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Benares: dialettica delle emozioni – Terza parte

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Benares: dialettica delle emozioni

Terza parte

Testo e foto di Davide Carretta

Il negozio consiste in una stanza quadrata larga e profonda meno di tre metri; su tutti i lati escluso quello di ingresso, mensole sbilenche ospitano pile pericolanti di tessuti in vendita; per terra un grande materasso bianco ricopre interamente i circa nove metri quadrati di pavimento.

– You Italian? I like Italy: Roberto Benigni, Nanni Moretti, La stanza del figlio!

A parlare è il proprietario del negozio, Santosh. Ha una barba lunga di un nero prossimo a incanutirsi e sopra una pancia piuttosto generosa indossa una kurta bianca. Piedi nudi, quasi un anello per dito – anelli che, ai miei occhi di perfetto ignorante in materia di pietre preziose, sembrano tutto sommato pregiati – e fra le mani un bastoncino di incenso. Lo accende e lo fa volteggiare lentamente davanti a sé, per distribuirne meglio l’aroma in tutta la stanza.

Evidentemente è un appassionato di cinema, penso. Un cinefilo che ha deciso di spingersi ben oltre a Bollywood, evidentemente. Parliamo di quanto sia bravo Nanni Moretti e di quanto sia bello “La stanza del figlio” – film che non ho visto, ma questo non posso certo dirglielo – e di quanto mi sembri strano che lui conosca tutto questo.

Poi, terminato il seminario italo-indiano sulle reciproche influenze nel mondo del cinema, mi invita ad accomodarmi e comincia a mostrarmi tutto quello che il suo piccolo ma stracolmo negozio offre.

Santosh e il suo aiutante, un ragazzo sulla trentina, vendono seta, Pashmina, lana di yak e mille altri tessuti e con una pazienza, un entusiasmo e uno zelo di cui ancora ho ammirazione, mi presentano decine e decine di proposte: sciarpe, kurta, teli e via dicendo. A ogni nuova presentazione si dilungano in appassionate introduzioni decantandone le squisite doti di morbidezza e invitandomi a tastarle con le mie stesse mani. Io, che fatico a distinguere persino il cotone dal Poliestere, non posso che abbandonarmi a una totale improvvisazione rispetto ai commenti e agli apprezzamenti che il ragazzo e il proprietario si aspettano. Rifiuto ogni proposta, più che altro perché non ho quella moglie che loro sono convinti io non possa non avere e per la quale mi esortano a comprare una splendida e morbidissima sciarpa di Pashmina lilla e verde pistacchio.

Non compro nulla quindi e un po’ mi dispiace, il loro impegno è stato encomiabile. Nel salutarli, prometto loro che tornerò sicuramente a trovarli; d’altronde abito a due passi e non ho nient’altro da fare. E soprattutto, vale sempre la pena di ascoltare un uomo che dietro al fumo dell’incenso passa le giornate tessendo le lodi della seta e dei registi italiani.

La mattina dopo decido di dirigermi verso Manikarnika Ghat, il luogo davanti al fiume dove, tradizionalmente, vengono cremati i morti. È uno dei luoghi più sacri della città e in generale, vista la sua funzione, di tutta l’India. Se la morte è un viatico attraverso il quale ogni uomo può, in teoria, uscire dalla Terra e conquistare la salvezza, la Moksha, Manikarnika Ghat è uno dei luoghi più rispettati dove essere cremati. In particolare perché è a Varanasi e, come mi avrebbe poi detto il ragazzo del negozio, l’aspirazione più grande di molti indiani è morire a Varanasi.

Per arrivarci basta seguire il fiume e cercare il fumo che, costantemente, sale al cielo da quella zona. Non so quante persone vengano cremate ogni giorno, ma so che il processo è praticamente ininterrotto. C’è sempre qualcuno da cremare e gli addetti alla cremazione, che appartengono all’ultima casta, a quella degli intoccabili, i Dalit, sono sempre all’opera: caricano i corpi sulle pire, li cospargono con eventuali oli che i parenti delle famiglie più ricche possono chiedere che vengano utilizzati durante la cremazione, recuperano nuova legna da ardere. Un ragazzo che incontro sul posto inizia a illustrarmi la lunga procedura di cremazione, da quando il corpo viene immerso per l’ultima volta nella Ganga, fino a quando sulla pira non restano che le sue ceneri. Mi accompagna in un punto rialzato rispetto alla zona di cremazione, da dove è possibile osservare meglio ma da dove arriva, complice il vento, tutto il fumo. La zona è suddivisa in base alle caste, perché ognuno, a seconda della casta a cui appartiene, ha diritto a essere cremato in una specifica zona del Ghat. Il suo racconto non si interrompe, ma sono io che spesso non lo ascolto. D’altronde, ho davanti ai miei occhi membra di uomini che lentamente inceneriscono. Ogni popolo ha la propria tradizione e porta avanti il proprio rapporto con i morti, che, in definitiva, è una conseguenza della visione che quel popolo ha del rapporto con la morte. Questo della cremazione ha un sapore antichissimo e, per quanto sia crudo, specialmente se osservato dal vivo e specialmente se si riesce a considerare che a pochi passi da un qualsiasi turista probabilmente ci sono i familiari del morto, esercita un fascino amaro da digerire e non può che farmi riflettere. Riflettere sulla morte, sul valore che siamo in grado di darle. Sulla vita, e sul valore che, sapendo che esiste la morte, siamo in grado di darle. E riflettere sulla vita degli altri, e se sia educato o meno spiarne la fine con il solo accademico scopo di conoscere le altrui abitudini e tradizioni.

Il ragazzo sta continuando a raccontare e mi dice che i bambini e le donne incinte non vengono cremate ma direttamente gettate nel fiume. Ecco, penso: è veramente più assurda una tradizione di questo tipo rispetto a un’altra che invece ingabbia i morti in orrende bare di legno incastrate tre metri sotto terra, nel vano tentativo forse di non farli scappare via? Ho forti dubbi, e con forti dubbi mi avvio lentamente verso casa, lasciandomi alle spalle un odore acre, un fumo denso e il ragazzo-guida, cui ho dato un centinaio di rupie come segno di riconoscenza per le illustrazioni ricevute. Una specie di biglietto per lo spettacolo della morte. Tornando verso l’ostello dove abito mi fermo da Santosh e dal suo aiutante.

– Hi Davide, come here!

È lui, che da lontano mi ha riconosciuto e mi ha salutato subito. Mi fermo davanti al negozio e mi accomodo sulla sedia di plastica che ossequiosamente è andato a prendere per me. È contento, perché oggi gli affari vanno bene: è il periodo del Dwali festival, che cade intorno ai primi giorni di Novembre, è si celebra il ritorno in città di Rama dopo quattordicini anni trascorsi nella foresta, e quindi il trionfo del bene sul male. Non ho capito molto, ma d’altronde Santosh, da buon commerciante, aveva sinteticamente detto: “Dwali è la festa dei soldi, ognuno di noi deve regalare un vestito nuovo”.  È stato quando gli ho chiesto maggiori chiarimenti e se ci fosse una qualche leggenda dietro che lui ha spiccicato alcune informazioni in più. Di fatto, a tutti i commercianti interessa soltanto che in quei giorni di festa la gente sia più propensa all’acquisto.

È per questo che, in un impeto di condivisione delle emozioni e delle tradizioni, scelgo una kurta bordeaux e la compro. Forse in realtà, a ben pensarci, la kurta l’ho comprata più per una specie di senso di riconoscenza nei confronti di Santosh e del suo aiutante, che sono stati così ospitali e pazienti in questi giorni.

Il giorno dopo il viaggio verso l’aeroporto lo faccio in tuk tuk. A caricarmi sul suo bolide è un uomo né buddista né induista bensì Sikh, un’altra religione piuttosto diffusa, i cui “fondatori”, sono alcuni Guru, vissuti in India tra il XV e il XVII. La formula di saluto usata da tutti i Sikh, avevo scoperto qualche giorno prima è “Sat Sri Akaal”, che più o meno significa “Rendo onore alla verità di Dio”.

Salgo sul tuk tuk e l’uomo, dopo avermi informato che la corsa costerà 20 rupie (praticamente nulla, per me) mi chiede da dove vengo.

– Italy! I know Italy: Bongiorno, come sta!”

Sentendolo sorrido e insieme cominciamo a parlare in italiano: io gli dico parole semplici e lui prova a ripeterle quando non le conosce, oppure le grida, gonfio di orgoglio, quando le conosce! Non so perché sappia qualche parola in italiano, ma d’altronde, non è importante saperlo. Il viaggio è piuttosto lungo, ma le parole sono tante e lui, a cui non ho chiesto il nome, non si stanca mai. Ne vuole imparare di nuove per poi ripeterle ai prossimi clienti.

– “Domani! Ragazzo! Aeroporto!”

Devo dire che ha una discreta pronuncia, il tassista Sikh. Arrivati all’aeroporto mi aiuta a scaricare lo zaino e poi mi ringrazia per avergli insegnato così tante parole nuove. Lo saluto porgendogli le venti rupie ed esclamando la formula di saluto che avevo da poco imparato, a lui tanto cara: “Sat Sri Akaal”. In un attimo, lo vedo piegarsi in un sorriso commosso: mi restituisce i soldi, prende le mie mani fra le sue e in italiano mi dice: “Grazie, niente rupie.”

Tutto il resto è la storia di una lacrima che scende dagli occhi e che ancora oggi, a distanza di anni, mi graffia dolcemente le pareti del cuore.


“Why the hell is she doing that to herself?”

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“Why the hell is she doing that to herself?”

A trip into a runner’s mind to answer to non-running-people’s ancestral doubt.

Testo e foto di Gaia Manelli

If you are one of these people that ask themselves “Why the hell is he doing that to himself?” when they see a runner running a street, you’re now in the right place. I’m here to answer to your question.

Let’s suppose it’s a sunny Sunday and you are sitting in your car. It’s September and a soft wind is blowing while you’re driving to a lake place. When suddenly, on the side of the road, a strange and mythological figure appears. Your babies are pointing at it with their fingers, your wife is staring at it with wide eyes and whispering in wonder: “Is that a…?”. So you think, yeah, there’s no doubt: it’s a runner. Then after the identification of the species, you’ll probably proceed by observing the phenomenon. It’s a female specimen, we can say a woman (because yes even runners, after all, are human beings). She is running and sweating so you think: “Man, her face is red like a ripe and mellow tomato!”.  At this point you are certainty going to ask yourself the famous answer non-running-people ask themselves when they see a runner: “Why the hell is she doing that to herself?”. If you’re from the suburbs of south-Milan, that cheerful, sweating girl you’re seeing it’s probably me. So I’m here, during my morning run, looking at you and trying to make you understand my reasons. Please be gentle, I’m on my eighth kilometre and my breath is laboured. Looking at my face you could think about a red orange or a juicy tomato. And that’s true. My brain is now receiving more and more blood and my face is reddening.

And here we arrive to the first point of a runner’s motivation: focusing. Sorry? What does focusing has to do with running? Let me explain. When you run your brain gets filled with a lot more blood than when you’re not in activity. And, if you allow me the metaphor, you realize that when you’re running your brain is like a box with a fixed size, so if you need to put in more blood it means you have to leave out some thoughts. We are now getting closer to what I like to call the runner’s equation: more blood = less thoughts. While you’re running something in your way of thinking changes. In some way you are forced to think about one thing at a time, maybe because your whole body is paying attention to put one foot in front of the other, and making sure that the whole organism supports the effort of the race without collapsing. So while your organism is basically only focusing on the activity of surviving, you have very little energy left to be devoted to the activity of thinking. One of the most important reasons we run is to improve our ability to mentally focus on a single thing. It may seem strange but trust me, that’s totally true. I really swear that when you’re runnig for like 50 minutes and you try to ask your body to use energy to think about something useless, you can see the middle finger of your mind lighting up in the darkness of your head under the neon sign: “Not now brò, really, not now”.

Oh well, here we are at the tenth kilometre.  Why am I smiling? I don’t really know but the answer I gave myself is just a word: endorphins. And that’s the second most important reason for which we run, the thing that someone is used to calling the Runner’s High. We are not drug addicts, at least not according to the literal meaning of the word. However there is a moment, that usually occurs during long distance runs, in which you start feeling this sense of joy that makes you feel invincible. Sometimes this heroic felling is destroyed after a few seconds by a small highway of mosquitos, that goes into the tunnel of your throat making you cough and get back in touch with your sense of reality. Most of the time the peak of endorphins simply falls and the sense of effort returns to be felt. Anyway, yes it’s a quite short feeling, but if the short duration was enough to make things not important, we should probably not even like things as coffee, chocolates or orgasms. But we all know how things are, so…

You’re going fast with your car, aren’t you? Please let me finish. Do you see that creature in front of me? That’s the best friend of a runner. That’s a dog, my dog. Another important thing for a runner is this one: running in company is nice, but running alone is magnificent. We live in a crowded society, in every place we go, we meet a lot of people and come by many different thing and situations, that means a lot of incitements, requests, questions. We don’t really know what silence is. By “silence” I don’t mean the total absence of sounds, but rather the dimension of listening to ourselves instead of something that stands outside. We are constantly subjected to the influence of something, from the advertising of the last brand of phones to our grandmother’s request to bring her slippers. Sometimes it is just relaxing to be alone with your body and your few but important thoughts. And so, yes, I run with my dog because it’s not a big talker, it definitely does not speak. Sometimes I ask it questions but, for now, he has never replied. So thing are currently ok, I think.

