessa. Qualsiasi sia l’oggetto della loro conversazione è piacevole ascoltarne il suono, quasi una delicata litania. Dallo zaino recupero il rubino che mi ha donato Kai a Kathmandu: è la prima volta che lo faccio da quando siamo partiti. Lo guardo con particolare attenzione e con le dita sento le piccole asperità che percorrono il cristallo incastonato nella roccia scura; la sensazione tattile si traduce immediatamente in una sequenza di immagini che mi pervadono e che, per un attimo, mi proiettano in una dimensione primigenia. Ripongo il rubino e mi accingo a leggere alcune pagine del “Grande Sertao” di Guimaraes Rosa. Il sonno non tarda ad arrivare e Inna, dopo avermi augurato il meglio per la notte, si pone su un fianco e inizia a dormire: sono attraversato da un profondo senso di rilassatezza e non tardo a seguirla.
Al risveglio usciamo prontamente dalle tende e rimaniamo quasi abbacinati dallo spettacolo che ci si pone davanti: la mattina è luminosissima e il lago Manasarovar è quanto di più spettacolare e affascinate si possa aver la fortuna di osservare. I nostri quattro compagni stanno già preparando la colazione che consumiamo con calma scambiandoci commenti sul luogo ove siamo. Tseren, in passato, ha condotto un piccolo gruppo lungo tutto il kora del lago e ci rende partecipi di alcuni suoi ancor vividi ricordi.
Inna, rivolgendosi a lui e a Rohit, chiede di poter affrontare almeno un tratto del percorso. In teoria dovremmo dirigerci direttamente a Darchen ma è ancora presto, il tempo è buono e comunque la partenza per il Kailash è prevista per domani.
Quindi smontiamo il campo e mentre Narayan e Hari si dirigono verso i mezzi dove ci aspetteranno, noi quattro ci incamminiamo verso la sponda del lago.
Iniziamo il percorso in senso orario come se il lago fosse una immensa ruota di preghiera.
Guardo Inna: si è appena scompigliata i lunghi capelli e con passo veloce precede tutti noi.
Percorsi alcuni chilometri Rohit, che è rimasto leggermente attardato, ci chiama e ci indica che da nord-est stanno arrivando velocemente dense ed estese formazioni di nuvole scure e minacciose. Sostiamo un attimo, ognuno di noi ha lo sguardo puntato sulle acque del lago, ognuno di noi è percorso da sensazioni probabilmente mai conosciute, profondità mai esplorate.
Iniziamo quindi a tornare sui nostri passi quando Inna mi ferma e si pone davanti a me.
“Carlo, io vorrei fermarmi qui ancora un giorno”. Noto una lacrima che le percorre il volto. “Inna sai bene che non è possibile. La nostra tabella di marcia è stata definita con molta attenzione, abbiamo ancora tanto cammino da fare e tanta strada da percorrere. Dovesse accadere qualche imprevisto saremmo fuori tempo massimo; se al rientro dovessimo arrivare al confine in ritardo rispetto alla data indicata sui visti, le autorità cinesi ce la farebbero pagare cara. Qui è davvero meraviglioso ma dobbiamo assolutamente dirigerci verso Darchen”.
Lei non mi risponde, sembra rassegnata, mi guarda e noto un’altra lacrima che scorre lungo le labbra. Le pongo un braccio sulle spalle “Dai Inna, andiamo, domani sarà un altro giorno di bellezza”.
Dopo poco meno di due ore raggiungiamo i mezzi e appena ripartiti inizia a piovere intensamente.
Poco male, siamo al coperto e la pista che porta a Darchen non è molto disagevole.
Giungiamo in paese con i fari accesi sotto l’acqua battente; Tseren sa dove condurci e in poco tempo raggiungiamo la locanda dove sosteremo per la notte. Il posto non è particolarmente invitante ma si tratta solo di poche ore. Prendiamo accordi per due stanze e per la cena, la colazione di domattina sarà a nostra cura. All’esterno alcuni piccoli gruppi di viaggiatori protetti da robusti impermeabili si confrontano sul da farsi per l’indomani: compresi Inna e io saremo al massimo una quindicina.
Consumiamo una cena frugale irrobustita, fortunatamente, da una densa zuppa preparata da Rohit. Tseren ha già provveduto a contrattare l’affitto di uno yak che lungo tutto il percorso trasporterà le tende, vivande e quanto di necessità. Andiamo a letto presto, domani inizierà la vera fatica. La mattina si presenta non piovosa e questo ci conforta; consumiamo un’abbondante colazione poiché oggi dovremo raggiungere una quota intorno ai 5.200/5.300 metri di altitudine dove, verosimilmente, troveremo alloggio presso qualche tenda di nomadi.
Dallo zaino recupero un paio di barrette di cioccolato e altrettante di cereali, un paio di mele, müesli e pongo tutto nell’ampia tasca esterna.
Salutiamo i due autisti che ci aspetteranno qui sino al nostro ritorno; Tseren ci indica che è ora di metterci in marcia, usciamo quindi dal paese per raggiungere l’inizio del sentiero.
Percorsi non più di quattrocento metri incontriamo un gruppo di cinque viaggiatori (li avevo notati la sera precedente): uno di loro è in evidente difficoltà. Ci fermiamo a informarci per capire se possiamo essere d’aiuto. Sono austriaci, ci dicono, e il loro compagno non sta decisamente bene. Tseren si avvicina, guarda l’uomo e gli chiede quali siano i sintomi: il soggetto è in leggero stato confusionale, ha gli occhi semi chiusi e comunque riesce a rispondere di accusare nausea profonda, respirazione accelerata, mal di testa, forti dolori alle spalle e le gambe proprio non gli reggono. Tseren mi guarda e mi dice “Devono scendere subito, mal di montagna, non va bene, c’è rischio grosso”.
Darchen è posta a più di 4.700 metri di quota e forse quest’uomo non si era mai misurato con una simile altitudine. Il cosiddetto mal di montagna, se trascurato, può essere fatale: come prima cosa si deve scendere di quota ma qui non è semplice dato che il plateau è quasi tutto sopra i 4.000 metri.
In ogni caso convinciamo il gruppo a scendere fino al paese e lì verificare la presenza di un dottore. Ci accomiatiamo e riprendiamo la marcia ognuno con il suo passo, l’importante è rimanere a distanza di sguardo e di voce. Stiamo salendo verso il piccolo monastero di Chuku, da lì il sentiero piega leggermente verso destra e la pendenza inizia a farsi più aspra. Sulla nostra destra s’erge maestoso il monte Kailash la cui sommità, posta a oltre 6.700 metri, è avvolta da dense nuvole bianche.
