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GIORNI SBANDATI

L’UMANO ERRARE DURANTE LA GUERRA

Giorni sbandati

Tratto da

“La Perfida Guerra e il Ritorno alla Vita”
3 gennaio 1944 – 25 aprile 1945 – vedi PDF

A cura della redazione

La chiamata all’arruolamento e il tentativo di evitarlo

La cartolina rosa ricevuta poco tempo prima non ammetteva eccezioni: il 3 gennaio del 1944 avrei dovuto presentarmi presso la caserma di Como. Era la fatidica e temuta chiamata alle armi e non avevo alcuna intenzione di entrare a far parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Anche se la guerra non l’avevo voluta e non l’avevo capita, per me era tutto chiaro. Se dovevo schierarmi avrei preferito non farlo nelle loro fila. Quindi mi presentai presso il gruppo di partigiani che stanziava a Campo de Boi, una località sopra Maggianico, periferia di Lecco. Ma venni purtroppo respinto perché considerato troppo giovane. Allora decisi di contattare due amici, Arnaldo Bugada e Francesco Ghislanzoni, che come me avevano ricevuto la chiamata alla leva dei nati nel primo trimestre della classe 1925 e come me erano restii all’arruolamento. Non trovando altre soluzioni, li convinsi a cercare un rifugio comune in montagna. All’alba del 3 gennaio, riempiti gli zaini con poche cose, viveri e altre necessità, ci incamminammo verso Piazzo e Campo Secco. Raggiunta la località Culmine, trovammo riparo presso un casello che durante il periodo estivo i contadini usavano come ricovero durante le faticose ore del taglio dell’erba. Non durò molto. Il poco cibo a nostra disposizione finì presto e la curiosità di conoscere come si era evoluta la situazione ci convinse a tornare verso casa. Lungo il percorso alcuni contadini ci informarono che due soldati repubblichini avevano fatto irruzione presso le nostre abitazioni avvertendo che se non ci fossimo presentati alla chiamata i nostri genitori sarebbero stati arrestati e tradotti in carcere.

All’inizio non demmo troppo peso a quelle minacce e provvedendo ad un nuovo rifornimento di viveri decidemmo di tornare sui monti. La preoccupazione però ci attanagliava e dopo due giorni concordammo all’unanimità di tornare nuovamente verso casa. Il rientro fu sconfortante. Mi aspettavano i volti piangenti dei miei sei fratelli più giovani e il loro racconto che nostro padre era stato ricoverato in ospedale per una grave malattia e che il giorno prima due repubblichini (ancora loro!) avevano arrestato nostra madre per condurla nel carcere di Pescarenico. Altre cattive notizie arrivarono da parte dei miei amici: anche i loro padri erano stati arrestati. Spaventato e disorientato, dovevo prendere subito una decisione. Ne parlai con i due amici e insieme a loro mi presentai presso la caserma dei Carabinieri. Dopo aver ottenuto precise garanzie sulla scarcerazione dei nostri genitori ci facemmo accompagnare presso il distaccamento militare di Como, dove trovammo altri lecchesi e comaschi, in tutto circa una cinquantina di persone, anche loro in attesa di conoscere il proprio destino.

Dopo due settimane venimmo trasferiti a Milano, nella zona di Musocco, per alloggiare all’interno di una vecchia fabbrica dismessa. Gli ufficiali, e in particolare un tenente cui era stata assegnata la nostra custodia, albergavano in un piccolo edificio annesso.

Per oltre un mese rimanemmo in abiti borghesi e talvolta il venerdì sera il tenente rilasciava permessi per tornare a casa, intimandoci di rientrare in caserma nella prima mattinata del lunedì.

Sopportavo a fatica le regole militari e i loro riti e mi ricordo che un lunedì, insieme all’amico Bugada e ad altri, ci presentammo all’adunata calzando zoccoli di legno. Li indossammo anche il venerdì seguente per tornare verso casa e all’uscita dall’improvvisata caserma, viaggiando su tram e treni, molte persone non nascosero le loro espressioni divertite per il nostro strano abbigliamento. 

Finalmente, dopo aver ricevuto il necessario equipaggiamento comprensivo di mostrine verdi e fregio rappresentante il gladio, venimmo assegnati al Battaglione Tirano e il 5 febbraio inviati a Novara presso la caserma Passalacqua, per condividere camerate di circa quaranta persone con gli Alpini del Battaglione Bassano. Un giorno circolò voce che saremmo stati mandati in Germania per l’istruzione militare e l’addestramento. Un presentimento mi fece pensare che sarebbe stato un periodo molto duro e quindi, per scongiurare ingenuamente un più che probabile futuro di fame, riempii uno zaino di gallette: erano talmente dure che per spezzarle dovevo usare un coccio di pietra.

L’addestramento in Germania, la disciplina e la fame

Il 12 marzo, dopo due giorni di viaggio faticoso su una tradotta, io e altri 33 miei compagni giungemmo a destinazione: Münsingen, piccola località non distante dal Ulm, nel Land Baden-Wüttemberg sulla direttrice Monaco- Stoccarda. In caserma ci arrivammo all’alba e subito incontrai mio cugino Vittorio e alcuni altri amici di Lecco partiti dall’Italia una ventina di giorni prima. Le baracche alle quali fummo destinati erano di fragile legno, letti rigorosamente a castello, una piccola stufa per riscaldare l’ambiente e fuori, a perdita d’occhio, neve alta più di mezzo metro.

Il primo rancio ci venne servito verso le 12 e 30.  La cucina era una struttura collocata in mezzo alle baracche e su una parete era appesa una piccola lavagna ove di giorno in giorno veniva riportato, con una grafia a volte quasi incomprensibile, il piatto principale (e unico) del pranzo. Ricordo che un giorno lessi su quella lavagna: “Zuppa di avena e patate con pollo” e fu mia grande sorpresa nel vedermi consegnare una mezza gavetta di zuppa, due patate e una tavoletta di margarina. Avevo fame e non trovare tracce di pollo nel rancio mi fece irritare ma le mie invettive vennero subito bloccate dal cuoco che mi apostrofò come analfabeta poiché avevo confuso la parola “pelle” con “pollo” (in pratica erano previste patate con pelle).

E chiuse minacciandomi: “La prossima domenica vieni qui tu a sbucciarle per tutti i tuoi compagni!”

Il “castigo” non mi preoccupava ma mi vennero i brividi al pensiero che quegli scarsi ranci avrebbero dovuto sostenerci durante le molte ore d’istruzione, spesso vissute all’esterno in un freddo pungente e con temperature ben al di sotto dello zero. Pensai: “Per il momento ho le gallette… poi si vedrà”.

La sveglia era alle 5 e 30, e dopo l’alzabandiera delle 6 e 30 iniziavano i turni di addestramento. A noi venne assegnato un istruttore tedesco. Era un sottufficiale reduce dalla campagna di Russia: un uomo ruvido e intransigente, che puniva ogni minimo errore in maniera indiscriminata, infierendo spesso con i più deboli. Mi ricordo che una volta tentai di aiutare un commilitone in difficoltà e subii una severa sanzione. Ma il problema più grave non era la disciplina. Era la fame che non si riusciva a sopportare. Al mattino la colazione consisteva unicamente in una tazza di pessimo caffè, a pranzo mezza gavetta di minestra d’orzo e farina di piselli, per cena un pezzetto di salame, una noce di burro e un bicchiere di caffè e durante il giorno unicamente due fette di pane nero.

Col passare dei giorni le esercitazioni si facevano sempre più pesanti e venivano prolungate anche in orari serali, a volte sino alla mezzanotte. Al giovedì eravamo costretti a marce di 50 chilometri e come rancio ricevevamo sono una gavetta di spinaci praticamente sconditi. Le gallette erano finite, la fame mi tormentava al punto da impedirmi di prendere sonno e talvolta mi recavo nei pressi della cucina per rovistare nei rifiuti con la speranza di trovare qualcosa di ancora commestibile. Dopo 40 giorni, finalmente, ci vennero consegnati dei permessi che ci consentivano di uscire alla sera dalla caserma. Nei giorni precedenti, durante alcune esercitazioni svolte presso il vicino paese, avevamo notato la presenza di una pasticceria che esponeva in bella mostra dolci di vario tipo. Fu inevitabile che, proprio la prima sera di libera uscita, tutti noi ci recassimo presso quel negozio ma creammo una tal calca e confusione che ci portò, involontariamente, a mandarne in frantumi la vetrina. La conseguenza fu che il permesso appena ottenuto ci venne ritirato per svariati giorni. Un pomeriggio, mentre camminavo da solo in paese, notai una signora che trasportava un piccolo carrello contenente tre grosse forme di pane. Mi avvicinai e le feci capire che soffrivo dolorosamente di fame, che ero quasi allo stremo e quindi le chiesi se avesse potuto aiutarmi. Dal suo sguardo dolce percepii che forse avrei potuto ottenere qualcosa. La signora si chinò verso il carrello e con fare gentile mi offrì un’intera pagnotta. Non sapevo come ringraziarla, la abbracciai e la baciai. Lei mi guardò commossa e mi disse che aveva un figlio militare di stanza in Italia, ad Anzio, e dentro di se’ sperava che se lui si fosse trovato nelle mie condizioni qualche madre italiana l’aiutasse nello stesso modo. Rientrato in caserma nascosi questo pane prezioso per evitare che i miei compagni lo vedessero.

Per un certo periodo fui assegnato alle scuderie con il compito di governare i cavalli. La fame era davvero profonda che non mi feci molti scrupoli nel riempirmi di tanto in tanto le tasche d’avena. Non so quanto fosse nutriente ma saziava temporaneamente uno stomaco che sentivo sempre più vuoto.

A maggio il termometro segnava ancora dieci gradi sotto lo zero; vitto scarso, molte ore di dura istruzione e il rischio di ammalarsi si innalzava sempre di più. In quei giorni un mio compagno, di ritorno da una lunga e faticosissima marcia, era fiaccato da una forte febbre e non riusciva più a reggersi sulle gambe. Trasportato in ospedale morì dopo poco per deperimento organico.

Il rientro in Italia

Dopo essere stati oggetto di molte visite da parte di alti ufficiali tedeschi e italiani per verificare la qualità dell’istruzione ricevuta, il 16 luglio, debitamente allineati nella Piazza d’Armi, ricevemmo la visita di Benito Mussolini accompagnato dal Maresciallo Graziani. Venimmo passati in rassegna e dopo un breve discorso e parole di apprezzamento da parte dello stesso Mussolini percepimmo che forse era arrivato il momento in cui saremmo rientrati in Italia. Otto giorni dopo ci accompagnarono alla stazione dove ci aspettava il treno del ritorno: una lenta tradotta con destinazione Liguria.

Lungo il percorso fummo costretti a una sosta forzata a Casalpusterlengo, poiché la linea ferroviaria era stata interrotta a causa dei bombardamenti.

Non ricordo chi si prese l’incarico di farci consegnare un pasto supplementare, sta di fatto che verso mezzogiorno vedemmo arrivare un carro trainato da un cavallo e sul pianale una decina di belle ragazze che trasportavano un rancio speciale a noi destinato: per tutti una gavetta colma di risotto e una grossa bistecca. Fu tale la sorpresa e tanta era la fame che ci avventammo avidamente sul cibo. Purtroppo le condizioni di indigenza subite in Germania avevano ristretto i nostri stomaci, rendendoli incapaci di accogliere un normale pasto. Così molti soldati non riuscirono a trattenere quel ben di Dio, che finì ingloriosamente nella fontana della vicina stazione.

