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La Milano di Enzo Jannacci

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La Milano di Enzo Jannacci

 

Viaggio nelle canzoni e in quel che resta della città degli anni sessanta raccontata con sensibilità e ironia dal cantautore

Testo e foto di Beppe Bertoli

“Tu non lo sai, perché non vai mai in giro… perché per arrivare in piazza Duomo ci vuole mezzora e devi prendere due tram. Ma io, quando alle otto torno a casa dal lavoro … cammino per Milano e mi sembra di essere un signore. Tu non lo sai ci sono tante automobili, di tutti i colori e di tutte le grandezze. È pieno di luci che sembra di essere a Natale e sopra il cielo è pieno di biglietti da Mille”.

Così cantava nel 1964 Enzo Jannacci (Milano, 3 giugno 1935 – 29 marzo 2013) in Ti te se no, tutta in dialetto milanese, lingua difficile da pronunciare ma piena di vocali   (a volte raddoppiate più che le consonanti) che la rendono dolce e musicale come quella francese. Era una Milano che forse non esiste più. Le luci ci sono ancora e le macchine sono aumentate, i soldi che piovono dal cielo non c’erano allora e non ci sono nemmeno oggi, ma è cambiata l’atmosfera e si fa fatica a vedere le sfumature e la bellezza che Jannacci sapeva cogliere: quella dei luoghi semplici e comuni frequentati ogni giorno, e di un’umanità tenera e surreale, che si racconta e nessuno ascolta, che muore e nessuno vede. Tutto ci scorre davanti velocemente e non distinguiamo più il reale dal virtuale. Ci sembra di possedere il mondo ma conosciamo poco le piccole cose di cui è fatto.

Tornando alla canzone e al sentirsi un signore (passeggiando per Milano), Jannacci ci racconta come è il mondo dei ricchi immaginato dai poveri: il signore è quello che ha la radio, “nuova nell’armadio”, che porta a casa una torta per i bambini, perché quando vengono a casa da scuola bisogna viziarli “a ti un’altra vestina, a ti te cumpri i scarp”. Ti te se no, ripete alla moglie, ma la stessa felicità da signore la ritrovo quando accarezzo la “tua bela faceta”, per me così pulita. Come se tutta la ricchezza del mondo poteva essere compensata da un semplice gesto di affetto.

Alla ricerca di alcuni posti citati nelle canzoni

I luoghi, più o meno riammodernati, esistono ancora. “Puoi buttare giù un muro- ha detto Jannacci in un’intervista – ma l’essenza del luogo, l’odore della memoria rimane sempre”. E forse è ancora possibile incontrare personaggi simili a quelli descritti nelle sue canzoni, quasi sempre dignitosamente poveri, dolenti e stralunati, con storie disperate venate di ironia e comicità. Storie minime di gente minima: come quella di Gigi Lamera, innamorato di una che pensava non fosse fine arrivare alla fabbrica in bici, così “prendeva il treno per non essere da meno” e “ostentava un cravatta dell’Upìm, ma non era un tipo snob”; di Giovanni “telegrafista e nulla più” che cerca la sua Alba “Alba, poco alba, nemmeno mattiniera” e scopre da un dispaccio che è scappata con un altro. Oppure di uno che aveva un taxi nero (“che andava col metano”) e un fratello “biondo degenere”, che rubava gomme di scorta “per fare la vita del signor”. La storia più nota è diventata un inno dell’emarginazione, “Vengo anch’io, no tu no”, ma l’elenco è lunghissimo se comprendiamo anche la lista di Quelli che… (scritta da Jannacci e Beppe Viola): “quelli che non si divertono mai, neanche quando ridono”, “quelli che fanno un mestiere come un altro” o “quelli che hanno cominciato a lavorare da piccoli, non hanno ancora finito adesso. E non sanno che cosa stanno facendo”…

Iniziamo questo strano tour milanese dei luoghi cantati da Jannacci (un po’ storico, un po’ turistico, un po’ alla rinfusa) seguendo lo zio ottantenne, “appena uscito dal neurodeliri”, di La forza dell’amore (una via di mezzo tra Twist and Shout dei Beatles e La bamba, con un inciso che sembra la cantilena di un rosario, con una piazza al posto del nome di un santo e “ier sera pioveva” invece della corale risposta “prega per noi”).

L’itinerario parte dal tetto del Duomo, all’inseguimento (…che tampinava) prima di una bella mora, che in controluce però sembrava un uomo, poi di una filovia e infine di un ghisa (un vigile urbano). Spinto dalla “forza dell’amore” e sotto una pioggia incessante, l’arzillo vecchietto arriva a Porta Romana, a Porta Vittoria,  a Porta Vigentina, in piazza Napoli, in piazzale Susa e in piazzale Martini.

Il Duomo

Con le sue 135 guglie, 3.400 statue e 150 doccioni, il Duomo è uno dei monumenti più frequentati d’Italia (in classifica è subito dopo il Colosseo e prima di Pompei e degli Uffizi di Firenze), sul suo tetto salgono ogni anno sei milioni di visitatori. È quindi un luogo dove è facile incontrare gente, normali turisti o personaggi straordinari come lo zio della canzone. Il Duomo di Milano è anche il titolo di una delle canzoni più struggenti di Jannacci (racconta il funerale di un ragazzo).   Nessuna concessione alla bellezza e alla maestosità dei suoi interni, “è pieno d’acqua piovana, ce l’han portata con gli ombrelli e ce l’han portata con i pianti per la redenzione delle puttane”.

Porta Romana

Delle tre porte citate nella canzone, la più antica è Porta Romana. Faceva parte delle mura medioevali ed era collocata vicino alla piazza del Duomo (all’altezza dell’attuale incrocio tra Corso di Porta Romana e via Francesco Sforza). Fu distrutta dal Barbarossa nel 1162. Quella che vediamo oggi, in piazza Medaglie d’oro, venne costruita nel 1598 ai tempi della dominazione dei Re di Spagna (periodo in cui il Manzoni aveva ambientato i Promessi sposi) e a lato della piazza sono ancora visibili resti delle mura spagnole. Sono affiancate da uno dei primi grattacieli milanesi (una torre di 23 piani del 1962) e da una palazzina dei primi anni del ‘900 in stile liberty che dal 2007 ospita un moderno centro termale. La storia dello spazio occupato oggi dalle terme è curiosa. La palazzina nasce come stazione di tram e veniva chiamata ironicamente la Gioconda. Era una delle quattro dell’anello tramviario che circondava il centro della città, e qui confluivano i funerali della periferia per proseguire su rotaia fino ai cimiteri Monumentale e Maggiore (il corteo era solitamente formato da carrozze agganciate, la prima per il feretro, la seconda per il clero e l’ultima per i parenti). Nella piazza c’era anche un’osteria con un nome adeguato, El Miserere, che viene citata in una poesia di Carlo Porta. Nel 1926 cambia la viabilità nella zona (per il nuovo piano urbanistico, che porterà negli anni seguenti alla copertura dei navigli, vengono costruite nuove strade e nuovi percorsi ferroviari), l’area si trasforma in una specie di luna park, con una delle prime montagne russe in Italia (che veniva chiamata “la slitta del monte Tabor”), e diventa la sede del dopolavoro dell’Atm (l’azienda trasporti municipale). La palazzina ospita la sala da ballo “Il ragno d’oro”, che negli anni a seguire sarà il tempio milanese del liscio, la palestra per i nuovi urlatori rock (da Toni Dallara a Celentano) e un centro di sperimentazione teatrale con dibattiti, a volte coordinati da Giangiacomo Feltrinelli e Umberto Eco.

L’antica porta e la palazzina liberty erano nel paesaggio che per molti anni Dario Fo (coautore con Jannacci della Forza dell’amore) ha visto dalle finestre della sua casa affacciata alla piazza.

Porta Vigentina

Dell’antica porta e delle mura non esiste più nulla, a ricordarla resta solo la denominazione della strada che da lì arrivava al centro (corso di Porta Vigentina). Il nome derivava da quello del primo paese che si incontrava sulla strada per Pavia e che dalla fine dell’800 fu annesso a Milano. Il borgo era detto Vigentino perché si trovava a venti chilometri da Pavia.

 

Porta Vittoria

L’hanno chiamata Vittoria solo dal 1861, per celebrare le Cinque Giornate di battaglie contro gli austriaci del 1848. Porta Tosa, così si chiamava dal 1600, era uno degli ingressi a Est delle mura spagnole e fu la prima ad essere espugnata dagli insorti. Dell’antica costruzione restano oggi i due caselli daziari che la affiancavano e al centro della piazza fu collocato un obelisco contornato da figure in bronzo: cinque formose ragazze (allegoria delle cinque giornate) e vari animali.                 Autore dell’opera fu Giuseppe Grandi, un esponente della Scapigliatura milanese. Ci impiegò dodici anni e per la preparazione dei gessi a grandezza naturale trasformò il suo laboratorio in uno serraglio di animali vivi con oche, galli, tacchini, cani, aquile e un leone sahariano, acquistato dallo zoo di Anversa.

Le piazze: Napoli, Martini e Susa

La prima è a Sud Ovest della città, le altre a Est. Sono tre grandi piazze oggi ordinate, tranquille (se si esclude il traffico automobilistico delle circonvallazioni che le attraversano) e anonime dal punto di vista turistico, non hanno monumenti o edifici di rilievo. Hanno in comune un giardino al centro e alberi che fiancheggiano le strade trafficate che gli girano attorno. Sono però inserite o adiacenti a dei quartieri particolari, che negli anni ’60 e ’70 hanno conosciuto momenti di degrado (le malattie tipiche delle periferie cittadine: lo spaccio della droga e la prostituzione).

Da piazza Napoli parte via Giambellino che ha dato il nome a una zona di prevalente edilizia popolare, resa famosa dal Cerutti Gino, frequentatore di un bar del quartiere che viene arrestato mentre cerca di rubare una Lambretta, come ci ha raccontato Giorgio Gaber nella Ballata del Cerutti (1960). Il personaggio è inventato ma il bar esiste ancora (oggi è gestito da cinesi, non ha più il biliardo, dove giocava il Riccardo in un’altra canzone di Gaber, e ha perso l’atmosfera da vecchia osteria).  Il Giambellino in quegli anni aveva la nomea di quartiere di malaffare (qui è nata la prima banda dell’allora ragazzino Renato Vallanzasca) ma per la sua aria da paese, gli spazi di verde e il progressivo smantellamento delle fabbriche che lasciava posto a una nuova edilizia residenziale sia popolare che signorile (soprattutto nella parallela via Lorenteggio) divenne una zona di richiamo anche per personaggi famosi. Oltre a Gaber, che qui è cresciuto, nel quartiere hanno abitato anche Lucio Battisti, Moni Ovadia, Diego Abatantuono, Enrico Mentana, Ricky Gianco, Claudio Cecchetto e persino Silvio Berlusconi. All’inizio di via Lorenteggio (a pochi passi da piazza Napoli) c’è l’Oratorio di San Protaso, che ha la caratteristica di essere la più piccola chiesa della città e l’unica collocata nello spartitraffico centrale di una strada molto trafficata. Costruita intorno al 1100, ha avuto anche lei ospiti famosi, come il Barbarossa e Federico Confalonieri che nei primi anni dell’800 qui si riuniva con i Carbonari milanesi.

