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L’umano errare di Gaia

L’umano errare di Gaia

Ogni giorno è un viaggio

Testo e foto di Gaia Manelli

Io viaggio nella bellezza. È certamente una delle mie mete preferite. Viaggio nelle poesie, nei disegni, nel cielo chiaro della mattina presto. Io viaggio nei colori.
I miei percorsi si nutrono di anima e la mia anima si abbevera come un mustang nelle false pianure, un poco scoscese, dove scorrono i ruscelli dei miei pensieri, dei miei sogni, delle mie aspettative.
Io mi muovo, ogni giorno, con lo stesso autobus e la stessa metropolitana. E ogni volta, benché il mezzo sia il medesimo, l’esperienza è sempre nuova.

Oggi viaggio negli occhi dei passanti. Corro in circolo con lo sguardo, come un cavallo che gira alla corda. Respiro il raggio e il diametro della calma verde e scura della madre appoggiata al sedile di fronte a me. Veloce schizza, la mia attenzione impertinente, e si posa a farfalla sul ceruleo di questo uomo vestito di nero. È un occhio che sorride, il suo, chino di dovere e nostalgia. Una nostalgia diversa è quella castana, che un vecchio tiene stretta in due fessure quasi impenetrabili. Se le tiene tutte per sé, le cose che ha visto, non le lascia scappare e le annaffia, tenendole in vita, con qualche lacrima tenera e amara.
Lei, signora, si irrigidisce davanti al mio sguardo. Ma io la osservo, comunque, mentre i suoi occhi silenziosi mi dicono molto più di quanto lei vorrebbe. È triste. La stanchezza colora quei due bottoni scuri che le sono cuciti in volto, come l’ultimo goccio di vino rosso sul fondo di un calice semivuoto, un tempo pieno. È un tempo pieno, intenso, quello in cui le lascio un poco dei miei, di occhi, che ancora si illuminano. Usi la mia luce, come una torcia, una stella polare che la riporti a casa, sana e salva.
Missori. Io scendo. Rubo un poco di giallo da quella bimba irriverente che mi sorride. E inizio un altro viaggio.

Oggi è mercoledì. Il tempo è sereno. Le mani dell’uomo seduto di fronte a me, quelle, lo sono un poco meno. Si strofinano, l’una sull’altra, come due gattini infreddoliti si scaldano, tenendosi strette. Ma il tempo è sereno oggi, il clima è tiepido e il freddo a quell’uomo, io penso, gli venga da dentro.  Sul finestrino il riflesso di due anziani mi sussurra qualcosa. Due mani strette, in un’unione dolce di due fedi probabilmente antiche, più vecchie dell’autobus che le trasporta, si accarezzano silenziose. E il loro riverbero sul vetro mi ripete una seconda volta: “L’amore esiste”.

Un ticchettio leggero mi distrae da quell’immagine rugiadosa, proviene da un pollice e un indice che non avranno più d’un paio di decenni. È flebile ma chiaro, il battito a tempo delle dita che tamburellano su quei jeans strappati. Mi chiedo quale musica sgorghi dalle cuffie bianche che escono dalle loro tasche. È un ritmo veloce, che sfiora il secondo. Le labbra sorridenti di questa ragazza mi suggeriscono, muovendosi nell’imitazione di qualche parola, che il testo debba essere allegro. L’autobus si ferma.
La metropolitana è sempre un po’ differente. Il pullman attraversa le campagne, ogni giorno ripercorre nel suo abitacolo i moti storici delle migrazioni d’inurbamento dei contadini, che dai campi si spostarono verso le fabbriche. Dei pendolari di periferia che oggi si recano in ufficio.
La metro è già città, è una minestra ancora più eterogenea.

Una bimba tiene stretta la sbarra rossa che unisce il pavimento nero al soffitto bianco. Che unisce il terreno al cielo, la realtà ai sogni. Le piccole manine fanno forza, per non cadere spostate dall’enorme zaino che sormonta la schiena cui sono attaccate tramite le braccia. I piccoli palmi tengono stabile la loro bimba e non permettono agli adulti intorno a lei di trascinarla via nella fretta del mattino. Tieniti forte bimba, impara a tenerti stretti i tuoi sogni, come fai con quel palo di ferro.
Gloria con gli arti stringe due tavole bianche e una dipinta ad olio. La conosco, ma non la saluto, non la disturbo e la lascio nel suo mondo. Adoro il modo in cui non smette mai di aggrapparsi con i suoi arti alle sue arti, ai suoi disegni, alle sue canzoni. La forza con cui lei, giovane artista, tiene il suo cuore sensibile in vita nutrendolo di colori.
Missori. Io scendo. Sfioro il polso di un ragazzo che mi sorride. Le porte si chiudono. E si portano via le sue mani, che non sfiorerò più.

 

Sabato. Per una volta cambio percorso. Oggi tram. È un viaggio ancora diverso. I rumori sono diversi. La metro ti parla sempre: “Missori, Università degli Studi, apertura porte a destra, doors open on the right”. Il pullman è muto, parla solo attraverso le persone: “Si scende qui per Corvetto?” “Sì”.
Il tram, sarò io, ma mi pare lunatico. A volte te lo dice che è la tua fermata e devi scendere. E altre volte, se gli pare, tace. Così le mie orecchie stanno più attente. Sono seduta in fondo, ma cerco di ascoltare tutti. Una voce dolce dice ad un’altra, ancora infantile, che le farà un regalo se farà tutti i compiti che la maestra ha lasciato per lunedì. Io la voce della mia maestra ancora me la ricordo. Urlava perché sentiva poco. Era quasi sorda. Mi ha insegnato che non è solo un fatto fisico, che funziona così anche per l’anima. Che le persone spesso gridano perché ascoltano poco. Un uomo sussurra al telefono parole incomprensibili. Sento soltanto un “anche io” detto col sorriso, prima di chiudere la chiamata. Così suppongo un “ti amo”, un “ti voglio bene”, provenire da una voce che ha vita solo nella mia testa. Due donne accanto a me discutono in inglese. Una si impone, stridula. L’altra ride, come si ride quando non si ha nulla da dire. Sogghigno anche io, contagiata dalla sua voce buffa, complice del curioso cappello a falde larghe che indossa. Mi chiedo quale rumore abbia la mia risata. Non mi ascolto mai quando rido. Forse il nostro ridere è un regalo tutto per gli altri. Le risate dei miei amici le riconosco tutte, tutte diverse, e tutte bellissime, soprattutto se nate da una battuta che faccio io. Il rumore, quando è rumore di gioia, di divertimento è una cura, è musica di vita.
Davanti a me c’è un ragazzo con un cane che canticchia. È intonato, è di piacevole ascolto, mi rallegra, mi alleggerisce. Ah chiaramente è il ragazzo che canticchia, non il cane.
“Fermata Piazza Grandi”. Oggi il tram è di buon umore. Scendo. Nella mia mente canta la voce di Lucio Dalla. Ma quella è “Piazza Grande”, quella è Bologna, non è Milano, quella è un’altra storia.

