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Benares: dialettica delle emozioni – Terza parte

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Benares: dialettica delle emozioni

Terza parte

Testo e foto di Davide Carretta

Il negozio consiste in una stanza quadrata larga e profonda meno di tre metri; su tutti i lati escluso quello di ingresso, mensole sbilenche ospitano pile pericolanti di tessuti in vendita; per terra un grande materasso bianco ricopre interamente i circa nove metri quadrati di pavimento.

– You Italian? I like Italy: Roberto Benigni, Nanni Moretti, La stanza del figlio!

A parlare è il proprietario del negozio, Santosh. Ha una barba lunga di un nero prossimo a incanutirsi e sopra una pancia piuttosto generosa indossa una kurta bianca. Piedi nudi, quasi un anello per dito – anelli che, ai miei occhi di perfetto ignorante in materia di pietre preziose, sembrano tutto sommato pregiati – e fra le mani un bastoncino di incenso. Lo accende e lo fa volteggiare lentamente davanti a sé, per distribuirne meglio l’aroma in tutta la stanza.

Evidentemente è un appassionato di cinema, penso. Un cinefilo che ha deciso di spingersi ben oltre a Bollywood, evidentemente. Parliamo di quanto sia bravo Nanni Moretti e di quanto sia bello “La stanza del figlio” – film che non ho visto, ma questo non posso certo dirglielo – e di quanto mi sembri strano che lui conosca tutto questo.

Poi, terminato il seminario italo-indiano sulle reciproche influenze nel mondo del cinema, mi invita ad accomodarmi e comincia a mostrarmi tutto quello che il suo piccolo ma stracolmo negozio offre.

Santosh e il suo aiutante, un ragazzo sulla trentina, vendono seta, Pashmina, lana di yak e mille altri tessuti e con una pazienza, un entusiasmo e uno zelo di cui ancora ho ammirazione, mi presentano decine e decine di proposte: sciarpe, kurta, teli e via dicendo. A ogni nuova presentazione si dilungano in appassionate introduzioni decantandone le squisite doti di morbidezza e invitandomi a tastarle con le mie stesse mani. Io, che fatico a distinguere persino il cotone dal Poliestere, non posso che abbandonarmi a una totale improvvisazione rispetto ai commenti e agli apprezzamenti che il ragazzo e il proprietario si aspettano. Rifiuto ogni proposta, più che altro perché non ho quella moglie che loro sono convinti io non possa non avere e per la quale mi esortano a comprare una splendida e morbidissima sciarpa di Pashmina lilla e verde pistacchio.

Non compro nulla quindi e un po’ mi dispiace, il loro impegno è stato encomiabile. Nel salutarli, prometto loro che tornerò sicuramente a trovarli; d’altronde abito a due passi e non ho nient’altro da fare. E soprattutto, vale sempre la pena di ascoltare un uomo che dietro al fumo dell’incenso passa le giornate tessendo le lodi della seta e dei registi italiani.

La mattina dopo decido di dirigermi verso Manikarnika Ghat, il luogo davanti al fiume dove, tradizionalmente, vengono cremati i morti. È uno dei luoghi più sacri della città e in generale, vista la sua funzione, di tutta l’India. Se la morte è un viatico attraverso il quale ogni uomo può, in teoria, uscire dalla Terra e conquistare la salvezza, la Moksha, Manikarnika Ghat è uno dei luoghi più rispettati dove essere cremati. In particolare perché è a Varanasi e, come mi avrebbe poi detto il ragazzo del negozio, l’aspirazione più grande di molti indiani è morire a Varanasi.

