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Gli aggrottati di Calascibetta

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Gli aggrottati di Calascibetta

Viaggio al centro della Sicilia, tra i vicoli di un paese arroccato su un monte e nei siti archeologici che lo circondano.

di Patrizia Cicini e Gianluca Rosso

 

Tra le innumerevoli pieghe del suo patrimonio artistico-culturale, la Sicilia custodisce numerosi siti di aggrottati. Non ci riferiamo a luoghi frequentati da persone con particolari caratteristiche somatiche (se cercate nei vocabolari il termine è sempre accostato a “corrugare le ciglia” o a sinonimi come “accigliati”, “cupi” e “pensierosi”) ma a insediamenti rupestri databili alla preistoria, che nel tempo sono stati modificati e utilizzati come tombe, luoghi di culto, ricoveri per animali, luoghi di produzione in molti casi inglobati ad abitazioni, o divenuti l’abitazione stessa.

Localizzati in diverse zone dell’isola testimoniano la diffusione del trogloditismo (cioè l’uso di abitare caverne) in Sicilia. Sono luoghi storicamente interessanti e curiosamente affascinanti, anche se non rientrano quasi mai nelle proposte degli itinerari turistici classici.

Numerose sono le testimonianza di grotte un tempo abitate nella regione iblea (nella parte sud orientale dell’isola), e in particolar modo nel versante ragusano. Notevole è il sito archeologico di Cava d’Ispica, una valle stretta tra due pareti di roccia, solcata da un ruscello (chiamato Pernamazzone nel corso superiore e Busaitone nell’inferiore), che si snoda per circa 13 km lungo i territori comunali di Modica, di Ispica e di Rosolini, tra scenari naturali e di inequivocabili segni di presenza umana dall’Età del Bronzo fino all’Alto Medioevo e ai nostri giorni.

S’incontrano ovunque villaggi trogloditici o dimore rupestri isolate. È un catalogo di grotte artificiali davvero vasto e si passa dalle tombe a grotticella, alle costruzioni del periodo classico,  alle catacombe cristiane, agli oratori rupestri bizantini, alle dimore medioevali e moderne.

A Modica si possono ammirare grotte ancora ben visibili in uno dei versanti che scende a strapiombo sulla valle e immaginare come quasi tutte le costruzioni sul versante opposto fossero in origine grotte, solo successivamente ampliate e ristrutturate.

A Scicli (il paese dove sono state ambientate molte scene della serie sul commissario Montalbano), sui versanti del colle San Matteo che precipitano a valle, ritroviamo le grotte abitate disposte su più piani, che hanno dato luogo al quartiere più antico del paese, il Chiafura.

C’è poi la necropoli di Pantalica, sui monti Iblei, a strapiombo sulla valle dell’Anapo. E’ vicino a Siracusa ed è una meta consigliabile per difendersi dalla calura estiva: dopo la visita alla necropoli si può scendere fino al fiume a rinfrescarsi. Una comoda pista ciclabile costeggia il letto del fiume e aree attrezzate consentono di fare comodamente uno spuntino.

In provincia di Agrigento c’è addirittura un paese di nome Grotte, a significare l’origine abitativa di quelle popolazioni.

Particolarmente interessanti sono inoltre i siti archeologici al centro dell’isola e per questo l’itinerario che vi proponiamo tocca la provincia di Enna. Di Sperlinga abbiamo già raccontato in un altro articolo, oggi ci soffermiamo nel territorio di Calascibetta.

La roccaforte sullo Xibet

Arroccata a 880 metri sulla sommità di un monte, proprio di fronte a quello ricoperto dalla città di Enna, Calascibetta è un grazioso paesino di circa 4.500 abitanti. Le sue case ocra si spalmano come una glassa sul rilievo calcare una volta sovrastato da una roccaforte islamica (e in seguito anche dai normanni) come trincea per l’assedio di Enna. Agli arabi si deve l’origine del suo nome, Qal’at xibet (castello eretto sul monte), e la denominazione dei suoi abitanti (xibetani), da Xibet, adattamento di periodo spagnolo.

Il territorio di Calascibetta è ricco di testimonianze che vanno dalla preistoria (si contano più di dieci siti archeologici, ma non tutti sono ancora accessibili) all’età greca, dall’epoca romana, bizantina e araba, a quella medievale, dal periodo normanno a quello catalano-aragonese.

Iniziamo il nostro tour da piazza Umberto primo, dove, sorge la chiesa dedicata a Maria Santissima del Carmelo, annessa un tempo al convento dei Carmelitani, i cui locali costituiscono oggi gli uffici del municipio, e la villa comunale, che in passato fu l’orto dei frati.

A Calascibetta, oltre ai carmelitani, erano presenti anche altri due ordini monastici, quello dei domenicani e quello dei francescani, la cui Chiesa di San Francesco annessa al convento, poco fuori città, merita una visita. La incontreremo lungo il nostro percorso, così come la magnifica Regia Cappella Palatina, altro gioiello xibetano.

Salendo verso la rocca, in via Carcere, si può ammirare il primo sito di grotte, l’introduzione ideale al nostro itinerario archeologico.

Realizzate molto probabilmente in era preistorica, e adibite a lungo ad usi funerari, nel tempo, hanno subito rimaneggiamenti e trasformazioni divenendo abitazioni, luoghi di culto, ricoveri per animali, e in un non meglio precisato periodo, utilizzate come carceri (da cui il nome dato alla strada). Osservate bene la struttura e cercate di tenerla a mente, perché più tardi la ritroveremo nel Villaggio bizantino.

Lasciata Via Carcere, costeggiamo muri di roccia viva che mostrano il sovrapporsi di varie ere geologiche, testimoniate dalla presenza di interi strati sedimentati di fossili, e giungiamo in Piazza Soccorso, dove sorge Palazzo Corvaja, residenza nobiliare del Barone Filippo Corvaja, illustre economista xibetano, e dove la vista spazia dalla dirimpettaia Enna al Monte Capodarso, dalla Rocca di Sutera a Rocca Busambra, da Monte Cammarata a Monte San Calogero, fino ad intravedere le imponenti Madonie.

Superata la Chiesa di Maria Santissima dell’Itria, una delle più antiche delle città, raggiungiamo Piazza Giuseppe D’Angelo, intitolata all’ex presidente della regione, nativo di Calascibetta. Il panorama che ci offre questa piccola piazza è davvero mozzafiato: da qui si guarda al versante opposto, e l’occhio si perde verso sterminati paesaggi, da nord-ovest a est, dalle Madonie ai Nebrodi, dai tanti paesini arroccati al Lago Nicoletti, fino a sua maestà l’Etna. Ciò che a primo impatto colpisce, è tuttavia la sagoma del Monte Altesina, la cima più alta degli Erei, il Mons Aereus scelto dagli arabi, e poi dai successivi conquistatori normanni, quale centro geografico dell’isola e punto trigonometrico per la suddivisione geografica della Sicilia in tre valli (Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto), per un più efficace controllo dei propri domini e delle principali strade d’accesso alla zona centrale dell’isola.

Poco più in là, la Regia Cappella Palatina, Chiesa Madre della città, che gli aragonesi dedicarono a San Pietro e Santa Maria Maggiore.

La Regia Cappella Palatina

La maestosa chiesa fu ultimata nel 1340 e sorse, in una posizione dominante, sui ruderi di precedenti strutture: una chiesa paleocristiana, un fortilizio arabo e il castello Marco.

La chiesa rappresenta una delle maggiori espressioni dell’arte catalana nella provincia di Enna, e la massima testimonianza dell’operato in città del Re Pietro II d’Aragona, che la elevò a Regia Cappella Palatina, la seconda del Regno di Sicilia, unitamente a quella di Palermo, titolo che detenne fino al 1929. La pianta è basilicale, a tre navate in stile catalano-aragonese, in cui la manifattura locale si è espressa soprattutto nelle splendide e misteriose basi delle colonne in pietra di cutu (una roccia arenaria compatta), decorate a bassorilievo con motivi allegorici e fantastici, e terminanti in archi a sesto acuto dai richiami gotici.

La navata sinistra ospita la cappella del fonte battesimale, di particolare pregio per il pavimento in maiolica di Caltagirone del XVII secolo e un fonte marmoreo, riccamente istoriato, di scuola gaginiana (i Gagini erano una famiglia di scultori di origini svizzere che tra il 1400 e il 1500 eseguirono capolavori di arte rinascimentale in alcune chiese siciliane). La stessa navata ospita un’altra importante opera, una tela di Ludovico Svirech (un pittore settecentesco, di origini sconosciute, forse anche lui svizzero), che raffigura una toccante Deposizione. Una seconda opera di scuola gaginiana si trova nella navata destra: si tratta di un imponente ciborio in marmo, realizzato nel 1556. Nella stessa navata, nella cappella dedicata a San Pietro Apostolo, è possibile ammirare la statua del santo patrono della città che regge una croce tripla e la lapide in alabastro gessoso del Barone Corvaja, illustre economista xibetano.

Alle pareti delle navate sono otto tele risalenti al ‘600 e al ‘700. Tre sono opere di Svirech, le restanti cinque furono dipinte dal pittore palermitano Francesco Sozzi, autore di altre tre tele che si trovano all’interno della sagrestia, la più importante delle quali è un olio su tela raffigurante Il Gran Conte Ruggero e la città di Calascibetta; della tela manca la parte sottostante, dove vi era la scritta Rogerius comes et templi fundator et urbis, cioè “Conte Ruggero fondatore del tempio e della città”, a testimonianza dello sviluppo urbanistico attuato dai Normanni sul precedente presidio arabo.

Lo sfondo absidale della navata centrale è occupato interamente da un dipinto del 1617 di Gianforti Lamanna raffigurante L’Assunzione di Maria. La cupola della navata è impreziosita da un’aquila a due teste in stucco che regge uno scudo crociato, simbolo del re di Gerusalemme, che ricorda la presa della stessa città durante le crociate. Putti e motivi floreali e allegorici, anch’essi in stucco, ornano il resto della cupola centrale e quelle delle due navate laterali.

Il castello e la torre normanna

Siamo nella parte più alta della città, qui sorgeva il Castello Marco e un’imponente cittadella militare, voluta dal Gran Conte Ruggero come base per conquistare l’araba Qasr Jani (Enna), espugnata dopo un assedio durato quasi trent’anni. La cittadella si estendeva dall’odierna torre della Chiesa di San Paolo, trasformata in seguito in torre campanaria, fino a quella che era una delle porte di accesso alla città, la Porta dei Longobardi, che si trovava poco sotto la Chiesa-fortezza di San Pietro e la sua Torre Normanna. Precedentemente, tutta l’area era occupata da un fortilizio arabo, costruito per l’assedio alla Enna bizantina. Il rimando al periodo arabo è ancora evidente negli stretti vicoli che caratterizzano questa zona, così come nel pozzo di accesso al qanat (deposito sotterraneo di acqua) di Via Soprana.

Proseguendo verso la imponente Torre Normanna e la adiacente Chiesa di San Pietro, si godono ancora splendidi panorami, in particolare dal cortile Santa Lucia e dalla adiacente piazzetta dedicata alla stessa martire, la cui chiesa si trova poco più avanti.

La particolarità di questi due luoghi, è legata alla presenza di altissimi bastioni di roccia che dalle pendici salgono fino a cingere la parte alta e più antica della città e che rappresentano il motivo per cui la zona più elevata di Calascibetta non ebbe bisogno della costruzione di mura che la difendessero dalle incursioni, essendo già fortificata dalla natura stessa.

 Il Convento dei Cappuccini

Scendendo per l’altro versante verso la piazza da cui siamo partiti, incontriamo lungo i vicoli altre chiese e residenze nobiliari costruite con la caratteristica pietra di cutu che mostrano ancora il blasone della famiglia che le abitava, scolpito sulle pareti esterne.

Un antico orologio solare e la Chiesa di San Domenico, oggi adibita al culto ortodosso e intitolata a San Giovanni Battista, ci introducono nuovamente alla piazza principale, che dal 1492 rappresentò il limite tra il borgo cristiano e il quartiere in cui vennero confinati gli ebrei di Calascibetta, una delle tante comunità presenti in Sicilia. Percorrendo la strada principale che attraversa quest’area (e che non a caso mantiene ancora oggi il nome di Via Giudea) si arriva al Convento dei Frati Minori Francescani, che sorge su quello che veniva chiamato Colle dei Greci, e che rappresentava il confine tra il quartiere giudaico e l’aperta campagna. Un’interessante testimonianza di quell’epoca è la presenza di un mikveh, la vasca utilizzata nel rituale religioso ebraico per il bagno purificatore.

La costruzione del convento risale al periodo successivo alla cacciata degli ebrei dalla Sicilia, esattamente al 1589, come testimonia una data incisa in uno dei gradini del portone d’ingresso. La chiesa adiacente, dedicata a San Francesco, è a un’unica navata, impreziosita da una Via Crucis lignea realizzata dalla Scuola d’Arte di Ortisei (Bergamo) e da un pulpito in legno di pregevole fattura che presenta inciso il simbolo dell’Ordine Francescano. A sinistra ci sono tre piccole cappelle. La prima è dedicata a San Pio da Pietrelcina, con una statua che lo raffigura con le braccia tese verso il fedele. La cappella centrale ospita una reliquia (una scapola) del Beato fra’ Simone Napoli da Calascibetta, mentre la terza presenta due vetrate raffiguranti Santa Chiara d’Assisi e Santa Elisabetta d’Ungheria. L’altare della chiesa è impreziosito dall’imponente tela seicentesca del pittore fiorentino Filippo Paladini, L’Adorazione dei Magi. Nonostante la presenza della sua firma, sembra che il pittore volle rimarcare la paternità dell’opera dipingendosi di spalle, nell’angolo a sinistra del quadro.

Di grande interesse la pinacoteca del convento, ricavata in un antico e suggestivo corridoio dalle volte a crociera con archi a tutto sesto in pietra. Qui si incontrano notevoli opere, come un quadro del 1698 raffigurante l’Incoronazione della Vergine, l’unico firmato (Pietro Bellomo), una tela raffigurante l’Indulgenza plenaria ricevuta da San Francesco, quindi due versioni dello stesso soggetto, il Cristo alla colonna, attribuibili allo Zoppo di Gangi. Meritano una visita anche il chiostro del convento e la biblioteca, che contiene uno straordinario numero di volumi, tra i quali una pregevole Bibbia in ebraico stampata nel 1716 a Francoforte sul Meno.

L’archeologia nei dintorni

A tre chilometri dal centro abitato si sviluppa il sito archeologico di Realmese, La necropoli, che risale all’età del ferro, è stata realizzata sulle pareti scoscese di Cozzo San Giuseppe ed è stata utilizzata per un periodo storico piuttosto esteso, dal IX al VI secolo a.C., anche se il ritrovamento di materiale litico e frammenti ceramici databili a un periodo più antico, portano ad ipotizzare una frequentazione dell’area già nel neolitico.

Le sue quasi 290 tombe a grotticella, tutte a inumazione, sono nella gran parte dei casi a deposizione doppia o multipla, generalmente di piccole dimensioni e a pianta circolare, spesso del tipo cosiddetto a forno, a ricordare la forma di un forno per la panificazione, anche se non mancano esempi di forma più squadrata.I corredi funerari, ritrovati durante gli scavi condotti a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 dall’archeologo ligure Luigi Bernabò Brea, si trovano oggi presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, e il Museo Interdisciplinare di Palazzo Varisano, nella vicina Enna. Singolare è la denominazione data a questo luogo dagli xibetani, proprio a causa delle dimensioni ridotte di queste tombe: ruttï de’ saracìni, ovvero, grotte dei saraceni. Interpretazione errata, questa, dettata dalla particolare forma di queste piccole celle funerarie, che si credeva essere perfettamente funzionale alla deposizione di defunti dalla corporatura esile, quale si credeva fosse quella dei saraceni. In realtà, nel periodo preistorico e protostorico, in molti casi venivano costruite delle tombe che potessero ricordare quanto più possibile il grembo materno, al cui interno, il defunto veniva posto in posizione fetale, con l’idea di rappresentare il ritorno alla madre terra, e un successivo, ciclico rinascere.

Il luogo affascina e induce a meditare. Forse per il silenzio che lo avvolge, per il profumo del timo che riempie l’aria e per i bianchi fiori di asfodelo che nelle giornate di primavera ondeggiano al vento. Se avete voglia di camminare, percorrendo un tratto della Regia Trazzera Calascibetta-Gangi, che attraversa la necropoli, dopo circa un’oretta, raggiungerete il Villaggio bizantino, nel Vallone Canalotto. L’alternativa è arrivarci in macchina.

