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Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

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Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

Una storia quasi dimenticata, quella del giovane pilota franco peruviano che per primo attraversò in volo le Alpi e si schiantò a Domodossola. Esploratore appassionato ed eroe sfortunato, amava le sfide ma non cercava nuove terre da scoprire. Voleva solo scalare il cielo. Più in alto, sempre più in alto.

Testo a cura della redazione

Venerdì 23 settembre 1910. Sono passati tredici minuti dalle 14 e quasi 45 dalla partenza dal campo volo di Briga. Dopo aver attraversato i monti, le valli e i venti del passo Sempione, superando i due mila metri di altezza, l’aereo ha iniziato la discesa e ora è a soli venti metri dal suolo. Venti metri dalla gloria. Quando Geo vede avvicinarsi la grande croce bianca disegnata dai teli distesi sull’erba della piana Siberia, nei sobborghi di Domodossola, si prepara a planare. Sorride e saluta con la mano la folla che da ore aspettava ai bordi del campo per applaudire l’arrivo del primo trasvolatore delle Alpi. All’improvviso un forte colpo di vento e il muso del Blériot si inclina. Geo sente un forte scricchiolio ma non ha il tempo per capire che le ali si sono ripiegate all’indietro, quasi accartocciate. Il monoplano si schianta sul terreno. Prima le urla di chi era venuto per assistere all’impresa, poi un silenzio irreale e l’aria afosa del caldo pomeriggio si riempie dell’aspro odore dell’erba bruciata. I soccorritori lo tirano fuori dai rottami. Ha il volto insanguinato, una gamba rotta, le vesti stracciate, ma è ancora vivo. Viene portato all’ospedale San Biagio di Domodossola. Le condizioni sono preoccupanti ma non sembrano gravi o disperate. Non vengono trovate fratture interne, ma per le ferite riportate George Chávez Dartnell (per tutti semplicemente Geo, il pilota ingegnere franco peruviano) morirà quattro giorni dopo. Aveva solo 23 anni.

Oggi diremmo “in modo inspiegabile” ma allora, per la medicina come per l’aviazione, l’evoluzione tecnologica era solo ai primi passi.

Gli aerei dell’epoca erano più simili a insetti volanti che ai moderni mezzi di volo intercontinentale. Trabiccoli che per alzarsi in volo facevano salti da pulce, con ali di tela che assomigliavano a quelle delle libellule e alettoni che nelle virate venivano inclinati con sforzi incredibili da tiranti impugnati dal pilota. Venivano definiti “macchine che pesavano più dell’aria”, per distinguerli dagli aerostati e dalle mongolfiere.

Il Blériot XI di Geo Chavez era lungo otto metri, con un’apertura alare di sette metri e venti.  Aveva un telaio in legno (lo stesso materiale utilizzato per l’elica e il sedile di guida), un motore Gnome da 50 cv alimentato da benzina con olio di ricino, che riusciva a raggiungere la velocità di 85 km all’ora, due ruote da bicicletta come carello, corde di pianoforte come tiranti, un tachimetro e una bussola (gli altri strumenti disponibili erano un barografo che il pilota appendeva al collo e qualche carta geografica da tenere nelle tasche del giubbotto di fustagno).In pratica quanto offrisse di meglio, allora, la conoscenza scientifica. A questo Geo aggiungeva la passione, un po’ di incoscienza e la voglia di viaggiare, non tanto per scoprire nuove terre ma per vedere dall’alto quelle conosciute. L’aereo era per lui “un ascensore verso il cielo”, un mezzo per esplorarlo, superare le nuvole e raggiungere le stelle. “Arriba, siempre arriba” (più in alto, sempre più in alto) era il suo motto e le ultime parole che riuscì a sussurrare prima di morire.

Quando il progresso prese le ali

Geo Chavez nasce a Parigi il 13 giugno 1887, in una facoltosa famiglia di emigrati peruviani, padre esportatore di rame e banchiere, madre (Dartell) di nobili origini. È il quarto figlio (ne seguiranno altri due) e viene iscritto al consolato del Perù come Jorge Antonio Chavez Dartell, peruviano nato all’estero. Al battesimo, il nome spagnolo viene francesizzato in George, da cui deriva il diminutivo Geo. Passa un’infanzia agiata e felice. Studia con ottimi profitti ed eccelle nelle attività sportive, in particolare nell’atletica, partecipando e vincendo varie competizioni di mezzofondo.

Quando a 16 anni perde la madre frequenta l’Ecole Violet di Parigi, il liceo di Elettricità e Meccanica industriale, dove cinque anni dopo si diplomerà ingegnere. Nel 1909 Geo perde anche il padre e conosce Luis Paulhan, un costruttore di dirigibili e collaudatore di nuovi mezzi a motore che riuscivano ad alzarsi in volo. Lavora nel suo hangar e si iscrive alla scuola di volo aperta dai fratelli Farman, che per primi in Europa con il loro biplano avevano percorso alcuni chilometri in volo e avevano l’audacia (anche da parte di chi ci saliva) di trasportare passeggeri, come avevano già fatto pochi anni prima i fratelli Wright negli Stati Uniti. Il clima festoso della bell’epoque parigina, a cui il ricco e spensierato Geo partecipa con euforia, alimenta anche la sua frenesia per le novità e l’entusiasmo per un progresso che sembrava avesse preso le ali (metaforicamente e letteralmente).

Il 15 febbraio 1910 Chavez ottiene il Brevetto Internazionale di Pilota e inizia a partecipare a varie competizioni, preferendo le gare d’altezza a quelle di velocità o di distanza.

Dal 28 febbraio al 2 marzo riesce a volare per quasi due ore nel circuito di Mourmelon (nel Nord della Francia) raggiungendo, nella sua prima partecipazione ad una gara, i 510 metri d’altezza. Da aprile a giugno si susseguono le manifestazioni che lo vedono protagonista: al concorso di Biarritz, a Nizza, a Tours, a Lyon, a Verona, a Rouen e a Budapest in Ungheria.

Per partecipare alla gara della Gran Settimana di Champagne, dal 3 al 10 luglio, Chavez decide di cambiare il suo aereo Farman e acquista uno dei monoplani di Louis Bleriot (un modello simile a quello con cui il costruttore l’anno prima aveva sorvolato in 32 minuti la Manica, mantenendo una quota di cento metri sopra il mare da Calais a Dover). E con il Bleriot Geo vince la sua prima gara in altezza raggiungendo i 1.150 metri. Record personale che supererà un mese dopo a Blackpool in Inghilterra, dove trionferà volando a 1.647 metri. A fine agosto è a Lanark in Scozia per partecipare a una competizione che lo vedrà arrivare al secondo posto. Quasi un allenamento in vista della manifestazione che si terrà l’8 settembre a Issy lex Moulineaux, nei dintorni di Parigi, sua città natale. Quel giorno Chavez ottiene il record mondiale salendo fino a 2.680 metri. Il traguardo raggiunto lo rende famoso e, nonostante sia il più giovane tra i nuovi pionieri dell’aviazione, viene invitato alla manifestazione più importante e ambiziosa per quell’anno: il Circuito aereo internazionale di Milano, che comprendeva la prima traversata delle Alpi. Organizzato dal presidente del Touring Club Italiano, Arturo Mercanti, l’evento programmato tra il 18 e il 24 settembre prevedeva il sorvolo del passo del Sempione, con partenza da Briga, tappa intermedia a Domodossola e arrivo a Milano, nel nuovo campo di volo, appena inaugurato, di Taliedo (l’area dove nel 1937 nascerà l’aeroporto di Linate). Una sfida a cui Geo non poteva mancare.

La preparazione della gara è attenta e puntigliosa. Chavez soggiorna a Briga, Domodossola e a Milano, dove firmerà l’adesione alla manifestazione. Perlustra in auto, su strade di montagna ancora sterrate, tutto il percorso. Studia nel dettaglio le valli, i monti e le gole che dovrà attraversare in volo, le possibili condizioni atmosferiche e tutti i venti che dovrà affrontare. Alla gara si iscrivono cinque concorrenti, ma per diversi problemi tecnici, uno alla volta si ritirirano dalla competizione. Rimane solo Geo e la mattina del 23 settembre il suo è l’unico aereo ad uscire dagli hangar allestiti nel campo di “slancio” di Briga (erano il ricovero e l’officina degli aerei che venivano spediti in pezzi e montati sul luogo delle gare).

Alle 13.29 l’aereo si stacca dal suolo. Per la prima volta un uomo attraverserà le Alpi volando. Ci impiegherà 44 minuti e 56 secondi, venti minuti in meno del tempo che impiegava un treno da Briga a Domodossola, passando per il tunnel del Sempione aperto solo quattro anni prima. Un successo che lo schianto all’arrivo trasformerà in tragedia e che passerà alla storia come un atto di eroismo.

Gli eroi son tutti giovani e belli

L’eco dell’impresa e della sua tragica fine ebbe vasta risonanza nel mondo. La notizia prese le prime pagine di tutti i giornali. La cronaca di quei giorni è stata raccontata con accurata precisione e partecipato affetto da Luigi Barzini, che scrisse sul tema decine di articoli per il Corriere della sera e fu l’ultimo a intervistare Chavez nei quattro giorni di agonia all’ospedale di Domodossola.