 

 


L’umano errare di Van Gogh. L’inquieta ricerca dei colori luminosi

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L’umano errare di Van Gogh

L’inquieta ricerca dei colori luminosi

a cura della Redazione

Un viaggio concepito dall’epistolario di Vincent con il fratello Théo alla ricerca di colori immaginati

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Tarda mattinata di domenica 19 febbraio 1888. Vincent Van Gogh, prende il treno che da Parigi lo porterà ad Arles. La neve ha coperto la città di 60 centimetri di bianco, anche i primi pilastri della torre che Eiffel sta costruendo, e continua a scendere. Una ragione in più per lasciarla. Come ha scritto al fratello Theo vuole raggiungere il Sud della Francia per riposarsi la mente e soprattutto per cercare quei colori luminosi che nel Nord non riesce a trovare. A Parigi ha frequentato corsi di disegno e pittura; ha conosciuto gli impressionisti (quelli poveri come lui e quelli già affermati: Toulose Lutrec, Emile Bernard, Gauguin, Cezanne, Renoir, Monet, Pissarro, Degas) che gli hanno insegnato a cercare il colore nelle ombre e il gioco dei loro accostamenti: “i colori non vanno mescolati ma accostati, perché solo così le superfici diventano vive”, e “il nero non è mai solo nero: è blu, è marrone, a volte insieme”. Da loro ha imparato a schiarire i suoi dipinti che fino ad allora erano di toni cupi, e con loro ha bevuto tanto assenzio, un distillato ad alta gradazione alcolica (raggiunge i 75 gradi) così diffuso nella Francia di quegli anni da diventare moda e leggenda. Verde, amaro e dal vago sapore di anice, si pensava contenesse erbe che davano allucinazioni, che portavano all’assuefazione e alla pazzia. In realtà, se bevuto in quantità industriale come era abitudine fare tra gli artisti bohemien, l’unico effetto era quello di una sbornia colossale, a volte permanente. Fu comunque proibito nel 1915 e sostituito nei gusti popolari dal pastis, liquore all’anice che non doveva superare i 32 gradi. Limitazione che fu abolita nel 1951 (per questo la Pernod Ricard chiamò Pastis51 la nuova produzione, ancora oggi sul mercato), mentre l’assenzio è tornato legale nel 1988 in tutta Europa, solo gli Stati Uniti ne vietano ancora l’importazione.

A Van Gogh le notti passate tra discussioni e bevute nelle bettole di Montmartre avevano raffinato la sua tecnica pittorica ma non la capacità di socializzare. Diventava più sicuro dei suoi mezzi ma sempre più scontroso, inquieto e il gruppo degli artisti tendeva a isolarlo (solo Gauguin sembrava mostrargli una timida simpatia). Non ha amici e i rapporti con l’altro sesso sono solo con prostitute. Parigi sta diventando insopportabile. E poi vivere a Parigi era costoso, per lui che non riusciva a vendere i suoi quadri. Il fratello Theo, che commerciava opere d’arte, era riuscito a venderne solo due, La vigna rossa in Belgio e un autoritratto a Londra (quest’ultimo senza farglielo sapere, perché Vincent non voleva commercializzare lo specchio della sua faccia, ritratta così tante volte che negli occhi si poteva leggere l’evoluzione delle sue allucinazioni e delle sue angosce). La sua unica fonte economica erano i soldi che Theo gli inviava con le sue lettere, in media 150 franchi al mese. E al fratello si era rivolto, ancora una volta, per chiedere un aiuto a trovare nuovi ambienti e nuovi stimoli. Vuole andare al Sud, gli spiega in una lettera, “perché lì i colori sono allegri e i paesaggi sono simili a quelli rappresentati dai pittori giapponesi”. Tutti gli impressionisti amavano Ia pittura giapponese. “I giapponesi dipingono veloci, il tratto è essenziale, conciso, il loro pennello è leggero, etereo, sembra volare, disegnando un mondo di luce”.

Van Gogh aveva visto i lavori di Hokusai, ne aveva studiato le tecniche, la meticolosa precisione. “Lui davvero conosceva i colori della realtà e li faceva rivivere nelle sue incisioni”.

Quando in Olanda aveva incominciato a dipingere, i colori che Vincent usava erano solo quelli che vedeva. “Marroni, verdi, blu, persino i rossi e i gialli, erano tutti impregnati di grigio. Non erano trasparenti, come quelli di Hokusai, erano opprimenti”, come la vita dei soggetti rappresentati. Nel suo primo capolavoro, I mangiatori di patate, (così racconterà in un’altra lettera al fratello) “il soggetto l’ho solo raffigurato, non interpretato; è senza anima: patate e persone hanno lo stesso colore della terra, bruna e grigia”.

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Lasciata Parigi, il paesaggio visto dai finestrini è prima di pianura, campagna coperta di neve, poi intravede le cime bianche sullo sfondo di un cielo brillante “proprio come i paesaggi invernali dipinti dai giapponesi” e proprio come gli aveva anticipato Gauguin, che quel viaggio l’aveva già fatto l’anno prima e che aveva promesso di raggiungerlo.

Perché nei progetti di Van Gogh c’era anche l’idea romantica di creare nel Sud della Francia una comune di artisti, “che si autofinanziava in cooperativa, così gli artisti non avrebbero avuto preoccupazioni economiche e potevano pensare solo a dipingere”.

A ottobre Gauguin lo raggiungerà ad Arles, per l’insistenza di Vincent e di Theo, che gli paga il viaggio, ma le cose non andranno come Van Gogh aveva sperato. Dipingeranno tutto il giorno, Gauguin racconterà i suoi viaggi ai Tropici e si dedicherà alla cucina; Vincent curerà la casa. Si parlerà solo di pittura, ma presto le discussioni diventeranno litigi. Gauguin si stuferà e deciderà di andarsene. Allora Vincent, che si sentirà abbandonato, si riempirà di assenzio e si taglierà una parte del suo orecchio destro, che poi porterà a una ragazza di un bordello da loro frequentato.

Ma questo non è il futuro immaginato da Van Gogh quando percorre l’ultimo tratto del viaggio tra Tarascon e Arles su un treno locale. “Ho visto – scriverà a Theo – magnifici scenari, enormi rocce gialle e piccole valli con filari di alberi piccoli rotondi, color verde oliva ma potrebbe benissimo essere alberi di limone. E poi magnifici appezzamenti di terra rossa, ricoperti di vigneti e sullo sfondo montagne di un lillà tra i più delicati”.

L’Arles che accoglie Van Gogh a febbraio non ha ancora i colori della primavera, “qui la terra sembra piatta, e Arles mi ricorda alcuni paesi del Brabante di cui non ho rimpianti”, ma dal balcone del suo albergo al 30 di rue Pichot intravede una casa gialla. Gli hanno detto che può prenderla in affitto e Vincent già l’immagina come sede del circolo degli artisti e poi quel colore, il giallo, era per lui un’aspirazione.

Non sapeva ancora che da lì avrebbe avuto inizio la sua follia.