La vetta del Kailash, montagna sacra per Indù, buddhisti, giainisti e seguaci del credo Bön (una sorta di animismo) è tutt’oggi inviolata (e speriamo lo rimanga). A sinistra un alto spallone roccioso presenta grossi ed evidenti fori che ne segnano il fronte.
Tseren ci spiega che oggi come un tempo i pellegrini che si trovano ad essere investiti da improvvise e violente tempeste si rifugiano all’interno di piccole caverne il cui accesso è rappresentato proprio da quei fori.
Guardo Inna che sembra essere particolarmente attratta da quanto appena detto.
“Inna non attardarti” le dico “non starmi troppo distante”. Improvvisamente sento di essere diventato particolarmente protettivo nei suoi confronti, forse a causa del suo sguardo sognante o forse solo perché qui sono così e non c’è null’altro da chiedersi.
Procedo di altri duecento metri, mi volto e non la scorgo più…
Inizio a gridare “Inna! Inna dove sei?” Alcuni pellegrini superandomi mi guardano sorpresi… Chiedo a loro se più in basso hanno visto una donna con i capelli lunghi e biondi. Mi fanno cenno di no e proseguono il loro cammino.
Ridiscendo velocemente di un centinaio di metri e riprendo a chiamarla e a urlare, scruto in ogni dove ma nulla. Nel frattempo noto che Tseren (che ha affidato lo yak ad un’altra guida incontrata lungo il sentiero) e Rohit mi hanno già raggiunto e nel dichiarare a loro che sono abbastanza preoccupato sottopongo l’ipotesi di rinunciare al kora per porsi alla ricerca di Inna. Tseren guarda verso i fori nella roccia che dista circa trecento metri da noi e dichiara che sicuramente la donna si è diretta là, spinta da un’indomita curiosità; probabilmente è all’interno di una grotta e non riesce a sentire i richiami (la sua intuizione risulterà vincente). La nostra guida tibetana ci invita a proseguire il cammino, penserà lui a recuperare Inna.
Rohit mi conforta “Carlo, stai tranquillo, Tseren non ha mai perso nessuno”.
Dopo un paio d’ore, in un punto di sosta dove ci stiamo rifocillando, veniamo raggiunti da Tseren e da Inna, allegra e sorridente, apparentemente per nulla stanca.
Porgo anche a lei qualcosa da mangiare e poi rompo il silenzio “Inna la prossima volta fermi qualcuno di noi e ci informi delle tue intenzioni… siamo un piccolo gruppo e dobbiamo rimanere collegati” il mio tono non è particolarmente amichevole.
“Non potevo non andare a guardare… non so se tornerò mai al Kailash e proprio non potevo rinunciarvi” lo sguardo intenso mi disarma e comunque sarebbe inutile e infantile fare polemiche. “Ok Inna” le rispondo con tono tornato amichevole “d’ora in poi rimaniamo collegati”,  le faccio una carezza e riprendiamo il cammino.
Lungo il percorso incontriamo piccoli stupa votivi fatti di semplici pietre e bandiere di preghiera e alcuni piccoli cimiteri; la salita si è fatta più impegnativa e inizio ad accusare un po’ di stanchezza.
Rohit rimane due metri dietro Inna, meglio essere prudenti; superato un ultimo tratto particolarmente erto giungiamo su di un ampio ripiano erboso ove sorgono alcune tende di nomadi: questo sarà il nostro campo per la notte.
Tseren, dopo aver messo in sicurezza lo yak, ci conduce nei pressi di una tenda un poco più grande delle altre: ne esce un uomo che gli stringe la mano, scambiano poche battute poi l’uomo ci fa cenno di seguirlo all’interno. Depositiamo gli zaini vicino a una cassapanca riccamente decorata: le pareti interne sono quasi integralmente rivestite da coloratissimi teli votivi; al centro c’è una stufa rudimentale che funziona con panetti di sterco diseccato misto a erbe aromatiche. L’aroma che si diffonde all’interno del piccolo ambiente è decisamente gradevole così come quello che si sprigiona dalle tazze colme di un thè molto denso che ci viene prontamente offerto.
L’uomo che ci ospita non è solo, ha con sé anche la sua famiglia: una giovane moglie sorridente, un ragazzo sui dodici anni e due figli più piccoli.
La moglie sta già attendendo alla preparazione della cena, Rohit le porge alcune cose tratte dallo zaino delle vivande mentre Tseren parla fittamente con il nostro ospite.
Esco dalla tenda e scruto in alto verso la vetta del Kailash, ancora avvolta dalle nubi. Inna è dietro di me “Sai Carlo, erano almeno dieci anni che pensavo a questo viaggio, l’ho immaginato, l’ho sognato più e più volte. E tu?”
“L’idea di venire qui mi è nata l’anno scorso quando sono andato a Lhasa. Alloggiavo nel quartiere tibetano: una sera mi trovavo a cena con due ragazzi danesi che pur non essendoci mai stati me ne parlarono con tale entusiasmo che ne fui completamente coinvolto.”
Nelle poche tende vicine alle nostre fervono i preparativi per la cena; scorgiamo un piccolo gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto lungo il percorso: provengono da Monaco di Baviera e dopo il kora del Kailash rientreranno in Nepal per recarsi a Pokara nella zona occidentale del Paese e quindi prendere la via per il kora dell’Annapurna.
Hanno molto tempo a loro disposizione e nei loro confronti provo un po’ di sana invidia.
Ceniamo e poi iniziamo i preparativi per la notte: la stufa viene adeguatamente caricata e, mentre stendiamo i sacchi a pelo, ci vengono offerte anche due pesanti coperte di lana di yak.
Il sonno sta per arrivare e mi sento di esprimere una raccomandazione alla mia compagna di viaggio. “Inna, domani sarà abbastanza dura, mi raccomando”.
“Non ti preoccupare, mi sento bene, andrà tutto bene”.
La mattina, al risveglio, provo la sensazione d’essermi appena addormentato. A parte Inna, che dorme ancora profondamente, sono già tutti in piedi e tutti si muovono con estrema circospezione per non disturbare chi ancora non si è risvegliato.
Quando la mia compagna di viaggio ci raggiunge iniziamo a consumare un’abbondante colazione: nuovamente pongo nella tasca esterna del mio zaino alcuni prodotti di prima necessità. Tseren risolve il pagamento per l’ospitalità offertaci e, dopo brevi saluti, partiamo alla volta del passo di Drom-La a 5.750 metri di quota: il Kailash per un breve istante mostra la sua vetta, contemporaneamente bellissima e misteriosa, libera dalle nuvole.
Il sentiero si presenta subito aspro e inizio a sentire un leggero deficit d’ossigenazione; superato un piccolo cimitero noto che Inna si attarda, cammina molto lentamente, è in evidente difficoltà.