Il primo a dedicare versi alla sfortunata avventura di Geo fu Giovanni Pascoli. Scritta nel novembre del 1910, a poche settimane dal tragico evento, la poesia “Chavez” venne pubblicata sul XX Secolo (un mensile di attualità stampato fino al 1933) e poi fu inserita nella raccolta Odi e inni.  L’opera ha una sintassi elaborata ed è carica di retorica e simbolismi, “che in cielo, un dì, mirabilmente muto / passar fu visto, come Dio, seduto / un uomo, l’uomo alato!” e così si chiude:Cade, con la sua grande anima sola / sempre salendo. Ed ora sì, che vola”. Nel 2015 Fredo Valla, il regista cuneense autore del film “Il vento fa il suo giro”, ha dedicato a Geo Chavez un documentario che attraverso filmati d’epoca e animazioni, racconta il mito romantico del giovane pioniere del volo. La colonna sonora e la voce narrante sono di Giorgio Conte (fratello del più noto Paolo). Alla memoria di Geo Chavez sono stati dedicati monumenti a Briga, Domodossola e a Lima. L’aeroporto della capitale peruviana porta il suo nome e ci sono strade a lui intitolate anche a Milano  e a Parigi.

Quando morì furono celebrati funerali a Domodossola e nella capitale francese, dove fu sepolto al cimitero di Père-Lachaise. Nel 1957 la salma venne trasferita a Lima, nel mausoleo di Las Palmas, principale base della Fuerza Aérea del Perú.

Domodossola e il ricordo di Geo Chavez

Dom, come la chiamano in dialetto i locali, è una città piemontese di 18mila abitanti adagiata al centro della Valle d’Ossola attraversata dal fiume Toce. Resa famosa soprattutto per la sua lettera iniziale, quella D a cui viene spesso associata quando vogliamo compitare (cioè fare lo spelling) una parola riferendoci a nomi di città, Domodossola è una tranquilla località circondata dal verde delle montagne, a poca distanza dal confine svizzero, dal Lago Maggiore e dal Monte Rosa.  Il centro storico si racchiude attorno alla pittoresca Piazza del mercato, un ampio spazio a forma di trapezio, con portici, loggiati e tetti sporgenti. Dalla piazza si irradiano stretti vicoli che portano a eleganti palazzi dell’Ottocento. Ai tempi dell’impero romano la città era un punto di passaggio obbligato sulla direttrice dalla pianura padana verso la Gallia transalpina. Da qui passarono anche gli Ostrogoti e i Longobardi, che la distrussero. Poi arrivarono le dominazioni di Carlo Magno, dei Visconti di Milano, degli spagnoli, degli austriaci e dal 1743 dei Savoia. Nel 1895 iniziarono i lavori per il traforo ferroviario del Sempione (19.823 metri, per 76 anni resterà la galleria ferroviaria più lunga al mondo). Il 19 maggio 1906 l’opera sarà inaugurata da Re Vittorio Emanuele III e con l’apertura della nuova linea la stazione di Domodossola diverrà una delle principali stazioni italiane di frontiera. Quattro anni dopo sarà un’altra data a segnare la storia della città e a farla tornare alla ribalta internazionale, quella della tragica fine di Geo Chavez. Per ricordare il personaggio e la sua eroica impresa sono state prese negli anni numerose iniziative. Sul luogo dove avvenne lo schianto, un’area agricola tre chilometri a Sud della città, chiamata oggi Regione Siberia, venne collocata una colonna in granito. A Chavez è stata inoltre dedicata una piazza (a circa trecento metri dalla stazione ferroviaria) con un giardino centrale dove nel 1925 è stata posizionata una statua in bronzo, opera del milanese Luigi Secchi, che rappresenta una giovane donna con le braccia alzate.   Il Museo sempionano (in via Canuto, a pochi passi da piazza Mercato), che racconta attraverso reperti e documenti la storia della costruzione del traforo, ha dedicato uno spazio alla memoria dello sfortunato aviatore. Nel piccolo museo, attualmente chiuso per lavori, sono raccolti vari cimeli come un’ala del Bleriot di Chavez e il suo giubbotto.

Nel settembre del 2014 è stato inaugurato un percorso d’arte con tredici installazioni dedicate al primo trasvolatore delle Alpi. Le opere sono di artisti di fama internazionale e sono collocate a fianco della strada del Sempione (quella voluta da Napoleone per collegare Milano a Parigi). In pratica un museo a cielo aperto lungo i 50 chilometri che separano Domodossola da Briga, quasi a voler seguire da terra la scia del volo di Chavez.  

 

 


Curiosità – maggio

Gavorrano e il Salto della Contessa.

La letteratura che vive nel mondo

 

Purgatorio, canto V, una tenera ombra si avvicina al pellegrino Dante e gli rivolge poche, sussurrate parole destinate a restare nella memoria di tutti:

 

<<“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

 

“Ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

 

disposando m’avea con la sua gemma”. >>

(Purgatorio, V, 130-136).

 

A parlare è Pia de’ Tolomei, una delle figure femminili più rilevanti nell’ambito del poema dantesco. La donna, moglie di Nello d’Inghiramo dei Pannocchieschi, signore del Castello di Pietra nella Maremma, accusa il marito della propria morte e di averla gettata dalla loggia della rocca dove è stata rinchiusa dall’uomo a causa della sua gelosia.

Al di sotto dell’edificio, di cui oggi restano i ruderi, si può vedere un piccolo dirupo che è stato definito dalla tradizione con il nome di “Salto della contessa”. Tutt’oggi è possibile recarsi a Gavorrano e osservare il luogo della leggenda. La seconda domenica di agosto, inoltre, è possibile assistere alla rievocazione storica dell’episodio.

Molto si è detto, molte sono state le interpretazioni di questi versi danteschi da alcuni definiti oscuri, indubbia è la bellezza della Toscana e della sua Maremma.


Pensieri

Solitudine e indifferenza

A volte i giornali riportano notizie che inducono il pensiero.

Come questa letta sul Corriere della Sera e tramessa anche da molte altre testate.

Non l’aveva mai vista aperta, quella porta. E così domenica scorsa Sergio Crovato ha deciso di curiosare nell’appartamento del vicino che era chiuso da tempo immemore. Ha preso una torcia, è entrato, ha fatto qualche passo puntando la luce sul centro della stanza e si è sentito gelare il sangue: un cadavere. Disteso su una brandina, scheletrico, anzi, mummificato. Era il corpo del professor Lelio Baschetti, classe 1943, un docente di matematica in pensione che viveva lì, fra quelle mura umide e modeste di calle del Cristo, a Santa Marta, non distante dal porto di Venezia. In casa c’erano libri ingialliti, vestiti impolverati, immondizia impietrita. Accanto al cadavere, un portafogli, che aveva dentro la ricevuta di un prelievo bancario del settembre 2011 e 700 euro in contanti. La data, settembre 2011, è con ogni probabilità quella della morte, perché da allora il conto corrente non ha più registrato prelievi…

e ancora

Un uomo mummificato, conservato nel tempo grazie ai venti della laguna. La sua vita e la sua morte è forse tutta nelle parole di un’allieva: «Al ritorno dalle vacanze estive il professor Baschetti entrò in aula e ci disse “scusate se faccio fatica a parlare, ma non ho parlato con nessuno per tutta l’estate”»…

Alcune persone reali ricercano e trovano la solitudine, l’indifferenza altrui è regalata in un mondo di social, colmo di cinguettii stonati, di interminabili liste di “amici”, di messaggi telefonici sincopatici.

 

 


Curiosità

A Cagliari recuperando vecchi legni vissuti nel tempo

Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma

Se è vero che la fisica è in grado di studiare i fenomeni che regolano le complesse leggi dell’esistenza umana, nulla vieta di applicare i suoi principi alle piccole e preziose situazioni della quotidianità. Come la forza di gravità ci fa pensare alla maturazione delle mele, perché il postulato di Lavoisier non dovrebbe farci pensare a tutte quelle opere artigianali o artistiche che tendono al recupero di materiali definiti di scarto o comunque in disuso? Ci sono artigiani infatti che, fedeli all’assioma fondamentale della fisica per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, sono in grado di creare vere e proprie opere d’arte attraverso la rilavorazione di materiali di scarto.

L’attenzione oggi cade su questi artigiani di Cagliari che, recuperando vecchi pallets e legni vissuti nel tempo, con l’utilizzo di pezzi metallici e altri materiali che hanno oltrepassato il proprio uso, producono oggetti di arredo estetici o funzionali, cercando di valorizzare ciò che pare non abbia più valore.

E così “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e il mondo si rinnova perché, come ha detto Marcel Proust, esso “non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale”.

www.pqpallets.com

 

 


Sant’Eustorgio, una basilica, tante storie

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Sant’Eustorgio, una basilica, tante storie

La chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, teatro delle leggende dei re Magi e del santo inquisitore protettore dalle emicranie, racchiude un capolavoro di arte rinascimentale e la curiosa rappresentazione di una Madonna con le corna

Testo e foto a cura della Redazione

 

Piazza Sant’Eustorgio è uno dei più gradevoli angoli di Milano. Ci si arriva lasciata la Darsena dei Navigli e percorrendo corso di Porta Ticinese verso il centro della città. Subito sulla destra c’è uno slargo con una pavimentazione in ciottoli e lastre di pietra, un’ordinata fila di case, un giardino centrale con alberi e panchine, e sulla sinistra una chiesa romanica in mattoni rossi.

La chiesa, o meglio la basilica, ha una storia antica e racchiude tesori d’arte, ma prima di entrare a scoprirli guardate con attenzione la colonna tra la chiesa e il giardino, sopra c’è una statua di un santo con un grosso coltello conficcato sulla testa. Rappresenta Pietro Rosini da Verona (1206-1252), predicatore domenicano e deciso persecutore degli eretici, che dal 1233 presiedeva il Tribunale dell’inquisizione a Milano, allora collocato nel convento accanto alla chiesa di sant’Eustorgio.