Piazzale Martini è il centro del quartiere Calvairate. Nel Medioevo era un borgo agricolo alle porte della città e qui convergevano e si accampavano i contadini delle campagne circostanti che venivano in città per la vendita dei loro prodotti. Forse per questa vocazione, nei primi anni del ‘900 qui furono collocati l’Ortomercato e il Macello comunale. Alla fine dell’800 in piazza Martini esisteva il più grande deposito di ghiaccio della città (la giazzera), un capannone lungo 80 metri e alto 15. Ci lavoravano 150 addetti e una ventina di cavalli. Per garantirne la conservazione, il ghiaccio veniva ricoperto da alti strati di paglia.

Poco lontani da piazzale Martini, piazzale Susa e l’adiacente Città Studi. Sede di varie facoltà universitarie, il quartiere è caratterizzato dagli imponenti edifici e tra questi il più originale è quello dell’Istituto Ronzoni (Facoltà di ricerche chimiche e biomediche), costruito nel 1924 in stile decò e liberty con cupole e pinnacoli ricorda il palazzo del Cremlino.

In una traversa di piazzale Susa c’è una trattoria incredibile che vi riporterà, se li avete vissuti, agli anni sessanta. Piatti semplici, poche cerimonie e prezzi popolari (qui si contano ancora i centesimi). All’Albero Fiorito (in via Pellizzone 14) per un pranzo completo spenderete quanto un posto al cinema. Come tutti i luoghi sacri ha regole inflessibili, si mangia alle 12 e alle 19, e dopo un’ora si chiude la cucina.

Il quartiere dell’Ortica

 

 

Siamo a Est di Città studi, oltre la ferrovia che collega Lambrate a Rogoredo. Fino agli inizi del ‘900 era solo cascine e ortaglie (da qui il nome). Nel dopoguerra si aggiunsero le baracche per gli sfollati e questa fu la scenografia scelta da Vittorio De Sica per alcune riprese di Miracolo a Milano.

A renderla famosa fu una canzone di Jannacci scritta con Walter Valdi, quella del famoso palo di una squinternata banda del quartiere che a proteggere il colpo aveva scelto uno che “vederci non vedeva un’autobotte, però sentirci ghe sentiva un acident”.

Così non si accorge che gli passano davanti “un ghisa, tri cariba e un metronotte” che arrestano tutta la banda eccetto lui. Lui “era fisso che scrutava nella notte” e non ha sentito “pugni, spari, grida e botte”. A mezzogiorno è ancora lì ad aspettarli, la gente passa, lo scambia per uno che chiede elemosina, gli dà cento lire e poi se ne va. Lui circospetto guarda in giro e mette via, e incomincia a lamentarsi: “Non si fa così … il bottino me lo portano su a cento lire, un po’ per volta: a far così non finiamo più. Vengo via da questa banda di sbarbati, mi metto in proprio. Io sono un palo, non un bamba, non ci sto più”.

Rogoredo

Oggi ci sono i grattacieli, le parabole di Sky, il nuovo quartiere di Santa Giulia e la stazione anche per i treni ad alta velocità. Negli anni ’60 era un quartiere popolare costruito attorno alla Redaelli, un colosso della siderurgia, con impianti sportivi dove veniva ad allenarsi anche l’Inter.

Nella canzone di Jannacci “Andava a Rogoredo” ci veniva un disperato a cercare una donna. L’aveva portata a vedere la Fiera e poi era scappata con i suoi “des chili” (diecimila lire) che lui le aveva dato per un krapfen, perché lei non aveva moneta.

Per questo andava a Rogoredo e “cercava i so danée”, girava per il paese e gridava come uno straccivendolo “nonnonnonnò non mi lasciare, mai, mai, mai”. Scoraggiato pensa persino al suicidio e va là “dove el Navili l’è pussé negher, dove i barconi poden no arrivà”. Poi riflette: “mi credi che ‘massàmm, ghe poeuss pensar süra; adess voo a to’ i mè dés chili, poi si vedrà”.

Torna a Rogoredo e riprende a cercarla: “nonnonnonnò non mi lasciare, mai, mai, mai”.

 

Il Teatro Carcano e via Canonica

Vengono citati nella stessa canzone, “Veronica” del 1965, ma i due posti non sono vicini. Il teatro è in Corso di Porta Romana, vicino al Duomo, mentre la via è nella zona Ovest della città, tra il Parco Sempione e la China Town milanese. L’accostamento forse è dovuto a problemi di rima con il nome della protagonista o più sottilmente al fatto che la via è dedicata al progettista del teatro Il Carcano è infatti un grande teatro, costruito in stile neoclassico nel 1803, sul progetto di Luigi Canonica (l’architetto dell’Arena Civica, della Villa Reale di Monza, della risistemazione di Foro Bonaparte e del Palazzo Reale di Milano, oltre che dei teatri di Brescia, Cremona, Mantova, Como e Sondrio). Nel 1913 venne completamente ristrutturato in stile eclettico, perdendo l’impronta originale neoclassica. Ha ospitato personaggi famosi come Niccolò Paganini, Eleonora Duse, Ermete Novelli e negli anni ’50 e ’60 l’operetta e le commedie musicali con Tino Scotti, Sandra Mondaini, Walter Chiari, Domenico Modugno. Dal 1965 al 1969 si trasforma in cinema, per poi riprendere l’attività teatrale che ancora oggi prosegue con importanti compagnie.

Nella canzone di Jannacci, al cinema Carcano “lavorava” Veronica, un personaggio particolare che amava la musica sinfonica “ma la suonava solo con la fisarmonica” e diceva sempre che voleva farsi monaca “ma intanto bestemmiava contra i pré (i preti)”.

Con Veronica non c’era il rischio del platonico, è stata “il primo amore di tutta via Canonica” (dove abitava) e “dava il suo amore per una cifra modica” in quel cinema. Ma con lei, che fingeva “lacrime e rossori ma lasciava fare, senza domandare”, l’amore non era una cosa comoda ne’ il luogo era il più poetico: “al Carcano, in pè (in piedi)”.

La strada per l’idroscalo

Il lungo viale che porta all’aeroporto di Linate e all’Idroscalo fu il luogo scelto per ambientare la canzone forse più famosa di Jannacci, “El purtava i scarp de tennis” del 1965. È la storia triste di un barbone, ma la canzone è quasi urlata e con poche concessioni al pietismo. La prima parte e quella finale sono cantate, mentre quella centrale è parlata e racconta che un giorno il barbone stava andando all’Idroscalo per farsi un bagno. Accanto a lui si ferma una macchina, gli chiedono la strada per l’aeroporto Forlanini, che lui non conosce perché non c’è mai stato. Quando gli spiegano che è sulla strada per l’Idroscalo, si fa dare un passaggio ma una volta salito si sente impacciato (non era mai stato su una macchina) e chiede di fermarla e di lasciarlo scendere. Nella parte cantata scopriamo meglio il personaggio che portava le scarpe da tennis parlava da solo, aveva gli occhi buoni ed era il primo ad andarsene perché era un barbone. La storia finisce quando lo ritrovano sotto un mucchio di cartoni, lo guardano ma è come se non vedessero, lo toccano per vedere se dormiva e poi se ne vanno perché è meglio non interessarsene: “l’è roba da barbun”.

I luoghi citati nella canzone sono l’Idroscalo e l’aeroporto Enrico Forlanini, che oggi più nessuno chiama con il nome dell’ingegnere che costruiva i primi elicotteri e inventò l’aliscafo (il viale, quello della canzone, porta comunque ancora il suo nome), preferendogli l’antica denominazione di Linate, da un piccola località vicina. L’aeroporto nacque nel 1937, come ampliamento di quello militare di Taliedo (del 1910), accanto a dove si stava realizzando lo stabilimento aeronautico della Caproni (in via Mecenate, oggi occupato dagli studi della Rai che qui produce vari programmi tra i quali Che tempo che fa di Fabio Fazio).

In quegli stessi anni presero il via gli scavi per lo scalo degli idrovolanti, uno dei pallini di Mussolini che vedeva nei nuovi mezzi il futuro dell’aeronautica.

Per questa funzione l’Idroscalo venne poco utilizzato e oggi ancora meno. Vi si svolgono gare di canottaggio e di motonautica ma soprattutto è considerato dai milanesi come il loro mare, spiaggia per un fine settimana casalingo e oasi di verde.

Il percorso Jannacci

Nel 2015 il Consiglio di Zona 4, col patrocinio del Comune di Milano,ha promosso e realizzato un itinerario turistico-culturale dedicato al grande musicista, autore, poeta, attore e medico, nato e cresciuto nel quartiere Argonne – Lomellina. Il Percorso Jannacci tocca cinque luoghi legati alla sua vita e alle canzoni, che sono identificati con targhe e murales. La prima targa è in via Lomellina angolo via Sismondi, dove Jannacci è nato e ha vissuto. Seconda tappa è in viale Corsica angolo Via Ardigò, dove l’artista cubano Denis Ascanio ha realizzato un grande murales ispirato a El portava i scarp del tennis, a lato della massicciata ferroviaria dei Tre ponti.

Altre due targhe sono state poste in piazzale Susa angolo viale Campania e in piazzale Martini, con brani tratti dalla canzone La forza dell’amore.

A Rogoredo, in via Orwell, un sottopasso degradato è stato interamente illustrato da vari artisti, che si sono richiamati al testo della canzone “Andava a Rogoredo”.

 

Fuori percorso segnaliamo anche il murales Ma mi (dove Jannacci è rappresentato insieme ad altri interpreti della famosa canzone: Giorgio Strehler, l’autore, Ornella Vanoni, Nanni Svampa, Dario Fo, Ivan Della Mea e Giorgio Gaber), realizzato da street artist di Orticanoodles sui muri di via San Faustino, all’angolo con via Rosso di San Secondo, e quello in piazza Cardinal Ferrari lungo muro del Convento della Visitazione. Qui Jannacci è affiancato da molti milanesi illustri: artisti, cantanti, scrittori, attori, registi, poeti, architetti, stilisti, direttori d’orchestra, pedagogisti.

Infine all’elenco andrebbe aggiunta anche la Casa d’Accoglienza in Viale Ortles 69, storico rifugio dei senzatetto milanesi, che il Comune di Milano ha voluto intitolare a Enzo Jannacci nel 2014.

 


Una gita al contrario sul Whernside

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Una gita al contrario sul Whernside,

una montagna nel Nord dell’Inghilterra

Testo e foto di Luca Lastella

Questa storia comincia al contrario, inizia infatti da dove finisce: in una latteria sociale di Hawes, nel North Yorkshire.

Se non sono gite lunghe, non mi porto mai da mangiare in montagna, mi nutro di bevande energetiche, di bustine di sali; composti dagli ingredienti più assurdi. D’altra parte anche quando mi muovo per i fatti miei, anche nelle escursioni più semplici, pure la preparazione della gita risulta per me una sorta di ricerca dell’essenziale; quando ritorni alla base però, devi sempre rendere conto al tuo fisico, che ti ha portato dove ti ha portato e che chiede riconoscenza.
La mia base era la mia auto, parcheggiata già dalle otto del mattino tra le provinciali B6479 e B6255, nel mezzo del nulla. È il parcheggio di partenza per la salita a uno dei tre picchi dello Yorkshire: Whernside.