Il sito è un esempio di unione armoniosa tra storia e natura, un posto in cui le rocce ci parlano, e narrano di uomini, mestieri, culti. L’area archeologica, infatti, è immersa in un bosco di eucalipti e pini, che scendendo verso la parte più bassa del vallone, lascia il posto alla flora tipica della zona, caratterizzata da querce, pioppi neri e bianchi, olivastri, pistacchi selvatici e piante aromatiche come timo e nepitella. La zona è ricca di sorgenti d’acqua, terreni fertili e roccia, che hanno sempre costituito elementi fondamentali per le popolazioni che vi abitavano.

L’insediamento, si affaccia sulla splendida Valle del Morello, dal nome del fiume omonimo e del lago artificiale creato dallo sbarramento dello stesso. Tutta l’area attorno alla valle fu densamente abitata in passato, e rappresenta un’interessante bacino archeologico, per la presenza di insediamenti databili dal neolitico al periodo alto-medievale. La prima frequentazione umana del sito risale al periodo preistorico, e la realizzazione delle grotte, anche in epoche remote, è stata possibile per le particolari caratteristiche della roccia. L’altopiano sul quale insiste il villaggio è costituito, infatti, da arenaria calcarenite, materiale resistente ma friabile e, quindi, facilmente scavabile.

L’insediamento, copre un periodo molto lungo, di quasi cinquemila anni. Nelle epoche più remote, a partire dalla tarda età del rame, gli aggrottati sono stati utilizzati dalle comunità locali, principalmente per scopi funerari. Durante il periodo alto-medievale, le strutture rupestri sembrano cambiare destinazione d’uso e passare a una funzione abitativa. Sono presenti tombe a grotticella, a grappolo e a forno, di un periodo compreso tra la tarda età del rame e l’età del ferro, a camera di epoca greco-arcaica, e tombe ad arcosolio, a forma e columbaria, del periodo romano e tardo-antico, che furono poi rielaborate e trasformate in ambienti a carattere civile e religioso. Indubbia è l’impronta cristiana che permea tutto l’insediamento, testimoniata da vari simboli incisi nella roccia, con la compresenza di croci trilobate e latine, che potrebbero attestare un utilizzo a fini religiosi di questo luogo per un periodo abbastanza lungo, che sembra protrarsi anche dopo la fine dell’epoca bizantina.

In seguito, il villaggio sembra aver vissuto una fase araba, testimoniata dalla presenza del qanat, sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia, per la regimazione e la raccolta dell’acqua, necessaria sia per gli usi umani che per scopi agricoli.

L‘insediamento rupestre, conta in totale una trentina di ambienti. L’agglomerato centrale è sulla cresta rocciosa del versante occidentale della Valle del Morello ed è costituito da un numero considerevole di ambienti utilizzati per scopi abitativi, religiosi e funerari; altri se ne trovano staccati dal nucleo principale, come il palmento per la produzione del vino, e l’oratorio rupestre. Molto interessanti sono i cosiddetti columbaria, cripte con nicchie per la deposizione di urne cinerarie, un tipo di sepoltura di epoca romana, diffuso soprattutto nelle zone ad alto sfruttamento agricolo. 

I loculi, generalmente a forma quadrata, semicircolare o rettangolare, sono disposti in file sovrapposte fino a sette livelli. Accanto agli ambienti rupestri di tipo religioso si trovano strutture legate alle attività produttive: sono i cosiddetti palmenti, recipienti per la produzione del vino. Si hanno poche notizie del periodo di storia successivo, ma sembra che, almeno fino ai primi decenni del ‘900, il nucleo rupestre principale fosse chiuso da un muro, ancora visibile in parte, per delimitare una grande masseria, con ambienti adibiti a stalle e ricoveri.

 Associazione HISN AL-GIRAN

L’area è aperta al pubblico (l’ingresso è gratuito e sono gradite le donazioni) ed è gestita dall’Associazione Culturale no profit Hisn Al Giran (www.villaggiobizantino.com – tel. 328 3748553).

Hisn al-giran, nasce a Calascibetta nel luglio 2011, dall’intento comune di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari, di promuovere e valorizzare il territorio xibetano, attraverso eventi culturali ed escursioni nei vari siti di interesse archeologico e naturalistico dell’area di Calascibetta.

Dal giugno 2012, l’associazione gestisce l’area del Villaggio bizantino di proprietà del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, in regime di convenzione con lo stesso dipartimento, prendendosi cura, sotto forma di volontariato, della manutenzione e pulizia di sentieri, viali tagliafuoco, aree sosta, punti di interesse, area parcheggio e servizi igienici.  Hisn al giran si occupa, inoltre, dell’accoglienza ai visitatori e dell’organizzazione di escursioni archeo-naturalistiche giornaliere, grazie alle guide dell’Aigae (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) presenti in associazione, e che possono essere effettuate in lingua italiana, inglese e francese (su prenotazione anche in lingua tedesca, russa e in Lis).

L’artista disturbatore

Camminando per i vicoli e le strade di Calascibetta, potreste imbattervi in cartelli stradali decisamente originali. Sono realizzati da un street artist locale, Massimiliano Germano. È un creativo che usa spesso i segnali stradali come telai per le sue opere e come veicolo per i suoi messaggi, spesso ironici e sferzanti (Facebook GER-MANO).  (foto 1)

Gli Sgrinfiati e il Piacentinu

Sono le specialità gastronomiche del territorio. I primi sono i dolci tipici di Calascibetta, dalla caratteristica forma romboidale, preparati tradizionalmente nel periodo natalizio. Definiti in pasticceria come semitorronati, sono fatti con mandorla tostata e tritata, farina 00, zucchero (o miele), cannella e sembra derivino il proprio nome dall’antica usanza, oggi meno frequente, di inciderne la superficie ancora morbida con una forchetta, prima di andare in forno.

Il Piacentinum è un formaggio dal colore giallo-arancione, prodotto con latte di pecora intero, caratterizzato dall’aggiunta di zafferano e di grani di pepe nero. Non deve il suo nome alla città emiliana ma al suo sapore spiccato e leggermente piccante, un gusto che, non solo etimologicamente, “piace”.

 

 

 

 

 

 

 


In Costa basca per cavalcare onde

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In Costa basca per cavalcare onde

Percorso a tappe da Milano all’oceano per raggiungere uno dei paradisi europei per surfisti

Testo e foto di Francesca Ferrario

Partire da Milano in macchina e raggiungere i Paesi Baschi è un viaggio da fare una volta nella vita. E’ facile da organizzare e lungo il percorso ci sono tante tappe meritevoli di essere viste. L’unico limite è il tempo a disposizione per percorrere i 1.300 km circa. Ma un on the road che si rispetti è un viaggio lento, un susseguirsi di fermate veloci e soste lunghe: quindi prendetevi tutto il tempo possibile, non resterete delusi. Noi abbiamo scelto di fare un paio di soste all’andate per poi farne almeno altrettante lungo il ritorno.
Cosi attraversato il confine con la Francia, ci siamo diretti verso Aix en Provence, famosa per le sue 200 fontane. Arrivati nella cittadina provenzale e lasciate le valigie in albergo ci siamo addentrati nel piccolo centro storico al tramonto, assaporando cosi la via principale, Cours Mirabeau, avvolti da un’atmosfera molto romantica.
È stato molto rilassante camminare tra le via della parte vecchia, costellata da meravigliosi palazzi d’epoca e le fontane, alcune delle quali finemente decorate. L’unico rammarico è non aver potuto seguire i percorsi dedicati a Cezanne, a cui Aix diede i natali, indicati da numerose targhe poste lungo la cittadina.

Ripresa la macchina, siamo ripartiti in direzione Tolosa, circa 400 km, di paesaggi mozzafiato. L’autostrada che attraversa la Camargue, è infatti affiancata prima dal Parc National des Cevennes e poi dai Pirenei sulla sinistra. E guardando proprio i Pirenei mi è venuto spontaneo pensare a uno dei miei sogni, magari da fare a cavallo: il Cammino di Santiago di Compostela, che passa proprio da queste parti, il cui simbolo, una conchiglia che si può trovare ovunque, indica la strada ai tanti viandanti coraggiosi che ogni anno si mettono in cammino.

Tolosa è una cittadina graziosa, il suo centro storico ha un certo fascino; e anche qui, come ad Aix ci son piazzette in cui è possibile mangiare all’aperto: il clima è perfetto per godersi le molte file di luci appese agli alberi, l’allegria della gente e un po’ di quella sana delicatezza francese. E se poi, tra un piatto e l’altro si sente il cinguettio delle rondini, allora mi sembra quasi di fare un passo indietro nel tempo, e di essere per una sera, uno dei tanti personaggi ritratti nei quadri di Cezanne. Avremmo voluto tanto visitare la fabbrica degli Airbus che qui ha la propria sede, ma purtroppo per vederla era necessario prenotare con largo anticipo. Cambiati i programmi abbiamo fatto cosi una deviazione a Lourdes. La zona adiacente al paesino dei tre pastorelli è ben tenuta e organizzata. Il paese in sé invece l’ho trovato caotico e molto turistico: tanti infatti sono gli alberghi per accogliere i fedeli e i pellegrini. Ma la cosa che mi ha infastidita è tutto il commercio che si crea sempre dietro a un luogo Santo, mercificazione e sfruttamento di un momento spirituale. Passino le centinaia di boccettine per raccogliere l’acqua santa, ma le taniche da un litro mi è sembrato eccessivo! Poco importa, sono qui per riflettere, pregare e lasciare andare via tanti pensieri pesanti e negativi. Emozionante è stata la visita alla grotta, così come sentire la serenità e il silenzio che permeava l’aria, interrotte ogni tanto dalle preghiere dei fedeli. Lasciata Lourdes, dopo altri 130 km, abbiamo raggiunto finalmente la nostra terza tappa: Biarritz, meta famosa per essere stata residenza di villeggiatura di molti reali, da cui il soprannome “la regina delle spiagge e la spiaggia dei re”. L’opulenza delle sue ville e l’introduzione nel 1960 della prima tavola da surf l’hanno definitivamente consacrata come meta ideale per passare le vacanze: da qui è infatti è facile raggiungere sia Hossegor (sede dei più importanti brand del surf) che San Sebastian, caratteristica cittadina basca.

Biarritz per me ha due anime opposte: una più aristocratica, il cui simbolo è l’incredibile e costoso albergo Hotel du Palais, che risale a metà del XIX secolo, e una più sportiva, frivola e libera, quella appunto dei surfisti. Infatti se a nord della Rocher de la Vierge si trova la parte più snob, a sud si trovano invece le tante scuole di surf e le centinaia di amanti della tavola in attesa dell’onda giusta da cavalcare. E proprio qui avrei voluto fare la mia prima lezione di surf. Purtroppo però non avevo messo in conto di non essere l’unica. Tutte le scuole avevano infatti chiuso le prenotazioni per tutta la settimana, e per realizzare il mio sogno avrei dovuto riprovarci a San Sebastian. Su consiglio di un amico, abbiamo dormito a Bayonne e ne siamo stati entusiasti. È una piccola cittadina, dal sapore tipicamente francese, il cui centro storico offre piacevoli sorprese, come i ristorantini in cui assaggiare lo jambon de Bayonne, tipico prosciutto crudo locale, gli chipirons, seppioline cucinate in diversi modi e, il gateau basque, un dolce farcito con la marmellata di ciliegie, il tutto favolosamente affacciati sul fiume Adour. Una piccola curiosità: è qui che i contadini inventarono la baionetta, coltello da caccia inserito all’estremità del fucile, quando, durante i conflitti del XVII secolo, rimasero con poca polvere da sparo e furono così costretti a confezionare delle lance di fortuna.

Dopo aver visto i dintorni di Biarritz e aver goduto dei molti chilometri di sabbia bianca, ci siamo spostati verso San Sebastian, Donostia in basco, ultima tappa marittima prima di approdare a Bilbao e proseguire, con un altro itinerario verso casa. Per raggiungere la cittadina spagnola abbiamo preso la Corniche Basque, un’imperdibile provinciale panoramica da cui si possono godere viste mozzafiato. Amo le scogliere e quelle coste un po’ tormentate, amo l’oceano più del mare, amo quella sensazione di forti contrasti che si respirano fissando l’orizzonte: le onde alte, le correnti, il vento e quella sensazione di libertà totale che però ha sempre una vena di solitudine e malinconia. È energia pura, è forza, è un legame con la natura che sento fortissimo e che luoghi come questi hanno il potere di risvegliare e sollecitare, trascinandomi dentro gli angoli più profondi della mia anima. Potrei stare qui per mesi interi a scrutare l’infinito, ma la prossima tappa, ahimè, ci attende.

San Sebastian è una cittadina davvero molto bella, ha una parte vecchia e una nuova, entrambe interessanti. Dal 2016 è una delle capitali europee della cultura, per i suoi numerosi festival cinematografici e musicali e se vi capita, come è successo a noi, di essere in città durante la Semana grande, ovvero quella del 15 agosto, potrete essere presi letteralmente a bastonate (non allarmatevi, son fatte di leggerissima plastica e son innocue) da pupazzi giganti che camminano lungo le vie della città vecchia. San Sebastian ha una delle baie urbane più belle al mondo: la Kontxa, una spiaggia lunga due chilometri, delimitata dal monte Igueldo a sud e il monte Urguell a Nord. Se invece si vuole surfare, è indispensabile andare alla spiaggia de La Zurriola, un golfo più esposto all’oceano e in grado di garantire favolose onde tutto l’anno (i più coraggiosi, surfano anche d’inverno con la neve). Ed è proprio qui che finalmente ho preso la mia prima long board (tavola lunga), ovviamente nel giorno peggiore di tutta la settimana. Pioggia e vento hanno reso le onde più difficili e cattive e la lezione è stata un susseguirsi di emozioni forti: paura e stupore, adrenalina e stanchezza, equilibrio e tensione. In definitiva un’esperienza fantastica tanto che avrei continuato asurfare per tutto il giorno ma né il clima né la forza del mare lo permettevano. E in fondo meglio cosi, perché sono andata alla scoperta della città: molto infatti offre la parte vecchia, un suggestivo dedalo di vicoletti in cui trovare la Basilica di Santa Maria, la piazza della Costituzione, il mercato e una serie di locali in cui assaggiare i tipici pintxos, la versione basca delle tapas. Usciti dal centro storico abbiamo fatto una passeggiata lungo la baia della Kontxa, fino ad arrivare alla Peine del Viento (pettine del vento), dove si trova il famoso complesso artistico di Eduardo Chillida: tre opere scultoree in acciaio di diverse tonnellate ciascuna. Da ultimo consiglio una passeggiata sul monte Igueldo, sulla cui cima si gode la miglior vista panoramica della città ed è raggiungibile col servizio di funicolare attivo dal 1912. Insomma San Sebastian è, in definitiva, una delle scoperte più belle di questa prima parte e sicuramente ci tornerò per passarci un’intera estate da dedicare tutta al surf e al divertimento. Per quest’anno metto via la tavola, e in attesa dell’onda giusta da domare, mi rimetto in marcia, alla scoperta di tante altre tappe affascinanti che mi aspettano lungo la strada.

 


Fra il cuore e gli ottomila

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Fra il cuore e gli ottomila

Ricordi di un’escursione sull’Annapurna

(Pokhara, Nepal – Ottobre)

Testi e foto di Davide Carretta

20 Ottobre: Pokhara, 955 m

 Si chiama Om e di mestiere fa la guida. Vive a Pokhara, dove ha una moglie e due bambini e tra settembre e novembre accompagna turisti da ogni parte del mondo sui tanti sentieri che ricoprono il Massiccio dell’Annapurna.

Annapurna in Sanscrito significa “Dea dell’abbondanza”: si trova al centro dell’immensa e lunghissima catena dell’Himalaya e vanta al suo interno diverse cime oltre i settemila metri, tra cui l’Annapurna I (8091m), la decima più alta al mondo.

Al di sotto di esse, un infinito dedalo di sentieri e villaggi in cui centinaia di famiglie nepalesi o tibetane  trascorrono la loro esistenza, vivendo dell’ospitalità che offrono ai turisti e dei numerosi piccoli oggetti di artigianato locale che giovani e anziani realizzano e rivendono, sempre ai turisti.

– Ci sarà da pagare una tassa all’inizio del sentiero e dovrai mostrare questo documento.