In ogni caso la bellezza delle giovani “soccoritrici” era superiore a tutto il resto e quindi il mio amico Franco Corti di Germanedo ed io chiedemmo a due del gruppo se fossero state così gentili da fornirci l’indirizzo di casa in modo da mantenere un contatto scrivendoci. Non ci fu bisogno di insistere, venimmo prontamente esauditi. La sera del giorno dopo dovemmo ripartire. Le tradotte che ci trasportavano erano composte da svariati vagoni e dopo circa tre giorni di viaggio, per l’ennesima interruzione della ferrovia, fummo costretti a scaricare tutto quanto ci portavamo appresso e proseguire a piedi verso Genova. Arrivati a notte fonda in prossimità di Arquata Scrivia un aereo ricognitore, che tutti chiamavano “Pippo”, sganciò una bomba e un bengala. Il cielo si illuminò come fosse giorno ma fortunatamente eravamo vicini a una delle gallerie della camionabile Genova-Milano e lì trovammo riparo dai bombardamenti. Il giorno successivo raggiungemmo Nervi e presso un piccolo parco avemmo finalmente modo di ripulirci e di fare un bagno.

Ci rimettemmo in marcia e percorrendo una strada secondaria che saliva verso i colli sostammo prima a Uscio e poi Gattorna fino ad arrivare a Chiavari, dove trovammo alloggio presso una caserma dismessa della Marina Militare: la destinazione che ci era stata assegnata. Da quando avevamo lasciato la ferrovia eravamo stati in marcia per dieci giorni consecutivi.

Chiavari e le spedizioni nei dintorni

La nostra era una compagnia ippotrainata, addetta al trasporto del vettovagliamento per l’intera Divisione: servizio che svolgevamo con carrette a quattro ruote, agganciate con una stanga anteriore a due cavalli da traino.

Tra le missioni da svolgere c’era il rifornimento di viveri e altri materiali d’uso alle truppe stanziate in varie località liguri e prima di ogni uscita, tra le varie istruzioni e indicazioni, ci veniva ribadita la necessità di procedere in gruppi debitamente distanziati onde evitare di essere individuati dai ricognitori nemici. Un giorno partimmo con cinque o sei carrette per Genova, dove ci imbarcammo a bordo di alcune chiatte alla volta di Sestri Levante. Eravamo da poco sbarcati e, procedendo verso l’interno, mi trovavo alla testa di alcune di queste carrette, quando notai che dalle colline vicine due aerei con motore spento viravano verso il mare, puntando verso di noi. Eravamo in pericolo. Urlai “Tutti a terra” e trovando riparo dietro a un muretto a secco ai bordi della strada riuscimmo a salvare la vita ma il mitragliamento prodotto dai due aerei provocò la morte di un povero cavallo. La nostra situazione si faceva sempre più difficile e come se non bastasse a me e agli amici Pozzi e Luigi Bonacina di Lecco, che eravamo i soldati della compagnia di statura più alta, venne affidata la consegna e l’utilizzo di un mitragliatore pesante. La responsabilità attribuitaci era grande.

Nei giorni successivi ci trasferimmo nell’entroterra di Chiavari, precisamente a Terrarossa di Cicagna, in quanto l’area costiera era quasi quotidianamente oggetto di incursioni di aerei nemici. Nel prato antistante la nuova caserma dove avevamo trovato alloggio scavammo alcune buche atte a far trovare rifugio ai malcapitati che, in caso di allarme, si fossero trovati sotto il lancio di bombe e proiettili dal cielo. Tragicamente un giorno due miei compagni, e con loro un cane lupo, che avevano sperato di trovare salvezza in una di quelle fosse, perirono schiacciati dall’onda d’urto e dal conseguente smottamento del terreno provocato dall’ennesimo bombardamento.

I miei amici Bonacina e Pozzi dormivano con me all’interno di una tenda, che era posizionata su una rocca erbosa e sotto di noi vi erano gli insediamenti di baracche ove era alloggiato il resto della compagnia. Questa separazione ci consentiva, almeno nelle ore notturne, di muoverci più liberamente.

Una sera, da alcune informazioni ricevute, avemmo il sentore che il giorno dopo una squadra di militi repubblichini e soldati tedeschi avrebbe compiuto un rastrellamento in un piccolo paese dei dintorni con l’intento di arrestare alcuni partigiani. Verso le tre del mattino io e i due amici raggiungemmo le prime case di questo piccolo borgo e bussando alle loro porte avvertimmo gli abitanti di quanto molto probabilmente sarebbe accaduto e che era assolutamente necessario far fuggire giovani e partigiani. Fortunatamente nessuno venne catturato ma in ogni caso il giorno dopo, in segno di spregio e di vendetta, alcune case del piccolo paese vennero date alle fiamme dai nazifascisti.

Troppi soprusi, l’ufficiale arrogante meritava una lezione

In un annesso poco distante dalle baracche risiedevano e dormivano il Capitano Fontana di Trento, un Tenente di Governo di Mantova e due attendenti. Noi tutti eravamo ormai convinti che il nostro capitano provenisse dalla fureria (ndr – era l’ufficio amministrativo delle caserme e veniva spesso considerato un luogo di rifugio per chi voleva “imboscarsi”, evitando, seduto dietro ad una comoda scrivania, le esercitazioni militari). Nei nostri confronti aveva un atteggiamento presuntuoso e arrogante, imprecava di continuo e ci costringeva a inutili ed estenuanti esercitazioni. Una notte, mentre il solito ricognitore Pippo sorvolava la zona, decidemmo di giocare un brutto tiro a questo ufficiale: recuperata una bomba a mano di fabbricazione tedesca, abbandonata in un tascapane da un soldato austriaco che si era dato alla fuga, la lanciai presso la baracca ove alloggiava il capitano. All’alba dappertutto regnava il trambusto e lo spavento, vetri rotti ma nessun ferito. Tutti attribuirono la responsabilità a Pippo. Me la cavai ma l’ufficiale in questione ricevette comunque la sua lezione e a causa del grande spavento subì un tale disagio psichico che venne dapprima ricoverato all’ospedale di Chiavari e poi inviato in convalescenza presso la sua abitazione d’origine.

Da alcuni giorni il rancio era diventato pessimo, in particolare la sera ci veniva servita pasta scondita. Alle nostre contestazioni il Comando di Divisione rispose dichiarando che nulla era cambiato rispetto a quanto previsto. Una sera, per esprimere protesta, invitai tutti i miei commilitoni a rifiutare il cibo che ci veniva proposto. Dopo circa dieci minuti l’attendente del tenente mi si parò di fronte intimandomi di seguirlo. Chiesi al mio amico Bugada di accompagnarmi in qualità di testimone e una volta nell’ufficio del tenente venimmo investiti da violenti improperi ed io, nello specifico, accusato di grave insubordinazione.

Di fatto la legge di guerra prevedeva per me la fucilazione ma ebbi la forza di contestare al tenente tutte le sue argomentazioni, ricordandogli anche quanti soldati presenti nelle compagnie a noi vicine, per ragioni non distanti dalle nostre, erano passati nei ranghi dei partigiani. Caso volle che la sera dopo il rancio tornò ad essere non dico appetitoso ma quanto meno commestibile.

Forse fu per questo mio ruolo di “portavoce che per ben due volte mi proposero di essere investito dei gradi di caporale. Rifiutai le proposte poiché la mia natura, il carattere e l’esperienza sin lì vissuta mi avevano convinto che anche un sottufficiale, posto in quelle condizioni, poteva diventare facilmente un pessimo soldato e io ero refrattario a ogni forma di sopruso.

Ladri di galline e il maresciallo carogna

Un giorno il tenente radunò la compagnia e a fronte della denuncia di un contadino che stava al suo fianco ci accusò del furto di due galline. Ci venne intimato di fare i nomi dei ladri, diversamente ad ognuno di noi sarebbe stata trattenuta una parte della decade di guerra per offrire risarcimento al denunciante. Per primo alzai la mano dichiarando di non voler pagare per qualcosa che altri avevano rubato e mangiato. Nella nostra compagnia militavano due Marescialli della Divisione Fascista 28 Ottobre, reduci dalla campagna di Grecia. Li vedevo di sovente che si accompagnavano a ragazze del posto e dalla Grecia si erano portati appresso un ragazzino di circa quindici anni che loro usavano come attendente e sguattero privato. Ci volle poco tempo per capire e per decidere di agire e quindi assieme ad altri amici avvicinammo il ragazzetto e lo minacciammo con una certa ruvidità. Il povero ragazzo, in presa al pianto, confessò che i due marescialli poche sere prima avevano cenato a base di galline in compagnia delle giovani signore. Messo da noi alle strette di fronte al Tenente di Compagnia il ragazzo confessò per intero l’accaduto. Poco dopo, tornato che fui presso la mia baracca, mi sentii chiamare da uno dei due Marescialli, una vera carogna: affacciandomi alla finestra lo vidi che mi puntava addosso una pistola. La sua minaccia fu diretta: “Polvara, un giorno o l’altro ti pianto una pallottola in fronte!” Non mi feci intimorire e prontamente risposi: “Maresciallo non sbagli il primo colpo perché non riuscirà a spararne un secondo!”

Un’occasione illusoria di libertà e diserzione

Verso la metà di Ottobre un tenente di un’altra compagnia venne presso di noi chiedendo un paio di volontari per provvedere al recupero di uno dei nostri camion precipitato in un burrone: il mio amico Franco Corti ed io rispondemmo prontamente al richiamo. Un viaggio di alcune ore ci portò sul luogo dell’incidente e dopo non pochi sforzi riuscimmo a riportare il camion, evidentemente danneggiato, sui bordi della strada. Il tenente a quel punto ci informò che aveva altri incarichi da svolgere e ci invitò a tornare con mezzi di fortuna presso il nostro reparto. A quel punto, vista l’ipotesi di inaspettata libertà, Corti ed io decidemmo di raggiungere Milano in treno per poi proseguire verso Lecco. Di fatto eravamo disertori. Giunto a casa e spiegato l’accaduto ai miei genitori li vidi spaventati nel profondo poiché un recente proclama del Maresciallo Graziani, per mezzo di manifesti posti nelle pubbliche vie, informava che se i renitenti alla leva e i disertori non si fossero presentati entro la fine di ottobre presso i presidi militari, in caso di cattura sarebbero stati passati per le armi. I miei genitori, così come quelli di Franco, ci invitarono caldamente a tornare sui nostri passi per raggiungere nuovamente la nostra Compagnia. Riprendemmo a malincuore lo zaino ma dopo aver superato Milano, prima di consegnarci alla Caserma Umberto Primo di Pavia, (soluzione che ci era stata consigliata dal tenente che avevamo aiutato nel recupero del mezzo e che avevamo informato delle nostre intenzioni), decidemmo di rivedere le due ragazze di Casalpusterlengo conosciute mesi prima e con le quali avevamo avuto modo di scambiare alcune lettere.

Raggiungemmo la periferia di Milano e nei pressi di Rogoredo attendemmo speranzosi che un mezzo ci portasse presso la località da noi desiderata. Dopo un po’ di tempo un camion militare tedesco diretto verso il fronte ci accolse a bordo: sul cassone erano presenti alcuni soldati, due ausiliarie e alcune casse contenenti un centinaio di proiettili di cannone.