Here we are, fifteenth kilometer. We can now stop. Oh, you’ve gone. I know it was just a glance, but I really hope I managed to let you understand my points. Have a nice day with your family. I wish you the best, and maybe the next time you see a runner you’ll just smile to him not thinking how crazy he is, but rather how wise he is to take a moment to feel in peace and reconcile with himself and the world too.  And you probably also say “what a shape!” because we all know how things are…


Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.


Mal d’Africa – Seconda parte. Cielo e Spiriti

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Mal d’Africa- Seconda Parte.

Cielo e Spiriti. Sono in Zambia e ancora non ci credo. L’inaugurazione di una scuola in un villaggio nel cuore della Savana

Testi e foto di Lorenzo Canova

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale. Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta. Lo tato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente. Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale. Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci. Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja. Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito. In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità. Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori. Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle. Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con dio. Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti. Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo. Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo. Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni. Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

 

 

 

 

 


Mal d’Africa – Prima parte. La mia prima volta

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Mal d’Africa – Prima Parte

L’arrivo in Zambia e le nuove sensazioni. Prima i colori e il caldo, poi la luce, i suoni, gli odori e le persone

Testi e foto di Lorenzo Canova

La prima cosa che noti dell’Africa, prima ancora di atterrare, è il suo colore. Quello che vedi, mentre sorvoli le sue grandi pianure, è il colore rosso di una terra bruciata dal sole e chiazze di verde “bush” disseminate per la savana come stelle nel cielo. L’Africa la senti appena scendi la scaletta dell’aereo, ti dà subito il suo benvenuto.
Il caldo che provi, appena esci dalla viziata aria condizionata dell’aeroplano, è una sensazione del tutto nuova per un europeo: è un caldo avvolgente e a tratti asfissiante, in pochi secondi hai il viso e le braccia bagnate, anche se fino a un momento prima eri perfettamente asciutto. In realtà ci vuole poco ad abituarsi, in pochi minuti ci si rende conto di essere in un altro mondo: la luce, gli odori e i suoni sono quanto di più lontano possa esserci dalla nostra quotidianità europea. Atterro in Malawi, a Lilongwe per raggiungere poi Chipata, la capitale dell’omonimo distretto dello Zambia. Perché non volare a Lusaku, capitale dello Zambia, per poi andare a Chipata da lì? Beh, se dal Malawi ci mettiamo solo due ore e mezza in macchina, da Lusaku sarebbero ben otto ore su una strada Africana, il che, imparerò in breve tempo, significa circa dieci ore di viaggio. Lo Zambia, d’altronde, nonostante abbia una popolazione che è circa un sesto di quella italiana, è grande quasi tre volte il nostro paese. Sono venuto in Zambia come volontario per supportare un reportage sui risultati di un progetto, promosso da una ONG che da tempo lavora in Africa e America Latina, finalizzato alla costruzione di scuole ed altre infrastrutture.

È la mia prima volta in Africa.

Enrico ci sta aspettando oltre i controlli dell’aeroporto, è il referente a Chipata della ONG, il nostro uomo sul campo. Lui e sua moglie Simonetta vivono in Zambia da vent’anni, vi erano arrivati come volontari da ragazzi per restarci solo un mese… non sono più tornati.
Ora hanno tre figli, nati e cresciuti in Africa. Mentre viaggiamo sulla strada che collega il Malawi allo Zambia, Enrico ci racconta qualcosa sulla vita in Africa e su come le comunità dello Zambia stiano affrontando una sempre più invadente globalizzazione senza avere i mezzi per non esserne sopraffatti. La macchina percorre lentamente la distanza che divide Lilongwe da Chipata ed io guardo il paesaggio che scorre dal finestrino.

Il paesaggio e la gente. L’attesa e il senso del domani

Tutto ciò che vedo è inondato da una luce intensa, che illumina il rosso della terra e che si riflette sulla pelle madida di sudore dei passanti. Il paesaggio è incredibilmente affascinante e romantico (nel senso letterario del termine) e tra le fronde della giungla e i secchi arbusti della savana, che si alternano a ritmo musicale, rimani quasi ipnotizzato; ma c’è un altro elemento che cattura ancora di più la mia curiosità: le persone. Gli africani o, nel mio caso, gli zambiani vivono una vita estremamente diversa dalla nostra europea. Questo forse perché le concezioni di vita stessa e di tempo sono radicalmente diverse dalle nostre.

“Cosa fanno tutte queste persone ferme ai lati della strada?” chiedo ad Enrico.

“beh… Aspettano” mi risponde sorridendo.

“Aspettano che cosa?”

Lui non risponde, ma sorride… sa che lo capirò solo conoscendo, vedendo e parlando con le persone del posto.

Entriamo in Chipata, mentre la attraversiamo scopro che come città ha solo il nome, dove c’è una sola strada asfaltata e l’essere senza corrente elettrica per giorni rientra nella normalità; troviamo, però, ben due grandi supermercati, uno di fronte all’altro. Immaginatevi il mio stupore nello scoprire che uno dei due è un Despar. Quando arriviamo alla casa dei volontari, incontriamo mr. Manda, uno dei collaboratori zambiani dell’associazione.

Enrico e Manda iniziano a parlare in cinyanja, una lingua delle tribù bantu, parlata dalla maggior parte della popolazione dell’Africa meridionale. Ovviamente non capisco una parola, è un linguaggio estremamente lontano dal nostro, composto principalmente da vocali lunghe ed aperte. Nel discorso però sento che entrambi ripetono un paio di volte la parola inglese “tomorrow” e ovviamente mi domando perché. Scarichiamo i bagagli.

Ci sediamo tutti in veranda. Il sole è calato e il caldo del giorno lascia spazio ad una leggera e piacevole brezza, d’altronde, anche se non sembra, siamo a mille metri sul livello del mare. Dopo aver parlato della prima scuola rurale che avremmo visitato il giorno seguente, alcuni miei compagni di viaggio portano delle birre ghiacciate e iniziamo a chiacchierare delle nostre primissime impressioni africane.

“Enrico, perché prima con Manda vi ho sentito dire domani in inglese?” chiedo curioso.

“Ehm.. Beh, perché in cinyanja non c’è una parola che voglia dire domani, o meglio… c’è, ma vuole dire sia domani che ieri.

Ed è da questa scoperta che inizio a capire come il tempo per gli africani sia un concetto completamente diverso dal nostro. Per noi il tempo è un’idea a sé stante, esiste in quanto parametro della fisica e procede anche indipendentemente dall’uomo. In Africa, invece, il tempo esiste in quanto legittimato dalle azioni dell’uomo, o, come dice Kapuscinski in Ebano: “il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce”. Per questo l’africano passo molto del suo tempo ad aspettare.

Il giorno seguente, mi sveglio per il calore che filtra dalle persiane e che mi ricorda di essere in Africa. Gli altri stanno ancora dormendo e quindi, dopo essermi preparato un caffè (santa moka italiana), mi siedo in veranda, in silenzio, ascoltando i rumori della natura. Siamo in una città, ma sembra di essere nel bel mezzo della giungla, immaginate quindi come mi sentirò, fra breve, quando dormirò per davvero nel bel mezzo della foresta. Per tutte queste emozioni, questi suoni, queste differenze sulla visione della vita, per tutti i misticismi culturali, per la bellezza della savana e per la purezza dell’anima dei suoi abitanti, ho finalmente capito, una volta tornato in Europa, cosa vuol dire soffrire di Mal d’Africa.


Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

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Perdersi per ritrovarsi, ritrovarsi per perdersi

Itinerarium mentis notturno, tra le luci di un albero di Natale e la runa di una panchina in rovina.

 di Gaia Manelli

 

Do il bacio della buonanotte a “Umano, troppo umano”, lo chiudo, lo appoggio sul comodino.

Nietzsche, prima di girarsi dal suo lato del letto, mi saluta con questa frase: “Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi – e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una stessa cosa”.

Non riesco a prendere sonno, impegnata in un numero insopportabile d’interrogativi quotidiani. Cosa voglio, in generale, da tutto, dalla vita? Non ne ho idea. Forse dovrei solo smettere di leggere di filosofia prima di andare a dormire, è più forte del caffè.

Decido di uscire. Resto in pigiama, infilo un maglione, il cappotto, le scarpe.

Un piede dopo l’altro mi addentro nell’oscurità. È dicembre, le persone si coprono, gli alberi si spogliano.

Credo siano le due di notte. Il tempo è relativo, mi dico. Le strade sono piene di vuoto. Le automobili, disabitate, attendono nell’immobilità le prime luci del mattino. I marciapiedi non hanno scarpe da sostenere. Io cammino in mezzo alla strada, il silenzio mi ascolta. Le finestre mute, non lasciano trapelare presenze; solo i letti sono pieni, lo resteranno ancora per qualche ora.

All’angolo della strada, sulla via perpendicolare a quella di casa mia, vive una famiglia numerosa. Ogni anno, nel giorno Sant’Ambrogio, l’enorme abete del loro giardino conosce la sua primavera. Sopra i suoi rami aghiformi sboccia un manto singolare. Fiori di ogni colore s’illuminano, piccole lucine colorate si accendono ad intermittenza, continueranno a farlo fino al giorno dell’epifania.

Mi trovo davanti al cancello della villa formato grande-famiglia e l’abete, orgoglioso del suo mantello di luce, mi fissa con centinaia di piccoli occhi fulgidi. Sul capo, teso verso il cielo, indossa una piccola stella. Inchiodato al terreno con le proprie radici, tirato verso l’alto dal puntale. Così se ne sta immobile, quest’albero muto, teso tra il divino e l’umano, tra la magia e il materialismo, tra il bambino e l’uomo.

I miei occhi, seguendo il filo delle luminarie, giungono al punto in cui la spina che le alimenta è infilata nella parete esterna della casa.
Gli occhi di un bambino, mi dico, non si sarebbero spinti a cercare l’attacco delle luci, si sarebbero fermati alla loro bellezza.
Gli occhi di un adulto, però, lo fanno; è necessario che gli adulti tentino di scoprire la magia, così che gli occhi dei bambini possano illuminarsi.

Forse il Natale agli adulti serve a questo, a ricordarsi che la vita, comunque la si intenda, ha una qualche magia di fondo. A ritrovare un po’ il bambino che sopravvive in ogni adulto, quel modo di guardare il mondo che permette di non perdere il sentimento della meraviglia.

Continuo a camminare. Adesso non ho assolutamente idea di che ore siano, non so quanto tempo sia passato. Questa mattina ho dimenticato di caricare il piccolo orologio a molla che porto al polso in ricordo di mia nonna. Tutta la casa dormiva, lei l’unica a svegliarsi e a condividere con me la gioia dello scartamento dei pacchetti. Può essere che i bambini e gli anziani abbiano in comune molto più di quanto lascino intendere. Entrambi sono più vicini ad uno dei due confini che ci delimitano l’esistenza, forse questo essere più vicini ai poli energetici della vita li rende più sensibili, gli permette di vedere sfumature che un adulto o un ragazzo non sono più, o non sono ancora, in grado di vedere. Io che vedo? Non lo so. Ora come ora nulla, non ci sono lampioni sulla strada. Non si accendono lampadine nella mia mente. Il freddo congela i neuroni che non riescono a fare contatto, come le macchine ghiacciate d’inverno.

Ecco delle case. “Buon Natale” canticchio questa scritta nella mia mente mentre la leggo appesa al balcone di un appartamento. Natale!. È possibile che ogni anno la concezione che ho di questa festività, cambi così radicalmente? Ma cos’è il Natale davvero, se dovessi avere l’inumana facoltà d’immaginare l’Idea platonica del Natale, come la vedrei? Alt! Tiro le redini. Nella mia mente faccio il verso che si fa ai cavalli per farli rallentare “Ohhh”.

Mi ammonisco: “cerca di non perderti in uno di quei sofistici vicoli chiusi della tua mente”. Ops. Troppo tardi.

La strada che mi si presenta davanti è chiusa. Distratta, non mi sono resa conto d’essermi immessa in una via senza uscite.

E ora? Mi giro e torno indietro.