È l’oste del piccolo albergo dove abito da qualche giorno; si chiama Damodar e parla un ottimo inglese, infatti quando sbaglio sorride e mi corregge. Il suo albergo si trova a poche centinaia di metri dal lago di Pokhara, su cui la città omonima si affaccia. Il primo giorno, nel darmi il benvenuto, mi aveva subito spiegato che tra ottobre e novembre, durante le giornate di cielo limpido, il lago mostra il riflesso delle cime più alte dell’Annapurna, che svettano alle spalle della città. A riprova di quel che diceva, mi aveva mostrato alcune immagini il cui riflesso delle montagne era nitido al centro del lago. Nonostante questo però, e nonostante fosse da poco passata la metà di Ottobre, non ero ancora riuscito a vederlo.

Comunque, trascorso qualche giorno, avevo deciso di prenotare un’escursione, facendomi accompagnare da una guida. Una guida molto esperta, mi aveva detto Damodar, anche se ormai, dopo le sue dichiarazioni sullo splendido riflesso delle cime, non sapevo quanto fidarmi.

– Ci sarà da pagare una tassa perché il governo nepalese non contribuisce alla conservazione del massiccio dell’Annapurna; tutto ciò che è organizzato e realizzato al suo interno è finanziato dai turisti: la costruzione dei villaggi, il mantenimento dei sentieri e la realizzazione di nuovi percorsi e strutture.

Infilo il documento nello zaino e, aspettando la guida che avrebbe dovuto arrivare di lì a poco, do un ultimo sguardo alla stretta porzione di lago che da dove mi trovo si può scorgere. Dei riflessi ancora nessuna traccia, non mi resta che voltare lo sguardo e vedere le cime per come sono: immense e impassibili, un velo di nuvole del mattino le oscura un po’.

– Mi chiamo Om.

Come il mantra, penso, rendendomi conto immediatamente di quanto poco io sappia sui mantra e quanti altri turisti prima di me avranno pensato la stessa cosa.

È giovane; la sua stretta di mano non è forte ma sicura. Indossa una tuta sintetica, una camicia a maniche corte e un paio di scarpe da ginnastica leggere. Un abbigliamento quantomeno curioso per una guida che si prepara a un’escursione. Ad ogni modo, la guida è lui, sa sicuramente quello che fa. Sull’automobile che ci porta alla base si trovano quindi un autista in camicia bianca che parla molto, una guida dalla dubbia affidabilità e un turista che per l’occasione ha portato il meglio che l’Occidente consumistico abbia prodotto in fatto di abbigliamento da trekking, seduto sul sedile posteriore.

21 Ottobre: Ghorepani, 2874 m

– È qui che, anticamente, i commercianti si fermavano a far riposare i propri cavalli e dare loro da bere.

Om ci tiene a raccontarmi tutte le storie che conosce e che appartengono alla sua tradizione. Questo villaggio era l’unico luogo della zona dove si trovava acqua; Ghore in nepalese vuol dire cavallo e Pani vuol dire acqua.

Il villaggio si compone di qualche decina di case, per la maggior parte adibite a rifugio per i turisti, e di un centinaio di abitanti, che passano quasi totalità dell’anno. Chiedo se i bambini che abitano qui vanno a scuola. – Ogni tanto, ma la scuola più vicina è troppo lontana da qui, non possono.

Fuori dalla Guest house dove ci siamo sistemati li vedo giocare. Sono appollaiati su un tavolo in legno e fanno le gare con una macchinina; una macchinina in tre, che si passano a turno. Un po’ litigano, un po’ si divertono.

Quando mi avvicino alzano subito lo sguardo e cominciano a farmi domande e a lanciarmi la loro macchinina, così che anch’io possa partecipare; rispondo in italiano alle loro domande in nepalese, ma ci capiamo lo stesso. Riusciamo anche a organizzare, insieme a qualche altro giovane turista, una partita di calcio. Quattro, loro, contro tre, noi; non ricordo il risultato, ma ho ancora in mente la gioia negli sguardi. Non solo in quelli dei bambini, ma anche in quelli degli altri due turisti che con me hanno giocato e, in fondo, anche nei miei.

22 Ottobre: Poonhill, 3193 m

Sono le 4:30 del mattino e Om sta versando del tè in due tazze di metallo; tè caldo, prima di uscire e cominciare a camminare, per un’ora circa, verso Poonhill, che costituisce il punto di arrivo dell’escursione, prima di tornare indietro. Poonhill è la meta classica per gli escursionisti che vogliono ammirare le cime dell’Annapurna durante l’alba. Ecco perché intorno alle cinque del mattino ci incamminiamo su un sentiero che alterna terreno battuto e scalini in pietra. C’è silenzio, si sente solo il rumore dei passi sulla terra. Un passo dopo l’altro, per un’ora. Finché non si arriva di fronte ad un grande arco in pietra: è l’ingresso. Da quel momento, ci si sparge occupando tutto lo spazio a disposizione e cercando il punto migliore da cui ammirare le cime, in attesa che il sole dia il via a tutti i fotografi, amatori e dilettanti, saliti per immortalare il momento.

– Quella è la cima Dhaulagiri, la settima più alta del mondo e quella è l’Annapurna Sud.

È Om, che mi aiuta a trovare il punto migliore.

– Quello là invece è il Macchapucchre: la montagna è sacra, nessuno mai la scalerà. Macchapucchre in nepalese significa “Coda di pesce”, per via della sua forma.

Una cima che toglie il fiato. Non è la più alta, non è nemmeno fra le più alte, ma la sua forma è unica, unica tra quelle cime imponenti; fanno capolino sopra alla linea che il sole traccia e sopra alle prime nuvole del mattino. E per oggi non c’è pensiero che non si arrenda, non c’è angoscia che non svanisca, non c’è cuore che non taccia.


Passeggiate nel deserto tunisino

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Passeggiate nel deserto tunisino

Il sud della Tunisia assaporato con i piedi chiusi nelle scarpe da trekking. Tra rocce e sabbia fine come borotalco, alla scoperta delle civiltà rupestri e di antichi villaggi berberi 

Testo e immagini di Patrizia Cicini

Bella e selvaggia. La Tunisia del sud, alle porte del deserto, si presenta senza filtri nella sua natura primordiale e istintiva, mostrando i suoi tesori culturali, artistici e naturalistici così come li ha conservati.

Qui le case bianche non contrastano l’azzurro del mare ma sono i colori vivaci delle stole di cotone e delle scarpe prodotte dagli artigiani di Douz a opporsi alle tonalità predominanti delle sfumature di ocra.

Chénini, Ksar Ghilane, Douz, Tozeur, Tamerza e Matmata saranno le tappe del nostro itinerario, “le lunghe distanze –recita il programma di viaggio – verranno coperte con le macchine, le medie a piedi”.

È un modo insolito per visitare la Tunisia, almeno per gli italiani, noto popolo di pigri e comodoni, che associano la Tunisia alla vacanza al mare, e raramente abbinandola a un’escursione nel deserto di alcune ore.

Originale quindi è anche il nostro abbigliamento, quando ci presentiamo armati di bastoncini, zaini e scarpe da trekking all’aeroporto in partenza per Tunisi, scalo intermedio per Djerba.

Il paese dei datteri, delle arance e dei gelsomini, dopo gli attentati di qualche anno fa, stenta a riconciliarsi con il grande turismo, che registra scarsi afflussi e per questo il volo diretto da Roma a Djerba non è ancora stato ripristinato. Eppure è un Paese tranquillo e negli otto giorni di permanenza, non ho mai avuto una sensazione, neanche piccola, di insicurezza o pericolo.

Alle porte del deserto

Chénini  è un villaggio troglodita berbero, sorto, per motivi di difesa, sul crinale del rilievo. La costruzione risale al XII secolo ed è un esempio ben conservato di granaio fortificato (ksar). Si sviluppa su più livelli e le abitazioni, le botteghe artigiane, i magazzini, le cantine, tutti gli ambienti del villaggio sono scavati nella roccia o meglio “ricavati” dalla roccia; le porte sono realizzate con i tronchi delle palme.

I livelli più alti non sono più abitati da tempo e anche se le strutture sono deteriorate dagli agenti atmosferici, è molto piacevole passeggiare nei vicoli, salire e scendere su percorsi o scale ricavate dalla roccia. Dalla parte più alta del villaggio si può godere di una splendida vista sulla valle. Sono evidenti gli effetti erosivi del mare, che, prima dei cambiamenti geologici, ricopriva tutta la valle.

I livelli più bassi sono ancora abitati e utilizzati. Nel paesaggio color terra bruciata, spicca per il suo bianco, la moschea dei Sette Dormienti.

Sul versante opposto, tutto intorno al villaggio si trovano le sepolture: si tratta di tumuli funerari berberi. Il sito è piuttosto disordinato e, se non si conosce la chiave di lettura, non è facile distinguerli dal resto del paesaggio. Il tumulo con una pietra indica la sepoltura di un uomo, con tre pietre quella di un bambino e con due quella di una donna.

Poco distante c’è il Ksar Hahada, altro villaggio trogloditico, oggi monumento nazionale, che è stato il set cinematografico dei primi episodi della saga di Guerre Stellari (Star Wars), con le strade lastricate e le porte di ingresso in legno di palma. Una parte del villaggio antico è stata adibita ad albergo e le stanze sono ricavate nelle grotte.

È fine ottobre e le temperature massime vanno da 30 a 35 gradi. Ci avviamo verso l’oasi di Ksar Ghilane, una delle porte del Grande Erg Orientale, dove una sorgente di acqua termale consente un piacevole bagno ristoratore; la temperatura dell’acqua è di circa 34° e si rinnova velocemente. A circa 2 km dall’oasi, in direzione sud-est, si trovano i ruderi di una roccaforte: è quel che rimane della fortezza di epoca romana di Tisavar.

Si può raggiungere la fortezza  con una piacevole camminata nel deserto. Subito a ridosso dell’oasi, infatti, inizia il deserto sabbioso, con una serie di dolci, incontaminate dune di sabbia, piacevoli da percorrere. La sabbia, di colore terra bruciata, ha la consistenza del borotalco. Perciò, osate, toglietevi le scarpe e camminate a piedi nudi, almeno per un tratto.

Nel deserto si può dormire nei campement, campi tendati ben attrezzati e confortevoli; ce ne sono anche nell’oasi di Ksar Ghilane, ma noi abbiamo dormito in quello di Guerba. Si può anche fare la doccia, ma non c’è acqua calda e inoltre fate attenzione, perché durante la notte le temperature scendono intorno allo zero perciò, anche se al campo ci sono le coperte, portatevi un ottimo sacco a pelo e non avrete problemi.

 

Il Forte e la linea di confine romana

Il forte di KsarGhilane/Tisavar fa parte degli elementi che costituivano la cosiddetta linea di confine dell’impero romano del secondo secolo d.C. costituita da muraglie, di fossati, di forti, di fortezze, di camminamenti di guardia e di abitazioni civili.

Una linea che si estendeva per 5.000 km e andava dalla costa atlantica a nord della Gran Bretagna, attraversava l’Europa fino al Mar Nero e, da lì, fino al Mar Rosso e all’Africa del Nord, per tornare a chiudersi sulla costa atlantica.

In Tunisia la linea di confine romana ha più l’aspetto di un sistema di sorveglianza del territorio e di controllo degli spostamenti delle persone che di una linea di difesa contro una minaccia militare effettiva. Nel periodo di massima espansione dell’impero romano, l’area delimitata dalla linea di confine aveva un’estensione di circa 80.000 km2 e andava dai monti di Gafsa al nord fino al deserto del Grand Erg a sud.

Il Forte di KsarGhilane/Tisavar è stato edificato su una un’emergenza rocciosa che domina le prime dune dell’Erg orientale durante il regno dell’imperatore Commodo. È una costruzione a pianta rettangolare (30 metri per 40) con muri perimetrali di circa 4 metri di altezza ad angoli arrotondati. Sulla sommità dei muri perimetrali c’era il camminamento di guardia, all’interno del forte diversi ambienti e un tempietto di Giove.

Nei secoli successivi il forte è stato utilizzato in diversi modi e da ultimo dai francesi, come prigione durante il confitto della seconda guerra mondiale.

Douz, Tozeur e le oasi di montagna

Il mattino seguente ci aspetta una bella camminata nel deserto. Qui la sabbia è più chiara, ma la consistenza è sempre quella del borotalco.

Arriviamo a Douz, dove molti artigiani producono scarpe. La piazza principale, ormai adibita a parcheggio per le macchine, è un enorme quadrato delimitato dai portici, al disotto dei quali ci sono tutte le botteghe artigiane.

La tappa successiva è Tozeur, il paese dove Battiato ha vissuto per circa due anni, ed è qui che si è ispirato quando nel 1984 ha composto la canzone “I treni di Tozeur”; ascoltarla in quei luoghi fa tutto un altro effetto. Per arrivarci attraversiamo il lago salato di Chott el Jerid.

Si tratta di una forte depressione che si estende da Hèzoua a ovest fino a Kebili a est per 120 km tutta coperta di sale, attraversata da un’unica strada che va da Tozeur a Kebili.

Il centro storico di Tozeur è davvero grazioso: le abitazioni costruite con mattoncini di argilla, un dedalo di vicoli stretti che si alternano a portici, moschee e, infine, la piazza del mercato.

A Tozeur ci sono anche tante zanzare, ma si può sopravvivere.

A 50 km da Tozeur si trovano le oasi di montagna di Tamerza (oasi inferiore), di Mides (oasi di mezzo) e di Chebika (oasi superiore).

A partire da Tamerza, le oasi si possono raggiungere anche percorrendo i sentieri di montagna, ma bisogna andarci con la guida del posto perché non sono segnati.

Il primo tratto del percorso verso l’oasi di Mides è su un pendio non molto ripido. Si passa attraverso una piccola oasi piena di datteri. È il periodo della raccolta e gli insetti diventano fastidiosi.

Le rocce che costituiscono l’ossatura delle montagne sono ricche di fossili, oltre alle conchiglie di vario tipo, si trovano anche i tronchi fossili .

Questi luoghi hanno fatto da cornice alle scene girate nel deserto del film “Il paziente inglese”.

Proseguiamo attraverso la schiera di letti di roccia stratificata della spettacolare e profonda gola di Uadi El Udei, sagomata dall’erosione del vento e dell’acqua.

La gola è praticabile in assenza di acqua e diventa pericolosa anche quando ci sono le piogge in Algeria, perché il livello dell’acqua sale velocemente. Ci troviamo, infatti ad appena 6 km dal confine con l’Algeria. Alla fine della gola si vedono, al disopra della parete rocciosa, i ruderi del villaggio di Mides, ormai disabitato.

Risaliamo il pendio ripido e raggiungiamo il centro del villaggio.

Per andare all’oasi di Chebika, l’oasi superiore, c’è una bellissima e suggestiva traversata, fatta di divertenti saliscendi tra le cime del deserto montuoso. Si arriva all’oasi nel pomeriggio e dopo tutta la giornata sotto il sole è davvero piacevole rinfrescare mani e piedi alla sorgente.

Interessante è il vecchio villaggio di Tamerza, abbandonato dopo l’alluvione del 1969, con l’antica moschea, perciò non perdetevelo.

Le abitazioni di Matmata

Ultima tappa Matmata, antico villaggio berbero di montagna caratteristico per le case scavate nella roccia . I berberi, lo avevamo già visto a Chenini o a Ksar Hadada, dove la roccia lo permetteva, realizzavano le proprie abitazioni scavando la roccia friabile. Le diverse grotte tra loro comunicanti, costituivano gli ambienti della loro abitazione. La roccia, ottimo isolante termico, li proteggeva dal calore del sole di giorno e dalle basse temperature della notte. Era una tecnica piuttosto diffusa, che venne importata anche in Italia, proprio dagli arabi.

A Matmata c’è un’ulteriore particolarità: per difendersi dai predoni, gli abitanti del posto costruirono le proprie abitazioni sotto terra, nascondendole alla vista di estranei, con una tecnica piuttosto articolata.

La tecnica di realizzazione delle abitazioni di Matmata prevedeva lo scavo verticale dei rilievi di roccia, verso il basso, per creare un cortile interno; dal cortile interno, su più livelli tra loro anche comunicanti con scale, venivano scavate le “grotte”, orizzontalmente questa volta, che costituivano gli ambienti delle abitazioni. Lo scavo del cortile interno e delle pareti ad esso prospicienti, veniva sagomato per raccogliere la scarsa acqua piovana in un serbatoio.

