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Palermo sotterranea

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Palermo sotterranea

I qanat, antiche canalizzazioni di acqua nel sottosuolo palermitano, sono un piccolo capolavoro di ingegneria idraulica iniziato mille anni fa, ai tempi della dominazione araba. Una rete idrica sotterranea che è ancora oggi funzionale e in alcuni tratti visitabile. Esplorazione istruttiva, rinfrescante e divertente.  

Testo e foto di Patrizia Cicini e Totò Sammataro

Dall’827 al 1072 la Sicilia fu dominata dagli arabi, che scelsero Palermo come sede centrale del nuovo emirato islamico. Quei duecento anni furono forse il periodo di maggiore splendore in tutta la storia della città, trasformandola da piccolo porto a capitale mediterranea. Sotto gli arabi Palermo arrivò a contare più di 250mila abitanti, quando a Roma e a Milano non si superavano i venti o trentamila, e vennero costruite trecento moschee. Furono anni di intense trasformazioni culturali e sociali che hanno lasciato influenze rintracciabili ancora oggi nel linguaggio, nella toponomastica, nella gastronomia, nell’urbanistica della città e nelle coltivazioni agricole circostanti. Gli arabi portarono le palme, gli agrumi e le spezie, le mandorle e il gelsomino, lo zibibbo e i pistacchi, il cus cus e la cassata, i cannoli e le arancine. Delle moschee, dei giardini e degli splendidi palazzi di quell’epoca oggi rimane poco o niente, ma nei successivi interventi architettonici sono ancora evidenti le impronte arabe, anche se a cancellarle ci provarono in tanti, imponendo i loro stili: bizantini, normanni, svevi, spagnoli, francesi e piemontesi. Le ritroviamo negli archi a ogiva e nelle merlature in pietra della cattedrale, costruita sulla distruzione della principale moschea, negli edifici a cubo (come il palazzo della Ziza), nelle cupole a forma di sfera (chiese di San Cataldo e San Giovanni degli eremiti). Le opere architettoniche degli arabi non interessarono solo la superficie ma anche la parte sotterranea della città, dove furono scavati canali percorsi dalle acque della falda che attraversavano il sottosuolo per decine di chilometri, creando una rete idrica che alimentava la fornitura di acqua alle abitazioni, alle fontane e ai giardini, fino ad irrigare le coltivazioni agricole che si sviluppavano attorno alla città. Questa rete di strette gallerie sotterranee, complessa opera di ingegneria idraulica, è ancora oggi presente e forse non adeguatamente sfruttata. Ha mantenuto l’antica denominazione araba di qanat e in alcuni tratti è visitabile (tra i tanti e più rinomati il Gesuitico basso, il Gesuitico alto e l’Uscibene, in cui è presente una curiosa Camera dello scirocco).

Escursione al qanat del Gesuitico alto

Tra i cunicoli oggi accessibili abbiamo scelto di esplorare il Gesuitico alto, che prende il nome dalla Compagnia religiosa che nel XVII secolo fu proprietaria dei fondi sovrastanti e contribuì ad ampliare la rete sotterranea che gli arabi avevano iniziato seicento anni prima. Senz’acqua non può esserci alcuna forma di vita, né garanzie per la sua conservazione. Gli arabi, le cui terre d’origine soffrono di carenza di acqua, lo hanno sempre saputo e si sono molto prodigati per evitarne gli sprechi. Così nascono i qanat, le canalizzazioni idrauliche che intercettano, a diverse profondità (chiamati livelli di falda), l’acqua e la convogliano in parte per gli usi domestici e in parte per gli usi agricoli, senza la preoccupazione dell’evaporazione, favorendo così le coltivazioni in ambienti quasi proibitivi per la temperatura e l’irradiazione solare. Questa tecnica, di origine orientale, conosciuta già prima dell’Impero Romano d’Oriente in Persia e presente nei paesi arabi mediterranei, veniva eseguita da esperti scavatori di pozzi, “maestri d’acqua” chiamati muqanni. Anche se vengono tutti comunemente definiti qanat, non tutti hanno la caratteristica funzionalità completa, ovvero lo sbocco esterno. A Palermo ne esistono di vari tipi e di diversi periodi; coprono un esteso arco temporale che varia dalle dominazioni arabe medioevali del X e XI secolo, sin quasi ai primi decenni del XX secolo. Il qanat Gesuitico Alto, si sviluppa per 1.050 metri nel sottosuolo del quartiere di Altarello, intorno al fondo Micciulla, la via Nave e i territori agricoli circostanti, a valle delle sorgenti del Gabriele. L’inizio della sua costruzione può farsi risalire al XV secolo ma, gli approfondimenti e gli ampliamenti appartengono a un periodo riconducibile al possesso dei Gesuiti intervenuti dal XVII al XVIII secolo. Sicuramente è di tecnica araba ma di probabile realizzazione siciliana.

Il Gruppo speleologico del CAI Sezione di Palermo, che l’ha esplorato e rilevato, e che ancora continua a studiarlo di concerto con la Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Palermo e l’Azienda Municipale Acquedotto di Palermo, gestisce la divulgazione del sito, accompagnando gli interessati, su prenotazione, a visionare e percorrere il tratto più significativo di tutto il complesso, attraverso un suo referente, l’istruttore nazionale di speleologia Totò Sammataro. Oltre ad assistere direttamente con una assicurazione dinamica lungo la discesa e risalita del pozzo iniziale, il Gruppo speleologico fornisce il casco con illuminazione, gli stivali, l’imbracatura e la giacca impermeabile (a chi ne è sprovvisto), perché ci si bagna. Completamente.

La temperatura costante di 18°C dell’ambiente sotterraneo e di 12°C dell’acqua, sia d’estate che d’inverno, consente un piacevole refrigerio dalla calura estiva e un divertente diversivo in inverno. L’acqua, che sgorga dalle sorgenti e allaga il condotto, ha un’altezza variabile: da qualche centimetro (in tratti molto brevi) fino a 40. Certi che, prima o poi, vi entri negli stivali (al riguardo vi consigliamo un modo pratico per togliere l’acqua dagli stivali, sollevando il piede all’indietro e piegando il ginocchio) e che vi bagni anche fino alla vita, non c’è motivo di indugiare quando, lasciato l’ultimo gradino della scala in ferro, bisogna affondare i piedi nell’acqua. Il cunicolo è a una profondità di circa otto metri sotto il livello della strada e ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri. L’altezza media è superiore ai due metri, con tratti di quasi quattro metri e altri di soli 150 centimetri, da affrontare con il busto inclinato in avanti.

Il livello dell’acqua è generalmente di 40 centimetri ma, in alcune zone, è presente un forte stillicidio. Lo ripeto, è garantito: ci si bagna.All’inizio del percorso, proprio sopra la nostra testa c’è il primo livello del canale, dal quale scende una grande quantità di acqua. La galleria, protetta dalle pareti verticali, si dirama allegramente nei sotterranei alternando tratti diritti a curve, ora a destra ora a sinistra e a continui serpeggi. Le pareti e la copertura, in alcuni tratti con la roccia a vista e in altri ricoperti da una costruzione in conci di calcarenite, hanno dimensioni tali da consentire di proseguire agevolmente; siamo al secondo livello del qanat. La formazione rocciosa che ne ha consentito la realizzazione è la calcarenite, una roccia sedimentaria formata da parti ossee dei molluschi marini e sabbia, friabile e facilmente scavabile. Sulle pareti, nei tratti dove l’acqua scorre continuamente, si trovano concrezioni di calcite e piccole stalattiti. Se si osservano più attentamente le pareti si vedono incastonate diverse conchiglie. L’acqua è limpidissima e scorre tranquilla perché la pendenza del canale è solo di qualche percento. Vi sono sorgenti laterali che lo alimentano con continuità.

Piccolo capolavoro di ingegneria idraulica, i qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie). Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Sull’ultimo tratto del percorso un piccolo salto di circa un metro e mezzo collega il secondo livello del canale al terzo. Quest’ultimo si percorre ancora per un piccolo tratto fino alla base di altro pozzo e da qui, non potendo proseguire per la presenza di un motore di sollevamento, si torna indietro. E’ inverosimile vedere tanta acqua, nel sottosuolo della citta di una regione che denuncia continuamente problemi di siccità. L’estate è alle porte ed è forse il periodo migliore per una visita ai qanat.

 

Informazioni utili

La prenotazione della visita è obbligatoria e si può effettuare telefonando alla sede del CAI di Palermo tel. 091.329.407 oppure contattando direttamente Totò Sammataro al numero 349 847 8288.

Vi consigliamo di portare un cambio integrale di indumenti (ci sono due spogliatoi, un po’ spartani ma utili, per cambiarsi), una giacca impermeabile con cappuccio, un paio di calzettoni personali per calzare meglio gli stivali e una bandana da usare sotto casco. L’ingresso del qanat è al Baglio Micciulla, raggiungibile percorrendo la via Giuseppe Pitrè (lato monte del Viale Regione Siciliana), sino alla seconda traversa a sinistra (via Madonna del Soccorso) dove svoltare. Successivamente andare a destra e subito a sinistra per via Micciulla, qui proseguire sino a un bivio, girare a sinistra sino al Baglio dove, all’esterno destro, accanto a una fontana, vi è la casamatta AMAP. Si consiglia di posteggiare poco prima di quest’ultimo bivio, poiché nei pressi del Baglio non vi è posto, e proseguire a piedi.

 

 


Una giornata a Rio

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Una giornata a Rio

Dalla spiaggia di Ipanema alla statua del Cristo Redentor, il tour è un concentrato di emozioni

Testo e foto di Francesca Ferrario

 

La mia scoperta di Rio de Janeiro è stata frettolosa, quasi stressante ma così intensa da essere indimenticabile. Un concentrato di emozioni.