 

 

Una discesa infinita

 

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Vincent van Gogh nasce il 30 marzo del 1853 all’estremo sud olandese e si uccide nel 1890 nelle campagne di un piccolo borgo a Nord di Parigi. Muore sconosciuto e poverissimo dopo una vita dissipata e disperata. “Vivere – scriverà – è una discesa infinita”. Dei suoi 37 anni solo gli ultimi dieci saranno dedicati alla pittura. Produrrà un migliaio di opere ma non avrà estimatori tra i suoi contemporanei. Ne venderà solo due. Dovranno passare decenni perché venga riconosciuto come genio della pittura, precursore dell’espressionismo e della pittura moderna.

Capelli rossi, occhi piccoli, infossati, a volte azzurri, a volte verdi, instabili come il suo carattere. Figura corta, tarchiata, schiena curva per l’abitudine di guardare sempre per terra, fronte rugosa e uno sguardo aggrottato per le troppe riflessioni. Nei suoi autoritratti (ne farà 44 tra disegni e dipinti, in soli quattro anni), ha quasi sempre una barba incolta e un cappello di paglia che faceva ombra sullo strano profilo del suo viso lentigginoso. Bocca sempre chiusa per nascondere i denti finti, d’acciaio, quelli che costavano meno. Gran camminatore e fumatore di pipa (le sigarette le fumavano i ricchi), ha un carattere introverso, scorbutico, tormentato. Estremamente sensibile era sempre alla ricerca di un amore che nessuno ha mai voluto dargli.

Parlava correntemente tedesco, francese e inglese, ma aveva una voce stridula e fu un oratore disastroso. Sapeva invece scrivere molto bene, in modo semplice e incisivo, come testimoniano le 650 lettere al fratello Theo. Leggeva moltissimo, autori classici e contemporanei. Non apprezzava Rimbaud, Verlaine, Baudelaire e spesso portava nei quadri le sue letture (disegna La notte stellata dopo aver letto una poesia di Walt Whitman che parla del cielo vorticoso e di stelle in processione). Amava ascoltare musica, soprattutto Wagner: “I suoi suoni sono scale cromatiche. Gli oboi sono verde e grigio, i tamburi sono ocra scuro, i violini sono di giallo cadmio”.

Figlio di un pastore calvinista viene da giovane avviato a studi artistici che frequenterà con scarso profitto. Dopo alcune esperienze di lavoro a L’Aia, Bruxelles e Londra si iscrive a un corso di teologia, ma non riesce a superare gli esami di ammissione. Decide comunque di provare un’esperienza di predicatore nelle regioni più povere dei Paesi Bassi. Nella regione belga del Borinage scopre la miseria e la povertà, una vita che è solo sopravvivenza. Lui quasi prete, intellettuale borghese, si immedesima troppo nella brutalità dell’esistenza. La condivide e arriva a disprezzare quel clero indifferente, lontano dei bisogni e dalla disperazione delle realtà degli emarginati, fino ad abbandonarlo. Apprezza invece la capacità di alcuni artisti che quel mondo riescono a rappresentarlo, come Anthon van Rappard, Jules Breton e Jean-François Millet. Così lascia la religione e si perde nella pittura. Dal 1883 al 1885 vive nel Brabante (regione settentrionale dei Paesi Bassi). Inizia a dipingere (l’opera più famosa di questo periodo è I mangiatori di patate del 1885) e vive tragiche esperienze sentimentali. Nel 1886 è ad Anversa per seguire alcuni corsi di disegno e a fine anno si sposta a Parigi, dove entra in contatto con gli impressionisti.

Due anni dopo si sposta ad Arles. Qui produce alcune delle sue opere più famose (La terrazza del Caffè, Girasoli in vaso, La stanza, Il ponte di Langlois) e per alcuni mesi l’affianca Paul Gauguin. È una convivenza difficile, le serate sono sempre più alcoliche e litigiose. Vincent sta male, ha attacchi di panico e allucinazioni, manifestazioni estreme che alterna a lunghi periodi di torpore.

Nei momenti peggiori mangia tubetti di colore, beve trementina, è irascibile e prende a botte tutti quelli che incontra. È convinto e ha paura di restare solo, di non poter dipingere, di non volere una vita ordinata. Tutto per lui diventa noia e dolore e tutto questo è troppo. È una vita struggente, contorta come gli ulivi e i cipressi che in quel periodo mette in tutti i suoi quadri, anche i girasoli sembrano muoversi, come esposti al vento dell’inquietudine (questa interpretazione emotiva della realtà sarà la caratteristica di uno stile di cui Van Gogh sarà precursore: l’espressionismo).

Nel 1889 viene ricoverato nella clinica per malattie mentali di San Remy, dove gli viene diagnosticata una forma di psicosi epilettica, che sarà curata con dei bagni settimanali. Nonostante l’inutilità della terapia Vincent sembra migliorare. Gli consentono di lavorare e qui dipinge La notte stellata e I cipressi ma non perde la sua inquietudine: “l’ambiente comincia a pesarmi più di quanto possa esprimere – scriverà al fratello- ho pazientato più di un anno, ho bisogno d’aria, mi sento oppresso dalla noia e dal dolore”.

Dimesso dalla clinica con la certificazione di “guarito”, il 16 maggio 1890 Vincent lasciò definitivamente Saint-Rémy per raggiungere il fratello a Parigi. Passò tre giorni nella sua casa e trovò il modo di visitare una mostra d’arte giapponese, una delle sue passioni. Poi partì per stabilirsi a Auvers sur Oise, un villaggio a trenta chilometri da Parigi dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Paul Gachet, che si sarebbe preso cura di lui. Van Gogh è di umore alterno: “Mi sono rimesso al lavoro – scriverà a Theo – anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, ed esprimono la mia tristezza, l’estrema solitudine”. Giudica con diffidenza l’operato del dottore: “Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me” ma vorrebbe comunque in qualche modo ringraziarlo dipingendolo in un quadro: “Lavoro al suo ritratto; la testa, con un berretto bianco, molto bionda, molto chiara; anche la carnagione delle mani molto bianca, un frac blu e uno sfondo blu cobalto; appoggiato a una tavola rossa, sopra la quale c’è un libro giallo e una pianta di digitale dai fiori purpurei”.

Una domenica di luglio esce di casa e va verso la campagna, senza cavalletto, pennelli e colori, ha con se’ solo una pistola. Si butta in una buca di letame e si spara.

 

 

Le frasi virgolettate sono una libera traduzione delle lettere di Van Gogh, riprese dal sito http://vangoghletters.org

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L’umano errare di Rossmery

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L’umano errare di Rossmery

 

Per il futuro dei miei figli e una casa in muratura

 

Testi e foto di Rossmery

 

Entiendo bien italiano, pero no se escribir. A contar mi historia, que es mi vida real, me ha ayudado un amigo italiano.

Todo el mundo me conoce como Rosy pero mi nombre real es Rossmery, me gusta...