E Whernside era là che mi guardava di sottecchi, mezzo assonnato alle otto del mattino. È uno di quei tanti bitorzoli del Cambriano, pelato dal vento, neanche un albero a fargli compagnia, perché pure gli alberi qui fanno fatica a crescere con questo impietoso clima alpino a soli 750 metri sul livello del mare.
Dicevo che questa storia comincia al contrario.
A venti minuti dal parcheggio c’è il villaggio di Hawes e qui c’è una piccola latteria sociale, che fornisce ottimo formaggio a tutta la contea. Ho capito vivendo qui che non si può mai generalizzare, neanche sul formaggio. Solitamente siamo abituati a pensare solo all’insignificante formaggio inglese che compriamo in tutti i supermercati: decine di varianti di Cheddar tutte dello stesso sapore.
Alla latteria Wenslaydale invece, il formaggio lo sanno fare molto bene. Con l’istinto di un lupo affamato, mi sono precipitato nella latteria dove mi aspettavano vassoi pieni di assaggi di 25 tipi di formaggio diversi. Mi si è ingessato lo sguardo masticando un formaggio di pecora, che di pecorino non aveva nulla, ma aveva il sapore dell’aria, del vento, dell’acqua di quella mattina.
Ne ho comprato tre etti, sono uscito e nevicava da non so dove, il cielo era azzuro, le nuvole correvano impazzite e nevicava. Mi sono chiuso in macchina e ho mangiato il mio formaggio in cinque bocconi, in religioso silenzio e guardando i fiocchi di neve che attraversavano l’aria in orizzontale scaravantati più in la da un vento di tormenta. Sentivo il sapore del formaggio e lo stomaco era felice.
E’ una storia al contrario che comincia se volete anche il giorno prima, controllando le condizioni del tempo per capire come vestirmi; studiando il percorso, un percorso ad anello che si sarebbe svolto in senso antiorario, al contrario appunto.
Gli inizi di queste gite sono uguali agli arrivi, che sono uguali a loro volta sempre a se stessi. Sono per esempio un vialetto sterrato fra muri a secco di sandstone (arenaria), sono sentieri che si aprono nel nulla anzi, non è il nulla, è una vastità che assomiglia a un anello di Moebius, dove non si capisce dove inizia e dove finisce.  La mia gita al contrario è iniziata con un lieve pendio e subito ho incontrato una delle uniche quattro persone della giornata, era la persona della gita al contrario: io salivo e lui scendeva terminando la sua escursione.
Lui tornava avendo visto quello che io avrei visto, lui era sudato e contento, io riposato e spaesato. Gli ho chiesto se c’era vento in cima, mi ha risposto che si, c’era molto vento e se ne è andato dicendomi: “keep moving”.
Salivo velocemente, il fiato era grosso e cominciavo a racimolare tra le mani quello che potevo raccogliere: sudore, fatica, concentrazione, il blu del cielo e questo colore invernale che non è ne’ verde erba, ne’ marrone terra.
Poi, non più riparato dai dossi, sono stato esposto al vento gelido. Al contrario rileggevo mentalmente le previsioni meteo del giorno prima: 2°C e vento a 70 Km/h, nessuna precipitazione prevista almeno fino alle ore 13. Non piove, il vento è ancora debole, ma la temperatura era decisamente più bassa.
Il freddo è bello quando sei coperto e io ero coperto e leggero allo stesso tempo, per essere più agile nei movimenti.
Ho visto ghiaccio per terra, ma dopo 40 minuti di cammino immagini il gelo che non c’è, ormai il corpo segue la mente.
Altre due piccole sagome davanti a me, che incedono lentamente, non sollevano mai la testa, perché? Guardatevi attorno mi verrebbe voglia di dirgli, ma non ho tempo, sono troppo concentrato a guardare quello che non succede intorno a me.
Distese di pascoli, terreni incolti, pozze d’acqua e il taglio di un viadotto ferroviario vittoriano: un inossidabile reperto tecnologico, instancabile punto di riferimento di una rivoluzione industriale ancora vivente.
Collega Leeds a Carlisle, cioè l’ultimo avamposto inglese prima di entrare in Scozia. C’e solo il sole a orientarmi e farmi capire dov’è Leeds e dov’è la Scozia, perché in una gita al contrario, un ponte è un ponte ed è lì a collegare due lembi di terra che potrebbero essere percorsi a cominciare da uno qualunque degli estremi e se non ci fosse un punto di riferimento assoluto, un turista per caso non potrebbe mai capire, guardando questa foto digitale e contemporaneamente mentale, dove va un treno o da dove arriva.
Il sole acceca. La luce di questo sole invernale è abbacinante, perché il riverbero delle nubi bianche la vuole far vincere contro il gelo dei laghetti e il rumore assordante del vento che ormai è al suo culmine. Mi chino, mi riparo nel mio cappuccio la guancia esposta; solo così riesco a respirare.

Mi oppongo a un vento incessante e implacabile, poi rialzo la testa e vedo la cima…la cima qui è la sommità della gobba.
I ricordi delle mie salite ai 4.000 delle Alpi vorrebbero prendere in giro quello che vedo, ma il vento ancora più implacabile difende questo deserto alle soglie della Cambria. È come se tutto questo microcosmo ostile ricreasse le stesse condizioni climatiche delle Alpi Graie: gelo, vento e un piccolo, grande deserto intorno a me, distanze impercettibili.
Bevo e mi fermo qualche minuto, un muretto di pietra mi ricorda che da una parte sono in Cambria, dall’altra in Yorkshire. Qual è la parte giusta? Qual è il contrario?Scendo al contrario, percorrendo il tutto in senso antiorario, è la circumnavigazione del nulla, perché non c’è nulla a cui girare intorno, solo sassi, pascoli impervi e vento gelido.
Scendo mentre l’ultimo essere umano della giornata sale dalla parte opposta: arrivo e partenza si confondono ancora una volta nell’ocra che diventerà verde.
Ritrovo il viadotto che non ha inizio ne’ fine, ne’ destra, ne’ sinistra.
Ho pecore intorno a me, perché nel frattempo mi sono distratto a guardare le nuvole girando al contrario, sono uscito dal sentiero e mi ritrovo in una marcita, con rigagnoli di acqua e pecore incuranti di me, del sole e delle nuvole, loro pensano solo a brucare.
Voglio arrivare sotto le volte di questo baluardo di civiltà. Questa cicatrice ferroviaria nella campagna deserta.
Ho chiuso questo giro al contrario con un punto esclamativo, che è questo pilastro di sandstone pesante tonnellate e che sostiene tonnellate di pietre, su cui passano tonnellate di acciaio.
Non c’è più vento, è un peccato perché non lo sento, ma lo vedo spingere nubi a velocità incredibili.
Sono tornato a un altro muretto, che sicuramente non è quello da cui sono partito, ma è quello a cui sono arrivato girando al contrario.

Anche i muretti a secco qui sono degli anelli di Moebius: ne vedi un tratto, poi spariscono, si interrompono e riprendono accompagnando qualcosa che ritrovi a chilometri di distanza.
Siamo all’inizio del racconto ora.

Ho fame. Vado in latteria. E poi torno a casa contento.

 


Ad Arles sulle orme di Van Gogh

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Ad Arles sulle orme di Van Gogh

Anche se alcune ambientazioni sono cambiate e a volte in parte artefatte, è ancora possibile ritrovare i luoghi, le atmosfere e i colori delle opere realizzate in Provenza dall’artista olandese

 

A cura della Redazione

 

Vincent Van Gogh soggiornò ad Arles 444 giorni, dal febbraio 1888 al maggio 1889. Qui produsse circa duecento quadri, cento disegni e acquarelli e scrisse duecento lettere, ma delle sue opere ad Arles non ne rimase neanche una. Anche la famosa casa gialla di place Lamartine, da lui abitata e dove dipinse la sua stanza e i girasoli, è stata distrutta da un bombardamento nel 1944.

Alcuni angoli della città, che con il tempo sono stati demoliti o avevano perso parte della loro identità, sono stati rimodellati per essere più simili a quelli rappresentati nei quadri. È il caso del caffè Boeuf in place du Forum, che oggi ha preso il nome dell’artista (Cafè Van Gogh). Come nel dipinto La terrazza del caffè di sera, la facciata e la grande tenda sopra i tavolini sono stati tinteggiati di giallo per ricreare le stesse tonalità del quadro. L’edificio, anch’esso lesionato dai bombardamenti è stato in gran parte ristrutturato.

Non esiste più neppure il ponte di Langlois, più volte ritratto dall’artista. Nel 1930 venne sostituito da un ponte in cemento, poi distrutto nel 1944 da un bombardamento. Fu ricostruito nel 1988 sullo stesso canale ma tre chilometri più a valle rispetto alla città e ha cambiato anche nome. Oggi si chiama Pont Van Gogh e non più Langlois, che era il nome del guardiano incaricato ad azionarne il funzionamento. La struttura del ponte, l’atmosfera e i colori ricordano quelli del dipinto, ma osservandolo con attenzione ci si accorge che il paesaggio non è lo stesso.

Sono invece rimasti più o meno invariati il viale della necropoli romana, Les Alyscamps, dipinto da Van Gogh e da Gauguin, e il chiostro dell’Hotel Dieu (l’ospedale dove fu ricoverato Vincent quando si tagliò una parte di orecchio e che oggi ospita la Fondazione Van Gogh), rappresentato nell’opera Le jardin de la Maison de Santé.

Ma è soprattutto nelle campagne attorno ad Arles che è possibile ritrovare i paesaggi inondati di luce che ispirarono molte opere dell’artista, con gli stessi contrasti e le stesse variazioni cromatiche che nei giorni estivi assolati offrono i campi di grano e di lavanda, i papaveri, gli iris, i girasoli, le vigne e le piante di ulivo. Analoghe sensazioni (quelle di trovarsi dentro a un quadro di Van Gogh) si possono provare davanti all’Abbaye de Montmajour (abbazia a quattro chilometri a Nord di Arles) e a Saintes Maries de la Mer in Camargue (allora villaggio di pescatori, oggi località balneare turistica), altri luoghi frequentati e ritratti dal pittore. Oppure visitando il manicomio Saint Paul de Mausole a Saint Rémy de Provence, dove fu ricoverato dal maggio 1889 a giugno 1890.

Ad Arles è possibile ritrovare tracce della presenza di Van Gogh seguendo liberamente un percorso pedonale in dieci tappe (Circuit Van Gogh), contrassegnato da pannelli che ne ricordano le opere e sono posti nei punti in cui probabilmente l’artista aveva posato il cavalletto. Potete chiedere la mappa al Ufficio del turismo, in Boulevard des Lices o scaricarla dal loro sito http://www.arlestourisme.com/assets/files/pdf/patrimoine/circuit_van_gogh.pdf.

Il circuito comprende anche una visita alla Fondazione a lui intitolata, all’Espace Van Gogh (l’antico ospedale Hotel Dieu, al 35 di rue du Docteur Fanton) e al museo di belle arti Reattu, al numero 10 di rue du Grand Prieuré, che conserva alcune lettere originali scritte da Vincent a Gauguin.

Una iniziativa analoga a quella presa dall’Ufficio turismo di Arles è stata presa anche dal comune di Saint Remy de Provence. Qui il percorso pedonale è di circa tre chilometri e i pannelli che riproducono e descrivono le opere sono 21.

 

Una città ricca di storia che ama i tori e la fotografia

Come scriveva, in una sintesi perfetta, Dante nel nono canto dell’Inferno “ad Arli, ove Rodano stagna”, Arles sorge nel punto in cui inizia il delta del Rodano. Qui il fiume si divide in due rami che racchiudono una vasta distesa (la Camargue), formata per un terzo da laghi e paludi abitati da fenicotteri rosa e da altre 400 specie di uccelli. L’area, che tecnicamente potrebbe essere considerata un’isola contornata dalle acque del fiume e a Sud dal Mediterraneo, ha ampie zone coltivate e oasi naturalistiche, dove tra canneti, salici e tamerici pascolano liberamente cavalli e tori.