Cambio strada, ne provo un’altra, vediamo dove mi porta. La tattica è la stessa, sui marciapiedi di questo paesino dove sono nata, come sui sentieri della vita. Accetto di aver sbagliato. Provo un’altra strada. È la casistica generale: a volte va bene, a volte va male. Diceva mia nonna. No, non è vero.  Lo dico io, ma se dicessi che sono parole di mia nonna in qualche modo avrebbero più autorità. Chissà perché, spesso, le parole degli anziani esprimono certezze. Forse perché hanno più esperienza, hanno visto più cose, ci paiono più sinceri. Eppure si lo stesso dei bambini piccoli, che in qualche modo sulle cose importanti sappiano sempre dire qualcosa di saggio e veritiero. Ai poli della nostra vita siamo per qualche motivo più saggi? Alt! Ohh. Altro vicolo cieco. Pensa più semplice. Fa freddo, la strada è poco illuminata.

Un uomo porta un cane al guinzaglio. Attraverso la strada sterrata che taglia il parco più grande del paese. Una serie di panchine lungo il sentiero; gli schienali in pietra sono dipinti da scritte di bomboletta, i cui colori sbiaditi, come cerchi all’interno di tronchi d’albero, suggeriscono la loro età avanzata. “Quelle panche, zì, sono lì da tipo un botto di tempo”, mi suggerisce – nella mia testa- la voce di chi le ha imbrattate.

Le fronde sospirano accarezzate da una brezza ghiacciata. Il mare di nuvole, nel cielo, è calmo. Guardo la notte. È bellissima.

Mi trovo in un punto indefinito del parco, ho perso il senso dell’orientamento, il sonno e forse anche il senno.

Tra i cespugli riconosco il gatto del mio vicino. Non si allontana mai troppo da casa sua. Lo seguo.

Appena prima dell’uscita del parco, che coincide con l’inizio della mia via, c’è una panchina semidistrutta. Capisco dove sono. Ho sempre preso quello come punto di riferimento per uscire dal parco.

Fin da piccola mi ha colpito un disegno che c’è sopra. Uno scarabocchio casuale, di qualche ragazzo nella sua fase di ribellione, che ricorda una runa. Il mio ippogrifo felino mi ha indicato la strada, mi ha portato sulla runa. Ritrovo la retta via di casa.

Mi siedo per qualche minuto su quello che resta della panca di cemento. Quando ero piccola un’amica di mia madre, per Natale, mi regalò un sacchetto pieno di pietre trasparenti. Sopra di esse erano disegnate delle rune, che mi spiegò essere dei piccoli caratteri alfabetici e simbolici dell’antico mondo germanico. Tacito, nel suo Germania, scriveva che i germani traevano auspici servendosi di rametti su cui riportavano le rune. Buttavano i pezzi di legno, a caso, su di una veste bianca e invocavano gli dei. Il sacerdote poi raccoglieva tre pezzi, uno per volta, e li interpretava secondo il segno impresso.

Da piccola, quando un dubbio mi assaliva, prendevo il mio sacchetto di rune, gettavo i sassolini sopra il letto di mia madre e ne raccoglievo tre. Non che ci credessi particolarmente, però insomma, è come la storia del lancio della moneta. Mentre è in aria ti rendi conto di cosa vorresti che uscisse, è quello che conta.

A volte perdersi per qualche secondo nelle possibilità aiuta a rendersi conto di che cosa si voglia davvero.

Perdersi per ritrovarsi.

Ritrovo la mia speranza, forse il senno. Sono Astolfo sulla runa.

Albeggia, di colpo i lampioni si spengono. Un attimo intenso di buio.

Ed è subito mattina.


Gita sull’Helvellyn

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Gita sull’ Helvellyn

Una passeggiata nel Distretto dei laghi, nel Nord Ovest dell’Inghilterra. Dalle montagne al mare, in una giornata di sole e di vento che aiuta ad allontanare l’inquietudine per le angoscianti notizie della cronaca quotidiana

Testo e foto di Luca Lastella

Glenridding (Cambria) luglio 2016. Per salire sull’Helvellyn ho pianificato la gita venerdì mattina; David mi aveva detto che ne sarebbe valsa la pena, c’è una cresta finale scoscesa e panoramica, su cui arrampicarsi fino in cima, a tratti con le mani.

Ho guardato le previsioni del tempo su BBC Weather e ho verificato come al solito i tempi e studiato il percorso su internet: i dislivelli, le distanze e la densità delle linee di quota. Quando si va in giro da soli in montagna, o in posti sperduti, questi sono tutti elementi fondamentali da non sottovalutare mai in generale, ma assumono un’importanza vitale in solitaria.

Ero allenato, ma la testa era rannuvolata dalle cattive notizie, dalle ferite inferte a questa vecchia Europa che non sarà mai unita. La strage di Nizza, il sacerdote sgozzato a Ruen, la sparatoria al supermercato in Baviera e infine il Brexit e le sue conseguenze economiche, per me soprattutto. Mentre preparavo lo zaino e ho ricevuto una telefonata da David che mi chiedeva se avessi sentito cosa fosse successo in Turchia. Guardai su internet e la notizia del tentato colpo di stato mi fece passare in un minuto tutto l’entusiasmo che mi aveva riempito l’attesa della gita.

Mandai un messaggio a Tony che lavora in Turchia, per sapere se stesse bene; fortunatamente era in vacanza in Spagna. Stavo per andare a letto e mi sono venuti in mente i miei amici turchi di Leeds. Mando “what’s up”; Nadir è a Leeds, Ali invece è in vacanza in Turchia. Mi risponde che sta bene, che è chiuso in un villaggio turistico. Sta cercando di capire anche lui cosa stia succedendo. Vado a letto.

Sabato mattina non me la caccio più di tanto per svegliarmi. Abbondante colazione e salgo in macchina; gironzolo per un’ora e mezza per campagne deserte, le strade sono ancora umide per le piogge di ieri.

Le nuvole del Brexit si diradano al parcheggio di Glenridding, quando aprendo il baule dell’auto per prendere zaino, mi rendo conto che non ci sono gli scarponcini. Erano sull’uscio di casa e li ho dimenticati: mi aspetta una salita, rocce comprese,   in scarpe da tennis. Scarpe da tennis, non per modo di dire, proprio scarpe da tennis: quelle con la suola appena abbozzata per poter scivolare bene sulla terra battuta. Mi incammino, nessuno sul sentiero, salgo e fa caldo. Le previsioni erano corrette, fa fresco, ma c’è un sole abbagliante. Sudo e bevo senza fermarmi, mi si apre il primo panorama davanti agli occhi: paesaggio alpino, cascate e niente alberi. Salgo ancora, fa più freddo e la scena è rubata da un laghetto come tanti ne ho visti sulle mie Alpi. E’ assurdo come il paesaggio sia così simile a quello appoggiato sulla catena montuosa più importante d’Europa e che si trova a millecinquecento chilometri più a Sud. E’ come provare una strana sensazione di ubiquità.  Sopra pensiero non mi rendo conto di superare decine di persone, non le guardo nemmeno in faccia, mi fermo a bere e mi guardo intorno. Non ho fame perché mi nutro di sole, di aria fresca e limpida che vorrei regalare un po’ a tutta questa Europa immersa nella puzza e nella nebbia da lei stessa creata; un’Europa perennemente alla ricerca di se stessa.

 

Le rocce sono davanti a me, non posso e non devo pensare ad altro se non a capire come salire senza scivolare con queste scarpe da tennista della domenica e dalla suola che merita un’espulsione dal CAI e la radiazione da tutte le escursioni del mondo. Gli ultimi venti minuti li faccio senza quasi mai staccare mani e piedi dalla roccia. C’è silenzio dentro e fuori di me, talmente tanto silenzio che non mi rendo conto di percorrere l’ultimo tratto, con uno strapiombo a destra e uno a sinistra, senza la minima sosta.

Esco in cima. Un grande pianoro con rocce rotte; mi faccio scattare una foto, mi copro e mi siedo insieme ad altre persone appena arrivate dal versante opposto, siamo dietro ad un muretto fatto apposta per ripararsi dal vento.

Il mio pasto consiste in una tavoletta di cm 2x4x8, comprata alla Coop di Baildon. Ne assaggio un morso ed è buona; leggo gli ingredienti … sicuramente contiene Avena, mi fermo però al terzo ingrediente, perché poi inizia una lista di sostanze sinistre e il cui nome non è altro che una serie di caratteri alfanumerici.
Scendo dal versante opposto. Il vento in cima è rinforzato. Sono più di tre ore che cammino, sono stanco e sudato.

Mi fermo su un prato a mezz’ora dall’arrivo; mi sdraio e mi addormento per un quarto d’ora. Mi sveglio e guardando il lago di fronte a me, quelle case bianche e gli alberi, mi ritengo fortunato.

Arrivo al parcheggio, mi cambio, ma prima di ripartire entro in un pub, prendo del sidro e mi siedo sulla panca all’esterno per godermi ancora un po’ di sole.

Non penso più a nulla, da lontano guardo la cima del Helvellyn.

Salgo in auto e l’insofferenza mi assale. Sono in Cambria e proprio qui ho fatto la mia prima trasferta di lavoro quando ero un giovane ingegnere in Agip. Era una source-inspection presso un fornitore di Ulverston che produceva connettori elettrici sottomarini a un’ora da qui. Non mi interessa tornare in quel posto,  ma piuttosto rivedere quella costa.  Sono passati decenni e mi ricordo la sera prima di rientrare in albergo: ero rimasto colpito dalle incredibili dimensioni che hanno le basse maree da queste parti. Devo andare al mare. Salgo in auto e, anziché tornare a casa, a velocità da ritiro patente sulla M6 mi precipito verso Lancaster senza usare nemmeno il navigatore, guardo il sole e vado a Ovest… li c’è il mare. Morecambe mi sembra una buona meta. Finisco la corsa su un parcheggio del lungomare, scendo e cammino velocemente verso il molo; c’è la bassa marea e ci sono anche le barche in secca come me le ricordavo ventiquattro anni fa. Ci sono anche tanti aquiloni sulla spiaggia infinita. Mi compro del pesce e delle verdure da cucinarmi stasera.Mi separano un’ora e mezza di macchina da casa.

Il sole non ne vuole sapere di nascondersi, è luglio ed è ancora alto. Giornate così limpide qui sono un regalo, così decido di non percorrere neanche un pezzo di autostrada. Imbocco la A65; è un su e giù per campagne e colline, muretti a secco, pecore e mucche. Sembra davvero uno di quei sabati estivi descritti chissà quante volte da tanti autori del novecento. Vado piano, forse troppo, perché mi superano in due o tre occasioni alcune auto; gli inglesi lo fanno raramente, è tutto dire. Alla radio passano canzoni degli Smiths, di James Taylor e Santana, alcune le canticchio sottovoce. Le cattive notizie sono lontane. Cottage bianchi e grigi mi sfilano di fianco tra i paesini cheinterrompono, come i punti in una frase, un nastro di prati e colline verdi.

Sono a casa. Gli scarponcini sono nell’ingresso.


Quello che ho capito dell’India

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Ricordi, annotazioni e riflessioni, a volte amare e ironiche, in un viaggio per lavoro di pochi anni fa

di Luca Lastella

Così sono qui, in questo paese, la 55esima bandierina sul mio planisfero. Il 55esimo paese calpestato da quando, senza che nessuno l’avesse previsto, una laurea in Ingegneria Aeronautica, raramente utilizzata nella piena accezione del termine, mi ha portato a viaggiare su aerei non progettati o costruiti da me, ma sempre efficienti e che non mi hanno mai lasciato a piedi.

Sono in questo paese accompagnato da una stanchezza come quelle che ricordo nei finali di anno scolastico, distrutto dal ritmo lavorativo; questa stanchezza non mi fa apprezzare il mistero tanto decantato di questa terra a Oriente. Un paese che potrebbe essere un intero continente, con i suoi 1,2 miliardi di abitanti (venti volte l’Italia) su una superficie di 3 milioni di km2 (dieci volte l’Italia). Nello stesso tempo una porta che si apre sull’Oriente e un cancello che si chiude sull’Occidente. Un mondo a parte, con la stessa paura che ha un adolescente di crescere troppo in fretta.

Lo scalo di Dubai serve solo come allenamento. L’aeroporto è una cattedrale nel deserto destinata a diventare il più grande hub del mondo da e verso l’Asia, accoglie e anestetizza con i suoi luccichii; aiuta a non pensare troppo a dove si sta andando. “Rimani qui con me” sembra dirti e come Ulisse tra Scilla e Cariddi, saresti tentato di allontanare quel viaggio verso l’ignoto se un efficientissimo sistema di altoparlanti, smartphone e compagni di viaggio, non ti ricordassero con ideogrammi, sigle o cicalini che devi muoverti.

Quando il vecchio airbus 330 lascia il deserto alle sue spalle (la vetustà dell’aereo sembra essere stata selezionata apposta nel moderno parco aerei della Emirates, per accompagnarsi meglio allo stile del paese in cui atterrerà), ho la sensazione di bruciare a 350 km/h, insieme al kerosene dei motori, ogni speranza di cancellazione di quel viaggio per maltempo, indisposizione fisica, indisponibilità dei clienti.