 

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…mio figlio Brian ha vent’anni, la mia età quando l’ho partorito. È cadetto all’Accademia Navale della Marina militare peruviana. Alex è il secondo, ha due anni meno di Brian e vuole diventare ingegnere meccanico. È all’ultimo anno delle superiori e presto dovrà sostenere l’esame per accedere all’università. Poi c’è Rosskiara, che ha 14 anni. Si sente (e lo è) già signorina: è vivace e molto intraprendente, segue un corso da estetista.

Per loro sono partita o forse meglio dire fuggita.

Quando ero ragazza, ancor più giovane di Rosskiara, mio padre rientrava spesso a casa sbronzo, prima picchiava mia madre e poi noi figli. Per molti anni è stato così, sin quando non siamo riusciti a difenderci o a scappare.

Poi mi sono sposata, in attesa di Brian, per diventare asservita a un altro uomo, mio marito e alla sua famiglia. Un giorno, Rosskiara doveva ancora compiere i quattro anni, l’ho scoperto con un’altra donna: con lei si divertiva e spendeva i pochi soldi che entravano in casa. Mio marito non mi ha mai picchiata, ma sapere che aveva una relazione mi ha dato la forza di non guardarmi indietro e partire per cercare un futuro per i miei figli e per me. Avevo sentito da amici e lontani parenti racconti di altri emigrati peruviani in Italia, quasi tutte storie a lieto fine. Diedi quella destinazione ai miei sogni.

Prima però ho fatto la garzona in un mercato e ho venduto ciò che mi era rimasto per lasciare qualche cosa ai miei figli; ho richiesto un piccolo prestito per aprire un chiosco di alimentari, gestito da mia madre, per garantire così a loro, anche in mia assenza, un minimo di sostentamento.

Il giorno della mia prima partenza, Alex, mentre mi accompagnava in bus sino all’aeroporto, stringendosi a me e ipotizzando anche la possibile caduta dell’aereo per mancanza di benzina, mi supplicava di non lasciarli. Arrivati a Lima, in aeroporto, è riuscito a passare i controlli di sicurezza. Invocava il mio nome tra mille strilli e pianti: – mamma non partire…mamma non partire – sento ancora oggi quel grido. Non mi voltai, salii sull’aereo con le lacrime che mi segnavano il viso, piansi per tutto il viaggio. Alex aveva solo otto anni.

Fu la mia fortuna, chiamiamola così, sicuramente quella dei miei figli. Possono studiare e avere una casa in muratura grazie al mio lavoro qua.

Già il mio lavoro.

All’inizio è stata dura. Non tanto per la fatica, sin da bambina mi svegliavo alle cinque per aiutare mio padre che teneva un “establo”, una bancarella. A mezzogiorno andavo a scuola e al termine delle lezioni ritornavo al lavoro, a volte fino a mezzanotte. Ho studiato solo sino ai 13 anni.

In Italia raggiunsi alcuni conterranei che anticiparono i soldi per il mio viaggio; mi misero subito a far pulizie nella case di signori pugliesi. Solo dopo qualche tempo mi accorsi che mi sfruttavano moltissimo. In pratica si trattenevano metà di quello che incassavano per il mio lavoro, inoltre pretesero per il rimborso del biglietto anticipatomi una cifra tre volte superiore al costo reale.

Lasciai quell’ambiente, anche se minacciata. Per i primi mesi successivi, con l’aiuto di altri peruviani, mi arrangiai preparando cibo e vendendolo nei parchi. Conobbi altre persone e grazie al tam-tam solidale ricevetti una chiamata per un appuntamento di lavoro. Da quel momento è cambiato tutto.

Sono regolare grazie a brave persone italiane che mi hanno aiutato, ospitato senza chiedermi nulla anzi, dandomi la possibilità di lavorare. Il lavoro non è cambiato, pulisco case e uffici, ma per conto mio, meglio per contatto diretto.

Qui ho imparato che esiste un altro modo di vivere. Voi italiani siete più liberi, non solo per le possibilità economiche, per una mentalità completamente diversa, anche nei costumi e noi donne siamo considerate alla pari.

La vostra società è avanti cent’anni rispetto a quella peruviana, basti pensare all’assistenza sanitaria o pensionistica che avete, anche se ve ne lamentate. Da noi non è così. Solo se sei un dipendente dell’amministrazione pubblica o di una grande azienda privata hai diritto con la tua famiglia all’assistenza sanitaria, la pensione è solo con fondi privati, come negli Stati Uniti, ma con un reddito dieci volte inferiore.

In Italia ho imparato molto, in tutto. Chissà se fossi giunta in un altro paese, sarebbe stato uguale? A volte me lo chiedo, ma non so darmi risposte. Così è stato e così è.

Una volta all’anno torno a casa, in un Distretto a 30 km da Lima. Rivedo i miei figli e la parte della famiglia che mi è rimasta. Vivono tutti nella casa in muratura che sono riuscita a costruire. La casa in mattoni è sempre stato il mio sogno. Una tempo stavamo in una casa fatta di paglia, di legno e di quello che si recuperava; quando pioveva il fango invadeva tutti gli spazi, persino il letto. Da noi i più vivono così, in case acconciate in qualche modo.

Con skype riesco spesso a comunicare con i miei figli e a condividere, a distanza, la loro crescita. Quando vado in Perù, la mia gente ha di me una considerazione che prima non aveva e se fossi rimasta là, nonostante sia sempre io, non l’avrebbe mai avuta.

Un giorno, non lontano, conto di tornarci per sempre e seguire i miei figli oramai grandi, magari con dei nipoti da accudire. Non starò ferma, aprirò una mia “tienda”, un negozio vero e sicuramente in muratura, portando anche con me sapori italiani.

 

 

La Pollada di Rossmery

Mi piace tantissimo la cucina italiana, quasi come quella del mio paese. Amo cucinare e trovando molti prodotti peruviani ogni tanto preparo, con molto gusto per gli ospiti, piatti tipici andini.

Volete sapere come cuciniamo noi i fagioli o il pollo. Vi do la mia ricetta della Pollada.

Prendete un pollo da circa 1 kg intero e aperto a libro, riponetelo in un contenitore adatto alla marinatura, che dovrà durare almeno dodici ore, e mettetelo in frigorifero. La marinatura è così composta: un quarto di litro di aceto bianco; quattro cucchiai di olio di soia; un bicchiere di birra scura; quattro spicchi d’aglio tritato; un cucchiaio di zucchero di canna; un peperoncino rosso (aji panca) sbollentato dieci secondi e pelato; sale e pepe. Rigiratelo nella marinatura almeno tre volte.

Levatelo dalla marinatura e umido com’è ponetelo sulla griglia in una zona dove la brace non sia molto ardente. Rigiratelo di tanto in tanto. Ci vorrà poco più di un’ora. L’interno deve essere cotto bene.

Potete farlo anche al forno. In una teglia a 170 °C per circa un’ora e mezza, rivoltandolo qualche volta.

Va accompagnato con patate arrosto e “papa a la huancaina”, una salsa tipica peruviana a base di aji amarillo, un peperoncino giallo.

La preparo spesso con i miei amici peruviani che qui sono numerosi e come me sono arrivati per cercare un lavoro e una vita diversa, un futuro. Con loro, nei giorni di festa grande, passo serate danzanti e momenti di revival.