Anche gli arredamenti venivano realizzati scavando la roccia; per i letti, per esempio, si scavava la roccia tutta intorno, fino ad ottenere un parallelepipedo senza soluzione di continuità con il pavimento. Spesso sotto il letto veniva ricavato un ripostiglio scavando una piccola grotta. Stessa tecnica veniva utilizzata per le scansie e i pianali. Si tratta di una tecnica opposta alla nostra: mentre noi per costruire apportiamo del materiale, loro semplicemente lo toglievano, scavando. L’accesso all’abitazione, o al gruppo di abitazioni, era costituito da una galleria, chiusa con una porta che per motivi di difesa veniva il più possibile nascosta.

Matmata, oltre ad essere una testimonianza importante della civiltà troglodita, è famosa per essere stato il set naturale dei primi episodi della saga di Guerre Stellari (Star Wars). Alcune di queste abitazioni troglodite vennero acquistate dalla produzione per l’allestimento del set. Finite le riprese, l’impianto venne trasformato in albergo, l’hotel Sidi Driss.

Trogloditi sono state definite le persone che vivevano in case costituite da grotte artificiali tra loro comunicanti; invece di esaltarne la genialità, oggi il termine troglodita viene paradossalmente utilizzato in senso denigratorio.

I dromedari

Il dromedario è decisamente l’animale simbolo del deserto. Si incontrano facilmente anche nei campement e ai bordi delle città e delle strade.

Per sopravvivere negli ambienti desertici ha modificato, nel corso della sua evoluzione, la propria struttura fisica adattandola alle ostili condizioni climatiche, nelle quali mostra ormai di vivere in perfetto equilibrio; per esempio la gobba, che rappresenta una riserva di grasso, e le labbra spesse e pronunciate, che gli consentono di nutrirsi di piante grasse e spinose, di cui è ghiotto. Le narici, poi, si chiudono ermeticamente durante le tempeste di sabbia e i larghi zoccoli evitano che il dromedario affondi le zampe nella sabbia poco addensata. Inoltre, la sua temperatura corporea varia da 34 a 42 gradi per minimizzare la sudorazione, tollera perdite di liquidi superiore al 30% (il 15% uccide la maggior parte dei mammiferi) e si reidrata rapidamente bevendo fino a cento litri di acqua in soli dieci minuti.

È un animale socievole e vive in gruppo di dimensioni variabili da due a venti esemplari, costituito da femmine, da adulti sessualmente immaturi, da giovani e da un maschio dominante. Marciano guardando il sole per tenere in ombra il retro della loro testa, perciò la loro traiettoria è curva, proprio come quella del sole.

Il dromedario ricorda i momenti belli e i momenti brutti che ha vissuto. Se subisce un torto da qualcuno, animale o uomo che sia, quando lo incontra di nuovo, anche se è passato tanto tempo, si vendica facendogli ogni tipo di dispetto.

Il dromedario piange, manifesta la propria tristezza piangendo con lacrime vere quando, per esempio, il suo pastore cambia, o se lo allontana dai suoi piccoli o dal suo gruppo.

 

 


Il trasferimento dei Re Magi

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Il trasferimento dei Re Magi

Tra storia e leggenda, passato e presente, l’avventurosa traslazione delle reliquie da Milano a Colonia. L’impresa di Reinal von Dassel tratta dalla cronaca di Giovanni di Hildesheim.

Di Beppe Bertoli

Il 10 giugno 1164 Milano è devastata dalle truppe di Federico Barbarossa, che vuole raderla al suolo per punire uno dei Comuni più ribelli e meno accondiscendenti alle sue mire imperiali. Reinal von Dassel, vescovo di Colonia, fresco di scomunica papale e fedelissimo cancelliere di Federico, si impadronisce delle reliquie dei Re Magi, conservate nella chiesa di Sant’Eustorgio. Per ordine del suo imperatore dovrà portarle a Colonia, dove si sta già pensando alla grande cattedrale che le ospiterà. L’operazione avrà un forte valore “commerciale” (grazie al loro arrivo Colonia fu nei due secoli successivi il quarto luogo sacro più visitato dai pellegrini, dopo Gerusalemme, Roma e Costantinopoli) ma soprattutto simbolico. Quei re che si erano messi in viaggio per andare ad adorare il nuovo Messia, questa volta si muoveranno per rendere omaggio, nella sua terra del Nord, a un imperatore. Era il riconoscimento di un ruolo e di un potere (anche sulla nomina dei vescovi) che il nuovo papa Alessandro III (eletto dopo la morte di Adriano IV, che nel 1155 aveva incoronato Federico per ringraziarlo di aver mandato al rogo quell’anticlericale Arnaldo da Brescia) sembrava negargli. Proprio a lui, così cristiano che alla denominazione di Impero romano d’Occidente pensava di aggiungere il termine Sacro. E così come i Re Magi non avevano chiesto l’intercessione delle autorità (Erode) per arrivare a Cristo, il Barbarossa decide di scavalcare il Papa.

Un viaggio complicato, anche da ricostruire

La cronaca del viaggio delle reliquie da Milano a Colonia venne ricostruita nel 1364 da un frate carmelitano, Giovanni di Hildesheim, che racconta di un percorso a zigzag (tra Piemonte, Savoia, Borgogna, Alsazia e Renania), attraversando le città e i territori che nella contesa tra papato e impero si erano schierati con il Barbarossa, dell’ultimo tratto percorso in barca sul fiume Reno partendo da un porto in Alsazia e del trionfale arrivo delle salme nella città di Reinal il 23 luglio 1164.

La cronaca del viaggio delle reliquie da Milano a Colonia venne ricostruita nel 1364 da un frate carmelitano, Giovanni di Hildesheim, che racconta di un percorso a zigzag (tra Piemonte, Savoia, Borgogna, Alsazia e Renania), attraversando le città e i territori che nella contesa tra papato e impero si erano schierati con il Barbarossa, dell’ultimo tratto percorso in barca sul fiume Reno partendo da un porto in Alsazia e del trionfale arrivo delle salme nella città di Reinal il 23 luglio 1164.

A confermare il passaggio delle reliquie (o meglio, a lasciarcelo intuire, vista la scarsa attendibilità delle fonti e il “mistero” che circonda spesso i racconti religiosi) sono frammenti di ossa lasciati in omaggio e custoditi in chiese lungo il percorso. Altra traccia sono le insegne di locande, alberghi e osterie che hanno ospitato il corteo della traslazione (eufemismo spesso usato nel Medioevo per raccontare lo spostamento furtivo delle reliquie) e che ancora oggi lo testimoniano con il loro nome: “Ai tre Re”, “Le tre corone”, “Alla stella”, “La cometa”. Insegne con nomi simili le troviamo in gran parte dell’Europa, sia per la grande divulgazione del mito dei Tre Magi, sia perché la loro leggenda era una rappresentazione del viaggio (a volte sono chiamati “santi patroni dei viaggiatori”), un simbolo dell’umano errare. In particolare si diffusero lungo il percorso alternativo seguito dai pellegrini milanesi che fin dal tardo Medioevo si recavano a Colonia per pregare i “loro” Re Magi. Meno tortuoso rispetto a quello seguito dalle reliquie, l’itinerario era più devozionale che storico e passava per Como, attraversava il San Gottardo, costeggiava il lago dei Quattro Cantoni e da Lucerna proseguiva lungo la Valle del fiume Reuss fino a Basilea. Per arrivare in Alsazia e poi sul Reno fino a Colonia.

Quando si parla di Re Magi e in generale di reliquie religiose ci si muove su una fragile linea di confine, in bilico tra storia e leggenda, ma seguire il percorso della traslazione può essere un modo originale per raccontare l’Europa medioevale e un’occasione per scoprire paesi poco conosciuti e non sempre meta di itinerari turistici.

Mille chilometri in 43 giorni

Lasciata Milano, la prima tappa in territorio italiano (o meglio in quella scacchiera di Domini Comunali, Marchesati, Contee e Repubbliche che si stendeva a Sud delle Alpi) fu Pavia, a far visita al Barbarossa che aveva commissionato l’impresa. Era la città preferita dall’imperatore, il suo quartiere generale in Italia. Qui era stato incoronato Re d’Italia dal vescovo locale nella Basilica di San Michele Maggiore il 17 aprile del 1155 (due mesi dopo sarà il Papa a incoronarlo Imperatore a San Pietro). Un omaggio all’ospitalità della città è tra le 235 reliquie che vengono conservate nella basilica e una testimonianza di quanto il culto dell’Epifania sia stato diffuso nel Medioevo lo troviamo in un trittico d’avorio (dei primi anni del 1400) con ventisei scene della storia dei Magi, che si trova nella Certosa di Pavia.

Seconda tappa fu Vercelli, da dove Van Dassel scrisse una lettera ai dignitari ecclesiastici di Colonia, confermando che era in viaggio con il prezioso carico. In via Galileo Ferraris, a due passi dal duomo (che ricorda vagamente la basilica di San Pietro e ha al suo interno un monumentale crocefisso in lamine d’argento del X secolo), c’è l’Antico albergo dei Tre Re, oggi moderno residence, e in una casa (oggi demolita) a lato del convento di San Paolo, che forse ne ospitò le salme, una targa con tre corone ricordava il loro passaggio.

Superata Torino, che allora era poco più che un borgo fortificato, un piccolo marchesato governato dal vescovo Carlo I, fedele amico del Barbarossa, il corteo della traslazione si inoltrò nella Val di Susa, che con i suoi due valichi del Monginevro e del Moncenisio (il primo più basso ma più lungo da percorrere) era il collegamento alpino tra la Francia e l’Italia maggiormente utilizzato da eserciti, mercanti (da e per le grandi fiere commerciali dello Champagne) e pellegrini (dal Nord Europa verso Roma e Gerusalemme), divenendo una delle varianti più frequentate della via Francigena. Per questi sentieri di confine passeranno come clandestini gli emigrati italiani del primo dopoguerra (quelli che non riuscivano a imbarcarsi per l’America), gli ebrei che scappavano dalle leggi razziali e (nei nostri giorni) gli immigrati sbarcati a Lampedusa. Arrivano dal Mali, dal Camerun, dalla Costa d’Avorio; vogliono andare in Francia per lavorare, per vivere, perché lì si parla una lingua che conoscono, hanno amici e parenti che li hanno preceduti.

E come tutti i pellegrini dell’epoca anche Reinal e il suo sacro seguito, fece probabilmente una sosta alla Sagra di san Michele, l’imponente abazia che sovrasta l’imbocco della Val Susa. Il monumento, arroccato sulla vetta del monte Pirchiriano che domina la valle, è stato costruito intorno all’anno mille e ampliato nei secoli successivi. È curiosamente (o volutamente) posizionato a metà strada sulla retta che unisce Mont Saint Michel (al confine tra Bretagna e Normandia) al santuario di San Michele Arcangelo in Puglia. Una retta che proseguendola arriva a Gerusalemme.

I Magi hanno dato il nome anche a un gruppo di montagne nella zona, a un rifugio alpino e a un albergo. Salendo da Susa al Monginevro e prendendo la strada per Bardonecchia e il traforo del Frejus, si raggiunge la Val Stretta (Val Etroite, siamo in Francia), che porta a uno scenografico Lago Verde in cui si affacciano tre cime denominate i Tre Re Magi, poco lontano dal lago si trova il rifugio I Re Magi. A Montgenevre, il primo paese che si incontra scendendo il colle del Monginevro, incontriamo lungo la via principale il ClubHotel Les Rois Mages.

Torniamo al 1164. Passato il confine, che dopo Carlo Magno non era più frontiera ma apparteneva a un solo regno (anche se ai tempi del Barbarossa l’unione era solo politica perché il territorio della Borgogna l’aveva ereditato sposando Beatrice, figlia del re borgognone, e quello torinese era solo una fedele alleanza) Reinal Van Dassel e il suo seguito raggiunsero Ebrun. Allora rocca con annessa abazia, Ebrun è oggi un grazioso borgo medioevale sulla sponde del lago artificiale di Serre Poncon. Nell’antica cattedrale di Notre Dame du Real, del XII secolo, in stile romanico lombardo, il portico d’ingresso è chiamato “des Trois Rois” e all’interno esisteva (è stato distrutto dai protestanti) un affresco sull’adorazione dei Magi, visitato da molti re francesi perché ritenuto miracoloso.

Borgogna e Alsazia

Lasciata Ebrun il corteo della traslazione raggiunse probabilmente Baune, allora residenza preferita dei Duchi di Borgogna.

Città d’arte (suggestivo il tetto dalle tegole multicolori del medioevale Hotel Dieu), ricca di storia e circondata da vigneti, Baune è anche la capitale dei vini di Borgogna. Tra questi il Domain Rois Mages è uno dei marchi i più famosi e apprezzati del territorio e si produce a Rully, nelle campagne circostanti. Anche il nome di un dolce tipico della Borgogna (diffuso in tutto il sud francese) si richiama ai Magi: la galette des rois en boules, una grande brioche a forma di corona.

Da Baune Reinal ripartì verso Besancon, fermandosi, come riportano alcuni antichi documenti locali, in alcuni monasteri della zona, dove lasciò parti di reliquie: a La Charité sur Loire, in una abazia benedettina di ordine clunicense (ancora oggi ben conservata); a Morimond, nel borgo medioevale di Parnoy en Bassigny (del monastero restano solo poche rovine, da qui partirono i monaci che nel 1134 fondarono l’abazia di Morimondo, alle porte di Milano) e a Lieu Croissant, tra i borghi di Geney e Mancenans, poco lontano da Besancon (l’abazia cistercense, distrutta ai tempi della rivoluzione francese, dopo aver ospitato le salme portò il nome di Trois Rois; conservava una parte del pollice di uno dei Re Magi).

Una reliquia dei Magi è conservata anche in una cappella dell’abazia di Montbenoît, nei pressi del fiume Doubs a una decina di chilometri a Sud di Besancon, sul confine svizzero. Perfettamente conservato, il complesso monastico risale al XII secolo. Il borgo che lo circonda, insieme ad altri dieci comuni dell’area, dal 1947 fa parte della Repubblica di Saugeais, una micronazione, a tutti gli effetti francese ma con tanto di Presidente, stemma e bandiera.

 

Attraversata Besancon il corteo si diresse a Basilea, già allora importante centro commerciale, ultimo porto a Sud del Reno. A Basilea c’è il più noto tra gli hotel intitolati ai Magi, il Grand Hotel Les Trois Rois. Costruito nel 1681, probabilmente vicino al luogo che ospitò le reliquie in viaggio, si trova nel centro storico affacciato sul fiume. È uno degli alberghi più lussuosi d’Europa e vanta ospiti famosi, da Napoleone alla regina Elisabetta, da Wagner a Bob Dylan, da Voltaire a Picasso. Forse da qui si imbarcarono per Colonia, ma altri documenti e tracce registrano il passaggio delle salme in alcuni paesi in Alsazia. A Colmar, splendida città medioevale (con le sue case a graticcio, i canali, le piazze e i vicoli pieni di luce e colori), si può ammirare una pregevole Adorazione dei magi sulla facciata principale della cattedrale di San Martino.

A Ribauville, pochi chilometri più a Nord, nella chiesa di Saint Grégoire le Grand viene conservato un frammento delle reliquie dei Magi e qui ha sede una Confraternita dei Re Magi che promuove le tradizioni e la gastronomia locale. Ribauville è un pittoresco villaggio medioevale con strade acciottolate, case pastello, balconi fioriti, nidi di cicogne ed è circondato da vigneti e da tre castelli. La prima domenica di settembre ospita un curioso festival dei menestrelli (il Pfifferdaj), artisti di strada in costume medioevale che suonano per le strade del borgo, dove non manca una brasserie Aux Trois Rois. Un ristorante con lo stesso nome è a Moosch, una ventina di chilometri a Sud di Colmar. E a proposito di insegne, una delle più diffuse nelle regione alsaziana è “A la couronne” (alla corona, a volte declinato al plurale). Troviamo ristoranti e hotel con questo nome a Riquewihr, Strasburgo, Wuenheim, Bourbach le Bas, Scherwiller, Burnhaupt le Haut, Carspach, Diebolsheim e Roppenheim.

In Alsazia, come in alcune aree della Germania e in tanti paesi del nostro Alto Adige permane un’antica tradizione legata all’Epifania. I bambini si vestono come i Re Magi e vanno di casa in casa, bussano e cantano una canzone. In cambio ricevono dei dolci o qualche moneta e lasciano una scritta con un gesso sulle porte (ad esempio 20 + C+M+B + 17).  I numeri corrispondono all’anno e le lettere sono l’abbreviazione di Caspar, Melchior, Balthasar, i nomi dei Tre Re Magi.