Pietro non era un personaggio facile. Paladino della Cristianità contro le eresie e le stregonerie era un giudice inflessibile e le sue condanne comportavano, quando andava bene (le presunte streghe venivano bruciate nella piazza dietro alla basilica), esilio, confisca dei beni e distruzione delle eventuali proprietà non alienabili. A farne le spese fu, tra i molti, un certo Stefano Confalonieri di Agliate, ricco e cataro, che nell’aprile del 1252, alla vigilia del processo che lo vedeva imputato di eresia, organizzò un agguato all’inquisitore che stava rientrando a Milano da Como.

I sicari non andarono sul sottile e massacrarono il domenicano con una mannaia, due fendenti, prima alla testa poi al petto. Il martirio gli fruttò la venerazione popolare e un anno dopo, papa Innocenzo IV lo canonizzò santo. I resti del suo corpo sono conservati all’interno della basilica in una monumentale arca di marmo di Carrara, intarsiato tra il 1335 e il 1339 dal maestro pisano Giovanni di Balduccio.

La cappella Portinari

L’arca, un capolavoro della scultura italiana del Trecento, è ricca di finissime decorazioni e richiama lo stile gotico di alcune opere di Nicola Pisano (1220 – 1284), come l’arca di San Domenico a Bologna o i pulpiti nel Duomo di Siena e nel Battistero di Pisa. Gli otto pilastri in marmo rosso di Verona che reggono il sarcofago sono abbelliti da altrettante statue. Sul fronte sono personificate le quattro virtù cardinali: la Giustizia, la Temperanza, la Fortezza e la Prudenza, rappresentata da una donna con tre volti di diverse età (vecchiaia, maturità e giovinezza, perché essere prudenti significa avere “buona memoria delle vedute cose, buona conoscenza delle presenti e buona provvedenza delle future”, come afferma Dante nel Convivio). Un’analoga rappresentazione si trova sul trecentesco pavimento del Duomo di Siena e nel famoso dipinto di Tiziano, l’Allegoria della Prudenza del 1565, dove la figura tricefala è maschile e a ciascuna età è accostato un animale, un cane a quella giovane, un leone a quella matura e un lupo alla anziana.

Alle colonne sul retro del sarcofago sono appoggiate le tre virtù teologali (la Speranza, la Fede e la Carità), a cui si aggiunge l’Obbedienza. La cassa sepolcrale è ornata con affollatissimi rilievi che narrano la vita del santo e il tabernacolo, in forma di loggia a tre cuspidi, ospita una Madonna in trono col Bambino affiancata dai santi Domenico e Pietro Martire.

Per ospitare l’arca, nel 1462 venne costruita una cappella attigua al corpo centrale della chiesa. Finanziatore dell’opera fu Pigello Portinari, un fiorentino mandato da Cosimo de’ Medici a Milano per aprire una filiale della Banca Medicea. La donazione della cappella in onore del martire aveva il duplice scopo di ingraziarsi il clero locale e gli Sforza, signori di Milano, e preparare una sontuosa sepoltura anche per le proprie spoglie. Il corpo di Pigello riposa infatti sotto il pavimento mentre quello del santo giace nell’arca sovrastante. Una leggenda racconta che al momento di depositare la salma di Pietro nel sarcofago ci si accorse che l’arca era troppo corta per contenere il corpo del santo. L’arcivescovo di allora, Giovanni Visconti, pensò quindi di fargli staccare la testa; la conservò come reliquia separata e la portò a casa sua. Ma da quel giorno venne tormentato da terribili emicranie, che cessarono solo quando si decise a riportare la reliquia nella basilica. Da allora san Pietro Martire, oltre che patrono dell’Inquisizione, divenne per tradizione popolare protettore dal mal di testa (un po’ per la decapitazione e un po’ per il colpo di mannaia). Nel giorno che ricorda la sua morte, l’ultima domenica di aprile, i milanesi usavano andare “a pestà el cò in sant’Ustorg” cioè appoggiare il capo contro l’arca (o strofinare un panno sull’urna e avvolgerlo intorno alla testa) per preservarsi da emicranie per tutto l’anno.

La Madonna con le corna 

Per affrescare la cappella il Portinari (che era tra l’altro anche un parente della famosa Beatrice, cantata da Dante nella Vita Nova e nella Divina Commedia) chiamò uno dei pittori più innovativi dell’epoca, Vincenzo Foppa, che rappresentò la vita del santo, utilizzando colori luminosi e una nuova tecnica prospettica. Nella parete a destra dell’arca disegnò una Madonna con bambino, entrambi con uno sguardo accigliato e ornati di due corna. Racconta uno dei tanti leggendari miracoli di Pietro da Verona, quando si accorse che il demonio si era presentato assumendo le sembianze della Vergine e prontamente lo scacciò mostrando un’ostia consacrata. Forse un’allegoria alle eresie combattute dal santo, che trasfiguravano figure e dogmi della Chiesa.

La Cappella Portinari è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18; l’ingresso è sulla sinistra della basilica e costa 6 euro.

All’interno della basilica

La facciata della chiesa è frutto di un restauro in stile neoromanico eseguito nel 1864 e anche il pulpito in pietra esterno, a destra dell’ingresso, è un rifacimento di quello in legno da cui il santo inquisitore era solito arringare le folle di fedeli. Alzando lo sguardo si può ammirare la vetta del campanile che non è sormontato da una croce ma da una stella a otto punte. Simbolicamente rappresenta la leggenda che fu all’origine della basilica, mille anni prima delle vicende del santo inquisitore: quella dei Re Magi e dell’arrivo a Milano delle loro spoglie, partite da Costantinopoli nel 343, dono dell’imperatore romano al vescovo Eustorgio.

L’arca in pietra che le conteneva era su un carro trainato da buoi che all’ingresso in città si blocca e non riesce a proseguire. Eustorgio lo interpreta come segno divino e decide di costruire in quel punto la chiesa che ne conserverà le reliquie. Ci resteranno fino al 1164, quando il Barbarossa le porterà a Colonia (della traslazione delle reliquie da Milano a Colonia abbiamo diffusamente raccontato in un altro articolo – link), ma la leggenda è ancora oggi testimoniata da un altare e dall’arca che conteneva le loro spoglie.

L’interno della basilica è suddiviso in tre navate sormontate da volte a crociera. L’altare maggiore è sovrastato dall’Ancona della passione, polittico in marmo del ‘300 e dietro all’altare sono visibili i resti della primitiva basilica paleocristiana. Lungo le pareti si susseguono varie cappelle. Quella dedicata ai Re Magi è a destra e le altre portano il nome di un santo o di una famiglia nobile milanese (Visconti, Torriani, Brivio, Caimi).

Un affollato cimitero

Fino alla fine del 1700 (quando un decreto imperiale vietò la sepoltura nelle chiese) era consuetudine, motivo di vanto e dimostrazione di potere e ricchezza, avere la tomba di famiglia in una basilica. E Sant’Eustorgio di defunti illustri ne aveva veramente tanti. Santi, vescovi e priori; conti e duchi; mogli, figli, nipoti e pronipoti dell’aristocrazia lombarda; medici di famiglia, funzionari fedeli e generosi donatori interessati a riposare eternamente accanto a santi.

In imponenti sarcofagi o in piccole ulne se ne contavano alcune centinaia: più che una chiesa era un grande cimitero, affollato quanto quello che si estendeva attorno alla chiesa e che fu smantellato all’inizio del 1600.

E altre tombe sono ancora presenti al piano interrato (ci si arriva visitando il Museo, l’ingresso è lo stesso della Cappella Portinari). Sono le catacombe paleocristiane risalenti al terzo e quarto secolo, scoperte negli scavi archeologici compiuti tra il 1959 e il 1960. Tombe di gente comune, con pochi titoli, e tra le iscrizioni funerarie più curiose possiamo leggere quella dell’esorcista Vittorino, “morto il 3 novembre del 377”; del giovane schiavo Cardamionis, che “visse undici anni, sette mesi e venti giorni”; del novantenne Domese, morto negli ultimi giorni di un agosto intorno all’anno 500; della centenaria Varicia Asteria, che “visse con il marito ottant’anni, sei mesi e 21 giorni”; e di due stranieri, il barbaro Severiano e il macedone Eliodoro.

 

Il Priore archeologo

A fare un censimento delle sepolture (ma anche delle opere d’arte, delle lapidi e delle epigrafi) in Sant’Eustorgio si dedicò il domenicano Giuseppe Allegranza (1713 – 1785), che proprio in questa chiesa prese i voti sacerdotali e qui concluse come priore la sua carriera ecclesiastica. Maestro di filosofia e teologia, era un appassionato archeologo e con impegno ed erudizione studiò e classificò tutti i cimeli contenuti nelle antiche chiese milanesi, allargando le sue ricerche anche in altre città lombarde, a Chieti, Roma e Napoli, in Liguria, Piemonte e Sicilia, al Sud della Francia e persino a Malta. Il tempo, le distruzioni e le ristrutturazioni hanno cancellato la maggior parte di quei cimeli ed è solo grazie alla sua catalogazione che possiamo immaginare come si presentavano quelle chiese nel tardo Medioevo. La pubblicazione dei suoi lavori gli diede un’ampia fama e nel 1770 venne nominato da Maria Teresa d’Austria bibliotecario della Braidense di Milano, la prima biblioteca ad uso pubblico che in quell’anno veniva istituita dalla lungimirante imperatrice (ancora oggi è una delle più importanti biblioteche nazionali, con un milione e mezzo di libri consultabili, la terza per numero di volumi in Italia).

 


L’umano errare di Maigret

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Nel mondo della letteratura e dei personaggi nati dalla fantasia degli autori esistono poche figure così dettagliatamente descritte nell’aspetto, nel carattere, nei gusti e nelle manie, come Jules Maigret, il commissario di polizia francese protagonista di oltre cento opere (75 romanzi e 28 racconti brevi) di Georges Simenon.

