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Orizzonti argentini

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Orizzonti argentini

Dal clima tropicale della regione amazzonica ai ghiacciai della Patagonia…

 

Testo e immagini di Emma Matilda Ingrosso

Avevo deciso di tornare. Due anni prima ero arrivata a Buenos Aires con un gruppo di amici argentini. Mi avevano convinta che almeno una volta nella vita bisognasse vedere la grande Plaza de Mayo, impregnata ancora del dolore gridato strenuamente delle madri dei tanti desaparecidos argentini deportati dal regime militare e che un giro a la Recoleta per portare un doveroso omaggio a Donna Evita Peron si sarebbe trasformato nel tempo in un ricordo di quelli preziosi, indelebili.

E quelli furono i principali momenti del mio primo viaggio in Argentina. Ma questa volta volevo allargare gli orizzonti.

L’Argentina è un territorio immenso, dai paesaggi estremi e sempre diversi: si estende dai confini della Foresta Amazzonica fino alla Terra del Fuoco, passando così elegantemente losca tra miriadi di scenari forti e diversi.

Le cascate

Ora, dunque, sono nuovamente in questa terra ed inizio o meglio, riinizio il mio viaggio.

Comincio dalla regione Amazzonica, all’estremo Nord e ci arrivo in aereo da Buenos Aires. Sarebbe stata troppo lunga da fare in corriera e così, in poco e niente, mi trovo catapultata nel clima tropicale di questa regione remota, al confine con il Brasile e l’Uruguay. Gli alberi sono enormi, i fiori anche, tutto grande ed estremo per una che arriva da una città moderna e caotica. Occorre andare a vedere le cascate, assolutamente. Per arrivarci parte del percorso è sul Rio de Iguacu, che è navigabile con grandi canoe in alcuni tratti, in altri su ponticelli di legno poco stabili. Quando arrivo alle cascate mi si mostrano davanti agli occhi i 275 salti che le compongono;  questo spettacolo mi presenta, per la prima volta, un pathos che caratterizzerà la gran parte del mio percorso argentino.

La Garganta del Diablo è il salto più alto, spettacolare. L’acqua arriva per poi buttarsi nel rio Paranà, facendo alzare spruzzi di acqua e vapori in cui si riflettono infiniti arcobaleni. Vedere le cascate dal lato Argentino è indubbiamente molto più spettacolare che vederle dal lato Brasiliano. Da qui ce le hai di fronte.

L’inizio della Patagonia

Lasciata Iguacu si vola sulla costa del Pacifico fino a Trelew per proseguire verso Puerto Madryn. Da qui sono vicinissima alla Penisola di Valdes, altra riserva naturale dove, nella stagione degli amori, le balene franche vanno a riprodursi. Purtroppo, pur essendo la stagione giusta, dalla barca che mi sta portando non ne vedo nessuna. Siamo nella zona geografica dove inizia l’immensa Patagonia con il suo vento che non ti abbandona mai e soffia forte tra cespugli spinosi, erbe secche ed un paesaggio da film western. La cosa più strana però sono gli ex coloni gallesi, le loro casette e le loro cup of tea.

In effetti questi territori remoti e lontani da tutto e tutti si prestavano alla radicalizzazione di colonie di europei. Ma anche di colonie di pinguini. Infatti scoprirò che qui vicino, a Punta Tombo, si trova una delle più grandi colonie di pinguini al mondo.

I pinguini

Camminano a due a due, prima di arrivare alla “pinguinera”. I pinguini sono animali che vivono in coppie stabili, senza lasciarsi mai. Sono carini, mentre li guardo entrare ed uscire con grazia estrema dalle onde.

In acqua si muovono come schegge, per mangiare ed evitare di essere mangiati dalle orche. Queste saltano altissime dalla superficie del mare, per afferrare qualunque cosa di commestibile gli passi davanti, dal leone marino, al pinguino, agli albatros.

Il centro della Patagonia

La tappa successiva è a Rio Gallegos, nel centro della Patagonia; da qui si parte in fuoristrada per Calafate. Attraversiamo un territorio che, pur composto da 300 chilometri estesi praticamente nel nulla, ha la straordinaria capacità di non risultare mai monotono. Il nulla di cui parlo, infatti, ha una sua forma particolare. Sarà l’effetto del cielo che, per una questione di latitudine o per via della smisurata distanza dell’orizzonte, risulta estremamente azzurro e basso, su un territorio brullo e ventoso più che mai.

Ad un tratto, a distanza, inizi a vedere un colore che ti salta agli occhi, un azzurro ceruleo che stacca totalmente nel rosso della terra e che si allarga man mano che ci si avvicina al Lago Argentino, una distesa di acqua dolce che arriva dai ghiacciai andini. L’acqua è azzurra, densa e resa opaca dal pulviscolo di ghiaccio, il cosiddetto “latte dei ghiacciai”. Da El Calafate si può arrivare facilmente al parco dei ghiacciai, sono 47, tantissimi. Salgo sull’imbarcazione che da Puerto Banderas, navigando lungo i canali di Upsala e Spegazzini ed i loro ghiacciai omonimi, arriva quasi sotto i pinnacoli che compongono il fronte dell’enorme ghiacciaio. Le barche devono restare a debita distanza di sicurezza, perché di tanto in tanto, con un rumore assordante, pezzi di giaccio enormi si staccano e precipitano nel lago, alzando onde altissime. I blocchi di ghiaccio iniziano a navigare sulle acque del lago, sciogliendosi e prendendo forme incredibili, paiono enormi statue galleggianti, levigate dal Canova, adornate da effetti di luce, con colori dal bianco al turchese che passano per ogni singolo tono del blu.


Questo spettacolo indimenticabile, oltre a togliere il fiato, mi porta a sperare che l’uomo possa riuscire a preservare questa meraviglia fragile, bellissima e soggetta a scomparire per l’innalzamento della temperatura. Sogno che i miei nipoti e pronipoti possano un giorno godere di questo spettacolo che merita, da solo, lo sforzo del viaggio.

Ma è tempo di andare. Di continuare.

Finis Terrae

E via da qui, si prosegue per la Terra del Fuoco. Per arrivarci si vola sopra lo stretto di Magellano e sopra la parte più a Sud della Cordigliera delle Ande. Poco più ad occidente ci sono i fiordi Cileni. Sotto la carlinga dell’aereo, montagne punteggiate da laghetti andini. Altro grande spettacolo della natura. L’atterraggio ad Ushuaia è quasi al tramonto, con l’aereo che sembra stia per planare sul mare. Strizzo gli occhi per cercare di individuare la banchisa Antartica che è lì vicina, ma c’è foschia. Fa freddissimo, anche se siamo solo in autunno, che corrisponderebbe alla primavera da noi. In effetti questo è ben comprensibile: siamo a Finis Terrae. Questo è il nome dato alla terra dalla costa frastagliata, dove Magellano aveva individuato il varco tra Atlantico e Pacifico, evitando così il periglioso passaggio che obbligava a circumnavigare Capo Horn. Questa era la terra degli indios Yamana, che a quei tempi accendevano fuochi nelle loro canoe, per evitare di morire assiderati durante le notti di battuta di pesca in questa ultima propaggine di terra, prima del mondo di ghiaccio. Ed è questo il motivo per cui, noi scaltri europei, l’abbiamo chiamata Terra del Fuoco.