Il viaggio diventa tragedia

Nei dintorni di Lodi il camion si fermò e uno dei tre occupanti la cabina di guida invitò il primo destinato a scendere, ovvero io, ad uscire e salire sul predellino posto sul fianco destro rispetto al posto di guida, in modo da rendere più agevoli e veloci le operazioni di discesa. Nella mano destra stringevo il cappello e con il braccio sinistro mi sostenevo ad un appiglio all’interno della cabina. Poco dopo essere ripartiti, nei pressi del paese di Secugnago, fummo attaccati da due aerei inglesi che giungendo in picchiata iniziarono a mitragliarci. Immediatamente mi ritrovai sbattuto a terra sul ciglio della strada e notai subito che i tre soldati in cabina erano tutti morti. Mi accorsi che appena poco più sotto del bordo della strada scorreva un canale d’irrigazione dei campi e senza esitare mi ci tuffai per poi raggiungere riparo sotto un piccolo ponte. Gli aerei continuavano a mitragliare. Dopo una loro secca virata e un ultimo attacco a bassa quota, il camion prese fragorosamente fuoco. Gli occupanti del cassone cercarono di darsi alla fuga verso i campi ma nel frattempo i proiettili contenuti nelle casse iniziarono ad esplodere.

Un inferno di fuoco e di fiamme, i pioppi che costeggiavano la strada vennero miseramente stroncati dalle enormi schegge e un casolare poco distante, raggiunto anch’esso da quell’ondata devastante, si incendiò immediatamente per poi incenerirsi.

Ad un certo punto tutto tacque, una calma irreale pervadeva quei luoghi. Prontamente mi trassi fuori dal canale e andai alla ricerca del mio amico Franco. Intorno a me giacevano cadaveri e feriti che imploravano soccorso.

Mi si avvicinò un uomo e mi disse che un soldato con le stesse mie mostrine, ferito, era stato portato in un cascinale non troppo distante. Trovai Franco sofferente sdraiato su di un mucchio di fieno, vicino a lui una donna e un uomo che cercavano di provvedere alle prime cure. Povero Franco, era in condizioni davvero preoccupanti con una estesa ferita alla gola e a una gamba. Faticò a riconoscermi ma riusciva a chiedere acqua. Tememmo per la ferita alla gola ma non si poteva fare granché poiché l’unica ambulanza del paese era stata mitragliata e messa completamente fuori uso da un attacco aereo avvenuto pochi giorni prima. Tornai sulla strada e poco dopo vidi arrivare una camionetta militare che trasportava repubblichini. Ci fu qualche discussione ma infine riuscii a convincerli a trasportarci presso l’ospedale di Casalpusterlengo. Accertatomi dell’avvenuto ricovero del mio amico mi misi in cerca della ragazza con la quale avevo intrattenuto lo scambio di lettere. Si chiamava Franca Gigliotti, qualcuno mi fornì l’indirizzo e una volta da lei le spiegai quanto ci era accaduto. Si spaventò e si mise a piangere e comunque ebbe la forza di andare a chiamare la ragazza di Franco in modo da poter andare tutti in ospedale per ricevere aggiornamenti sulle sue condizioni. Venimmo ricevuti dal dottore che aveva prestato le prime cure a Franco e che ci rassicurò sulle sue condizioni: le ferite erano serie ma non era in pericolo di vita. Ero stanco e disorientato ma fortunatamente Franca mi offrii un posto per trascorre la notte. La mattina, dopo averla ringraziata e salutata, mi misi alla ricerca di un mezzo che avrebbe potuto condurmi a Pavia presso la Caserma Umberto Primo. Il Maggiore, ufficiale più alto in grado presente, fu sbalordito nel vedermi e prontamente mi mostrò il giornale che raccontava dell’attacco aereo da noi subito: il tragico bilancio era stato di 9 morti e 15 feriti, alcuni decisamente gravi.

Del mio amico Franco seppi che dopo una settimana venne dimesso dall’ospedale e inviato verso casa per la convalescenza in regime in congedo permanente.

Con altri dieci militari e due sottotenenti, dopo 4 giorni vissuti a Pavia, venni ricondotto presso il mio reparto di stanza in Liguria. Furono tre giorni di duro viaggio vissuti su mezzi di fortuna così come di fortuna erano i luoghi ove si poteva dormire qualche ora.

Giunto al reparto riprese la solita vita: servizi presso le scuderie, guardie armate e qualche puntata presso Sestri Levante. Il nostro distaccamento era a un paio di chilometri da Chiavari e talvolta ci recavamo al cinema per assistere a qualche proiezione. Gli allarmi suonavano di frequente e a quelli facevano seguito feroci mitragliamenti aerei. Noi avevamo imparato ad essere molto svelti nel trovare riparo: era, fin troppo ovvio, una questione di vita o di morte. Trascorse il Natale e poi il Capodanno e spesso dentro di me imploravo che tutto potesse finire presto; il cibo per noi militari iniziò a scarseggiare e non potevamo contare sull’aiuto dei civili che ugualmente avevano ormai iniziato a patire la fame.

Verso la fine del Gennaio 1945 venni chiamato dal tenente della compagnia che, informandomi del fatto che mio padre stava molto male, mi consegnò una licenza di cinque giorni per tornare a casa; mi venne anche data istruzione che prima del rientro a casa avrei dovuto sostare presso la Caserma di Pavia, in attesa di possibili aggiornamenti.

L’alpino trafugatore di altari

Giunto alla stazione ferroviaria di Genova incontrai un sottufficiale alpino non più giovane che mi chiese aiuto per trasportare il suo zaino dalla pensione presso cui aveva trovato alloggio sino alla stazione stessa. Non feci domande ma nel momento in cui raccolsi il suo zaino, trovandolo decisamente pesante, gli domandai: “Ma cos’è tutto questo peso? Cosa contiene?” La risposta fu secca: “Sono i registri della Divisione che devo consegnare a Milano, siamo in ritirata”. Presso la stazione trovammo altri sei o sette soldati tutti diretti verso Milano e con loro iniziammo il viaggio di rientro. Nei pressi di Voghera dovemmo abbandonare il treno e proseguire a piedi poiché il ponte ferroviario che superava il fiume Po era stato bombardato. Gli zaini erano decisamente pesanti e avendo notata una carretta legata presso il cancello di una piccola casa decidemmo prontamente il da farsi: pensammo che a parte noi soldati in quelle ore tutti stessero dormendo e quindi ce ne impossessammo senza porci troppe domande. Purtroppo, dopo solo qualche chilometro, una ruota collassò e fummo costretti ad abbandonare la carretta ai margini della strada. Nonostante il disorientamento riuscimmo comunque ad avvertire che dai dintorni proveniva un inconfondibile odore di stalla. Giunti che fummo nei pressi di un cascinale il Maresciallo Di Bresci, che in treno si era presentato a noi quale militare insignito della medaglia d’argento al valor militare durante la Campagna di Russia, cercò subito di bardare un cavallo. Il proprietario dell’animale intervenne immediatamente e cercò di farci recedere dal nostro proposito. Fummo fermi e a fronte della nostra ruvida determinazione, con le buone o con le cattive, acconsentì a lasciarci l’animale e ad accompagnarci sino al Ticino. Avemmo comunque modo di salutarlo e di ringraziarlo (quel che è giusto è giusto).

Giunse l’alba e tutti noi sentimmo nell’aria un gradevole profumo di pane: poco distante infatti c’era un forno e in un attimo avemmo modo di riempire i nostri zaini di quelle fragranti meraviglie.

Sentendo suonare le campane ci avvicinammo presso una casa parrocchiale e lo stesso Maresciallo chiamò il parroco e gli raccontò che tutti gli alpini che stavano con lui erano malati e che sarebbero stati costretti ad un lungo ricovero a Sondalo, in Valtellina. Fu così serio e convincente che la sua richiesta di avere un po’ di salame e qualche bottiglia di vino fu prontamente raccolta con garbata gentilezza dal buon curato. Risolta la colazione ci dirigemmo verso la stazione ma venimmo subito informati che la littorina di servizio, per eludere le incursioni aeree, viaggiava solo di notte. Il Maresciallo non si perse d’animo e fattosi prestare una bicicletta partì alla volta della stazione di Pavia. Dopo un’ora circa la littorina giunse in stazione. A bordo c’era il Maresciallo che ci chiamava e agitava verso di noi il braccio in segno di successo. Il capostazione si mostrò profondamente contrariato e a fronte delle sue rimostranze il maresciallo non ebbe esitazioni: sfoderò la pistola dalla cintola puntandogliela contro e senza alcuna altra parola fece rotolare una bomba a mano sulla scrivania del malcapitato. Alla fine, fortunatamente, tutto si risolse per il meglio.

Mentre procedevamo lungo la strada un po’ scoscesa che portava alla stazione, lo zaino del Maresciallo, che era stato mal collocato sul pianale, cadde a terra e strappandosi rivelò il suo reale contenuto: non v’erano registri militari bensì preziosi candelabri e altri oggetti che venivano utilizzati durante le funzioni religiose. Di fronte alle mie veementi richieste di spiegazione il Maresciallo mi informò che aveva prelevato il tutto all’interno di una chiesa che era stata bombardata; la popolazione del luogo era scappata e se non fosse stato lui ad appropriarsi di tutto quanto che in quel momento giaceva a terra ci avrebbero sicuramente pensato i soldati americani. Per tranquillizzarmi mi regalò una bottiglia di grappa, raccolse le sue cose e dopo un breve saluto si allontanò.

Cento chilometri in bici

Proseguii in treno verso Pavia, poi Milano ed infine arrivai a Lecco. Giunto a casa venni accolto dai miei fratelli piangenti che mi informarono che nostro padre era morto ed era stato seppellito solo due giorni prima. Il dolore che provai fu lacerante. Il giorno successivo mi recai al cimitero e trascorsi molte ore nel tentativo di recare un minimo di conforto a mia madre.

Il giorno dopo dovetti tornare presso la Caserma di Pavia e decisi di usare una bicicletta (“dopotutto” mi dissi “sono solo cento chilometri”): al mio arrivo incontrai nuovamente il Maggiore in Comando, che già avevo avuto modo di conoscere e che mostrava una sincera simpatia nei confronti degli Alpini. Dopo pochi giorni, in considerazione di quanto era accaduto alla mia famiglia, mi concesse tre giorni di licenza con obbligo di rientro in caserma nella giornata del lunedì successivo.

Giunsi a casa e solo dopo due ore si presentarono due repubblichini intimandomi di mostrar loro la licenza che mi era stata concessa. Mi domandai quale fosse l’origine di questa tempestività nell’esercitare controllo nei miei confronti e potei spiegarmela solo nella “soffiata” di un negoziante fascista che abitava nei pressi della nostra casa e che forse attraverso il suo gesto sperava di ottenere qualche beneficio. Risolsi la questione e dovetti di nuovo organizzarmi per tornare a Pavia. La bicicletta non era più consigliabile perché lungo le strade erano diventati frequenti agguati e sparatorie; decisi dunque per il treno e una volta rientrato, appena due giorni dopo, il mio reparto ricevette l’ordine di trasferimento presso la caserma di Ivrea. Il Maggiore, augurandomi buona fortuna, mi consegnò personalmente l’ordine che mi indicava la nuova destinazione.

Il rifugio da zia Teresina e la fine della guerra

Il caos cresceva di giorno in giorno. Ci sentimmo tutti sbandati, in qualche modo perduti. Arrivato a Milano, tappa intermedia per Ivrea, decisi definitivamente di abbandonare l’esercito. Riuscii, non senza qualche difficoltà, a raggiungere nuovamente Lecco: ricordo che quel giorno pioveva molto forte e per trovare riparo e rifugio, e anche per evitare ulteriori controlli da parte dei repubblichini, mi risolsi ad andare a Malgrate presso mia zia Teresina.