Da Pietro il lettone (Pietr le Letton, 1931) a Maigret e il signor Charles (Maigret et Monsieur Charles, 1972), il primo e l’ultimo in ordine di pubblicazione, ogni racconto è un’occasione per approfondire la conoscenza del personaggio. Dentro la trama di tutte le storie e delle indagini attorno a un crimine c’è sempre un dettaglio, una riflessione (forse a volte troppo ripetuta) sulla personalità del protagonista. Pennellate di colore che danno forma al ritratto di una persona che diventa sempre più definita e reale. “L’ho resa più vero di quanto non sia”, dirà Simenon al commissario nel racconto del 1951 Le memorie di Maigret, dove l’autore immagina di incontrare e intervistare il vero Maigret, non il personaggio da lui creato ma quello a cui (sempre nella finzione letteraria) si è ispirato. È l’unico della serie dedicata al commissario scritto in prima persona e dove la voce narrante è proprio quella di Maigret.

Attraverso i suoi ricordi scopriamo l’infanzia di Jules a Saint Fiacre nella Francia centrale, gli studi a Nantes, in Bretagna, l’arrivo a Parigi, la scoperta della città, l’incontro con la futura moglie, la carriera in polizia fino alla pensione. E se il romanzo della vita del commissario ha poco a che vedere con la biografia del suo autore, la simbiosi Maigret-Simenon è completa nell’elenco dei luoghi in cui il protagonista dei racconti si muove, per questioni personali o per lavoro, gli stessi in cui lo scrittore ha vissuto. Gli itinerari dell’umano errare del commissario percorrono molte strade di Parigi e toccano una ventina di località in Francia (da Concarneau in Bretagna a Porquerolles in Costa Azzurra, da Bergerac in Dordogna a Vichy in Alvernia), alcune in Europa, come Londra, Brema in Germania, Liegi in Belgio s Delfzijl in Olanda (dove Simenon ha raccontato di aver pensato per la prima volta al personaggio di Maigret e per questo il Comune ha dedicato un monumento al commissario nel centro del paese) e arriveranno fino a New York (negli Stati Uniti, dove Simenon ha abitato dal 1945 al 1955).

L’umano errare del Commissario

Gran parte dei racconti (63 su 75) si svolgono a Parigi tra il 1930 e il 1972. Agli occhi di Maigret cambiano le stagioni ma la città rimane la stessa negli anni

Testi a cura della Redazione

L’umore di Maigret e quello di Parigi si condizionano a vicenda. Ed entrambi sono sensibili alle variazioni meteorologiche.

 In estate: “Maigret in maniche di camicia sfogliava la posta, lanciando occhiate fuori dalla finestra. Era solo in ufficio perché molti ispettori erano in vacanza. Ad agosto Parigi era deserta. Persino i rumori della strada non erano quelli di sempre. C’erano come delle pause di silenzio. I pullman riversavano il loro carico di turisti sempre negli stessi posti e passeggiando per quelle strade ci si stupiva quando, d’un tratto, si sentiva parlare francese” (Maigret et l’homme tout seul 1971).

“Al ritorno dalle vacanze Maigret non riusciva a ingranare. E sembrava che Parigi fosse nella stessa situazione. Non c’era traccia ne’ della pioggia ne’ del fresco. I pullman continuavano a scaricare turisti con camicie sgargianti ed erano ancora molti i parigini in partenza che riempivano i treni. L’estate non si decideva a finire”. (Maigret et les braves gens – 1962)

E in inverno: “Non era di cattivo umore, ma neppure in forma. Era gennaio e il cielo era di un grigio neutro, più o meno lo stesso del selciato, intonato agli spiriti e agli umori. Faceva freddo, non tanto perché ne parlassero i giornali. Era un freddo fastidioso e basta, di cui ti accorgevi solo dopo aver camminato un po’ per strada”. (Les scrupules de Maigret – 1958)

Maigret ama camminare e la sua conoscenza urbana è geografica, sociale e psicologica. (Les mémoires de Maigret – 1951)

“Sono poche le strade di Parigi che non ho percorso in lungo e in largo, con gli occhi ben aperti, ed è così che ho imparato a conoscere tutto il popolino dei marciapiedi, dal mendicante al borseggiatore, dalla fioraia alla vecchia ubriacona”.

È una città multietnica che anticipa le odierne metropoli europee: “Migliaia di nordamericani, portoghesi, zingari, che vivono – o meglio si accampano – nella periferia Nord, gente che parla poco la nostra lingua e ha un suo sistema di leggi e valori. Gli ebrei hanno scelto la zona del Marais, gli italiani quella intorno al Municipio, i russi quella a Sud. Molti vogliono integrarsi, altri scelgono volontariamente l’emarginazione”.

Umanità varia che si aggrega nei grandi magazzini e nei mercati: “In rue Saint Antoine Maigret camminava lentamente, con le mani dietro la schiena e la pipa tra i denti. Trascinava il suo corpo massiccio nella calca. Il sole splendeva nel cielo terso sui carrettini carichi di frutta e verdura e sulle bancherelle che ingombravano quasi tutto il marciapiede. Odori di formaggio davanti a una latteria e più in là profumo di caffè tostato. Tutto il caotico commercio di alimentari al dettaglio e la sfilata delle massaie diffidenti, il tintinnare dei registratori di cassa e il pesante passaggio degli autobus”.

Oppure nelle stazioni: “La Gare de l’Est mi rattrista perché mi ricorda le mobilitazioni (ndr: è la stazione più grande di Parigi, qui si radunarono e partirono i soldati francesi verso il fronte della prima guerra mondiale), la Gare de Lyon e quella di Montparnasse mi fanno pensare alle vacanze. Invece la Gare du Nord, la più fredda e affollata, evoca nella mia mente la lotta aspra e dolorosa per il pane quotidiano. Forse perché porta a una regione di fabbriche e miniere. La vedo sempre immersa nella nebbia umida e appiccicosa del primo mattino, con la sua massa di gente ancora mezzo addormentata che si dirige in branchi verso i binari o verso le uscite. Qui arrivano i treni locali, non da ridenti villaggi di riviera ma da casermoni di periferia scuri e malsani. In quel grigiore che sa di fumo e sudore centinaia di persone si agitano correndo tra biglietterie e deposito bagagli. Mangiando e bevendo qualcosa, guardano ansiosi i tabelloni, le valigie, i cani e i bambini”.

Le indagini lo porteranno a scoprire alberghi malfamati e squallidi locali notturni a Pigalle ma anche gli hotel di lusso e le ricche case borghesi attorno agli Champs Elysées (“ambienti che lo facevano sentire goffo e fuori posto. Fastidio, non invidia. Erano frequentati da una cerchia di persone che aveva le sue regole, le sue abitudini, i suoi tabù, il suo linguaggio e che si ritrovavano a teatro, al ristorante, la domenica in case di campagna che si assomigliavano tutte, e d’estate a Cannes o a Saint Tropez”. (Maigret et le marchand de vin – 1970); i piccoli bar “con il bancone a ferro di cavallo, una lunga fila di bicchieri rovesciati e un aspro odore di alcol a buon mercato”, e i bistrot economici con menù a prezzo fisso (“… ci si mangia bene perché vengono tutti dalla provincia, bretoni, alverniati, borgognoni, e hanno conservato le loro tradizioni e i contatti: prosciutto, salumi e pane viene dalle loro parti”).

Abita in boulevard Richard Lenoir, poco lontano dalla Bastiglia e dalla bellissima Place du Vosges (dove risiederà per un breve periodo: “La piazza ha uno dei giardini più tipici di Parigi e intorno alla cancellata le case si assomigliano tutte, con i loro porticati e i tetti di ardesia spioventi”). È un quartiere tranquillo, con viali alberati dove ama passeggiare al braccio della moglie e fumando la pipa. Gesti rituali come quelli che ripete sempre all’arrivo a casa o in ufficio: affacciarsi alla finestra, controllare la stufa, scegliere una pipa e caricarla.

Per raggiungere il commissariato, al 36 di Quai des Orfèvres, vicino a Notre Dame, prende un taxi o l’autobus (ma solo quelli con la piattaforma dove è consentito fumare). Lungo il tragitto contempla vagamente Parigi al mattino, la sua luce, il suo languore, guarda sfilare le vie e l’acqua che scorre a fianco dei marciapiedi, la gente che corre come tante formiche verso i luoghi di lavoro o i negozi che stanno aprendo. Quando arriva la primavera preferisce andarci a piedi: “… annusare l’aria, gli odori dei negozi, girandosi di tanto in tanto ad ammirare i vestiti chiari e allegri delle donne”.

Dalla finestra del suo ufficio vede lo scorrere del fiume: “… in venticinque anni la Senna non era cambiata, ne’ erano cambiate le barche che si vedevano passare, ne’ i pescatori, sempre negli stessi punti con le loro lenze. Quasi non si fossero mai mossi”. (Maigret et les vieillards, 1960)

L’acqua è una costante nell’umano errare di Maigret. Siano i canali, le chiuse, gli argini di Parigi o quelli nel Centro e nel Nord della Francia; i fiumi come la Loira (dove andrà a pescare quando sarà in pensione) o le coste marine, quelle grigie sull’Atlantico in Bretagna o in Vandea, quelle della Normandia e le azzurre e soleggiate del Mediterraneo.

Tutte descritte attraverso lo sguardo del commissario, in semplici cartoline che sembrano acquarelli firmati Simenon.