 


Il Kailash – parte 3 – Sulle piste dell’altopiano

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Il Kailash – parte 3

Sulle piste dell’altopiano

In camion verso il confine tibetano cinese e Zhongba. Pioggia, piccoli incidenti e nuovi incontri

Testo e foto di Carlo Polvara

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Ieri sera il tempo è trascorso piacevolmente: Saikhan ha cenato abbondantemente e ha mostrato di apprezzare tutto quanto è stato portato in tavola. Ragazzo gentile, poco loquace ma di grandi sorrisi; si è accomiatato presto, doveva tornare al suo lavoro e di sera con la pioggia battente diventa tutto un po’ più faticoso.

Inna mi ha fatto qualche cenno sulle sue origini: dalla Russia nord-occidentale i genitori si spostarono in Finlandia. Erano ancora molto giovani, i tempi erano duri a causa degli eventi bellici, ma avevano stretto un patto che li portò a consolidare la loro unione e a fare casa e poi una famiglia Inna è nata agli inizi dei ’60 e a sedici anni ha iniziato a viaggiare per l’Europa, per poi trovare fissa dimora in bassa Toscana, lungo il confine con il Lazio.

Mi racconta che rimase letteralmente ammaliata da Pitigliano.

“Sono passati tanti anni Carlo, allora avevo un fidanzato che non scendeva mai dalla sua Norton e quindi eravamo sempre sulle strade. Quando arrivammo a Pitigliano credetti di non potermi riprendere dall’emozione che provai nello scorgere il borgo abbarbicato sulla rocca di tufo. Impiegai un attimo per decidere di trasferirmi in quei luoghi. Il mio fidanzato prese altri percorsi”. Kathmandu è anche questo: riesce a farti raccontare di te.

Siamo seduti all’interno di una terrazza coperta, piove ma non ce ne curiamo: da un internet cafè posto sotto di noi ci arriva il flusso di una musica lieve, una sorta di lounge sound arricchito da sonorità prettamente indiane.

Voglio tornare nella mia stanza e ricordarmi di mettere nello zaino il rubino che Kaí mi ha donato. Saluto Inna: “A domani”. “Si, alle sei … non tardare. Io sono puntuale”.

Arrivato alla pensione do un ultimo sguardo alle strade e ai viottoli invasi da acqua e fango, scalpiccio di piedi e profumi di pietanze che arrivano da luoghi vicini.

Il mio zaino da 110 litri è praticamente pronto ma io a volte divento noioso con me stesso e quindi lo svuoto per ricontrollare tutto quanto mi servirà per il viaggio.

Al Thamel ho acquistato alcune cose: una felpa d’altura, un paio di corde da venti metri (non so se e come le userò ma già in passato il cordame di montagna si è rivelato un aiuto essenziale) e una torcia. Nel quartiere sono presenti non pochi negozi che vendono materiale tecnico d’alpinismo. Il fatto è questo: gente da tutto il mondo (più o meno esperti, più o meno consapevoli) convergono a Kathmandu per organizzare le spedizioni che poi porteranno i gruppi di punta a raggiungere le vette dell’Himalaya. Sulla via del ritorno per molti di loro risulta più comodo e conveniente lasciare tutto quanto si è portato dalle proprie terre in loco: una quantità indefinita di squadre e spedizioni ritiene opportuno, per questioni di tasse imposte al rientro delle merci nei luoghi di appartenenza, abbandonare o svendere le proprie attrezzature prima del rientro. È un vero mercato legato ad una altissima tecnologia di salita e alla sopravvivenza stessa; non manca nulla, dai nuts (sorta di cubetti di varie dimensioni da inserire nelle fessure delle pareti verticali per potersi assicurare e quindi procedere) ai sacchi a pelo che garantiscono copertura sino a meno 40 gradi, poi l’abbigliamento tecnico, corde, caschi, amache da bivacco in parete, chiodi, geolocalizzatori e cibo liofilizzato.

Anche questo è il Thamel.

Sei meno dieci, sono sul posto e già trovo presenti Rohit, Narayan e Hari. Tseren salirà a bordo a Kodari. Inna non c’è.

Sei meno cinque, un caffè veloce e un ultimo controllo allo zaino. Guardo all’interno del camion: sul pianale sono collocate le riserve alimentari che ci serviranno lungo il viaggio. Non indago più di tanto, mi fido di questi uomini. Kapil mi guarda di sottecchi e mi sorride: nel mentre definisce gli ultimi dettagli di viaggio con Rohit.

Sei meno due e dall’angolo della via compare Inna.

Questa donna, accidenti, è veramente bella stamani anche se il suo sguardo risulta un po’ accigliato. Ci siamo tutti: Kapil ci porge i documenti personali e i necessari visti d’ingresso per il territorio tibetano/cinese.

Saliamo sui mezzi: non ci vuol molto per uscire dall’abitato di Kathmandu. Le strade sono fangose ma in pochi minuti ci troviamo ad attraversare la valle che conduce a nord, verso le impervie salite che conducono al Passo di Kodari. Un centinaio di chilometri circa.

 

In questo momento, mentre Narajan guida la jeep osservato con scrupolosa attenzione da Rohit, torno a guardare Inna, affaccendata nel porre ordine in un piccolo zaino di supporto (quello grande è sul camion). Sento che tutto sta andando per il meglio e avverto una spinta che vorrebbe, in pochi istanti, condurmi verso il Kailash. Minuti, fraseggi di pensieri, lampi e impalpabili emozioni. Poi, mentre la strada si fa più tortuosa, mi torna alla mente un romanzo che lessi un po’ di tempo fa: “La Scoperta della Lentezza” di Sten Nadolny. Ecco, un incedere malinconico ed elegante, una vita attraversata e raccontata non per aver voluto cronometrare il tempo del proprio incedere ma per aver trovato conoscenza nell’uso delle mani e dei piedi, profondità negli sguardi di altri, nuovo fluire attraverso il dolore di assenze estese e silenzi verticali.

Mentre saliamo al Passo di Kodari la strada si fa sempre più accidentata: in questo periodo dell’anno le violente piogge monsoniche penetrano negli sterrati e provocano regolarmente frane e smottamenti. Procedendo incontriamo gruppi di operai, spesso tibetani, che in condizioni a dir poco disagevoli provvedono al ripristino di una seppur precaria viabilità. Nei pressi di una strettoia siamo costretti ad una breve sosta per consentire il passaggio ad alcuni mezzi che giungono in senso contrario al nostro. Guardo questi giovani operai lavorare tra il fango e le rocce e odo i loro canti che, ritmando l’azione collettiva, si levano dai volti sudati inseguendo le correnti dei venti che in queste zone muovono il respiro e il pensiero.

Lungo la strada alcuni camion carichi di merci rimangono bloccati con l’asse posteriore sprofondata nel terreno: gli autisti sono abituati a questi piccoli incidenti, aspettano calmi che gli stessi operai vengano in loro aiuto, sistemando le massicciate. Con un paio di sigarette si risolve il compenso a loro dovuto per il lavoro svolto.