Accadde che appena al di là del ponte Azzone Visconti, sotto la tettoia di quello che allora era il ristorante San Michele, incontrai un paio di questi ceffi armati. Pioveva davvero copiosamente ma cercai di mantenere un’andatura e un contegno che potessero evitare di dare nell’occhio: uno dei due repubblichini ebbe comunque a chiedermi: “Alpino, dove vai?” ed io in risposta “In licenza, la vuole vedere?” “No, no, passa e vai”.

Arrivato presso la casa di mia zia venni da lei accolto con caldi abbracci e subito ricevetti nuovi abiti per poter abbandonare quelli zuppi d’acqua. La guardai (i suoi occhi erano colmi di dolcezza) e le dissi subito: “Zia ho disertato, devi nascondermi, ma promettimi che mia madre non venga a sapere che io sono qui, l’esercito è allo sfascio e credo che non manchi molto per arrivare alla fine di questa catastrofe”. Venni da lei nutrito e nascosto presso un piccolo solaio raggiungibile tramite una scala nascosta. Teresina lavorava e finito il suo turno, al rientro, ricollocava la scala in modo da permettermi di scendere e poter consumare la cena.

Quel solaio era così basso e angusto che potevo solo star seduto o sdraiato e passai lunghe ore dormendo o leggendo.

Finalmente giunse il 25 aprile 1945 e per mia scelta mi presentai immediatamente presso la sede del Cln, il Comitato di liberazione nazionale, che ospitava anche la Commissione di Disciplina Militare.

Fui interrogato con scrupolosità e dopo svariate verifiche venne accertato che nulla risultava pendente a mio carico. Alla fine mi rilasciarono un documento (che ancora oggi conservo) che certificava il congedo militare e il mio stato di uomo libero. Nei giorni e nelle settimane successive iniziai a riassaporare gli odori e le atmosfere del lago, la vista dei monti, l’affetto profondo di mia madre e dei miei fratelli: il ritorno alla vita.


L’umano errare di Gaia

L’umano errare di Gaia

Ogni giorno è un viaggio

Testo e foto di Gaia Manelli

Io viaggio nella bellezza. È certamente una delle mie mete preferite. Viaggio nelle poesie, nei disegni, nel cielo chiaro della mattina presto. Io viaggio nei colori.
I miei percorsi si nutrono di anima e la mia anima si abbevera come un mustang nelle false pianure, un poco scoscese, dove scorrono i ruscelli dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie aspettative.
Io mi muovo, ogni giorno, con lo stesso autobus e la stessa metropolitana. E ogni volta, benché il mezzo sia il medesimo, l’esperienza è sempre nuova.

Oggi viaggio negli occhi dei passanti. Corro in circolo con lo sguardo, come un cavallo che gira alla corda. Respiro il raggio e il diametro della calma verde e scura della madre appoggiata al sedile di fronte a me. Veloce schizza, la mia attenzione impertinente, e si posa a farfalla sul ceruleo di questo uomo vestito di nero. È un occhio che sorride, il suo, chino di dovere e nostalgia. Una nostalgia diversa è quella castana, che un vecchio tiene stretta in due fessure quasi impenetrabili. Se le tiene tutte per sé, le cose che ha visto, non le lascia scappare e le annaffia, tenendole in vita, con qualche lacrima tenera e amara.
Lei, signora, si irrigidisce davanti al mio sguardo. Ma io la osservo, comunque, mentre i suoi occhi silenziosi mi dicono molto più di quanto lei vorrebbe. È triste. La stanchezza colora quei due bottoni scuri che le sono cuciti in volto, come l’ultimo goccio di vino rosso sul fondo di un calice semivuoto, un tempo pieno. È un tempo pieno, intenso, quello in cui le lascio un poco dei miei, di occhi, che ancora si illuminano. Usi la mia luce, come una torcia, una stella polare che la riporti a casa, sana e salva.
Missori. Io scendo. Rubo un poco di giallo da quella bimba irriverente che mi sorride. E inizio un altro viaggio.

Oggi è mercoledì. Il tempo è sereno. Le mani dell’uomo seduto di fronte a me, quelle, lo sono un poco meno. Si strofinano, l’una sull’altra, come due gattini infreddoliti si scaldano, tenendosi strette. Ma il tempo è sereno oggi, il clima è tiepido e il freddo a quell’uomo, io penso, gli venga da dentro.  Sul finestrino il riflesso di due anziani mi sussurra qualcosa. Due mani strette, in un’unione dolce di due fedi probabilmente antiche, più vecchie dell’autobus che le trasporta, si accarezzano silenziose. E il loro riverbero sul vetro mi ripete una seconda volta: “L’amore esiste”.

Un ticchettio leggero mi distrae da quell’immagine rugiadosa, proviene da un pollice e un indice che non avranno più d’un paio di decenni. È flebile ma chiaro, il battito a tempo delle dita che tamburellano su quei jeans strappati. Mi chiedo quale musica sgorghi dalle cuffie bianche che escono dalle loro tasche. È un ritmo veloce, che sfiora il secondo. Le labbra sorridenti di questa ragazza mi suggeriscono, muovendosi nell’imitazione di qualche parola, che il testo debba essere allegro. L’autobus si ferma.
La metropolitana è sempre un po’ differente. Il pullman attraversa le campagne, ogni giorno ripercorre nel suo abitacolo i moti storici delle migrazioni d’inurbamento dei contadini, che dai campi si spostarono verso le fabbriche. Dei pendolari di periferia che oggi si recano in ufficio.
La metro è già città, è una minestra ancora più eterogenea.

Una bimba tiene stretta la sbarra rossa che unisce il pavimento nero al soffitto bianco. Che unisce il terreno al cielo, la realtà ai sogni. Le piccole manine fanno forza, per non cadere spostate dall’enorme zaino che sormonta la schiena cui sono attaccate tramite le braccia. I piccoli palmi tengono stabile la loro bimba e non permettono agli adulti intorno a lei di trascinarla via nella fretta del mattino. Tieniti forte bimba, impara a tenerti stretti i tuoi sogni, come fai con quel palo di ferro.
Gloria con gli arti stringe due tavole bianche e una dipinta ad olio. La conosco, ma non la saluto, non la disturbo e la lascio nel suo mondo. Adoro il modo in cui non smette mai di aggrapparsi con i suoi arti alle sue arti, ai suoi disegni, alle sue canzoni. La forza con cui lei, giovane artista, tiene il suo cuore sensibile in vita nutrendolo di colori.
Missori. Io scendo. Sfioro il polso di un ragazzo che mi sorride. Le porte si chiudono. E si portano via le sue mani, che non sfiorerò più.

 

Sabato. Per una volta cambio percorso. Oggi tram. È un viaggio ancora diverso. I rumori sono diversi. La metro ti parla sempre: “Missori, Università degli Studi, apertura porte a destra, doors open on the right”. Il pullman è muto, parla solo attraverso le persone: “Si scende qui per Corvetto?” “Sì”.
Il tram, sarò io, ma mi pare lunatico. A volte te lo dice che è la tua fermata e devi scendere. E altre volte, se gli pare, tace. Così le mie orecchie stanno più attente. Sono seduta in fondo, ma cerco di ascoltare tutti. Una voce dolce dice ad un’altra, ancora infantile, che le farà un regalo se farà tutti i compiti che la maestra ha lasciato per lunedì. Io la voce della mia maestra ancora me la ricordo. Urlava perché sentiva poco. Era quasi sorda. Mi ha insegnato che non è solo un fatto fisico, che funziona così anche per l’anima. Che le persone spesso gridano perché ascoltano poco. Un uomo sussurra al telefono parole incomprensibili. Sento soltanto un “anche io” detto col sorriso, prima di chiudere la chiamata. Così suppongo un “ti amo”, un “ti voglio bene”, provenire da una voce che ha vita solo nella mia testa. Due donne accanto a me discutono in inglese. Una si impone, stridula. L’altra ride, come si ride quando non si ha nulla da dire. Sogghigno anche io, contagiata dalla sua voce buffa, complice del curioso cappello a falde larghe che indossa. Mi chiedo quale rumore abbia la mia risata. Non mi ascolto mai quando rido. Forse il nostro ridere è un regalo tutto per gli altri. Le risate dei miei amici le riconosco tutte, tutte diverse, e tutte bellissime, soprattutto se nate da una battuta che faccio io. Il rumore, quando è rumore di gioia, di divertimento è una cura, è musica di vita.
Davanti a me c’è un ragazzo con un cane che canticchia. È intonato, è di piacevole ascolto, mi rallegra, mi alleggerisce. Ah chiaramente è il ragazzo che canticchia, non il cane.
“Fermata Piazza Grandi”. Oggi il tram è di buon umore. Scendo. Nella mia mente canta la voce di Lucio Dalla. Ma quella è “Piazza Grande”, quella è Bologna, non è Milano, quella è un’altra storia.

 

 


L’umano errare di Van Gogh. L’inquieta ricerca dei colori luminosi

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L’umano errare di Van Gogh

L’inquieta ricerca dei colori luminosi

a cura della Redazione

Un viaggio concepito dall’epistolario di Vincent con il fratello Théo alla ricerca di colori immaginati

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Tarda mattinata di domenica 19 febbraio 1888. Vincent Van Gogh, prende il treno che da Parigi lo porterà ad Arles. La neve ha coperto la città di 60 centimetri di bianco, anche i primi pilastri della torre che Eiffel sta costruendo, e continua a scendere. Una ragione in più per lasciarla. Come ha scritto al fratello Theo vuole raggiungere il Sud della Francia per riposarsi la mente e soprattutto per cercare quei colori luminosi che nel Nord non riesce a trovare. A Parigi ha frequentato corsi di disegno e pittura; ha conosciuto gli impressionisti (quelli poveri come lui e quelli già affermati: Toulose Lutrec, Emile Bernard, Gauguin, Cezanne, Renoir, Monet, Pissarro, Degas) che gli hanno insegnato a cercare il colore nelle ombre e il gioco dei loro accostamenti: “i colori non vanno mescolati ma accostati, perché solo così le superfici diventano vive”, e “il nero non è mai solo nero: è blu, è marrone, a volte insieme”. Da loro ha imparato a schiarire i suoi dipinti che fino ad allora erano di toni cupi, e con loro ha bevuto tanto assenzio, un distillato ad alta gradazione alcolica (raggiunge i 75 gradi) così diffuso nella Francia di quegli anni da diventare moda e leggenda. Verde, amaro e dal vago sapore di anice, si pensava contenesse erbe che davano allucinazioni, che portavano all’assuefazione e alla pazzia. In realtà, se bevuto in quantità industriale come era abitudine fare tra gli artisti bohemien, l’unico effetto era quello di una sbornia colossale, a volte permanente. Fu comunque proibito nel 1915 e sostituito nei gusti popolari dal pastis, liquore all’anice che non doveva superare i 32 gradi. Limitazione che fu abolita nel 1951 (per questo la Pernod Ricard chiamò Pastis51 la nuova produzione, ancora oggi sul mercato), mentre l’assenzio è tornato legale nel 1988 in tutta Europa, solo gli Stati Uniti ne vietano ancora l’importazione.