Da Concarneau, Bretagna, riassunta in tre fotografie: prima, durante e dopo una burrasca (Le chien jaune – 1931). “Concarneau è deserta. L’orologio luminoso della città vecchia, che si intravede al di sopra dei bastioni, segna le undici meno cinque. La marea ha raggiunto il suo culmine e un forte vento fa cozzare una contro l’altra le barche ormeggiate nel porto. Il vento si infila nelle strade, dove ogni tanto si vedono pezzi di carta svolazzare rasoterra a gran velocità” …  “Tutto questo gli ricordava i temporali come si vedono al cinema. Un vento furioso spazza la strada. Luce verdastra. Persiane che sbattono. Mulinelli di polvere. Scrosci d’acqua. La strada sotto una pioggia battente e sotto un cielo drammatico” … “Il tempo si era messo al bello. Il cielo pareva lavato di fresco. Era azzurro, di un azzurro un po’ pallido ma vibrante, nel quale scintillavano nubi leggere. L’orizzonte era più ampio, quasi fosse stato aperto un varco nella calotta celeste. Il mare, di una calma assoluta, luccicava, trapunto di piccole vele simili a bandierine piantate con uno spillo su una mappa”.

Da Fecamp, in Normandia: “Maigret percorse l’asse che collegava il battello con la terra ferma. Le mani in tasca, il naso violaceo dal freddo e l’aria torva… Non era ancora giorno, ma non era più notte, poiché sul mare si disegnava il profilo della onde, di un bianco netto. E i gabbiani si stagliavano come macchie chiare contro il cielo. Dalla stazione arrivò il fischio di un treno. Una vecchia si dirigeva verso gli scogli col cesto sulla schiena e un rampino in mano, in cerca di granchi”. (Au rendez vous des Terre Neuvas – 1931)

Dai desolati paesaggi della Vandea, nella parte centrale della costa atlantica francese: “La palude. Immense distese piatte, solcate da canali, disseminate di basse fattorie, i capanni, come le chiamano in Vandea, e cumuli di sterco di vacca, che, seccato in mattonelle, serve da combustibile … Maigret camminava sulla riva e inciampò in cesti, cime d’acciaio, casse e gusci di ostriche. Tutta la riva era occupata da baracche in cui i mitilicultori tenevano il loro materiale. Una specie di baraccopoli senza abitanti. Ogni due minuti un muggito, il segnale di nebbia della Punta delle balene e l’avviso del cambio delle maree”. (La maison du juge – 1942)

Dall’isola di Porquerolles, in Costa Azzurra.

“Era l’isola che lo interessava e quegli uomini che su piccole imbarcazioni andavano e venivano lungo le coste con disinvoltura, come a casa loro, come se percorressero un viale. Non corrispondeva all’immagine che uno si fa del mare. Gli sembrava che qui il mare fosse qualcosa di intimo… Seduto a poppa, Maigret teneva la mano sinistra nell’acqua, come faceva da piccolo quando suo padre lo portava in barca sullo stagno … e guardava il mare di un blu da cartolina, le scogliere che scintillavano al primo sole, i bagnanti che andavano a occupare i loro posti gli uni accanto agli altri come per una fotografia” (Mon ami Maigret – 1949).

Biografia ricostruita di Jules Maigret

Jules Joseph Anthelme Maigret nasce nel 1887 a Saint Fiacre, un paese della Francia centrale non lontano da Moulins (il nome della località è inventato, forse il riferimento reale è un paese in zona, Paray le Frésil, dove per un anno Simenon ha lavorato come segretario in una residenza storica di un marchese); il padre lavora come amministratore del castello di un nobile, una proprietà con ventisei fattorie, una delle quali gestita dal nonno paterno (); la madre, figlia del droghiere del paese, è casalinga.

Nel 1895 la madre, in attesa del secondo figlio, muore a causa delle maldestre cure di un medico ubriaco che la assiste.
Jules viene mandato a studiare in un collegio, che non sopporta, a Moulins e dopo pochi mesi viene affidato dal padre a una sua sorella, sposata ma senza figli, il cui marito aveva appena aperto un forno a Nantes.
Qui trascorre i periodi scolastici fino ad iscriversi a corsi universitari di medicina. Le vacanze estive le passa dal padre, che nel 1906 muore di pleurite all’età di 44 anni e l’anno dopo anche la zia muore per la stessa malattia. Maigret interrompe gli studi e rifiuta l’offerta dello zio, che vorrebbe insegnargli il mestiere del fornaio. Si trasferisce a Parigi dove trova lavori saltuari e abita in una piccola pensione sulla riva sinistra della Senna; in una camera accanto alla sua vive un uomo che a Maigret ricorda il padre. Una sera si ritrovano nella piccola trattoria sotto casa e inizia a conoscerlo. Si chiama Jacquemain ed è Ispettore di polizia. Jules è affascinato dai suoi racconti e decide di seguirne la carriera. Nel 1909 diventa poliziotto con la qualifica di agente ciclista; il suo incarico consiste nel portare gli incartamenti tra i vari uffici e questo gli permette di conoscere a fondo la città. Pur ricoprendo un incarico modesto, Maigret inizia a farsi notare e dopo alcuni mesi diventa segretario del commissario di polizia del quartiere Saint Georges.

Una sera incontra per strada un vecchio compagno della facoltà di medicina, Félix Jubert. I due iniziano a frequentarsi e Maigret allarga la sfera delle sue amicizie fino a conoscere Louise Léonard, una ragazza nativa di Colmar (Alsazia), che sposerà nel 1912. La coppia prende in affitto un appartamento al numero 132 di Boulevard Richard Lenoir, che lasceranno solo per un breve periodo quando vanno ad abitare al 21 di Place des Vosges. Avranno una figlia, che morirà dopo pochi giorni di vita.

Maigret viene promosso ispettore della Surêté, la futura Polizia Giudiziaria, e passa dal commissariato di zona al Quai des Orfèvres, sede centrale della Polizia. I primi incarichi come ispettore consistono nello svolgere il servizio pubblico prima nelle strade, poi alle Halles (i mercati generali di Parigi), in seguito all’interno dei grandi magazzini e nelle stazioni ferroviarie. Dopo un passaggio alla Buoncostume entra nella Brigata Speciale della Giudiziaria, di cui diviene Commissario Capo. A questo punto le informazioni biografiche fornite da Simenon diventano lacunose e poco lineari. In alcuni racconti lo troviamo in pensione, ritirato nella casa di campagna a Meung sur Loire, e in episodi successivi lo vediamo ritornare in servizio fino al 1972 e rifiutare l’incarico di Direttore della Polizia Giudiziaria, che gli viene proposto dopo 40 anni di servizio.

Un personaggio popolare

Da questi romanzi, tradotti in 55 lingue e pubblicati in 44 paesi (dove si contano più di 700 milioni di copie vendute) sono stati tratti più di duecento tra sceneggiati e film per la televisione e 14 pellicole per il cinema. Molti attori si sono cimentati nel ruolo del personaggio creato da Simenon. Tra questi i più famosi sono Jean Gabin, Charles Laughton, Richard Harris e Bruno Cremer (forse quello più vicino e attinente alla descrizione nei libri). In Italia fu realizzata dal 1964 al 1972 una serie tv in 16 episodi con Maigret interpretato da Gino Cervi e nel 2004 fu Sergio Castellito a vestire per due volte i panni del commissario. La più recente rappresentazione è una serie televisiva di produzione britannica (2016/2017) interpretata da Rowan Atkinson, il noto e stralunato Mr. Bean.

In Internet è possibile trovare molti siti dedicati a Simenon e a Maigret. Tra i più curiosi quello che riporta una cartografia dei casi risolti dal commissario (http://blog.feedbooks.com/fr/2013/10/09/la-carte-des-crimes-resolus-par-le-celebre-commissaire-maigret/) e quello che elenca tutte le bevande gradite da Maigret, contate nei vari romanzi (47 caffè, 42 birre, 40 brandy …) e divise per tipo, a volte per marca (http://www.trussel.com/maig/gurr.htm). Singolare anche l’analisi sociologica che viene svolta sulle differenze nella scelta delle bevande tra donne e uomini e tra classi sociali, per dimostrare come Simenon utilizzi anche questa caratteristica per connotare un’appartenenza (ad esempio Maigret non beve mai tè o champagne, che nei racconti piace alle donne e agli aristocratici, preferisce il calvados e le grappe ai sofisticati cocktail o ai brandy costosi che lascia bere solo alle classi elevate).

Un esempio divertente al riguardo delle bevute è nel racconto Maigret et l’inspecteur malgracieux del 1947, il commissario, dopo una notte di indagini, fa colazione in un bar con l’ispettore Lognon. Maigret sta finendo un uovo sodo, accompagnato da un bicchiere di vino, aggiungendo sale ad ogni morso. Lognon insiste nel voler offrire la colazione e gli chiede: «Commissario, allora io ho preso un latte caldo, e lei?» E Maigret mentre si aggiusta il bavero del cappotto: «Dunque, io ho preso due caffe-latte, tre croissant, due bicchieri di vino e quattro uova sode». E lascia l’allibito Lognon alla cassa dirigendosi verso l’uscita con un gesto con la mano come a dire “solo questo, nient’altro”. Tornato a casa per cambiarsi, Maigret incontra la moglie che sta uscendo per la spesa. «Maigret? Già a casa? Ma allora ti preparo la colazione?» E lui, con sagace ingenuità: «Ma no, cara, lo sai che io al mattino non mangio mai nulla!».

Buon bevitore e buona forchetta, Maigret ama la cucina semplice, i piatti della tradizione regionale francese, quelli preparati dalla moglie Louise o nei bistrot lungo i percorsi delle sue indagini. Sono trattorie popolari, a gestione familiare (quelle di un tempo, ma che ancora oggi – a fatica – è possibile trovare a Parigi), con una donna ai fornelli (moglie, amante, sorella, cognata, zia) e un uomo in sala che illustra a voce i piatti del giorno, quando non sono già scritti su una lavagnetta. Vino sfuso, quello prodotto dai parenti di campagna dell’oste e servizio informale. Sono i luoghi che predilige, per le atmosfere tranquille ma dense di odori e di vita. Mangia lentamente assaporando tutto il piacere del cibo e non disdegna l’offerta di un secondo giro.