Kodari è una specie di piccolo villaggio, ultimo avamposto per poter provvedere a eventuali approvvigionamenti prima di superare il Ponte dell’Amicizia che, dopo una stretta e profonda gola rocciosa, conduce alla frontiera cinese e poi all’interno del paese di Zhangmu.

Ci fermiamo giusto quanto serve per consentire a Rohit di presentarsi all’incontro con Tseren che lo sta aspettando all’interno di una baracca adibita a spaccio alimentare. In breve i due ci raggiungono e fatte le dovute presentazioni ci accingiamo a superare l’ostica frontiera militare cinese (Rohit mi mostra alcuni prodotti alimentari appena acquistati, serviranno a snellire almeno di un poco le noiose procedure d’ingresso gestite dai soldati). In ogni caso le regole d’ingresso prevedono la sosta obbligata di una notte a Zhangmu: il piccolo paese (case di mattoni e baracche poste lungo la strada e su pendii che sovrastano la valle sottostante) è decisamente inospitale ma non sento alcuna pressione negativa. Osservo i pochi negozi sull’unica strada e gli sguardi di giovani ragazzi vestiti con uniformi militari che seguono il mio vagabondare. Ai loro occhi devo risultare decisamente curioso: i miei capelli quasi biondi, unο zaino imponente e il grosso anello di turchese al dito della mano destra.

La pioggia riprende a scrosciare copiosamente e per la notte non c’è molto da scegliere, in ogni caso ci arrangeremo. Narayan e Hari dormiranno sui mezzi mentre Rohit e Tseren verranno ospitati da amici. Inna mi segue mentre verifico un paio di possibili soluzioni: molto altro non c’è e quindi depositiamo gli zaini all’interno di una piccola locanda. Stanze piccole e decisamente spartane, niente luce e acqua corrente, per una notte (dal momento che fuori il monsone ha ripreso con forza a battere il suo ritmo) andrà benissimo.

Cena veloce e frugale e poi in cerca di sonno in attesa dell’alba e della partenza per l’altopiano Inna è decisamente taciturna: ogni tanto mi guarda, più spesso il suo sguardo si spinge lontano, verso nord-ovest.

Siamo di nuovo sui mezzi, la notte è trascorsa tranquilla. Gli autisti mi sembrano riposati, quasi allegri. Rohit mi porge due dolci acquistati poco prima in una bottega di Zhangmu. Uno è per me e unο per Inna. Lui mi dice che devo essere io ad offrirglielo. Non discuto e porgo la piccola ciambella alla mia compagna di viaggio. Lei non dice nulla, accetta l’offerta e sorride.

La strada inizia a proporre pendenze significative e impone agli autisti massima attenzione e scaltrezza: Narayan guarda spesso nello specchietto retrovisore per avere conferma che il camion con alla guida Hari sia a portata di vista, e di voce.

Trascorre del tempo e senza aver fatto soste ne’ scambiato dialoghi giungiamo al Nyalam La Pass, a circa 5.150 metri di quota. Verso nord, piegando leggermente a Oriente, si snoda la strada che conduce a Lhasa, noi piegheremo decisamente verso Occidente. Ci concediamo una pausa, i mezzi soprattutto ne hanno bisogno: Rohit si accinge a preparare un tè, Tseren scruta il cielo e gli autisti, scherzando tra loro, si accompagnano in una breve passeggiata per riallungare i muscoli delle gambe forzati da duro lavoro.

Accendo una sigaretta e osservo con attenzione la bellezza di queste persone; guardo Inna. Beviamo il tè e poco dopo Rohit mi invita a risalire sulla jeep: tra non molto farà buio e dobbiamo trovare un luogo adatto per piantare il campo. Gli chiedo ancora qualche minuto; attorno a noi sventolano lievi centinaia di bandiere di preghiera. Pongo le spalle verso Nord e cercando di cogliere l’aspro respiro dell’Himalaya mi induco a cogliere volti, racconti e leggende che da quelle cime giungono come un vento sottile pregno di benevolenza. Non credo, sento. Alla mia destra, visibile in questa ora in cui le nubi lasciano spazio al desiderio assoluto, scorgo lo Shishapangma, montagna che lascia traccia di sè anche in gola. Tutto questo può sembrare accessorio ma non me ne curo. Non lontano da me c’è Inna, ch’è donna bellissima. Tuttavia mi sento spinto nel capire e risolvere altre priorità.

15-verso-il-tramonto-si-prepara-laccampamento

A sinistra, tra cumuli di nubi che si stanno addensando, credo di scorgere la vetta del Cho-Oyu (ma forse è l’altitudine che mi consente di godere di queste visioni), ancora più in là c’è l’Everest. L’aria si fa fredda e ci invita a nuovo movimento. Proseguiamo senza particolare fretta: la pista che stiamo percorrendo non è agevole ma guardando attraverso il parabrezza posteriore noto Hari sorridente alla guida del camion, dunque mi immagino che anche lui stia sentendo la bellezza di questo inizio di viaggio e poi, elemento assolutamente non irrilevante, sa sempre dove piegare lo sterzo del mezzo.

Ecco, alla nostra sinistra si allarga un piccolo pianoro erboso attraversato da un torrente che ci consentirà di lavarci. Piantiamo le tende e accendiamo i fuochi per la cena. Tseren ci annuncia che abbiamo ancora poco più di un’ora prima che riprenda a piovere. Tempo necessario a far tutto. Nel mentre riesco ancora a farmi attraversare dai colori che si addensano sull’Himalaya: blu, giallo, rosso e violetto trasmettono una vividezza vibrante. Continuo a ripetermi che forse è l’altitudine e che il decremento di ossigenazione porta al mio cervello informazioni incongrue. Tant’è.

Mi volto e scorgo Inna, seduta all’ingresso della tenda e impegnata in un rito di preghiera che credo narri di flussi di energia nascosta.

Inizia a piovere ed io, coperto dalla mia giubba d’altura e ancora appesantito dalla mia inadeguatezza fisica e visiva, inizio a piangere. Singhiozzo che arriva diretto dallo stomaco e mi scuote i polmoni, arrivo a subire momenti di apnea respiratoria. Piango e per poter contenere il flusso di questo dirompente accadimento mi accendo una sigaretta. Di solito funziona. Sento una mano sulla mia spalla sinistra, mi volto di poco e scorgo Inna.

“Perché piangi Carlo? Non stai bene?”

“Inna, non ti bagnare, rientra in tenda. Piango per quanto ho la fortuna di vedere, annusare e sentire. Anche tu sei una parte di questa fortuna. Ma ora rientra perché io sto piangendo. E l’acqua della pioggia e le lacrime unite diventano miscela esplosiva ed esclusiva”.