L’escursione era una tappa giornaliera di una crociera. Poche ore a disposizione, neanche il tempo di acclimatarsi alla sua aria calda e umida, così carica di odori. Un tour organizzato, inevitabile anche se non amo il turismo “alla giapponese”, che prevedeva continui spostamenti, dalla nave al pullman, dalla funivia al trenino e di nuovo dal pullman alla nave, seguendo un percorso battuto da migliaia di turisti che sembravano darsi appuntamento ad ogni tappa.

 

La laguna, Ipanema e Copacabana

Lagoa Rodrigo de Freitas è una laguna collegata all’oceano atlantico da un canale che attraversa il quartiere di Leblon. Luogo privilegiato per praticare sport acquatici quali canottaggio e canoa fa parte di quello che viene considerato il quartiere più ricco di Rio. La laguna è però diventata tristemente famosa durante i giochi olimpici 2016 per le aspre polemiche legate all’inquinamento delle sue acque, che causavano malori e problemi di salute agli atleti. Scattate le dovute foto di rito da mostrare ai miei compagni di canottaggio, visitiamo il Jardim Botanico do Rio de Janeiro. Voluto dal re portoghese Giovanni IV nel 1808, con le sue 33 mila varietà di piante è tra i più grandi giardini al mondo.

Il pullman ci porta sulla costa, attraversiamo i quartieri di Leblon e successivamente di Ipanema, famosa per il surf e le belle case. Proseguendo lungo la strada costiera, si passa davanti al Forte de Copacabana per giungere finalmente alla nota spiaggia, che dalla fortezza prende il nome. È una lunghissima lingua di sabbia bianca, delimitata a nord dal Posto Dois e a sud dal Posto Seis, due delle torrette dei guardaspiaggia qui presenti. Sono quasi le dieci del mattino ma fa già caldo e sulla spiaggia ci sono migliaia di persone: giocano a calcio, beach volley, corrono o si rilassano. Ora capisco perché da queste parti hanno il culto dello sport. Questa è una vera palestra naturale, i campi da gioco sono tantissimi, e soprattutto sono gratis. Ma Copacabana non è solo sport, è stata anche teatro di alcuni degli eventi passati alla storia per l’enorme numero di partecipanti: nel 2006 più di un milione e mezzo di persone ha assistito al concerto dei Rolling Stones, e nel 2013, in occasione della XXIII Giornata mondiale della gioventù, tre milioni di fedeli hanno incontrato papa Francesco.

Il Pan di Zucchero e il monastero di San Benedetto

Arriviamo in pullman alle pendici del Pao de Açucar, il Pan di Zucchero. È un colle alto 396 metri ed è uno dei luoghi simbolo di Rio. Da qui parte il Bondinho, la funivia che porta in cima e da cui si può godere di una vista che spezza il fiato e lascia senza parole. Il luogo è particolarmente affollato e una lunga fila di turisti che aspettavano di scendere, prolunga la nostra sosta. Ne approfittiamo per fotografare il panorama, dissetarci e giocare con le scimmie che quassù vivono numerose.

Una volta risaliti sul pullman la guida ci informa che, per il ritardo accumulato, la nostra visita al Cristo Redentore veniva spostata. Cosi ci propone di raggiungere il monastero di San Benedetto (Monasterio di Sao Bento), uno dei più antichi di tutto il Brasile. L’edificio all’esterno è semplice. La sobrietà della facciata della chiesa, costruita nel 1633 e che vide la conclusione dei lavori solo un secolo dopo, contrasta invece con la ricchezza dei dettagli ed elementi decorativi barocchi che si trovano al suo interno.

Il monte Corcovado e il Cristo Redentor

Ritorniamo al porto per il pranzo sulla nave e poi di nuovo in pullman per raggiungere l’ultima tappa: il monte Corcovado, che fa parte del parco nazionale della Tijuca ed è alto circa 710 metri. Alla sua sommità si trova la statua del Cristo Redentor, l’icona di tutto il Brasile. La costruzione della statua iniziò nel 1921 e finì ufficialmente dieci anni dopo, quando l’allora Presidente del Brasile, Getulio Vargas la inaugurò con una sfarzosa cerimonia. Per salire al Cristo Re ci son diversi modi: a piedi, se siete buoni scalatori, col taxi o con il treno. Il Trem do Corcovado è rosso e mi ricorda un po’ il trenino del Bernina. Ci porta ai piedi della statua e da qui bisogna percorrere i 222 gradini per giungere in vetta (per chi ha problemi motori si possono prendere i tre ascensori o le otto rampe di scale mobile). La bellezza del panorama, che abbraccia tutta Rio, cancella ogni fatica e ci lascia a bocca aperta per alcuni minuti: con la statua alle spalle, frontalmente si può ammirare il Pan di Zucchero e la baia di Guanabara. Seguendo il braccio destro del Cristo, si possono ammirare il Lago Freitas, l’ippodromo, il Giardino Botanico e la spiaggia di Ipanema. Seguendo invece quello sinistro, si scorge la parte Nord della città, dove svetta il Maracanà, uno degli stadi di calcio più rinomati sul pianeta.

E tra questi tre punti cardinali, immersi nelle colline, o nelle spianate, trovano spazio tutti i quartieri carioca, favelas comprese. Mi è bastato vedere quante ce ne sono per rendermi conto che anche Rio, come tutte le città moderne è un concentrato di contraddizioni forti. Immensa ricchezza ma anche tanta degrado. E’ il momento delle foto ricordo. Qui i selfies si sprecano, a me non piacciono, ma per una volta, mi lascio travolgere dalla moda del momento. E lasciatemelo dire: fatene a decine, a centinaia. Non sono foto sprecate, perché Rio è cosi: è lontana, variegata, allegra, è samba, è calore. Insomma è davvero tante emozioni uniche, ed è importante poterle ricordarle tutte.

Ormai sta calando la sera, scendiamo per andare a prendere il trenino e il Cristo Re si è acceso sopra di noi, assieme alle stelle australi. Mentre aspettiamo, gli occhi di tutti sono all’insù, inumiditi da una scena cosi romantica e dolce. Nel vagone cala il silenzio un po’ per la stanchezza, un po’ perché semplicemente ognuno si gode il tramonto.

 

Torniamo alla nave, che attende con pazienza tutti i pullman che son ancora in giro per la città.

Con quasi due ore di ritardo finalmente si ritira la passerella, sulla banchina del porto rimangono ormai solo i pochissimi addetti agli ormeggi e il silenzio di un altro giorno che volge al termine. Terminate le manovre, dopo qualche decina di minuti, Rio è lontana, i palazzoni e le spiagge illuminate perdono i loro contorni definiti, ma il Cristo Redentore, come una vera guida, rimane sempre visibile anche dall’oceano e da lassù, luminoso, con le sue braccia tese pronte ad accogliere ogni pellegrino, ci saluta e ci augura buon viaggio.

 

 


Napoli è…..

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Napoli è …

Camminata tra i colori e gli odori di una città ricca di bellezza e contrasti

Testi e immagine di Emma Matilda Ingrosso

Parti. Dai parti che tanto per arrivare arrivi. Varcala la soglia. La vedi? E’ proprio lì: tra gli infissi, tra le giacche appese, nella polvere sui quadri.

Chiamiamola anche frontiera, che forse è meglio. Se non ti muovi ti si lega ai piedi, ti si attacca addosso. Quindi scappa dai, che tanto per tornare torni, se non altro non uguale a prima.

E allora: “M. mi ospiti a Napoli? Un paio di giorni, il tempo di cambiare aria.”

“Si io lavoro, ma so che ti sai arrangiare.”

“Tranquillo è perfetto. Grazie.”

“Brava. Lasciala quella nebbia, che tanto l’aria s’adda cagna’ no?”

Ed è Pino Daniele a chiudere il discorso e non posso che dargli ragione. L’aria s’adda cagnà e s’adda cagnà più spesso di quanto io stia facendo ultimamente.

Quindi zaino, chiavi, portafogli, biglietto, sorriso e anche un po’ di polvere. Chiudo la serratura e parto.

Quanto tempo era che non ci vedevamo? Finiamo per somigliarci sempre di più tu ed io. Perché Napoli non c’è niente da fare sei così, lo sei sempre stata.
E non avere quell’aria sorpresa, sai di somigliare a tutti e che qui tutto somiglia a te.

Cerchiamo di chiarire: tu sei nella goccia di rhum che cola sul bicchiere, nel violino scordato che suona sulla funicolare e nei panni stesi tra i palazzi vicini dei Quartieri Spagnoli.

E non avere quell’aria offesa, sai che parliamo di bellezze rare, particolari, nascoste.

Sai che da sempre t’odio e t’amo e poiché sono orgogliosa proprio cumm’atte e lo sforzo di confessartelo a gran voce non lo riesco a fare. Ma tu incanti attraverso il tuo essere ibrido tra bellezza e degrado, ordine e caos, malinconia e gioia.

Sei bizzarra, bipolare e passionale nel tuo essere al contempo classica e moderna: aspetti di te che litigano e s’arraffano creando un jazz visivo che fa di te una dolce poesia amara.

“Napule è mille culure, Napule è mille paure

Napule è nu sole amaro, Napule è addore è Mare

Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa

Napule è na’ camminata inte viche miezo all’ato

Napule è tutto nu suonno e a sape tutto o’ munnoù”

M. recita le parole chiudendo gli occhi, le sente. Canta disegnando con l’indice lenti archi nell’aria e sorride.

“Cosa vi rende cosi?” Inclino la testa e socchiudo gli occhi.

“Così come?”

“Teatrali.”

“Napoli è un teatro della vita, bella guagliò” Ammicca. “Jamm bell, prendiamoci un caffè.”

“Dove?”

“Spaccanapoli”.

Spaccanapoli

Arteria della città, frattura, spacco o via che divide in linea retta la città a metà unendo il quartiere di Forcella ai Quartieri Spagnoli.

La luce che riesce a superare gli antichi palazzi alti, arroccati e i loro balconi stretti, è poca. Ed ecco di nuovo la poesia partenopea vestirsi di un nuovo affascinante contrasto tra luce e buio.