Ushuaia

Ushuaia è carina, le case sono colorate e si affacciano sul mare grigio scuro. Ospita grandi colonie di leoni marini, che vedo sdraiati sui tanti minuscoli isolotti che punteggiano la baia. Prima di ripartire vado nell’ufficio postale di Ushuaia e mi faccio timbrare il passaporto nella città più australe ed a Sud del nostro mondo. Così, per ricordarmi sempre questo momento.

Bene. Infreddolita, stordita da tanti paesaggi e tanta bellezza, me ne torno a casa con la certezza di tornare ancora.

Già, perché a Calafate ho mangiato la bacca del cespuglio che dà il nome alla cittadina.

Quindi, come leggenda narra, tocca tornare ancora.


Dove andiamo? Andiamo.

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Dove andiamo? Andiamo.

Cronaca breve di un viaggio senza meta tra Pavese e Piacentino

Testi e foto di Gaia Manelli

Vedi cara è difficile capire, è difficile spiegare se non hai capito già” mi ammonisce Guccini dalle vecchie casse del mio Suzuki Jimny che non sono più in grado di rendere giustizia alla sua voce. Un atlante stradale del Nord-Italia accarezza il cruscotto della macchina. È metà agosto, fa caldo a Milano e il cielo è sereno. Seguiamo le indicazioni per Pavia, niente autostrade solo statali, vogliamo goderci il percorso. “Vita si uti scias longa est”. Diceva Seneca che la vita, se sai usarla, è lunga. Io penso che si possa dire anche “Via si uti scias longa est”; e che il percorso più complesso, a volte, sappia essere il più piacevole. Il primo luogo in cui ci fermiamo è un comune che conta circa centotrenta abitanti, appoggiato sulle colline in provincia di Pavia. “Calvignano” sussurrano delle lettere blu abbracciate a quella che pare una facciata rifatta da poco.
Lasciamo la macchina davanti al palazzo del Comune. Quattro passi più in là un marciapiede si allunga parallelamente all’orizzonte. I colli gareggiano ammassandosi l’uno sull’altro per farsi ammirare dai nostri occhi. “Io sono il più bello”, “Guarda me”, “Ci sono anche io”. Le loro voci si innalzano e dal terreno sfumano lievi verso l’alto, sempre più ovattate e silenziose, nelle nuvole che crepano l’azzurro del cielo.
Un casolare immobile se ne sta appollaiato, silenzioso, sull’angolo sinistro di quel sorriso che fanno le labbra della terra quando si uniscono a formare una collina. Tutto profuma di immobilità. Si nasconde eppure c’è, il movimento frenetico di chi lavora i campi, pulisce i pavimenti, prepara il pranzo. Ogni cosa odora di eterno. Quelle colline sono lì da sempre, almeno da quando la Natura pettinandosi i capelli ha deciso di acconciare, secondo quella disposizione, le onde brune che adesso ci stanno davanti. I colli sono tinteggiati da appezzamenti terrieri, le diverse coltivazioni mutano il colore dell’insieme che pare una vecchia tovaglia rattoppata più volte e accomodata sopra il mucchio dei piatti usati la sera prima.

È tutto magnifico.

Alle nostre spalle, dall’altra parte della strada che attraversa il piccolo paese, ancora colline. Uno specchio rotondo avverte gli automobilisti nelle reciproche direzioni, nello specchio ancora colline. Mi viene in mente quel proverbio giapponese che dice che “anche lo specchio migliore non riflette l’altro lato delle cose”. Cosa significa? Non lo so, ci ripenserò stasera. Ora lascio tacere l’anima di fronte al Creato. Una casa si affaccia sulla via principale, le finestre sono aperte e mi invitano a sbirciare con l’udito. Qualcuno ascolta una canzone che adoro, ne assaporo le parole che si innalzano nell’aria, me le gusto come si fa con il profumo di sugo che esce da certe case di città all’ora di pranzo. Torniamo in macchina.

“Dove andiamo?”!

“Andiamo e basta”

Andiamo. La strada si allunga, striscia in mezzo ai prati, alle salite, alle discese. Musica, parole, silenzio. Tutto scorre.

“Luna!”

“Sì, è l’una”

“No, Luna, nel cielo”. 

Anche se è pieno giorno.

Gli sguardi verso l’alto. Io mi stupisco: i prati e le case continuano la loro vita come niente fosse, abituati a questa bellezza di campagna per me tanto inusuale. Questa luna nel cielo pavese è la stessa che restava zitta davanti alle domande dell’uomo in Canto d’un pastore errante dell’Asia. La stessa luna che guardava Leopardi. La stessa luna che ha visto ogni uomo.

“Chissà quante persone hanno guardato la Luna” sospiro.

“Pensa quante ne ha viste lei”.

Procediamo svoltando a caso, a sensazione, oppure seguendo un filo logico, come ci va. A volte ci fermiamo a guardare ciò che ci colpisce, senza parlare, senza pensare al tempo, come si dovrebbe fare sempre con le cose belle della vita.
“Castello di Zavattarello”.

Sembra che ci prenda in giro, il cartello. Poco da descrivere. Saliamo sulla balconata in pietra del piccolo castello. Il panorama è fatto di case, colline (ancora? Sì), strade e persone che ci si muovono dentro come piccole formiche affaccendate. I miei occhi fanno entrare un cavaliere nel giardino principale, scende da cavallo, leva la testiera e la lascia in mano al suo scudiero.
Penso che quando torneremo alla macchina metterò la canzone numero cinque del cd. Il custode ci chiede di uscire. Il re va in pausa pranzo? Riapriranno alle 15. Il ponte levatoio nella mia mente si chiude. Torniamo alla macchina.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia; proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto” ci racconta Guccini mentre ci mettiamo sulla via per andare a mangiare. Ordiniamo troppe cose. È tutto buonissimo ma non riusciamo a svuotare i piatti. Sulla via di ritorno ci fermiamo in un paesino. Nel bar della piazza principale servono palline di gelato al limone immerse in un bicchiere di gazzosa.

Alcuni bambini giocano sopra una Vespa spenta. Penso a quante cose abbia significato per me quel mezzo di trasporto, penso a quante volte un oggetto sia veicolo di emozioni potentissime grazie al suo potere evocativo. Penso a quante parole sappiano dirci certi oggetti, pur restando muti e immobili.

I ragazzini si urlano addosso mentre noi ci allontaniamo. Mi pare di essere dentro la scena finale di quelle commedie italiane di inizio anni 2000, girate al sud, in cui erano ingaggiati bambini di strada per recitare la parte di se stessi. Penso alle parole che qualcuno mi ha detto tempo fa, che “i bambini sono naturalmente portati per la recitazione perché non conoscono ancora la differenza tra realtà e finzione”.

Prima di tornare a casa ci fermiamo a Grazzano Visconti, un borgo in provincia di Piacenza. L’antichità delle mura si fonde alla modernità dei diversi negozi di oggettistica medievale che vi sono incastonati dentro.

Qualche bar. Molte persone.