Al resto ci pensano la stanchezza del jet-lag accumulato e un bicchiere di Bordeaux, che sembrano mescolare e sfocare sapientemente l’improbabile bellezza dei volti delle hostess, un crogiolo di razze che ti accompagna tra le braccia di Morfeo.

Non mi svegliano dal torpore neanche i sobbalzi dell’airbus, invitato a danzare dall’instabilità termica generata dalle correnti ascensionali di una terra che scotta e che fanno a pugni con la costante temperatura ben al di sotto dello zero garantita dalla stratosfera. Devo aspettare il touch-down.

Poi si apre lo sportello della Business e come stordito da un enorme asciugacapelli, cammino nel finger che mi collega all’aeroporto di Nuova Delhi. Ci sono 42 gradi.

Gli ufficiali al controllo immigrazione hanno tutti lo stesso sguardo e una smorfia di stanchezza: quello di chi non ne può più di un lavoro così monotono, ma pagato da uno stato semi-assistenziale. In confronto, i nostri dipendenti delle Poste sembrano dei cabarettisti.

Un taxista pagato dalla Emirates carica me e Daniele e ci chiede, come tutti i tassisti stranieri, da dove veniamo, e come al solito ho l’impressione che quando dici di essere italiano una scarica da elettroshock attraversa la corteccia cerebrale dello straniero che ti ha fatto la domanda. Rivedo la scena di “Ritorno al futuro”, quando il professor Emmett Brown accende la sua De Lorean e fulmini azzurri si sprigionano da ogni parte.

Mi piacerebbe vivere questo momento potendomi calare nel cervello del taxista indiano che ha appena percepito la frase “we are italians”. Immagino lo scatenarsi di neuroni impazziti che fissano nella corteccia cerebrale brandelli di sole, mare, Berlusconi, design, Ferrari, pizza, incapacità di decidere e organizzarsi, palloni di cuoio e centurioni romani.

Il taxista dice di avere solo due figli e che fa questo lavoro per relativamente tanti soldi rispetto ad esempio ai tre milioni di clandestini. La famosa manodopera clandestina, che campa con 50-80 euro al mese e che si accalca in un forno di 40 gradi ogni giorno per lavorare insieme agli altri 17 milioni di abitanti ufficiali della capitale.

ATTRAVERSANDO LA CITTÀ

Nella capitale non vediamo cadaveri per le strade come si narra nei libri dell’Abbé Pierre o di Madre Teresa, ma qui siamo nella zona commerciale di Delhi, Gurgaon.

Dal taxi vediamo invece gente che dorme per terra, all’ombra dei pochi alberi di giardini pubblici striminziti. Cani, asini e mucche randagie. Sì, il famoso animale sacro, come tale, è libero di pascolare indisturbato negli afosi sobborghi, ai bordi delle arterie principali, nei prati di periferia, pieni d’immondizia, fra palazzi in costruzione o, in alternativa, nelle stesse aiuole pubbliche dove il clandestino di cui sopra si è appisolato. Pali e tralicci della luce pericolanti, che sembrano a stentAppunti03o sopportare matasse aggrovigliate di cavi di alta tensione. Scheletri di case di almeno 15 piani, in periferiche lande desolate, pronte a ospitare migliaia di famiglie di caste benestanti. Richiamano alla memoria i film di Dino Risi girati nelle periferie delle città italiane anni ’50.

Il traffico è psichedelico, secondo soltanto a quello di Jakarta, Città del Messico o Lagos. Qui la guida è solo tecnicamente a sinistra, ma normalmente uno può guidare un po’ come gli pare. L’importante è giocare bene di freno e acceleratore, oltre ad avere dei buoni paraurti. Ci passano accanto tanti taxi: quelli normali, quelli ricavati da Ape Cars con carrozzerie sicuramente progettaAppunti05te da un ex ingegnere, ora Hare Krishna, alla fine della sua dodicesima canna giornaliera e i taxi risciò, quindi a pedali, che, a causa dello sforzo profuso per trasportare per 6 Km il carico delle due persone sedute sul lindo e comodo sedile posteriore, alla temperatura esterna di 45 Appunti06gradi, in un tale traffico, possono essere guidati solo da migliaia di ingegneri come quelli al punto precedente.

Vediamo donne in sari che come in una disumana roulette russa, attraversano gli stradoni a doppia carreggiata e a tre corsie, tra spiragli creati nei New Jersey divisori, incuranti di mezzi di trasporto di ogni tipo, lanciati a pazza velocità verso l’ignoto.

E poi polvere. Polvere e ragazzi che giocano a cricket negli sterrati di periferia, opportunamente ripuliti dall’immondizia. Una partita di cricket dura diverse ore, anche giorni. L’escursione termica tra notte e giorno in questo periodo è 36 – 45 gradi. Non ho notato quanto corrono i giocatori.

Appunti07

I CONTROLLI PER LA SICUREZZA

Il popolo indiano si dice sia tendenzialmente pacifico, a parte qualche scaramuccia con il Pakistan e nello Sri Lanka. Saurabh, il nostro consulente, tiene a precisare che l’India non ha mai invaso paesi confinanti. Purtroppo però, i recenti attentati di matrice islamica (più povera e ignorante è la gente, più c’è speranza di reclutare religiosi che possono combattere per i nuovi “ricchi integralisti”), hanno forzato le autorità ad intensificare i controlli tutte le volte che si entra con le auto, ma anche a piedi, in hotel ed edifici pubblici. Giunti quindi all’hotel, viviamo sulla nostra pelle il minuzioso controllo.

Come in un agguato la guardia #1, proveniente da non si sa da dove, salta in mezzo alla strada parandosi di fronte al mezzo. Imbraccia un manico di scopa, alla cui estremità uno specchio gli permette di scovare sotto il motore (non il resto della macchina) eventuali ordigni.

La mano della guardia #2 entra dal finestrino anteriore sinistro e apre il portaoggetti (senza osservarne il contenuto).

La guardia #3 batte con violenza sul baule (se ci fosse un ordigno sarebbe già esploso per il contraccolpo), chiedendo che venga aperto. Appena la serratura scatta, la guardia solleva di 20 cm lo sportello e lo richiude (stessa curiosità della guardia #2).

A questo punto il mezzo, anche se fosse carico di 10 kg di esplosivo al plastico contenuto in un sacchetto sotto il sedile del pilota, può proseguire verso l’entrata dell’hotel, della scuola o della banca.

Possiamo procedere verso il portale-metal-detector (largo 70 cm), dell’entrata principale (larga 5,5 metri).

Il flusso di persone, è gentilmente pregato di lasciare le valigie (piene di tritolo?) agli uscieri che le portano nella hall senza attraversare il metal-detector.

Le borse delle signore e quelle dei pc, devono essere depositati sul tavolo di fianco, dove quattro guardie, di cui una sola operativa, ne verificano con meticolosità il contenuto: viene aperta una sola delle quattro cerniere e senza nemmeno aprire i due lembi, viene prontamente richiusa con un timido sorriso.

L’ospite dell’albergo invece subisce una fastidiosissima perquisizione: in confronto quei fastidiosi esami invasivi che si fanno dopo i quaranta anni, sono come mangiarsi un ghiacciolo all’orzata. Dopo aver fatto suonare a 80 decibel la sirena del metal-detector perché le sue tasche contengono: cellulare; chiavi … coltelli e 500 gr di plastico. Una guardia con paletta metal-detector portatile, ripassa l’ospite da capo a piedi (cinque secondi al massimo). Anche lo strumento portatile urla come un neonato affamato, ed essendo uno strumento progettato da un ingegnere ne ha tutte le ragioni, in quanto i quattro oggetti della lista precedente sono ancora nelle tasche. Dopo un sorriso e un “Welcome Sir”, ci si può tranquillamente dirigere nella lobby con tutto l’esplosivo contenuto nella borsa del pc, nelle tasche e nella valigia, facendosi brillare allegramente al grido di “Allah akbar” davanti alla gentilissima signorina della reception che ci accoglie con il tipico saluto indiano a mani giunte.

LA MOBILITÀ

Per chi ha qualche quattrino, l’auto è la massima ambizione. I giapponesi e i coreani hanno come al solito invaso l’India prima di qualunque altro Car Manufacturer. La Fiat è stata spazzata via dai monsoni Suzuki, Toyota e Hyundai. Tutto quello che ci rimane sono le Ape Piaggio e i taxi ricavati dalle vecchie 1100 anni ’50.

La moto rimane comunque ilAppunti15 mezzo di trasporto più utilizzato, in quanto risulta essere la naturale evoluzione della vecchia bicicletta. Come in gran parte dell’Asia, anche in India si è nati sulle biciclette e di conseguenza negli anni ’80-’90, l’India si ritrova a essere uno dei maggiori produttori mondiali di motocicli (la cilindrata best seller è tra i 125cc e i 350cc).

Abbiamo visitato solo tre città indiane, che per altro accolgono in tutto “solo” una popolazione di 52 milioni di abitanti (tutta l’Italia esclusa la Lombardia).

In questo piccolo spaccato di India, che nulla ha a che fare con l’aerea urbana del Golfo di Napoli e nemmeno con la periferia di Bari o Palermo, abbiamo visto che il casco lo indossano solo i motociclisti di Mumbai e solo rigorosamente i conducenti delle moto. I passeggeri sul sellino posteriore possono fracassarsi la testa liberamente in quanto la multa (130 rupie, circa 2 euro), viene data sempre e soltanto quando il conducente è senza casco. Saurabh ci dice che indossare il casco non è pratica comune in India e a Mumbay lo si indossa perché la polizia controlla in modo più severo.

LA TATA MANZA E LA TATA NANO

Lasciando da parte per un momento i taxi Ape Car da psicopatici, i risciò, le Fiat 1100, le moto “famigliari”, i pullman e camion che per misericordia divina riescono ancora a trasformare il moto alternativo dei pistoni in un moto rettilineo uniforme: cioè un terzo abbondante del parco veicoli indiano, solo due vetture moderne hanno particolarmente attratto la nostra attenzione: la Tata Nano e la Tata Manza (ndr. Oggi è in produzione solo un modello di Tata Nano, la GenX e costa meno di 2.000 euro, la Tata Manzo ha cambiato nome in Indigo).

La Tata Nano fa parte di un programma industrial/governativo, dove una delle più ricche famiglie indiane, la famAppunti16iglia Tata appunto, padrona di banche, palazzi, compagnie assicurative, latifondi, supermercati e, per hobby, anche della più grande casa automobilistica indiana, ha deciso d’accordo con il governo di lanciare sul mercato un interessante concetto.

In India, come in qualunque altro paese emergente, la logica che “la macchina deve un mezzo accessibile a tutti” non è condizione necessaria e sufficiente.

Se le auto possono essere fatte per tutti è anche vero che non tutti possono economicamente permettersi l’auto.

Per smentire con del gran fumo negli occhi questo luogo comune e contrastare la minaccia tedesca Smart, il governo indiano insieme a Tata decidono che è ora di progettare e costruire una vettura low-cost. La Tata Nano, è grande quanto una Chevrolet Matiz, un metro in più della Smart e senza aria condizionata costa sul mercato 2.500 euro, poco più che un piccolo scooter qui in Italia. I clandestini che vivono sotto i ponti guadagnando 30 euro al mese non se la possono permettere nemmeno ora, tuttavia probabilmente ci sono altri 125 milioni di indiani potenziali clienti.

Per quanto possa pensare la mente umana più perversa (quella maschile ovviamente), la Tata Manza non è una governante di facili costumi, non è una badante che si concede e neppure una procace baby-sitter. Appunti17La Tata Manza è quanto di meglio abbia potuto esprimere per il suo popolo l’industria automobilistica indiana.

La ricca famiglia indiana possessore di questo marchio ha voluto rifarsi, dopo quasi cento anni dalla teoria lungimirante del mitico Henry Ford, progettando una dignitosa autovettura alla portata di tutte le classi medie (costa circa 5.600 euro). E’ un’auto che fuori dai confini indiani non dovrebbe avere un grande mercato, ma l’impiegato medio indiano ne va fiero.

AL SUPERMERCATO

Daniele si è dimenticato alcuni oggetti a casa. Quale miglior occasione per visitare un supermercato locale vicino all’hotel e fare così di necessità virtù (lavoriamo in un settore commerciale parallelo), studiando il lay-out del punto vendita e i frigoriferi in esso contenuti?

La domenica sera è momento shopping sfrenato per l’indiano medio. Il supermercato brulica letteralmente di indiani che, contrariamente a quanto si possa pensare, non emanano fragranze orientali e profumi da Mille e una notte, bensì miasmi dei sottofondi di Delhi e una persistente puzza di sudore irrancidito.

I prezzi della merce sono ottimi, eccetto quelli dell’elettronica e degli elettrodomestici che, a detta di Santosh, i più furbi e facoltosi acquistano quando possono nella “vicina” Dubai.

Costo del carrello medio (ben pieno): 30-40 euro.