Camminare è difficile, la strada è sconnessa, la via è gremita di persone e le scarpe alte no, non sono state una buona idea. Inizi a sentire l’effetto claustrofobico di questa via che ti trascina assieme ai tanti altri corpi nel percorso a ostacoli della storia millenaria della città, ma ti guardi attorno e non puoi fermare gli occhi dallo scovare angoli di bellezza, tra influenze arabe, greche, romane. Anime antiche che vivono ancora imprigionate negli scorci più insoliti di questo decumano romanico cupo e al contempo ricco di colori e odori.

Qui tutto convive scontrandosi: arte, calcio, tradizione, Maradona, chiese, blasfemia, palazzi, storia, cultura, turisti e Pulcinelle.

“Qui ti piace?” Indica il bar vicino.

“Va benissimo.”

E mentre mescolo il caffè osservo le pareti tappezzate di foto che ritraggono il proprietario del locale in età diverse, ma sempre accompagnato da una persona famosa. Sorrido.

“Prossima tappa?”

“M. ma tu non dovevi lavorare oggi?”

“No, ho preso un giorno di malattia. Questa bella vanitosa signora Napoli ha bisogno di essere ammirata anche dagli occhi di noi napoletani che, senza offesa, a complimenti siamo i più bravi. Vogliamo mettere un Uaaaaaa che splendor’ a confronto con un oh che bello?” Imita il mio accento milanesizzato dal tempo.

Ridiamo, Napoli è anche il suono di una risata di due cari amici in un locale stretto che si scontra e mescola con il suono esterno di un clacson e l’immediata risposta: “Allanem e chi te muort!”.

“Prossima meta Castel dell’Ovo.”

“Va bene piccirella, ma prima tappa a San Severo e Altarino. Non fare domande, facciamo ampressa ampress promesso.

Cappella Sansevero

Ogni conchiglia nasconde una perla e Napoli racchiude nelle sue vie strette e arroccate la perla più brillante di tutte.

La luce nella chiesa è poca e i colori dorati delle pareti sono attenuati dalla penombra.

Lo sguardo di chi entra non può che essere immediatamente catturato dal bagliore della poca luce riflessa sul marmo lucido della statua collocata al centro dell’ambiente. Il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino riesce a toglierti il respiro e far prigionieri i tuoi occhi che scorrono lenti tra i dettagli e le infinite pieghe del velo in marmo adagiato sul corpo inanime del Cristo.

Qui per la prima volta hai visto il marmo divenire più leggero di una piuma. “Guarda M. il materiale vive grazie all’artista. Sanmartino ha mostrato la bellezza attraverso il contrasto tra materia e forma.”

“Si racconta che il Principe Raimondo di Sangro fosse capace di solidificare tessuti e organi del corpo” Mi svela M. prima di uscire.

“Ora Altarino.”

“Ma di cosa parli?”

“Ora vedi.”

Lo seguo tra le vie sempre più strette di Spaccanapoli fino a raggiungere Piazzetta Nilo che prende il nome dalla statua lì collocata dagli Alessandrini, in ricordo della loro terra lontana, raffigurante il vecchio e barbuto Dio Nilo da loro venerato.

M. passa oltre velocemente.

“Ma cosa vuoi farmi vedere?”

“Seguimi, mo mo arriviamo.”

Giriamo l’angolo.

Oillan!” Mi indica una teca.

Altarino di Maradona

Come per gli Alessandrini c’era il Dio Nilo, per i Napoletani c’è il Dio Maradona.

Rido di questo ennesimo contrasto e mi avvicino.

“Capello Miracoloso di Diego Armando Maradona.” M. gonfia il petto mentre legge la scritta a caratteri azzurri all’interno della teca.

“Addirittura!”

Pcchè ridi? Se vuoi capire Napoli devi Capire il mito de El Pibe De Oro. Ascolta: Maradona non è stato solo un calciatore per i Napoletani, è stato l’incarnazione della necessità di rivincita di questo popolo. Ci ha accomunati in un’unica fede, ci ha resi fieri di essere Napoletani. Come poteva non diventare oggetto di divinazione?”. Ha ragione.

Castel Dell’Ovo

E’ il castello più antico di tutta Napoli. Affacciato sul mare sorge imponente sull’Isolotto di Megaride. Fortezza della più poetica superstizione napoletana.

“Si dice che Virgilio abbia nascosto un uovo nei sotterranei, lo sapevi?”

“Se l’uovo si dovesse rompere tutta Napoli crollerebbe.” M. ha l’aria cupa mentre guarda il mare e mi racconta la leggenda. “Pazzesco non trovi? Una città forte come Napoli costruita su qualcosa di così precario”

“Veramente lo trovo molto coerente. E’ un contrasto, il primo, da cui partono tutti gli altri. E’ l’equilibrio precario su cui è fatta e di cui è fatta Napoli. E’ la metafora più semplice e giusta per descriverla. Lei è così: forte e fragile.”

Semplicemente bella.

 


A New York il cielo è diverso

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A New York il cielo è diverso

New York non ha bisogno di presentazioni. Times Square, Central Park, la Statua della Libertà, il ponte di Brooklyn,Wall Street, il palazzo delle Nazioni Unite e il World Trade Center. Insomma, il detto “sai cosa lasci, ma non sai cosa trovi” non mi sembra si addica ad una così tanto decantata città. Eppure.

 

Testi e foto di Elisa Tomezzoli

Parto alla volta della Grande Mela con la mia famiglia e aspettative non troppo alte. Io prediligo le mete naturalistiche: ho un animo romantico, mi piace perdermi nei paesaggi sconfinati e sentirmi piccola di fronte alla meraviglia e all’immensità della natura. New York, ahimè, promette tutt’altro: grattacieli imponenti, strade a quattro corsie, traffico, caos.
Per molte cose, mi rendo conto, è proprio come ce la si aspetta: colorata, frenetica, giovane, piena di vita, culturalmente molto vivace e sì, la gente ferma davvero i tipici taxi gialli sventolando le braccia per aria. New York però è anche l’opposto di quello che ci si immagina, non è fatta di soli grattacieli: è vecchia, trascurata e sporca. Per questo è una città difficile da raccontare: è tutto e il contrario di tutto. Eppure, in mezzo alla confusione, ai contrasti, in mezzo ad un mondo di contraddizioni fuse insieme, qualcosa commuove il mio inguaribile cuore romantico: il cielo.

Il cielo newyorkese è diverso da qualsiasi altro cielo io abbia mai visto. Che poi, alla fine, il cielo è sempre quello. È il punto di vista che cambia. Il cielo di New York, contro ogni aspettativa, rievoca in me le stesse sensazioni che è in grado di regalarmi uno sconfinato paesaggio naturale.

Con la mia famiglia alloggo a Manhattan, il quartiere pulsante della città, vicino a Times Square. L’hotel è un palazzo di trentasei piani. Bassino, rispetto agli altri grattacieli, ma a me pare enorme. Già da qui, il cielo appare diverso: guardando fuori dalla finestra, sembra sia sempre nuvoloso. Quando usciamo, puntualmente, ci rendiamo conto che il cielo è sereno e che dalla finestra della nostra stanza sembra nuvoloso a causa del palazzo di fronte che oscura la luce del sole. Camminando per le vie del centro guardo in alto, cerco di scorgere sprazzi di cielo in mezzo a questi blocchi di cemento che ci sovrastano. E lui c’è, c’è sempre. Solo a piccole porzioni che non lasciano spazio alle nuvole di esprimersi. Mi sento tanto piccola, come quel giorno a Eastbourne, in Inghilterra, quando sulla spiaggia alzai gli occhi al cielo e ammirai stupefatta le bianche scogliere ergersi sopra la mia testa. Ecco a New York provo le stesse emozioni, con la differenza che i grattacieli non sono opera della natura. Mai avrei pensato di provare un giorno la stessa sensazione di fronte a qualcosa di artificiale, qualcosa di costruito dall’uomo.

Di tanto in tanto, le strisce delle bandiere statunitensi colorano le strisce di cielo fra i grattacieli.E’ ancora tutto più suggestivo di sera, quando alzo gli occhi al cielo per cercare le stelle, ma queste non ci sono: le stelle di New York sono le luci dei grattacieli. Persino nelle zone meno centrali della città, dove gli edifici sono più bassi, se si guarda in alto, ci sono sempre, da qualche parte in lontananza, a dare la direzione, le finestre illuminate di questi maestosi palazzi. Ma nei viaggi, come nella vita, per cogliere la magia bisogna cambiare prospettiva.

Un tardo pomeriggio, camminando lungo la Fifth Avenue, mentre discutiamo sul da farsi, ci troviamo di fronte all’Empire State Building, uno dei più alti e famosi grattacieli di New York.
Decidiamo di salire per goderci la vista del tramonto dall’alto. Entrati nell’edificio, dopo i controlli di routine per la sicurezza e un paio di ascensori, arriviamo all’ottantaseiesimo piano!

C’è molto vento e fa freddo. La folla si accalca per riuscire a fotografare il panorama. Ci facciamo largo, a fatica, ed ecco che finalmente possiamo contemplare il panorama. I grattacieli, che dalla strada apparivano immensi, improvvisamente sono diventati piccoli. Il sole, con le sue tonalità pastello, colora il cielo che abbraccia la città, incorniciando a meraviglia ciò che l’uomo ha costruito e donandoci un incredibile spettacolo.

Man mano che il sole cala e il buio avvolge la città, i grattacieli vengono sovrastati da un’oscurità mai conosciuta. Ed ecco che quelle che dal basso parevano stelle, ora le contemplo dall’alto. Milioni di piccole luci che, a poco a poco, si accendono e contrastano questo fitto buio.  Mi domano come l’uomo sia riuscito a creare tutto ciò. Restiamo quassù un’ora e mezza, per cercare di imprimere nella nostra mente queste rare immagini, perché – come dice sempre mia madre – “le migliori fotografie le scattano i nostri occhi”. Poi, con i cuori pieni di stupore, torniamo al pian terreno. I giorni successivi continuiamo a vedere il cielo da dove gli esseri umani sono soliti guardarlo.