Sorridiamo sereni. Saliamo in macchina, sulla via del ritorno di un breve viaggio senza pretese. Due anime che si sono mosse per il mondo, per il puro gusto di farlo.       Come Lucia ne’ I Promessi Sposi cerco il sugo della mia storia, in mezzo alla mozzarella della pizza che sto divorando. È complesso rendersi conto di quanto le cose semplici siano stupende. È difficile, al giorno d’oggi, concedere a se stessi il lusso di lasciarsi trasportare dalla vita, dalla strada, dalle sensazioni senza volerle governare. In una società che ci richiede di produrre costantemente, che ci chiede di correre, che ci dichiara costantemente in ritardo, è di una bellezza quasi assurda concedersi, per un giorno, di procedere un po’ a caso nell’esistenza.

Mangio l’ultimo triangolo di pizza, di avanzi sul tavolo sta sera non ne rimangono.
Appoggio il tovagliolo alla destra del piatto e intanto penso a quanto sia stupendo impiegare le proprie energie per il puro piacere di vedere un bel panorama, stare in compagnia, ascoltare un amico o farsi ascoltare. Le cose semplici sono preziose. Parcheggio la macchina.                           Immagino Kafka sussurrarmi all’orecchio mentre infilo la chiave nella toppa della porta. “Non aspiro a dominarmi. Dominarsi significa voler intervenire in un punto casuale delle infinite irradiazioni della mia esistenza spirituale. Ma se devo tracciare attorno a me tali cerchi, allora lo faccio meglio se non agisco e semplicemente contemplo ammirato“. Sono a casa. Stanchissima.     Mi infilo il pigiama, mi lavo i denti e la faccia. Mi guardo. Il mio volto è stanco, distrutto, due mezzelune scure mi rigano la curva sotto gli occhi. Sono sfiancata,   ho guidato per ore, camminato per ore. Il mio aspetto è pessimo, i miei capelli arruffati e disordinati, ma sono felice. Sono felicissima. Poso lo spazzolino e alzo gli occhi. Guardo il mio riflesso e le mie occhiaie. Sorrido e, prima di spegnere la luce, penso che “anche lo specchio migliore non riflette l’altro lato delle cose”.

 

 


Roussillon. Diciotto sfumature di ocra

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Roussillon. Diciotto sfumature di ocra

A Roussillon e Rustrel, dentro i colori della Provenza

Testi e foto a cura della Redazione

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Non è il titolo di un nuovo romanzo pseudo erotico ma lo scenario che circonda un tranquillo villaggio della Provenza francese.

Percorrere il sentiero delle ocre (La Chaussée des Géants – Viale dei Giganti) a Roussillon è come entrare in quadro o meglio in una tavolozza di colori. La terra è rosa, viola, gialla, arancio e rossa con infinite sfumature (almeno 18 ma c’è chi ne ha contate 30) che si perdono nel verde intenso e variegato della vegetazione mediterranea che li circonda.

A pochi chilometri da Avignone e Carpentras, Roussillon è un comune di circa 1.300 abitanti nel dipartimento della Vaucluse, regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, e deve la sua fama agli estesi giacimenti d’ocra che lo circondano.

La calda tonalità della terra, particolarmente ricca di ferro, manganese e titanio è frutto dell’alterazione di una roccia sedimentaria marina, risalente alla metà del Cretaceo e originariamente di colore verde, che copriva i fondali del Lubéron, il massiccio montuoso allora sommerso. Quando le acque si ritirarono, le violente piogge e la cristallizzazione di diversi minerali tramutarono il verde in rosso. Dalla fine del XVIII secolo l’uomo cominciò a trattare il minerale, scavando bacini di decantazione e cuocendolo in forni per ottenere ocre dalle diverse tonalità. I rossi e i gialli degli ossidi di ferro, il viola dell’ossido di manganese.

Si sviluppò così un’attività di esportazione in tutto il mondo e il piccolo paese ha tratto a lungo la sua ricchezza dallo sfruttamento dei pigmenti naturali contenuti nell’ocra fino alla comparsa dei coloranti sintetici. La storia di questa industria si scopre visitando il Conservatorio dell’Ocra e dei pigmenti applicati, nell’antica fabbrica Usine Mathieu. È aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18 da aprile a ottobre e solo al pomeriggio negli altri mesi dell’anno (info sugli orari delle visite e sui corsi organizzati nel sito http://okhra.com). Si trova lungo la strada D 104 in direzione di Apt, poco lontano dal Roussillon.

Anche le case del borgo, i passaggi a volta, la chiesetta romanica, riflettono questo caleidoscopio di colori. I tetti e le facciate sono impregnate delle stesse tonalità rosse dei paesaggi vicini. Si passa dal giallo all’arancione e al rosso scuro a seconda dell’ora del giorno e della posizione del sole.

Percorrere il sentiero allestito nel cuore delle antiche cave è entrare in armonia con il mondo dei colori.

È terra da toccare, da sporcarsi le mani e la faccia e non preoccupatevi se vi copre le scarpe o i vestiti, il depliant illustrativo che vi hanno consegnato all’ingresso vieta di asportarla ma vi spiega che si può lavare i vestiti macchiati spazzolandoli e poi sciacquandoli con acqua fredda.

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Il colorado provenzale e le miniere di Bruoux

A venti chilometri da Roussillon, un altro angolo di Provenza offre paesaggi simili. Nei pressi del villaggio di Rustrel è possibile seguire altri percorsi sul tema delle ocre e ritrovare sfumature e contrasti altrettanto intensi. Lasciata l’auto nel parcheggio lungo la strada D 22 (5 euro per l’intera giornata) ci si incammina per uno dei sentieri segnalati. Per i colori che vi circonderanno, le strade impolverate e le curiose formazioni rocciose (falesie, colonne e piramidi create dall’erosione), vi sembrerà di essere nel Far West e capirete perché questo posto ha preso il nome di Colorado Provenzale.

I percorsi sono liberi e ciascuno può scegliere il circuito a lui conveniente (con durata variabile dai trenta minuti alle quattro ore) ma si possono organizzare tour guidati da esperti accompagnatori (informazioni sul sito www.colorado-provencal.com).

Oltre alle cave di ocra a cielo aperto di Roussillon e di Rustrel è possibile visitare alcune gallerie sotterranee dove in passato si estraeva il prezioso minerale: le.Mines de Bruoux. Le miniere si trovano a Gargas, un piccolo centro a metà strada tra le due località.

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In questa zona del Luberon l’ocra (che è un composto di argilla bianca, ossidi e idrossidi di ferro) non si trova in superficie ma in profondità, dove le rocce sono formate per l’80% da sabbia e il 20 da ocra.

Agli inizi del 1800 si perfezionò il processo industriale che consentiva la separazione tra sabbia e ocra e nel 1848 iniziò l’estrazione nelle miniere di Bruoux che durò fino al 1940.