Ci caliamo nell’aspetto più professionale della trasferta e notiamo che il supermarket indiano è lungi dall’essere anche solo simile al più devastato hard-discount europeo, che è invece pieno di bellissimi murali refrigerati e pozzetti a spina.Appunti08

Rispetto ai trenta mobili refrigerati presenti in un supermercato europeo di pari superficie, qui ne abbiamo sette o otto, che potrebbero essere stati installati a seconda del punto di vista: 15 anni fa; due anni fa, ma presi sistematicamente a martellate dal personale del negozio negli orari di chiusura; sono stati appena installati e sono mobili di seconda mano, immaginiamo provenienti da un contrabbandiere dell’Arzebaijan, che baratta questi frigoriferi con sacchi di riso Basmati e curry (cambio: un mobile murale a cinque ripiani = un sacco di riso e 250gr di curry).

Appunti10La frutta e la verdura, come le uova, si vendono su tavoli a temperatura ambiente (come a volte anche da noi). D’altra parte perché spendere soldi per un frigorifero quando basta essere sicuri di vendere la merce in poche ore? E se avanza la merce? ”No problem Sir”. A giudicare da pochissimi vegetali che anche se impercettibilmente si muovono da soli, basta avere pazienza (indù docet), prima o poi qualcuno comprerà la merce ugualmente, anche il giorno dopo. La domanda che ci poniamo è: ma allora a che serve il supermercato se basta una bancarella?

Le condizioni all’interno del negozio non sono ovviamente a norma (25°C e 60% di umidità relativa), ma che ce ne importa! La pagate voi la bolletta per tenere accesa 24/24 l’aria condizionata con questo caldo e questa afa? Tanto poi qui di carne se ne mangia poca e la si copre sapientemente di spezie.

Le vasche per surgelati sono ricoperte di ghiaccio, perché il ciclo di sbrinamento qui potrebbe essere evidentemente confuso per un micro effetto serra localizzato che il dio della siccità ha mandato per punire i poveri indiani.

I due frigoriferi murali devastati dalle martellate, con un tubo neon si e tre no, soffiano un sottile refolo d’aria a temperatura leggermente inferiore a quella ambiente fra polli sdraiati sugli scaffali in costume da bagno. Ma le bibite in bottiglia, quelle no, quelle sono sapientemente conservate a 10°C in bottle-coolers cinesi chiusi da porte appannate. Perché la bottiglia deve essere conservata fresca! Infatti, una volta portata in coda alla cassa, dopo il giro del supermercato a 27°C, potrà essere collocata nel baule della macchina parcheggiata al sole a 50°C e trasportata fino a casa propria, dove verrà stappata e gustata alla verosimile temperatura di 30°C. Niente paura, l’India è un paese emergente. La Grande Distribuzione Organizzata l’avrà vinta prima o poi e un miliardo di indiani potranno finalmente mangiare il cibo che si meritano, alle condizioni igieniche che si meritano.

Nel supermercato More della Birla (uno dei più grandi gruppi industriali indiani), a dimostrazione del fatto che i tempi sono cambiati e il contagio da batteri e virus per trasmissione fisica è ormai un remoto ricordo, si è deciso che le granaglie e il riso devono essere venduti sfusi. Il riso Basmati, i legumi secchi e granaglie di vario tipo, sono esposti in enormi fusti di acciaio inossidabile, accostati l’uno all’altro a creare un’accattivante composizione di colori. Appunti11I clienti adulti del supermercato, possono tranquillamente toccare la merce nei bidoni assicurandosi della freschezza e della consistenza del prodotto. In questo caso, essendo l’adulto alto 1,7 m e il bidone un metro, il contatto fisico avviene soltanto tramite mani più o meno sporche che tastano da un bidone all’altro. La parte più interessante è invece quando insieme agli adulti si avvicinano agli stessi bidoni bambini alti 1-1.2m. In questi casi il contatto con le granaglie avviene attraverso diverse parti del corpo: mani, mani unte, mani lerce, braccia impolverate, giocattoli impugnati dal bambino, testa (parte anteriore con relative secrezioni umorali) e testa (parte posteriore con capelli e popolazione degli stessi).

QUEL CHE RESTA DELLA DOMINAZIONE INGLESE

Gli inglesi non riuscivano a pronunciare il nome Mumbai e così lo trasformarono in Bombay. Non riuscivano a pronunciare nemmeno il nome Bengaluru, così l’hanno chiamato Bangalore.

Quando parlo con Saurabh della colonizzazione inglese, sono evidenti le due facce di questo periodo storico durato quasi 200 anni. Saurabh mi dice che la prima cosa che un indiano racconta di questi 200 anni di storia dell’India, è sempre la fine: Gandhi. Mi dice che l’unicità della rivoluzione non violenta è stata la liberazione di questo popolo avvenuta in un modo mai vissuto prima dall’umanità, e mai ripetutosi dopo l’esperienza indiana.

Quando si prova a scavare e a capire che cosa è rimasto nelle nuove generazioni di quei 200 anni, che non sono quindi una piccola parentesi, è come svestire un corpo pudicamente coperto di veli.

Timide frasi sfiorano le orecchie come: “con loro abbiamo costruito strade, abbiamo organizzato un piano regolatore, sono nate città, si è messo in piedi un sistema scolastico aperto più o meno a tutti, abbiamo avuto la ferrovia. Forse da soli non saremmo arrivati in così breve tempo a essere quello che siamo oggi”.

A questo punto ho cambiato discorso, perché io stesso ero disorientato da questo modo di parlare dell’Impero Inglese e ho chiesto informazioni su usi e costumi.

IL LAVORO

Quando siamo atterrati a Delhi, il nostro tassista ci aveva avvisato: trovare lavoro per il ceto medio basso è facile, ci sono tanti lavori mal pagati che tutti possono svolgere. Trovare lavoro per chi ha un’istruzione media, o non è comunque un genio da IIT (Indian Institute of Technology), è molto difficile.

Per poter evitare quindi la sommossa popolare e poter garantire centinaia di milioni di voti al governo, in India si sono organizzati così:

1) Si inventano i posti di lavoro: aiutante del cassiere del supermercato, aiutante del portiere d’albergo, aiutante, dell’aiutante del muratore, junior assistant of the deputy Senior Manager. Anche scaricare una macchina all’ingresso di un albergo richiede molto personale specializzato.

Appunti122) Si concede una superficie a tutti. A Mumbai per esempio, famosa per essere una delle città più accoglienti (cioè che non respinge nessuno) dell’India, anche i marciapiedi sono subaffittati da chi li ha presi in affitto dalla municipalità. Nella periferia di Mumbai i marciapiedi non esistono (ma questa è la norma), tuttavia dove ci sono non si vedono, perché diventano suolo di qualche bottega o abitazione. Quando poi si è fortunati e si ha la bottega di 2m x 2m, allora con un soppalco che sfida le basilari leggi della fisica e della gravità, si realizza un vano che diventa la stanza da letto e il gioco è fatto. Chi non ha la fortuna di avere bottega, almeno a Mumbai può accontentarsi dei ponti.

LA FAMIGLIA E LA CONDIZIONE FEMMINILE

In India il 70% delle coppie si sposa con un matrimonio combinato dalle relative famiglie di provenienza. Come tutte le civiltà cresciute però con un piede nella realtà ed uno in Internet, la ricerca dell’anima gemella da parte delle famiglie di origine non avviene più nei templi o nelle piazze delle città, ma attraverso siti internet specializzati.

Il nostro uomo, Santosh (residente a Dubai e di origine indiana), addirittura sembra voler dare una pennellata romantica a questo processo del matrimonio combinato. Santosh dice, pensando di essere molto più socialmente sensibile dei cibernauti, che un altro sistema per trovare la sposa o lo sposo casualmente, è quello di risalire nella ricerca ai cognomi di famiglie facenti parte della stessa tribù, casta o area geografica d’origine. Cool!

Appunti13Si cerca sempre di risolvere democraticamente i problemi di coppia: le famiglie dello sposo e della sposa si riuniscono e cercano di dipanare il groviglio che si è creato all’interno della giovane coppia. Per quanto questo approccio abbia del saggio e io stesso sia portato a considerarlo vagamente interessante, mi domando quanto possa avere un senso nella società di oggi e applicato in un paese che non sia considerato emergente come l’India.

L’imbarazzo poi mi assale solo al pensare a una problematica di tipo psico-sessuale. Quale il valore aggiunto delle famiglie di origine in questo caso specifico? Saurabh si sforza di convincermi che il dato di fatto è che l’India ha nel mondo la percentuale più bassa di divorzi, ma ancora una volta non replico e rimango a pensare che era così anche in Italia negli anni ’50.

Gli indiani formalmente salutano con le mani giunte, al petto. Fanno un lieve inchino e pronunciano la parola Namashkar. Il non toccare in alcun modo l’altra persona deriva, come anche per gli arabi, dal fatto che in passato la scarsità di medicinali, le epidemie e il caldo umido, obbligavano a evitare contatti fisici tra gli esseri umani onde limitare il più possibile il rischio di contagio.

Fra membri stretti della famiglia invece, nel saluto, le persone più giovani si inchinavano a toccare i piedi di quelle più vecchie.

In questo viaggio ci ha accompagnato, oltre a Saurabh, anche la sua assistente: Deepika. Deepika ha 28 anni e arriva con fatica a 155cm di statura.

Da quegli occhiali dalla grossa montatura nera, fa capolino uno sguardo sempre timido e interrogativo. Mi sembra sempre imbarazzata dalla presenza di questi “top-manager” italiani. Dopo un meeting le ho chiesto se per caso non portasse il Bindu (il pallino rosso sulla fronte delle donne) perché ancora nubile, ma mi dice che il Bindu non significa necessariamente donna sposata. Le donne sposate hanno (solo a volte) una riga rossa sulla fronte o nella scriminatura dei capelli.

Per l’ennesima volta, all’uscita dell’edificio sede della catena Hypercity, la nostra comitiva lascia Deepika per ultima. La attendo al varco, tenendole la porta aperta per farla uscire prima di me, sembra quasi sbigottita.

Saurabh in macchina mi dice che è consuetudine in India lasciare le donne per ultime. Gli uomini precedono sempre per tradizione. Nel paese della giungla, con tigri e serpenti, gli uomini dovevano sempre aprire la strada per proteggere le donne da eventuali insidie. Ho pensato che pur avendo visto vacche per le strade e asini che correvano in corsia di sorpasso, né a Delhi, né a Mumbai avevo incontrato tigri o serpenti; mi domandavo quindi per quanti anni ancora la povera Deepika avesse dovuto passare per ultima dalle porte.

CITTÀ A CONFRONTO

Durante il viaggio mi è spesso capitato di assimilare le città visitate in India con un loro ipotetico analogo italiano, così Delhi per me assomigliava a Roma; Mumbai a Milano e Bengaluru a Torino.

Nuova DelhiDelhi (Roma) è sede governativa: tutto è dovuto, niente è dovuto. È motore e nello stesso tempo zavorra di questo paese. Qui l’automobile comanda a prescindere da chi sei. Se sei a piedi, sei già un cadavere che cammina. È un forno di città e non è fatta per le donne. Il rischio stupro è generalmente elevato. Ho visto pochissime persone chiedere elemosina ai semafori. Ha rappresentato il mio arrivo in India e mi ha lasciato mal di testa e pressione bassa.

Mumbai (Milano) è la ciMumbayttà del commercio, incasinata come la circonvallazione milanese alle 8:45. Anche qui è un forno, ma almeno c’è il mare. C’è spazio per tutti, ogni centimetro di strada e marciapiede viene occupato, ma la città, circondata per tre lati dall’acqua, può crescere solo in una direzione. Si dorme sotto i ponti o nel soppalco di un negozio

È la città di Bollywood e la città delle prostitute, alcune ragazze neo-attrici che non sono riuscite a sfondare nel cinema. È ricca di palazzi vittoriani ma puzza di fogna, perché il mare è una fogna a cielo aperto.

BengaluruBengaluru (Torino) è la città delle software-houses, la città dei giovani ingegneri emigrati nella Silicon Valley, in California. C’è un bel clima e bella gente. Mediamente è più pulita delle precedenti due città. Ha rappresentato la voglia di tornare in Italia.

E torniamo in Italia. Sbronzi di thè, puzziamo di spezie e il nostro stomaco brucia di peperoncino.

Ho molta confusione nella testa: i paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) fanno quasi tre miliardi di abitanti, più del 40% della popolazione del globo.

Che ne sarà di noi, paese di poeti, santi e navigatori se questi signori, anziché trovare un lavoro e un alloggio ai poveracci di Mumbai, una mattina alzandosi dovessero decidere che con qualche spicciolo a disposizione sarebbe bello comprarsi non una società (azienda) italiana, ma l’Italia intera?


Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

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Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

Finalmente ai piedi del Kailash, l’incontro con un’altra carovana e il saluto di un’aquila reale

testo  e foto di Carlo Polvara

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La notte è trascorsa tranquilla, i sacchi a pelo d’altura proteggono adeguatamente. Facciamo colazione di buon’ora e quindi procediamo a levare il campo. Ci dirigiamo verso Paryang poi, superato il villaggio di Samsang, giungeremo al lago Manasarovar. Rohit scruta il cielo mentre Narayan e Hari eseguono i necessari controlli dei mezzi prima della partenza.
Inna ha gli occhi sognanti, lo sguardo fisso verso occidente.
Per quanto mi riguarda dal momento del risveglio sto pensando ad alcuni scritti di Gary Snyder, poeta e saggista americano: non che i suoi lavori abbiano particolari attinenze con questi luoghi ma il suo profondo amore per la natura e la ricerca di nuovi percorsi di conoscenza e di adesione quasi sacrale a un nuovo principio di spiritualità me lo fanno sentire particolarmente vicino. Snyder, vincitore nel 1975 del premio Pulitzer per la poesia, è considerato da taluni uno dei più solidi animatori del primo periodo della Beat Generation: Jack Kerouac fu ispirato dalla sua figura tanto da assegnargli il ruolo principale nel suo “I Vagabondi del Dharma” con il nome di Japhy Ryder.
Gli autisti ci fanno cenno che possiamo metterci in marcia: carichiamo gli zaini e iniziamo a inoltrarci lungo una pista leggermente sconnessa che non presenta particolari problemi.
Tutt’intorno è una meravigliosa distesa semidesertica attraversata da lame di luci cangianti; alla nostra sinistra l’Himalaya mostra tutta la sua imponente bellezza che si tinge di giallo e di rosa. Procediamo per un po’ nel più assoluto silenzio rotto solo dal costante borbottio dei motori dei mezzi. D’improvviso, mentre risaliamo un’altura, Narayan ferma con decisione la jeep e ponendo un braccio fuori dal finestrino ci fa segno di guardare davanti a noi: sul bordo della pista, a non più di venti metri di distanza, si mostra, maestosa, un’aquila reale. è una visione quasi innaturale, un esemplare davvero enorme che ci fissa immobile, solo il capo tende al movimento.
Inna, sbalordita, non può credere d’essere destinataria di un’immagine di così raffinata e struggente bellezza. Rohit mi fa cenno di scendere dal mezzo ma di rimanerne accostato. Non faccio in tempo a eseguire quanto indicatomi poiché l’aquila, probabilmente disturbata dalla nostra presenta e stanca d’osservarci, in un attimo prende il volo dispiegando senza rumore alcuno le imponenti ali. Pochi secondi dopo sentiamo le sue strida e voglio pensare che ci stia benevolmente salutando. Giungiamo a Paryang che altro non è se non un piccolo villaggio attraversato da stretti viottoli fangosi. Facciamo una breve sosta per bere un thè: ne offriamo anche a una famigliola che, incuriosita dal nostro arrivo, si è avvicinata ai nostri mezzi.
Attraversato un vasto pianoro e superate alcune salite giungiamo a Samsang che oltrepassiamo senza ulteriori soste (d’altro canto Samsang non offre nulla se non mostrare pochi e decrepiti tuguri).
Ci stiamo avvicinando senza troppi intoppi al lago Manasarovar e, d’un tratto, Inna pone la sua mano sul mio braccio. La guardo e vengo attraversato dalla profondità dei suoi occhi acquamarina.

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“Carlo, credi che troveremo una parte di redenzione compiendo questo viaggio?”
“Redenzione? E perché dovremmo redimerci?”
Inna stringe ancora di più la sua mano “Perché ognuno di noi non è a conoscenza delle conseguenze negative che le nostre azioni, i nostri gesti quotidianamente producono”.
La osservo con malcelata circospezione “Se agisci per il bene, con tutto ciò che questo comporta, e se segui regole morali ed etiche costantemente rivitalizzate, non credo sia necessario intervenire sulla questione delle conseguenze del nostro agire”.
“La tua risposta non è particolarmente apprezzabile Carlo, forse sarà meglio tornare sul tema una volta percorso il kora del Kailash. In ogni caso, ti infastidiscono le mie preghiere serali?” “Vedi Inna, quando entriamo in tenda e ci copriamo con i sacchi a pelo provo solo un gran senso di lieve serenità. E comunque non indago, nemmeno con l’udito, sul tuo credo”.
La breve conversazione si chiude così, Inna toglie la sua mano dal mio braccio e torna a guardare davanti a sè.
Verso il tardo pomeriggio giungiamo sulle sponde del Manasarovar: il tempo è buono e nonostante inizi a imbrunire riusciamo a coglierne l’estesa e ammaliante bellezza. Un antico poema narra che le acque del lago sono come perle e berle significa cancellare i peccati di cento vite. Sulle sue sponde si ergono piccoli monasteri, meta dei devoti che decidono di affrontarne il kora, un percorso di circa 90 chilometri. Giunti nei pressi del monastero di Seralung, Tseren individua una spianata erbosa e qui piantiamo il campo.
Si è fatto buio ma non piove e non fa particolarmente freddo quindi si decide di consumare la cena all’esterno delle tende. Rohit, aiutato dal fido Narayan, ne inizia la preparazione. Tseren accende un piccolo fuoco e Hari, con una piccola torcia stretta tra i denti, controlla minuziosamente i motori dei due mezzi. Inna è momentaneamente scomparsa; sto imparando a conoscerla, a quest’ora si pone in una condizione di profondo raccoglimento spirituale ed è cosa che non prevede spettatore alcuno.
Consumata la cena ci attardiamo un poco a conversare poi, quando l’aria inizia a farsi più pungente, entriamo nelle tende. Inna accende una microscopica candela votiva e inizia a pregare; dalla tenda vicina sento le nostre quattro guide che parlano lentamente in lingua nepali, ogni tanto una risata, sommessa. Qualsiasi sia l’oggetto della loro conversazione è piacevole ascoltarne il suono, quasi una delicata litania. Dallo zaino recupero il rubino che mi ha donato Kai a Kathmandu: è la prima volta che lo faccio da quando siamo partiti. Lo guardo con particolare attenzione e con le dita sento le piccole asperità che percorrono il cristallo incastonato nella roccia scura; la sensazione tattile si traduce immediatamente in una sequenza di immagini che mi pervadono e che, per un attimo, mi proiettano in una dimensione primigenia. Ripongo il rubino e mi accingo a leggere alcune pagine del “Grande Sertao” di Guimaraes Rosa. Il sonno non tarda ad arrivare e Inna, dopo avermi augurato il meglio per la notte, si pone su un fianco e inizia a dormire: sono attraversato da un profondo senso di rilassatezza e non tardo a seguirla.
Al risveglio usciamo prontamente dalle tende e rimaniamo quasi abbacinati dallo spettacolo che ci si pone davanti: la mattina è luminosissima e il lago Manasarovar è quanto di più spettacolare e affascinate si possa aver la fortuna di osservare. I nostri quattro compagni stanno già preparando la colazione che consumiamo con calma scambiandoci commenti sul luogo ove siamo. Tseren, in passato, ha condotto un piccolo gruppo lungo tutto il kora del lago e ci rende partecipi di alcuni suoi ancor vividi ricordi.
Inna, rivolgendosi a lui e a Rohit, chiede di poter affrontare almeno un tratto del percorso. In teoria dovremmo dirigerci direttamente a Darchen ma è ancora presto, il tempo è buono e comunque la partenza per il Kailash è prevista per domani.
Quindi smontiamo il campo e mentre Narayan e Hari si dirigono verso i mezzi dove ci aspetteranno, noi quattro ci incamminiamo verso la sponda del lago.
Iniziamo il percorso in senso orario come se il lago fosse una immensa ruota di preghiera.
Guardo Inna: si è appena scompigliata i lunghi capelli e con passo veloce precede tutti noi.
Percorsi alcuni chilometri Rohit, che è rimasto leggermente attardato, ci chiama e ci indica che da nord-est stanno arrivando velocemente dense ed estese formazioni di nuvole scure e minacciose. Sostiamo un attimo, ognuno di noi ha lo sguardo puntato sulle acque del lago, ognuno di noi è percorso da sensazioni probabilmente mai conosciute, profondità mai esplorate.
Iniziamo quindi a tornare sui nostri passi quando Inna mi ferma e si pone davanti a me.
“Carlo, io vorrei fermarmi qui ancora un giorno”. Noto una lacrima che le percorre il volto. “Inna sai bene che non è possibile. La nostra tabella di marcia è stata definita con molta attenzione, abbiamo ancora tanto cammino da fare e tanta strada da percorrere. Dovesse accadere qualche imprevisto saremmo fuori tempo massimo; se al rientro dovessimo arrivare al confine in ritardo rispetto alla data indicata sui visti, le autorità cinesi ce la farebbero pagare cara. Qui è davvero meraviglioso ma dobbiamo assolutamente dirigerci verso Darchen”.
Lei non mi risponde, sembra rassegnata, mi guarda e noto un’altra lacrima che scorre lungo le labbra. Le pongo un braccio sulle spalle “Dai Inna, andiamo, domani sarà un altro giorno di bellezza”.
Dopo poco meno di due ore raggiungiamo i mezzi e appena ripartiti inizia a piovere intensamente.
Poco male, siamo al coperto e la pista che porta a Darchen non è molto disagevole.
Giungiamo in paese con i fari accesi sotto l’acqua battente; Tseren sa dove condurci e in poco tempo raggiungiamo la locanda dove sosteremo per la notte. Il posto non è particolarmente invitante ma si tratta solo di poche ore. Prendiamo accordi per due stanze e per la cena, la colazione di domattina sarà a nostra cura. All’esterno alcuni piccoli gruppi di viaggiatori protetti da robusti impermeabili si confrontano sul da farsi per l’indomani: compresi Inna e io saremo al massimo una quindicina.
Consumiamo una cena frugale irrobustita, fortunatamente, da una densa zuppa preparata da Rohit. Tseren ha già provveduto a contrattare l’affitto di uno yak che lungo tutto il percorso trasporterà le tende, vivande e quanto di necessità. Andiamo a letto presto, domani inizierà la vera fatica. La mattina si presenta non piovosa e questo ci conforta; consumiamo un’abbondante colazione poiché oggi dovremo raggiungere una quota intorno ai 5.200/5.300 metri di altitudine dove, verosimilmente, troveremo alloggio presso qualche tenda di nomadi.
Dallo zaino recupero un paio di barrette di cioccolato e altrettante di cereali, un paio di mele, müesli e pongo tutto nell’ampia tasca esterna.
Salutiamo i due autisti che ci aspetteranno qui sino al nostro ritorno; Tseren ci indica che è ora di metterci in marcia, usciamo quindi dal paese per raggiungere l’inizio del sentiero.
Percorsi non più di quattrocento metri incontriamo un gruppo di cinque viaggiatori (li avevo notati la sera precedente): uno di loro è in evidente difficoltà. Ci fermiamo a informarci per capire se possiamo essere d’aiuto. Sono austriaci, ci dicono, e il loro compagno non sta decisamente bene. Tseren si avvicina, guarda l’uomo e gli chiede quali siano i sintomi: il soggetto è in leggero stato confusionale, ha gli occhi semi chiusi e comunque riesce a rispondere di accusare nausea profonda, respirazione accelerata, mal di testa, forti dolori alle spalle e le gambe proprio non gli reggono. Tseren mi guarda e mi dice “Devono scendere subito, mal di montagna, non va bene, c’è rischio grosso”.
Darchen è posta a più di 4.700 metri di quota e forse quest’uomo non si era mai misurato con una simile altitudine. Il cosiddetto mal di montagna, se trascurato, può essere fatale: come prima cosa si deve scendere di quota ma qui non è semplice dato che il plateau è quasi tutto sopra i 4.000 metri.
In ogni caso convinciamo il gruppo a scendere fino al paese e lì verificare la presenza di un dottore. Ci accomiatiamo e riprendiamo la marcia ognuno con il suo passo, l’importante è rimanere a distanza di sguardo e di voce. Stiamo salendo verso il piccolo monastero di Chuku, da lì il sentiero piega leggermente verso destra e la pendenza inizia a farsi più aspra. Sulla nostra destra s’erge maestoso il monte Kailash la cui sommità, posta a oltre 6.700 metri, è avvolta da dense nuvole bianche.
La vetta del Kailash, montagna sacra per Indù, buddhisti, giainisti e seguaci del credo Bön (una sorta di animismo) è tutt’oggi inviolata (e speriamo lo rimanga). A sinistra un alto spallone roccioso presenta grossi ed evidenti fori che ne segnano il fronte.
Tseren ci spiega che oggi come un tempo i pellegrini che si trovano ad essere investiti da improvvise e violente tempeste si rifugiano all’interno di piccole caverne il cui accesso è rappresentato proprio da quei fori.
Guardo Inna che sembra essere particolarmente attratta da quanto appena detto.
“Inna non attardarti” le dico “non starmi troppo distante”. Improvvisamente sento di essere diventato particolarmente protettivo nei suoi confronti, forse a causa del suo sguardo sognante o forse solo perché qui sono così e non c’è null’altro da chiedersi.
Procedo di altri duecento metri, mi volto e non la scorgo più…
Inizio a gridare “Inna! Inna dove sei?” Alcuni pellegrini superandomi mi guardano sorpresi… Chiedo a loro se più in basso hanno visto una donna con i capelli lunghi e biondi. Mi fanno cenno di no e proseguono il loro cammino.
Ridiscendo velocemente di un centinaio di metri e riprendo a chiamarla e a urlare, scruto in ogni dove ma nulla. Nel frattempo noto che Tseren (che ha affidato lo yak ad un’altra guida incontrata lungo il sentiero) e Rohit mi hanno già raggiunto e nel dichiarare a loro che sono abbastanza preoccupato sottopongo l’ipotesi di rinunciare al kora per porsi alla ricerca di Inna. Tseren guarda verso i fori nella roccia che dista circa trecento metri da noi e dichiara che sicuramente la donna si è diretta là, spinta da un’indomita curiosità; probabilmente è all’interno di una grotta e non riesce a sentire i richiami (la sua intuizione risulterà vincente). La nostra guida tibetana ci invita a proseguire il cammino, penserà lui a recuperare Inna.
Rohit mi conforta “Carlo, stai tranquillo, Tseren non ha mai perso nessuno”.
Dopo un paio d’ore, in un punto di sosta dove ci stiamo rifocillando, veniamo raggiunti da Tseren e da Inna, allegra e sorridente, apparentemente per nulla stanca.
Porgo anche a lei qualcosa da mangiare e poi rompo il silenzio “Inna la prossima volta fermi qualcuno di noi e ci informi delle tue intenzioni… siamo un piccolo gruppo e dobbiamo rimanere collegati” il mio tono non è particolarmente amichevole.
“Non potevo non andare a guardare… non so se tornerò mai al Kailash e proprio non potevo rinunciarvi” lo sguardo intenso mi disarma e comunque sarebbe inutile e infantile fare polemiche. “Ok Inna” le rispondo con tono tornato amichevole “d’ora in poi rimaniamo collegati”,  le faccio una carezza e riprendiamo il cammino.
Lungo il percorso incontriamo piccoli stupa votivi fatti di semplici pietre e bandiere di preghiera e alcuni piccoli cimiteri; la salita si è fatta più impegnativa e inizio ad accusare un po’ di stanchezza.
Rohit rimane due metri dietro Inna, meglio essere prudenti; superato un ultimo tratto particolarmente erto giungiamo su di un ampio ripiano erboso ove sorgono alcune tende di nomadi: questo sarà il nostro campo per la notte.
Tseren, dopo aver messo in sicurezza lo yak, ci conduce nei pressi di una tenda un poco più grande delle altre: ne esce un uomo che gli stringe la mano, scambiano poche battute poi l’uomo ci fa cenno di seguirlo all’interno. Depositiamo gli zaini vicino a una cassapanca riccamente decorata: le pareti interne sono quasi integralmente rivestite da coloratissimi teli votivi; al centro c’è una stufa rudimentale che funziona con panetti di sterco diseccato misto a erbe aromatiche. L’aroma che si diffonde all’interno del piccolo ambiente è decisamente gradevole così come quello che si sprigiona dalle tazze colme di un thè molto denso che ci viene prontamente offerto.
L’uomo che ci ospita non è solo, ha con sé anche la sua famiglia: una giovane moglie sorridente, un ragazzo sui dodici anni e due figli più piccoli.
La moglie sta già attendendo alla preparazione della cena, Rohit le porge alcune cose tratte dallo zaino delle vivande mentre Tseren parla fittamente con il nostro ospite.
Esco dalla tenda e scruto in alto verso la vetta del Kailash, ancora avvolta dalle nubi. Inna è dietro di me “Sai Carlo, erano almeno dieci anni che pensavo a questo viaggio, l’ho immaginato, l’ho sognato più e più volte. E tu?”
“L’idea di venire qui mi è nata l’anno scorso quando sono andato a Lhasa. Alloggiavo nel quartiere tibetano: una sera mi trovavo a cena con due ragazzi danesi che pur non essendoci mai stati me ne parlarono con tale entusiasmo che ne fui completamente coinvolto.”
Nelle poche tende vicine alle nostre fervono i preparativi per la cena; scorgiamo un piccolo gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto lungo il percorso: provengono da Monaco di Baviera e dopo il kora del Kailash rientreranno in Nepal per recarsi a Pokara nella zona occidentale del Paese e quindi prendere la via per il kora dell’Annapurna.
Hanno molto tempo a loro disposizione e nei loro confronti provo un po’ di sana invidia.
Ceniamo e poi iniziamo i preparativi per la notte: la stufa viene adeguatamente caricata e, mentre stendiamo i sacchi a pelo, ci vengono offerte anche due pesanti coperte di lana di yak.
Il sonno sta per arrivare e mi sento di esprimere una raccomandazione alla mia compagna di viaggio. “Inna, domani sarà abbastanza dura, mi raccomando”.
“Non ti preoccupare, mi sento bene, andrà tutto bene”.
La mattina, al risveglio, provo la sensazione d’essermi appena addormentato. A parte Inna, che dorme ancora profondamente, sono già tutti in piedi e tutti si muovono con estrema circospezione per non disturbare chi ancora non si è risvegliato.
Quando la mia compagna di viaggio ci raggiunge iniziamo a consumare un’abbondante colazione: nuovamente pongo nella tasca esterna del mio zaino alcuni prodotti di prima necessità. Tseren risolve il pagamento per l’ospitalità offertaci e, dopo brevi saluti, partiamo alla volta del passo di Drom-La a 5.750 metri di quota: il Kailash per un breve istante mostra la sua vetta, contemporaneamente bellissima e misteriosa, libera dalle nuvole.
Il sentiero si presenta subito aspro e inizio a sentire un leggero deficit d’ossigenazione; superato un piccolo cimitero noto che Inna si attarda, cammina molto lentamente, è in evidente difficoltà.