Anche i gusti gastronomici di Maigret sono stati oggetto di studio. Robert Julien Courtine,   giornalista di Le Monde, esperto di cucina e amico dello scrittore, pubblicò nel 1974 Le Cahier de recettes de madame Maigret che, raccogliendo le citazioni dai vari romanzi, elenca e descrive tutti i piatti preparati dalla moglie del commissario.

 


I genovesi sono come il pane

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I genovesi sono come il pane

Cronaca interiore di ventiquattrore a Genova tra Boccadasse, il Suq e gli ascensori

Testo e foto di Gaia Manelli

“Io non ho mai visto nulla come questa Genova! – diceva Richard Wagner – Io ho riso come un fanciullo e non potevo nascondere la mia gioia! Per offrirti nel tuo compleanno il dono secondo me più grande, ti prometto oggi di farti fare nella prossima primavera una gita a Genova”.

Oggi questo dono, sebbene non sia primavera, io ho deciso di farlo a me stessa.

Il mio treno è alle 14.00. Il biglietto tra le mie dita canticchia “Milano-Genova”, ma io leggo solo “Era ora che tornassi”. Ho sempre amato questa città, vi è nata mia madre.

Il viaggio è breve, mi perdo nei sogni, nelle aspettative, in un libro. M’immergo nei ricordi che pregustare il sapore della focaccia mi riporta alla mente, ricordi che come l’olio di cui è intrisa galleggiano sull’acqua del mio fantasticare.

Sono la Miss Murple di questo treno e indago i più piccoli indizi, un accento particolare, una valigia etichettata con la destinazione per discernere chi se ne va da chi, invece, a casa ci sta tornando.

Scendo. Fermata Principe. Uno stormo di odori mi assale. Genova è una donna che si sveglia al mattino, si siede alla sua specchiera e guarda una lunghissima fila di boccette di profumo. Una diversa per ogni occasione. Un odore differente per ogni quartiere. I passanti che camminano per strada le annusano i capelli che a volte sanno di sale, altre di pesce, qualche volta s’arricciano in un miasma umidiccio oppure profumano dell’incenso dei negozi etnici sparsi per i vicoli.

All’uscita principale della trafficata stazione incontro mia cugina.

Costeggiamo Corso Italia. Raggiungiamo il primo luogo in cui amo abbracciare questa città appena arrivo. Un piccolo borgo marinaio che Edoardo Firpo nei versi di una sua poesia paragona ad una culla e all’abbraccio di una madre: Boccadasse, un quartiere situato nel Levante della città. Scendiamo dall’auto e il vento ci spoglia, ricucendoci indosso un vestito di sale. Qualche gabbiano passa sopra le nostre teste, in un volo che pare l’apertura di un portone invisibile incardinato tra il cielo e il mare.

Un piccolo “caruggio”, questo il nome dei vicoli genovesi, si infila tra le case. Mi chiedo quale sia lo spelling corretto di questa parola e ricordo di averla letta scritta da Calvino e decido che adotterò la sua versione. Intanto la stradina ci accompagna come un torrente in mezzo ai sassi, per sfociare in una piccola insenatura tra le case colorate che abbracciano il mare. Il cielo è sereno. Sono le 17:30.  Qualche ragazzo ci sorride. Qualche bambino sorride ad un cane. Noi sorridiamo alla vita. Ci sediamo sui sassi della spiaggia, come sui nostri sogni, un po’ scomode ma felici.

Ci spostiamo a Pontetto. Un sentiero di pietra s’infratta in mezzo alle case, gettandoci in un panorama mozzafiato. La costa ligure e il mare si abbracciano. Il Sole si assopisce lentamente. Appoggiamo vestiti e zaini e c’immergiamo, galleggiamo sul filo dell’acqua e perdiamo quello dei nostri discorsi. Il mare è limpido qui, è cristallino, ci coccola, ci culla, ci suggerisce qualche cosa che senza motivo ci fa sorridere. Mia cugina mi spiega che lei viene qui tutti i giorni, verso le otto di sera. Si rigenera. Si fa una doccia fredda e poi esce a bersi una birra. È quello che faremo anche oggi.

Ecco Porto Antico, una porzione del porto della città adibita a spazio di ristorazione, turismo e iniziative culturali come concerti e fiere. In questi giorni c’è il Suq. Il sito ufficiale mi spiega che il Suq a Genova è “un teatrale e ideale bazar dei popoli” la cui parola chiave è “dialogo”, uno spazio dell’anima “dove è più facile vincere le paure e i pregiudizi per andare incontro all’Altro”. Oggi è la giornata internazionale del rifugiato, questa sera, per l’occasione si terrà un concerto gratuito a cui non mancheremo. Mentre mi perdo nei miei pensieri, l’odore di curcuma e curry mi riporta nel presente. Un’insegna mi dice che al Suq la cultura è un mezzo per capire il mondo in cui viviamo, per migliorare la qualità della vita “rendendo accessibile a fasce di pubblico solitamente emarginate la partecipazione alla produzione artistica e creativa”. Di fatto ci troviamo in un enorme mercato pieno di colori, spezie, culture, sapori. Prendiamo un piatto tipico ad uno stand di cibo persiano. Sono le 22.

Su di un piccolo palco, circondato da una ghirlanda di persone, un gruppo musicale suona Balcan Gipsy Music. La cantante mi ricorda Esmeralda, la zingara di Notre-Dame de Paris. La sua voce invade il mercato, penetra nei miei pensieri e li annulla per il tempo di una canzone. Camminiamo tra i carruggi del centro, fino ai giardini Luzzati. Il concerto di Frankie hi-nrg mc è gratuito. Ci infiliamo sotto il palco con una birra in mano. Mia cugina mi fa notare quanta gente ci sia. Io sorrido perché per i miei standard milanesi il piccolo parco è quasi vuoto. Adoro queste differenze, scoprire quanto si possa essere simili e allo stesso tempo diversi. Anche l’artista sul palco ci ricorda che la diversità è complessa da capire, da affrontare, da valorizzare ma anche quanto essa sia preziosa.

Sono già le prime ore del giorno dopo, quando il morbido materasso ci accoglie.

Verso le undici lascio casa di mia cugina. Ora a sostenermi, con meno garbo di quanto facesse il letto fino a qualche ora fa, è il sedile di un ascensore. Questa città ha un impianto urbano di ascensori pubblici per spostarsi dall’alto verso il basso. Sono a Castelletto e scendo fino alla stazione Principe. Genova è un palazzo che cresce verso l’alto e i suoi quartieri le fanno da pianerottoli. Fa molto caldo, anche per essere metà giugno. Seduta sul sedile rosso dell’ascensore guardo distrattamente il telefono e leggo le tracce dei saggi usciti alla prima prova di Maturità. Penso al passo di Caproni: “Quando mi sarò deciso d’andarci, in paradiso ci andrò con l’ascensore di Castelletto”.  Sono in largo anticipo per il treno di ritorno.  

L’odore di pesce dei ristoranti si leva nell’aria. Nell’attesa esco dalla stazione e m’infilo in Salita San Paolo. “Il Milione” dice muta l’insegna sulla vetrata di un ristorante. Penso a Marco Polo, a “Le città invisibili” di Calvino. Poi la scritta continua sulla seconda vetrina: “Cucina tipica cinese”. Costeggio la Soprelevata. Arrivo nello spiazzo dove la sera precedente il Suq era aperto. A quest’ora dorme. Spento. Nelle luci, nei colori, nelle aspettative, nelle promesse fatte ieri, ora mostra l’altro lato della medaglia. Un gruppo di venditori ambulanti suda sulle scalinate sgombre.

Un profumo alle mie spalle richiama la mia attenzione. Le porte di una libreria si aprono automaticamente, mi invitano a tuffarmi nell’effluvio della carta dei libri. Il canto di Calvino adesso è autentico. Una colonna nera recita, con la voce di un gesso bianco, alcune parole di Marco Polo da “Le città invisibili”. Mi dice che un ponte “non è sostenuto da questa o quella pietra ma dalla linea dell’arco che esse formano”. Ripenso al fatto che ieri fosse la giornata internazionale del rifugiato. La radio della libreria diffonde la musica di Città Vecchia e la voce di De Andrè.

Ora devo tornare se non voglio perdere il treno. Ripercorro la strada al contrario. Un baracchino di giostre per bambini reca la scritta “Matilde e Penelope”. Vagheggio su Matilde e Penelope, sedute a tavola in un giorno qualunque, a fare i conti per comprare la loro prima giostra bruco-mela. Le iscrizioni rosse sui muri dei caruggi m’invitano ad “organizzare la Resistenza”. Immagino le mani che le hanno scritte, sfiorarmi la spalla ed espormi la loro causa non più abilmente di quanto abbiano fatto poco fa un paio di venditori ambulanti con i loro braccialetti.

Prendo una fetta di focaccia per pranzo. Per dessert degusto la dolcezza di un anziano signore che, dopo qualche mugugno, mi spiega la strada per il mio binario. I genovesi sono come il pane: la crosta dura ma l’interno morbido e d’oro. Oro come il sole che è alto oggi. Oro come i sogni che ho fatto questa notte, dolcemente stancata dal mare, dalle salite e dalle discese di questa città.

Sono le 14.00. Il mio treno parte. Ciao Superba. Mi mancherai. Ma stai tranquilla che, appena posso, torno.