Allora l’ocra, colorante resistente e inalterabile, non veniva usata solo dai pittori o nella creazione di colori per l’edilizia, la farmaceutica e la cosmesi. Era impiegata prevalentemente per ispessire la gomma nella fabbricazione di camere d’aria, sottovasi e linoleum. L’industria dell’ocra si sviluppò soprattutto dopo il 1880 per una crisi agricola dovuta alla diffusioni di parassiti che distrussero le coltivazioni di bachi da seta e i vigneti diffusi in quel territorio. In quegli anni inoltre arrivò la ferrovia che consentiva il trasporto di grandi quantità di materiale verso Marsiglia, il centro di smistamento per il mercato mondiale. Ne venivano estratte quasi 40mila tonnellate all’anno e furono scavate gallerie per circa 40 chilometri. Poi la crisi economica del 1929, la guerra e la diffusione dei colori sintetici ricavati dal petrolio ne decretarono la lenta chiusura e dal 1950 al 2007 le gallerie sotterranee, per la loro umidità, le temperature costanti e la buona aereazione, vennero utilizzate per la coltivazione dei funghi.

Oggi nelle miniere sono organizzate visite guidate (anche in lingua italiana) da marzo a novembre. Il percorso sotterraneo è di circa un chilometro e dura circa 45 minuti. Le grotte, luminose e coloratissime, sono ampie e in alcuni tratti alte fino a 15 metri (informazioni sul sito www.minesdebruoux.fr).

 

 

 


Una piccola città dal passato glorioso

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Una piccola città dal passato glorioso

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Glorenza circondata da prati e filari di mele ha un recinto murario a forma di trapezio perfettamente conservato

 

“La nostra città è così piccola che dobbiamo andare a messa fuori dalle mura”, dicono i circa mille abitanti di Glorenza (Glurns in tedesco), la più piccola città dell’Alto Adige, forse d’Europa, e uno dei borghi più belli d’Italia.

Un vero gioiello architettonico racchiuso in una fortezza.

Circondato da prati e filari di mele, il recinto murario è a forma di trapezio e perfettamente conservato. Le mura sono alte sette metri e larghe uno e mezzo. Caratterizzate da 350 feritoie, sono intercalate dalle tre massicce porte torri quadrangolari (di Tubre, Malles e Sluderno) e da una serie di torrette di guardia cilindriche. Al di là della Porta di Tubre, oltre l´Adige, c’è la Chiesa parrocchiale di San Pancrazio, risalente al XV secolo, ma di origine romanica, come testimonia il campanile cui è stata aggiunta nel 1664 la cupola barocca a cipolla. Sulla parete nord del campanile si ammira un grande affresco raffigurante il Giudizio Universale.

Sul lato opposto, superata la Porta di Sluderno, troviamo la prima, e finora unica, distilleria italiana di whisky (Distilleria Puni). Una costruzione recente, caratterizzata da un cubo di 13 metri di altezza racchiuso da un involucro di mattoni rossi che ricorda le tipiche costruzioni dei fienili della regione.

All’interno delle mura il borgo ha la tipica struttura medioevale; singolare e pittoresca la via dei Portici, ancora oggi, come in passato, utilizzata per il mercato contadino del sabato mentre la piazza del Mercato (accanto a Porta Tubre) con una grande fontana al centro è palcoscenico per allegre feste come quella della Giornata della pera “Pala” Venostana, per il mercatino natalizio dell’Avvento e per il Sealamorkt (Mercato delle anime), che si tiene ogni 2 novembre per la ricorrenza del giorno dei defunti).

Percorrendo le strade interne, a ogni angolo possiamo ammirare scorci delle torri e della pittoresca architettura rurale, con case dai tipici Erker (le finestre-balcone) e facciate decorate con affreschi. Coloratissimi gerani ornano ogni finestra. Splendida con il suo erker e gli interni affrescati, è la signorile Casa Frölich, decorata con una bella meridiana e con gli stemmi di Balthasar Frölich e delle sue due mogli. Il dipinto della facciata posteriore è un´allegoria rinascimentale dei sette peccati capitali, di cui si sono conservati solo la superbia e l´avarizia. L´edificio adiacente, dal bel portone rinascimentale con i cavallucci marini intrecciati, ospita l´Albergo Corona. Sempre in via dei Portici si trova la Torre Flurin, che dal 1499 al 1931 fu sede del tribunale e dal 1825 ospitò anche il carcere. Da segnalare anche Casa Gebhard in via Argento con le finestre decorate a graffito e la Hössische Behausung accanto a porta Malles, con un delicato erker sulla facciata esterna.

I visitatori sono spesso incuriositi da alcune scritte in gesso riportate sulle porte delle case. Sembrano codici misteriosi e fanno parte di antiche tradizioni religiose legate ai riti dell’Epifania e della benedizione delle case. Lo stile della scritta, arricchita di croci, trattini, asterischi e altri simboli sacri e profani è in genere della forma 20+C+M+B+16. I numeri all’inizio e alla fine vanno letti insieme e rappresentano l’anno (nel nostro caso 2016). Sulle lettere in mezzo ci sono due interpretazioni, entrambi plausibili: per qualcuno è la semplice abbreviazione di “Christus Mansionem Benedicat”, cioè “Cristo benedica questa casa”, preghiera recitata nei giorni tra il Natale e l’Epifania, dal prete tirolese che fa il giro delle abitazioni e ne benedice i locali. Il religioso passa di stanza in stanza, senza dimenticare la stalla, recita preghiere, sparge incenso e, pronunciando la formula “Christus Mansionem Benedicat”, segna sopra la porta l’avvenuta benedizione.

Per altri è invece l’abbreviazione di Caspar, Melchior, Balthasar, cioè dei nomi dei tre Re Magi. Secondo una tradizione tedesca e austriaca, conosciuta come Sternsinger (i cantori della stella), nel giorno dell’Epifania bambini vestiti da Re Magi portano dei dolci nelle case degli abitanti, annunciando la nascita di Gesù con un breve canto, in cambio ricevono offerte per la Chiesa o per altre opere di beneficenza. Per testimoniare il loro passaggio lasciano una scritta sulla porta.

Già in epoca romana Glorenza era un importante crocevia sia per la Via Claudia Augusta che per l’antica via commerciale verso la Svizzera (il confine elvetico oggi è a meno di dieci km, mentre quello con l’Austria è al Passo Resia, a circa 23 km).

Alla fine del 1200 i regnanti del Tirolo le concessero il diritto di tenere mercato, il privilegio di un peso di misura per i cereali e le attribuirono la denominazione di “civitas”. Nel 1496 vi si tenne il Congresso di Malles e Glorenza con la partecipazione di Ludovico Sforza, il suo consigliere Leonardo da Vinci e Massimiliano I d’Asburgo. Tre anni dopo nella battaglia del Calven (appena fuori Glorenza) si scontravano le truppe ausburgiche con quelle della confederazione di tredici cantoni svizzeri. Si contarono 7.000 morti e la città fu rasa al suolo, come ricorda una stele posata in occasione del cinquecentenario della battaglia.

Dopo questa distruzione, l’imperatore Massimiliano decise di ricostruirla e di munirla di mura (che si sono conservate intatte fino ai nostri giorni), per servire da testa di ponte verso i loro possedimenti svizzeri. Perduti questi poco tempo dopo, Glorenza conobbe comunque lunghi secoli di prosperità come città mercantile, grazie soprattutto al commercio del salgemma proveniente da Hall (Tirolo settentrionale) e destinato in Svizzera.