Le nostre guide e gli autisti hanno preparato per noi una cena abbondante che consumiamo con piacere. Rohit ci comunica che domani seguiremo un percorso che corre più a sud di Saga, villaggio posto sulla pista principale. Le informazioni che ha ricevuto indicano che la rotta che seguiremo ci consentirà un più agevole guado dei vari corsi d’acqua che incontreremo. Prepariamo i mezzi per l’indomani e altro non rimane da fare se non cercar sonno nei sacchi a pelo.

Inna è silenziosa, so che ognuno di noi due aveva pensato questo viaggio in solitaria, comunque senza altri soggetti umani che non fossero guide e autisti. Inevitabilmente sento il suo odore e ascoltando senza alcuna morbosa attenzione le sue ultime parole di preghiera avverto, in questo istante, di non dover necessariamente trovare un nuovo e personalissimo, e quanto mai presuntuoso, passaggio a nord-ovest. E spero anche che l’odore delle mie ascelle, che esprimono effluvi di mela dolce, non sia per lei troppo fastidioso.

Il campo è levato e dopo una veloce colazione ci rimettiamo sulla pista. Il cielo è sufficientemente sereno e Tseren ci assicura che fino a sera non pioverà. Ad un tratto, superato un colle, la pista appare sbarrata da pali, cartelli recanti intimazioni a non procedere e catene. È un check-point dell’esercito cinese: dal nulla appaiono una mezza dozzina di militari tra cui un paio di graduati. Ci vengono richiesti i documenti di viaggio che prontamente porgiamo a loro; sono ragazzi giovanissimi e Tseren ci spiega che per lo più provengono dalle province orientali della Cina. Trascorrono turni di sei/sette mesi sull’altopiano prima di essere avvicendati; immediato è il ricordo di Buzzati e del suo Deserto dei Tartari. Rohit e Tseren sanno come agire e in poco tempo otteniamo i necessari timbri sui documenti (qualche biscotto dolce e poche sigarette hanno abbreviato la sosta).

Ora incontreremo l’area più impegnativa: dovremo attraversare alcuni fiumi e nessuno sa con certezza quanto le piogge monsoniche abbiano modificato la portata delle acque.

Il primo attraversamento si presenta immediatamente problematico: la pioggia battente dei giorni precedenti ha invaso una vasta area della piana sui cui corre la pista. Inna e io veniamo invitati a scendere dalla jeep, Rohit inizia a camminare nell’acqua precedendo il mezzo per sondare la stabilità del fondo. Il camion guidato da Hari è rimasto attardato e ancora non compare alla nostra vista. D’un tratto l’asse posteriore della jeep sprofonda nell’alveo del fiume, il motore si blocca e da una distanza di una trentina di metri noto Rohit e Narayan che si affannano nel tentativo di risolvere la situazione. Finalmente arriva Hari con il camion ed eseguita prontamente un’azione di aggancio (un cavo d’acciaio e le mie due corde di arrampicata acquistate a Kathmandu) la jeep è di nuovo fuori dall’acqua. Sorprendentemente i due autisti riescono in poco tempo a far ripartire il mezzo; va tutto bene, mi guardo attorno e verso sud-ovest mi sembra di scorgere il massiccio del Manaslu. Bellezza allo stato puro, un incedere di pensieri e di sguardi che si alimentano di tensioni estese e verticali. Poco oltre ci aspetta un secondo guado: Rohit cerca il punto più consono per l’attraversamento, si immerge nell’acqua più volte e con i piedi saggia la stabilità del fondo. Ci fa cenno di seguirlo: Narayan ci intima di chiudere i finestrini poiché il livello dell’acqua arriverà a sommergere il mezzo quasi completamente (ora mi è chiaro quanto mi venne detto a Kathmandu a proposito dei finestrini a tenuta stagna). Rohit procede lentamente davanti a noi, l’acqua gli arriva alle spalle, noi, ammutoliti, procediamo senza proferire alcuna parola. Rimanere bloccati qui sarebbe davvero un grosso problema. Narajan è calmo e questo mi conforta; Inna, nonostante tutto, ha uno sguardo sognante. Dopo qualche minuto giungiamo sulla sponda opposta: ora è il momento del camion che cercherà di seguire esattamente lo stesso percorso. Rohit è un po’ preoccupato, mi dice che la portata dell’acqua e il suo livello stanno rapidamente aumentando; mi indica imponenti formazioni di nuvole a nord, al massimo tra tre ore le avremo sopra di noi.

 

30-in-attesa-del-recupero-narayan-e-hari-sostano-sul-tetto-del-camion

Il camion procede lento e d’un tratto l’asse anteriore sprofonda nel fondo fangoso. Inutili i tentativi di ripartire; il livello dell’acqua cresce velocemente. Hari e Tseren escono dalla cabina e si siedono sul tettuccio: il camion non si abbandona, accada quel che accada. Rohit fa gesti rassicuranti ai due poi mi indica di seguirlo, dice di aver sentito dei rumori non molto distanti. Percorriamo un paio di centinaia di metri, superiamo un piccolo rilievo erboso e nella piana appena sottostante ci appare una brigata di militari cinesi, con tanto di camion pesanti e un mezzo di recupero (un grosso veicolo dotato di verricello e piccoli cingoli). Li raggiungiamo e spieghiamo al più alto in capo il nostro problema: in questo caso biscotti e sigarette servono a nulla ma cento dollari convincono il capitano e la sua truppa a tirarci fuori dai guai (l’intimazione che mi giunge dall’ufficiale è perentoria: non scattare fotografie!). Mezz’ora, non di più, e tutto è risolto. All’avviamento il motore del camion borbotta ma non dà segni di cedimento, dunque di nuovo in movimento procedendo verso nord per raggiungere il villaggio di Yarexiang e poi Zhongba.

Il nuovo campo per la notte è presto approntato e prima del sonno, ricordando gli avvenimenti della giornata appena trascorsa, incrociamo risate e complici sguardi.

Il giorno successivo trascorre sulla pista con andatura regolare: durante una sosta incrociamo una famiglia di nomadi. Sono bambini, ragazzini e una giovane madre. Ci fermiamo per conoscerci. La loro bellezza è pari solo all’aspra alterità di quanto fino ad ora visto e sentito. I ragazzi ci guardano incuriositi, probabilmente un po’ sospettosi: le loro guance sono cosparse di sangue di Yak spalmato a protezione della pelle. Le condizioni climatiche sono dure: agli animali non viene fatta particolare violenza, si spilla un po’ di sangue dal collo o dalle gambe anteriori. Sopravvivenza. Offriamo loro dei dolci che accettano solo dopo il sorridente consenso della madre, donna bellissima. Domani raggiungeremo il Lago Manasarovar e poi Darchen.