 

 

Scambi Italo-Peruviani

Secondo dati Istat, all’inizio del 2015 i peruviani in Italia erano 109.668 (il 2,2% dei circa cinque milioni di stranieri residenti in Italia) e la Lombardia è la regione che ne accoglie il numero maggiore (il 44,1%).

Nella classifica tra le città europee che ospitano nativi peruviani Milano è seconda dopo Madrid. Sono circa 40mila e rappresentano, per numerosità, la quarta collettività straniera dopo i filippini, gli egiziani e i cinesi. Nella provincia sono la quinta e sono preceduti da egiziani, filippini, rumeni ed ecuadoregni. Nel registro milanese delle imprese aperte da stranieri sono terzi dopo i cinesi e gli egiziani. Sono per la maggior parte donne (più del 60%) e quasi il 18% dei peruviani residenti a Milano è nato in Italia, un terzo ha un età inferiore ai 18 anni e frequenta normalmente scuole italiane, quasi la metà non supera i 45 anni. Più del 40% ha completato studi secondari (tecnici o professionali). La maggior parte degli impiegati lavora nei servizi domestici e nelle pulizie, gli uomini sono soprattutto operai, magazzinieri e muratori, le donne sono infermiere o addette alla cura di anziani e bambini.

I dati sono elaborazioni da documenti dell’Istat, del Ministero degli Esteri del Perù e del Consolato Generale del Perù a Milano.

La fine degli anni 80 e i primi anni 90 hanno registrato il flusso maggiore di immigrazione peruviana in Italia. Negli anni seguenti non si è mai arrestata ma è fortemente calata.

Nel 1800 invece il flusso era di direzione opposta: erano gli italiani ad emigrare in Perù. Nel 1876 se ne contarono circa dieci mila, in maggioranza liguri. Cifra significativa per quell’anno ma irrilevante se paragonata ai numeri del grande flusso migratorio degli italiani verso l’America, in particolare verso gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, che nei venti anni successivi superò i dieci milioni di trasferimenti e altrettanti se ne contarono negli anni intorno al 1910. Oggi gli italiani residenti in Perù sono circa tre mila.

Tra gli emigranti italiani in terra peruviana, oltre a Giuseppe Garibaldi che vi approdò nel 1851, spicca la figura di Antonio Raimondi, geografo milanese che partecipò alle Cinque giornate di Milano e, costretto ad esiliare, nel 1850 si rifugiò in Perù. Qui divenne una delle personalità scientifiche più importanti nella storia di quel paese fino ad essere considerato tra i fondatori del Stato moderno peruviano. Esploratore e naturalista enciclopedico, scoprì giacimenti minerari e definì i tracciati delle ferrovie peruviane. Per i suoi studi sul territorio (dal punto di vista biologico, geologico, meteorologico, archeologico) nel 1860 fu nominato consulente scientifico del Gobierno peruano, che finanziò le sue spedizioni e la pubblicazione delle sue opere. Porta il suo nome una provincia peruviana, un museo e una scuola-collegio a Lima. Conseguì riconoscimenti accademici in Francia, Germania e nel Regno Unito ma in Italia fu dimenticato ed è ancora oggi poco conosciuto.

 

 

 


L’umano errare di Petrarca – Nato in esilio e ovunque straniero

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Milano Casa abitata dal Petrarca in Piazza Sant'Ambrogio

L’umano errare di Petrarca

Nato in esilio e ovunque straniero

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Viaggiatore instancabile e irrequieto, di percorsi immaginati e realmente compiuti, Francesco Petrarca può essere considerato il precursore della letteratura di viaggio

Testi e foto a cura della Redazione

Francesco Petrarca è ritenuto uno dei padri della lingua italiana. Il primo a sviluppare, ad analizzare e a dare regole alla poesia espressa in volgare. Al suo stile si rifaranno poeti come Leopardi, Saba, Montale e persino qualche cantautore dei nostri giorni. Umanista, profondo studioso del mondo classico, greco e romano, fu con Dante e Giotto uno dei fautori del Rinascimento italiano.

Questa è la breve e doverosa premessa per introdurre un personaggio tanto illustre. Chi vuole approfondire vita e opere del Petrarca troverà smisurato materiale nelle antologie scolastiche, nelle enciclopedie e in wikipedia. Per i nostri fini vorremmo solo sottolineare l’aspetto poco raccontato di un instancabile poeta errante. In giovinezza Petrarca amava viaggiare e non solo per affari o per pellegrinaggi religiosi. Nel viaggio cercava la conoscenza e le ragioni della sua continua inquietudine. Con la maturità, iniziò anche a viaggiare sui libri e con la fantasia, scrivendo di viaggi immaginari percorsi sulle carte geografiche, rielaborando le testimonianze di viaggiatori contemporanei e del passato. Per queste sue opere, forse le meno conosciute, può essere considerato un precursore della letteratura del viaggio.

Uno dei primi esempi di reportage sul tema è la lettera del 1336, in cui racconta all’amico Francesco Dionigi della sua scalata del Monte Ventoso (Mont Ventoux, in Provenza), intrapresa per curiosità, per ammirare il panorama dalla sua cima. Oltre alla Provenza, il fiume Sorga, il Monte Ventoso e la Valchiusa (Fontaine de Vaucluse) ha visitato e descritto moltissimi luoghi: dai monti Euganei alla campagna romana; dalla spiaggia di Gaeta al golfo di La Spezia, a città come Milano e Napoli. Nei suoi racconti di viaggio Petrarca coglieva il profilo del paesaggio e ne gustava il fascino, analizzava la natura nei suoi molteplici aspetti, acque, rocce, piante, sentieri, vallate e li trasformava in allegorie, fino a confondere il mondo esteriore con quello interiore. Viaggiatore in senso proprio e in senso metaforico, amava viaggiare anche dentro i testi antichi, a volte manoscritti dimenticati e ritrovati nelle biblioteche d’Europa.

Tra i viaggi immaginati il più noto è quello del 1358 in Terra Santa, dove era stato invitato dall’amico milanese Giovanni Mandelli. L’invito al pellegrinaggio fu declinato per paura della navigazione e del mal di mare (da piccolo aveva vissuto l’esperienza di un naufragio nelle acque vicine a Marsiglia ed era stato fortemente impressionato da una spaventosa tempesta vista a Napoli nel 1343). “Lascio l’aria agli uccelli, il mare ai pesci; animale terrestre, scelgo di viaggiare per terra”, scriveva all’amico. E, per farsi perdonare, gli inviò una lettera in latino dal titolo “Itinerario in Terra Santa”, (Itinerarium Syriacum), una sorta di guida costruita mettendo insieme le diverse notizie di carattere geografico, storico e archeologico, trovate con una approfondita ricerca bibliografica. Ma non è un “copia e incolla”: confronta le varie informazioni per verificarne l’autenticità. In pratica quello che facciamo (o dovremmo fare) noi oggi leggendo guide, consigli e recensioni su internet.