Una delle ultime sere ci allontaniamo da Manhattan per ammirare il suo maestoso skyline da un’altra prospettiva: quella del Brooklyn Bridge Park. I grattacieli, dominati dalla Freedom Tower, costruita vicino al luogo dove c’erano le Torri Gemelle, formano un’imponente montagna di luci che illumina le acque dell’East River; mentre sulla destra il ponte di Brooklyn lascia intravedere l’altra zona di Manhattan illuminata dall’Empire State Building e da tutti gli altri grattacieli, tra i quali il caratteristico palazzo Chrysler.

Questa volta è l’opera dell’uomo a sovrastare la natura.

Passeggiamo lungo il lato del parco che costeggia il fiume sedendoci sulle panchine a riposare e ad osservare l’affascinante scenario.

Ritornando verso la fermata della metropolitana per rientrare in hotel, lasciamo il profilo dei grattacieli illuminati alle nostre spalle. Mio padre, mente si ferma per osservare ancora per qualche secondo lo spettacolo di luci dietro di sé, dice a mia madre: “Guarda, guarda che bello. Non lo rivedremo più”. Poi si mette di nuovo a camminare nella direzione opposta, di fianco a lei.

E ce ne andiamo, avvolti dalla malinconia delle parole di uomo di sessantacinque anni che spera di ritornare a rivedere un cielo così.

 

 

 

 


Messina, una storia travagliata e un sorprendente campanile

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Messina, una storia travagliata e un sorprendente campanile

Dopo i terremoti, le guerre, le invasioni non è facile trovare tracce del glorioso passato della città

 

A cura della Redazione

Considerata città di passaggio e snobbata dai turisti diretti alle mete più rinomate della sua provincia come Taormina o le isole Eolie, Messina ha un passato glorioso e vanta numerosi primati.

È il primo porto italiano per trasporto di persone, con un traffico annuo di oltre 10 milioni di passeggeri; nel XVII secolo contava 120mila abitanti ed era tra le dieci città più popolose d’Europa, per la sua ricchezza contendeva a Palermo il titolo di capitale del Regno di Sicilia; la sua Fiera Internazionale (chiusa dal 2013) fu istituita nel 1296 da Federico II di Svevia ed era una delle più antiche del mondo; l’Università degli Studi, nata nel 1547 come secondo Collegio della Compagnia di Gesù, su impulso dello stesso Ignazio di Loyola, fu il primo in Italia dove i gesuiti impartivano anche l’insegnamento e per quattro anni (dal 1898) contò tra i professori di Letteratura latina Giovanni Pascoli; l’organo all’interno del suo duomo è il secondo più grande d’Italia (dopo quello del duomo di Milano) e il terzo in Europa (il primo è quello della cattedrale di Passau in Germania); il campanile ha l’orologio astronomico più grande al mondo.

Ma dei primati e del passato di Messina oggi resta ben poco e quel poco non è certo valorizzato. Quattro terremoti (1638, 1693, 1783 e 1908) e i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno cancellato quasi tutti i monumenti e le opere d’arte che nei secoli i popoli invasori le avevano lasciato. I primi furono, intorno al 500 aC, coloni greci della Messenia (regione meridionale del Peloponneso), che occuparono un antico insediamento che gli indigeni siculi chiamavano Zancle (falce) per la forma a mezzaluna della sua costa. Presto arrivarono i contrasti con altre colonie greche, quelle di Siracusa e di Reghion (l’attuale Reggio Calabria), poi i cartaginesi e i romani, che trasformarono il nome da Messena a Messina e la resero una florida città e porto strategico. Con la caduta dell’Impero fu preda dei goti, dei bizantini, e dal 843 degli arabi, scacciati poco dopo l’anno mille dai normanni. Gli “uomini del Nord” e la loro discendenza sveva fecero rifiorire i commerci ma il massimo splendore messinese arrivò tra il 1500 e il 1600 con la dominazione spagnola degli aragonesi, che seguì quella francese degli Angioini, finita nel 1282 con la rivolta dei Vespri siciliani. Gli aragonesi fondarono l’Università e potenziarono l’arsenale militare del porto. Messina divenne una delle piazze più ricche del Mediterraneo. Poi iniziò il declino. Scandite dalle catastrofi sismiche si susseguirono le amministrazioni asburgiche e borboniche, garibaldine e piemontesi fino a quella anglo-americana dell’ultimo dopoguerra.

Non è facile, passeggiando per il centro di Messina, ricercare tracce antiche.

Con un po’ di fortuna (le indicazioni non sono molte) potrete trovare alcune pregevoli fontane come quella dei Nettuno e di Orione (opere di Giovanni Angelo Montorsoli, 1507-1563) e la semplice ed elegante Fontana della Pigna; oppure scorgere tra i rami degli alberi il monumentale portale del Collegio gesuita e poco lontani dall’Università i resti dell’antica chiesa greca di Santa Maria del Graffeo, inglobati in un palazzo al civico 171 di via Primo settembre. Meritano una visita anche altre due chiese risparmiate dai terremoti: quella di San Tommaso il Vecchio (del 1531, in stile arabo normanno) e l’Annunziata dei catalani, parzialmente interrata in via Garibaldi, in stile bizantino, con influenze arabe e normanne.

Da non perdere infine il duomo e lo spettacolo offerto dal suo campanile tutti i giorni allo scoccare delle 12, quando si mette in moto un complesso meccanismo di suoni e figure animate. Così come merita un’attenta osservazione l’orologio astronomico e l’interno della cattedrale.

Il duomo e il suo campanile

Così come per la città, anche quella del duomo di Messina è una storia di continui eventi disastrosi.

Nasce come tempio cristiano intorno al 530 e con l’invasione araba viene trasformata in moschea. Dopo la liberazione dell’isola da parte dei bizantini e dei normanni (1038) iniziarono i lavori per la riconversione. Ultimata la costruzione verso il 1150, la chiesa fu consacrata sotto gli Svevi, il 22 settembre 1197, alla presenza dell’imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, e di sua moglie, la regina Costanza, ultima principessa normanna che portò in dote il Regno di Sicilia.

Nel 1254, mentre si svolgevano i funerali di Corrado IV (nipote di Enrico VI), un violento incendio (provocato da troppi ceri accesi) la distrusse quasi completamente. Nel 1300 cominciò una lenta ricostruzione che terminò nel 1500. Alla semplicità stilistica originale (romanico) vennero aggiunti vari elementi decorativi come i mosaici, le decorazioni del soffitto, i portali, il rivestimento in marmo della facciata e l’imponente complesso dell’Apostolato (gli altari laterali), realizzato da uno dei discepoli di Michelangelo Buonarroti, Angelo Montorsoli che realizzò anche la fontana di Orione all’esterno del duomo. Sotto la dominazione spagnola nel 1558 un fulmine distrusse parte del campanile e i terremoti del 1638 e del 1693 fecero crollare il tetto e una delle navate principali. Restaurata secondo canoni barocchi con sovrabbondanza di stucchi, altarini, festoni e putti, la chiesa venne nuovamente danneggiata da un altro terremoto nel 1783. I nuovi lavori di ripristino compresero il rifacimento della navata centrale e l’abbattimento del campanile, che fu sostituito da due torri laterali in stile neogotico.

La distruzione completa del duomo e di quasi tutti gli edifici pubblici della città arrivò il 28 dicembre 1908, con il sisma più catastrofico avvenuto in Europa. Messina, che allora aveva 147 mila abitanti contò quasi 70 mila morti e il crollo del 90% delle case. La ricostruzione cominciò durante gli anni venti e ridiede al duomo l’aspetto originario, quello precedente all’intervento barocco. Gran parte delle opere d’arte furono recuperate e l’Arcivescovo dell’epoca Monsignor Angelo Paino, diede incarico ai fratelli Ungerer di Strasburgo (allievi di Giovan Battista Schwilguè, autore dello splendido orologio della cattedrale di Notre-Dame nella città alsaziana che sarebbe diventata la sede del Parlamento europeo) di costruire per il campanile un grande orologio meccanico e astronomico che raccontasse la storia civile e religiosa di Messina. Il complesso meccanismo fu inaugurato il 13 agosto 1933 e fortunosamente fu risparmiato dall’ultima distruzione subita dal duomo nel giugno del 1943, quando Messina fu bombardata dagli anglo-americani. Il fuoco, provocato dagli ordigni incendiari danneggiò gran parte delle opere all’interno della cattedrale. Al termine della guerra si riavviarono i lavori di ricostruzione. Alcune opere furono restaurate, delle statue e dei marmi completamente distrutti vennero eseguite pregevoli copie e la chiesa riaprì nell’agosto del 1947.

Le figure animate e l’orologio

Progettato dall’architetto Francesco Valenti, sul modello della torre preesistente del 1500, il campanile è alto 60 metri e ha una sommità composta da una cuspide quadrangolare, attorniata da altre quattro cuspidi più basse, che racchiudono i quattro quadranti delle ore (dal diametro di 2.40 metri), uno per ogni lato, e una rientranza che diventa un terrazzino belvedere aperto al pubblico.

Sotto gli orologi seguono in successione sette aperture sovrapposte di diverse forme e dimensioni, che fanno da proscenio a una rappresentazione quasi teatrale di 54 attori-automi. Quella più alta è un doppio arco con al centro un leone alto quattro metri, in bronzo dorato (simbolo della provincia di Messina e della forza), che allo scoccare del mezzogiorno, agita la bandiera, muove la coda, rivolge il capo verso la piazza e ruggisce per tre volte consecutive.

Sotto al leone si aprono altri due archi contenenti le campane, che vengono battute (ogni ora e ogni quarto) grazie alla rotazione di due statue in bronzo alte tre metri raffiguranti Dina e Clarenza, poste ai lati delle campane. Sono le due eroine che difesero la città durante la guerra dei Vespri Siciliani nell’agosto del 1282. Le truppe angioine che assediavano la città tentarono un assalto notturno e le due donne messinesi, a guardia dei bastioni per far riposare gli uomini stremati dalle continue battaglie, diedero l’allarme suonando le campane e lanciando pietre contro gli assalitori.