Milano mi accoglie, come i miei cani al mio ritorno da una giornata fuori. La testa bassa, la felicità di rivedersi, il dubbio del perché me ne sia andata per andare da un’altra parte.  La malinconia mi assale. Ormai sono vicina a casa e mi guardo in faccia nella vetrina di un negozio. In quella successiva immagino il riflesso di Paolo Conte cantarmi: “Con quella faccia un po’così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima d’andare a Genova. E ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non c’inghiotte, e non torniamo più”. Ma io sono tornata, sono arrivata davanti al portone di casa.

Ma te lo prometto, Genova, appena posso torno.


Storia di una strada sbagliata

Storia di una strada sbagliata

Il verbo errare ha un doppio significato e un senso comune: perdere e abbandonare la retta via. A volte può essere piacevole e istruttivo

Testi di Gaia Manelli

Immagine di Mario Demuro

Ho impostato il navigatore sull’indirizzo di casa e sono partita. Il termometro, dal suo appartamento sul cruscotto, mi sussurrava con affanno che lì dove stava lui c’erano 32 gradi. Era qualche giorno che l’aria condizionata non funzionava, così tra la linea dritta di sudore sulla fronte e quella tratteggiata in mezzo alla strada, mi apprestavo a far ritorno. Era un bel pomeriggio estivo, colorato e caldo. I miei pensieri erano costantemente interrotti dalle indicazioni gentili di una donnina che immaginavo incastrata nel cofano dell’auto in mezzo ad una decina di carte stradali, raggomitolata come quelle contorsioniste di origini cinesi che si vedono al circo. Girare a destra. Ho girato. Le vetrate degli uffici rilucevano ai raggi del sole, come scaglie argentate di lunghe code di sirene. Immaginavo di trovarmi in un piccolo sottomarino alla scoperta di una parte inesplorata della mia città: un’Atlantide in superficie che si apprestava ad essere visitata. Milano é una grande città. Milan l’é semper un gran Milan. Un po’ in tutti i sensi. Tra quattrocento metri alla rotonda prendere la terza uscita. Era domenica pomeriggio e mi stupiva il fatto che ci fossero poche auto in giro. Pochi pesci mi nuotavano attorno. Una Corvette solcava le onde sul cavalcavia che si trovava sopra la mia testa. Sorridevo mentre pensavo alle coincidenze. Non tutti sanno che il nome Corvette fu scelto per caso. Quando la General Motors, nei primi anni ’50 del secolo scorso, cercava il degno epiteto per una delle prime auto sportive americane, diede una sola indicazione allo staff: doveva iniziare con la lettera C. Così il nome di un’auto destinata a fare la storia del mercato automobilistico del nuovo millennio, nacque esattamente come il nome dei miei cani: dalla pagina di un dizionario aperto a caso. La Chevrolet Corvette navigava ancora sopra il mio sottomarino, quando mi ricordai che il nome Corvette fu approvato in virtù del suo significato. Corvetta era il nome di una scattante nave da guerra della Marina britannica, usata per inseguire le navi più grandi.

Proseguire verso nord. Nord? Il mio senso dell’orientamento, cui avevo sempre dato scarsa fiducia, mi insinuava qualche dubbio a riguardo: di solito per tornare a casa il mio riferimento è il sud. Nel momento esatto in cui mi trovavo a ragionare riguardo a nord e sud, mi ricordai che di punti cardinali e coordinate non ci avevo mai capito nulla. Decisi di fidarmi ancora una volta della signorina gentile, che in quel momento immaginavo con una gamba attorcigliata sul collo a sistemarsi i capelli dietro l’orecchio con un dito del piede. Le insegne sui tetti dei palazzi erano nuove, non le avevo mai viste. D’un tratto un volto noto: Esselunga. Uno striscione giallo occupava l’intero panorama del mio cruscotto. Un cartello con la scritta Milano sulla mia destra si presentava sbarrato. Iniziavo a capire che forse qualcosa non andava, che forse stavo sbagliando strada. Era già capitato che il navigatore dell’auto facesse cilecca. Una volta andai a Bologna con un gruppo di amici e ci fece passare per Asti. Noi ovviamente non ci accorgemmo che, persi nei nostri racconti e nei nostri sogni, ci stavamo perdendo davvero. Sbagliammo strada clamorosamente. Il padre di qualcuno chiamò e restò stizzito quando il figlio gli disse che dovevamo essere quasi arrivati a Bologna, perché stavamo passando per Asti in quel momento. Io e la signorina avevamo avuto degli evidenti problemi di incomprensione perché, giunti in una stradina sterrata nel mezzo di una collina dell’astigiano, ci comunicò con voce serafica che eravamo arrivati. Arrivati in via Bologna. Fu uno dei viaggi più belli della mia vita. Poche volte i miei occhi si persero in una vista tanto pacifica e colorata. L’esserci ritrovati per caso in un luogo così spettacolare, presi dalle nostre paure, dalle nostre storie, dal vivere la vita cantando, ridendo e raccontando insieme, ci ha uniti indissolubilmente.

La mia mente vagava leggera, immersa nei ricordi di quelle colline, mentre le mie mani stavano salde sul volante. Pesavo al fatto che gli errori siano parte integrante e costitutiva della vita e che spesso non ci rendiamo conto di quanto questi si rivelino essere dei doni preziosi. Riflettevo su quanto sbagliare possa essere edificante. Immaginavo Goethe seduto su una sedia color porpora dire che gli errori dell’uomo lo fanno particolarmente amabile. E intanto non mi rendevo conto che l’amabile signorina contorsionista stava di nuovo indirizzando la mia rotta nel porto sbagliato. Girare a sinistra. Ho girato.

Adesso riguardo con ironia a quel pomeriggio, in cui passai tre ore in macchina, solo perché sul navigatore invece di Milano avevo impostato Mailano. Sorrido mentre penso a quanto sia vero il detto che non c’è uomo che non erri, né cavallo che non sferri; che l’unico modo per non sbagliare mai sia di restare sempre immobili. Ma l’immobilità ha sull’uomo, lo stesso effetto che ha sulla Terra. Quale catastrofe sarebbe se essa restasse ferma, senza girare, anche solo per un giorno. L’uomo ha bisogno di movimento per sopravvivere, ma deve accettare il fatto che l’errore sia parte integrante del suo errare. E’ forse in questo che l’essere umano e la Terra sono diversi: lei è l’unica che mentre erra non rischia di sbagliare. Ma la Terra fa la stessa cosa da miliardi di anni, mentre l’uomo evolve grazie ai suoi errori.

Alla fine da quella strada sbagliata mi salvarono l’istinto e una frase detta un giorno con leggerezza. A un’ora di distanza da casa mia, consapevole che il viaggio di ritorno sarebbe dovuto essere di venti minuti, capì che qualcosa nella strada del navigatore non stava funzionando. Decisi di smettere di seguirne le indicazioni e cavarmela da sola. Iniziai a cercare i volti di palazzi conosciuti, di cartelli rimasti impressi nella mia memoria e ricordai la famosa e distratta frase dell’insegnante di scuola guida, che mi disse che se mi fossi persa a Milano, per tornare nel nostro paese avrei dovuto seguire i cartelli per Linate.

Riuscì a tornare a casa dalla mia Odissea cittadina. Me la presi un po’ con me stessa per il fatto d’aver sbagliato strada per l’ennesima volta. Una valanga di errori mi ricaddero addosso, perché l’essere umano è così: non appena compie un errore se la prende con se stesso per tutti quelli che ha commesso nel corso della sua vita. Mi vennero però in mente, e questo mi aiutò molto, le parole del francese Joubert che diceva che ci sono spiriti che vanno verso l’errore attraverso tutte le verità, ma che ce n’è di più fortunati che vanno verso le grandi verità attraverso tutti gli errori.

Ora ripenso a quante volte le persone ci insegnino lezioni fondamentali, come ha fatto il mio insegnante di scuola guida, con frasi che sul momento ci paiono banali, ma che invece ci restano impresse tornando a galla nel momento del bisogno, mentre erriamo distratti dalla vita.

A volte traiamo insegnamenti da chi vorrebbe dispensarci sempre il consiglio giusto e invece, indicandoci la strada che ritiene corretta, ci fa sbagliare. Ci fa incappare in un errore che, portandoci sulla strada sbagliata, ci fa capire che quella giusta per noi possiamo trovarla solo fidandoci di noi stessi; come fa spesso la gentile signorina che dorme nel cruscotto della mia auto. Affittuaria non pagante del mio abitacolo che, giorno dopo giorno, mi insegna a fidarmi più del mio istinto e meno di quello che dicono gli altri, traendone comunque ciò che possono darmi di utile.

E insomma, una strada sbagliata, mi fa comprendere che senza errori non si cresce. Capisco che se ci precludessimo la possibilità di sbagliare strada, non impareremmo mai a capire quale sia davvero la nostra, non impareremmo a fidarci di quell’istinto naturale che io credo sappia davvero quale sentiero dobbiamo seguire per realizzare il nostro destino. Sbagliare spesso ci aiuta a capire cosa ci fa sentire bene e cosa invece no, quali strade seguire, quali abbandonare e su quali ritornare.

Io credo che sbagliare, molto spesso, ci aiuti a capire cosa non vogliamo.

Io credo che l’errore, molto spesso, ci aiuti a svelare ciò di cui l’abitudine annebbia il valore.

Io credo che errare per strade errate aiuti a conoscersi.

“Errare, sì! È una parola che fa spavento al pubblico. Errare a nostre spese? Errare a costo della nostra vita? La meraviglia pare giustissima, l’accusa pare grave! Eppure, o avventurarsi al pericolo d’un errore o rinunziare ai benefizi del sapere. Non c’è altra strada. L’uomo, che non erra, non c’è” Augusto Murri.