Per questa sua strategica posizione geografica in epoca romana divenne una delle più importanti città della Gallia e, sotto Costantino, capitale della prima provincia dell’Impero. Ruolo che è testimoniato da numerosi resti e monumenti come l’imponente e ben conservato anfiteatro (Les arenes), al centro della città, che fu costruito alla fine del primo secolo d.C. per gli spettacoli dei gladiatori e ancora oggi è in grado di ospitare 20mila spettatori per manifestazioni simili (le corride). Altre testimonianze dell’epoca sono il Theatre Antique, una costruzione a semicerchio, oggi spazio estivo per concerti all’aperto, i resti delle Terme di Costantino, lungo il fiume, e quelli della necropoli Les Alyscamps (i campi elisi), che si raggiunge percorrendo un tranquillo viale alberato che costeggia l’antica cinta muraria romana. Tra le varie tombe, in gran parte anonime, quella di San Genesio e dei morti di una battaglia tra Carlo Magno e i saraceni. Per queste presenze il cimitero è citato nella Divina Commedia da Dante (Inferno, nono canto, verso 112) e dall’Ariosto nell’Orlando furioso.

Anche nel Medioevo Arles mantenne un ruolo importante nella regione per la sua centralità nel mercato del grano, per i cantieri navali e per il porto, che per il notevole traffico fluviale interno contendeva quasi alla pari il primato a quello di Marsiglia.

Della città medioevale oggi resta l’impianto urbanistico, con un centro molto compatto di vie strette che si aprono improvvisamente in spaziose piazze, come la Place de la Republique, in cui si possono ammirare le stupende decorazioni scultoree del portale della Cathedrale Saint Trophine (XII secolo, stile romanico provenzale), raffiguranti il Giudizio Universale. All’interno della chiesa è visitabile anche un pregevole chiostro gotico romanico. Nella stessa piazza, a lato della cattedrale, il seicentesco e suntuoso palazzo municipale (Hotel de ville). A pochi passi dalla piazza, in rue de la République 66, è consigliabile una visita alla Boulangerie Soulier, un panificio-pasticceria molto popolare, per assaggiare la fugasse aux olives, una focaccia provenzale gustosa e saporita.

Dopo la rivoluzione del 1789 e il passaggio della Provenza alla Francia, la supremazia territoriale passò ad altre città come Aix en Provence, Avignone e Marsiglia. Poi arrivò la ferrovia che allontanava Arles dai tracciati delle grandi linee, isolandola e per la città iniziò un inesorabile declino. Quando a fine Ottocento Vincent Van Gogh arrivò ad Arles (forse anche perché quel giorno la neve aveva coperto tutto il paesaggio e soffiava un pungente vento di maestrale), la trovò spenta e depressa. Tanto che in una lettera al fratello Theo la paragonerà ad alcuni paesi grigi del Nord belga. Poi cambierà idea e scriverà di amare quel posto, “per la luce, per i colori e per la bontà dei suoi abitanti”, contrariamente a Gauguin che lo disprezzava, “per lui è la città più sporca del Sud” (lettera del 3 febbraio 1889).

Ancora oggi, in alcune stagioni Arles sembra una città dormiente, poco vivace e conservatrice, che si rianima solo per il mercato del sabato lungo il boulevard de Lices. Mercato di fiori e di spezie, di carne e di pesce, di miele, lavanda e prodotti regionali come l’olio d’oliva, le salsicce di Arles (anatra, maiale e spezie), il riso della Camargue, i formaggi di pecora della Crau o i saponi di Marsiglia.

Ma tutto cambia da Pasqua a metà settembre, sia per gli spettacoli di tauromachie, Les Ferias d’Arles (con le corride nell’arena e le strade del centro animate dal passaggio dei tori) che per i numerosi eventi organizzati per i Rencontres d’Arles, uno dei maggiori festival di fotografia contemporanea del mondo.

E a proposito di fotografia, Arles sembra puntare molto su questa forma artistica per incrementare il turismo. A Sud della città la Fondazione Luma sta infatti realizzando il grande progetto del Parc des ateliers (un investimento statale di 15 milioni di euro), che sarà completato nel 2018. In un’area di circa dieci ettari, in passato sede di officine ferroviarie, si stanno trasformando enormi capannoni in nuovi spazi espositivi, dove sarà collocata anche la Scuola nazionale di fotografia. Il programma prevede inoltre lo sviluppo di analoghe iniziative ad Avignone, Nimes e Marsiglia, con l’intento di creare una rete, una specie di sistema museale sparso nella Regione, che avrà il suo centro proprio ad Arles. È un modo di valorizzare il territorio attraverso una sinergia istituzionale tra Stato, Regione, Dipartimento e Città, appoggiata anche da investitori privati come Fondazione Luma, che non viene vissuto dagli arlesiani come elemento calato dall’alto. Un sistema che noi italiani non abbiamo ancora imperato a sviluppare.

 

Il ricordo di una ultracentenaria arlesiana

Nel 1888 quando era ancora bambina incontrò Van Gogh nel negozio di suo padre e lo descrive come “sporco, mal vestito e sgradevole”. Lo incrocerà altre volte per strada mentre si avviava con il suo cavalletto, i suoi colori e quel cappello con le candele per disegnare quando la luce calava e il giudizio non sarà più indulgente. Una volta la fermò e le chiese del denaro per continuare a dipingere. E nonostante lo ritenesse un uomo “brutto, trasandato e consumato dall’alcol” gli diede dei soldi.

Questi episodi furono raccontati da Jeanne Louise Calment nel 1988, quando alcuni giornalisti arrivati ad Arles per le celebrazioni del centesimo anniversario della presenza in città di Van Gogh, vollero intervistare la sola persona ancora in vita tra quelle che lo avevano conosciuto.

La Calment era nata ad Arles il 21 febbraio del 1875 e morirà nella sua città natale il 4 agosto del 1997. Visse 122 anni e 164 giorni e ancora oggi detiene il record dell’essere umano più longevo di cui si abbia avuto notizia certa. Anche se in tutta la sua esistenza non svolse mai un lavoro (la sua famiglia era benestante), condusse una vita estremamente attiva: si sposa nel 1896 e due anni dopo avrà una figlia (che morirà a soli 36 anni), a cento anni andava ancora in bicicletta e fumò fino a 118 anni.

Oltre ad aver incontrato Van Gogh, partecipò con i genitori ai funerali di Victor Hugo (1885), conobbe il poeta premio Nobel Frederic Mistral e Josephine Baker. Nel 1990, a 114 anni, recitò in un film canadese sulla vita di Van Gogh, interpretando se stessa e nel 1995, sebbene quasi cieca, sorda e relegata su una sedia a rotelle, incise un CD (Maîtresse du temps – La signora del tempo), in cui racconta la propria vita su una colonna sonora rap. Ora riposa nel Cimetière de Trinquetaille, che si trova nell’omonimo quartiere di Arles.


Una domenica pomeriggio a Milano

Una domenica pomeriggio a Milano

Una passeggiata in una calda giornata autunnale per le strade di Milano: dal nord della città sino al centro, con ritorno

di Luca Lastella

 