A Van Gogh le notti passate tra discussioni e bevute nelle bettole di Montmartre avevano raffinato la sua tecnica pittorica ma non la capacità di socializzare. Diventava più sicuro dei suoi mezzi ma sempre più scontroso, inquieto e il gruppo degli artisti tendeva a isolarlo (solo Gauguin sembrava mostrargli una timida simpatia). Non ha amici e i rapporti con l’altro sesso sono solo con prostitute. Parigi sta diventando insopportabile. E poi vivere a Parigi era costoso, per lui che non riusciva a vendere i suoi quadri. Il fratello Theo, che commerciava opere d’arte, era riuscito a venderne solo due, La vigna rossa in Belgio e un autoritratto a Londra (quest’ultimo senza farglielo sapere, perché Vincent non voleva commercializzare lo specchio della sua faccia, ritratta così tante volte che negli occhi si poteva leggere l’evoluzione delle sue allucinazioni e delle sue angosce). La sua unica fonte economica erano i soldi che Theo gli inviava con le sue lettere, in media 150 franchi al mese. E al fratello si era rivolto, ancora una volta, per chiedere un aiuto a trovare nuovi ambienti e nuovi stimoli. Vuole andare al Sud, gli spiega in una lettera, “perché lì i colori sono allegri e i paesaggi sono simili a quelli rappresentati dai pittori giapponesi”. Tutti gli impressionisti amavano Ia pittura giapponese. “I giapponesi dipingono veloci, il tratto è essenziale, conciso, il loro pennello è leggero, etereo, sembra volare, disegnando un mondo di luce”.

Van Gogh aveva visto i lavori di Hokusai, ne aveva studiato le tecniche, la meticolosa precisione. “Lui davvero conosceva i colori della realtà e li faceva rivivere nelle sue incisioni”.

Quando in Olanda aveva incominciato a dipingere, i colori che Vincent usava erano solo quelli che vedeva. “Marroni, verdi, blu, persino i rossi e i gialli, erano tutti impregnati di grigio. Non erano trasparenti, come quelli di Hokusai, erano opprimenti”, come la vita dei soggetti rappresentati. Nel suo primo capolavoro, I mangiatori di patate, (così racconterà in un’altra lettera al fratello) “il soggetto l’ho solo raffigurato, non interpretato; è senza anima: patate e persone hanno lo stesso colore della terra, bruna e grigia”.

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Lasciata Parigi, il paesaggio visto dai finestrini è prima di pianura, campagna coperta di neve, poi intravede le cime bianche sullo sfondo di un cielo brillante “proprio come i paesaggi invernali dipinti dai giapponesi” e proprio come gli aveva anticipato Gauguin, che quel viaggio l’aveva già fatto l’anno prima e che aveva promesso di raggiungerlo.

Perché nei progetti di Van Gogh c’era anche l’idea romantica di creare nel Sud della Francia una comune di artisti, “che si autofinanziava in cooperativa, così gli artisti non avrebbero avuto preoccupazioni economiche e potevano pensare solo a dipingere”.

A ottobre Gauguin lo raggiungerà ad Arles, per l’insistenza di Vincent e di Theo, che gli paga il viaggio, ma le cose non andranno come Van Gogh aveva sperato. Dipingeranno tutto il giorno, Gauguin racconterà i suoi viaggi ai Tropici e si dedicherà alla cucina; Vincent curerà la casa. Si parlerà solo di pittura, ma presto le discussioni diventeranno litigi. Gauguin si stuferà e deciderà di andarsene. Allora Vincent, che si sentirà abbandonato, si riempirà di assenzio e si taglierà una parte del suo orecchio destro, che poi porterà a una ragazza di un bordello da loro frequentato.

Ma questo non è il futuro immaginato da Van Gogh quando percorre l’ultimo tratto del viaggio tra Tarascon e Arles su un treno locale. “Ho visto – scriverà a Theo – magnifici scenari, enormi rocce gialle e piccole valli con filari di alberi piccoli rotondi, color verde oliva ma potrebbe benissimo essere alberi di limone. E poi magnifici appezzamenti di terra rossa, ricoperti di vigneti e sullo sfondo montagne di un lillà tra i più delicati”.

L’Arles che accoglie Van Gogh a febbraio non ha ancora i colori della primavera, “qui la terra sembra piatta, e Arles mi ricorda alcuni paesi del Brabante di cui non ho rimpianti”, ma dal balcone del suo albergo al 30 di rue Pichot intravede una casa gialla. Gli hanno detto che può prenderla in affitto e Vincent già l’immagina come sede del circolo degli artisti e poi quel colore, il giallo, era per lui un’aspirazione.

Non sapeva ancora che da lì avrebbe avuto inizio la sua follia.

 

 

Una discesa infinita

 

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Vincent van Gogh nasce il 30 marzo del 1853 all’estremo sud olandese e si uccide nel 1890 nelle campagne di un piccolo borgo a Nord di Parigi. Muore sconosciuto e poverissimo dopo una vita dissipata e disperata. “Vivere – scriverà – è una discesa infinita”. Dei suoi 37 anni solo gli ultimi dieci saranno dedicati alla pittura. Produrrà un migliaio di opere ma non avrà estimatori tra i suoi contemporanei. Ne venderà solo due. Dovranno passare decenni perché venga riconosciuto come genio della pittura, precursore dell’espressionismo e della pittura moderna.

Capelli rossi, occhi piccoli, infossati, a volte azzurri, a volte verdi, instabili come il suo carattere. Figura corta, tarchiata, schiena curva per l’abitudine di guardare sempre per terra, fronte rugosa e uno sguardo aggrottato per le troppe riflessioni. Nei suoi autoritratti (ne farà 44 tra disegni e dipinti, in soli quattro anni), ha quasi sempre una barba incolta e un cappello di paglia che faceva ombra sullo strano profilo del suo viso lentigginoso. Bocca sempre chiusa per nascondere i denti finti, d’acciaio, quelli che costavano meno. Gran camminatore e fumatore di pipa (le sigarette le fumavano i ricchi), ha un carattere introverso, scorbutico, tormentato. Estremamente sensibile era sempre alla ricerca di un amore che nessuno ha mai voluto dargli.

Parlava correntemente tedesco, francese e inglese, ma aveva una voce stridula e fu un oratore disastroso. Sapeva invece scrivere molto bene, in modo semplice e incisivo, come testimoniano le 650 lettere al fratello Theo. Leggeva moltissimo, autori classici e contemporanei. Non apprezzava Rimbaud, Verlaine, Baudelaire e spesso portava nei quadri le sue letture (disegna La notte stellata dopo aver letto una poesia di Walt Whitman che parla del cielo vorticoso e di stelle in processione). Amava ascoltare musica, soprattutto Wagner: “I suoi suoni sono scale cromatiche. Gli oboi sono verde e grigio, i tamburi sono ocra scuro, i violini sono di giallo cadmio”.

Figlio di un pastore calvinista viene da giovane avviato a studi artistici che frequenterà con scarso profitto. Dopo alcune esperienze di lavoro a L’Aia, Bruxelles e Londra si iscrive a un corso di teologia, ma non riesce a superare gli esami di ammissione. Decide comunque di provare un’esperienza di predicatore nelle regioni più povere dei Paesi Bassi. Nella regione belga del Borinage scopre la miseria e la povertà, una vita che è solo sopravvivenza. Lui quasi prete, intellettuale borghese, si immedesima troppo nella brutalità dell’esistenza. La condivide e arriva a disprezzare quel clero indifferente, lontano dei bisogni e dalla disperazione delle realtà degli emarginati, fino ad abbandonarlo. Apprezza invece la capacità di alcuni artisti che quel mondo riescono a rappresentarlo, come Anthon van Rappard, Jules Breton e Jean-François Millet. Così lascia la religione e si perde nella pittura. Dal 1883 al 1885 vive nel Brabante (regione settentrionale dei Paesi Bassi). Inizia a dipingere (l’opera più famosa di questo periodo è I mangiatori di patate del 1885) e vive tragiche esperienze sentimentali. Nel 1886 è ad Anversa per seguire alcuni corsi di disegno e a fine anno si sposta a Parigi, dove entra in contatto con gli impressionisti.

Due anni dopo si sposta ad Arles. Qui produce alcune delle sue opere più famose (La terrazza del Caffè, Girasoli in vaso, La stanza, Il ponte di Langlois) e per alcuni mesi l’affianca Paul Gauguin. È una convivenza difficile, le serate sono sempre più alcoliche e litigiose. Vincent sta male, ha attacchi di panico e allucinazioni, manifestazioni estreme che alterna a lunghi periodi di torpore.

Nei momenti peggiori mangia tubetti di colore, beve trementina, è irascibile e prende a botte tutti quelli che incontra. È convinto e ha paura di restare solo, di non poter dipingere, di non volere una vita ordinata. Tutto per lui diventa noia e dolore e tutto questo è troppo. È una vita struggente, contorta come gli ulivi e i cipressi che in quel periodo mette in tutti i suoi quadri, anche i girasoli sembrano muoversi, come esposti al vento dell’inquietudine (questa interpretazione emotiva della realtà sarà la caratteristica di uno stile di cui Van Gogh sarà precursore: l’espressionismo).

Nel 1889 viene ricoverato nella clinica per malattie mentali di San Remy, dove gli viene diagnosticata una forma di psicosi epilettica, che sarà curata con dei bagni settimanali. Nonostante l’inutilità della terapia Vincent sembra migliorare. Gli consentono di lavorare e qui dipinge La notte stellata e I cipressi ma non perde la sua inquietudine: “l’ambiente comincia a pesarmi più di quanto possa esprimere – scriverà al fratello- ho pazientato più di un anno, ho bisogno d’aria, mi sento oppresso dalla noia e dal dolore”.

Dimesso dalla clinica con la certificazione di “guarito”, il 16 maggio 1890 Vincent lasciò definitivamente Saint-Rémy per raggiungere il fratello a Parigi. Passò tre giorni nella sua casa e trovò il modo di visitare una mostra d’arte giapponese, una delle sue passioni. Poi partì per stabilirsi a Auvers sur Oise, un villaggio a trenta chilometri da Parigi dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Paul Gachet, che si sarebbe preso cura di lui. Van Gogh è di umore alterno: “Mi sono rimesso al lavoro – scriverà a Theo – anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, ed esprimono la mia tristezza, l’estrema solitudine”. Giudica con diffidenza l’operato del dottore: “Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me” ma vorrebbe comunque in qualche modo ringraziarlo dipingendolo in un quadro: “Lavoro al suo ritratto; la testa, con un berretto bianco, molto bionda, molto chiara; anche la carnagione delle mani molto bianca, un frac blu e uno sfondo blu cobalto; appoggiato a una tavola rossa, sopra la quale c’è un libro giallo e una pianta di digitale dai fiori purpurei”.

Una domenica di luglio esce di casa e va verso la campagna, senza cavalletto, pennelli e colori, ha con se’ solo una pistola. Si butta in una buca di letame e si spara.

 

 

Le frasi virgolettate sono una libera traduzione delle lettere di Van Gogh, riprese dal sito http://vangoghletters.org

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L’umano errare di Rossmery

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L’umano errare di Rossmery

 

Per il futuro dei miei figli e una casa in muratura

 

Testi e foto di Rossmery

 

Entiendo bien italiano, pero no se escribir. A contar mi historia, que es mi vida real, me ha ayudado un amigo italiano.

Todo el mundo me conoce como Rosy pero mi nombre real es Rossmery, me gusta...

 

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…mio figlio Brian ha vent’anni, la mia età quando l’ho partorito. È cadetto all’Accademia Navale della Marina militare peruviana. Alex è il secondo, ha due anni meno di Brian e vuole diventare ingegnere meccanico. È all’ultimo anno delle superiori e presto dovrà sostenere l’esame per accedere all’università. Poi c’è Rosskiara, che ha 14 anni. Si sente (e lo è) già signorina: è vivace e molto intraprendente, segue un corso da estetista.