Per arrivarci basta seguire il fiume e cercare il fumo che, costantemente, sale al cielo da quella zona. Non so quante persone vengano cremate ogni giorno, ma so che il processo è praticamente ininterrotto. C’è sempre qualcuno da cremare e gli addetti alla cremazione, che appartengono all’ultima casta, a quella degli intoccabili, i Dalit, sono sempre all’opera: caricano i corpi sulle pire, li cospargono con eventuali oli che i parenti delle famiglie più ricche possono chiedere che vengano utilizzati durante la cremazione, recuperano nuova legna da ardere. Un ragazzo che incontro sul posto inizia a illustrarmi la lunga procedura di cremazione, da quando il corpo viene immerso per l’ultima volta nella Ganga, fino a quando sulla pira non restano che le sue ceneri. Mi accompagna in un punto rialzato rispetto alla zona di cremazione, da dove è possibile osservare meglio ma da dove arriva, complice il vento, tutto il fumo. La zona è suddivisa in base alle caste, perché ognuno, a seconda della casta a cui appartiene, ha diritto a essere cremato in una specifica zona del Ghat. Il suo racconto non si interrompe, ma sono io che spesso non lo ascolto. D’altronde, ho davanti ai miei occhi membra di uomini che lentamente inceneriscono. Ogni popolo ha la propria tradizione e porta avanti il proprio rapporto con i morti, che, in definitiva, è una conseguenza della visione che quel popolo ha del rapporto con la morte. Questo della cremazione ha un sapore antichissimo e, per quanto sia crudo, specialmente se osservato dal vivo e specialmente se si riesce a considerare che a pochi passi da un qualsiasi turista probabilmente ci sono i familiari del morto, esercita un fascino amaro da digerire e non può che farmi riflettere. Riflettere sulla morte, sul valore che siamo in grado di darle. Sulla vita, e sul valore che, sapendo che esiste la morte, siamo in grado di darle. E riflettere sulla vita degli altri, e se sia educato o meno spiarne la fine con il solo accademico scopo di conoscere le altrui abitudini e tradizioni.

Il ragazzo sta continuando a raccontare e mi dice che i bambini e le donne incinte non vengono cremate ma direttamente gettate nel fiume. Ecco, penso: è veramente più assurda una tradizione di questo tipo rispetto a un’altra che invece ingabbia i morti in orrende bare di legno incastrate tre metri sotto terra, nel vano tentativo forse di non farli scappare via? Ho forti dubbi, e con forti dubbi mi avvio lentamente verso casa, lasciandomi alle spalle un odore acre, un fumo denso e il ragazzo-guida, cui ho dato un centinaio di rupie come segno di riconoscenza per le illustrazioni ricevute. Una specie di biglietto per lo spettacolo della morte. Tornando verso l’ostello dove abito mi fermo da Santosh e dal suo aiutante.

– Hi Davide, come here!

È lui, che da lontano mi ha riconosciuto e mi ha salutato subito. Mi fermo davanti al negozio e mi accomodo sulla sedia di plastica che ossequiosamente è andato a prendere per me. È contento, perché oggi gli affari vanno bene: è il periodo del Dwali festival, che cade intorno ai primi giorni di Novembre, è si celebra il ritorno in città di Rama dopo quattordici anni trascorsi nella foresta, e quindi il trionfo del bene sul male. Non ho capito molto, ma d’altronde Santosh, da buon commerciante, aveva sinteticamente detto: “Dwali è la festa dei soldi, ognuno di noi deve regalare un vestito nuovo”.  È stato quando gli ho chiesto maggiori chiarimenti e se ci fosse una qualche leggenda dietro che lui ha spiccicato alcune informazioni in più. Di fatto, a tutti i commercianti interessa soltanto che in quei giorni di festa la gente sia più propensa all’acquisto.

È per questo che, in un impeto di condivisione delle emozioni e delle tradizioni, scelgo una kurta bordeaux e la compro. Forse in realtà, a ben pensarci, la kurta l’ho comprata più per una specie di senso di riconoscenza nei confronti di Santosh e del suo aiutante, che sono stati così ospitali e pazienti in questi giorni.

Il giorno dopo il viaggio verso l’aeroporto lo faccio in tuk tuk. A caricarmi sul suo bolide è un uomo né buddista né induista bensì Sikh, un’altra religione piuttosto diffusa, i cui “fondatori”, sono alcuni Guru, vissuti in India tra il XV e il XVII. La formula di saluto usata da tutti i Sikh, avevo scoperto qualche giorno prima è “Sat Sri Akaal”, che più o meno significa “Rendo onore alla verità di Dio”.

Salgo sul tuk tuk e l’uomo, dopo avermi informato che la corsa costerà 20 rupie (praticamente nulla, per me) mi chiede da dove vengo.

– Italy! I know Italy: Bongiorno, come sta!”