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Senza quasi accorgermene oggi pomeriggio mi sono ritrovato a casa da solo. Un’insolita calda domenica di novembre in cui mia moglie è a lavorare, mio figlio a studiare dalla ragazza e mia figlia in giro con amici.
Il sole fa capolino dai tetti di fronte e tenta in tutti i modi di farsi notare. è tirato per la giacca dalle giornate troppo corte a cui non è più abituato. Vuole farmi notare che sarà forse l’ultima domenica calda dell’anno che sta per finire. Ho risposto a quel richiamo, perché non voglio rimanere a casa e farmi venire in mente l’ennesima incredibile e inusuale idea di progettare attività diverse da quelle che chiunque altro farebbe una qualunque domenica pomeriggio. Oggi ho voglia di pensare e, non sapendo bene a che cosa pensare, lo farò semplicemente guardandomi intorno. Lo faccio in questa mia città che, di domenica, pur rimanendo sempre un po’ caotica a macchia di leopardo, appare appisolata come quei cani da guardia che lasciano sempre e comunque un occhio socchiuso e un orecchio teso.
Ho deciso che andrò a piedi da casa al Parco Sempione. Anche il mio fisico da qualche giorno mi tira per le orecchie, mi pizzica sulle braccia, mi ricorda che devo pensare anche a lui. Da troppo tempo la pigrizia prevale sul bisogno di muovere queste mie gambe, pulire da qualche pensiero la mia testa, far correre un po’ più veloce questo cuore. Ci sono parti di me che si stanno ribellando a questo latente lassismo autunnale.
Non è la prima volta che vado a piedi fino in centro a Milano. Lo faccio nel momento in cui ho bisogno di alleggerire i miei pensieri. Quando mi accorgo che rimanendo fermo i pensieri stessi si aggroviglierebbero; quando ho veramente bisogno di osservare altro. Non so perché, ma se decido di andare a piedi verso il centro della mia città mi si materializzano nella mente tratti di romanzi dell’inizio del Novecento. Mi sento come un moderno Italo Svevo che passeggia per la sua Trieste salutando persone conosciute, si siede ai tavolini del bar preferito nel centro sorseggiando caffè e abbozzando capitoli dei suoi libri.
Voglio osservare un po’ di persone in una tranquilla e calda domenica autunnale, possibilmente nel parco centrale della mia città.
Per quasi un’ora cammino senza mai fermarmi prima di arrivarci. Percorro marciapiedi deserti e strade insolitamente silenziose; ci sono solo i rumori delle accelerazioni delle poche auto agli incroci che mi fanno ricordare che dopotutto mi trovo a Milano.
Sudo, l’aria è tiepida e l’insolito silenzio è ancora più spettrale quando attraverso il ponte sulla ferrovia. Alle 15:00 da Porta Garibaldi non passa nemmeno un treno! Binari deserti luccicanti al sole, grattacieli di acciaio e vetro che riflettono l’azzurro grigiastro del cielo milanese.
Mi incammino senza sosta per via Montello e quei volti asiatici, seduti sugli usci delle botteghe zeppe di improbabili vestiti acrilici, sembrano radiografarmi. Sono Cinesi sicuramente. Fra tutte le popolazioni asiatiche riconosco bene Coreani, Giapponesi e Cinesi. Con i Cinesi non fallisco quasi mai: loro quando sono seduti da soli non guardano altro che te mentre cammini. Chiunque, seduto sull’uscio di una bottega a fumare, si guarderebbe in giro con aria disinteressata. Guarderebbe un’auto che passa, l’albero davanti a lui, un cane che gli piscia a un metro di distanza, ma lui, il Cinese, guarda solo te. Ha quel volto anestetizzato da una vita trascorsa a pensare come poter vendere gli oggetti più inflazionati e falsi. Un esercizio per altro per nulla difficile, basta concentrarsi su qualunque oggetto possibilmente di marca, che costi troppo e lui, il Cinese, si riempirebbe il negozio di venticinque modelli simili, ben imitati e che costano un’inezia.
I Cinesi seduti in via Montello non fanno differenza. Sono lì, accucciati davanti ad una soglia di un caotico negozio, illuminato da abbaglianti tubi al neon accesi anche quando la luce fuori è abbacinante. Fumano e ti guardano mentre passi davanti a loro. I Cinesi di Chinatown-Milano sono mendicanti di pensieri.
Darwin avrebbe invidiato una passeggiata come la mia. Più ci avviciniamo al centro di Milano e più la popolazione muta, quasi si evolve. Non più disperati alla ricerca di un posto all’addiaccio, non più caciarosi teppistelli, non più fumatori cinesi; l’Arena è un immenso toroide magnetico che riesce ad attrarre verso di sè il bell’umano, la chic, il volto abbronzato, la scarpa di marca.
Il runner di periferia è un bastardello puzzolente, il runner all’Arena è un Pastore Afgano con il pedigree. Il runner di periferia non corre, salta in modo schizofrenico per cercare di evitare escrementi di cane o marciapiedi puzzolenti, il runner all’Arena scivola su tappeti d’asfalto tirati a lucido, i suoi passi sono attutiti da un soffice manto di foglie di cui il selciato è cosparso.
Mi fermo per la prima volta a uno dei chioschi-bar di Parco Sempione ordinando un caffè e un bicchiere d’acqua. Questi chioschi verde bandiera mi ricordano l’infanzia, quando papà ci portava a fare un “giro al parco” in tram o in bici. Questi chioschi, da cui il volto del proprietario sbuca da una minuscola e ben mimetizzata feritoia aperta tra snacks e bottiglie di bibite, sono un inusuale buco nero metropolitano. Il chiosco, come una stella spenta, risucchia attorno a sé folle di sbandati e sbadati passeggiatori della domenica che, incapaci di trovare una loro orbita, ricadono chiassosi e vestiti a festa sui tavolini del buco nero.
Al chiosco non ci sono le età di mezzo, ma solo gli estremi. Ci sono neonati in carrozzina o bambini fino ai sei anni; ci sono pensionati che si confondono tra nuore e generi; cani al guinzaglio legati a sedie e tavolini. Tutti sfoggiano il vestito della domenica. Rispetto ai miei “giri al parco” da bambino le radio a transistor sono scomparse, risucchiate nel buco nero ben prima dei clienti.
È evidente però che la radio a transistor è stata soppiantata dall’onnipresente smartphone; me ne accorgo proseguendo la mia marcia falsamente vagabonda verso il Palazzo della Triennale.
I viali del parco sono la terra di mezzo delle età di mezzo. Ci sono le coppie di adolescenti innamorati sulle panchine o nelle aiuole, loro hanno la forza di gridare e ridere, sono fiamme di benzina che brucia veloce, troppo veloce, il calore non rimane, dura pochissimi secondi.
Ci sono coppie giovani, credo tra i 25 e 35 anni, che nella maggior parte dei casi si trascinano già stanche barcollando e cercando disperatamente di incrociare il tuo sguardo, perché non hanno null’altro da guardare. Alcune sembrano essere felici, ma ho come l’impressione che il motivo di questa felicità sia ancora l’acerbo rapporto. Forse si conoscono da qualche mese o solo da qualche anno, c’è però una percezione di felicità; tutte e comunque si tengono per mano. Non riesco a capire se è un semplice segno di affetto o una ricerca di un sostegno, non sono riuscito a decifrarlo.
Poi ci sono le coppie di mezza età che passeggiano tra i viali con aria marziale. Non si guardano ma si parlano, solo frasi brevi. Ho provato ad ascoltare di nascosto qualche discorso. Non parlano mai di loro quasi sempre di amici coetanei, di genitori anziani o di figli che fanno disperare.
Le coppie di mezza età raramente si tengono per mano. Anche loro, a proprio modo, non hanno vie di mezzo: camminano abbracciati o a un metro l’uno dall’altra. è interessante scoprire come il contatto o il non-contatto fisico sembra non essere indice di serenità. Le coppie di mezza età sono sempre molto distinte ma, a differenza dei crocchi catturati dai buchi neri, sembrano non sfoggiare abiti della domenica, bensì indossano raffinati abbinamenti casual dal valore commerciale spesso esoso.
Immagino ci siano fra queste le coppie da sempre un po’ perse, quelle al secondo tentativo vogliose di un riscatto, forse anche quelle al terzo giro.
Sono sempre e solo coppie di donne quelle che discorrono amabilmente davanti a una tazzina di caffè. A volte sorridono fra loro, a volte sono serie in volto, ma sono loro che escono la domenica con un’amica per raccontarsi cose. Con vergognosa supponenza immagino i discorsi: il rapporto con il marito o compagno; i figli che fanno disperare; il lavoro sempre troppo difficile da conciliare con tutto il resto; l’ultimo libro letto o film visto; l’amica con problemi di salute. Sono però solo donne, gli uomini che chiacchierano in coppia non esistono.
Le gambe cominciano a essere indolenzite, è più di un’ora che cammino ma il passo non cede, la velocità è costante. Le panchine sono piene di giovani concentrati o ipnotizzati dal loro smartphone, non parlano fra loro, scrivono invece messaggi a qualcuno chissà dove. Sono incapaci di vivere il presente, non sono lì fra di loro, sono virtualmente altrove.
Il sole tenta di tramontare, ma la luce arriva insieme alle giovani famiglie. Non importa quanto dureranno integre queste giovani famiglie, loro sono felici e parlano con il figlio di sette anni che trotterella intorno a loro. La mamma è sempre premurosa per la figlioletta di due anni nel passeggino. I toni sono rilassati, i genitori sorridono l’uno all’altro e sorridono anche ai loro figli. Non si tengono per mano, ma la spensieratezza e la serenità si tagliano con un coltello. Loro sì, sono venuti al Parco insieme per un pomeriggio diverso.
Costeggio l’Arco della Pace e imbocco via Bertani, i bar hanno ancora i tavolini all’aperto. Noto coppie di donne sedute a sorseggiare un caffè. Certo, ci sono anche coppie uomo-donna, ma non ci sono mai coppie di uomini sedute all’aperto in un bar centrale di Milano!
Un’ora e venticinque minuti di cammino. Devo andare in bagno. Cerco disperatamente un bar in via Canonica ma sono quasi tutti chiusi. Eccone uno aperto, è immenso: sette mega-schermi trasmettono partite di calcio italiano. è un tuffo nel passato: tavolini di formica, bancone in formica con rifiniture in ottone. Gli schermi LCD piatti e la formica… come dire… la linea del metro Lilla e la bottiglia di vetro del latte, o ancora come la FIAT 128 e l’Iphone 6.
Ordino un caffè decaffeinato e chiedo dov’è il bagno. L’ennesimo salto indietro nel tempo: nel retro del bar siamo a inizi anni Settanta, mentre davanti al bancone siamo a fine anni Settanta; alla cassa una filippina!
Qui sì ci sono solo uomini che guardano partite con un bicchiere davanti a loro. Nessuna donna, solo la cassiera filippina. Cosa ci fa una cassiera filippina con un barista italiano in un bar frequentato da soli uomini che guardano schermi LCD?
Il bar sotto la casa dove sono nato in via Cesare Brivio me lo ricordo così, ma senza schermi piatti. Sguardi persi sull’unico televisore e qualcuno che giocava a carte, odore di vino nell’aria viziata. Nessuna cassiera filippina, nessuna coppia di uomini che parla, nessuna coppia di donne che discorre amabilmente.
Bevo, pago, esco e mi rimetto in cammino verso piazza Gramsci.
In via Procaccini scende la sera sospesa tra i lampioni che ancora non si accendono e tra ombre confuse. Costeggio il Monumentale e rieccomi daccapo sul ponte della ferrovia a vedere questa volta treni che lentamente cercano di staccarsi dalla loro stazione.
È il momento di tirare linee e somme sulle gambe stanche. Il risultato non esce ma i piedi, in compenso, hanno sentito benissimo queste due ore trascorse mettendosi incessantemente uno davanti all’altro.
Sono in Bovisa, sono tornato da dove sono partito; mi sono pure reso conto che dopo tutto non ho visto “belle persone”, ma solo gente normale. Strano pensiero… non sono stato colpito da nulla in particolare, ma sono stato circondato dal tutto.
La pretesa di capire qualcosa svanisce con la consapevolezza dell’essere quello che sono. Sorrido, quasi senza motivo, negli ultimi cento metri di strada, poi la chiave apre le porte e sono a casa. Mi levo le scarpe, mi sdraio sul divano. È una sequenza di azioni degna di una chiusura di una fabbrica a fine giornata. ■


A Marsiglia con Jean Claude Izzo

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A Marsiglia con Jean Claude Izzo

 

Testi e foto a cura della Redazione

 

Per Izzo Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi e appassionarsi.

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Marsiglia è il Mediterraneo. È Tunisi, Napoli, Genova, Barcellona e da sempre porto di sbarco di migranti, fuggitivi ed esiliati. Una città meticcia dove le mille culture di passaggio hanno lasciato tracce indelebili su una mappa caratterizzata dalle diversità: dai quartieri diventati ostentatamente alla moda, alle periferie del degrado, dai vicoli stretti del Panier alla spianata del Vieux Port con centinaia di barche attraccate.

Capitale europea della cultura nel 2013, Marsiglia è la capitale delle contraddizioni, della bellezza nascosta, della criminalità e delle mille minoranze. Ottocentomila abitanti e sette marsigliesi su dieci non sono di origine francese. Quasi una repubblica a parte. La città è da sempre ribelle (l’inno nazionale francese ne è la celebrazione) e quando nel 1660 Luigi XIV iniziò la costruzione di Fort Saint-Jean all’ingresso del porto, i cannoni non furono puntati contro possibili invasori dal mare, ma tenevano sotto tiro la città, in rivolta contro il governatore locale.

Nessuno ha rappresentato Marsiglia meglio di Jean Claude Izzo, figlio di immigrati, un napoletano e una spagnola, che nel Panier è nato nel 1945 ed è morto a soli 55 anni. In tutte le sue opere ha raccontato il grande amore per una città dolce e difficile, amara e incredibilmente saporita. Per lui “Marsiglia è città di luce e di vento”, il famoso mistral, che si infiltra in cima alle stradine, spazza via tutto fino al mare e colora il cielo e il mare di un’infinita varietà di blu: “Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest, il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco”.

La Marsiglia di Izzo è “un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia»”. E così descrive la sua città: “Marsiglia si fa un baffo delle prospettive. È fatta di colline che scendono al mare, così cementificate che solo camminando e gironzolando per la città vi accorgerete che è un continuo salire, scendere, risalire. Per accedere al quartiere vecchio del Panier vi aspetta una bella scarpinata attraverso le scalinate di Les Carmes. Arrivati in place des Moulins, scoprirete di essere alti come la stazione Saint Charles ma per raggiungerla dovrete scendere e risalire su un’altra scalinata, più monumentale. La sua facciata, splendida, guarda al porto, al mare, a Oriente. Guarda l’unica collina che non si nasconde, quella su cui troneggia Notre Dame de la Garde, la bonne mere (la buona madre) che di giorno brilla sotto il sole e di notte sotto i fari. Come un eterno cero”.

 

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Secondo Izzo “Marsiglia non è una città provenzale e neppure europea. Marsiglia è mediterranea. Non è un posto di confine dell’Europa, è come il suo mare: un po’ africana e un po’ mediorientale, così come Beirut è un po’ europea”.