 


Il Kailash – parte 2 – Assoluta bellezza

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Il Kailash – parte 2 – Assoluta bellezza

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I preparativi alla partenza per il territorio cinese. La conoscenza di Inna, compagna di viaggio e l’incontro con la guida Rohit, gli autisti Narayan e Hari che ci condurranno sugli altopiani

di Carlo Polvara

SCORCIO DEL QUARTIERE THAMEL PRESSO IL RISTORANTE "LA DOLCE VITA"

Aeroporto di Kathmandu

L’aereo da venti posti che mi ha ricondotto in Nepal dal Bhutan partendo da Paro è appena atterrato.
Il volo è stato tranquillo.
Il Bhutan, la sua gente, è dentro nelle mie gambe e nelle braccia come una spinta nuova, una meraviglia che saprà crescere nel tempo.
Ora devo affrettarmi a tornare nel quartiere di Thamel e ritrovare Kapil che mi deve presentare alla mia compagna di viaggio per il Kailash.
Ritrovo la pensione dove avevo lasciato una parte del bagaglio, mi lavo velocemente e corro verso l’agenzia.
“Tutto bene Carlo?”
“Benissimo Kapil, davvero”.
“Verso le sette arriva la tua compagna, così vi conoscete. La partenza è per dopodomani. Il passaporto te lo restituisco timbrato domani sera con i documenti di viaggio per le autorità cinesi. Attenzione a non far ritardi… avete diciotto giorni. Dopo si rischia.”
“Ok Kapil ma se questa sera mi ferma la polizia? Non ho documenti… cosa racconto?”
“Nel caso dì a loro di venire da me… nessun problema, credimi”
“D’accordo”
Puntualissimo alle diciannove mi presento nei pressi dell’agenzia, il monsone nel frattempo ha ricominciato a far sentire la sua forza eruttiva: dal cielo arrivano rovesci d’acqua violenti, i carrettieri che trasportano merci si affrettano per cercare un minimo di riparo sotto qualche tettoia, i commercianti si guardano bene dal mettere piede fuori dai locali.
Io aspetto.
D’un tratto vedo una donna che si dirige con fare deciso verso di me… o meglio dentro l’agenzia.
Non mi guarda, entra. Si siede e inizia a parlare con Kapil.
Lui, osservandomi attraverso il vetro, fa gesti e mi indica con fare quasi sornione.
Eccoci, finalmente siamo all’incontro.
“Ciao, io sono Inna.”
“Io Carlo, piacere” rispondo sommessamente
“Quindi andiamo al Kailash insieme”
“Così è… sei svedese?” (curiosità inutile la mia)
“No, finlandese… di origini russe. Volevo andare da sola ma mi hanno detto che è impossibile… quindi ci sei tu. Per me va bene. Basta non starsi troppo addosso”.
“Benissimo, l’importante è essere chiari sin dall’inizio. Io voglio andare al Kailash e questo è quanto. Ora ci siamo conosciuti e quindi ci vediamo domani per i dettagli”.
Kapil, che è uomo attento e professionista imprenditorialmente impeccabile, ci invita a bere una coppa di vino per sciogliere ipotetiche tensioni e iniziare il viaggio sotto i migliori auspici.
Il vino è buono, l’avevo già gustato un po’ di giorni fa, e Inna è davvero bella: occhi azzurri di pura acquamarina e labbra che si aprono spesso al sorriso.
Inna.
Io voglio andare al Kailash.
Kapil ci riporta al necessario: “Domani alle tre qui in agenzia, conoscerete le guide e gli autisti, una jeep e un camion di supporto. Le piste sono dure, non si possono correre rischi… non troppi. La prima guida e gli autisti sono nepalesi….poi a Kodari troverete la seconda guida, un giovane tibetano. È bravo e non ha mai perso nessuno”.
Kodari è il posto di confine nepalese con il Tibet e da lì si arriva a Zanghmou, primo villaggio in territorio tibetano presidiato dall’esercito cinese. Poi si sale al plateau e si va verso ovest, direzione Darchen, alla base del monte Kailash.
Appena sotto c’è il lago Manasarowar.
È lì che voglio andare.
Kapil ci chiarisce alcuni dettagli: “La jeep è una Toyota rinforzata e con finestrini a tenuta d’acqua (capiremo in seguito l’importanza di questo elemento tecnico), il camion è cinese, due assi a passo corto. Non state mai troppo distanti, massimo trecento metri. Distanza di voce insomma” .
Mi alzo e faccio un cenno di saluto.
Kapil mi afferra un braccio e con fare suadente mi invita a più consono atteggiamento.
“Carlo, io credo sia bene che tu e Inna questa sera ceniate insieme. Così vi conoscete e domani organizzate meglio il viaggio. E’ bene se lo fai, credimi”.
Guardo Inna ma la mia testa è sulle piste che portano a ovest e non riesco ad avere una condotta particolarmente invitante.
Quindi questa sera ognuno per sé, penso alla Toyota e a quanto dovrò portarmi appresso.
Vedo Inna allontanarsi sotto il monsone: non mi sembra delusa dalla mia incapacità attrattiva, piuttosto anche lei ansiosa di partire.
Trascorro la sera al Thamel, la pioggia per il momento ha smesso di battere ritmi duri e si può passeggiare senza grossi problemi.
Mangio qualcosa, bevo un po’ di vino e poi rientro a preparare il bagaglio.
Una parte di quanto portato dall’Italia lo lascerò in giacenza presso la pensione, come ho già fatto altre volte. Francamente non me ne curo più di tanto.
L’unica difficoltà o imbarazzo è legato alla scelta dei libri che porterò con me; non so quanto e se leggerò ma non posso farne a meno.
I libri sono un “non peso”, un divenire sempre.
Sono comunque costretto a fare scelte tra i vari volumi che ho inserito nello zaino prima di partire dall’Italia.
Rinunciare a questo o a quello è come offendere questo e quello, mi dico, ma davvero tutta quella carta in Tibet è impossibile da portare.
Considero che andremo sopra i cinquemila metri e i sentieri da percorrere non saranno agevoli.
La scelta s’ha da fare e velocemente: Grande Sertao di Guimaraes Rosa, Il Cinese di Friedrich Glauser e Viaggio in Barberia di Luciano Bianciardi.
Questo è quanto mi porterò appresso.
Un sacchetto di plastica per proteggerli dalla pioggia. Meglio due.
Guardo fuori dalla piccola finestra della stanza che ho in affitto: forse più che vedere sento.
Per un attimo vengo attraversato dallo sguardo acquamarina di Inna… meraviglia assoluta. Davvero.
Io però voglio andare al Kailash, sono tornato in Nepal per questo e non per altro.
La mattina si presenta grigia e tumultuosa.