Al centro, tra le due eroine, c’è un gallo, alto 2.20 metri e simbolo del risveglio, che dopo il ruggito del leone batte le ali, solleva la testa e canta chicchirichì per tre volte.

Nel piano del gallo si conserva il cuore dell’orologio, un complesso sistema a orologeria con contrappesi, leve e ingranaggi, che governa tutti i movimenti.

Sotto al gallo si apre un balcone con un baldacchino in cui viene raffigurata la storia della Madonna della Lettera, patrona della città di Messina. Secondo la tradizione alcuni ambasciatori di Messina nell’anno 42 dC. Accompagnarono San Paolo a Gerusalemme per rendere omaggio alla Madonna, ancora vivente. Per ringraziarli la Vergine diede agli ambasciatori una lettera, destinata al popolo messinese, in cui prometteva la sua eterna protezione alla città. La frase finale della lettera, “Vos et ipsam civitatem benedicimus“, è ancor oggi riportata sul basamento della Madonnina del Porto.

Dopo il canto del gallo prende vita la scena nel riquadro sottostante. Un angelo porta la lettera a Maria, che a sua volta la consegna a San Paolo e ai quattro ambasciatori messinesi che lo seguono. Ciascun personaggio s’inchina sfilando davanti alla Madonna.

Poi parte il movimento nella finestra sottostante che racconta alcuni episodi della Bibbia. Il tema varia in relazione al calendario liturgico.

Da Natale all’Epifania si rappresenta l’adorazione dei pastori, che sfilano e si inchinano davanti a Gesù bambino, la Madonna e San Giuseppe; dall’Epifania a Pasqua davanti alla Madonna che tiene in braccio il Bambino si inchinano i Re Magi, accompagnati da valletti e guidati dalla stella cometa; Da Pasqua a Pentecoste viene ricordata la Resurrezione, con due soldati che stanno a guardia del sepolcro, dal quale si alza Gesù.

Da Pentecoste a Natale viene rappresentata la discesa dello Spirito Santo. I dodici apostoli, sono nel cenacolo intorno alla Madonna. Una colomba, simbolo dello Spirito Santo, vola sopra gli apostoli; sulle loro teste appaiono delle fiammelle mentre alzano in alto le braccia.

Completata la scena biblica si avvia il movimento nel riquadro sottostante e contemporaneamente si diffonde il suono dell’Ave Maria di Schubert. Una colomba disegna in volo un cerchio e subito dopo dalla roccia emerge la Chiesa di Montalto, la cui sagoma è riconoscibile spostando lo sguardo dal campanile alla collina a sinistra che domina la città. Secondo la tradizione la chiesa sarebbe stata costruita nel luogo indicato da una colomba inviata dalla Madonna.

Le ultime due finestre sono accostate tra loro in altezza. In quella superiore è rappresentato il carosello delle età ed è formato da quattro statue a grandezza naturale raffiguranti le fasi della vita, l’infanzia (un bambino), la giovinezza (un ragazzo), la maturità (un guerriero), la vecchiaia (un vecchio). I personaggi ruotano attorno a uno scheletro che muove una falce (raffigurazione della morte) e si portano al centro della scena ogni quarto d’ora.

Nel riquadro inferiore (il carosello dei giorni della settimana) ciascun giorno è rappresentato da una divinità pagana, portata in trionfo da un carro, trainato da un animale diverso. Ogni carro cambia a mezzanotte. La domenica il carro è tirato da un cavallo e guidato da Apollo, il lunedì da un cervo e da Diana, il martedì da un cavallo e da Marte, il mercoledì da una pantera e da Mercurio, il giovedì da una chimera e da Giove, il venerdì da una colomba e da Venere e infine il sabato da una chimera e da Saturno.

Il lato del campanile che guarda verso la facciata della Cattedrale, raccoglie in tre riquadri la parte astronomica.

All’altezza corrispondente alla scena della Madonna della lettera, è stata collocato tra due finestre un globo dal diametro di 120 centimetri (la luna). E’ suddiviso in due emisferi, uno dorato, l’altro nero; in modo da mostrare alternativamente le due facce in perfetta sincronia con i movimenti e le conseguenti fasi lunari. La luna ruota intorno al proprio asse e compie un giro completo in 29 giorni, 12 ore, 44 minuti, 3 secondi.

Allo stesso livello della rappresentazione delle scene bibliche è stato posto il planetario con la raffigurazione del sistema solare. Al centro il sole e attorno i nove pianeti, collocati a distanza proporzionale a quella reale, che gli ruotano intorno. Anche i tempi di rotazione dei vari pianeti sono in sincronia a quelli reali.

In sincronia con il carosello dei giorni che ruota alla stessa altezza sul lato affiancato, si muove anche il calendario perpetuo, rappresentato da un grande disco di tre metri e mezzo di diametro, dove sono segnati i giorni, i mesi, gli anni e le feste mobili. Sul lato sinistro del cerchio, un angelo in marmo indica con una freccia il giorno. Il cambio della data avviene automaticamente allo scoccare della mezzanotte.

Allo spettacolo offerto dal campanile si può assistere liberamente dalla piazza. Tutti i giorni, allo scoccare di mezzogiorno, per una durata di 12 minuti, si muovono in successione cinque delle scene rappresentate nei sette riquadri. Durante la giornata, ogni quarto d’ora si muovono le sue statue a lato del gallo battendo le campane. Più lenti i movimenti nel carosello dei giorno dove il cambio di scena avviene con una rotazione completa che dura 24 ore, mentre nella rappresentazione degli episodi biblici la rotazione avviene alla vigilia degli eventi corrispondenti (Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste).

Il Campanile è visitabile anche all’interno (informazione orari di apertura sul sito http://www.messinarte.it/), Lungo il percorso delle scale, è possibile ammirare le statue in bronzo e il complesso sistema di leve e ingranaggi che consente il movimento dell’orologio.


Roma. Il giro delle sette chiese

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Tradizione religiosa e ancora oggi itinerario di fede, è diventato anche modo di dire per descrivere un vagare dispersivo

a cura della redazione

foto di Aldo Proietti

 

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Col tempo è diventato un modo di dire e ha acquisito un significato negativo, “andare da un posto all’altro perdendo molto tempo inutilmente”, ma all’origine “fare il giro delle sette chiese” formalizzava un traguardo: ottenere l’indulgenza plenaria concessa in occasione del Giubileo, seguendo un itinerario di fede che prevedeva la visita a sette basiliche.
Secondo alcuni storici già nel Settimo secolo era una tradizione dei romani che si recavano in pellegrinaggio alle tombe di Pietro e Paolo, ma la consacrazione del rito avvenne nel 1300, quando Bonifacio VIIII (1230-1303) inserisce il giro delle chiese nel calendario delle attività che i devoti dovevano compiere al loro arrivo a Roma per celebrare l’anno giubilare.
La pratica religiosa, passato quel Giubileo, cadde in disuso e fu ripresa solo nel 1500, grazie a San Filippo Neri (1515-1595). Filippo, fiorentino d’origine, colto e scanzonato, era un religioso particolare. Arrivato a Roma come pellegrino, per qualche anno trova impiego come precettore dei figli di un notabile (il capo della Dogana, suo conterraneo) e saltuariamente lavora come volontario nell’ospedale degli incurabili di San Giacomo. Lasciato l’impiego vive come eremita fra le strade di Roma, assistendo infermi e poveri. Nel 1551 diventa sacerdote e crea la Congregazione dell’oratorio, per offrire ai giovani di ogni ceto occasioni d’incontro e vita sociale (gli oratori si diffonderanno poi in tutto il mondo). Tra le attività sociali che preferiva c’erano lunghe passeggiate organizzate per conoscere, anche dal punto di vista artistico, le chiese di campagna. A queste escursioni si aggregavano anche numerosi cittadini, in particolare al giro di circa venti chilometri che comprendeva le sette principali chiese dell’epoca. Dato l’ampio consenso popolare (con centinaia di partecipanti nel 1552 e migliaia a partire dal 1559), il tour divenne una consuetudine devozionale, una forma di pellegrinaggio che si prolungherà fino ai nostri giorni. Nel tempo cambierà solo il periodo di riferimento: all’inizio si svolgeva il giovedì di Carnevale, oggi due volte all’anno, a maggio e a settembre.
Tornando ai modi di dire, è giusto ricordare che “il giro delle sette chiese” ha riferimenti e significati diversi in altre città italiane. A Bologna, ad esempio, le sette chiese sono quelle che costituiscono il complesso di Santo Stefano. Sono edifici costruiti nel Medioevo l’uno accanto all’altro e collegati da cortili. Le chiese rimaste in realtà sono quattro e si affacciano su una bellissima piazza dalla forma a triangolo irregolare con portici e colonnati.
Anche a Milano esisteva la tradizione di celebrare il venerdì santo con una visita alle sette chiese che avevano una raffigurazione della Passione di Gesù. Il giro comprendeva le chiese di Santa Maria delle Grazie, Santa Maria della Passione, San Maurizio al Monastero Maggiore, Sant’Eustorgio, San Marco, Santa Maria presso San Satiro e San Fedele.
Ma per i milanesi esiste anche un’interpretazione più laica e profana del detto. “Fà el gir di sètt ges” è riferito scherzosamente agli ubriaconi che per motivi meno spirituali, usavano visitare, in una specie di processione, una serie di osterie, luoghi consacrati, ma al dio Bacco.