Petrarca è considerato anche il primo intellettuale europeo, sia perché la sua fama e i suoi scritti erano conosciuti in tutto il continente, sia perché lui stesso visitò molti paesi e città dell’Europa occidentale, da Parigi a Praga, dal Belgio alla Germania. “Ho un animo errabondo e un occhio mai sazio di vedere cose nuove”, scriveva e si autodefiniva “nato in esilio” e “ovunque straniero”. Questo lo spinse per tutta la vita a muoversi senza riuscire a mettere radici in nessun luogo. La raccolta delle lettere Familiari si apre con un paragone tra la sua inquietudine e quella di Ulisse: “Ma il mio destino è stato ben diverso, avendo sino a oggi trascorso quasi tutta la mia vita in continui viaggi. Si può paragonare l’errare di Ulisse al mio errare; e senza dubbio, se la gloria del nome e delle imprese fosse la stessa, egli non vagò né più a lungo né più largamente di me. Egli lasciò la patria già vecchio … io, generato nell’esilio, nell’esilio nacqui”.

La sua biografia è quella di un viaggiatore instancabile e irrequieto, in tempi in cui viaggiare non era facile. Spostarsi era faticoso e richiedeva molto tempo (ad esempio, racconta il Petrarca che nel dicembre del 1354, invitato a Mantova dall’imperatore Carlo IV di Boemia, impiegherà quattro giorni per raggiungerla da Milano, dove allora viveva, a causa delle condizioni proibitive delle strade ghiacciate).

Petrarca nasce ad Arezzo (dove il padre Pietro di Parenzo, detto il Petracco, era in esilio da Firenze perché guelfo bianco) il 20 luglio del 1304. Segue la famiglia che si trasferisce a Incisa e a Pisa. A sette anni accompagna il padre (che lavorava come notaio alla corte papale) ad Avignone. Abita a Carpentras e per completare gli studi di diritto civile frequenta l’università, prima (1317) a Monpellier, poi a Bologna (soggiornando per qualche mese a Imola). Nel 1326, per la morte del padre, ritorna ad Avignone, dove incontrerà la tanto amata e cantata Laura. Nell’estate del 1330 soggiorna a Lombez, ai piedi dei Pirenei. Tre anni dopo, in un lungo viaggio nell’Europa del Nord tocca Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia e (attraversando da solo a cavallo la selva delle Ardenne) Lione. Nel 1335 è a Roma (viaggio in mare dalla Provenza, con sbarco a Civitavecchia) e nel 1337, dopo un soggiorno a Capranica (60 km a Nord di Roma), di nuovo in Provenza, a Valchiusa. Soggiorna a Napoli nel 1341 (dopo un viaggio con tappe a Marsiglia, Lerici e Todi) e viene invitato a Roma per ricevere una laurea. Nello stesso anno si sposta a Pisa, a Parma e a Selvapiana di Canossa. Nel 1342 è di nuovo ad Avignone e visita il monastero di Montrieux, sulle colline a Nord di Tolone, dove risiedeva il fratello Gherardo. L’anno dopo lo ritroviamo a Napoli (visita Pozzuoli, il Lago Averno e la Grotta della Sibilla cumana), poi si sposta a Parma, Bologna, Carpi, Padova e Verona. Durante il soggiorno veronese visita Peschiera e il Lago di Garda, spingendosi fino a Trento, Merano e al Passo di Resia. Nel 1345 viene ospitato a Ferrara dagli Estensi e a Mantova dai Gonzaga. Nel 1348 è a Genova e si sposta a Verona. Nel 1349 visita Venezia, poi è di nuovo a Padova e nel 1350 si reca a Roma per il Giubileo. Nel 1351 torna a Valchiusa e l’anno dopo, attraversando il passo del Monginevro, arriva a Milano dove vivrà per dodici anni, abitando prima in case vicine alla basilica di Sant’Ambrogio e a quella di San Simpliciano, poi alla Certosa di Garegnano e a Cascina Linterno. Durante il soggiorno milanese visita Bergamo e il castello di Pagazzano, spostandosi (a seguito o su mandato dei Visconti) a Parigi, Genova, Venezia, Novara, Mantova, Basilea e nel 1355 a Praga. Nel 1361, in fuga dalla peste è a Padova, l’anno dopo a Venezia e nel 1369, dopo un soggiorno a Pavia, torna a Padova e si stabilisce ad Arquà, nei colli Euganei, dove trova un paesaggio simile a quello in cui era nato. Qui sceglie di finire i suoi giorni, nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374.

 

 

I viaggi nel Medioevo

Nel 1300 la scelta dei mezzi di trasporto aveva poche alternative. Si viaggiava a piedi, a cavallo, su muli o su scomodi carri (le prime carrozze dotate di sospensioni arriveranno verso la metà del 1400 e saranno prodotte a Kocsi in Ungheria. Dal nome della città ha origine il termine inglese coach e i nostri cocchio e cocchiere). Anche le navi e i battelli, seppur dotati da qualche decennio di bussole, timone e portolani (le prime carte delle coste e delle rotte nautiche) erano rischiosi e poco confortevoli. In condizioni di vento favorevoli ci volevano 18 giorni da Venezia a Creta e più di un mese da Genova ad Acri (l’itinerario verso la Terra Santa descritto dal Petrarca).

Viaggiare era faticoso e non è un caso che il verbo inglese to travel (viaggiare) richiami il francese travailler (lavorare, affaticarsi).

Gli spostamenti erano lenti e soggetti alla variabilità delle condizioni metereologiche, a pericolosi incontri e al pagamento di pedaggi per attraversare un ponte, una valle o una chiusa.

La rete stradale era quella dei tempi dei romani (peggiorata per mancanza di manutenzione dopo la caduta dell’impero), anche se dal 1200, con la nascita di nuove città e lo sviluppo dei commerci, le vie di comunicazione tra Comuni rurali e Comuni cittadini si ampliarono notevolmente. Le strade, solo a tratti lastricate, erano polverose d’estate e fangose d’inverno.

L’unità di misura del tempo di un viaggio era la giornata, dall’alba al tramonto perché gli spostamenti notturni non erano consigliati. In una giornata si potevano percorrere a piedi mediamente 25 km, a cavallo da 60 a 80 km, anche se spesso le distanze si percorrevano in gruppo, pedoni e cavalieri costretti ad andare al passo. Ad esempio da Firenze occorrevano 5 o 6 giorni per raggiungere Roma, dieci per Napoli. Venti da Genova a Parigi. Se tornate all’elenco delle località visitate dal Petrarca potrete farvi un idea di quanta parte della sua vita abbia trascorso in viaggio.

Il percorso era poi rallentato dalle salite, dalle soste per il necessario riposo e per gli approvvigionamenti (per uomini e animali), per il cambio dei cavalli o per rattoppare scarpe e vestiti. E a proposito di abbigliamento, è curioso leggere nei documenti dell’epoca la descrizione di quelli utilizzati per i pellegrinaggi: un mantello di tessuto grezzo, solitamente marrone, da utilizzare anche come coperta per i pernottamenti, un cappello a tese larghe rialzato sul davanti e fissato con un nodo sotto il mento che riparava dal sole o dalla pioggia; un bastone di legno, alto, con un manico ricurvo o una punta chiodata, una bisaccia in pelle di animale e una pergamena che riportava gli itinerari, i centri abitati da attraversare, gli imbarchi e le locande in cui sostare.