 


Il Kailash – parte 3 – Sulle piste dell’altopiano

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Il Kailash – parte 3

Sulle piste dell’altopiano

In camion verso il confine tibetano cinese e Zhongba. Pioggia, piccoli incidenti e nuovi incontri

Testo e foto di Carlo Polvara

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Ieri sera il tempo è trascorso piacevolmente: Saikhan ha cenato abbondantemente e ha mostrato di apprezzare tutto quanto è stato portato in tavola. Ragazzo gentile, poco loquace ma di grandi sorrisi; si è accomiatato presto, doveva tornare al suo lavoro e di sera con la pioggia battente diventa tutto un po’ più faticoso.

Inna mi ha fatto qualche cenno sulle sue origini: dalla Russia nord-occidentale i genitori si spostarono in Finlandia. Erano ancora molto giovani, i tempi erano duri a causa degli eventi bellici, ma avevano stretto un patto che li portò a consolidare la loro unione e a fare casa e poi una famiglia Inna è nata agli inizi dei ’60 e a sedici anni ha iniziato a viaggiare per l’Europa, per poi trovare fissa dimora in bassa Toscana, lungo il confine con il Lazio.

Mi racconta che rimase letteralmente ammaliata da Pitigliano.

“Sono passati tanti anni Carlo, allora avevo un fidanzato che non scendeva mai dalla sua Norton e quindi eravamo sempre sulle strade. Quando arrivammo a Pitigliano credetti di non potermi riprendere dall’emozione che provai nello scorgere il borgo abbarbicato sulla rocca di tufo. Impiegai un attimo per decidere di trasferirmi in quei luoghi. Il mio fidanzato prese altri percorsi”. Kathmandu è anche questo: riesce a farti raccontare di te.

Siamo seduti all’interno di una terrazza coperta, piove ma non ce ne curiamo: da un internet cafè posto sotto di noi ci arriva il flusso di una musica lieve, una sorta di lounge sound arricchito da sonorità prettamente indiane.

Voglio tornare nella mia stanza e ricordarmi di mettere nello zaino il rubino che Kaí mi ha donato. Saluto Inna: “A domani”. “Si, alle sei … non tardare. Io sono puntuale”.

Arrivato alla pensione do un ultimo sguardo alle strade e ai viottoli invasi da acqua e fango, scalpiccio di piedi e profumi di pietanze che arrivano da luoghi vicini.

Il mio zaino da 110 litri è praticamente pronto ma io a volte divento noioso con me stesso e quindi lo svuoto per ricontrollare tutto quanto mi servirà per il viaggio.

Al Thamel ho acquistato alcune cose: una felpa d’altura, un paio di corde da venti metri (non so se e come le userò ma già in passato il cordame di montagna si è rivelato un aiuto essenziale) e una torcia. Nel quartiere sono presenti non pochi negozi che vendono materiale tecnico d’alpinismo. Il fatto è questo: gente da tutto il mondo (più o meno esperti, più o meno consapevoli) convergono a Kathmandu per organizzare le spedizioni che poi porteranno i gruppi di punta a raggiungere le vette dell’Himalaya. Sulla via del ritorno per molti di loro risulta più comodo e conveniente lasciare tutto quanto si è portato dalle proprie terre in loco: una quantità indefinita di squadre e spedizioni ritiene opportuno, per questioni di tasse imposte al rientro delle merci nei luoghi di appartenenza, abbandonare o svendere le proprie attrezzature prima del rientro. È un vero mercato legato ad una altissima tecnologia di salita e alla sopravvivenza stessa; non manca nulla, dai nuts (sorta di cubetti di varie dimensioni da inserire nelle fessure delle pareti verticali per potersi assicurare e quindi procedere) ai sacchi a pelo che garantiscono copertura sino a meno 40 gradi, poi l’abbigliamento tecnico, corde, caschi, amache da bivacco in parete, chiodi, geolocalizzatori e cibo liofilizzato.

Anche questo è il Thamel.

Sei meno dieci, sono sul posto e già trovo presenti Rohit, Narayan e Hari. Tseren salirà a bordo a Kodari. Inna non c’è.

Sei meno cinque, un caffè veloce e un ultimo controllo allo zaino. Guardo all’interno del camion: sul pianale sono collocate le riserve alimentari che ci serviranno lungo il viaggio. Non indago più di tanto, mi fido di questi uomini. Kapil mi guarda di sottecchi e mi sorride: nel mentre definisce gli ultimi dettagli di viaggio con Rohit.

Sei meno due e dall’angolo della via compare Inna.

Questa donna, accidenti, è veramente bella stamani anche se il suo sguardo risulta un po’ accigliato. Ci siamo tutti: Kapil ci porge i documenti personali e i necessari visti d’ingresso per il territorio tibetano/cinese.

Saliamo sui mezzi: non ci vuol molto per uscire dall’abitato di Kathmandu. Le strade sono fangose ma in pochi minuti ci troviamo ad attraversare la valle che conduce a nord, verso le impervie salite che conducono al Passo di Kodari. Un centinaio di chilometri circa.

 

In questo momento, mentre Narajan guida la jeep osservato con scrupolosa attenzione da Rohit, torno a guardare Inna, affaccendata nel porre ordine in un piccolo zaino di supporto (quello grande è sul camion). Sento che tutto sta andando per il meglio e avverto una spinta che vorrebbe, in pochi istanti, condurmi verso il Kailash. Minuti, fraseggi di pensieri, lampi e impalpabili emozioni. Poi, mentre la strada si fa più tortuosa, mi torna alla mente un romanzo che lessi un po’ di tempo fa: “La Scoperta della Lentezza” di Sten Nadolny. Ecco, un incedere malinconico ed elegante, una vita attraversata e raccontata non per aver voluto cronometrare il tempo del proprio incedere ma per aver trovato conoscenza nell’uso delle mani e dei piedi, profondità negli sguardi di altri, nuovo fluire attraverso il dolore di assenze estese e silenzi verticali.

Mentre saliamo al Passo di Kodari la strada si fa sempre più accidentata: in questo periodo dell’anno le violente piogge monsoniche penetrano negli sterrati e provocano regolarmente frane e smottamenti. Procedendo incontriamo gruppi di operai, spesso tibetani, che in condizioni a dir poco disagevoli provvedono al ripristino di una seppur precaria viabilità. Nei pressi di una strettoia siamo costretti ad una breve sosta per consentire il passaggio ad alcuni mezzi che giungono in senso contrario al nostro. Guardo questi giovani operai lavorare tra il fango e le rocce e odo i loro canti che, ritmando l’azione collettiva, si levano dai volti sudati inseguendo le correnti dei venti che in queste zone muovono il respiro e il pensiero.

Lungo la strada alcuni camion carichi di merci rimangono bloccati con l’asse posteriore sprofondata nel terreno: gli autisti sono abituati a questi piccoli incidenti, aspettano calmi che gli stessi operai vengano in loro aiuto, sistemando le massicciate. Con un paio di sigarette si risolve il compenso a loro dovuto per il lavoro svolto.