Sentendolo sorrido e insieme cominciamo a parlare in italiano: io gli dico parole semplici e lui prova a ripeterle quando non le conosce, oppure le grida, gonfio di orgoglio, quando le conosce! Non so perché sappia qualche parola in italiano, ma d’altronde, non è importante saperlo. Il viaggio è piuttosto lungo, ma le parole sono tante e lui, a cui non ho chiesto il nome, non si stanca mai. Ne vuole imparare di nuove per poi ripeterle ai prossimi clienti.

– “Domani! Ragazzo! Aeroporto!”

Devo dire che ha una discreta pronuncia, il tassista Sikh. Arrivati all’aeroporto mi aiuta a scaricare lo zaino e poi mi ringrazia per avergli insegnato così tante parole nuove. Lo saluto porgendogli le venti rupie ed esclamando la formula di saluto che avevo da poco imparato, a lui tanto cara: “Sat Sri Akaal”. In un attimo, lo vedo piegarsi in un sorriso commosso: mi restituisce i soldi, prende le mie mani fra le sue e in italiano mi dice: “Grazie, niente rupie.”

Tutto il resto è la storia di una lacrima che scende dagli occhi e che ancora oggi, a distanza di anni, mi graffia dolcemente le pareti del cuore.


“Why the hell is she doing that to herself?”

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“Why the hell is she doing that to herself?”

A trip into a runner’s mind to answer to non-running-people’s ancestral doubt.

Testo e foto di Gaia Manelli

If you are one of these people that ask themselves “Why the hell is he doing that to himself?” when they see a runner running a street, you’re now in the right place. I’m here to answer to your question.

Let’s suppose it’s a sunny Sunday and you are sitting in your car. It’s September and a soft wind is blowing while you’re driving to a lake place. When suddenly, on the side of the road, a strange and mythological figure appears. Your babies are pointing at it with their fingers, your wife is staring at it with wide eyes and whispering in wonder: “Is that a…?”. So you think, yeah, there’s no doubt: it’s a runner. Then after the identification of the species, you’ll probably proceed by observing the phenomenon. It’s a female specimen, we can say a woman (because yes even runners, after all, are human beings). She is running and sweating so you think: “Man, her face is red like a ripe and mellow tomato!”.  At this point you are certainty going to ask yourself the famous answer non-running-people ask themselves when they see a runner: “Why the hell is she doing that to herself?”. If you’re from the suburbs of south-Milan, that cheerful, sweating girl you’re seeing it’s probably me. So I’m here, during my morning run, looking at you and trying to make you understand my reasons. Please be gentle, I’m on my eighth kilometre and my breath is laboured. Looking at my face you could think about a red orange or a juicy tomato. And that’s true. My brain is now receiving more and more blood and my face is reddening.

And here we arrive to the first point of a runner’s motivation: focusing. Sorry? What does focusing has to do with running? Let me explain. When you run your brain gets filled with a lot more blood than when you’re not in activity. And, if you allow me the metaphor, you realize that when you’re running your brain is like a box with a fixed size, so if you need to put in more blood it means you have to leave out some thoughts. We are now getting closer to what I like to call the runner’s equation: more blood = less thoughts. While you’re running something in your way of thinking changes. In some way you are forced to think about one thing at a time, maybe because your whole body is paying attention to put one foot in front of the other, and making sure that the whole organism supports the effort of the race without collapsing. So while your organism is basically only focusing on the activity of surviving, you have very little energy left to be devoted to the activity of thinking. One of the most important reasons we run is to improve our ability to mentally focus on a single thing. It may seem strange but trust me, that’s totally true. I really swear that when you’re runnig for like 50 minutes and you try to ask your body to use energy to think about something useless, you can see the middle finger of your mind lighting up in the darkness of your head under the neon sign: “Not now brò, really, not now”.