 

Quando Petrarca perse la testa

Novembre 2003. Per il settecentesimo anniversario della nascita del Petrarca si decide di riaprire solennemente l’arca che conserva le spoglie del poeta. Lo scopo è quello di ricostruirne il volto ricorrendo alle moderne tecniche computerizzate e ottenere un ritratto realistico per una rappresentazione scultorea da inaugurare durante le celebrazioni. L’operazione viene affidata a un gruppo di studiosi dell’università di Padova, presieduta dal professor Vito Terribile Wiel Marin. Aperta la tomba di marmo rosa, gli studiosi si trovano un’inaspettata sorpresa. Il resto dello scheletro era in buone condizioni (e verrà in seguito riconosciuto come autentico per alcune costole fratturate da un calcio di cavallo ricevuto al costato, episodio menzionato dal Petrarca stesso in una sua lettera), ma la testa era polverizzata in mille frammenti. Alcuni di questi frammenti vengono inviati all’Università di Tucson in Arizona per la datazione al radiocarbonio e dall’esame risulta che il frammento del cranio era appartenuto a una donna vissuta circa un secolo prima della nascita di Petrarca. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella tomba del Petrarca è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il vero cranio del poeta.

In passato la tomba era stata aperta e profanata più volte. Nel 1630 da un frate dominicano, forse perché ubriaco o forse per riportare a Firenze alcune reliquie. Nel 1843, in occasione del restauro della tomba e per donare al Comune di Padova una costola dello scheletro, che nel 1855 per ordine del governo austriaco venne rimessa nella tomba. Nel 1873, da parte di alcuni studiosi guidati dal professor Giovanni Canestrini che volevano riprodurre un calco in gesso del cranio. All’apertura della bara il cranio si presentava integro ma al contatto dell’atmosfera si disintegra in molti frammenti e la tomba fu subito richiusa. Improbabile quindi che la sostituzione della testa sia avvenuta in quella occasione. L’ultimo spostamento delle spoglie del Petrarca risale al 1943, durante la seconda guerra mondiale quando le ossa del poeta furono nascoste nei sotterranei di Palazzo Ducale a Venezia sotto grosse lastre di marmo per proteggerle dai bombardamenti. A guerra conclusa furono riportate ad Arquà.

 

L’Itinerarium Syriacum

Nella lettera all’amico milanese Giovanni di Giudo Mandelli, comandante militare alla Corte dei Visconti, Petrarca delinea, come farebbe una moderna guida turistica (“a destra puoi vedere…”, qui fermati ad ammirare…”, “…è un paese pericoloso e da evitare”), il percorso via mare da Genova alla Terra Santa.

Descrive con cura i luoghi che conosce: i panorami della riviera ligure, “bellissime valli, fiumicelli che scorrono, colli piacevolmente selvaggi e da ammirare per la sorprendente fertilità, villaggi arroccati sulle rocce, paesi assai vasti; vedrai sparse sulla costa, ovunque ti volgerai, case adorne di marmi e di ori, e ti stupirai di come una città possa cedere in splendore e piacevolezza ai suoi dintorni” e quelli delle coste toscane, dove “mentre le alture iniziano a declinare, la costa si fa più piatta e priva di scogli, gli approdi sono poco frequenti, le città fortificate sono lontane sulle colline, il mare è inospitale”. Dopo le rovine di Luni, paragonate a quelle di Troia, descrive Pisa (“città antichissima ma di aspetto gradevole e moderno”), Livorno e Piombino. Cita l’isola d’Elba, la Corsica (“incolta e ricca di branchi di animali selvatici”) e l’isola del Giglio (“insigne per il vino e i marmi”).

Costeggia tutta la penisola raccontando di Ostia, Gaeta, Formia (“nobilitata dal vergognoso assassinio di Cicerone”) e Literno, dove “fu ingiustamente esiliato Scipione”. E ancora Procida e Cuma (“patria della Sibilla, dove morì esule Tarquinio il Superbo”), Capri (“circondata da irte scogliere”) e Sorrento (“ricca di un soave palmeto”). Supera lo stretto di Messina e segue a est la costa ionica fino a Otranto. Da qui si stacca dall’Italia e giunge a Corfù, verso luoghi a lui ignoti. Doppia il capo di Malea, si dirige verso le Cicladi e Rodi, “di là a sinistra si stende l’Asia minore, un tempo provincia del tutto pacifica, popolata di coloni greci dopo la caduta di Troia, ora invece regione avversa, in mano ai Turchi, nemici della fede”.

Costeggia la Licia, la Cilicia, Cipro (“terra nota solo per l’ozio e le mollezze dei suoi abitanti”) e l’Isauria. Avvista Tortosa, Tripoli, Beirut, Giaffa, Ascalona e san Giovanni d’ Acri (l’attuale Akko, in Israele), “che un tempo fu nobile, ed ora è rasa al suolo e bruciata”. Arriva a Gerusalemme (allora sotto la dominazione islamica), principale destinazione del viaggio. Tappa dell’anima, perché descrive i luoghi utilizzando come tracce episodi del Vangelo.

Ma il viaggio non finisce qui. La sua fantasia e curiosità lo spingono anche in Egitto (sulle tracce di Mosè e della fuga della Sacra famiglia da Erode), attraversando il deserto del Neghev e il Sinai fino al Mar Rosso, “che prende il nome non dalle acque ma da colore delle spiagge”. E, superato il Tanai (il Don), il confine che divide l’Asia dall’Africa e il Nilo termina il viaggio nella città di Alessandria per visitare le tombe di Alessandro e di Pompeo “il primo detto Magno dagli scrittori greci, il secondo da quelli latini” e quest’ultimo – ricorda l’autore all’amico milanese – dovresti conoscere meglio, perché fondatore di una città a te vicina (Lodi).

Petrarca chiude l’Itinerarium paragonando l’andare per terra e per mare dell’amico, con il suo solcare i fogli su onde d’inchiostro: due viaggi di diversa lunghezza, tre mesi per andare in Terra Santa, tre giorni per scrivere l’Itinerarium, ma ugualmente faticosi e certamente appassionanti.