Nel 1500 Glorenza divenne sede di un tribunale civile (in precedenza situato a Malles) e tra i processi che ci sono stati tramandati vi fu quello dell’ottobre 1519, istruito a seguito di una denuncia sporta da tale Simon Fliess, abitante di Stelvio, per conto dei suoi compaesani, contro il giudice Wilhelm Hasslinger, accusato di non aver fatto abbastanza per contrastare la presenza dei ratti nella zona. Un tribunale popolare decise la sorte di migliaia di topi. All’epoca infatti, secondo la legge asburgica, era proibito far del male agli animali se non dopo un regolare processo. Il verdetto fu di costruire un ponte che permettesse ai topi di oltrepassare incolumi il fiume Adige e di dar loro un campo sufficientemente grande perché si potessero sfamare. Potrebbe essere una riedizione del pifferaio magico ma come li abbiano convinti ad abbandonare il paese, rimane un mistero.

 

 

Dintorni: a 20 km, il campanile in mezzo al lago

Il campanile che oggi sembra spuntare dall’acqua del lago, è tutto quello che rimane del vecchio paese di Curon in Val Venosta. Fino al 1950 era un borgo come tanti delle montagne altoatesine: poche case, una chiesa e un piccolo albergo. Attorno campi e frutteti che circondavano tre laghetti, quello di Curon e delle due frazioni di Resia e San Valentino alla Muta. Poco lontano, seguendo il percorso della Via Claudia Augusta tracciata dai romani, il confine con l’Austria e quello svizzero.

Per sfruttare le risorse idriche producendo energia, nel 1920 si progettò la costruzione di una diga artificiale. Avrebbe innalzato le acque dei laghi di cinque metri ma senza toccare le case dei paesi limitrofi. Nel 1939 il gruppo industriale Montecatini si aggiudicò la concessione e stravolse drasticamente il progetto: l’innalzamento previsto del lago salì a ben 22 metri, trascurando totalmente le esigenze della popolazione. Bloccato per alcuni anni a causa della guerra, il piano riprese nel 1950. In primavera iniziò lo smantellamento delle case (rimase in piedi solo il campanile romanico del 1300, sotto tutela storico-artistica) e la sera del 16 luglio Curon e le frazioni di Resia, Arlung, Piz, Gorf e Stockerhöfe furono interamente sommersi. I tre piccoli laghi formavano ora una sola distesa d’acqua. Gli abitanti, che con una manovra burocratica furono espropriati delle proprie case a fronte di un blando indennizzo, assistettero impotenti alla distruzione del proprio passato dalle baracche approntate dal gruppo industriale per ospitarli. Per loro, anche se oggi il paese è stato ricostruito non lontano dal lago, quel campanile in mezzo al lago non è un richiamo turistico, ma il malinconico ricordo del paese sommerso.

Quando la neve invade la valle, la superficie del lago si ghiaccia completamente e il campanile è raggiungibile a piedi. La campana non c’è più: gli abitanti di Curon la portarono in processione prima che venisse sommerso il paese, ma nel silenzio invernale qualcuno giura di sentirla ancora suonare.

 

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Dintorni: a 17 km le tre fontane di Trafoi

Trafoi è una manciata di case, qualche albergo, una chiesetta, un campeggio e un interessante museo sul parco dello Stelvio (Naturatrafoi), sparsi nei campi di una vallata ai piedi dell’Ortles. Il tutto racchiuso tra il 44simo e il 47simo tornante della, mitica strada dello Stelvio, versante altoatesino, tanto amata da ciclisti e motociclisti. Tra le varie escursioni che offre un soggiorno in questa oasi di tranquillità, segnaliamo una passeggiata nei boschi per raggiungere il Santuario delle Tre Fontane, che è possibile raggiungere comodamente anche in macchina (attraverso una stradina di due chilometri che parte dal campeggio).

Il santuario sorge in una valle franosa, piena di corsi d’acqua e cascate che scendono dai ghiacciai dell’Ortles e dalle cime di Madaccio ed è formato da una chiesa più grande, risalente al 1229, una più piccola, del 1600, e da una piccola capanna che racchiude la roccia da cui sgorgano le tre fontane che danno nome al posto.

La storia (o leggenda) racconta che un pastore vide sgorgare da quella roccia tre piccoli corsi d’acqua, da cui uscirono anche tre croci. Il pastore riuscì ad afferrarne due, mentre la terza scivolò via e non fu mai ritrovata. Le due croci sono state donate alle parrocchie di Stelvio e Müstair e dalla roccia tuttora sgorgano tre piccoli rigagnoli di acqua pura, alla temperatura di tre gradi, che secondo tradizioni locali dispensa miracolose guarigioni.

 

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Dintorni: a 3 km, il Castel Coira

Il castello, posto sopra il paese di Sluderno, gode di una posizione panoramica sulla valle e attrae l’attenzione del visitatore già da lunga distanza. Costruito dai Vescovi di Coira, dopo la metà del 1259, dalla fine del 1200 fino al 1500 appartenne alla famiglia Matsch, per passare successivamente di proprietà della famiglia Trapp, che diede al castello l’attuale aspetto rinascimentale. Della costruzione originaria rimangono solamente il Maschio e le mura di cinta che racchiudono il cortile interno, mentre il cortile esterno, i bastioni, le terrazze, i giardini e alcuni edifici abitativi, vennero costruiti agli inizi del sedicesimo secolo. Sempre del sedicesimo secolo sono i raffinati affreschi che ornano il loggiato interno, vanto del castello. All’interno è visitabile la stanza di Giacomo VII, dove è conservato un organo del 1559, la sala degli Antenati, l’armeria, dove è custodita una preziosa collezione di armature, tra le quali l’armatura appartenuta a Ulrico IX, alta circa 2 metri. L’armeria conserva la collezione d’armature più vasta d’Europa. Castel Coira è uno dei pochi castelli del Trentino ancora abitati, in estate e in autunno vi soggiornano infatti i conti Trapp, (in tali occasioni sventola la bandiera con lo stemma di famiglia), mentre durante tutto l’anno il castello è affidato al castellano e alla sua famiglia. È visitabile da Marzo a Ottobre (10-12 e 14-16,30 – visite guidate ogni 15 minuti).

 

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Cosa comprare

Lo speck – Segni particolari: bollino rosso e scritta SüdTirol. Per provare l’autentico speck è meglio assicurarsi che si tratti del vero Igp, controllato e garantito dal Consorzio Speck Alto Adige. Si ottiene da cosce di maiale disossate, salmistrate con una mistura di spezie (in genere, sale, pepe, ginepro, alloro, rosmarino) leggermente affumicate con legna poco resinosa e muffe nobili a una temperatura non superiore ai 20 gradi. Una delizia da gustare al naturale, con cetrioli e pane di segale, o con knödel e insalata di crauti. Tra i piccoli produttori, la Macelleria Mair di Glorenza (tel. 0473831207) offre, accanto al proprio speck, prosciutti affumicati di cervo e würstel.

Lo zelten – È un dolce a base di farina, uova, burro, zucchero e lievito con noci, fichi secchi, mandorle, pinoli, uva sultanina e canditi. Il nome deriva dal termine tedesco selten (raramente), perché veniva preparato solo in occasioni speciali, soprattutto in periodo natalizio, con una ricetta conosciuta già nel 1700. Oggi viene prodotto tutto l’anno ed è diventato il simbolo della pasticceria tipica trentina e tirolese. Zelten e altri prodotti da forno potrete acquistarli nel Panificio Schuster in via Dei Portici a Glorenza.