Per loro sono partita o forse meglio dire fuggita.

Quando ero ragazza, ancor più giovane di Rosskiara, mio padre rientrava spesso a casa sbronzo, prima picchiava mia madre e poi noi figli. Per molti anni è stato così, sin quando non siamo riusciti a difenderci o a scappare.

Poi mi sono sposata, in attesa di Brian, per diventare asservita a un altro uomo, mio marito e alla sua famiglia. Un giorno, Rosskiara doveva ancora compiere i quattro anni, l’ho scoperto con un’altra donna: con lei si divertiva e spendeva i pochi soldi che entravano in casa. Mio marito non mi ha mai picchiata, ma sapere che aveva una relazione mi ha dato la forza di non guardarmi indietro e partire per cercare un futuro per i miei figli e per me. Avevo sentito da amici e lontani parenti racconti di altri emigrati peruviani in Italia, quasi tutte storie a lieto fine. Diedi quella destinazione ai miei sogni.

Prima però ho fatto la garzona in un mercato e ho venduto ciò che mi era rimasto per lasciare qualche cosa ai miei figli; ho richiesto un piccolo prestito per aprire un chiosco di alimentari, gestito da mia madre, per garantire così a loro, anche in mia assenza, un minimo di sostentamento.

Il giorno della mia prima partenza, Alex, mentre mi accompagnava in bus sino all’aeroporto, stringendosi a me e ipotizzando anche la possibile caduta dell’aereo per mancanza di benzina, mi supplicava di non lasciarli. Arrivati a Lima, in aeroporto, è riuscito a passare i controlli di sicurezza. Invocava il mio nome tra mille strilli e pianti: – mamma non partire…mamma non partire – sento ancora oggi quel grido. Non mi voltai, salii sull’aereo con le lacrime che mi segnavano il viso, piansi per tutto il viaggio. Alex aveva solo otto anni.

Fu la mia fortuna, chiamiamola così, sicuramente quella dei miei figli. Possono studiare e avere una casa in muratura grazie al mio lavoro qua.

Già il mio lavoro.

All’inizio è stata dura. Non tanto per la fatica, sin da bambina mi svegliavo alle cinque per aiutare mio padre che teneva un “establo”, una bancarella. A mezzogiorno andavo a scuola e al termine delle lezioni ritornavo al lavoro, a volte fino a mezzanotte. Ho studiato solo sino ai 13 anni.

In Italia raggiunsi alcuni conterranei che anticiparono i soldi per il mio viaggio; mi misero subito a far pulizie nella case di signori pugliesi. Solo dopo qualche tempo mi accorsi che mi sfruttavano moltissimo. In pratica si trattenevano metà di quello che incassavano per il mio lavoro, inoltre pretesero per il rimborso del biglietto anticipatomi una cifra tre volte superiore al costo reale.

Lasciai quell’ambiente, anche se minacciata. Per i primi mesi successivi, con l’aiuto di altri peruviani, mi arrangiai preparando cibo e vendendolo nei parchi. Conobbi altre persone e grazie al tam-tam solidale ricevetti una chiamata per un appuntamento di lavoro. Da quel momento è cambiato tutto.

Sono regolare grazie a brave persone italiane che mi hanno aiutato, ospitato senza chiedermi nulla anzi, dandomi la possibilità di lavorare. Il lavoro non è cambiato, pulisco case e uffici, ma per conto mio, meglio per contatto diretto.

Qui ho imparato che esiste un altro modo di vivere. Voi italiani siete più liberi, non solo per le possibilità economiche, per una mentalità completamente diversa, anche nei costumi e noi donne siamo considerate alla pari.

La vostra società è avanti cent’anni rispetto a quella peruviana, basti pensare all’assistenza sanitaria o pensionistica che avete, anche se ve ne lamentate. Da noi non è così. Solo se sei un dipendente dell’amministrazione pubblica o di una grande azienda privata hai diritto con la tua famiglia all’assistenza sanitaria, la pensione è solo con fondi privati, come negli Stati Uniti, ma con un reddito dieci volte inferiore.

In Italia ho imparato molto, in tutto. Chissà se fossi giunta in un altro paese, sarebbe stato uguale? A volte me lo chiedo, ma non so darmi risposte. Così è stato e così è.

Una volta all’anno torno a casa, in un Distretto a 30 km da Lima. Rivedo i miei figli e la parte della famiglia che mi è rimasta. Vivono tutti nella casa in muratura che sono riuscita a costruire. La casa in mattoni è sempre stato il mio sogno. Una tempo stavamo in una casa fatta di paglia, di legno e di quello che si recuperava; quando pioveva il fango invadeva tutti gli spazi, persino il letto. Da noi i più vivono così, in case acconciate in qualche modo.

Con skype riesco spesso a comunicare con i miei figli e a condividere, a distanza, la loro crescita. Quando vado in Perù, la mia gente ha di me una considerazione che prima non aveva e se fossi rimasta là, nonostante sia sempre io, non l’avrebbe mai avuta.

Un giorno, non lontano, conto di tornarci per sempre e seguire i miei figli oramai grandi, magari con dei nipoti da accudire. Non starò ferma, aprirò una mia “tienda”, un negozio vero e sicuramente in muratura, portando anche con me sapori italiani.

 

 

La Pollada di Rossmery

Mi piace tantissimo la cucina italiana, quasi come quella del mio paese. Amo cucinare e trovando molti prodotti peruviani ogni tanto preparo, con molto gusto per gli ospiti, piatti tipici andini.

Volete sapere come cuciniamo noi i fagioli o il pollo. Vi do la mia ricetta della Pollada.

Prendete un pollo da circa 1 kg intero e aperto a libro, riponetelo in un contenitore adatto alla marinatura, che dovrà durare almeno dodici ore, e mettetelo in frigorifero. La marinatura è così composta: un quarto di litro di aceto bianco; quattro cucchiai di olio di soia; un bicchiere di birra scura; quattro spicchi d’aglio tritato; un cucchiaio di zucchero di canna; un peperoncino rosso (aji panca) sbollentato dieci secondi e pelato; sale e pepe. Rigiratelo nella marinatura almeno tre volte.

Levatelo dalla marinatura e umido com’è ponetelo sulla griglia in una zona dove la brace non sia molto ardente. Rigiratelo di tanto in tanto. Ci vorrà poco più di un’ora. L’interno deve essere cotto bene.

Potete farlo anche al forno. In una teglia a 170 °C per circa un’ora e mezza, rivoltandolo qualche volta.

Va accompagnato con patate arrosto e “papa a la huancaina”, una salsa tipica peruviana a base di aji amarillo, un peperoncino giallo.

La preparo spesso con i miei amici peruviani che qui sono numerosi e come me sono arrivati per cercare un lavoro e una vita diversa, un futuro. Con loro, nei giorni di festa grande, passo serate danzanti e momenti di revival.

 

 

Scambi Italo-Peruviani

Secondo dati Istat, all’inizio del 2015 i peruviani in Italia erano 109.668 (il 2,2% dei circa cinque milioni di stranieri residenti in Italia) e la Lombardia è la regione che ne accoglie il numero maggiore (il 44,1%).

Nella classifica tra le città europee che ospitano nativi peruviani Milano è seconda dopo Madrid. Sono circa 40mila e rappresentano, per numerosità, la quarta collettività straniera dopo i filippini, gli egiziani e i cinesi. Nella provincia sono la quinta e sono preceduti da egiziani, filippini, rumeni ed ecuadoregni. Nel registro milanese delle imprese aperte da stranieri sono terzi dopo i cinesi e gli egiziani. Sono per la maggior parte donne (più del 60%) e quasi il 18% dei peruviani residenti a Milano è nato in Italia, un terzo ha un età inferiore ai 18 anni e frequenta normalmente scuole italiane, quasi la metà non supera i 45 anni. Più del 40% ha completato studi secondari (tecnici o professionali). La maggior parte degli impiegati lavora nei servizi domestici e nelle pulizie, gli uomini sono soprattutto operai, magazzinieri e muratori, le donne sono infermiere o addette alla cura di anziani e bambini.

I dati sono elaborazioni da documenti dell’Istat, del Ministero degli Esteri del Perù e del Consolato Generale del Perù a Milano.

La fine degli anni 80 e i primi anni 90 hanno registrato il flusso maggiore di immigrazione peruviana in Italia. Negli anni seguenti non si è mai arrestata ma è fortemente calata.

Nel 1800 invece il flusso era di direzione opposta: erano gli italiani ad emigrare in Perù. Nel 1876 se ne contarono circa dieci mila, in maggioranza liguri. Cifra significativa per quell’anno ma irrilevante se paragonata ai numeri del grande flusso migratorio degli italiani verso l’America, in particolare verso gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, che nei venti anni successivi superò i dieci milioni di trasferimenti e altrettanti se ne contarono negli anni intorno al 1910. Oggi gli italiani residenti in Perù sono circa tre mila.

Tra gli emigranti italiani in terra peruviana, oltre a Giuseppe Garibaldi che vi approdò nel 1851, spicca la figura di Antonio Raimondi, geografo milanese che partecipò alle Cinque giornate di Milano e, costretto ad esiliare, nel 1850 si rifugiò in Perù. Qui divenne una delle personalità scientifiche più importanti nella storia di quel paese fino ad essere considerato tra i fondatori del Stato moderno peruviano. Esploratore e naturalista enciclopedico, scoprì giacimenti minerari e definì i tracciati delle ferrovie peruviane. Per i suoi studi sul territorio (dal punto di vista biologico, geologico, meteorologico, archeologico) nel 1860 fu nominato consulente scientifico del Gobierno peruano, che finanziò le sue spedizioni e la pubblicazione delle sue opere. Porta il suo nome una provincia peruviana, un museo e una scuola-collegio a Lima. Conseguì riconoscimenti accademici in Francia, Germania e nel Regno Unito ma in Italia fu dimenticato ed è ancora oggi poco conosciuto.

 

 

 


L’umano errare di Petrarca – Nato in esilio e ovunque straniero

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Milano Casa abitata dal Petrarca in Piazza Sant'Ambrogio

L’umano errare di Petrarca

Nato in esilio e ovunque straniero

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Viaggiatore instancabile e irrequieto, di percorsi immaginati e realmente compiuti, Francesco Petrarca può essere considerato il precursore della letteratura di viaggio

Testi e foto a cura della Redazione

Francesco Petrarca è ritenuto uno dei padri della lingua italiana. Il primo a sviluppare, ad analizzare e a dare regole alla poesia espressa in volgare. Al suo stile si rifaranno poeti come Leopardi, Saba, Montale e persino qualche cantautore dei nostri giorni. Umanista, profondo studioso del mondo classico, greco e romano, fu con Dante e Giotto uno dei fautori del Rinascimento italiano.

Questa è la breve e doverosa premessa per introdurre un personaggio tanto illustre. Chi vuole approfondire vita e opere del Petrarca troverà smisurato materiale nelle antologie scolastiche, nelle enciclopedie e in wikipedia. Per i nostri fini vorremmo solo sottolineare l’aspetto poco raccontato di un instancabile poeta errante. In giovinezza Petrarca amava viaggiare e non solo per affari o per pellegrinaggi religiosi. Nel viaggio cercava la conoscenza e le ragioni della sua continua inquietudine. Con la maturità, iniziò anche a viaggiare sui libri e con la fantasia, scrivendo di viaggi immaginari percorsi sulle carte geografiche, rielaborando le testimonianze di viaggiatori contemporanei e del passato. Per queste sue opere, forse le meno conosciute, può essere considerato un precursore della letteratura del viaggio.