 

 


L’umano errare di Vittoria

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A Milano si respira finalmente aria di primavera e ha un odore indescrivibile. Non è profumo o fragranza. Si sente sulla pelle. Per me quest’anno la primavera ha un altro odore, un odore nuovo.
Mi chiamo Vittoria, vivo ad Amsterdam da un anno e ho 19 anni. È forse per questo che sono così sensibile alla primavera? Il tema meriterebbe una riflessione, ma non è facile fermarsi e pensare. Il lavoro, la scuola, le tasse, l’aspirapolvere, i piatti… poi uno si chiede perché non si ha mai tempo per riflettere sulla propria vita.
Ma oggi ho deciso di prendermi del tempo. Lasciare i piatti sporchi, rimandare lo studio. Ecco però che le infinite domande mi assalgono: perché sono ad Amsterdam? Cosa ci faccio qui?
Sono sempre stata fin da piccola una persona molto incline ad annoiarsi, il che può essere un bene e un male. Nel mio caso è stata probabilmente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Insomma, ho sempre avuto paura di perdermi qualcosa dalla vita. Da piccola ero solita svegliarmi tra le 5 e le 6 del mattino e, con me, svegliavo chiaramente anche mia madre e mio padre. Avevo voglia di fare qualcosa, vedere cosa fosse successo durante il mio sonno, aprire gli occhi al mondo. Tornare a dormire era come perdere altre ore di vita attiva e non se ne parlava nemmeno. Un po’ per amore, un po’ per disperazione, i miei genitori mi hanno davvero offerto più di infinite opportunità per sfogare le mie energie. Questo è stato l’errore più grave. Sapete qual è il problema delle persone come me? Le persone come me si innamorano di ogni cosa che fanno. Per noi le decisioni, intese come inevitabili parziali rinunce, non sono difficili, sono micidiali. A dodici anni credevo di aver trovato la mia unica e sola grande passione: sciare. Ero ancora una bambina e correre scivolando sulla neve mi rendeva (e rende tutt’ora) felice, intensamente felice. Ma a livello nazionale e internazionale, lo sci agonistico può essere molto competitivo e una ragazza di Milano, nonostante i suoi otto anni di esperienza, non potrà mai competere con chi vive sulle montagne. Ecco il primo bivio sul cammino della mia vita, la prima decisione da prendere: restare a Milano e frequentare un liceo scientifico o andare a vivere in montagna e iniziare uno Ski College? Prima di tutto, uscire da uno Ski College voleva dire non avere nessun diploma concreto, di certo una preparazione universitaria pari a zero. Avrei dovuto incrociare le dita e sperare di fare carriera nello sci in quei cinque anni. Altrimenti, via a lavorare a McDonald. Avevo paura, quindi sono rimasta a Milano. Fortunatamente, le passioni non vengono a mancare e colmai il vuoto lasciato dallo sci con il pianoforte. Dopo tre anni di liceo scientifico capii che se avessi continuato a sciare a livello agonistico non sarei riuscita ad ottenere i risultati scolastici a cui aspiravo per entrare in una buona università all’estero. Smisi anche di suonare il pianoforte, perché decisi di partire per un anno a Los Angeles come exchange-student in un liceo americano, dove ottenni un diploma. Vivere lontano da casa quando si ha solo 16 anni è indescrivibile. è stata la più bella esperienza traumatica della mia vita.
Tornata in Italia presi anche il diploma di liceo scientifico. E furono sudore, sangue e lacrime, rispetto all’anno di pacchia nelle scuole americane. Ma non è per questa pigrizia (non rinuncio al mio essere super attiva) che maturai la decisione di frequentare una Università all’estero. Volevo scoprire il mondo, aprirmi la mente, confrontarmi.
A 18 anni i miei mi spiegarono le condizioni economiche necessarie ad attuare il mio progetto. In sintesi, non potevano permettersi di mandarmi all’estero all’università. Ergo, se avessi davvero voluto andare, avrei dovuto chiedere in prestito soldi al mio Paese di destinazione, il che voleva dire iniziare a lavorare con già dei debiti da ripagare. Non ne valeva la pena.
L’eredità di mia nonna paterna, che inaspettatamente ricevetti pochi mesi dopo, riaprì una porta al mio sogno. Ma tutto aveva un’altra prospettiva. Volevo spendere i soldi nel miglior modo possibile, come avrei potuto sapere quale fosse? E se poi non mi piace quel tipo di studi? Spreco così un anno della mia vita? Non credevo di essere abbastanza matura da poter prendermi questa responsabilità. Ero davanti a un altro bivio e non sapevo che strada prendere.
La verità è che è impossibile vivere senza rimpianti, almeno nel mio caso, ma magari sono un caso a parte. Sono condannata ad appassionarmi a tutto quello che faccio, e non posso fare tutto nella vita. Non posso contemporaneamente studiare fisica quantistica, politica, economia, matematica, suonare il pianoforte al conservatorio e sciare agonisticamente. E questo mi uccide. Una decisione si basa un principio di priorità, un principio con cui purtroppo non vado d’accordo, eppure, ho sempre messo la mia educazione sopra a tutte le mie passioni. Sicuramente Freud potrebbe fare un’analisi infinita sul rapporto con mia madre. E non avrebbe tutti i torti. Madre o non madre, l’ultima parola è sempre stata la mia. E adesso, grazie a tutte queste decisioni che sul momento sembravano davvero impossibili, mi ritrovo a vivere a 19 anni nella città più bella del mondo, a conseguire una laura di tre anni in Liberal Arts and Science, un programma inglese che riprende appunto il concetto di ‘artes liberales’ espresso da Seneca. Sono alla fine del mio primo anno, e credo di essere la persona più felice del mondo. Prima di tutto, Amsterdam è una città mozzafiato, piena di vita e di bellezze da scoprire. Una delle cose che mi ha più impressionato è il livello di intraprendenza tra i giovani: più mi guardo intorno, più mi sento spronata a dare il meglio di me, trovare nuovi lavori ed esprimere le mie idee. E questo è anche grazie alla mia università. Infatti, Amsterdam University College offre un programma che mi permette di non rinunciare a nulla, o meglio, di rinunciare a pochissimo. I corsi che ho frequentato quest’anno? Storia del pensiero politico, Statistica I, Analisi I, Logica, Integrazione Europea, Letteratura Europea. E l’anno prossimo mi aspettano Analisi di Calcolo Vettoriale, Politica Moderna, Democrazia Comparata, Statistica II, Introduzione al pensiero Economico. I miei due più grandi interessi sono, per ora, matematica pura e politica, di conseguenza sto cercando di creare un ponte tra queste due materie diametralmente opposte, attraverso alcuni corsi di economia. Spero di riuscire a costruire questo ponte entro la fine dei tre anni, e sono sicura che non sarà traballante. All’Amsterdam University College le selezioni sono durissime e vengono ammessi solo il 30% dei richiedenti, per un massimo di 300 studenti all’anno. In questa università sono entrata grazie al mio livello di inglese (Los Angeles non era solo pacchia), grazie ai miei voti molto alti durante tutti e cinque gli anni di liceo, grazie al pianoforte, allo sci che mi ha reso così competitiva e grazie al mio francese, appreso da mia nonna paterna.
Ero partita dalla primavera, dal fermarmi per una riflessione e ecco, come per magia, realizzarsi una convinzione, come se ogni singolo dettaglio della mia vita avesse un senso. Si, sono condannata ad appassionarmi a tutto quello che faccio, ma c’è un posto per le persone come me al mondo. Dove sarò tra tre anni? Non ne ho la minima idea, e non lo voglio sapere. Perché, anche se può sembrare uno stereotipo, la vita ha un senso solo quando si guarda indietro al passato.