 


La città murata di Pizzighettone

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L'Adda a PizzighettoneLa città murata di Pizzighettone

La torre sembra fare la sentinella
al fiume Adda, che divide il vecchio borgo
di Pizzighettone dalla frazione Gera,
entrambi circondati da spesse mura.
a cura della redazione

Testi e foto a cura della Redazione

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“Tutto è perduto, fuorché l’onore e la vita, che è salva”. Così scriveva alla madre Luigia di Savoia il re di Francia Francesco I di Valois, prigioniero in una stanza del secondo piano della Torre Del Guado di Pizzighettone.

Una lettera che divenne famosa proprio per quella frase storica, ancora oggi utilizzata per consolare una sconfitta. Francesco I la sconfitta l’aveva subita a Pavia il 24 febbraio 1525 da parte della fanteria spagnola e dei lanzichenecchi tedeschi al servizio del re di Spagna Carlo V.

Fu una battaglia cruenta e i francesi contarono più di dieci mila morti. Tra questi molti nobili e aristocratici come Jacques Chabannes de La Palice, che passerà immeritatamente alla storia per ovvietà e banalità scontate (appunto lapalissiane) che non disse mai. A Pavia si scontravano tra loro anche truppe italiane: quelle lombarde di Federico Gonzaga signore di Bozzolo, schierato con i francesi, e i soldati napoletani capitanati dal Marchese di Pescara, lo spagnolo Francesco d’Avalos. E fu proprio il Marchese a catturare Francesco I e a rinchiuderlo nella Torre del Guado, dove rimase per tre mesi prima di essere estradato in Spagna. Quella di Pizzighettone fu una prigionia quasi dorata, rispettosa dell’ospite regale e quando il sovrano tornò libero si ricordò delle cortesie ricevute inviando ricchi doni: un suo manto regale, un reliquiario con la sacra spina e un palio d’altare, ancora oggi conservate nella chiesa di San Bassiano. La chiesa è al centro del vecchio borgo e oltre ai tesori donati dal re francese racchiude al suo interno opere d’arte come il pregevole affresco della controfacciata, una Crocifissione dipinta nel 1540 da Bernardino Campi (autore anche dell’affresco sulla Decollazione del Battista nella cappella di San Giuseppe e dei medaglioni con le figure dei profeti nella navata centrale), e curiosità come la Costola del Drago, un osso di forma arcuata lungo 170 centimetri che secondo la tradizione sarebbe appartenuto al leggendario drago che abitava in tempi preistorici il lago Gerundo. In passato la costola veniva esposta per esorcizzare il demonio, a cui venivano attribuiti i diffusi casi di malaria. Per alcuni è la prova dell’esistenza nelle paludi medievali del luogo di una creatura arcaica, dalla forma di serpente, forse il mitico Tarantasio, il mostro che viveva nel lago e mangiava i bambini. La leggenda vuole che a ucciderlo fosse il capostipite dei Visconti, il quale avrebbe poi adottato come simbolo la creatura sconfitta: il biscione con il bambino in bocca, l’emblema visconteo ancora oggi nello stemma di Milano. In realtà si tratta invece della costola di un cetaceo, risalente all’epoca in cui la Pianura Padana non esisteva ancora e l’area era coperta dalle acque del mare. Allora il Mar Adriatico arrivava ai piedi delle Alpi e degli Appennini. Al termine dell’era glaciale fu colmata dai materiali trasportati dal fiume Po e dai suoi affluenti ed era occupata da immense paludi (come quella del lago Gerundo) e ricoperta da fitte foreste.

In questi luoghi acquitrinosi gli uomini costruirono i loro villaggi, prima adattandosi semplicemente al particolare terreno, poi cercando di modificarlo, bonificandolo e incanalando le acque. Gli etruschi furono tra i primi ad abitare l’attuale area di Pizzighettone, punto strategico per il controllo dei traffici lungo il fiume Adda, a pochi chilometri dalla confluenza nel Po. Poi arrivarono i galli e i romani, che ne rivalutarono l’importanza perché qui il fiume incrociava la strada che collegava Milano a Cremona e Mantova, passando per Laus Pompeia (l’antica Lodi). Nel Medioevo Pizzighettone fu a lungo contesa tra i Comuni di Milano e Cremona e furono proprio i cremonesi, nel 1133, a dare avvio alla costruzione di un castello sulla riva del fiume, a scopo difensivo e per controllare fiume e strade. Divenuto fortezza di confine nel conflitto tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, il borgo fu circondato da solide mura, che nel Cinquecento furono abbassate e rese più robuste, con terrapieni, fossati, trincee e casematte (decine di vani con volte a botte coperte da terrapieni, utilizzati un tempo come alloggi per la guarnigione e depositi, poi trasformati in carcere).

Mura di difesa furono costruite anche a Gera, l’altra parte del paese sulla sponda opposta del fiume. Qui agli inizi del ’700, dopo un assedio di ventitré giorni, un’armata austro-sarda sconfisse la guarnigione spagnola e palle di granito sparate in quella battaglia dai mortai sono ancora incastrate tra i mattoni della Torre del Guado. L’ultimo utilizzo militare fu nel Risorgimento quando le truppe piemontesi ne fecero un baluardo contro gli austriaci che ancora occupavano il Veneto. Poi la fortezza venne lentamente smantellata, rimasero i depositi e il carcere che fu chiuso solo nel 1954. Tutto fu abbandonato all’incuria e solo un recente accurato lavoro di restauro, in gran parte svolto da volontari, sta riportando alla luce uno dei più completi e interessanti sistemi di fortificazione esistenti sul territorio lombardo.

Il Gruppo Volontari Mura è una tra le associazioni più vitali del territorio e offre servizi di assistenza al turista che intende visitare la cerchia muraria di Pizzighettone, il Museo di Arti e Mestieri e il Museo delle Prigioni.

Per chi arriva a Pizzighettone fuori dagli orari delle visite guidate o preferisca scoprire da solo la città, consigliamo di vagabondare attorno alle mura, molti spazi sono liberamente accessibili al pubblico. Dal ponte sull’Adda prendete a destra, seguendo la corrente del fiume fino alla polveriera San Giuliano. Passando oltre la Porta Soccorso potrete ammirare il fossato e la parte Sud orientale delle mura oppure costeggiate il lato interno lungo le Casematte fino al Rivellino e alla piazza d’Armi. Poco distante, la chiesa parrocchiale di San Bassiano, facciata di impianto romanico con rosone e mattonelle recanti simboli sforzeschi. Le opere conservate all’interno valgono una visita. Di fronte alla chiesa sorge il Palazzo Comunale, costituito da un porticato ad archi ogivali sormontato da finestre decorate da cornici in cotto. Poco lontano, in Via Garibaldi, si trova il cinquecentesco Palazzo Quartier Fino, che ospita il Museo Civico e la Biblioteca Comunale. Attraversate la piazza e seguite la strada che fiancheggia le prigioni fino al Torrione, la Torre del Guado, unica delle quattro torri del castello di Pizzighettone (XII secolo) sopravvissuta. Percorrete quindi il ponte sull’Adda verso la borgata di Gera, anch’essa completamente circondata da mura a doppia corona.