Uno dei primi esempi di reportage sul tema è la lettera del 1336, in cui racconta all’amico Francesco Dionigi della sua scalata del Monte Ventoso (Mont Ventoux, in Provenza), intrapresa per curiosità, per ammirare il panorama dalla sua cima. Oltre alla Provenza, il fiume Sorga, il Monte Ventoso e la Valchiusa (Fontaine de Vaucluse) ha visitato e descritto moltissimi luoghi: dai monti Euganei alla campagna romana; dalla spiaggia di Gaeta al golfo di La Spezia, a città come Milano e Napoli. Nei suoi racconti di viaggio Petrarca coglieva il profilo del paesaggio e ne gustava il fascino, analizzava la natura nei suoi molteplici aspetti, acque, rocce, piante, sentieri, vallate e li trasformava in allegorie, fino a confondere il mondo esteriore con quello interiore. Viaggiatore in senso proprio e in senso metaforico, amava viaggiare anche dentro i testi antichi, a volte manoscritti dimenticati e ritrovati nelle biblioteche d’Europa.

Tra i viaggi immaginati il più noto è quello del 1358 in Terra Santa, dove era stato invitato dall’amico milanese Giovanni Mandelli. L’invito al pellegrinaggio fu declinato per paura della navigazione e del mal di mare (da piccolo aveva vissuto l’esperienza di un naufragio nelle acque vicine a Marsiglia ed era stato fortemente impressionato da una spaventosa tempesta vista a Napoli nel 1343). “Lascio l’aria agli uccelli, il mare ai pesci; animale terrestre, scelgo di viaggiare per terra”, scriveva all’amico. E, per farsi perdonare, gli inviò una lettera in latino dal titolo “Itinerario in Terra Santa”, (Itinerarium Syriacum), una sorta di guida costruita mettendo insieme le diverse notizie di carattere geografico, storico e archeologico, trovate con una approfondita ricerca bibliografica. Ma non è un “copia e incolla”: confronta le varie informazioni per verificarne l’autenticità. In pratica quello che facciamo (o dovremmo fare) noi oggi leggendo guide, consigli e recensioni su internet.

Petrarca è considerato anche il primo intellettuale europeo, sia perché la sua fama e i suoi scritti erano conosciuti in tutto il continente, sia perché lui stesso visitò molti paesi e città dell’Europa occidentale, da Parigi a Praga, dal Belgio alla Germania. “Ho un animo errabondo e un occhio mai sazio di vedere cose nuove”, scriveva e si autodefiniva “nato in esilio” e “ovunque straniero”. Questo lo spinse per tutta la vita a muoversi senza riuscire a mettere radici in nessun luogo. La raccolta delle lettere Familiari si apre con un paragone tra la sua inquietudine e quella di Ulisse: “Ma il mio destino è stato ben diverso, avendo sino a oggi trascorso quasi tutta la mia vita in continui viaggi. Si può paragonare l’errare di Ulisse al mio errare; e senza dubbio, se la gloria del nome e delle imprese fosse la stessa, egli non vagò né più a lungo né più largamente di me. Egli lasciò la patria già vecchio … io, generato nell’esilio, nell’esilio nacqui”.

La sua biografia è quella di un viaggiatore instancabile e irrequieto, in tempi in cui viaggiare non era facile. Spostarsi era faticoso e richiedeva molto tempo (ad esempio, racconta il Petrarca che nel dicembre del 1354, invitato a Mantova dall’imperatore Carlo IV di Boemia, impiegherà quattro giorni per raggiungerla da Milano, dove allora viveva, a causa delle condizioni proibitive delle strade ghiacciate).

Petrarca nasce ad Arezzo (dove il padre Pietro di Parenzo, detto il Petracco, era in esilio da Firenze perché guelfo bianco) il 20 luglio del 1304. Segue la famiglia che si trasferisce a Incisa e a Pisa. A sette anni accompagna il padre (che lavorava come notaio alla corte papale) ad Avignone. Abita a Carpentras e per completare gli studi di diritto civile frequenta l’università, prima (1317) a Monpellier, poi a Bologna (soggiornando per qualche mese a Imola). Nel 1326, per la morte del padre, ritorna ad Avignone, dove incontrerà la tanto amata e cantata Laura. Nell’estate del 1330 soggiorna a Lombez, ai piedi dei Pirenei. Tre anni dopo, in un lungo viaggio nell’Europa del Nord tocca Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia e (attraversando da solo a cavallo la selva delle Ardenne) Lione. Nel 1335 è a Roma (viaggio in mare dalla Provenza, con sbarco a Civitavecchia) e nel 1337, dopo un soggiorno a Capranica (60 km a Nord di Roma), di nuovo in Provenza, a Valchiusa. Soggiorna a Napoli nel 1341 (dopo un viaggio con tappe a Marsiglia, Lerici e Todi) e viene invitato a Roma per ricevere una laurea. Nello stesso anno si sposta a Pisa, a Parma e a Selvapiana di Canossa. Nel 1342 è di nuovo ad Avignone e visita il monastero di Montrieux, sulle colline a Nord di Tolone, dove risiedeva il fratello Gherardo. L’anno dopo lo ritroviamo a Napoli (visita Pozzuoli, il Lago Averno e la Grotta della Sibilla cumana), poi si sposta a Parma, Bologna, Carpi, Padova e Verona. Durante il soggiorno veronese visita Peschiera e il Lago di Garda, spingendosi fino a Trento, Merano e al Passo di Resia. Nel 1345 viene ospitato a Ferrara dagli Estensi e a Mantova dai Gonzaga. Nel 1348 è a Genova e si sposta a Verona. Nel 1349 visita Venezia, poi è di nuovo a Padova e nel 1350 si reca a Roma per il Giubileo. Nel 1351 torna a Valchiusa e l’anno dopo, attraversando il passo del Monginevro, arriva a Milano dove vivrà per dodici anni, abitando prima in case vicine alla basilica di Sant’Ambrogio e a quella di San Simpliciano, poi alla Certosa di Garegnano e a Cascina Linterno. Durante il soggiorno milanese visita Bergamo e il castello di Pagazzano, spostandosi (a seguito o su mandato dei Visconti) a Parigi, Genova, Venezia, Novara, Mantova, Basilea e nel 1355 a Praga. Nel 1361, in fuga dalla peste è a Padova, l’anno dopo a Venezia e nel 1369, dopo un soggiorno a Pavia, torna a Padova e si stabilisce ad Arquà, nei colli Euganei, dove trova un paesaggio simile a quello in cui era nato. Qui sceglie di finire i suoi giorni, nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374.

 

 

I viaggi nel Medioevo

Nel 1300 la scelta dei mezzi di trasporto aveva poche alternative. Si viaggiava a piedi, a cavallo, su muli o su scomodi carri (le prime carrozze dotate di sospensioni arriveranno verso la metà del 1400 e saranno prodotte a Kocsi in Ungheria. Dal nome della città ha origine il termine inglese coach e i nostri cocchio e cocchiere). Anche le navi e i battelli, seppur dotati da qualche decennio di bussole, timone e portolani (le prime carte delle coste e delle rotte nautiche) erano rischiosi e poco confortevoli. In condizioni di vento favorevoli ci volevano 18 giorni da Venezia a Creta e più di un mese da Genova ad Acri (l’itinerario verso la Terra Santa descritto dal Petrarca).

Viaggiare era faticoso e non è un caso che il verbo inglese to travel (viaggiare) richiami il francese travailler (lavorare, affaticarsi).

Gli spostamenti erano lenti e soggetti alla variabilità delle condizioni metereologiche, a pericolosi incontri e al pagamento di pedaggi per attraversare un ponte, una valle o una chiusa.

La rete stradale era quella dei tempi dei romani (peggiorata per mancanza di manutenzione dopo la caduta dell’impero), anche se dal 1200, con la nascita di nuove città e lo sviluppo dei commerci, le vie di comunicazione tra Comuni rurali e Comuni cittadini si ampliarono notevolmente. Le strade, solo a tratti lastricate, erano polverose d’estate e fangose d’inverno.

L’unità di misura del tempo di un viaggio era la giornata, dall’alba al tramonto perché gli spostamenti notturni non erano consigliati. In una giornata si potevano percorrere a piedi mediamente 25 km, a cavallo da 60 a 80 km, anche se spesso le distanze si percorrevano in gruppo, pedoni e cavalieri costretti ad andare al passo. Ad esempio da Firenze occorrevano 5 o 6 giorni per raggiungere Roma, dieci per Napoli. Venti da Genova a Parigi. Se tornate all’elenco delle località visitate dal Petrarca potrete farvi un idea di quanta parte della sua vita abbia trascorso in viaggio.

Il percorso era poi rallentato dalle salite, dalle soste per il necessario riposo e per gli approvvigionamenti (per uomini e animali), per il cambio dei cavalli o per rattoppare scarpe e vestiti. E a proposito di abbigliamento, è curioso leggere nei documenti dell’epoca la descrizione di quelli utilizzati per i pellegrinaggi: un mantello di tessuto grezzo, solitamente marrone, da utilizzare anche come coperta per i pernottamenti, un cappello a tese larghe rialzato sul davanti e fissato con un nodo sotto il mento che riparava dal sole o dalla pioggia; un bastone di legno, alto, con un manico ricurvo o una punta chiodata, una bisaccia in pelle di animale e una pergamena che riportava gli itinerari, i centri abitati da attraversare, gli imbarchi e le locande in cui sostare.

 

Quando Petrarca perse la testa

Novembre 2003. Per il settecentesimo anniversario della nascita del Petrarca si decide di riaprire solennemente l’arca che conserva le spoglie del poeta. Lo scopo è quello di ricostruirne il volto ricorrendo alle moderne tecniche computerizzate e ottenere un ritratto realistico per una rappresentazione scultorea da inaugurare durante le celebrazioni. L’operazione viene affidata a un gruppo di studiosi dell’università di Padova, presieduta dal professor Vito Terribile Wiel Marin. Aperta la tomba di marmo rosa, gli studiosi si trovano un’inaspettata sorpresa. Il resto dello scheletro era in buone condizioni (e verrà in seguito riconosciuto come autentico per alcune costole fratturate da un calcio di cavallo ricevuto al costato, episodio menzionato dal Petrarca stesso in una sua lettera), ma la testa era polverizzata in mille frammenti. Alcuni di questi frammenti vengono inviati all’Università di Tucson in Arizona per la datazione al radiocarbonio e dall’esame risulta che il frammento del cranio era appartenuto a una donna vissuta circa un secolo prima della nascita di Petrarca. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella tomba del Petrarca è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il vero cranio del poeta.

In passato la tomba era stata aperta e profanata più volte. Nel 1630 da un frate dominicano, forse perché ubriaco o forse per riportare a Firenze alcune reliquie. Nel 1843, in occasione del restauro della tomba e per donare al Comune di Padova una costola dello scheletro, che nel 1855 per ordine del governo austriaco venne rimessa nella tomba. Nel 1873, da parte di alcuni studiosi guidati dal professor Giovanni Canestrini che volevano riprodurre un calco in gesso del cranio. All’apertura della bara il cranio si presentava integro ma al contatto dell’atmosfera si disintegra in molti frammenti e la tomba fu subito richiusa. Improbabile quindi che la sostituzione della testa sia avvenuta in quella occasione. L’ultimo spostamento delle spoglie del Petrarca risale al 1943, durante la seconda guerra mondiale quando le ossa del poeta furono nascoste nei sotterranei di Palazzo Ducale a Venezia sotto grosse lastre di marmo per proteggerle dai bombardamenti. A guerra conclusa furono riportate ad Arquà.