L’arrivo a Colonia

Non sappiamo se ad accogliere le reliquie ci fosse una folla festante o solo alcuni notabili del clero locale, ma si conosce il luogo dove vennero depositate al loro arrivo in città: dietro all’altare della chiesa di San Pietro. Colonia era allora una città fortificata e la chiesa era edificata vicino alla principale porta di accesso da cui partiva la strada che portava al porto sul Reno. Con i suoi trentamila abitanti era una delle città più popolate della Germania e, grazie al fiume, una tra le più ricche per il suo traffico commerciale. Non aveva ancora una università, che sarà avviata solo nel 1248 grazie ai domenicani (Alberto il Grande, che si era formato a Padova, e il suo assistente Tommaso d’Acquino) diventando nel Medioevo un centro di eccellenza per la filosofia e la teologia. Piccola parentesi. Gli italiani hanno avuto un ruolo determinante nella cultura e nelle tradizioni tedesche che si sono sviluppate nel Medioevo, basti ricordare che la produzione di insaccati (anche i mitici wurstel) l’hanno inizialmente appresa dai salumieri di Norcia e quella della birra, che allora si produceva solo nei conventi, dai monaci bizantini calabresi, che a loro volta riprendevano conoscenze dall’antico Egitto. Anche la famosa Acqua di Colonia, l’ha creata nei primi anni del 1700 un immigrato piemontese (Giovanni Paolo Feminis), utilizzando l’essenza estratta dai bergamotti.

Con l’arrivo delle reliquie, Colonia aveva ora un ruolo importante nel mondo cristiano occidentale e doveva valorizzarle.

Chiamarono uno dei più famosi artigiani dell’epoca, il francese Nicolas de Verdun, e gli commissionarono il nuovo sarcofago. Utilizzando oro, argento, pietre preziose e decorazioni antiche (bottino di qualche crociata) ne uscì un capolavoro: una cassa a forma di basilica alta un metro e 53, lunga due metri e 20, larga un metro e dieci, dal peso di trecento chili. E attorno al sarcofago iniziarono a costruire anche la nuova cattedrale.

I lavori, partiti nel 1248, finirono seicento anni dopo. Un’opera monumentale, per bellezza e dimensioni. Vanta diversi primati, ha la superficie più estesa tra le facciate di una chiesa, le più alte volte gotiche all’interno di una cattedrale (40 metri) e la campana a battacchio più grande (pesa 24 tonnellate). Con le sue torri di 157 metri, fu fino al 1884 l’edificio più alto al mondo. Salirne la sommità è un’impresa (533 gradini) ma il panorama è imperdibile.

La storia delle reliquie

Agli inizi del 300 Elena, moglie dell’imperatore romano Costanzo Cloro e madre del suo successore Costantino, va in pellegrinaggio a Gerusalemme e qui si presume abbia ritrovato la croce su cui morì Gesù, i chiodi e le corona di spine. Raccoglie anche numerose reliquie e tra queste quelle dei Re Magi. Le porta a Costantinopoli e le deposita nella chiesa che diverrà la basilica di Santa Sofia, quella che nel 1453 sarà trasformata in moschea, circondando la grande cupola con quattro torri-minareti e oggi è un museo (con la Moschea Blu è una delle immagini simbolo di Istambul). Nel 343 Costantino dona le reliquie a Eustorgio, Vescovo di Milano (la città dove trenta anni prima aveva firmato l’Editto che poneva fine alla persecuzione dei cristiani). Le spoglie dei Magi arrivano a Milano in un pesante sarcofago su un carro trainato da buoi, che passata la porta ticinese si blocca e nessuno riesce a far proseguire. Interpretandolo come segno divino, Eustorgio decide di costruire sul posto una basilica (che ancora oggi porta il suo nome) per ospitare le reliquie. Anche il campanile avrà un richiamo ai Re Magi: sulla sommità non c’è la solita croce ma una stella a otto punte. E qui rimarranno per otto secoli, fino all’arrivo del Barbarossa, che nel 1164 le porta a Colonia. Nella basilica milanese possiamo ancora vedere in una cappella il sarcofago (vuoto), una grande arca in pietra che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum, e dietro una grata, in una nicchia nel muro, un contenitore con una piccola parte delle reliquie trafugate (due fibule, una tibia e una vertebra), restituite a Milano solo nel 1904 dopo una estenuante trattativa con il clero tedesco.

Gli umitt di Brugherio

Milano e Colonia non sono le sole a vantare la presenza dei resti. Brugherio è un paese a 14 chilometri del capoluogo lombardo. Qui sul finire del IV secolo si ritirò a una vita monacale Marcellina, sorella del Vescovo di Milano Ambrogio, che con altre amiche di nobili famiglie aveva trasformato una villa in un monastero. Per incentivarne l’impegno Ambrogio regalò loro una parte delle reliquie conservate nella basilica di Sant’Eustorgio (tre falangi delle dita). Nel 1613 queste reliquie furono portate nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, che ancora oggi le custodisce in una teca (che gli abitanti del paese chiamano in dialetto “i umitt”, gli ometti). Viene esposta al pubblico una volta all’anno, in occasione dell’Epifania.

I doni dei Re Magi

Una leggenda racconta che la Madonna conservò i doni portati dai Re Magi e li fece custodire in una chiesa a Gerusalemme. Nel IV secolo queste reliquie furono spostate nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli (forse dalla stessa Elena), dove rimasero fino alla caduta dell’Impero romano d’Oriente e alla conquista della città da parte ottomana (1453). Per salvarle dalla distruzione furono portate in Grecia, nel monastero ortodosso di Aghios Pavlos, sul Monte Athos, dove è ancora possibile ammirare lo scrigno che contiene 28 piccoli ciondoli d’oro, quadrati, rettangolari e triangolari, e 70 palline di incenso e mirra, scure e grandi come un’oliva.

Nel 2014 furono temporaneamente esposte nelle principali basiliche di Mosca, Pietroburgo, Minsk e Kiev, con un enorme affluenza di fedeli.

 

La versione di Marco Polo

A contraddire tutte le precedenti ricostruzioni ci ha pensato Marco Polo che nel Milione racconta di aver visitato, intorno al 1271, la tomba dei tre Magi a Saba, la città persiana da cui sarebbero partiti per andare ad adorare Gesù: “… in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior”.

Ma alcuni ritengono che Marco Polo fosse un cronista a volte fantasioso e che Rustichello da Pisa, il trascrittore dei racconti del famoso viaggiatore, amava romanzare e aggiungere intuizioni tutte sue.

Ma chi erano i Re Magi?

Nei quattro Vangeli canonici, quelli riconosciuti come sacri dalla religione cristiana, vengono citati solo da Matteo, che racconta l’arrivo a Gerusalemme di alcuni magi da oriente. Magi, in greco antico venivano chiamati i sacerdoti dello zeroastrismo persiano, studiosi e osservatori del cielo e degli astri che lo illuminavano. Avevano seguito una stella che secondo loro annunciava la nascita del Messia, il nuovo re della Giudea. Lo trovarono a Betlemme, dove la stella si era fermata. Si prostrarono adorandolo e gli lasciarono in dono scrigni contenenti oro, incenso e mirra. Poi fecero ritorno al loro paese senza ripassare da Erode, che li aveva incontrati in precedenza e che aveva chiesto loro di avvisarlo quando avrebbero trovato il Messia.

Matteo non racconta altro. Che fossero in tre, che fossero re e che si chiamassero Melchiorre, Gaspare e Baldassare lo scopriamo nei vangeli apocrifi, non attendibili per la Chiesa. Poi ad arricchire di particolari la leggenda (la loro età, la provenienza, il colore della loro pelle) ci pensarono la fantasia popolare e le favolistiche interpretazioni di qualche ecclesiastico.

Anche la stella che sempre li accompagna è leggenda e diventerà una cometa con la coda perché così la rappresenta Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova (1303) dopo aver visto passare Halley, transitata nei cieli italiani nel 1301. Negli anni attorno alla nascita di Cristo non passò nessuna cometa e l’unico fenomeno astronomico luminoso di quel periodo fu una congiunzione Giove-Saturno che ebbe luogo sette anni prima.

Alcuni teologi interpretano come simbolica la narrazione di Matteo sull’adorazione dei Magi, una parabola senza basi storiche ma ricca di significati morali.

E se i Re Magi non fossero mai esistiti, di chi sono tutte quelle reliquie?

Misteri della fede. “Le reliquie … – scrive Umberto Eco in Baudolino – è la vera Fede che le fa vere, non esse che fanno vera la Fede.”

 

 

 


Aurora boreale andata e ritorno

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In Lapponia per l’aurora boreale

Boschi innevati, laghi ghiacciati e l’emozionante incontro con la Dama sfuggente

Testi  di Patrizia Cicini e Simona De Bartoli

Foto di Eon Man

 

Vedere l’aurora boreale è un sogno di molti e la Lapponia è uno dei posti migliori al mondo per osservarle; sono visibili per più di 200 notti l’anno, praticamente ogni due notti serene. Gli ingredienti di questo viaggio non sono difficili: è sufficiente prenotare il volo, una stanza per dormire e poi incrociare le dita che ci sia il cielo sereno e che la Dama Sfuggente (come chiamano l’aurora boreale) faccia la sua apparizione. È un appuntamento al buio e il 17 marzo 2017 siamo partiti per Inari: così è cominciata la nostra caccia all’aurora boreale.

Inari è un piccolo villaggio della Lapponia finlandese a più di 300 km a nord del Circolo Polare Artico. Ha una popolazione di circa 1.000 abitanti e si trova nella regione dei laghi sacri, considerata la culla della cultura Sami. Si è sviluppato sulle sponde dell’omonimo lago (in finlandese Inarijarvi con una superficie di circa 1.300 km2); per raggiungerlo in aereo è necessario fare scalo ad Helsinki, la capitale della Finlandia, e proseguire per l’aeroporto di Ivalo. L’ultimo tratto Ivalo-Inari si percorre comodamente con una navetta, prenotabile on-line, che aspetta anche se l’aereo ha un’ora di ritardo.

Il volo che abbiamo prenotato, con le sue 5 ore di scalo ad Helsinki, ci ha consentito di curiosare per qualche ora nella capitale e di mangiare qualcosa al famoso mercato coperto al porto.

Inari ha una buona recettività: offre alberghi confortevoli e caldi ma anche una soluzione alternativa che merita di essere citata. Si possono prenotare le cabine mobili, vere e proprie stanze d’albergo, ma indipendenti l’una dall’altra. Hanno la forma di una casetta rossa in legno, che ricorda l’architettura delle case circostanti, la maggior parte delle pareti hanno la superficie trasparente, per poter ammirare nel cielo l’aurora boreale e una quantità inimmaginabile di stelle. Confortevoli, essenziali e calde, sono poggiate su quattro grandi sci e, per la notte, vengono trainate con la motoslitta sul lago gelato, decisamente lontane dall’inquinamento luminoso. Dispongono di riscaldamento, energia elettrica e servizi igienici autonomi. Durante il giorno vengono parcheggiate vicino all’edificio principale, una accogliente casa in legno, che offre la cucina, la sauna, le docce ed il barbecue.

La bellezza di Inari, come degli altri paesi della Lapponia, è la natura con i suoi paesaggi di laghi ghiacciati e di boschi sterminati.

Nell’attesa/speranza di vedere la Dama Sfuggente i luoghi offrono ottimi spunti per escursioni a piedi, con le ciaspole, con gli sci, con le motoslitte o con le slitte trainate dai cani, che si possono facilmente noleggiare sul posto ed i percorsi, ben segnati, fanno da guida nei boschi e sui laghi ghiacciati. Una delle escursioni più frequentate è la Pielpajärvenerämaakirkonpolku (il percorso della chiesa di Pielpajärvi). Un percorso di 10 km in tutto , che si snoda nel bosco e tra i laghi; inizia dalla sede del Northern Lapland Nature Centre ed è ben segnalato con paletti di legno rosso, visibili nonostante la spessa coltre di neve Si raggiunge la Pielpajärvenerämaakirkko (la chiesa di Pielpajärvi – WGS84 lat: 68.95127° lon: 27.11584°), una costruzione in legno del XVIII secolo, uno dei più antichi edifici nel nord della Lapponia.

Lungo il sentiero e nelle vicinanze della Chiesa, è facile trovare dei rifugi in legno “Laavu”, sono stati costruiti dalla gente del posto per condividere momenti comuni; sono accessibili a tutti ed in alcuni è possibile accendere un fuoco per riscaldarsi.

Noi siamo andati a piedi a vedere la vecchia chiesa di Pielpajärvi costruita nel 1760, tutta di legno. Ha nevicato per tutto il tempo ed a metà percorso si è unito anche il vento del nord; durante il cammino abbiamo avvistato le renne. Per prenderci una pausa dalla nevicata interminabile e dalla assidua compagnia del vento, dopo aver visitato la chiesa, ci siamo fermati proprio in un Laavu e siamo rimasti per un’oretta a scaldarci vicino al fuoco del camino.

La sera, mentre cenavamo al ristorante, ci siamo resi conto che il vento del nord aveva spazzato via le nuvole di neve, che ci avevano fatto compagnia tutto il giorno, e che in cielo erano comparse le prime stelle. Bisogna scrutare il cielo verso il nord, perché l’aurora boreale arriva da quella direzione, ed aspettare, a volte anche tutta la notte, per vedere se appare. Noi siamo stati fortunati perchè qualche ora più tardi è arrivata, di un verdino pallido pallido, ed i suoi veli hanno cominciato a danzare.

All’appuntamento c’eravamo proprio tutti: noi, l’aurora boreale, il vento freddo, il vento solare, le emozioni, gli asiatici a fotografare, le radiazioni, le stelle a fare da cornice, il sonno, la stanchezza nelle gambe, la consapevolezza di essere stati fortunati, l’incanto dello spettacolo. È li che abbiamo incontrato il nostro amico di Hong Kong, Eon Man, che ha fatto le splendide foto dell’aurora boreale, orgoglioso del fatto che le avremmo utilizzate per raccontare il nostro viaggio.

L’apparizione della Dama Sfuggente è durata circa un’ora. È arrivata da nord, arriva sempre da nord, in sordina e si è messa ad ondeggiare davanti alla via lattea, silenziosa, armoniosa, un concerto di musica scritta senza note, una danza senza copione, una scenografia improvvisata, si attenua e appare poco più a destra, adesso è li che danza una danza diversa dalla prima, ha cambiato la sua forma, non è più a velo ma ad arco.

Adesso si sposta ancora, è di nuovo sopra di noi

Guarda è più luminosa a sinistra

– Giratevi è lì in fondo al lago

– La vedi? A destra delle cabine mobili, ma non è una meraviglia?

In piedi, anche noi in silenzio, sono i nostri gesti a parlare, le nostre dita ad indicare la direzione, le parole non dette a dirci quanto tutto sia bello.

Adesso si attenua, si attenua ancora.

– Ma che fai, vai via?

E non si riaccende più. Ci ha salutato con saluto che non avevamo capito; ancora qualche minuto a guardare verso il nord, casomai dovesse esserci ancora un’apparizione. È il freddo a convincerci a tornare in albergo, senza bis, senza applausi.

Il mattino seguente è arrivato con tutta la prepotenza di un sole forte, caldo e padrone assoluto di un cielo azzurro senza difetti: il tempo ideale per una gita con la slitta trainata dai cani. Elina, la gentile musher,cioè la conducente delle mute dei cani da slitta, ci introduce al mondo degli husky e alla guida della slitta.  Ci fa visitare l’allevamento dei cani Husky siberiani e dell’Alaska; non sono in vendita, sono i suoi cani e li conosce uno ad uno; allegri e saltellanti abbaiano forte, tutti vogliono partire insieme.

Una volta imbracati davanti alla slitta, i cani sono assolutamente calmi: sono pronti per correre sulle distese di neve a Nord di Inari. Un’esperienza elettrizzante, non è difficile guidare la slitta (che sembra un po’ esile come struttura) ma serve molta forza e l’aiuto del freno posteriore per rallentare i cani, soprattutto nelle curve. Intorno a noi solo alberi e neve, che ricopre una zona ricca di laghi.

Per la cena, questa volta, abbiamo deciso di utilizzare il barbecue delle cabine mobili, realizzato in una tipica capanna Sami, e di cuocerci il filetto di renna alla brace con bruschetta di pomodori, wurstel  e pannocchie; non è stata un’impresa da poco perché la legna di betulla un legno tenero, che avevamo a disposizione in quantità, fa una brace che dura pochissimo!!!