E il Panier è una Montmartre sporca e colorata. “Parigi è un’attrazione, Marsiglia è un passaporto”. Izzo è critico verso le ristrutturazioni delle case coloniali, la riqualificazione dei quartieri attorno al porto, i nuovi colori ocra delle facciate del Panier: “alla futile vanità della nuova ricchezza Marsiglia non offre opposizione. Con questi tentativi di far dimenticare a tutti le sue origini antiche, la città somiglia a quelle finte bionde che incroci nelle strade. Mostrano solo quello che non sono”. “Perché Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere”.

Marsiglia per Jean Claude è l’odore dell’aglio (“sentore selvaggio e volgare, che fa parte del gusto di vivere; apre le porte a tutti i sapori e mangiare vuol dire accogliere”), il profumo pepato della menta, quello intenso del basilico e quello più discreto della santoreggia.

Sedici municipalità, otto sindaci e 111 quartieri in una sola città, la vita sporcata dal mare che si deforma e si spande fino ai quartieri a nord, quelli più emarginati, come le Castellane (dove è nato Zinédine Zidane), enclave araba, agglomerato di palazzi alveare spalmati su salite e discese, roccaforte del traffico di droga. Un fortino impenetrabile anche per la polizia. Solo Fabio Montale, il poliziotto di origine napoletane protagonista della trilogia marsigliese di Izzo (Casino totale, Chourmo e Solea) poteva accedervi.

Con la sua vecchia Renault percorre le vie del centro e attraversa i coloratissimi mercati, come quello di Longue des Capucins, lungo la Canebiere, perfetto per perdersi tra i profumi di mille spezie che trasformano questa parte della città in un angolo d’oriente: dal cumino al curry, dal coriandolo alla menta, quegli stessi aromi che Montale ritrova anche sulla pelle delle donne che con passione e tristezza ama. Izzo la chiama “la sensualità delle vite disperate” e la frase sarà ripresa da Paolo Conte nella canzone Un gelato al limon.

Poi seguiamolo spostarsi dai banconi dei bar ai tavoli dei suoi locali preferiti.

Nei piatti e nei bicchieri ritroviamo i sapori del Mediterraneo, nei nomi delle pietanze le contaminazioni dei dialetti e delle lingue. Ci sono i piatti greci come i dolmades (involtini di vite ripieni), il tarama (salsa a base di uova di carpa o merluzzo) o i loukoumi, dolci cubetti di farina e zucchero aromatizzati; quelli spagnoli come la paella e quelli africani come il cuscus, la tajine o il chakchouka (uno stufato di peperoni).

Montale, come Izzo, è affascinato da questa multietnicità e non perde occasione per manifestare la propria contrarietà verso le crescenti tensioni razziali fomentate dall’estrema destra. Per questo spesso si siede al Bar de Maraichers, in rue Curiol nel quartiere La Plaine, frequentato da chi “sicuramente non votava Fronte Nazionale e non l’aveva mai fatto”. I sapori locali che predilige sono quello aromatico del Pastis (l’aperitivo a base di anice che si apprezza solo dopo il terzo bicchiere: “Il primo lo bevi per sete. Il secondo, beh, inizi ad apprezzarne il sapore. Il terzo te lo godi”) e della bouillabaisse, la zuppa di pesce di scoglio, con tante verdure, zafferano e buccia d’arancia, da cuocere a fuoco alto e ritirare appena inizia a bollire (da qui il nome, bouillir e abbaisser).

Nella zona del Vieux Port si ferma a osservare l’andirivieni delle imbarcazioni sorseggiando una birra sulla terrazza de La Samaritaine o gustando un piatto di calamari fritti e melanzane gratinate innaffiati da un vino rosè al Bar de la Marine. Apprezza anche gli spaghetti alle vongole e il tiramisù dell’italiano Mario, in place Thiars.

Se attraversa i vicoli del Panier, Montale si ferma spesso al Treize coins di Ange, in rue Sainte Françoise, a bere un bicchiere di mauresque (pastis e sciroppo d’orzata) accompagnandolo con un piatto di verdure ripiene o di trigliette in salsa bohemienne (besciamella con uova e prezzemolo) o al Chez Etienne, dove “servono la miglior pizza di Marsiglia e il conto, come l’orario di chiusura, dipende solo dall’umore di Etienne”. Da Chez Felix, in rue Caisserie, ci va perchè “il baccalà viene dissalato al punto giusto e poi immerso nell’acqua bollente con finocchio e grani di pepe, e qui hanno anche un olio d’oliva particolare per montare l’aioli”.

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Quando Montale cerca di sfuggire “alla schifezza del mondo” si rifugia nella sua casa a Les Goudes, un piccolo porto fuori dalla città, poco prima de Le Calanques, venti chilometri di massiccio di roccia calcarea a strapiombo sul mare. Qui anestetizza il dolore con il profumo torbato di un whisky scozzese (il Lagavulin) ma ritrova tutti i sapori mediterranei nella cucina di Honorine, l’affettuosa vicina di casa. Un’energica settantenne, la sola che riesce a confortare la sua tristezza, a volte con un semplice minestrone alla genovese o una pietanza alla bottarga che lei stessa prepara con una settimana di lavoro.

Se oggi è ancora possibile ritrovare i luoghi descritti da Izzo attraverso Montale, faremo fatica a ritrovare l’atmosfera che fino a un decennio fa la città emanava. Marsiglia sta cambiando. Non ha perso il suo fascino nascosto ed è sempre piena di contraddizioni ma è come se fosse sopita, addormentata in attesa di un evento che la scuota e la distolga dell’interesse quotidiano.

 

 

Le citazioni sono tratte da: Casino totale (1995), Chourmo (1996), Marinai perduti (1997), Vivere stanca (1998), Solea (1998), Il sole dei morenti (1999) e Aglio, menta e basilico (2000).

 


La Provenza del Petrarca in quattro tappe

La Provenza del Petrarca in quattro tappe

Viaggio nella regione del Vaucluse
alla ricerca delle tracce lasciate dal poeta errante che qui ha vissuto dal 1312 al 1353

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Secondo alcuni il termine provincia, da cui ha origine Provenza, deriva dal latino pro (prima) e vincere, cioè prima terra conquistata. Per altri pro è da intendere come “al posto di” e la parte vinc deriva da vincire, in latino “legare” (la stessa origine del termine “vincolo”); per cui il significato etimologico di provincia sarebbe giuridico e simile alla definizione di pro-console, cioè: “luogo in cui tramite un rappresentante si esercita un controllo, un legame”.

Alla Provenza si adattano entrambi le interpretazioni, perché fu il primo territorio oltre le Alpi ad essere conquistato dai romani e ad avere un governo locale controllato da quello centrale. Comunque il primo ad essere chiamato provincia, poi, per distinguerlo dalle altre province che si aggiunsero, gli associarono il termine “Narbonnaise”, dalla città più importante, Narbona.

Oggi la Provenza è una regione storica della Francia sud-orientale ma non costituisce un’unità geografica, perché racchiude territori diversi per natura del suolo e morfologia: la zona costiera, quella montana delle Alpi e la vallata del Rodano. Dal punto di vista amministrativo la regione francese Provenza-Alpi-Costa Azzurra (Provence-Alpes-Côte d’Azur) è suddivisa in sei dipartimenti (la Francia ne conta 101) e tra questi il Vaucluse è quello che più interessa il percorso alla ricerca delle tracce lasciate da Petrarca, che qui ha vissuto dal 1312 al 1353, alternando lunghi soggiorni a viaggi in Europa e continui spostamenti tra la Francia e l’Italia.

Il Vaucluse (sulle targhe delle auto è rappresentato dal numero 84) è delimitato a ovest dal Rodano e a sud dalla Durance. La vetta più alta è il Monte Ventoso (Mont Ventoux, 1.912 metri) e ai suoi piedi si stende la pianura del Comtat che finisce a Sud con la catena dei monti del Luberon, parco nazionale protetto dall’Unesco. A nord e a sud la catena (la cui quota massima è di 1125 metri) è bordata dalle splendide vallate dei fiumi Calavon e Durance. Le gole incassate percorse da limpidi corsi d’acqua, la garrigue (macchia mediterranea), le foreste di cedri e di querce, le falesie di terra d’ocra (a Roussilon e a Rustrel) e i campi che alternano il viola della lavanda al giallo della senape, rappresentano scenari formidabili per escursioni a piedi o in bicicletta (sul sito www.grande-traversee-alpes.com troverete itinerari e informazioni pratiche per visitare i campi di lavanda, periodo di fioritura compreso). Ma il paesaggio è anche frutto di secolari attività, ancora praticate con i metodi di un tempo: olio, vino (qui hanno ambientato il film “Un’ottima annata” con Russell Crowe), miele e frutta candita vengono lavorati e poi esposti in piazza nei marché paysant, così chiamati perché la vendita è curata dagli stessi produttori.

Le principali città, oltre al capoluogo Avignone, sono Apt, Carpentras, Cavaillon, L’Isle-sur-la-Sorgue, Orange, Pertuis et Bollène. Gran parte di questo territorio, dopo alterne vicende di dominio da parte dei duchi di Borgogna e di Tolosa, nel 1229 divenne possedimento papale e solo dopo la rivoluzione del 1789 venne annesso alla Francia. Tutto il periodo trascorso dal Petrarca in Provenza è quindi influenzato, non solo dal punto di vista amministrativo, dalla presenza del papato nella cosiddetta “cattività avignonese”, che lo stesso Petrarca paragonerà a quella vissuta dal popolo ebraico durante la cattività babilonese (587 aC-517 aC).

Il percorso del Petrarca è stato sintetizzato in quattro tappe: Avignone, Fontaine de Vaucluse, Carpentras e Mont Ventoux.

 

Avignone

Nel 1303 lo scontro tra il potere spirituale della Chiesa e quello temporale di re e imperatori si fa duro. Bonifacio VIII, il primo papa a farsi rappresentare in statua e dipinti da vivo, viene sequestrato ad Anagni (dove il papa era nato e aveva una residenza) da Giacomo Colonna e Guglielmo di Nogaret (un emissario di Filippo IV detto “il bello”), con l’intento di far ritirare la bolla da poco emessa da Bonifacio, che scomunicava il re francese. Gli anagnini insorgono e liberano il papa, che ritorna a Roma e muore un mese dopo, forse per le conseguenze dello sgarbo subito. Gli succede Benedetto XI, che solo otto mesi dopo morirà in maniera improvvisa e sospetta (per una indigestione di fichi, forse avvelenati da agenti del Nogaret), lasciando il seggio a Clemente V, che non verrà mai in Italia. Nato a Bordeaux, porta il papato ad Avignone e sopprime l’Ordine dei templari.

Due anni dopo, nel 1311, ad Avignone si sposta anche il padre del Petrarca che lavorava come notaio al servizio del papa. Nei primi anni la famiglia si stabilisce a Carpentras, poi, terminati gli studi, Francesco ritorna ad Avignone. Qui incontrerà Laura nella chiesa di Santa Chiara e con lei scoprirà le bellezze della campagna del Vaucluse. Passeggerà sulle sponde del Rodano, che attraverserà sul lungo (900 metri) ponte Saint Bénezet di 22 arcate (oggi ne restano solo quattro, le altre sono state distrutte da una piena del fiume nel 1600), fermandosi al terzo pilone per una visita alla piccola chiesetta di Saint Nicolas e per vedere la torre bianca che Filippo il Bello sta costruendo dall’altra parte del fiume per tenere d’occhio il papa.