Il mercato dei colori a Pashupatinath
I vicoli del Thamel sono tutti di fango, l’acqua che nella notte ha inondato la città ristagna un po’ dappertutto… ho fame e soprattutto desiderio di partire. Nel pomeriggio incontrerò gli autisti e la guida. Segno alcuni appunti su di un taccuino, cose semplici ma da non dimenticare.
Ho ancora alcune ore prima del rendez vous e quindi mi accordo con un giovane autista per farmi portare a Pashupatinath, tempiovillaggio che sorge sul fiume Bagmati, ai confini orientali di Kathmandu.
D’improvviso il cielo s’apre come a volerti stringere in un immenso abbraccio benevolente…penso che è bene, è ciò che ci vuole prima di partire.
Sì, mi piace. Mi sento intimamente ristorato, Pashupatinath è un dispiegarsi di luoghi segreti, volti che appaiono e raccontano bellezza, acqua che scorre, scimmie inquiete che corrono e balzano un po’ dappertutto. Dall’alto vedo ragazzini che si tuffano nel fiume, donne e uomini che procedono con calma lenta alle quotidiane abluzioni, più lontano scorgo i fumi delle pire funerarie.
Il Bagmati per i nepalesi è come il Gange, la grande madre, e nel riassociarsi all’acqua, trascorso e superato il rito di fuoco, si torna a essere viva testimonianza. Sempre.
Devo rientrare: attraverso il mercato delle tinture dei colori e trovo un giovane che con una moto 120cc mi riaccompagna verso il centro.
Facciamo una specie di baratto: lui mi trasporta e io questa sera gli offrirò la cena.
Sono decisamente contento.
Mentre procediamo sullo sterrato il giovane centauro cerca di parlarmi, credo di aver capito che si chiami Saikhan… io per lui mi chiamo “Lo” poiché il mio nome, pur breve, è per lui ostico.
Quindi “LO”, semplice e diretto.
Questa sera al Thamel mangeremo carne e berremo vino.
Prima però devo risolvere l’organizzazione per la partenza di domani e alle tre meno dieci sono davanti alla piccola agenzia di Kapil.
Inna è già presente e con lei un piccolo drappello di persone. Parlano stretto e avvicinandomi a loro colgo i loro sorrisi.
Inna è proprio bella accidenti.
Iniziamo con le strette di mano e Kapil ci presenta Rohit, la prima guida nonché cuoco, poi Narayan, autista della jeep e Hari, il secondo guidatore che dovrà condurre sulle piste dell’altipiano il camion di supporto. Domani incontreremo Tseren, la guida tibetana.
Andati oltre ai convenevoli di rito ci vengono impartite precise istruzioni e ci spieghiamo sul da farsi; d’un tratto Kapil si scosta dal gruppo e mi fa cenno di seguirlo.
Lo guardo con fare interrogativo ma questa volta credo che lui non ammetta repliche o resistenze. “Carlo tu questa sera inviti a cena Inna, ti suggerisco io il nome di un buon locale dove stare bene. Dovete conoscervi prima di partire, credimi, è importante”. Incrocio il suo sguardo e sento che non ha torto “Poi domattina presto sarete in marcia e sarete davvero compagni di viaggio. Il Kailash è lontano, le strade dure, bisogna andare d’accordo”.
“Va ben Kapil, dimmi dove devo andare questa sera. C’è anche un amico con me”.
Poco dopo, definiti gli ultimi dettagli, il nostro piccolo gruppo si scioglie e prima che Inna si allontani le propongo di trascorrere la serata insieme, le accenno di Saikhan: non sembra sorpresa… mi guarda e sorride “Ok Carlo, vediamoci verso le sette, ho ancora un po’ di cose da preparare e sistemare e non voglio far tardi. Domani all’alba saremo in partenza e voglio dormire un po’”
Linea di condotta assolutamente saggia e ragionevole.
Nell’allontanarmi le rispondo con un laconico “A dopo”.
Riprende a piovere ma in questo momento mi appare tutto ammantato da assoluta bellezza.

 


Il Kailash – parte 1

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Campanelle votive all'esterno del tempio di Swayambhunath, Kathmandu