Verso le nove, stagliata su in cielo, stavolta ancora più limpido e scuro, è tornata a farsi vedere. L’aurora borealis, come la chiamarono gli scienziati a partire da Galileo, la danza dei fantasmi degli antichi vichinghi, the northern lights (le luci del nord) come si dice in inglese, perché le puoi vedere solo qui, al nord del nord della terra, risultato di una catena casuale di eventi, che alla fine rischiarano il cielo o la Dama sfuggente, il nome che preferiamo per un saluto quasi familiare, perché ci sentiamo meno estranei all’ambiente e quasi parte del fenomeno.

– Come danzerai stasera? Quanto tempo passerai con noi? È bello rivederti!

Ancora una volta in piedi, in silenzio per tutto il tempo guardare la sua danza ancora una volta diversa: ci è sembrata addirittura più bella di quella della notte precedente. Decisi a rimanere per tutta la durata dello spettacolo, allontanavamo da noi il momento di preparare i bagagli per ritornare a casa l’indomani mattina. Quando le “luci del nord” si sono spente, l’abbiamo salutata con un ultimo sguardo, lungo, intenso, pieno di ammirazione, di riconoscimento, un inchino alla Natura e alla sua perfezione.

I due giorni trascorsi ad Inari sono stati così intensi, inaspettati e pieni di emozioni, che alla fine la realtà è stata più bella del sogno. Siamo partiti, ma è un a rivederci alla stagione della ruska, quando le foreste lapponi si colorano di autunno.

L’aurora boreale

Le aurore boreali sono un fenomeno naturale generato dall’impatto del vento solare, emesso continuamente dal sole e costituito da elettroni, protoni e, in una piccola percentuale, da nuclei di elio, con il campo magnetico terrestre.

Ogni singolo impatto genera un piccolo flash di luce e miliardi di questi piccoli flash in sequenza casuale generano l’effetto macroscopico di una danza. Quanto maggiore è la velocità del vento solare, tanto maggiore è il disturbo elettromagnetico e l’intensità finale dell’aurora.

Il fenomeno si può osservare al di sopra del Circolo Polare Artico, dove il campo magnetico è più intenso, in poche zone abitate del Pianeta che si trovano in Lapponia, estremo nord della Penisola scandinava, in Islanda, in Siberia ed in Alaska. Essendo un fenomeno magnetico, che si manifesta come una debole luce verde fluttuante nel cielo, le aurore si vedono facilmente ad occhio nudo, ma solo nel buio profondo delle lunghe notti invernali.

Lo stesso fenomeno si manifesta nell’emisfero sud del pianeta e in quel caso si chiamano aurore australi. È caratterizzato principalmente da bande luminose di un’ampia gamma di forme e colori, rapidamente mutevoli nel tempo e nello spazio.

Le cabine mobili

Esko è l’ideatore, il costruttore e il proprietario del Lake Inari Mobilcabins. Le cabine vengono spostate la sera e la mattina in motoslitta, mentre gli ospiti restano all’interno. Durante il giorno le cabine sono parcheggiate al campo base, dove ci sono tutti i servizi.

Una tipica sauna a legna, realizzata in una cabina rossa mobile dedicata, permette di condividere l’esperienza con i propri familiari e amici; con un utilizzo del tutto privato.

Passare la notte nella cabina mobile è un’esperienza unica. il silenzio del lago e, soprattutto, il buio che la circonda offrono le condizioni migliori per l’osservazione dell’aurora boreale.

La taiga artica

La taiga, detta anche foresta boreale, è la foresta composta in prevalenza da conifere che si trova a nord dell’emisfero terrestre settentrionale, in prossimità del circolo polare artico. Vi si trovano soprattutto abeti, larici, pini, ma ci sono anche pioppi e betulle. Manca quasi del tutto il sottobosco, poiché il suolo è ricoperto dalla neve per buona parte dell’anno. Il paesaggio, soprattutto in pianura, appare piuttosto monotono, ma offre scorci molto suggestivi, quando è innevato. L’impressione che se ne ricava è quella della pulizia e, soprattutto, della verticalità, data la notevole altezza dei tronchi e la loro forma diritta. Nella taiga vivono alcuni animali di grossa taglia: l’orso bruno, la lince, il lupo, l’alce, la renna, e altri più piccoli come la volpe, vari tipi di roditori (castori, scoiattoli) e numerosissimi uccelli, in prevalenza rapaci (aquile, falchi, gufi). Durante l’estate la taiga è verde, ma d’inverno il colore che prevale è il marrone dei tronchi insieme al bianco della neve.

I Sami

I Sami sono una popolazione indigena e vivono nelle regioni più settentrionali della Finlandia, della Svezia, della Norvegia e della Russia. Spesso sono confusi con i Lapponi che sono tutti gli abitanti della provincia della Lapponia, anche se non sono Sami. La maggior parte dei Sami che vive in Finlandia è concentrata nei comuni di Enontekio, Inari, Utsjoki e dalla parte settentrionale del comune di Sodankyla.

In tempi remoti erano per lo più allevatori di renne, pescatori e dediti alla caccia. Erano nomadi e abitavano in capanne chiamate Kota oppure in tende che avevano il nome di Layvu; l’unico mezzo di trasporto a loro congeniale era la slitta, ovviamente sempre trainata da renne.

L’allevamento di renne è sempre stato uno degli elementi più importanti della loro cultura: è con questi animali che sono riusciti a sopravvivere per secoli e secoli; dalle renne, infatti, potevano procurarsi cibo, latte, le pelli per gli abiti, per le loro case, nonché ossa e corna per fabbricare utensili e strumenti di caccia e lavoro.

A Inari, sulle rive del fiume Juutuanjoki, si trova il centro Sajos che ospita il Parlamento autonomo dei Sámi finlandesi e ne promuove la cultura. A nord del villaggio si trova il museo della cultura lappone, che prende il nome da Siida, una sorta di accampamento in cui si riunivano le diverse famiglie, con annesso il Centro Naturalistico della Lapponia Settentrionale. È un museo all’aperto articolato su di un percorso di circa 6 km lungo il quale si possono trovare abitazioni ed edifici Sami ricostruiti su modelli risalenti agli ultimi quattro secoli.

 

 

 

Notizie utili

Vi consigliamo alcuni siti da consultare prima della partenza:

http://www.nationalparks.fi/en/inari/trails

http://www.retkikartta.fi/index.php?lang=en&id=1982

http://www.swpc.noaa.gov/products/aurora-3-day-forecast

http://www.lakeinari.com/

http://www.focusjunior.it/scienza/che-cose-laurora-boreale

 


Pedalata siracusana

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Pedalata siracusana

Sette chilometri in bici costeggiando il mare lungo il tracciato di una ferrovia dismessa che collegava Siracusa a Targia

 

Testo e foto di Patrizia Cicini

Chi va a Siracusa visita lo splendido borgo di Ortigia, il Duomo, la fonte Aretusa e il Castello di Maniace. Ci va per perdersi nei meandri delle Latomie e per salire sulle gradinate del Teatro Greco, dove i cultori del dramma antico possono assistere in una cornice unica alle rappresentazioni dei classici di Eschilo, Euripide, Sofocle e Aristofane. Ma pochi, veramente pochi, sanno che a Siracusa c’è un altro gioiellino che vale la pena di scoprire.

Frastornati dalla bellezza dei luoghi, prigionieri in una dimensione che oscilla tra l’arte greca e il barocco siciliano, è difficile accorgersi che, proprio di fronte all’ingresso delle Latomie, inizia il tratto sterrato di una panoramica pista ciclopedonale che seguendo la costa arriva quasi fino a Targia. La pista, realizzata nel 2008, è stata intitolata a Rossana Maiorca, figlia di Enzo, famoso recordman di immersioni in apnea e anch’essa campionessa nella stessa specialità sportiva, scomparsa a soli 45 anni.
Più che per fare sport, questa pista è un suggerimento per una tranquilla pedalata adatta a bambini, ragazzi e adulti.
Con i suoi circa 7 km di lunghezza collega, a pettine, una sequenza di sentieri verso un mare che l’assenza di spiagge fa sembrare ostile ma che subito dopo ti avvolge con il suo azzurro intenso e rassicurante.
Questo sentiero, che oggi è una pista ciclabile dal fondo battuto e bianco da abbagliare, fino a qualche decennio fa era il primo tratto della linea ferroviaria che collega Siracusa a Catania e poi a Messina, e che la realizzazione di una moderna galleria a Targia ha mandato in pensione il 21 giugno 1998, a soli 127 anni.
Paladini della memoria del suo glorioso passato ferroviario, sono i portali e i pali che sostenevano il cavo della corrente elettrica che alimentava il treno e che oggi, austeri e orgogliosi, sembrano custodire il cammino e lo illuminano. Testimoni sono anche i resti di un telefono e di un semaforo. Timidi e discreti, si notano poco, ma ancora resistono al tempo.
La pista parte dall’ex passaggio a livello Santa Lucia e procedendo verso Targia, si attraversano resti delle mura dionigiane e cave di pietra di epoca greca con blocchi appena sbozzati. Il mare fa sempre da sfondo e in alcuni tratti del percorso si possono ammirare lo scoglio dei Cappuccini (detto anche del Carabiniere), lo scoglio Due Fratelli e la splendida tonnara Santa Panagia, ormai abbandonata, adagiata su una costa con scenari di rara bellezza: grotte, spiagge sabbiose, antichi fiumi, macchia mediterranea, saline che offrono riparo a volatili provenienti da tutto il mondo, il piccolo golfo dove i greci avevano costruito il porto del Trogilo e in lontananza la nota stonata del polo petrolchimico di Priolo che ha cancellato Marina di Melilli e deturpa da decenni questo tratto di costa. Si estende per chilometri ed è tagliato dalla linea ferroviaria. È un desolante paesaggio quello offerto dai finestrini del treno che ci mette diversi minuti ad attraversarlo tutto.
E una lieve delusione, niente di paragonabile a quanto appena descritto, ci aspetta anche al termine della pista, dove un groviglio di piante, cresciute attorcigliandosi le une con le altre e sulle altre, si è riconquistato il suo territorio, lo stesso dal quale i treni, che percorrevano le linea ferroviaria, l’avevano tenuto lontano.
Non ci resta che girare la bici e, sistemato il mare a sinistra, iniziare il ritorno verso Siracusa (di seguito segnaliamo altre curiosità da non perdere visitando la città), magari con una sosta intermedia e un tuffo in quell’azzurro intenso che ha accompagnato la nostra passeggiata.

L’area del Plemmirio e il Castello Maniace

La giornata non sarebbe completa senza la visita alla sede dell’Area Marina Protetta del Plemmirio (http://plemmirio.eu/area-marina/la-sede/), ospitata nel suggestivo Castello Maniace, punta estrema del centro storico di Siracusa. Qui si trova un moderno laboratorio e il Molo didattico per le attività di educazione ambientale. Nell’area marina protetta, per la quale gli accessi sono regolamentati, si possono osservare grandi pesci pelagici come tonni, ricciole, squali e dei mammiferi marini come delfini, balene e capodogli. E’ un tratto di costa ricco di grotte emerse e sommerse, cavità, sifoni. Dai suoi fondali sono stati inoltre recuperati numerosi reperti archeologici di varie epoche e civiltà, molti dei quali sono custoditi nel museo Paolo Orsi di Siracusa.

Gli spettacoli al Teatro Greco

Ogni anno tra metà maggio a metà giugno al Teatro Greco di Siracusa si può assistere alla rappresentazione di due tragedie greche, a sere alterne (www.indafondazione.org). Le rappresentazioni iniziano nel tardo pomeriggio, quando il sole è ancora alto e fa caldo, e si concludono nella prima serata quando è notte e fa freschetto (sempre meglio portarsi un maglioncino). È un’emozione sedersi negli stessi posti dove più di 2000 anni fa sedevano gli antichi Siracusani per vedere proprio quegli spettacoli, magari in un’altra lingua e con altri costumi, ma sempre così terribilmente attuali.

Il mercato a Ortigia

Alle porte di Ortigia, l’isolotto unito alla terraferma da tre ponti, che è la parte più antica e caratteristica della città, tutte le mattine dalle sette alle quattordici vicino al tempio di Apollo si trovano le colorate bancarelle del mercato di Siracusa, dal pesce alla frutta, dai formaggi alle spezie alla frutta secca. Non è grande, ma pieno di sapori mediterranei.

 

Le Latomie dei Cappuccini

Le Latomie sono le cave di pietra e quella dei Cappuccini è tra le più grandi nella provincia di Siracusa. Al tempo degli antichi greci erano utilizzate per stipare all’interno i prigionieri di guerra, una sorta di carcere. Alla fine del Cinquecento la latomia fu annessa al convento dei frati dai quali prese il nome. Oggi è un giardino ipogeo, con una sequenza di antri, piccole grotte e passaggi da scoprire. C’è anche un piccolo teatro con una cornice stupenda per ogni tipo di rappresentazione. È un posto incantevole ed è facile, se si capita nel periodo giusto, assistere davvero a qualche spettacolo.

L’ipogeo di Piazza Duomo

Al disotto di piazza Duomo si sviluppa un articolato percorso di cavità artificiali sotterranee (ipogeo), che va dal Duomo alla marina. Vi si accede da una piccola apertura sul muro perimetrale del giardino dell’Arcivescovado, e attraverso una discesa ci si immette in un groviglio di gallerie e cunicoli originariamente dell’età greca e successivamente ampliati per essere utilizzati come rifugio antiaereo.

Il percorso si snoda lungo una galleria principale, che dalla piazza Duomo raggiunge il Foro Italico della Marina, su cui confluiscono altri passaggi sotterranei minori, uno dei quali trova sbocco nella grande cisterna sottostante il Palazzo Arcivescovile, costruita dal Vescovo Paolo Faraone (1619-1629).


Alla ricerca di Jacquemart italiani

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Alla ricerca di Jacquemart italiani

 

Nel medioevo si diffuse la moda di costruire statue animate collegate agli orologi delle torri e dei campanili. Macchinosi e divertenti, gli automi ancora in azione in Europa sono centinaia e molti sono sparsi nel territorio italiano.

A cura della Redazione

 

 

 

Jacquemart è un termine francese e risale al Medioevo come contrazione di Jacques (Giacomo, Giacobbe) e marteler (battere, martellare). Così venivano chiamate le statue in metallo o in legno che i costruttori di orologi meccanici mettevano sulle torri o sui campanili per battere con un martello le campane. Sul perché queste figure venissero chiamate Jacques esistono diverse interpretazioni. Secondo alcuni storici era il nome più diffuso tra gli orologiai di Digione (dove fu costruito uno dei primi jacquemart); altri ritengono derivi dal soprannome dato ai pellegrini che si recavano in visita al santuario di Santiago (San Giacomo) di Compostela e quindi un richiamo religioso. Ma Jacques erano chiamati, in senso bonario e a volte derisorio, i contadini che nei campi alla sera suonavano piccole campane per chiamare alla preghiera dell’angelus e anche i guardiani dei campanili che tradizionalmente vestivano una jacque (giacca) di maglia. Per scoprire l’origine dell’intreccio tra il nome proprio e l’abbigliamento dobbiamo tornare al 1358, dopo la battaglia di Poitiers, quando gli inglesi occuparono gran parte della Francia. Contro la loro oppressione e quella dei nobili locali alleati, scoppiò la rivolta rurale degli jacques (i contadini) che durò solo dodici giorni ma che per la sua violenza passò alla storia come uno dei più cruenti eventi insurrezionali. Da allora il termine jacqueries fu sinonimo di ribellione e furono chiamate jacquet quelle camicie pesanti che durante i combattimenti i contadini portavano sopra alla tunica, utilizzandole a mo’ di corazza. E quella denominazione fu anche l’origine etimologica delle nostre giacche.

 

Le figure animate dagli orologi

La creazione di giocattoli a figura umana che sembrassero vivi ha origini lontane. Il primo trattato sulla meccanica e sugli automi risale al primo secolo dopo Cristo ed è un’opera di Erone di Alessandria, matematico e inventore greco che progettò un prototipo della macchina a vapore e realizzò uno spettacolo teatrale con figure meccaniche che si muovevano grazie a leve e ruote dentate. Nel Medioevo l’invenzione giocosa di Erone trovò sviluppo nella cultura bizantina e islamica e presto si diffuse anche nel mondo occidentale. L’idea di divulgare la conoscenza e le scoperte rappresentandole con figure animate affascinò molti scienziati, astronomi e soprattutto i costruttori di orologi meccanici, che come gli archistar odierni, venivano chiamati dai nobili e dai prelati ad abbellire palazzi e chiese. Quando poi affinarono la tecnica, creando personaggi azionati dai meccanismi che muovevano gli orologi, gli automi che suonavano le campane divennero moda e si diffusero in gran parte dell’Europa. Possiamo immaginare con quanto stupore e ammirazione venissero visti dalla gente comune, radunata nella piazza con lo sguardo verso l’alto, quei congegni che indicavano il tempo muovendosi da soli.