 


Biografia di Jules Maigret

Biografia ricostruita di Jules Maigret

Jules Joseph Anthelme Maigret nasce nel 1887 a Saint Fiacre, un paese della Francia centrale non lontano da Moulins (il nome della località è inventato, forse il riferimento reale è un paese in zona, Paray le Frésil, dove per un anno Simenon ha lavorato come segretario in una residenza storica di un marchese); il padre lavora come amministratore del castello di un nobile, una proprietà con ventisei fattorie, una delle quali gestita dal nonno paterno (); la madre, figlia del droghiere del paese, è casalinga.

Nel 1895 la madre, in attesa del secondo figlio, muore a causa delle maldestre cure di un medico ubriaco che la assiste.
Jules viene mandato a studiare in un collegio, che non sopporta, a Moulins e dopo pochi mesi viene affidato dal padre a una sua sorella, sposata ma senza figli, il cui marito aveva appena aperto un forno a Nantes.
Qui trascorre i periodi scolastici fino ad iscriversi a corsi universitari di medicina. Le vacanze estive le passa dal padre, che nel 1906 muore di pleurite all’età di 44 anni e l’anno dopo anche la zia muore per la stessa malattia. Maigret interrompe gli studi e rifiuta l’offerta dello zio, che vorrebbe insegnargli il mestiere del fornaio. Si trasferisce a Parigi dove trova lavori saltuari e abita in una piccola pensione sulla riva sinistra della Senna; in una camera accanto alla sua vive un uomo che a Maigret ricorda il padre. Una sera si ritrovano nella piccola trattoria sotto casa e inizia a conoscerlo. Si chiama Jacquemain ed è Ispettore di polizia. Jules è affascinato dai suoi racconti e decide di seguirne la carriera. Nel 1909 diventa poliziotto con la qualifica di agente ciclista; il suo incarico consiste nel portare gli incartamenti tra i vari uffici e questo gli permette di conoscere a fondo la città. Pur ricoprendo un incarico modesto, Maigret inizia a farsi notare e dopo alcuni mesi diventa segretario del commissario di polizia del quartiere Saint Georges.

Una sera incontra per strada un vecchio compagno della facoltà di medicina, Félix Jubert. I due iniziano a frequentarsi e Maigret allarga la sfera delle sue amicizie fino a conoscere Louise Léonard, una ragazza nativa di Colmar (Alsazia), che sposerà nel 1912. La coppia prende in affitto un appartamento al numero 132 di Boulevard Richard Lenoir, che lasceranno solo per un breve periodo quando vanno ad abitare al 21 di Place des Vosges. Avranno una figlia, che morirà dopo pochi giorni di vita.

Maigret viene promosso ispettore della Surêté, la futura Polizia Giudiziaria, e passa dal commissariato di zona al Quai des Orfèvres, sede centrale della Polizia. I primi incarichi come ispettore consistono nello svolgere il servizio pubblico prima nelle strade, poi alle Halles (i mercati generali di Parigi), in seguito all’interno dei grandi magazzini e nelle stazioni ferroviarie. Dopo un passaggio alla Buoncostume entra nella Brigata Speciale della Giudiziaria, di cui diviene Commissario Capo. A questo punto le informazioni biografiche fornite da Simenon diventano lacunose e poco lineari. In alcuni racconti lo troviamo in pensione, ritirato nella casa di campagna a Meung sur Loire, e in episodi successivi lo vediamo ritornare in servizio fino al 1972 e rifiutare l’incarico di Direttore della Polizia Giudiziaria, che gli viene proposto dopo 40 anni di servizio.

Un personaggio popolare

Da questi romanzi, tradotti in 55 lingue e pubblicati in 44 paesi (dove si contano più di 700 milioni di copie vendute) sono stati tratti più di duecento tra sceneggiati e film per la televisione e 14 pellicole per il cinema. Molti attori si sono cimentati nel ruolo del personaggio creato da Simenon. Tra questi i più famosi sono Jean Gabin, Charles Laughton, Richard Harris e Bruno Cremer (forse quello più vicino e attinente alla descrizione nei libri). In Italia fu realizzata dal 1964 al 1972 una serie tv in 16 episodi con Maigret interpretato da Gino Cervi e nel 2004 fu Sergio Castellito a vestire per due volte i panni del commissario. La più recente rappresentazione è una serie televisiva di produzione britannica (2016/2017) interpretata da Rowan Atkinson, il noto e stralunato Mr. Bean.

In Internet è possibile trovare molti siti dedicati a Simenon e a Maigret. Tra i più curiosi quello che riporta una cartografia dei casi risolti dal commissario (http://blog.feedbooks.com/fr/2013/10/09/la-carte-des-crimes-resolus-par-le-celebre-commissaire-maigret/) e quello che elenca tutte le bevande gradite da Maigret, contate nei vari romanzi (47 caffè, 42 birre, 40 brandy …) e divise per tipo, a volte per marca (http://www.trussel.com/maig/gurr.htm). Singolare anche l’analisi sociologica che viene svolta sulle differenze nella scelta delle bevande tra donne e uomini e tra classi sociali, per dimostrare come Simenon utilizzi anche questa caratteristica per connotare un’appartenenza (ad esempio Maigret non beve mai tè o champagne, che nei racconti piace alle donne e agli aristocratici, preferisce il calvados e le grappe ai sofisticati cocktail o ai brandy costosi che lascia bere solo alle classi elevate).

Un esempio divertente al riguardo delle bevute è nel racconto Maigret et l’inspecteur malgracieux del 1947, il commissario, dopo una notte di indagini, fa colazione in un bar con l’ispettore Lognon. Maigret sta finendo un uovo sodo, accompagnato da un bicchiere di vino, aggiungendo sale ad ogni morso. Lognon insiste nel voler offrire la colazione e gli chiede: «Commissario, allora io ho preso un latte caldo, e lei?» E Maigret mentre si aggiusta il bavero del cappotto: «Dunque, io ho preso due caffe-latte, tre croissant, due bicchieri di vino e quattro uova sode». E lascia l’allibito Lognon alla cassa dirigendosi verso l’uscita con un gesto con la mano come a dire “solo questo, nient’altro”. Tornato a casa per cambiarsi, Maigret incontra la moglie che sta uscendo per la spesa. «Maigret? Già a casa? Ma allora ti preparo la colazione?» E lui, con sagace ingenuità: «Ma no, cara, lo sai che io al mattino non mangio mai nulla!».

Buon bevitore e buona forchetta, Maigret ama la cucina semplice, i piatti della tradizione regionale francese, quelli preparati dalla moglie Louise o nei bistrot lungo i percorsi delle sue indagini. Sono trattorie popolari, a gestione familiare (quelle di un tempo, ma che ancora oggi – a fatica – è possibile trovare a Parigi), con una donna ai fornelli (moglie, amante, sorella, cognata, zia) e un uomo in sala che illustra a voce i piatti del giorno, quando non sono già scritti su una lavagnetta. Vino sfuso, quello prodotto dai parenti di campagna dell’oste e servizio informale. Sono i luoghi che predilige, per le atmosfere tranquille ma dense di odori e di vita. Mangia lentamente assaporando tutto il piacere del cibo e non disdegna l’offerta di un secondo giro.

Anche i gusti gastronomici di Maigret sono stati oggetto di studio. Robert Julien Courtine,   giornalista di Le Monde, esperto di cucina e amico dello scrittore, pubblicò nel 1974 Le Cahier de recettes de madame Maigret che, raccogliendo le citazioni dai vari romanzi, elenca e descrive tutti i piatti preparati dalla moglie del commissario.

 

 

 


Arte in Val Sella

Arte in Val Sella

 

Cercate un museo che non sia chiuso da mura e dove la cornice alle opere è solo la natura? Cercate un paesaggio ordinato, prati e boschi dove passeggiare tra le mille tonalità di verde, nel profumo di muschio e in un naturale silenzio? Visitate Arte Sella.

Lasciata Trento, seguite la strada della Valsugana e attraversato il paese di Borgo Valsugana prendete a destra per Val di Sella. Costeggiando il monte Armentera arrivate fino alla fine della strada (una decina di chilometri) e parcheggiate la macchina. Qui potete scegliere se proseguire a piedi seguendo il Percorso Arte Natura (un sentiero di due chilometri attraverso i boschi con varie installazioni artistiche) o accedere all’area di Malga Costa, dove si concentra il maggior numero di opere realizzate. Il primo è un percorso più lungo, richiede un paio d’ore e l’ingresso è libero. L’altro è a pagamento (7 euro) e si può percorrere in meno di un’ora, ma vi porterà in un mondo quasi fiabesco, dove la tranquillità regna sovrana.

Arte Sella è una mostra d’arte contemporanea all’aperto, nata nel 1986.

Tutte le opere sono state realizzate sul posto utilizzando elementi naturali (sassi, foglie, rami, tronchi, terra) e tutte restano là dove sono state create entrando nel ciclo vitale della natura, fino a degradarsi per il succedersi delle stagioni. Molti maestri di Art in nature hanno partecipato al progetto espositivo, per citarne solo alcuni: Nils-Udo, Chris Drury, Patrick Dougherty e Michelangelo Pistoletto. Qui nel 2001 Giuliano Mauri realizzò la prima Cattedrale Vegetale (in sua memoria ne saranno costruite altre due a Oltre il Colle in provincia di Bergamo e a Lodi), su una superficie di 1220 metri quadrati, utilizzando 420 pali in legno di sostegno per gli 80 alberi del colonnato e più di tremila ramoscelli intrecciati.

Nel periodo estivo a Malga Costa vengono organizzati incontri con gli artisti e spettacoli musicali.

Per informazioni sugli eventi programmati, su orari e tariffe di accesso, consultate il sito http://www.artesella.it/it/