 

L’Itinerarium Syriacum

Nella lettera all’amico milanese Giovanni di Giudo Mandelli, comandante militare alla Corte dei Visconti, Petrarca delinea, come farebbe una moderna guida turistica (“a destra puoi vedere…”, qui fermati ad ammirare…”, “…è un paese pericoloso e da evitare”), il percorso via mare da Genova alla Terra Santa.

Descrive con cura i luoghi che conosce: i panorami della riviera ligure, “bellissime valli, fiumicelli che scorrono, colli piacevolmente selvaggi e da ammirare per la sorprendente fertilità, villaggi arroccati sulle rocce, paesi assai vasti; vedrai sparse sulla costa, ovunque ti volgerai, case adorne di marmi e di ori, e ti stupirai di come una città possa cedere in splendore e piacevolezza ai suoi dintorni” e quelli delle coste toscane, dove “mentre le alture iniziano a declinare, la costa si fa più piatta e priva di scogli, gli approdi sono poco frequenti, le città fortificate sono lontane sulle colline, il mare è inospitale”. Dopo le rovine di Luni, paragonate a quelle di Troia, descrive Pisa (“città antichissima ma di aspetto gradevole e moderno”), Livorno e Piombino. Cita l’isola d’Elba, la Corsica (“incolta e ricca di branchi di animali selvatici”) e l’isola del Giglio (“insigne per il vino e i marmi”).

Costeggia tutta la penisola raccontando di Ostia, Gaeta, Formia (“nobilitata dal vergognoso assassinio di Cicerone”) e Literno, dove “fu ingiustamente esiliato Scipione”. E ancora Procida e Cuma (“patria della Sibilla, dove morì esule Tarquinio il Superbo”), Capri (“circondata da irte scogliere”) e Sorrento (“ricca di un soave palmeto”). Supera lo stretto di Messina e segue a est la costa ionica fino a Otranto. Da qui si stacca dall’Italia e giunge a Corfù, verso luoghi a lui ignoti. Doppia il capo di Malea, si dirige verso le Cicladi e Rodi, “di là a sinistra si stende l’Asia minore, un tempo provincia del tutto pacifica, popolata di coloni greci dopo la caduta di Troia, ora invece regione avversa, in mano ai Turchi, nemici della fede”.

Costeggia la Licia, la Cilicia, Cipro (“terra nota solo per l’ozio e le mollezze dei suoi abitanti”) e l’Isauria. Avvista Tortosa, Tripoli, Beirut, Giaffa, Ascalona e san Giovanni d’ Acri (l’attuale Akko, in Israele), “che un tempo fu nobile, ed ora è rasa al suolo e bruciata”. Arriva a Gerusalemme (allora sotto la dominazione islamica), principale destinazione del viaggio. Tappa dell’anima, perché descrive i luoghi utilizzando come tracce episodi del Vangelo.

Ma il viaggio non finisce qui. La sua fantasia e curiosità lo spingono anche in Egitto (sulle tracce di Mosè e della fuga della Sacra famiglia da Erode), attraversando il deserto del Neghev e il Sinai fino al Mar Rosso, “che prende il nome non dalle acque ma da colore delle spiagge”. E, superato il Tanai (il Don), il confine che divide l’Asia dall’Africa e il Nilo termina il viaggio nella città di Alessandria per visitare le tombe di Alessandro e di Pompeo “il primo detto Magno dagli scrittori greci, il secondo da quelli latini” e quest’ultimo – ricorda l’autore all’amico milanese – dovresti conoscere meglio, perché fondatore di una città a te vicina (Lodi).

Petrarca chiude l’Itinerarium paragonando l’andare per terra e per mare dell’amico, con il suo solcare i fogli su onde d’inchiostro: due viaggi di diversa lunghezza, tre mesi per andare in Terra Santa, tre giorni per scrivere l’Itinerarium, ma ugualmente faticosi e certamente appassionanti.

 

 


L’umano errare di Vittoria

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A Milano si respira finalmente aria di primavera e ha un odore indescrivibile. Non è profumo o fragranza. Si sente sulla pelle. Per me quest’anno la primavera ha un altro odore, un odore nuovo.
Mi chiamo Vittoria, vivo ad Amsterdam da un anno e ho 19 anni. È forse per questo che sono così sensibile alla primavera? Il tema meriterebbe una riflessione, ma non è facile fermarsi e pensare. Il lavoro, la scuola, le tasse, l’aspirapolvere, i piatti… poi uno si chiede perché non si ha mai tempo per riflettere sulla propria vita.
Ma oggi ho deciso di prendermi del tempo. Lasciare i piatti sporchi, rimandare lo studio. Ecco però che le infinite domande mi assalgono: perché sono ad Amsterdam? Cosa ci faccio qui?
Sono sempre stata fin da piccola una persona molto incline ad annoiarsi, il che può essere un bene e un male. Nel mio caso è stata probabilmente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Insomma, ho sempre avuto paura di perdermi qualcosa dalla vita. Da piccola ero solita svegliarmi tra le 5 e le 6 del mattino e, con me, svegliavo chiaramente anche mia madre e mio padre. Avevo voglia di fare qualcosa, vedere cosa fosse successo durante il mio sonno, aprire gli occhi al mondo. Tornare a dormire era come perdere altre ore di vita attiva e non se ne parlava nemmeno. Un po’ per amore, un po’ per disperazione, i miei genitori mi hanno davvero offerto più di infinite opportunità per sfogare le mie energie. Questo è stato l’errore più grave. Sapete qual è il problema delle persone come me? Le persone come me si innamorano di ogni cosa che fanno. Per noi le decisioni, intese come inevitabili parziali rinunce, non sono difficili, sono micidiali. A dodici anni credevo di aver trovato la mia unica e sola grande passione: sciare. Ero ancora una bambina e correre scivolando sulla neve mi rendeva (e rende tutt’ora) felice, intensamente felice. Ma a livello nazionale e internazionale, lo sci agonistico può essere molto competitivo e una ragazza di Milano, nonostante i suoi otto anni di esperienza, non potrà mai competere con chi vive sulle montagne. Ecco il primo bivio sul cammino della mia vita, la prima decisione da prendere: restare a Milano e frequentare un liceo scientifico o andare a vivere in montagna e iniziare uno Ski College? Prima di tutto, uscire da uno Ski College voleva dire non avere nessun diploma concreto, di certo una preparazione universitaria pari a zero. Avrei dovuto incrociare le dita e sperare di fare carriera nello sci in quei cinque anni. Altrimenti, via a lavorare a McDonald. Avevo paura, quindi sono rimasta a Milano. Fortunatamente, le passioni non vengono a mancare e colmai il vuoto lasciato dallo sci con il pianoforte. Dopo tre anni di liceo scientifico capii che se avessi continuato a sciare a livello agonistico non sarei riuscita ad ottenere i risultati scolastici a cui aspiravo per entrare in una buona università all’estero. Smisi anche di suonare il pianoforte, perché decisi di partire per un anno a Los Angeles come exchange-student in un liceo americano, dove ottenni un diploma. Vivere lontano da casa quando si ha solo 16 anni è indescrivibile. è stata la più bella esperienza traumatica della mia vita.
Tornata in Italia presi anche il diploma di liceo scientifico. E furono sudore, sangue e lacrime, rispetto all’anno di pacchia nelle scuole americane. Ma non è per questa pigrizia (non rinuncio al mio essere super attiva) che maturai la decisione di frequentare una Università all’estero. Volevo scoprire il mondo, aprirmi la mente, confrontarmi.
A 18 anni i miei mi spiegarono le condizioni economiche necessarie ad attuare il mio progetto. In sintesi, non potevano permettersi di mandarmi all’estero all’università. Ergo, se avessi davvero voluto andare, avrei dovuto chiedere in prestito soldi al mio Paese di destinazione, il che voleva dire iniziare a lavorare con già dei debiti da ripagare. Non ne valeva la pena.
L’eredità di mia nonna paterna, che inaspettatamente ricevetti pochi mesi dopo, riaprì una porta al mio sogno. Ma tutto aveva un’altra prospettiva. Volevo spendere i soldi nel miglior modo possibile, come avrei potuto sapere quale fosse? E se poi non mi piace quel tipo di studi? Spreco così un anno della mia vita? Non credevo di essere abbastanza matura da poter prendermi questa responsabilità. Ero davanti a un altro bivio e non sapevo che strada prendere.
La verità è che è impossibile vivere senza rimpianti, almeno nel mio caso, ma magari sono un caso a parte. Sono condannata ad appassionarmi a tutto quello che faccio, e non posso fare tutto nella vita. Non posso contemporaneamente studiare fisica quantistica, politica, economia, matematica, suonare il pianoforte al conservatorio e sciare agonisticamente. E questo mi uccide. Una decisione si basa un principio di priorità, un principio con cui purtroppo non vado d’accordo, eppure, ho sempre messo la mia educazione sopra a tutte le mie passioni. Sicuramente Freud potrebbe fare un’analisi infinita sul rapporto con mia madre. E non avrebbe tutti i torti. Madre o non madre, l’ultima parola è sempre stata la mia. E adesso, grazie a tutte queste decisioni che sul momento sembravano davvero impossibili, mi ritrovo a vivere a 19 anni nella città più bella del mondo, a conseguire una laura di tre anni in Liberal Arts and Science, un programma inglese che riprende appunto il concetto di ‘artes liberales’ espresso da Seneca. Sono alla fine del mio primo anno, e credo di essere la persona più felice del mondo. Prima di tutto, Amsterdam è una città mozzafiato, piena di vita e di bellezze da scoprire. Una delle cose che mi ha più impressionato è il livello di intraprendenza tra i giovani: più mi guardo intorno, più mi sento spronata a dare il meglio di me, trovare nuovi lavori ed esprimere le mie idee. E questo è anche grazie alla mia università. Infatti, Amsterdam University College offre un programma che mi permette di non rinunciare a nulla, o meglio, di rinunciare a pochissimo. I corsi che ho frequentato quest’anno? Storia del pensiero politico, Statistica I, Analisi I, Logica, Integrazione Europea, Letteratura Europea. E l’anno prossimo mi aspettano Analisi di Calcolo Vettoriale, Politica Moderna, Democrazia Comparata, Statistica II, Introduzione al pensiero Economico. I miei due più grandi interessi sono, per ora, matematica pura e politica, di conseguenza sto cercando di creare un ponte tra queste due materie diametralmente opposte, attraverso alcuni corsi di economia. Spero di riuscire a costruire questo ponte entro la fine dei tre anni, e sono sicura che non sarà traballante. All’Amsterdam University College le selezioni sono durissime e vengono ammessi solo il 30% dei richiedenti, per un massimo di 300 studenti all’anno. In questa università sono entrata grazie al mio livello di inglese (Los Angeles non era solo pacchia), grazie ai miei voti molto alti durante tutti e cinque gli anni di liceo, grazie al pianoforte, allo sci che mi ha reso così competitiva e grazie al mio francese, appreso da mia nonna paterna.
Ero partita dalla primavera, dal fermarmi per una riflessione e ecco, come per magia, realizzarsi una convinzione, come se ogni singolo dettaglio della mia vita avesse un senso. Si, sono condannata ad appassionarmi a tutto quello che faccio, ma c’è un posto per le persone come me al mondo. Dove sarò tra tre anni? Non ne ho la minima idea, e non lo voglio sapere. Perché, anche se può sembrare uno stereotipo, la vita ha un senso solo quando si guarda indietro al passato.