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Di nuovo a Kathmandu

testo e foto di Carlo Polvara

Dopo due anni. E di nuovo riassaporo l’odore intenso dei piccoli mercati che dal quartiere di Thamel si spingono verso la città vecchia. Profumi e sguardi.
Mi atteggio un po’ da esperto, è la terza volta che calpesto questi vicoli…
Rispetto al passato sono un po’ appesantito (il grande specchio posto all’uscita dell’aeroporto internazionale di Kathmandu mi ha rimandato un’immagine di me che mi ha sorpreso ed incuriosito) ma ho la netta sensazione che questo viaggio potrà alleggerirmi, quanto meno verrò obbligato a maggiore levità (questioni tecniche, l’altitudine e relative risposte fisiologiche).
Questa volta son qui per andare verso il monte Kailash. Insomma un’intenzione che mi porto appresso da parecchio tempo. Il Kailash è un invito, ineludibile, posto nel Tibet occidentale, un monte di quasi settemila metri, una verticalità primigenia, la bellezza e il cortocircuito spirituale per quanti credono che camminare significhi innalzarsi ad altre sponde di vita.
Non mi curo di me, non mi azzardo in tentativi di discettazioni spirituali o filosofiche.
Voglio andare lì. Punto. Voglio sentire il respiro della terra sull’altipiano, voglio il caldo abbraccio portato dal silenzio dell’altopiano, voglio sentire la mia chimica interiore che cambia con il cambiar di quota, innalzandosi. Voglio capire se sono ancora capace di sentire.
Quindi mi rivolgo a una piccola agenzia che, stando a quanto dichiarato sulle piccole vetrine del locale posto sulla strada, garantisce un’organizzazione personalizzata e tempestiva.
Ma c’è un tempo per ogni cosa e quindi prima di risolvere le mie questioni di viaggio legate all’occidente del Tibet mi concedo una sosta presso un internet point.
Non mi collego ad alcun terminale, nessun messaggio da inviare, nessuna parola da ricevere da chicchessia ma in quel luogo, tra computer e frigoriferi contenenti bibite ghiacciate, due giovani nepalesi preparano frittelle di legumi davvero appetitose. La mia ragion d’essere lì risiede nel segreto della loro sapienza culinaria. Segreta, appunto, e per certi versi magnetica.
Ho memoria di questo piccolo spazio, non so se le persone che ci lavorano sono le stesse, certamente il piacere della sosta è rimasto inalterato.
Entro quindi nell’agenzia, mi siedo e attendo di poter esprimere quanto desidero. Si presenta a me un giovane uomo, bello, molto bello, sguardo duro e scuro e labbra dolci. Lui è Kapil, il titolare dell’ufficio.
Prima che io possa parlare mi offre una coppa in terracotta di vino nepalese. Beviamo e ci scambiamo i saluti di rito. Il vino è buono e forte, mi piace e chiedo il bis. Quindi, spiego le ragioni della mia presenza.
Mi guarda e con un semplice gesto mi invita a prendere tempo e a seguirlo.
C’è un tempo per ogni cosa, mi fa capire. E capire in certe situazioni è porre veto a se stessi, alla propria volontà di non comprendere, di non seguire.
Quindi seguo. Ci inoltriamo lungo vicoli pregni di voci e di odori sui quali si affacciano negozi e locali di ogni tipo. Non guardo: ascolto, sento e seguo.
Presto giungiamo nel distretto delle ambasciate e consolati vari, non troppo distante dal Palazzo Reale, ed entriamo in un negozio di gioielleria.
“Lui è Kai” esordisce Kapil presentandomi a un distinto uomo sulla sessantina.
Il negozio è a dir poco sontuoso, vetrine dappertutto e gioielli e monili in ogni dove. Qualcosa da far perdere la testa a chiunque.
“Kapil… non sono a Kathmandu per comprare gemme…” cerco di essere gentile e definitivo.
“Io voglio andare al Kailash”.
“Questo l’ho capito” mi risponde” – però prima devi vedere le nostre acquamarina e i rubini, pietre vere… poi quando vengo a Milano magari si fa un po’ di business…”.
“Voglio andare al Kailash” rispondo.
“Ok Carlo, però prima, prego, guarda le pietre di Kai”.
Le pietre sono in realtà bellissime, nulla da dire, ma io sono lì per altro.
“Compra gemme di acquamarina e farai felice una donna. Non conosci una donna con occhi di acquamarina? Conoscila e compra tre pietre. Tre servono per il tuo divenire”.
Kai sorride, mostra le pietre e quasi non parla. A un certo punto però mi mostra un rubino grezzo ancora inglobato nella roccia primigenia… è una pietra lunga almeno quattro centimetri e con un diametro di almeno uno.
Non se ne potranno cavare gioielli, è scura e opaca e quindi inutilizzabile ai fini del mercato. Però ha una domanda dentro, o forse un invito che chiede di essere condiviso. Scavare, entrare dentro, andare in profondità.
Kai me la porge e sommessamente mi invita a coglierla come suo regalo anche se non comprerò gemme di acquamarina.
“Vai al Kailash e quando torni vieni di nuovo qui. Sentirò.”
Ringrazio Kai e nel mentre (il mio sentire è quasi completamente svuotato da qualsiasi tipo di agguato autoindotto) Kapil mi confida di essere di stirpe indiana… da tre o più generazioni i suoi avi sono venuti ad abitare in Nepal. Non si ricorda più se le sue origini sono riconducibili al Bengala o al Sikkim… ma in ogni caso a Kathmandu si trova bene e la sua piccola agenzia funziona. Lui con i funzionari cinesi di stanza al confine con il Tibet ha buoni rapporti.

Anziani con il tipico copricapo "Topi", Pata, valle di KathmanduDunque rientrati nel suo ufficio riprendiamo il bandolo del discorso.
“Voglio andare al Kailash” sentenzio con piglio definitivo.
“Ok Carlo, ma da solo non puoi” mi risponde Kapil.
Per com’è fatta la mia natura in quel momento penso di essere finito nel posto sbagliato, ma poi mi costringo a un’ulteriore domanda.
“Perché? Sono in regola… tutto a posto… Perché?”.
Kapil mi guarda esprimendo sana consapevolezza imprenditoriale.
“Vedi signore” – mi dice – “i cinesi non lasciano entrare una singola persona, dovete essere almeno due. Così facciamo i documenti, organizzo i mezzi e voi partite.”
“Voi? Mai io sono uno, non sono due. Kapil io voglio andare al Kailash”.
“Ho capito, ma tu devi essere due. Tra qualche giorno arriva una persona che vuole lo stesso che vuoi tu, posso mettervi insieme”.
“Io non voglio un’altra persona”. Testardo e scarsamente incline alla condivisione, io.
Kapil versa un’altra coppa di vino, me la porge e guarda con curiosa intensità l’anello di turchese che porto su un dito della mano destra.
“Vendimelo!”
“Non se ne parla” rispondo
“Ti faccio entrare in Tibet senza tasse”
“Scordatelo. Questo anello è un divenire, è un sentire. Voglio andare lì, ma l’anello lo porto con me. Con o senza tasse.”
“Ok… “Kapil si dimostra serio e comprensivo e mi informa sul possibile da farsi.
“Per il Tibet e il Kailash finché non arriva il nuovo cliente non c’è nulla da fare però se vuoi puoi andare in Bhutan.”
Ricordo il mio vibrare al solo sentire del nome Bhutan.
Il piccolo Stato prevede un ingresso decisamente contingentato e poter usufruire del visto d’ingresso è affare non semplice. Ma così va, una coppia olandese ha dovuto forzatamente rinunciare al viaggio quindi si sono “liberati” due posti.
Bhutan… è un’altra storia meravigliosa…
“D’accordo Kapil” – mi sento dire prima di avere avuto il tempo di ragionare con necessaria consapevolezza – “ma poi?”
“Poi vai al Kailash, quando torni dal Bhutan in due giorni vai verso il Kailah con la tua compagna di viaggio.”
“Compagna?” – mi sento schiacciato in un abbraccio non richiesto
“è donna.” dice Kapil” Qualche problema?-
“No, nessuno. Ma io voglio andare al Kailash. Se lo vuole anche lei, se lo vuole davvero, io so essere un compagno di viaggio…. quasi insostituibile…”.
Kapil mi guarda e offrendomi un’altra coppa di vino nepalese non mi risparmia (fortuna mia) il suo dire.
“Vai in Bhutan e cerca di tornare. Poi fai il tuo in Tibet. C’è una donna. Sappi che lei è maestra in questo viaggio. Impara da lei e senti quando sarai sopra l’altopiano. Impara da lei e prova a sentirti un po’ donna perché l’uomo, da solo, non può comprendere la meraviglia di quanto avrai la fortuna di scoprire”.Scolari all'uscita di scuola, Patan, valle di Kathmandu

Sciarpe stese ad asciugare al Thamel, quartiere centrale di Kathmandu
Ascolto Kapil, ascolto con un’intensità che non mi è solita. Il Bhutan e poi questa donna…. Il Tibet. E un’altra coppa di vino nepalese.
Domani andrò lungo la valle di Kathmandu, verso Patan o Bakhtapur a riascoltare i canti degli anziani che riannodano i fili del tempo, oppure le giocosa grida dei giovani studenti che, all’uscita di scuola, fanno a gara per conquistare un piccolo aquilone. ■

 

 

Gli ambiti rocchetti per aquiloni per i bimbi di Kathmandu