Oh well, here we are at the tenth kilometre.  Why am I smiling? I don’t really know but the answer I gave myself is just a word: endorphins. And that’s the second most important reason for which we run, the thing that someone is used to calling the Runner’s High. We are not drug addicts, at least not according to the literal meaning of the word. However there is a moment, that usually occurs during long distance runs, in which you start feeling this sense of joy that makes you feel invincible. Sometimes this heroic felling is destroyed after a few seconds by a small highway of mosquitos, that goes into the tunnel of your throat making you cough and get back in touch with your sense of reality. Most of the time the peak of endorphins simply falls and the sense of effort returns to be felt. Anyway, yes it’s a quite short feeling, but if the short duration was enough to make things not important, we should probably not even like things as coffee, chocolates or orgasms. But we all know how things are, so…

You’re going fast with your car, aren’t you? Please let me finish. Do you see that creature in front of me? That’s the best friend of a runner. That’s a dog, my dog. Another important thing for a runner is this one: running in company is nice, but running alone is magnificent. We live in a crowded society, in every place we go, we meet a lot of people and come by many different thing and situations, that means a lot of incitements, requests, questions. We don’t really know what silence is. By “silence” I don’t mean the total absence of sounds, but rather the dimension of listening to ourselves instead of something that stands outside. We are constantly subjected to the influence of something, from the advertising of the last brand of phones to our grandmother’s request to bring her slippers. Sometimes it is just relaxing to be alone with your body and your few but important thoughts. And so, yes, I run with my dog because it’s not a big talker, it definitely does not speak. Sometimes I ask it questions but, for now, he has never replied. So thing are currently ok, I think.

Here we are, fifteenth kilometer. We can now stop. Oh, you’ve gone. I know it was just a glance, but I really hope I managed to let you understand my points. Have a nice day with your family. I wish you the best, and maybe the next time you see a runner you’ll just smile to him not thinking how crazy he is, but rather how wise he is to take a moment to feel in peace and reconcile with himself and the world too.  And you probably also say “what a shape!” because we all know how things are…


Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.


Mal d’Africa – Seconda parte. Cielo e Spiriti

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Mal d’Africa- Seconda Parte.

Cielo e Spiriti. Sono in Zambia e ancora non ci credo. L’inaugurazione di una scuola in un villaggio nel cuore della Savana

Testi e foto di Lorenzo Canova

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale. Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta. Lo tato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente. Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale. Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci. Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja. Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito. In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità. Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori. Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle. Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con dio. Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti. Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo. Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo. Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni. Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

 

 

 

 

 


Mal d’Africa – Prima parte. La mia prima volta

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Mal d’Africa – Prima Parte

L’arrivo in Zambia e le nuove sensazioni. Prima i colori e il caldo, poi la luce, i suoni, gli odori e le persone

Testi e foto di Lorenzo Canova

La prima cosa che noti dell’Africa, prima ancora di atterrare, è il suo colore. Quello che vedi, mentre sorvoli le sue grandi pianure, è il colore rosso di una terra bruciata dal sole e chiazze di verde “bush” disseminate per la savana come stelle nel cielo. L’Africa la senti appena scendi la scaletta dell’aereo, ti dà subito il suo benvenuto.
Il caldo che provi, appena esci dalla viziata aria condizionata dell’aeroplano, è una sensazione del tutto nuova per un europeo: è un caldo avvolgente e a tratti asfissiante, in pochi secondi hai il viso e le braccia bagnate, anche se fino a un momento prima eri perfettamente asciutto. In realtà ci vuole poco ad abituarsi, in pochi minuti ci si rende conto di essere in un altro mondo: la luce, gli odori e i suoni sono quanto di più lontano possa esserci dalla nostra quotidianità europea. Atterro in Malawi, a Lilongwe per raggiungere poi Chipata, la capitale dell’omonimo distretto dello Zambia. Perché non volare a Lusaku, capitale dello Zambia, per poi andare a Chipata da lì? Beh, se dal Malawi ci mettiamo solo due ore e mezza in macchina, da Lusaku sarebbero ben otto ore su una strada Africana, il che, imparerò in breve tempo, significa circa dieci ore di viaggio. Lo Zambia, d’altronde, nonostante abbia una popolazione che è circa un sesto di quella italiana, è grande quasi tre volte il nostro paese. Sono venuto in Zambia come volontario per supportare un reportage sui risultati di un progetto, promosso da una ONG che da tempo lavora in Africa e America Latina, finalizzato alla costruzione di scuole ed altre infrastrutture.

È la mia prima volta in Africa.