 

L’itinerario

Il primo pellegrinaggio ufficiale alle Sette Chiese guidato da Padre Filippo Neri ebbe inizio il 25 febbraio 1552. Il percorso, lungo una ventina di chilometri, fu diviso in due giornate, con la partenza, la sera del mercoledì, dalla chiesa di San Girolamo della Carità. Attraversato ponte Sant’Angelo si faceva visita ai malati dell’ospedale di Santo Spirito. Quindi il corteo si raccoglieva presso la basilica di San Pietro, prima tappa della visita. La mattina seguente l’appuntamento era nella basilica di San Paolo, da dove si percorreva la via ancora oggi chiamata delle Sette Chiese e si giungeva a San Sebastiano, dopo la Messa era prevista una sosta per uno spuntino alla vigna Savelli, nei pressi della Caffarella. Poi il gruppo si dirigeva verso la Scala Santa e San Giovanni in Laterano e proseguiva per Santa Croce in Gerusalemme. Attraverso Porta Maggiore si usciva di nuovo dalla cinta muraria arrivando alla basilica di San Lorenzo. L’ultima tappa dell’itinerario era Santa Maria Maggiore.
Oggi, invece, il pellegrinaggio si svolge a maggio e a settembre in un’unica tappa notturna. Si parte, dopo la messa serale, dalla Chiesa di Santa Maria in Vallicella (Chiesa Nuova) e, passando in successione le chiese di Santo Spirito, San Pietro, San Paolo, Madonna del Divino Amore (che dal Giubileo del 2000 ha sostituito quella di San Sebastiano fuori le mura), San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori delle mura, si cammina fino alle sette del mattino per arrivare davanti alle porte aperte di Santa Maria Maggiore.
Per chi vuole oggi rifare il giro con uno spirito più turistico (il percorso sarebbe da compiere a piedi, ma i chilometri sono tanti) si possono accorciare tempi e percorsi utilizzando i mezzi pubblici.

 

Una documentata e suggestiva gallery di  fotografie realizzate da Aldo Proietti ci conduce da una Basilica all’altra.

BASILICA DI SAN SEBASTIANO FUORI LE MURA.  Si trova sulla via Appia Antica, fuori dalle mura Aureliane. Ai tempi delle persecuzioni ospitò le tombe dei santi Pietro e Paolo. All’interno si trovano: il busto “Salvator mundi”, l’ultimo capolavoro di Gian Lorenzo Bernini; importanti reliquie come una pietra che recherebbe le impronte dei piedi di Gesù e una delle frecce che uccise San Sebastiano; parte della colonna alla quale fu legato il santo durante il supplizio.

 

BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA.  Sulla via Ostiense, sulla riva sinistra del Tevere, un paio di chilometri oltre le mura Aureliane, nel luogo (chiamato Tre fontane) in cui secondo la tradizione Paolo subì il martirio e la decapitazione. La tomba del santo si trova sotto l’altare maggiore. Sopra gli archi che dividono le cinque navate sono collocati i tondi a mosaico con i ritratti di tutti i papi da San Pietro a Francesco. Oltre a marmi policromi, finestroni di alabastro e mosaici bizantini, la struttura è arricchita da un pregevole chiostro.

 

BASILICA DI SAN PIETRO. Imponente e maestosa con la sua monumentale piazza è il simbolo dello Stato del Vaticano. Alla sua costruzione hanno partecipato artisti come Michelangelo, Bramante, Raffaello e Bernini. La basilica contiene statue, affreschi, mosaici e monumenti sepolcrali tra i più noti al mondo: dalla Pietà di Michelangelo al Tabernacolo di Donatello, dalle statue del Canova e del Pollaiolo alla cancellata del Borromini. Meno conosciute ma che meritano attenzione sono le cinque porte di ingresso, quella centrale del Filarete (1445) e le più recenti (dal 1950 al 1965) di Manzù, Consorti, Crocetti e Minguzzi.

 

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE. Sorge sulla sommità del colle Esquilino. Oltre al soffitto a cassettoni della navata centrale, in parte ricoperto di foglie d’oro, sono pregevoli i mosaici del Trecento e del Cinquecento. Qui sono sepolti Gian Lorenzo Bernini e Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone.

 

SAN GIOVANNI IN LATERANO. Il nome per esteso è sicuramente pomposo “Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, Madre e Capo di tutte le Chiese della Città e del Mondo” ma è la basilica più antica e importante dell’Occidente. È ubicata sul colle Celio e affiancata da Palazzo Laterano (dove furono firmati i Patti Lateranensi) e dal palazzo San Salvatore alla Scala Santa (che ospita la gradinata salita da Gesù prima della Crocefissione). Nella chiesa sono sepolti alcuni papi e cardinali e l’altare maggiore è sormontato dal un baldacchino gotico.
Le volte sono fastose e finemente decorate dai Cosmati, marmorari romani famosi per i loro mosaici. Alla loro scuola si deve anche lo spettacolare chiostro esterno.

 

BASILICA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME. Edificata nel luogo dove c’erano i palazzi di Sant’Elena, la madre di Costantino; nel 1500 fu affidata ai Cistercensi che la gestirono fino al 2012 quando, con una clamorosa decisione, papa Benedetto XVI ne revocò il mandato per comportamenti poco corretti e vari abusi, facendola rientrare nella Diocesi romana. All’interno della chiesa possiamo ammirare la splendida tomba del cardinale Quiñones, opera di Jacopo Sansovino e tre pale d’altare, opera di un giovane Rubens.

 

BASILICA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA. Si trova accanto al cimitero del Verano e ospita la tomba del santo a cui è dedicata, di cinque papi e di Alcide De Gasperi (opera di Giacomo Manzù). È composta da due basiliche contigue: la Pelagiana, a un piano rialzato, voluta da papa Pelagio II nel VI secolo e la Onoriana, fatta costruire da papa Onorio III nel 1200. Gran parte dei mosaici che ricoprivano la facciata sono stati purtroppo distrutti nei bombardamenti del 1943. All’interno sono pregevoli i pavimenti e un baldacchino, opere dei maestri Cosmati.

 

 

 


Mantova, silenziosa e rinascimentale

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Mantova, silenziosa e rinascimentale

Mantova Piazza Sordello

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Testi e foto a cura della Redazione

Circondata dalle acque che dividono i palazzi di città dalle terre di campagna e che in estate si colorano del rosa dei fiori di loto e del bianco delle ninfee, Mantova è una Venezia d’acqua dolce, dolce come il suo assonnato silenzio.

Il centro ha un impianto urbanistico medioevale. Piazza delle Erbe e la vicina Piazza Sordello, unite da un passaggio ad arco, ne sono il cuore. Ad attraversarle e accedendo al Palazzo Ducale vi sembrerà di essere entrati in un mondo a parte, a metà strada tra la città proibita e il Cremlino. E non fatevi ingannare dalla razionalità di alcuni edifici che si affacciano sulle piazze. Sembrano gusci vuoti ma dentro racchiudono tutti gli stili.

Del resto Mantova è stata la più prestigiosa corte dell’Italia rinascimentale.

Per realizzarla i Gonzaga chiamano Leon Battista Alberti e Giulio Romano, allievo di Raffaello, Filippo Juvara e Andrea Mantegna. Poi arrivano anche Rubens e Monteverdi.

In piazza delle Erbe si affacciano la Rotonda di San Lorenzo, chiesa romanica dell’XI secolo, il palazzo della Ragione (del 1250) e un fianco della basilica di Sant’Andrea. Disegnata dall’Alberti e realizzata dopo la sua morte, è uno dei più importanti edifici religiosi del Rinascimento. La facciata è su piazza Mantegna e rimanda a un sistema geometrico modulare, con cerchi e quadrati, dove ogni spazio è multiplo dell’altro. Ha un campanile gotico e una cupola alta 80 metri realizzata dallo Juvara. L’interno è imponente, a navata unica e con cappelle laterali affrescate dalla scuola di Giulio Romano. La prima a sinistra accoglie la tomba del Mantegna.

Mantova Basilica Sant'Andrea - interno

Per gli amanti delle leggende e dell’esoterismo è immancabile una visita alla cripta di Sant’Andrea, dove sono conservati due reliquiari d’oro che conterrebbero il Sangue di Cristo, raccolto dal soldato romano che trafisse con la lancia il costato di Gesù in croce e portò con sé le preziose ampolle nei suoi pellegrinaggi fino a Mantova. Un Sacro Graal che è visibile il Venerdì Santo durante l’ostensione, dopo un particolare cerimoniale che permette l’apertura della cassaforte che lo contiene con dodici serrature, da azionare contemporaneamente, alla presenza dei fedeli che affollano la cripta. Le chiavi sono custodite durante l’anno dalle massime autorità religiose e civili della città, che si ritrovano appositamente in occasione dell’apertura.

Piazza Sordello è invece attorniata da palazzi del XIII secolo che affiancano il Duomo (Cattedrale di San Pietro), iniziato nel 1200 poi completato su disegni di Giulio Romano, e il Palazzo Ducale: la reggia dei Gonzaga, la famiglia che per quattro secoli (fino al 1600) governò la regione.

È composta da due edifici a portici del 1200 e dal Castello di San Giorgio, dove si trovano le celle dei Martiri di Belfiore e la famosa Camera degli sposi, affrescata dal Mantegna tra il 1465 e il 1474, con scene della vita dei Gonzaga.

Mantova Castel San Giorgio

Cortili, camminamenti e circa 500 saloni da ammirare (non tutti visitabili, anche per i danni causati dal terremoto del 2012). Si parte dallo Scalone delle Duchesse che introduce al piano nobile e sala dopo sala percorrerete una ricca e interminabile galleria di capolavori, con opere di maestri lombardi e veneti del ‘500 e del ‘600, arazzi fiamminghi (su disegni di Raffaello), stucchi e affreschi di Giulio Romano. Vi faranno compagnia Mantegna, Pisanello, Perugino, Costa, Correggio e altri rappresentanti della migliore arte rinascimentale italiana. Attraverserete la sala Ducale, quella curiosa dei nani, la Rustica, il cortile della Cavallerizza. E poi ancora, la Sala del Morone, l’Appartamento di Guastalla e quello di Guglielmo, la Sala del Pisanello con un ciclo ispirato alle gesta cavalleresche. Ammirerete le pale d’altare della Galleria Nuova, la Santissima Trinità del Rubens e la Vergine del Viani nella Sala degli Arcieri, la grande volta affrescata della galleria degli Specchi, i soffitti lignei dell’appartamento di Vincenzo, il Corridoio dei Mori, la sala di Giuditta e il Labirinto dell’Amore (da guardare a testa in su perché affrescato a un soffitto).