Al loro interno palazzi di epoca quattro-cinquecentesca e le chiese dei Santi Rocco e Sebastiano, che ospita notevoli dipinti di scuola cremonese e quelle di San Marcello e di San Pietro, con una facciata rivestita interamente di marmi e mosaici dai colori accesi.

STORIA DI UN PONTE

Il ponte sull’Adda che unisce le due sponde fortificate di Pizzighettone e Gera venne inaugurato il 5 maggio del 1921 e fu intitolato a Trento e Trieste (da poco era finita la Grande Guerra). I pilastri non sono quelli originali, perché vent’anni fa, a causa di irresponsabili escavazioni di sabbia, i piloni cedettero e il ponte crollò nella parte centrale.

In passato il fiume veniva superato grazie a un traghetto. Poi costruirono un ponte in barche, che nel 1758 lasciò il posto a uno di legno. Un passaggio strategico, a pedaggio e sorvegliato da militari. La Torre del Guado è tutto quello che resta del castello e del sistema fortificato con cui Pizzighettone presidiava il fiume e il passaggio tra le due sponde. Un secolo più tardi i piemontesi, sconfitti a Custoza, distrussero il ponte cercando di rallentare l’avanzata delle truppe austriache. Gli austriaci lo ricostruirono e il manufatto resistette fino alla vigilia della prima guerra mondiale.

 

LAPALISSE, UN’INGIUSTA NOMEA

Jacques II de Chabannes, detto Jacques de La Palice (o La Palisse), era nato nel 1470 a Lapalisse nel Bourbonnais (la regione originaria dei Borboni) e morì il 24 febbraio 1525 nella battaglia di Pavia. Era un nobile e militare francese, governatore di un territorio a Ovest di Lione e Maresciallo di Francia. Ha servito tre re (Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I) e ha partecipato a tutte le guerre in Italia dei suoi tempi ma non è passato alla storia per le sue valorose battaglie. Dal suo nome è derivato l’aggettivo “lapalissiano” (e in francese il sostantivo lapalissade), che è diventato sinonimo di cosa scontata, banalità, ridicola ovvietà. Una cattiva fama immeritata, perché nessuna delle frasi a lui attribuite furono mai pronunciate. Tutto nasce da un equivoco. Alla morte di La Palice, i soldati che comandava composero una canzone in suo onore e una frase del testo divenne il suo epitaffio: “Ci-gît le Seigneur de La Palice. S’il n’était mort il ferait encore envie” (Qui giace il signor de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia). Con il tempo la effe di ferait fu letta esse (a quel tempo le due grafie erano simili), quindi serait, e la parola envie divenne en vie; con il risultato che il testo si trasformò in “il serait encore en vie” (sarebbe ancora in vita): non più una celebrazione ma una scontata banalità.

Il necrologio, nella sua forma alterata, fu riscoperto più di un secolo dopo da un accademico di Francia (Bernard de La Monnoye) che ne fece una comica parodia in una sua composizione. La canzonetta ebbe molto successo, ma cadde poi nell’oblio, finché fu ripresa nel secolo XIX da Edmond de Goncourt (noto scrittore e pubblicista), che coniò il termine lapalissade per indicare un’affermazione inutile per la sua ovvietà. Da allora il nobile maresciallo sarà ricordato, suo malgrado, soltanto per l’aggettivo a cui diede la vita.

 

IL RE IMPRIGIONATO NEL TORRIONE

Francesco I di Valois (Cognac 1494 – Rambouillet 1547), re di Francia dal 1515, fu in perenne conflitto con Carlo V d’Asburgo, re di Spagna e spesso gli scontri ebbero come teatro l’Italia. Contro il suo predecessore, alleato agli svizzeri aveva vinto nel 1515 la Battaglia di Marignano (l’attuale Melegnano) riconquistando il Ducato di Milano. Dieci anni dopo fu sconfitto da Carlo V a Pavia, perse Milano e fu fatto prigioniero.

A Francesco I si deve l’adozione della “langue d’oïl” (il francese) come lingua ufficiale dell’amministrazione e del diritto, al posto del latino. Con lo stesso documento impose al clero di registrare le nascite e i battesimi. Fu l’inizio dello stato civile in Francia.

Mecenate della cultura e dell’arte, protesse Rabelais ed Erasmo, si circondò di scultori come Benvenuto Cellini, pittori come Primaticcio e Rosso Fiorentino e chiamò alla sua corte Leonardo da Vinci. Fu lui a ricevere in dono due dipinti fra i più famosi di Leonardo, La Gioconda e La Vergine delle Rocce, attualmente al Louvre. La moglie Claudia gli darà sette figli, ma pochi la ricorderebbero se non fosse per il frutto dolce e profumato che le dedica un esploratore francese, la prugna “regina Claudia”.

Per ricordare re Francesco I e la sua prigionia, nell’ultimo fine settimana di giugno si svolge a Pizzighettone una regata sul fiume: imbarcazioni con personaggi in costume, spettacoli di sbandieratori, balli e musiche d’epoca. Informazioni sul sito del Comune di Pizzighettone.

FASULIN DE L’ÖC CUN LE CUDEGHE

Tra fine ottobre e inizio novembre le mura di Pizzighettone ospitano la rassegna Fasulin de l’òc cun le cudeghe (Fagiolini dall’occhio con le cotenne). Il Fasulin (piatto a base di fagiolini, cotenne di maiale, carni miste e verdure) viene cucinato da mamme e nonne del paese secondo un’antica ricetta locale e servito in fumanti scodelle con pane fresco e buon vino. In tavola anche altri prodotti tipici dell’autunno contadino pizzighettonese: lardo e salame nostrano, polenta, provolone Valpadana DOP con mostarda di Cremona, raspadüra (soffici nuvole di Grana Padano raschiate con la lama di un coltello) e la Torta rustica dei morti, dolce tipico del periodo.

Si mangia all’interno delle casematte delle antiche mura, trasformate in un’enorme osteria, in ambienti a volta di botte tutti collegati tra loro e riscaldati dai grandi camini d’epoca ancora oggi perfettamente funzionanti.

Informazioni sul sito http://www.fasulin.com/index.php

 


Anticoli Corrado, modelle e pittori

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testo e foto di Aldo Proietti                     

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Uno scrigno, un piccolo contenitore con tante piacevoli sorprese. Anticoli Corrado è così. Ubicato lungo la valle del fiume Aniene a circa 60 km a est di Roma, nasce dopo la fine dell’impero romano come villaggio fortificato sui monti Ruffi ad opera delle popolazioni che cercavano insediamenti sicuri ove potersi difendersi con facilità. Il nome sembra derivare dal termine Antikuis posto su un’iscrizione greca del VII-VIII secolo, mentre il nome Corrado fu aggiunto per celebrare il figlio, nonché successore, di Federico della famiglia Antiochia, che ebbe in feudo il paese per vari secoli a partire nella seconda metà del sec. XIII.