Enrico ci sta aspettando oltre i controlli dell’aeroporto, è il referente a Chipata della ONG, il nostro uomo sul campo. Lui e sua moglie Simonetta vivono in Zambia da vent’anni, vi erano arrivati come volontari da ragazzi per restarci solo un mese… non sono più tornati.
Ora hanno tre figli, nati e cresciuti in Africa. Mentre viaggiamo sulla strada che collega il Malawi allo Zambia, Enrico ci racconta qualcosa sulla vita in Africa e su come le comunità dello Zambia stiano affrontando una sempre più invadente globalizzazione senza avere i mezzi per non esserne sopraffatti. La macchina percorre lentamente la distanza che divide Lilongwe da Chipata ed io guardo il paesaggio che scorre dal finestrino.

Il paesaggio e la gente. L’attesa e il senso del domani

Tutto ciò che vedo è inondato da una luce intensa, che illumina il rosso della terra e che si riflette sulla pelle madida di sudore dei passanti. Il paesaggio è incredibilmente affascinante e romantico (nel senso letterario del termine) e tra le fronde della giungla e i secchi arbusti della savana, che si alternano a ritmo musicale, rimani quasi ipnotizzato; ma c’è un altro elemento che cattura ancora di più la mia curiosità: le persone. Gli africani o, nel mio caso, gli zambiani vivono una vita estremamente diversa dalla nostra europea. Questo forse perché le concezioni di vita stessa e di tempo sono radicalmente diverse dalle nostre.

“Cosa fanno tutte queste persone ferme ai lati della strada?” chiedo ad Enrico.

“beh… Aspettano” mi risponde sorridendo.

“Aspettano che cosa?”

Lui non risponde, ma sorride… sa che lo capirò solo conoscendo, vedendo e parlando con le persone del posto.

Entriamo in Chipata, mentre la attraversiamo scopro che come città ha solo il nome, dove c’è una sola strada asfaltata e l’essere senza corrente elettrica per giorni rientra nella normalità; troviamo, però, ben due grandi supermercati, uno di fronte all’altro. Immaginatevi il mio stupore nello scoprire che uno dei due è un Despar. Quando arriviamo alla casa dei volontari, incontriamo mr. Manda, uno dei collaboratori zambiani dell’associazione.

Enrico e Manda iniziano a parlare in cinyanja, una lingua delle tribù bantu, parlata dalla maggior parte della popolazione dell’Africa meridionale. Ovviamente non capisco una parola, è un linguaggio estremamente lontano dal nostro, composto principalmente da vocali lunghe ed aperte. Nel discorso però sento che entrambi ripetono un paio di volte la parola inglese “tomorrow” e ovviamente mi domando perché. Scarichiamo i bagagli.

Ci sediamo tutti in veranda. Il sole è calato e il caldo del giorno lascia spazio ad una leggera e piacevole brezza, d’altronde, anche se non sembra, siamo a mille metri sul livello del mare. Dopo aver parlato della prima scuola rurale che avremmo visitato il giorno seguente, alcuni miei compagni di viaggio portano delle birre ghiacciate e iniziamo a chiacchierare delle nostre primissime impressioni africane.

“Enrico, perché prima con Manda vi ho sentito dire domani in inglese?” chiedo curioso.

“Ehm.. Beh, perché in cinyanja non c’è una parola che voglia dire domani, o meglio… c’è, ma vuole dire sia domani che ieri.

Ed è da questa scoperta che inizio a capire come il tempo per gli africani sia un concetto completamente diverso dal nostro. Per noi il tempo è un’idea a sé stante, esiste in quanto parametro della fisica e procede anche indipendentemente dall’uomo. In Africa, invece, il tempo esiste in quanto legittimato dalle azioni dell’uomo, o, come dice Kapuscinski in Ebano: “il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce”. Per questo l’africano passo molto del suo tempo ad aspettare.

Il giorno seguente, mi sveglio per il calore che filtra dalle persiane e che mi ricorda di essere in Africa. Gli altri stanno ancora dormendo e quindi, dopo essermi preparato un caffè (santa moka italiana), mi siedo in veranda, in silenzio, ascoltando i rumori della natura. Siamo in una città, ma sembra di essere nel bel mezzo della giungla, immaginate quindi come mi sentirò, fra breve, quando dormirò per davvero nel bel mezzo della foresta. Per tutte queste emozioni, questi suoni, queste differenze sulla visione della vita, per tutti i misticismi culturali, per la bellezza della savana e per la purezza dell’anima dei suoi abitanti, ho finalmente capito, una volta tornato in Europa, cosa vuol dire soffrire di Mal d’Africa.


Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

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Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

Itinerarium mentis notturno, tra le luci di un albero di Natale e la runa di una panchina in rovina.

 di Gaia Manelli

 

Do il bacio della buonanotte a “Umano, troppo umano”, lo chiudo, lo appoggio sul comodino.

Nietzsche, prima di girarsi dal suo lato del letto, mi saluta con questa frase: “Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi – e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una stessa cosa”.

Non riesco a prendere sonno, impegnata in un numero insopportabile d’interrogativi quotidiani. Cosa voglio, in generale, da tutto, dalla vita? Non ne ho idea. Forse dovrei solo smettere di leggere di filosofia prima di andare a dormire, è più forte del caffè.

Decido di uscire. Resto in pigiama, infilo un maglione, il cappotto, le scarpe.

Un piede dopo l’altro mi addentro nell’oscurità. È dicembre, le persone si coprono, gli alberi si spogliano.

Credo siano le due di notte. Il tempo è relativo, mi dico. Le strade sono piene di vuoto. Le automobili, disabitate, attendono nell’immobilità le prime luci del mattino. I marciapiedi non hanno scarpe da sostenere. Io cammino in mezzo alla strada, il silenzio mi ascolta. Le finestre mute, non lasciano trapelare presenze; solo i letti sono pieni, lo resteranno ancora per qualche ora.

All’angolo della strada, sulla via perpendicolare a quella di casa mia, vive una famiglia numerosa. Ogni anno, nel giorno Sant’Ambrogio, l’enorme abete del loro giardino conosce la sua primavera. Sopra i suoi rami aghiformi sboccia un manto singolare. Fiori di ogni colore s’illuminano, piccole lucine colorate si accendono ad intermittenza, continueranno a farlo fino al giorno dell’epifania.

Mi trovo davanti al cancello della villa formato grande-famiglia e l’abete, orgoglioso del suo mantello di luce, mi fissa con centinaia di piccoli occhi fulgidi. Sul capo, teso verso il cielo, indossa una piccola stella. Inchiodato al terreno con le proprie radici, tirato verso l’alto dal puntale. Così se ne sta immobile, quest’albero muto, teso tra il divino e l’umano, tra la magia e il materialismo, tra il bambino e l’uomo.

I miei occhi, seguendo il filo delle luminarie, giungono al punto in cui la spina che le alimenta è infilata nella parete esterna della casa.
Gli occhi di un bambino, mi dico, non si sarebbero spinti a cercare l’attacco delle luci, si sarebbero fermati alla loro bellezza.
Gli occhi di un adulto, però, lo fanno; è necessario che gli adulti tentino di scoprire la magia, così che gli occhi dei bambini possano illuminarsi.

Forse il Natale agli adulti serve a questo, a ricordarsi che la vita, comunque la si intenda, ha una qualche magia di fondo. A ritrovare un po’ il bambino che sopravvive in ogni adulto, quel modo di guardare il mondo che permette di non perdere il sentimento della meraviglia.

Continuo a camminare. Adesso non ho assolutamente idea di che ore siano, non so quanto tempo sia passato. Questa mattina ho dimenticato di caricare il piccolo orologio a molla che porto al polso in ricordo di mia nonna. Tutta la casa dormiva, lei l’unica a svegliarsi e a condividere con me la gioia dello scartamento dei pacchetti. Può essere che i bambini e gli anziani abbiano in comune molto più di quanto lascino intendere. Entrambi sono più vicini ad uno dei due confini che ci delimitano l’esistenza, forse questo essere più vicini ai poli energetici della vita li rende più sensibili, gli permette di vedere sfumature che un adulto o un ragazzo non sono più, o non sono ancora, in grado di vedere. Io che vedo? Non lo so. Ora come ora nulla, non ci sono lampioni sulla strada. Non si accendono lampadine nella mia mente. Il freddo congela i neuroni che non riescono a fare contatto, come le macchine ghiacciate d’inverno.