Sicuramente hanno incuriosito anche William Shakespeare che li cita nel Riccardo III, dove il re viene più volte distratto dalle sue meditazioni per il suono prodotto da uno jacquemart.

Un’altra citazione letteraria è di Herman Melville, l’autore di Moby Dick. Nella sua novella The bell tower (Il campanile) del 1855, racconta di un ingegnere italiano (Bannadonna) che progetta e costruisce un enorme campanile e nel giorno della sua inaugurazione viene ucciso dal jacquemart da lui creato.

Oggi, al tempo della robotica e dell’intelligenza artificiale, quelle realizzazioni ci fanno forse sorridere, ma ancora destano curiosità e alcune sono vere e proprie opere d’arte, che vale la pena cercare e scoprire.

Nel vecchio continente ne esistono centinaia, in generale ben conservate e alcune attualizzate, come il Pied Bull Yard Clock di Londra, dove tra i personaggi animati c’è anche un punk con tanto di cresta colorata.

In Francia, patria degli jacquemart, se ne contano una cinquantina e in Germania più di sessanta (nella regione della Foresta Nera, nel 1783 sono nati gli orologi a cucù, meccanismi che possiamo considerare come piccoli modelli di jacquemart). Nel Regno Unito ce ne sono 25 e altrettanti in Spagna. I più lontani sono a Oremburg in Russia (dove tra le figure animate c’è anche l’astronauta Gagarin), a Tokyo in Giappone (progettato da Hayao Miyazaki, regista e fumettista di manga) e persino in Malesia, su un albergo di Kuala Lumpur.

In Italia ne abbiamo trovati dieci, a Bardolino, Brescia, Macerata, Messina, Montepulciano, Orvieto, Soncino, Trieste, Udine e Venezia. Ma prima di descriverli è doverosa una citazione di un celebre jacquemart, uno dei più antichi e dei più originali: quello della chiesa di Notre Dame di Digione, costruito nel 1383 con un solo personaggio (Jacques) a suonare la campana. Poi nel 1651 è stata aggiunta la figura della moglie (Jacqueline), nel 1714 quella del figlio (Jacquelinet) e nel 1884 quella della figlia (Jacquelinette). I due adulti suonano le ore mentre i ragazzi si muovono ogni quarto d’ora.

 

Jacquemart italiani

Bardolino

Bardolino è una tranquilla località sulla sponda orientale del lago di Garda, a una trentina di chilometri da Verona. È famosa per il vino che porta il suo nome e viene prodotto sulle colline che la circondano. Sono vini rossi e rosati, di colore rubino e delicatamente fruttati, che si accompagnano perfettamente con primi di pasta e con i pesci di lago ma anche con piatti più robusti come il bollito o il baccalà con polenta.

In piazza Giacomo Matteotti, a pochi passi dal lungolago, a lato della chiesa dei Santi Nicolò e Severo, il palazzo che ospita il Cafè Centrale ha sul tetto un campanile a vela con un orologio e un semplice jacquemart. Sono due sagome a figura femminile che si muovono ogni quarto d’ora per battere la campana centrale.

Brescia

In piazza della Loggia a Brescia, una delle più scenografiche piazze rinascimentali italiane, c’è un orologio astronomico sormontato da una torretta con una campana che viene colpita ogni ora da due figure in movimento.

I due automi, in rame e alti due metri, sono stati collocati sulla torre nel 1581 e il loro meccanismo di azionamento è stato collegato all’orologio sottostante che era stato realizzato nel 1547.

Il quadrante dell’orologio segna le ore (ne sono indicate 24, in numeri romani; solo dopo l’arrivo di Napoleone gli orologi avranno un quadrante a 12 ore), le fasi lunari e quelle zodiacali.

Nel dialetto locale i due martellatori vengono da sempre chiamati “i macc de le ure” che dovrebbe significare “i matti delle ore” (secondo alcuni l’esatta traduzione è “i maci delle ore”, cioè uomini forti, di derivazione franco-spagnola, ma la versione più diffusa è certo anche la più divertente).

 

 

 

 

Macerata

Nell’aprile del 2015, dopo venti anni di laborioso restauro, ha ripreso a funzionare l’orologio astronomico e sua animazione sulla Torre dei tempi di Macerata. Costruito nel 1571 ha segnato le ore della vita cittadina per quasi tre secoli per poi fermarsi per più di 150 anni.

Per due volte al giorno, alle 12 e alle 18, in una finestra sopra al quadrante dell’orologio, un uccello in metallo fa suonare una campana colpendola con il becco e parte un carosello di personaggi (un angelo con una tromba e i tre Re Magi) che ruotano e si inchinano davanti a una statua di una Madonna con bambino.

Messina

Il campanile del Duomo di Messina ospita l’orologio astronomico più grande al mondo e un complesso meccanismo che aziona numerose statue poste su vari piani della torre. Tra le diverse figure in movimento sono due statue in bronzo, alte tre metri e raffiguranti le eroine della città (Dina e Clarenza), a suonare le campane (che è la specificità del jacquemart).

Montepulciano

Borgo medioevale in provincia di Siena, è famoso per i suoi imponenti palazzi rinascimentali, le eleganti chiese e per il suo Vino Nobile.

Il centro storico, circondato da antiche mura, è attraversato da un strada principale (il Corso, dove nell’ultima domenica di agosto si svolge il Bravio delle Botti, una originale corsa con le botti). Percorrendo il Corso si raggiungono le principali bellezze architettoniche, il Duomo, il Palazzo del Comune, la Fortezza, la chiesa di Sant’Agostino con accanto la Torre del Pulcinella, sulla cui sommità troviamo un curioso jacquemart che risale al 1680. È una statua in legno, rivestita con il costume tipico della maschera napoletana fatto di latta e lamiera. Ha un buffo cappello a falde e il braccio sinistro alzato regge una lancia mentre il destro si muove per battere con un martello una campana di bronzo.

Orvieto

Il più antico jacquemart italiano si trova a Orvieto, a pochi passi dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta, sulla torre dell’orologio chiamata “del Maurizio”, che è il soprannome dato all’automa che si muove battendo una campana. Maurizio è la distorsione popolare del termine “muricium” cioè muro, per estensione edificio in costruzione o cantiere. Il cantiere era quello della costruzione del duomo, capolavoro del gotico italiano, che si prolungò dal 1290 fino a metà del 1500. La torre, l’orologio e l’automa vennero realizzati intorno al 1350 con una duplice finalità: quella estetica per adornare la piazza e quella funzionale per scandire i tempi di lavoro del cantiere (fu infatti denominato “ariologium de muricio“). Anche il personaggio in bronzo (alto un metro e 65 centimetri) che con un maglio picchia la campana ha le fattezze un operaio o meglio di un capomastro addetto al controllo dei lavori e al rispetto degli orari, con tanto di pettorina con lo stemma della Fabbrica del Duomo e una cintura con incisa una scritta: “Da te a me, campana, furo i pati: tu per gridar et io per far i fati”. In risposta un’altra scritta corre sulla corona della campana: “Se vuoi ch’attenga i pati, dammi piano. Se no io cassirò e darà invano”. Il Maurizio di Orvieto non ha braccia snodabili e, come per tutti i jacquemart costruiti prima della seconda metà del 1400, a muoversi è l’intera figura che poggia su una base rotante collegata ai meccanismi dell’orologio.

Soncino

Borgo medioevale a 35 chilometri da Cremona e 60 da Milano, Soncino è famosa per la sua Rocca sforzesca del XV secolo, perfettamente conservata.

Al centro del borgo, la piazza principale ospita il Palazzo comunale del 1400, affiancato dalla Torre civica, quadrangolare e alta 41.80 metri. Sulla sommità del palazzo, poco sopra l’orologio astronomico con segni zodiacali in terracotta (realizzati nel 1977), furono collocati nel 1506, durante la dominazione veneziana, due automi che suonano una campana. Ricordano, in miniatura, i mori di piazza San Marco e per questo furono chiamati i “matei”.

Trieste

Piazza Unità d’Italia è la piazza più scenografica di Trieste ed è il fulcro della vita cittadina. Si affaccia sul mare ed è circondata da palazzi in stile rinascimentale. Tra questi il più imponente è il Palazzo del Municipio, opera del 1875 dell’architetto triestino Giuseppe Bruni. È sovrastato al centro da un torrione con orologio sopra il quale due mori (chiamati amichevolmente con nomi di origine slovena, Micheze e Jacheze), scandiscono il tempo della città battendo una campana posta tra i due automi. Le due statue in bronzo e zinco non sono quelle originali che nel 2005 furono sostituite da copie identiche e dopo un restauro vennero portate all’entrata del Castello di San Giusto, dove sono ancora oggi esposte.

Udine

In Piazza della Libertà a Udine, inglobata nella loggia di San Giovanni, si trova la Torre dell’orologio, sormontata da due automi che battono le ore su una campana. La piazza, la loggia e la torre sono in stile veneziano e ricordano piazza San Marco. Anche le due figure che si muovono sulla torre sono chiamate “mori”, come nel jacquemart veneziano.

Sono due statue in bronzo, alte più di tre metri e realizzate nel 1850 dallo scultore Vincenzo Luccardi in sostituzione di quelle in legno risalenti alla fine del 1300. Una ha capelli ricci, l’altra lisci. Ricordano i bronzi di Riace, anche se l’opera non è il frutto di una fusione unica ma di una composizione di una vari frammenti su un telaio in ferro. Nel corso degli anni, anche per distinguerli dai loro “cugini” della laguna, hanno spesso cambiato il loro soprannome, prima li hanno chiamati “il tedesco e l’italiano”, poi con nomi tipici friulani, come “Simon e Daniel” oppure “Gràdine e Belebén”.

 

Venezia

A piazza San Marco di Venezia, accanto alla basilica e sul lato opposto a quello del campanile, c’è la Torre dell’Orologio, un edificio rinascimentale risalente al 1499. La torre è divisa in tre piani. Il primo è occupato dal quadrante (4,5 metri di diametro) con sfondo azzurro che indica le ore, le fasi lunari e il movimento del sole in relazione ai vari segni zodiacali. Il secondo da una nicchia occupata da una Madonna con Bambino in rame dorato. Ha ai lati due porte che si aprono solo nelle settimana dell’Ascensione per far passare un carosello di personaggi (un angelo e i tre Re Magi) che sfilano davanti alla Madonna facendo un inchino. Il terzo da un leone di San Marco alato che con la zampa sinistra tiene aperto il libro del Vangelo.

Sulla terrazza alla sommità della torre due statue di bronzo, alte 2.70 metri, battono con una mazza le ore su una grande campana. L’abbigliamento scolpito sulle statue è quello dei pastori ma per il loro colore bruno i veneziani li hanno da sempre chiamati mori, distinguendoli nel “vecchio”, quello con la barba, e nel “giovane”. Il primo batte le ore due minuti prima dell’ora esatta, a rappresentare il tempo che è passato, mentre il moro giovane suona l’ora due minuti dopo per rappresentare il tempo che verrà.

 


La transumanza degli yak

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La transumanza degli yak

Una giornata indimenticabile e splendente con Messner, ai piedi del Gran Zebrù, accompagnando i suoi yak all’alpeggio estivo

Testo e foto di Patrizia Cicini

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Se non sai cosa sia uno yak, se non lo hai mai visto da vicino, se non hai mai vissuto una transumanza, attività pericolosamente in estinzione, hai già tre buoni motivi per partecipare alla transumanza degli yak.
E la sola possibilità che hai in terra d’Italia, ridente stato membro dell’Unione Europea, è andare a Solda, in val Venosta (Trentino Alto Adige), e presentarti puntuale all’appuntamento con Reinhold Messner alla base della funivia. Sarà proprio lui, il re degli Ottomila, icona dell’acqua altissima, levissima, purissima, a guidare la transumanza dei suoi yak. Dalla valle di Solda agli alpeggi del Madriccio ai piedi del Gran Zebrù, una delle cime del Gruppo dell’Ortles, dove gli yak trascorreranno l’estate, per poi ridiscendere spontaneamente a Solda, al manifestarsi delle prime nevi, annunciando così l’arrivo dell’inverno. Messner lo fa da trent’anni, a fine giugno, ma solo da una decina ha deciso di aprire al pubblico questa sua esperienza di pastore (per informazioni 0473.613015, info@ortlergebiet.it oppure www.ortler.it).
Non so esattamente dove sia Solda, ma ormai è deciso: partecipo alla transumanza. Quando capisco dove si trova mi rendo conto che dal centro Italia, dove vivo, è ancora più lontana di quanto avessi immaginato: un viaggio di quasi 800 km, se si va in macchina il tempo stimato è di oltre otto ore. Troppo faticoso perché è mia intenzione partecipare alla transumanza e poi tornare a casa. Escludo la macchina e cerco su www.db.de altre soluzioni, che sono varie combinazioni di treni e autobus.
Parto insieme ai 35°C di una splendida ma calda-calda-calda giornata di inizio estate e dopo un allegro balletto di saliscendi da quattro treni e un autobus, raggiungo Solda e i suoi 17°C.
Martedì 28 giugno 2016 alle 9.30, con il sole perso in un cielo azzurro-azzurro, parte la transumanza, secondo un rigoroso schema altoatesino: prima Messner, poi gli yak e, a una distanza di trenta metri, tutti i partecipanti all’escursione. Per ultimi quelli con i cani a guinzaglio.
Gli yak sono in tutto 15 esemplari, tra adulti e vitelli, maschi e femmine, bianchi e neri.
“Sono animali molto aggressivi, perciò state lontani” ci ripetono continuamente gli aiutanti, attenti ad evitare incidenti.
Non credo che siano animali aggressivi, ma lo possono diventare se avvicinati da un gruppo così numeroso di persone, al quale non hanno avuto il tempo di abituarsi; può bastare un gesto inconsapevole, un rumore sconosciuto e per difendersi possono attaccare l’uomo. E poi ci sono i cuccioli da proteggere e questo li rende ancora più sensibili e attenti agli estranei.
Cominciamo a salire, con un tripudio di macchine fotografiche, cellulari e telecamere, pronti a rubare un attimo, un atteggiamento, uno sguardo, un gesto affettuoso. Facciamo una sosta in un piccolo pianoro e finalmente li possiamo vedere più da vicino. Sono tranquilli, i grandi ci guardano, mangiano e poi ci guardano ancora, i piccoli mangiano e basta.
Intanto Messner rilascia autografi, interviste e qualche raro sorriso.
Li accompagniamo fino al bordo del torrente, poco sotto il rifugio Città di Milano, e da lì li lasciamo proseguire da soli verso gli alpeggi.
È un bel momento, ci guardano ma noi non li seguiamo più. Alcuni di loro provano anche a tornare verso di noi, ma nel loro gesto non vedo aggressività né pericolo, scorgo solo affetto. Pronti, gli aiutanti li rimandano indietro. Consideriamolo il loro saluto. È arrivato il momento di scendere dalla montagna e ripercorrere a ritroso gli 800 km verso il Lazio, questa volta, però, rivivendo le immagini degli yak al pascolo. ■

 

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Lo yak, questo sconosciuto

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Lo yak è l’animale simbolo dell’altopiano del Tibet, dove vive tra steppe e praterie di alta quota, dai 2000 ai 6000 metri. Sono bovini dal pelo lungo e folto e resistono a temperature fino a 40°C sotto zero, per la loro capacità polmonare e l’elevato tasso di emoglobina nel sangue. Vengono utilizzati come animali da soma per il trasporto dei materiali in alta quota.

Vivono sull’altopiano del Tibet, nel Pamir e sulle pendici dell’Himalaya. Sono stati introdotti in Italia negli anni 80 da Messner, che ne portò alcuni esemplari dal Tibet. Oggi, dopo 35 anni dal loro primo arrivo in Italia, oltre che in Alto Adige, sono presenti anche sul Gran Sasso e nel Bellunese.

In Italia sono utili per tenere pulite le montagne d’alta quota, dopo anni di abbandono. Si nutrono, infatti, anche di giovani alberi, che pecore e mucche disdegnano perché troppo duri. Contrastano così l’avanzare dei boschi e tengono puliti i sottoboschi, riducendo il rischio di incendio.