Quando il Petrarca arriva ad Avignone il Palazzo dei Papi è ancora in costruzione. Sarà completato solo nel 1370 e reso imponente da dodici torri. Per le sue dimensioni (15mila metri quadrati) diventerà il più grande palazzo gotico d’Europa e dal 1309 al 1377 ospiterà sette papi e quattro antipapi. Oggi molte sale sono vuote ma è ancora possibile visitarne una ventina, oltre al cortile, il chiostro, le cappelle di Saint Jean e Saint Martial, e la grandissima Sala Banchetti, testimone di una vita di corte opulenta (documenti dell’epoca descrivono l’allestimento di un banchetto per la nomina di Papa Clemente VI con 118 buoi, 1.033 pecore allo spiedo, 1.195 oche, 7.428 polli, 50.000 torte, 39.980 uova e 95.000 forme di pane). I grandi affreschi presenti in alcune sale rendono tuttavia l’idea di come doveva essere il palazzo ai tempi del suo splendore. Alcune visite guidate (le più costose, 24 € contro gli 11 della tariffa d’ingresso con audioguida) vi porteranno alla scoperta di angoli normalmente non visitabili: torri segrete, camminamenti sul tetto, grandi terrazze e persino gli alloggi privati dove i papi tenevano nascoste le amanti.

Accanto al Palazzo dei Papi, vale una visita anche la cattedrale di Notre Dame des Doms, edificio romanico del XII secolo. All’interno, tra cappelle barocche aggiunte nel 1600, tracce degli affreschi eseguiti da Simone Martini nel1300, un ben conservato esempio di arte macabra medioevale (l’Incontro dei tre morti e dei tre vivi), risalente al 1200 e il pregevole mausoleo gotico di Giovanni XXII, il Papa che istituì il tribunale della Sacra Rota e contrastò i movimenti pauperistici dei francescani e degli umiliati. Per descrivere quel periodo di controversie religiose, Umberto Eco scelse di ambientare le vicende de “Il nome della rosa” proprio all’epoca del pontificato di Giovanni XXII.

Nel 1403 Benedetto XII, l’ultimo dei cosiddetti anti-Papi, trasformò Avignone in una città fortificata, circondando completamente il centro storico con quattro chilometri di mura, 39 torri e sette porte di ingresso.

Una passeggiata all’interno delle mura, oltre alla zona della cattedrale e del Palazzo dei Papi, ci farà scoprire vecchie case, chiese e palazzi gotici, piazze e piazzette con tanti bar e ristoranti, e affascinanti vie con pittoreschi angoli. Tra queste, da non perdere, Rue des Teintures, che costeggia il fiume Sorgue, con i suoi platani secolari, i vecchi mulini a pala e le passerelle per entrare alle case. Non troverete le fabbriche di seta indiana, scomparse a metà Ottocento, che hanno dato il nome alla via ma altre curiosità come la cappella dei penitenti grigi (ne esistevano di vari colori: neri, bianchi, viola, rossi) che ospita l’ultima confraternita delle sette che operavano in città e il Convento des Cordeliers, dove si trova la tomba di Laura, musa del Petrarca.

Tracce di Laura le troviamo anche su una targa affissa sulla parete di un teatro nella zona del vecchio mercato, che ricorda il luogo dove, il 6 aprile 1327, avvenne il primo incontro tra Francesco e Laura, in quella che allora era la chiesa di Santa Chiara nell’antico convento di suore Clarisse. Della chiesa rimane solo una piccola cappella, oggi utilizzata dal teatro come sala minore (50 posti), specialmente durante il Festival di Avignone, l’evento più importante della città. Si svolge nelle ultime tre settimane di luglio nelle piazze, nelle vie del centro storico e in qualunque spazio che possa contenere almeno trenta persone. In quei giorni si contano circa mille rappresentazioni teatrali.

 

Fontaine de Vaucluse

La sorgente del Sorgue, il corso d’acqua che attraversa Avignone prima di confluire nel Rodano, è a Fontaine de Vaucluse, 30 km a Sud Est del capoluogo. Si trova ai piedi di una spettacolare parete rocciosa, in una valletta boscosa e a poche centinaia di metri dalla piazza centrale del villaggio.

Con una portata media totale di 630 milioni di metri cubi di acqua (varia da 22 a 90 metri cubi al secondo, in relazione alla stagione), la fonte è, per capacità, una delle maggiori del mondo. La sorgente, una fenditura conica nella roccia, è l’unico punto di uscita di un bacino sotterraneo carsico di 1100 km² che raccoglie le acque del Mont Ventoux, dei monti di Vaucluse e della montagna di Lura. Il punto più basso del sifone è a meno 308 m di profondità. La sorgente è impetuosa in primavera e in autunno e forma un piccolo lago di un intenso colore azzurro che sfuma nel verde della riva, ombreggiata da platani secolari. L’accesso alla sorgente è gratuito e aperto tutti i giorni dell’anno.

Quando il fiume arriva in paese le acque sono limpide e tranquille ma la portata d’acqua è comunque tanto imponente da far funzionare un’antica cartiera, che è visitabile e in cui è possibile vedere le varie fasi della lavorazione di una carta tipica provenzale, realizzata a mano e decorata con foglioline e petali di fiori inseriti direttamente nell’impasto. Ai tempi del Petrarca questa zona era una campagna povera e quieta. Qui veniva per ammirare il gioco delle acque, le “chiare, fresche e dolci acque”, rilassandosi e struggendosi per la sua Laura.

Fontaine de Vaucluse oggi è un borgo romantico, con le sue viuzze tranquille, nonostante le molte presenze di turisti, i resti del trecentesco Castello dei Vescovi di Cavaillon (che spesso hanno ospitato il Petrarca) e la gradevole chiesa medievale di Saint Veran, in stile romanico provenzale.

A Petrarca il paese deve la sua fama e a lui ha dedicato un museo e una colonna eretta nel 1804 nel cinquecentesimo anniversario della nascita. A Petrarca e Laura è dedicato anche un ristorante che si trova sulla piazza della colonna. Menù per turisti ma potrete assaggiare ottime trote fresche pescate nel Sorgue in un piacevole cortile alberato sulla riva del fiume.

 

Carpentras

Carpentras è una città ricca di antiche vestigia romane, con il primo arco di trionfo (l’Arc Romain, del primo secolo d. C.), voluto da Augusto, dove sono rappresentati i barbari sottomessi al giogo. Alle spalle dell’Arco c’è il più importante monumento cittadino, la Cattedrale di Saint Siffrein (del 1400, in stile gotico). Sul lato Sud, una porta laterale (Porte des Juifs) è sormontata da una curiosa scultura di topi che mangiano una palla (la “boule aux rats”) e rappresenta il mondo divorato dal peccato e delle eresie.

La chiesa si affaccia sulla bella Place De Gaulle, che ospita anche il seicentesco Palais de Justice. Nei pressi è possibile visitare la Sinagoga. Costruita nel 1367, è la più antica in Francia.

Carpentras, che dal 1309 al 1312 è stata sede papale (in attesa che terminassero i lavori del palazzo di Avignone) è oggi una tranquilla cittadina di provincia di circa 30mila abitanti, che si anima il venerdì, giorno di mercato. Mercato contadino e artigianale, ricco di colori, profumi e sapori (specialità stagionali sono le fragole e i tartufi). Si svolge nel centro cittadino, sotto i platani di viale Jean Jaurès e ha origini antiche: fu citato in una bolla papale del 1500.

A Carpentras passa la sua infanzia Francesco Petrarca, dal 1311 al 1317, e qui, per la prima volta a contatto con testimonianze dell’impero romano, nasce la nostalgia poetica di un passato imponente e trionfale: la sua passione romantica, termine che deriva appunto da Roma-antica.

 

Mont Ventoux

“Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso”. Così inizia il racconto della sua ascesa al Mont Ventoux, intrapreso dal Petrarca il 26 aprile del 1336. Il primo reportage di alpinismo nella storia.

Con il fratello e due servitori partono dal borgo di Malaucene e raggiungono la vetta alta 1.912 metri, da dove possono ammirare un ampio panorama: “I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi.”

Oggi una strada asfaltata collega il borgo alla vetta. È quella percorsa dai ciclisti del Tour e come non ricordare i trionfali arrivi di Eros Poli nel 1994 (autore di una fuga di 171 km in solitaria) o di Marco Pantani nel 2000 ma anche la tragica morte del britannico Tommy Simpson, che nell’edizione del 1967, fu stroncato da un infarto a 2 km dall’arrivo. Il Tour de France, edizione 2016, vi farà tappa il 14 luglio.

Il monte domina il territorio circostante con la sua cima di roccia calcarea bianca, sulla quale, dal 1882, svetta un osservatorio meteorologico. Per l’ampia varietà di vegetazione, dovuta a una pronunciata diversità climatica, e per le sue particolarità geologiche, il monte Ventoso è stato classificato Riserva di Biosfera dall’Unesco.

Per chi vuole affrontare la salita a piedi, come fece Petrarca (ma scegliete una stagione più calda), i sentieri migliori partono dai borghi di Bedoin e di Malaucéne. Gli uffici del turismo dei due paesi sono aperti da giugno a settembre e forniscono tutte le informazioni sui percorsi. È una camminata non impegnativa ma molto affascinante che inizia fra pini, cedri e faggi, respirando l’aroma della lavanda e del rosmarino, poi solo pochi cespugli di ginepro, per approdare negli ultimi 300 metri di salita a un panorama quasi lunare, senza vegetazione, di ciottoli bianchi che diventano neri sotto l’ombra delle nuvole cariche di pioggia. Avvicinandosi alla vetta sono possibili bruschi cambi di temperatura, che può scendere anche di venti gradi, a causa del vento, il mistral, che spesso soffia implacabile (sulla cima raggiunge velocità fino a 250 km all’ora). È consigliabile portare abiti caldi e impermeabili anche in piena estate.

 

 

Cosa comprare

Tra i marché paysant più apprezzati nel Vaucluse segnaliamo quello di Velleron, mercato agricolo della sera classificato marché d’exception per la qualità dei suoi prodotti, tutti locali. Aperto tutto l’anno (dal 15 aprile al 30 settembre dalle 18.00 nei giorni di martedì, venerdì e sabato; da ottobre al 15 aprile dalle 16.30 dal lunedì al venerdì), vi possono esporre solo i coltivatori diretti e i pensionati agricoli.

Da non perdere anche quelli ad Apt, il sabato mattina in Via dei Mercanti, e a Carpentras, il venerdì. Apt, il maggior centro della vallata del Calavon, è la capitale mondiale della produzione di frutta candita e la Confiserie St. Denis di Gargas, a pochi chilometri dalla cittadina, accoglie i visitatori per un assaggio e per ammirare le fasi della lavorazione.

Oltre alla frutta candita, le fantasiose stoffe provenzali, i mille prodotti a base di lavanda, le profumate essenze e l’ottimo miele, vi consigliamo lo zafferano di Denis Savanne (Safran des Papes – Domaine de la Madelène) a Bedoin, ai piedi del Mont Ventoux. La coltivazione dello zafferano, molto antica nel Vaucluse, è stata da tempo dimenticata e solo da pochi anni riscoperta. Denis propone stage (in francese e in inglese) per imparare a piantare, raccogliere e mondare i fiori di crochi.

Un gusto tutto da scoprire è quello del torrone alle olive.

Pierre Silvain, contadino che produce il torrone in modo artigianale con le mandorle e il miele prodotti dalla sua famiglia di agricoltori, ha inventato il torrone alle olive nere da accompagnare con un aperitivo. Lo vende nel suo negozio-laboratorio di Saint-Didier (5 km a Sud di Carpentras), dove si organizzano visite guidate.