Ecco delle case. “Buon Natale” canticchio questa scritta nella mia mente mentre la leggo appesa al balcone di un appartamento. Natale!. È possibile che ogni anno la concezione che ho di questa festività, cambi così radicalmente? Ma cos’è il Natale davvero, se dovessi avere l’inumana facoltà d’immaginare l’Idea platonica del Natale, come la vedrei? Alt! Tiro le redini. Nella mia mente faccio il verso che si fa ai cavalli per farli rallentare “Ohhh”.

Mi ammonisco: “cerca di non perderti in uno di quei sofistici vicoli chiusi della tua mente”. Ops. Troppo tardi.

La strada che mi si presenta davanti è chiusa. Distratta, non mi sono resa conto d’essermi immessa in una via senza uscite.

E ora? Mi giro e torno indietro.

Cambio strada, ne provo un’altra, vediamo dove mi porta. La tattica è la stessa, sui marciapiedi di questo paesino dove sono nata, come sui sentieri della vita. Accetto di aver sbagliato. Provo un’altra strada. È la casistica generale: a volte va bene, a volte va male. Diceva mia nonna. No, non è vero.  Lo dico io, ma se dicessi che sono parole di mia nonna in qualche modo avrebbero più autorità. Chissà perché, spesso, le parole degli anziani esprimono certezze. Forse perché hanno più esperienza, hanno visto più cose, ci paiono più sinceri. Eppure si lo stesso dei bambini piccoli, che in qualche modo sulle cose importanti sappiano sempre dire qualcosa di saggio e veritiero. Ai poli della nostra vita siamo per qualche motivo più saggi? Alt! Ohh. Altro vicolo cieco. Pensa più semplice. Fa freddo, la strada è poco illuminata.

Un uomo porta un cane al guinzaglio. Attraverso la strada sterrata che taglia il parco più grande del paese. Una serie di panchine lungo il sentiero; gli schienali in pietra sono dipinti da scritte di bomboletta, i cui colori sbiaditi, come cerchi all’interno di tronchi d’albero, suggeriscono la loro età avanzata. “Quelle panche, zì, sono lì da tipo un botto di tempo”, mi suggerisce – nella mia testa- la voce di chi le ha imbrattate.

Le fronde sospirano accarezzate da una brezza ghiacciata. Il mare di nuvole, nel cielo, è calmo. Guardo la notte. È bellissima.

Mi trovo in un punto indefinito del parco, ho perso il senso dell’orientamento, il sonno e forse anche il senno.

Tra i cespugli riconosco il gatto del mio vicino. Non si allontana mai troppo da casa sua. Lo seguo.

Appena prima dell’uscita del parco, che coincide con l’inizio della mia via, c’è una panchina semidistrutta. Capisco dove sono. Ho sempre preso quello come punto di riferimento per uscire dal parco.

Fin da piccola mi ha colpito un disegno che c’è sopra. Uno scarabocchio casuale, di qualche ragazzo nella sua fase di ribellione, che ricorda una runa. Il mio ippogrifo felino mi ha indicato la strada, mi ha portato sulla runa. Ritrovo la retta via di casa.

Mi siedo per qualche minuto su quello che resta della panca di cemento. Quando ero piccola un’amica di mia madre, per Natale, mi regalò un sacchetto pieno di pietre trasparenti. Sopra di esse erano disegnate delle rune, che mi spiegò essere dei piccoli caratteri alfabetici e simbolici dell’antico mondo germanico. Tacito, nel suo Germania, scriveva che i germani traevano auspici servendosi di rametti su cui riportavano le rune. Buttavano i pezzi di legno, a caso, su di una veste bianca e invocavano gli dei. Il sacerdote poi raccoglieva tre pezzi, uno per volta, e li interpretava secondo il segno impresso.

Da piccola, quando un dubbio mi assaliva, prendevo il mio sacchetto di rune, gettavo i sassolini sopra il letto di mia madre e ne raccoglievo tre. Non che ci credessi particolarmente, però insomma, è come la storia del lancio della moneta. Mentre è in aria ti rendi conto di cosa vorresti che uscisse, è quello che conta.

A volte perdersi per qualche secondo nelle possibilità aiuta a rendersi conto di che cosa si voglia davvero.

Perdersi per ritrovarsi.

Ritrovo la mia speranza, forse il senno. Sono Astolfo sulla runa.

Albeggia, di colpo i lampioni si spengono. Un attimo intenso di buio.

Ed è subito mattina.