La carne di yak, inoltre, è nutriente, leggera, saporita e, soprattutto, priva di colesterolo, come sottolinea più volte Messner. Anche burro e formaggi sono ottimi.

 

 


Lungo la strada consolare Tiburtina Valeria Claudia

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Lungo la strada consolare Tiburtina Valeria Claudia

Tracciata ripercorrendo le antiche vie della transumanza, collegava Roma a Pescara, il Tirreno all’Adriatico

Testi e foto di Aldo Proietti

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Dal tratturo alla strada. La Via Tiburtina (strada regionale SR 5) ricalca antichissimi percorsi legati alla transumanza, quelle vie create dagli Italici per portare gli armenti ai pascoli estivi dell’alta valle dell’Aniene, dal Lazio verso l’Abruzzo. Le originali tracce glaree, cioè i sentieri rassodati dal passaggio dei pastori, dei viandanti e dei militari, costituirono la base per la realizzazione della futura rete stradale quale elemento fondamentale per il controllo dei territori. Oltre agli spostamenti, le strade consentirono ai realizzatori e ai manutentori di accrescere la loro popolarità. Anche il futuro imperatore Giulio Cesare iniziò a farsi conoscere come sovrintendente della via Appia.

La Tiburtina è una delle più antiche strade consolari (la primogenitura è detenuta dalla citata via Appia) e prende il nome dalla destinazione Tibur (Tivoli), una delle prime città a federarsi con la capitale e a collegarsi con Roma fin dal 450 a.C. con un tracciato interamente lastricato.

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A seguito della vittoriosa campagna contro gli Equi e dell’espansione verso la zona dei Marsi, i Romani fondarono due nuove colonie Carseoli (Carsoli) ed Alba Fucens (Massa d’Albe), per cui fu necessario prolungare la via Tiburtina. L’apertura ufficiale del nuovo tratto avvenne intorno al 300 a.C. a cura del censore marco Valerio Massimo. Proprio per l’appartenenza del magistrato alla gens Valeria la strada assunse il nome di Tiburtina Valeria. Infine, nell’ultimo segmento che consente di arrivare al mare, dalla zona di Collarmele e Corfinio fino a Pescara, divenne Claudia Valeria, perché intervenne nella realizzazione l’imperatore Claudio nel 48 a. C.

Corfinio merita una citazione, perché vanta un singolare primato. Grazie alla sua posizione strategica, venne scelta come capitale dei popoli italici, insorti contro Roma nel 91 a.C. Durante gli anni della guerra venne coniata la moneta ufficiale dei rivoltosi in cui era impressa la scritta Italia, inteso per la prima volta come nominativo di una nazione.

L’intero tracciato della Tiburtina-Valeria-Claudia, dalla Porta Tiburtina in prossimità della stazione di Roma Termini nel quartiere San Lorenzo fino a Pescara, si sviluppa per 138 miglia romane o millia passuum, ovvero 210 km circa (1 miglio romano = 1.478 metri = 1.000 passi).

Insomma, l’arteria che collega i due mari, il Tirreno e l’Adriatico, spezzando l’Italia in due tronconi netti, è frutto di un lavoro durato svariate decine di anni sotto la spinta di vari governatori. Sorge quasi spontaneo un confronto con la Salerno-Reggio Calabria!

Nel corso degli anni l’originaria funzione rivolta alla migrazione delle pecore, è stata integrata con gli imprescindibili movimenti delle truppe per estendere e consolidare il dominio politico in quelle regioni, i pellegrinaggi verso i numerosi santuari presenti lungo la via e i trasferimenti della nobiltà romana che raggiungeva le ville costruite intorno la campagna di Tivoli. Residenze molteplici e suggestive come, tanto per citarne qualcuna, le ville di Cassio, di Bruto (alle pendici del colle dove sorge Tivoli), di Manlio Vopisco (all’interno della più nota villa Gregoriana, restaurata dal Fai) fino alla maestosa dimora (circa 120 ettari fra giardini e costruzioni) dell’imperatore Adriano.

La visita dei resti di queste residenze rappresenta già un valido motivo di interesse per inoltrarsi lungo la via Tiburtina. Ma non vogliamo essere troppo scontati. Evitiamo i blasonati siti sotto l’egida dell’Unesco e superiamo con un balzo Tivoli. Proseguiamo sulla Tiburtina-Valeria, oltrepassiamo Vicovaro e ci muoviamo lungo la vallata del fiume Licenza, sottostante il paese omonimo. Qui è stata rinvenuta, agli inizi del Novecento, la villa del celebre poeta latino Quinto Orazio Flacco, ricevuta in dono da Mecenate. Il complesso residenziale, descritto dallo stesso poeta che in tal modo ne ha facilitato l’identificazione, era costituto da un’abitazione, un complesso termale, un giardino con viali e aiuole, e una tenuta di circa 40 ettari. La dimora era anche dotata di una peschiera destinata all’allevamento di pesci e crostacei. Un vezzo comune, perché anche fra i ruderi della villa di Vopisco, sita all’interno della più vasta villa Gregoriana a Tivoli, si può ancora notare la vasca per la coltura delle anguille.

La residenza di Orazio non era sfarzosa, ma i pavimenti, i mosaici, i vari elementi architettonici erano contraddistinti da uno stile ricercato che, insieme alla vivacità di colori del giardino e all’ambiente salubre, rendevano gradevole il soggiorno, lontano dal chiasso cittadino e dalle quotidiane incombenze. Il classico luogo di riposo della nobiltà, degli intellettuali, dei politici romani, dove praticare l’agognato otium circondati dalla bellezza dei luoghi, delle costruzioni, della natura.

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Per comprendere quanto Orazio apprezzasse la villa, è sufficiente riportare una delle lettere indirizzate al custode, il quale si lamentava di essere confinato in quel luogo deserto: “Villico – scrive Orazio – guardiano della mia selva e del mio podere che mi rigenerano e che tu invece detesti… Io dico che è felice chi vive fra i campi e tu dici che è felice chi vive in città: ognuno vuole la sorte dell’altro, ognuno odia la propria… Tu quando eri un garzone in città aspiravi segretamente alla campagna, ora che sei fattore desideri la città i divertimenti, le terme… Quella che tu credi una landa deserta e inospitale, io la chiamo amena mentre odio ciò che tu reputi bello. Ti mancano il lupanare e l’osteria… qui non c’è una locanda dove tu possa bere un bicchiere di vino e saltare un po’ alla musica del flauto della meretrice”.

I reperti più preziosi ritrovati nel corso degli scavi dagli archeologi sono conservati nell’Antiquarium (museo oraziano), ubicato nella parte vecchia di Licenza, un caratteristico borgo dove attraverso vicoli e scalinate si può raggiungere e ammirare anche il palazzo baronale degli Orsini.

Tornati sulla via Tiburtina Valeria proseguiamo sempre in direzione est, superiamo il tratto che funge da spartiacque fra Anticoli, a destra, e Roviano, a sinistra, poco distante dal bivio per Subiaco. Il diverticolo della via Sublacense fu realizzato per facilitare gli spostamenti di Nerone nella sua villa imperiale. Una dimora splendida che si estendeva su una superficie di 75 ettari, una dimensione paragonabile alla villa Adriana di Tivoli, contraddistinta dalla ricca e folta vegetazione. La caratteristica saliente dell’abitazione, anch’essa utilizzata come luogo di riposo, lontano dalle incombenze e dalla calura estiva della capitale, era la distribuzione degli ambienti intorno a tre laghi artificiali, ottenuti attraverso una diga che sbarrava il corso del fiume Aniene. La presenza dei laghi, delle cascate, dei giochi d’acqua testimoniava la predilezione di Nerone per l’acqua, declinata nelle varie forme. Svolgeva, inoltre, una funzione terapeutica, perché il medico aveva ordinato all’imperatore di fare dei bagni freddi.

La diga ha resistito fino al 1305, anno in cui una piena dell’Aniene ha travolto lo sbarramento e sancito la definitiva scomparsa dei due laghetti rimasti. Purtroppo la residenza non fu sfruttata a lungo: un fulmine caduto durante un banchetto fu ritenuto un segno di sventura e convinse Nerone ad abbandonarla, rinunciando ai soggiorni in quelle zone tanto apprezzate. A causa della desolazione e dell’incuria la sfarzosa villa divenne nel tempo, più modestamente, un luogo ove reperire materiale da costruzione. Nel XVI secolo San Benedetto edificò sulle rovine di una parte della villa uno dei tredici monasteri, dedicato a San Clemente.

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La visita ai ruderi rimasti, estesa ai monasteri di Santa Scolastica e di San Benedetto, quest’ultimo composto da due chiese sovrapposte, è una tappa imprescindibile, da non mancare.

Proseguendo sulla via Tiburtina, dopo l’attraversamento di Arsoli, bastano pochi chilometri e l’aggiunta di una consonante per arrivare in Abruzzo, a Carsoli. In terra abruzzese ci spingiamo verso Tagliacozzo, fino a ridosso di Avezzano, ai piedi del monte Velino, per terminare il nostro (primo) viaggio, non più in una villa, ma nella città di Alba Fucens, il sito archeologico nel comune di Massa d’Albe.

Alba fu una delle più importanti colonie latine nel territorio equo a ridosso dei Marsi e sulle sponde del lago Fucino. La città, di grande rilevanza strategica, è posta a circa 1.000 metri sul livello del mare ed è circondata da una cinta muraria di quasi 3 km, in gran parte visibile ancor oggi. Le mura sono costruite con massi poligonali perfettamente levigati e incastrati l’un l’altro. Un segno distintivo dei razionali criteri costruttivi dei Romani, così come la posizione delle quattro porte cittadine, distribuite secondo i punti cardinali. Le ciclopiche mura racchiudevano tutti le componenti di una prestigiosa città romana: il foro, il mercato, la basilica, le terme, che hanno un ingegnoso sistema per il riutilizzo delle acque ad uso lavanderia, il santuario dedicato ad Ercole e anche l’anfiteatro, dove si svolgevano le esibizioni dei gladiatori e in cui sono ancor oggi visibili i locali che ospitavano gli animali feroci.

Insomma, il sito mantiene intatto il fascino di un prestigioso passato e l’Alba invita, oggi come non mai, a una speranza di vita, a un nuovo sorgere del sole.

 

 

La tramvia Roma-Tivoli

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Fra i collegamenti dalla capitale a Tivoli e viceversa, oltre alla via Tiburtina, all’autostrada A24 e alla ferrovia Roma-Pescara, c’è da annoverare anche una tramvia a vapore, che per circa 50 anni ha garantito movimenti di persone e merci. Siamo nel periodo compreso fra il 1879 ed il 1934, quando la Società Anonima delle Tramvie e Ferrovie Economiche di Roma, Milano e Bologna (TFE), con capitale belga, decise di realizzare e mantenere in esercizio la linea ferroviaria con trazione a vapore. I binari partivano da Roma dall’attuale giardino sito in piazza dei Caduti del 19 luglio 1943, nelle vicinanze della stazione Termini e della porta San Lorenzo, procedevano quasi parallelamente alla strada Tiburtina, per poi arrivare nella centrale piazza Garibaldi di Tivoli. Il binario (unico) aveva una lunghezza complessiva di 28,5 km e i 150 operai impegnati nella costruzione portarono a compimento l’opera in 16 mesi.

Il collegamento era rivolto sia al traffico viaggiatori che merci. Rispetto ai propositi espansionistici degli antichi Romani, gli scopi commerciali erano divenuti prioritari e gli eventi bellici hanno avuto ripercussioni sulla linea esclusivamente per il trasporto dei feriti. Durante la prima guerra mondiale, infatti, i soldati bisognosi di cure in arrivo a Roma Portonaccio, l’attuale Roma Tiburtina, potevano raggiungere direttamente il forte Tiburtino, senza trasbordo.

La linea tramviaria, inaugurata il primo luglio 1879, consentiva ai pendolari, ai turisti e agli occasionali frequentatori di raggiungere Tivoli in due ore oppure di arrivare al complesso termale delle Acque Albule (oggi Terme di Roma), posto a circa metà strada. La composizione dei convogli in partenza da Roma era di dieci-dodici carrozze; a Bagni di Tivoli venivano in parte sganciate, per poi essere ulteriormente ridotte in prossimità di Villa Adriana, così da poter affrontare senza problemi l’ultimo tratto in ripida ascesa. Lo sgancio finale delle carrozze avveniva all’inizio della salita, nella stazione detta di Regresso, perché la locomotiva veniva spostata dalla testa alla coda del treno prima di riprendere la marcia. All’apice dell’attività, il parco dei mezzi a disposizione comprendeva 10 locomotive e 40 carrozze con le quali si garantiva un movimento annuo di oltre un milione di passeggeri. Il parco era completato da 129 carri che permettevano un traffico merci pari a mezzo milione di tonnellate.

Le merci movimentate erano molteplici e, in qualche caso, particolari. Per esempio, i convogli circolanti sulla linea hanno trasportato le apparecchiature per la realizzazione della centrale idroelettrica dell’Acquoria (posta sotto Tivoli) e hanno trasferito i materiali per la costruzione di parte del quartiere Parioli a Roma, incrementando le vendite del travertino dalle cave disseminate lungo il percorso. Un’arteria commerciale di grande rilievo, se solo pensiamo che gli stabilimenti industriali raccordati lungo il percorso erano ben 16.

Purtroppo nel corso dell’esercizio la Società TFE ha limitato gli investimenti rivolti ai miglioramenti e alla manutenzione della linea. In conseguenza, si sono susseguiti una serie di incidenti, è stata vietata la circolazione nelle ore notturne, e il servizio è degradato sempre più. A tal punto che nel 1931 si decretò la fine del traffico viaggiatori e nel 1934 la chiusura definitiva della linea e la sostituzione della linea tramviaria con gli autobus.

 

 

Il maestro di Pietralata

La via Tiburtina lambisce nella prima parte del percorso il popolare quartiere di Pietralata. Nel corso dei decenni, il XXI quartiere della capitale ha raccolto contadini, operai, sfollati e disoccupati. In altre parole, l’insediamento sociale ha seguito di pari passo le diverse fasi dello sviluppo economico italiano. Nel processo evolutivo si è addentrato Pier Paolo Pasolini che, attingendo dalla realtà di Pietralata, ha narrato le vicende del sottoproletariato borgataro con “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.

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Ma in tale contesto esiste un’altra figura di spicco, meno conosciuta ma di altrettanto rilie

vo: il maestro di Pietralata. Il titolo attribuito ad Albino Bernardini (1917-2015) è forse improprio, perché ha insegnato nella scuola elementare del quartiere soltanto un anno, ma il racconto di quella esperienza nel libro “Un anno a Pietralata” e il successivo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro” hanno reso indelebile l’epiteto. Siamo nel 1960, quando il maestro sardo, nato a Siniscola nel nuorese, arriva a Tivoli dopo essere stato espulso per i suoi “strani” metodi di insegnamento (oltre ad essere comunista) dalla scuola di Lula. Il maestro militante, come lo definiva il suo amico Gianni Rodari, persegue pratiche innovative che non contemplano “Le bacchette di Lula”, l’altro suo famoso libro, ovvero la violenza e le punizioni corporali con i frustini portati dagli stessi bambini. I suoi metodi considerano fondamentali il dialogo con i ragazzi e i loro genitori, l’ascolto e la comunicazione, il lavoro di gruppo e la creatività. Le lezioni, e quindi le relazioni, mettono al bando l’autoritarismo, gli sterili tecnicismi e sono pervasi dalla passione, dall’allegria, dalla carica umana. Insomma, Bernardini ha una visione diversa e più “moderna” dell’insegnamento ed è un convinto assertore della scuola che include, che in-trattiene. Per queste ragioni è divenuto un personaggio di rilievo nella pedagogia italiana, con una serie di riconoscimenti che vanno dalla laurea honoris causa alla cittadinanza onoraria proprio nel comune di Lula.

Bernardini ha speso la vita intera per l’educazione, oltre che degli studenti, del Paese, coniugando e fondendo impegno professionale, sociale e politico. Un maestro, nell’accezione più vasta, che si è impegnato nel riscatto degli ultimi della classe, non solo in ambito scolastico, ma anche in ambito sociale e morale.

È stato l’inventore delle storie senza finale, per lasciare che i bambini dessero sfogo alla loro fantasia. E anche lui ha sempre immaginato una bella conclusione, la realizzazione dell’altro possibile mondo, rispetto al quale ha indirizzato la propria esistenza e agito nella pratica quotidiana.