Kodari è una specie di piccolo villaggio, ultimo avamposto per poter provvedere a eventuali approvvigionamenti prima di superare il Ponte dell’Amicizia che, dopo una stretta e profonda gola rocciosa, conduce alla frontiera cinese e poi all’interno del paese di Zhangmu.

Ci fermiamo giusto quanto serve per consentire a Rohit di presentarsi all’incontro con Tseren che lo sta aspettando all’interno di una baracca adibita a spaccio alimentare. In breve i due ci raggiungono e fatte le dovute presentazioni ci accingiamo a superare l’ostica frontiera militare cinese (Rohit mi mostra alcuni prodotti alimentari appena acquistati, serviranno a snellire almeno di un poco le noiose procedure d’ingresso gestite dai soldati). In ogni caso le regole d’ingresso prevedono la sosta obbligata di una notte a Zhangmu: il piccolo paese (case di mattoni e baracche poste lungo la strada e su pendii che sovrastano la valle sottostante) è decisamente inospitale ma non sento alcuna pressione negativa. Osservo i pochi negozi sull’unica strada e gli sguardi di giovani ragazzi vestiti con uniformi militari che seguono il mio vagabondare. Ai loro occhi devo risultare decisamente curioso: i miei capelli quasi biondi, unο zaino imponente e il grosso anello di turchese al dito della mano destra.

La pioggia riprende a scrosciare copiosamente e per la notte non c’è molto da scegliere, in ogni caso ci arrangeremo. Narayan e Hari dormiranno sui mezzi mentre Rohit e Tseren verranno ospitati da amici. Inna mi segue mentre verifico un paio di possibili soluzioni: molto altro non c’è e quindi depositiamo gli zaini all’interno di una piccola locanda. Stanze piccole e decisamente spartane, niente luce e acqua corrente, per una notte (dal momento che fuori il monsone ha ripreso con forza a battere il suo ritmo) andrà benissimo.

Cena veloce e frugale e poi in cerca di sonno in attesa dell’alba e della partenza per l’altopiano Inna è decisamente taciturna: ogni tanto mi guarda, più spesso il suo sguardo si spinge lontano, verso nord-ovest.

Siamo di nuovo sui mezzi, la notte è trascorsa tranquilla. Gli autisti mi sembrano riposati, quasi allegri. Rohit mi porge due dolci acquistati poco prima in una bottega di Zhangmu. Uno è per me e unο per Inna. Lui mi dice che devo essere io ad offrirglielo. Non discuto e porgo la piccola ciambella alla mia compagna di viaggio. Lei non dice nulla, accetta l’offerta e sorride.

La strada inizia a proporre pendenze significative e impone agli autisti massima attenzione e scaltrezza: Narayan guarda spesso nello specchietto retrovisore per avere conferma che il camion con alla guida Hari sia a portata di vista, e di voce.

Trascorre del tempo e senza aver fatto soste ne’ scambiato dialoghi giungiamo al Nyalam La Pass, a circa 5.150 metri di quota. Verso nord, piegando leggermente a Oriente, si snoda la strada che conduce a Lhasa, noi piegheremo decisamente verso Occidente. Ci concediamo una pausa, i mezzi soprattutto ne hanno bisogno: Rohit si accinge a preparare un tè, Tseren scruta il cielo e gli autisti, scherzando tra loro, si accompagnano in una breve passeggiata per riallungare i muscoli delle gambe forzati da duro lavoro.

Accendo una sigaretta e osservo con attenzione la bellezza di queste persone; guardo Inna. Beviamo il tè e poco dopo Rohit mi invita a risalire sulla jeep: tra non molto farà buio e dobbiamo trovare un luogo adatto per piantare il campo. Gli chiedo ancora qualche minuto; attorno a noi sventolano lievi centinaia di bandiere di preghiera. Pongo le spalle verso Nord e cercando di cogliere l’aspro respiro dell’Himalaya mi induco a cogliere volti, racconti e leggende che da quelle cime giungono come un vento sottile pregno di benevolenza. Non credo, sento. Alla mia destra, visibile in questa ora in cui le nubi lasciano spazio al desiderio assoluto, scorgo lo Shishapangma, montagna che lascia traccia di sè anche in gola. Tutto questo può sembrare accessorio ma non me ne curo. Non lontano da me c’è Inna, ch’è donna bellissima. Tuttavia mi sento spinto nel capire e risolvere altre priorità.

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A sinistra, tra cumuli di nubi che si stanno addensando, credo di scorgere la vetta del Cho-Oyu (ma forse è l’altitudine che mi consente di godere di queste visioni), ancora più in là c’è l’Everest. L’aria si fa fredda e ci invita a nuovo movimento. Proseguiamo senza particolare fretta: la pista che stiamo percorrendo non è agevole ma guardando attraverso il parabrezza posteriore noto Hari sorridente alla guida del camion, dunque mi immagino che anche lui stia sentendo la bellezza di questo inizio di viaggio e poi, elemento assolutamente non irrilevante, sa sempre dove piegare lo sterzo del mezzo.

Ecco, alla nostra sinistra si allarga un piccolo pianoro erboso attraversato da un torrente che ci consentirà di lavarci. Piantiamo le tende e accendiamo i fuochi per la cena. Tseren ci annuncia che abbiamo ancora poco più di un’ora prima che riprenda a piovere. Tempo necessario a far tutto. Nel mentre riesco ancora a farmi attraversare dai colori che si addensano sull’Himalaya: blu, giallo, rosso e violetto trasmettono una vividezza vibrante. Continuo a ripetermi che forse è l’altitudine e che il decremento di ossigenazione porta al mio cervello informazioni incongrue. Tant’è.

Mi volto e scorgo Inna, seduta all’ingresso della tenda e impegnata in un rito di preghiera che credo narri di flussi di energia nascosta.

Inizia a piovere ed io, coperto dalla mia giubba d’altura e ancora appesantito dalla mia inadeguatezza fisica e visiva, inizio a piangere. Singhiozzo che arriva diretto dallo stomaco e mi scuote i polmoni, arrivo a subire momenti di apnea respiratoria. Piango e per poter contenere il flusso di questo dirompente accadimento mi accendo una sigaretta. Di solito funziona. Sento una mano sulla mia spalla sinistra, mi volto di poco e scorgo Inna.

“Perché piangi Carlo? Non stai bene?”

“Inna, non ti bagnare, rientra in tenda. Piango per quanto ho la fortuna di vedere, annusare e sentire. Anche tu sei una parte di questa fortuna. Ma ora rientra perché io sto piangendo. E l’acqua della pioggia e le lacrime unite diventano miscela esplosiva ed esclusiva”.

Le nostre guide e gli autisti hanno preparato per noi una cena abbondante che consumiamo con piacere. Rohit ci comunica che domani seguiremo un percorso che corre più a sud di Saga, villaggio posto sulla pista principale. Le informazioni che ha ricevuto indicano che la rotta che seguiremo ci consentirà un più agevole guado dei vari corsi d’acqua che incontreremo. Prepariamo i mezzi per l’indomani e altro non rimane da fare se non cercar sonno nei sacchi a pelo.

Inna è silenziosa, so che ognuno di noi due aveva pensato questo viaggio in solitaria, comunque senza altri soggetti umani che non fossero guide e autisti. Inevitabilmente sento il suo odore e ascoltando senza alcuna morbosa attenzione le sue ultime parole di preghiera avverto, in questo istante, di non dover necessariamente trovare un nuovo e personalissimo, e quanto mai presuntuoso, passaggio a nord-ovest. E spero anche che l’odore delle mie ascelle, che esprimono effluvi di mela dolce, non sia per lei troppo fastidioso.

Il campo è levato e dopo una veloce colazione ci rimettiamo sulla pista. Il cielo è sufficientemente sereno e Tseren ci assicura che fino a sera non pioverà. Ad un tratto, superato un colle, la pista appare sbarrata da pali, cartelli recanti intimazioni a non procedere e catene. È un check-point dell’esercito cinese: dal nulla appaiono una mezza dozzina di militari tra cui un paio di graduati. Ci vengono richiesti i documenti di viaggio che prontamente porgiamo a loro; sono ragazzi giovanissimi e Tseren ci spiega che per lo più provengono dalle province orientali della Cina. Trascorrono turni di sei/sette mesi sull’altopiano prima di essere avvicendati; immediato è il ricordo di Buzzati e del suo Deserto dei Tartari. Rohit e Tseren sanno come agire e in poco tempo otteniamo i necessari timbri sui documenti (qualche biscotto dolce e poche sigarette hanno abbreviato la sosta).

Ora incontreremo l’area più impegnativa: dovremo attraversare alcuni fiumi e nessuno sa con certezza quanto le piogge monsoniche abbiano modificato la portata delle acque.

Il primo attraversamento si presenta immediatamente problematico: la pioggia battente dei giorni precedenti ha invaso una vasta area della piana sui cui corre la pista. Inna e io veniamo invitati a scendere dalla jeep, Rohit inizia a camminare nell’acqua precedendo il mezzo per sondare la stabilità del fondo. Il camion guidato da Hari è rimasto attardato e ancora non compare alla nostra vista. D’un tratto l’asse posteriore della jeep sprofonda nell’alveo del fiume, il motore si blocca e da una distanza di una trentina di metri noto Rohit e Narayan che si affannano nel tentativo di risolvere la situazione. Finalmente arriva Hari con il camion ed eseguita prontamente un’azione di aggancio (un cavo d’acciaio e le mie due corde di arrampicata acquistate a Kathmandu) la jeep è di nuovo fuori dall’acqua. Sorprendentemente i due autisti riescono in poco tempo a far ripartire il mezzo; va tutto bene, mi guardo attorno e verso sud-ovest mi sembra di scorgere il massiccio del Manaslu. Bellezza allo stato puro, un incedere di pensieri e di sguardi che si alimentano di tensioni estese e verticali. Poco oltre ci aspetta un secondo guado: Rohit cerca il punto più consono per l’attraversamento, si immerge nell’acqua più volte e con i piedi saggia la stabilità del fondo. Ci fa cenno di seguirlo: Narayan ci intima di chiudere i finestrini poiché il livello dell’acqua arriverà a sommergere il mezzo quasi completamente (ora mi è chiaro quanto mi venne detto a Kathmandu a proposito dei finestrini a tenuta stagna). Rohit procede lentamente davanti a noi, l’acqua gli arriva alle spalle, noi, ammutoliti, procediamo senza proferire alcuna parola. Rimanere bloccati qui sarebbe davvero un grosso problema. Narajan è calmo e questo mi conforta; Inna, nonostante tutto, ha uno sguardo sognante. Dopo qualche minuto giungiamo sulla sponda opposta: ora è il momento del camion che cercherà di seguire esattamente lo stesso percorso. Rohit è un po’ preoccupato, mi dice che la portata dell’acqua e il suo livello stanno rapidamente aumentando; mi indica imponenti formazioni di nuvole a nord, al massimo tra tre ore le avremo sopra di noi.

 

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Il camion procede lento e d’un tratto l’asse anteriore sprofonda nel fondo fangoso. Inutili i tentativi di ripartire; il livello dell’acqua cresce velocemente. Hari e Tseren escono dalla cabina e si siedono sul tettuccio: il camion non si abbandona, accada quel che accada. Rohit fa gesti rassicuranti ai due poi mi indica di seguirlo, dice di aver sentito dei rumori non molto distanti. Percorriamo un paio di centinaia di metri, superiamo un piccolo rilievo erboso e nella piana appena sottostante ci appare una brigata di militari cinesi, con tanto di camion pesanti e un mezzo di recupero (un grosso veicolo dotato di verricello e piccoli cingoli). Li raggiungiamo e spieghiamo al più alto in capo il nostro problema: in questo caso biscotti e sigarette servono a nulla ma cento dollari convincono il capitano e la sua truppa a tirarci fuori dai guai (l’intimazione che mi giunge dall’ufficiale è perentoria: non scattare fotografie!). Mezz’ora, non di più, e tutto è risolto. All’avviamento il motore del camion borbotta ma non dà segni di cedimento, dunque di nuovo in movimento procedendo verso nord per raggiungere il villaggio di Yarexiang e poi Zhongba.

Il nuovo campo per la notte è presto approntato e prima del sonno, ricordando gli avvenimenti della giornata appena trascorsa, incrociamo risate e complici sguardi.

Il giorno successivo trascorre sulla pista con andatura regolare: durante una sosta incrociamo una famiglia di nomadi. Sono bambini, ragazzini e una giovane madre. Ci fermiamo per conoscerci. La loro bellezza è pari solo all’aspra alterità di quanto fino ad ora visto e sentito. I ragazzi ci guardano incuriositi, probabilmente un po’ sospettosi: le loro guance sono cosparse di sangue di Yak spalmato a protezione della pelle. Le condizioni climatiche sono dure: agli animali non viene fatta particolare violenza, si spilla un po’ di sangue dal collo o dalle gambe anteriori. Sopravvivenza. Offriamo loro dei dolci che accettano solo dopo il sorridente consenso della madre, donna bellissima. Domani raggiungeremo il Lago Manasarovar e poi Darchen.