Per finire con un percorso esoterico e alchemico, voluto da Isabella d’Este, che parte dal Giardino dei Semplici (un luogo iniziatico con piante dai poteri magici seminate secondo antiche leggi ermetiche), prosegue nella Grotta (il suo spazio privato, con intarsi lignei che sono esercizi di prospettiva ed enigmi) e termina nel laboratorio alchemico sotto gli Appartamenti delle Metamorfosi.

Per completare questa passeggiata mantovana, merita una visita il Museo Diocesano Francesco Gonzaga, nell’antico chiostro medievale del monastero di Sant’Agnese, dove sono conservati numerosi dipinti, sculture, arazzi, oreficerie, avori, smalti di grande qualità artistica e rilevanza storica, alcuni dei quali provenienti dal Tesoro e dalla raccolta privata della famiglia Gonzaga. Di particolare importanza e unica nel suo genere, la raccolta di armature quattrocentesche perfettamente conservate, provenienti dal Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Curtatone, che, ignorate per secoli come tali, rivestivano le sagome dei guerrieri là rappresentati.

Infine è da non perdere una visita al Palazzo Te, grandiosa villa suburbana dei Gonzaga creata da Giulio Romano tra il 1525 e il 1535, che oggi ospita anche il Museo civico.

A Palazzo Te Romano cerca di riassumere gli anni della pittura rinascimentale e inventa una nuova e stravagante maniera. Trasfigura miti e icone; dipinge cavalli e salamandre; ridisegna, con tanta carne, le primavere di Botticelli.

In quegli stessi anni, poco lontano, oltre le paludi, un coccodrillo veniva appeso a un soffitto per dominare la navata della chiesa delle Grazie a Curtatone.

 

La fata del loto

Giovane studentessa di Scienze naturali, Maria Pellegreffi portava a Mantova dall’università di Parma, dove studiava, alcuni rizomi di Nelumbio ottenuti da missionari italiani in Cina. Era la fidanzata del geometra Aurelio Zambianchi, poi suo marito: con lui e con l’amica Elvira Zampolli, nell’ottobre 1921 metteva a dimora i rizomi davanti alla valletta di Belfiore. Il Nelumbio trovava l’ambiente ideale per crescere e svilupparsi, impreziosendo e rendendo unici i paesaggi delle sponde del Mincio e dei laghi mantovani. Alla fata del Loto sono state intitolate vie di Mantova e delle Grazie. Per vederli fiorire andateci tra luglio e agosto.

 

Letterati a Mantova

Ben prima che si organizzasse il Festivaletteratura, la manifestazione culturale di grande successo che si tiene dal 1997 nei primi giorni di settembre, e si pensasse a Mantova come Capitale europea della cultura per il 2016, molti letterati avevano espresso incondizionati elogi per la città.

“Questa e’ una bellissima citta’ – aveva scritto Torquato Tasso – e degna c’un si muova mille miglia per vederla.” Charles Baudelaire vi trovò ” un mondo addormentato in una calda luce “, Charles Dickens (critico con gli affreschi di Giulio Romano che descrive come potenti incubi e allucinazioni) ne cantò “gli irreali laghi di canne e di giunchi”, mentre Corrado Alvaro la definì un ” paradiso di malinconia “. Per Aldous Huxley è “la città più romantica del mondo” e per Riccardo Bachelli “una severa e dolce melanconia dell’animo velano la bellezza della città e sono parte essenziale del suo fascino”.

Anche l’istancabile viaggiatore Petrarca visitò Mantova più volte. Ci veniva ospite dei Gonzaga, qui acquistava libri e cercava le tracce lasciate da Virgilio, che riteneva suo nume tutelare e ispiratore. All’autore dell’Eneide scrive idealmente una lettera descrivendo una Mantova bucolica: “In questo luogo ho trovato la pace amica della tua campagna, e ho vagato chiedendo spesso dentro di me quali intrichi tu fossi solito percorrere negli ombrosi boschi e per quali prati fossi solito errare, e su quali rive del fiume o in quali recessi del lago che si piega in dolci curve ti reclinassi stanco a riposare. E un simile scenario sembra quasi portarti alla mia presenza”. In una lettera scritta nel giugno 1350, racconterà invece con minore entusiasmo, una notte passata a Luzzara, a pochi km da Mantova e sempre ospite dei Gonzaga, in compagnia di rane, mosche e zanzare che non gli consentono di prendere sonno.

 

Il mantovano volante

Nuvolari è basso di statura. Nuvolari è bruno di colore. Ha cinquanta chili d’ossa, le mani come artigli e un corpo eccezionale. Così cantava Lucio Dalla il mito del mantovano volante, l’inventore della “sbandata controllata”, che consiste nell’affrontare le curve con un secco colpo di sterzo facendo slittare le ruote posteriori verso l’esterno, e quindi controsterzare schiacciando l’acceleratore a tavoletta: così l’auto esce dalla curva rivolta verso il rettilineo e in piena accelerazione. Tazio Nuvolari è il pilota che durante la Mille miglia del 1930 ha spento i fari per non farsi notare mentre superava Varzi, andare in testa e vincere poi la gara. Nato a Castel d’Ario, provincia di Mantova, il 16 novembre 1892, a tredici anni sotto la guida dello zio Giuseppe prova la sua prima moto e l’anno dopo, di nascosto dal padre, l’auto di famiglia. Durante la Prima guerra mondiale è autiere di ambulanze, camion e vetture che trasportano gli ufficiali, tra le prime linee e le retrovie del fronte orientale. Al ritorno a casa si appassiona alle corse e partecipa alle gare sia in moto che in auto. La prima vittoria in auto è nel 1921 a Verona e da allora sarà un seguirsi interminabile di successi e di incidenti, da cui si riprendeva sempre in pochissimo tempo. Corre e vince con Auto Union, Maserati, Bugatti e soprattutto Alfa Romeo. In moto predilige la Bianchi 350, con la quale nel 1926 Tazio vincerà tutto quello che c’era da vincere. La prodigiosa carriera di Nuvolari si chiude nel 1950 con le ultime due gare, la Targa Florio e la Palermo-Monte Pellegrino. Passano poco più di tre anni e quello che Ferdinand Porsche aveva definito “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, se ne va, in silenzio, l’11 agosto 1953. Troverete cimeli, aneddoti e fotografie che ripercorrono la vita del mantovano volante nel Museo Tazio Nuvolari, in Piazza Broletto 9, a Mantova.

 

 