A Châteauneuf Du Pape, a metà strada da Avignone e Carpentras, nella storica Distillerie Blachère 1835, si possono trovare liquori e distillati a base di erbe raccolte sul Mont Ventoux, come L’elixir du Mont Ventoux e L’origan du Comtat. Particolare anche un profumatissimo Liqueur a la lavande.


Israele, un Paese straordinario e difficile

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In viaggio con Vittoria, alla scoperta di luoghi ricchi di storia e di incredibili paesaggi. Dove la religione è Stato, organizzazione sociale, tradizione e stile di vita. Dove la guerra non è mai finita

testo e foto di Vittoria Dentes

L’autobus segue la strada lungo il Mar Mediterraneo che va da Haifa a Tel Aviv. Guardo il paesaggio e penso a quanto questi dieci intensi giorni non siano stati abbastanza per assaporare interamente la cultura israeliana. Dentro l’autobus, 35 ragazzi ebrei italiani che, come me, hanno avuto la fortuna di ricevere un viaggio gratuito (Taglit) in Israele da parte della comunità ebraica. Ripenso a tutti i momenti passati insieme, tutti i paesaggi e le persone con cui siamo riusciti ad entrare in contatto grazie a questa comunità. Sorrido, perché adesso anche io mi sento parte di questa comunità, ma se c’è una cosa che ho imparato da questo viaggio è che non ho la minima idea di cosa voglia dire essere ebreo. Non è semplicemente il fatto di avere genitori ebrei, e nemmeno portare avanti le adeguate tradizioni religiose. Essere ebreo non vuol dire rispettare le Mitzvot, la Shabbat o mangiare Kosher. Non sono ancora riuscita a trovare un significato ben definito della parola “ebreo”, ma di sicuro non si ferma all’aspetto religioso e lo stato di Israele ne è la prova. Quando si parla di israeliani in Israele, si parla di ebrei. Ebrei è quindi quasi una nazionalità. Essendo io ebrea, potrei richiedere la cittadinanza israeliana e ottenerla direttamente, senza nessun altro prerequisito. Questo è esattamente ciò che ha deciso di fare Lea, una ragazza di 22 anni romana, che alla tenera età di 19 anni si trasferì da sola in Israele. “La prima volta che ci sono stata è grazie a un viaggio Taglit come il vostro, qualche anno fa – ci diceva, indossando la sua uniforme – mi innamorai del Paese e sentii un forte bisogno di tornare. Così una volta finito il liceo feci l’Aliyah, per poi arruolarmi nell’esercito. Chissà magari tra qualche anno sarete voi qui a parlare con questa uniforme”. In Israele la vita di un giovane è diversa. Con il servizio militare obbligatorio per due o tre anni a seconda del tuo sesso, l’università passa in subordine rispetto al tuo dovere di difendere e servire la Nazione. Aver avuto come compagni di viaggio otto soldati israeliani mi ha cambiato la vita. Se i media europei descrivono il servizio militare obbligatorio come un crudele modo di togliere la libertà a giovani israeliani, è evidente che nessuno di questi giornalisti è mai stato in Israele. “Gli europei sono ignoranti” ci dice Naama, la nostra guida israeliana, la cui nonna, morta ad Auschwitz, è riuscita a nascondere la figlia da amici italiani durante l’olocausto. “Io sono italiana, sono toscana per la famiglia che ha salvato mia madre. Ma la mia casa è qui, in Israele, perché sono ebrea”. Naama ha cinque figli, due dei quali generali dell’esercito e una che sta per arruolarsi. Quando parla dei suoi “bambini”, che combattono per difendere l’unico Paese che li ha accolti dopo la seconda guerra mondiale, le si illuminano gli occhi. Israele è uno Stato giovane, particolare, che ha richiesto e richiede tanta dedizione per il suo sviluppo. Credo sia questo il motivo principale per cui nessun soldato che ho conosciuto si è mai sentito costretto a servire il proprio Paese.

Bunker del Monte Bental - Alture del Golan
Dai soldati armati di fucile fermi in coda per comprare dei falafel, ai carri armati che si trovano circa ogni chilometro nelle strade di periferia, è evidente come in Israele la violenza sia diventata, purtroppo, normalità per necessità. La guerra, per quanto al momento limitata alla striscia di Gaza, non finisce mai e in Israele c’è ancora la necessità di avere un esercito che sia presente anche tra i civili. Avere il viaggio interamente organizzato e gestito dalla comunità ebraica ha aiutato tantissimo per la sicurezza, perché comprendeva una guardia armata 24 ore su 24, un autobus privato e un programma deciso accuratamente dalla comunità stessa. È solo grazie a questo tipo di organizzazione che ho potuto visitare in dieci giorni più di venti posti diversi. Dalle alture del Golan, dove sono ancora visibili i bunker usati nella guerra del 1973, passando da Masada, fino alle lunghe spiagge di Tel Aviv. La prima tappa del nostro viaggio è a Nord, dove alloggiamo in un Kibbutz, ovvero una comunità chiusa di famiglie ebree. I Kibbutz sono come delle piccole società dove i dipendenti sono i residenti e tutti hanno lo stesso stipendio. Non importa se sei il capo o un semplice residente, lo stipendio è uguale per tutti. La convenienza sta nel fatto che, una volta entrato in un Kibbutz, questo garantisce per il totale sostentamento dei tuoi figli, e si sa, gli ebrei sono soliti avere molti figli. La sera puntiamo la sveglia alle 3 e 30, dobbiamo partire dal Kibbutz prima dell’alba per poter raggiungere Masada. Camminiamo nel deserto per circa un’ora e arriviamo in cima a un’altura dove si trovano delle rovine bizantine. Da lì osserviamo il sole salire dalle montagne che si vedono in lontananza, dietro al Mar Morto. Appena sorge il sole ci incamminiamo per scendere il prima possibile, anche se ormai (e sono solo le 7 e 30) il caldo è già insopportabile. L’autobus ci aspetta sotto l’altura e ci porta, dopo una sosta sul Mar Morto e poi seguendo un altro percorso, a Masada. Il deserto offre un paesaggio emozionante, ma dopo altre due ore di camminata avrei preferito rinunciarci. “Fidatevi”, ci diceva Naama. Non è che avessimo altre scelte. Ed ecco, come per miracolo, aprirsi in mezzo al paesaggio desertico una valle con una fiume che formava una cascata e un piccolissimo lago. Ci buttiamo dentro questa oasi meravigliosa solo per qualche minuto, poi torniamo all’autobus e guardiamo il tramonto dal finestrino. Tappa successiva Gerusalemme. Entrare a Gerusalemme è un po’ come leggere una versione liceale di latino. Le stradine della città si intrecciano tra strati di storia: le scale collegano le varie fasi di distruzione e ricostruzione della città, dal periodo babilonese a quello turco, passando dal periodo romano. Non appena superati i controlli di sicurezza, che ricordano un po’ quelli di un aeroporto, si apre davanti a noi un’immensa piazza, dove a dirla tutta ci saranno stati più militari armati che uomini. A stonare con le pietre degli edifici circostanti, quasi dorate per la luce del sole, un tubo nero di plastica che, per la sua forma, ricorda l’ala di un aereo. Seguendo questo tubo con lo sguardo, noto l’imponente muro che taglia la piazza verticalmente. Ci avviciniamo e ci laviamo le mani nelle brocche d’oro di una fontana. Uomini e donne si dividono e andiamo verso il Muro del pianto. Intorno a me donne e bambine per mano, che si coprono gli occhi con la Torah e pregano. Le loro parole sono strozzate dalle lacrime che scendono senza sosta, bagnando quel muro contro cui tutti appoggiano la fronte. Dopo essermi ripresa dallo shock iniziale, mi allontano senza aver toccato il muro, camminando all’indietro fino all’uscita per non dare le spalle a quel mare di disperazione. Non volevo e non dovevo toccare il muro senza prima sapere cosa ci fosse dietro quel muro. Scopro che quel braccio nero che tanto spiccava non è altro che l’unico accesso alla spianata. È sorvegliato da uomini armati che si assicurano di far entrare esclusivamente arabi musulmani. Ecco la situazione “particolare” di cui parlava Naama: la divisione etnica in Israele tra arabi israeliani, palestinesi ed ebrei. A Gerusalemme è più forte che in qualsiasi altra città israeliana. I palestinesi che vivono a Gerusalemme non hanno gli stessi diritti degli arabi israeliani. Non hanno la cittadinanza israeliana, pur vivendo fisicamente nello Stato di Israele, e possono solo partecipare al voto per l’elezione del sindaco di Gerusalemme. Non hanno un passaporto ma solamente un documento che attesta la loro residenza nella città. Sono, in pratica, i figli di nessuno.

Kotel, Muro del pianto - Gerusalemme
Un’ulteriore minoranza, poco menzionata, sono i beduini e comprendono intere famiglie che hanno scelto di vivere in modo autosufficiente nel deserto. “Beduin is a way of life” ci dice il beduino da cui dormiamo nel deserto del Negev mentre ci offre la prima delle tre tazze di caffè che è doveroso porgere a tutti gli ospiti della tenda. Ci racconta che ormai pochissimi beduini riescono a vivere ancora nel deserto a causa della guerra. Lui, per esempio, per portare ancora avanti le sue tradizioni ha una tenda dentro casa. Prima del tramonto ci riuniamo tutti sotto una tenda appositamente attrezzata per la cena. Ci sediamo per terra a gambe incrociate intorno a un tavolino rialzato e prendiamo con le mani dell’insalata per riempire il pezzo di pita che ci hanno dato. Scende la notte e accendiamo un falò fuori dalla tenda per riscaldarci il più possibile. Uno dei soldati aveva portato la chitarra, così iniziamo a cantare La canzone del sole tutti insieme, per poi passare a tipiche canzoni ebraiche. Si aggiungono al gruppo ragazzi ebrei russi, francesi, e americani, che alloggiano nella tenda accanto e prima che il freddo diventi insopportabile, decidiamo di andare a vedere le stelle in mezzo al deserto. La tenda dove alloggiamo è particolarmente vicina al confine con la Giordania, ma, per lo spettacolo del cielo che ci circondava, non ce ne curiamo troppo. Il silenzio del deserto è rotto improvvisamente dal suono fortissimo di due aerei da caccia che quasi toccano il suolo, accompagnato da spari di mitraglia in lontananza. Corriamo verso la tenda e ci spiegano che molto probabilmente era solo un’esercitazione di una base militare vicina, ma non si può mai sapere con certezza. Anche se mancano solo quattro ore alle sveglia, cerchiamo di addormentarci nella tenda tra 44 sacchi a pelo. Spostandoci tra un sacco e l’altro, ancora un po’ frastornati dal gelo dell’escursione termica, ci incamminiamo verso il deserto del Negev. Dopo due ore di camminata, tra lacrime, sudore e risate, ci si apre davanti a noi un paesaggio mozzafiato. Le alture rocciose stratificate sono divise da una valle attraversata da un fiumiciattolo che crea una distesa quasi surreale. Israele non ha filtri. Non è, come altri posti del mondo, costruito per coccolare i turisti. È un Paese che ha infinita cultura da offrire ma non la pone su un piatto d’argento. Per vedere le bellezze di Israele bisogna scavare e scoprirle da sè, il che non è sempre facile, ma fidatevi, ne vale la pena.

vedi articolo  “l’umano errare di… Vittoria”