Cremona, violini, torrone e mostarda

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La città della musica, la patria del violino, del torrone e della mostarda, con una torre tra le più alte d’Europa, non ha nel suo stemma nessuno di questi simboli. A rappresentarla è un braccio alzato, con una palla in mano, la celebrazione di una leggenda, di un eroe popolare: il giocatore di bocce Giovanni Baldesio (Giannino per la tradizione, Zanen de la Bala, per dirla in dialetto locale), che vincendo una sfida con Enrico IV, Imperatore del Sacro Romano Impero, ottenne l’esenzione dalle tasse per l’intera città. L’unica immagine di Giannino è oggi conservata nel cortile a fianco del Torrazzo, che con la Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, il Battistero, il Palazzo Comunale e la Loggia dei Militi, compongono una delle sistemazioni
urbanistiche medioevali più suggestive del Nord Italia.
La Loggia, nel cortiletto del Torrazzo che si affaccia sulla Piazza del Comune, era destinata alle riunioni dei comandanti delle Milizie cittadine. L’elegante edificio a pianta quadrangolare presenta sulla facciata il Gonfalone del comune, affiancato da quattro leoni simboli delle porte cittadine. Sotto il porticato è conservato l’emblema di Cremona costituito da una doppia immagine di Ercole (suo mitico fondatore) che regge lo stemma cittadino.
Sul torrazzo di Cremona, uno dei più alti campanili in muratura del mondo (112 metri), venne realizzato nel 1583 da Giovanni Battista e Giovanni Francesco Di Vizioli (padre e figlio) un orologio astronomico di otto metri di diametro, ancora oggi funzionante (ogni giorno viene caricato a mano).
Le lancette indicano le ore, le fasi lunari, i mesi, le costellazioni e i segni zodiacali. La quarta lancetta compie un giro completo ogni 18 anni e 3 mesi e quando si sovrappone a quelle del sole e della luna significa che è in atto un eclissi.
Particolari sono anche le campane, sette come le note musicali e a ognuna è stato assegnato un santo. La sfera d’oro sulla cima contiene un frammento della croce di Gesù e diverse altre reliquie dei santi.
Dalla sommità della torre (487 gradini), bellissima vista sulla città. La salita consente anche di vedere la stanza con il meccanismo dell’orologio.
La facciata del Duomo è un insieme armonioso di stili (romanico con motivi gotici, rinascimentali e barocchi). Rivestita di marmo bianco, è dominata da un grande rosone centrale e alleggerita da una loggia a due piani con diverse sculture. Le volute laterali del timpano, oblunghe e stirate, hanno la forma delle “effe” intagliate sulle pance di tutti gli strumenti ad arco e, come un violino, anche l’interno è diviso in tre parti. Tre navate separate da due serie di pilastri massicci, sormontate da severe volte romaniche a tutto sesto. Le pareti conservano notevoli capolavori di scultura e pittura.
Curioso l’effetto ottico nell’affresco del Pordenone (1521) sulla deposizione che ricorda il Cristo morto del Mantegna. Il corpo disteso sembra scivolare, con una doppia prospettiva: visto di fronte sembrerà rivolto verso di voi e visto da destra vi sembrerà rivolto a destra.
Nella cappella del Santissimo Sacramento, a destra dell’altare, si trova l’Ultima Cena di Giulio Campi (1568). Vi tornerà alla mente Il Codice da Vinci: nella tela, accanto a Gesù non c’è Giovanni ma una figura femminile con lo stesso volto della Maddalena rappresentata nelle tele a lato.
A pochi passi dalla Cattedrale vale una visita il Museo del Violino di Piazza Marconi, dove è possibile ammirare le collezioni di strumenti antichi e contemporanei.
L’immagine di Cremona è da sempre legata alla tradizione musicale e liutaria: qui nacquero Claudio Monteverdi (l’inventore della polifonia), Amilcare Ponchielli, le famiglie Amati (1500-1600), Stradivari e Guarneri (1600- 1700) che scrissero la storia e l’evoluzione del violino.
E c’è musica e melodia anche nel dialetto di Cremona: “pàs” significa pazzo, ma se dici “pàas” significa pace; se dici “cavài” vuol dire levarli, ma se dici “cavàai” vuol dire cavalli.
La tradizione musicale è ancora oggi presente nelle trenta liuterie artigiane attive sparse nella città. Botteghe dalle luci calde e accoglienti, quasi tutte in mano a stranieri, che espongono in vetrina stampi di violini, strumenti appesi ad asciugare come prosciutti e sinuosi ritagli di legno.
La stessa sinuosità del fiume Po che sembra serpeggiare quando attraversa la provincia cremonese. Il grande fiume una volta lambiva il centro storico. Oggi è scivolato a valle e si raggiunge percorrendo il grande viale alberato (viale Po, ricordato anche da Pier Paolo Pasolini che qui visse due anni della sua adolescenza). Attraversata una zona residenziale, si arriva ad una grande area verde affacciata sul fiume. Oasi di pace per passeggiare o pedalare.
Al Po Cremona deve le sue origini. Città di pianura e porto fluviale, fu costruita dai romani (220 a.C.) come rocca per resistere agli assalti dei Galli e di Annibale. A metà del lungo corso del fiume (a circa 300 km dalle sorgenti e dal delta) nei pressi del punto in cui incrociava la Via Postumia, strada consolare romana che univa i due principali porti dell’epoca: Genova e Aquileia.
La colonia romana venne distrutta nel 69 d.C. e successivamente ricostruita dall’imperatore Vespasiano. A partire dall’XI secolo divenne un libero comune. Nel 1334 entrò a far parte del ducato di Milano e dal 1499 al 1509 fu occupata dai Veneziani. Successivamente passò da dominio spagnolo (1525-1702) a dominio austriaco (1815-1859).
In quasi duemilatrecento anni di storia la città e la sua cultura sono state arricchite dall’incontro, spesso dallo scontro, con popolazioni diverse tra loro. Nel ‘400 il Po fu infatti teatro di scontri epici tra le flotte dei Visconti e di Venezia per il controllo della Valle Padana. Una delle battaglie più famose si svolse proprio davanti a Cremona il 23 giugno 1431. In quella occasione venne coniato il termine “gran pavese”, un sistema di segnalazioni con bandiere che le navi ancora oggi innalzano nei casi di solennità particolari. Lo scontro, sotto le mura della città che a quel tempo si affacciavano direttamente sul fiume, avvenne quando la flotta navale milanese del duca Filippo Maria Visconti comandata dal pavese Pasino degli Eustachi sconfisse quella veneziana, forte di 35 galee, carica di armati e diretta ad assediare Pavia, che allora era la principale darsena della Lombardia. Per festeggiare la vittoria il comandante dei Visconti fece issare sulle proprie navi ogni tipo di vela variopinta, comprese le uniformi degli ufficiali nemici catturati.
L’intreccio di culture sicuramente favorì quella varietà enogastronomica che oggi rappresenta Cremona, che è terra di pianura e di acqua; di salumi bolliti e arrosti. Gusti forti, radici contadine. Il torrone, la mostarda, i marubini (pasta ripiena di brasato, salame cremonese fresco, grana padano, pangrattato, prezzemolo e noce moscata, che vengono cotti nei tre brodi di carne di maiale, di manzo e di gallina) e i ravioli di zucca, con amaretti e grana, hanno un’origine medio-orientale o meglio arabo-persiana.
La leggenda vuole che il torrone sia nato come dolce preparato in occasione delle nozze tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, celebrate a Cremona il 25 ottobre 1441, ma forse l’origine è più antica di qualche secolo e risale agli scambi commerciali con Venezia (porta dell’oriente dal 1200), alle novità alimentari introdotte dai reduci delle Crociate o ai cuochi che seguivano Federico II di Svevia, l’imperatore “filoislamico” che dal 1220 al 1250 visitò ben 16 volte Cremona (la prima a cavallo di un elefante). Così come i ravioli, pasta richiusa a triangolo o a mezzaluna, con ripieno di carne, mandorle e altre spezie, già conosciuta nei paesi arabi come sambusuch prima dell’anno mille. Del resto sembrano provenire da quelle terre sia gli spaghetti che le lasagne (dall’arabo lauzinaj).
Altra specialità, probabilmente derivata dalla tradizione orientale di candire e sciroppare la frutta, è la mostarda, dal latino “mustum ardens” e dal francese moutarde che significa senape, e a sua volta deriva da moût ardent, mosto ardente (che brucia), perché in origine la senape (ottenuta macinando i semi della sinapis alba) veniva sciolta nel mosto d’uva.
Di mostarda ne parlava già Plinio il vecchio nella sua Storia naturale. Nel Medioevo François Rabelais la cita nel Gargantua e sicuramente era conosciuta da Nostradamus, quello delle profezie, che con lui studiava medicina all’università di Montpellier e che per qualche anno fece il confetturiere alla corte francese di Caterina De’ Medici.

 

LA LEGGENDA DI GIANNINO
Giannino che impugna una palla e occupa metà dello stemma della città insieme con il motto “Fortitudo mea in brachio” (nel braccio sta la mia forza), è il simbolo dei cremonesi. Alla fine dell’ anno Mille, l’ imperatore Enrico V assediò Cremona perché si era rifiutata di versargli l’ annuale tributo consistente in una palla d’ oro massiccio del peso di sei libbre. Per risolvere la questione, Giannino si offrì di sfidare Enrico a duello: se lo avesse battuto, l’imperatore avrebbe liberato Cremona dall’ assedio e dall’assillante tributo. Leggenda vuole, però, che anziché di un duello si trattasse di una gara a chi lanciava più lontano la pesantissima palla. Vinse Giannino che non era né gonfaloniere né valoroso, ma un contadino campione di bocce. I cremonesi gli diedero in sposa la ricchissima Berta de Zoli. Senza eredi, l’eroe lasciò i suoi beni alla città di Cremona, che dedicò a lui e sua moglie due statue di marmo nella facciata del Duomo appena costruito, ordinando che il 14 di agosto di ogni anno fossero rivestite con gli abiti dai colori grigio e rosso dello stemma cittadino. Le statue sparirono ma andò avanti per secoli la festa alla vigilia dell’Assunta di agosto. Il campione di bocce è ancora oggi raffigurato nello scalone d’onore del Palazzo comunale e in una statua di pietra aurisina collocata nel cortiletto del Torrazzo.

 

COSA COMPRARE
La mostarda
La mostarda è frutta candita in sciroppo di zucchero e senapata, ideale per accompagnare un buon bollito e alcuni formaggi. I prodb CREMONA MOSTARDAuttori più celebri sono grandi marchi come Sperlari e Dondi o piccoli artigiani come Fieschi e Luccini di Cicognolo. Attenzione a non confondere la mostarda di Cremona con quella di Mantova, che invece è fatta con frutta tagliata a pezzetti ed è meno piccante (e si fa soprattutto in versione cotognata, utilizzando cioè solo le mele cotogne) e neppure con la mostarda veneta, che è fatta con frutta macinata finemente e un po’ meno piccante. A Mantova è anche uso fare delle conserve, dette impropriamente marmellate di verdure, utilizzando appunto le verdure. La più celebre è quella di zucca, ma ci sono anche di pomodoro verde, di melanzana e di cipolla rossa. Tra le migliori vanno citate quelle delle Tamerici di Pietole di Virgilio (Mn) che produce anche mostarde (quindi con il gusto della senape) di peperoni e di zucca.

Il torrone
Il torrone di Cremona IGP si distingue in classico e tenero (differenziato dalla maggiore o minore quantità di albume nell’impasto) e si presenta bianco avvolto nelle ostie oppure ricoperto di cioccolato fondente. Nell’impasto si utilizzano mandorle o nocciole.
La fabbricazione del torrone ha mantenuto, pressoché inalterati nel tempo, ingredienti e modalità. Si versano in una caldaia le chiare d’uovo e il miele, si mescola rapidamente fino ad ottenere un composto bianco e denso. Poi si passa alla cottura lenta e regolare sempre mescolando l’impasto fino a farlo diventare una massa bianca, cremosa e soffice. Operazione che nella tradizione durava un’intera giornata (l’espressione “menare il torrone”, sinonimo di annoiare, stancare, deriva proprio da qui). Solo alla fine vengono aggiunte le mandorle o le nocciole precedentemente tostate e gli aromi. In seguito la pasta cotta viene rullata a sfoglia e tirata a mano in appositi stampi di legno ricoperti con l’ostia che racchiuderà il torrone, per essere poi tagliata in stecche.

 

BOTTEGHE STORICHE
Vergani – Antico esercizio, specializzato nella vendita di prodotti tipici cremonesi, come il torrone, la mostarda e altri dolciumi della tradizione locale. Si trova al 112 di Corso Matteotti e risale al lontano 1837, quando nelle stanze oggi occupate dalla cantina del locale e nei vicini magazzini ebbe inizio la produzione del torrone cremonese “Vergani”, un marchio oggi conosciuto in tutto il mondo.

Sperlari – Il negozio ha vetrine traboccanti di torroni e di vasi multicolori pieni di mostarda di frutta, liquori e sciroppi dalle mille essenze e si trova in via Solferino, quasi all’ombra del Torrazzo. All’interno vasetti di mostarda di tutte le dimensioni, un’enorme giara di vetro piena di conserva e tanti torroni: a pezzi, morbidi, croccanti, bianchi, neri ricoperti di cioccolato.