Ad Anticoli si miscela la bellezza solenne dei paesaggi e del fascinoso borgo con quella più profana delle modelle indigene. Un concentrato di fonti d’ispirazione per scrittori, poeti, pittori e scultori che numerosi hanno soggiornato in questo paese,

Camminando tra le stradine troviamo, infatti, la villa dove Luigi Pirandello concepì la sua ultima opera, incompiuta, I giganti della montagna; la grande fontana al centro della piazza principale dello scultore Arturo Martini; la casa dove il poeta Rafael Alberti trascorse il periodo estivo per quasi un decennio; i luoghi che hanno fatto da sfondo al film “Il segreto di Santa Vittoria” (1969) con un cast d’eccezione fra cui Virna Lisi, Anna Magnani, Antony Quinn e Giancarlo Giannini; gli studi dei pittori che fin dall’Ottocento si fermarono per ritrarre le tante belle donne. Proprio quest’ultimo intreccio ha caratterizzato e reso famoso Anticoli Corrado, oramai noto come “il paese dei pittori e delle modelle”. Una fama veritiera se pensiamo che intorno al 1930 una cinquantina di pittori italiani e stranieri (sull’onda inesauribile del Gran Tour) avevano realizzato, affittando o ristrutturando vecchie abitazioni e stalle, degli studi ove dipingere quadri ispirati dalle muse locali, disposte a posare e raggiungere, chissà, una notorietà insperata per una contadina. Un destino che ha coinvolto Pompilia d’Aprile, sposa di Fausto Pirandello, il figlio di Luigi, non meno grande del padre nel campo della pittura, e soprattutto Pasquarosa Marcelli che ha ottenuto una personale affermazione proprio nel dipingere tele. Pasquarosa, analfabeta e senza alcuna preparazione, a 16 anni prese in mano i pennelli e con il determinante contributo del pittore Nino Bertoletti, che poi sposò, ebbe un’incredibile metamorfosi, trasformandosi da grezza modella in una valente pittrice. Nel periodo che abbraccia le due guerre mondiali, Pasquarosa ebbe grande successo e diventò una protagonista della scena espositiva nazionale, conquistando le attenzioni della critica in ogni rassegna o mostra personale. Le tele prodotte colpirono positivamente anche Renato Guttuso che manifestava “una vera gioia nel vedere opere di ambizione così semplice, ma di una felicità così rara”.

Visitare Anticoli significa scoprire un patrimonio d’arte attraverso le scie degli artisti che sono transitati nel paese, respirare la poesia che emana un piccolo borgo, semplice e tranquillo, ricercare paesaggi ed atmosfere tipiche della campagna romana.

La passeggiata nel paese non può che cominciare dalla grande piazza delle Ville che, come detto, presenta al centro la fontana che Martini modificò introducendo una rappresentazione dell’arca di Noè. Sul lato verso la parte nuova del paese c’è la chiesa di San Pietro, un edificio in pietra che risale al XI secolo ed è il monumento più antico di Anticoli. Al suo interno presenta affreschi di gran pregio, con vedute architettoniche che richiamano Piero della Francesca.

Dall’altra parte della piazza si trova la chiesa di Santa Vittoria, protettrice di Anticoli, ricostruita nel XVIII secolo su quella medioevale. L’edificio di culto, insieme al Palazzo baronale, al Palazzetto Brancaccio e alla piazza delimitano la cosiddetta “Rocca”, ossia il nucleo storico di Anticoli. A questo punto possiamo anche perderci nei vicoli, calpestare i vecchi lastricati, ammirare i vecchi portali in pietra, alla ricerca di quelle atmosfere che hanno ammaliato i tanti artisti di diverse epoche.

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Una preziosa raccolta di opere

Il Civico Museo di arte moderna e contemporanea è nato nel 1935 con la volontà di raccogliere gli elaborati eseguiti sul posto dagli artisti che soggiornavano in Anticoli, a partire dal 1884. Attraverso le più svariate opere e a prescindere dal loro valore artistico, la raccolta intende manifestare, soprattutto, il profondo legame creatosi fra i maestri e il contesto cittadino. Oggi, dopo alterne vicende e ristrutturazioni, nelle sale del palazzo baronale, costruito nel XVII secolo e attuale sede del museo, è possibile ammirare centinaia di opere. Accanto alle donazioni spontanee si sono aggiunte nel tempo quadri, sculture, disegni, epigrafi di Enrico Gaudenzi, Arturo Martini, Rafael Alberti, Fausto Pirandello, Oskar Kokoschka, Pasquarosa Marcelli, Adolfo De Carolis e molti altri artisti italiani e stranieri.

 

Rafael Alberti

Il poeta spagnolo Rafael Alberti (1902-1999) era nato a Puerto de Santa Maria, una cittadina in Andalusia. A causa del suo impegno politico e civile, fu costretto a trascorrere 38 anni della sua vita in esilio. Dopo la fine della Repubblica spagnola e l’avvento del franchismo, fuggì in Francia con l’aiuto di Pablo Neruda, raggiunse poi l’Argentina, dove rimase 25 anni. Decise poi di trasferirsi nel 1963, insieme alla moglie Maria Teresa Leon (anche lei valente scrittrice) e alla figlia Aitana, in Europa. Dopo una prima tappa in Romania, arrivò in ottobre in Italia e raggiunse Roma dove rimase fino al 1977. Roma lo affascina e la sua casa in Trastevere ha continuamente ospiti, ma la vita cittadina può diventare pesante. Anticoli Corrado gli offre l’occasione per ritrovare quella pace interiore che il peso dell’esilio non gli consente di avere.

Così nel 1967 affitta una casa con un piccolo giardino e con le finestre affacciate sulla valle sottostante. Un ambiente che Alberti apprezzò fin da subito perché gli ricordava l’amata Spagna e più in particolare una caratteristica abitazione (casas colgados) nella cittadina di Cuenca. Alberti non smetteva mai di ricercare uno scorcio, un angolo che lo riportasse nella sua Andalusia. Addirittura gli ulivi disseminati lungo i versanti delle colline gli riportavano alla mente Federico Garcia Lorca, che riusciva a sentire “vicino”.

Gli sguardi da quel balcone con gli occhi del pittore, la sua iniziale attività, alimentarono la sua vena poetica che divenne più matura. “La prima vocazione è stata la pittura, ma mi mancava la parola e allora cominciai a scrivere poesie”. L’ambiente e la gente crearono così le condizioni per un’intensa fase creativa, accompagnata da un costante impegno politico. Anticoli lo aveva accolto, reso meno solitario, ma soprattutto “riempiva d’aria i polmoni e la vita”. Nel libro Canzoni dell’Alta Valle dell’Aniene, Alberti miscela in prosa e in poesia, le riflessioni sulla vita e le esperienze di quegli anni intrise di stupore, di speranze, di nostalgia e di attenzioni alle vicende sociali italiane e nel mondo.

Oggi una targa marmorea posta sull’abitazione di via Bompiani ricorda il suo spirito libero e ribelle, testimonia l’abbraccio frutto di amore e stima reciproci e mostra la colomba della pace che solitamente disegnava sui tovaglioli seduto nel bar della piazza a sorseggiare del vino rosso, la bevanda preferita.

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Dove dormire e mangiare__________________________________

■ L’Antica Locanda Arcos è un antico palazzo finemente ristrutturato in Via Olivella 38 ad Anticoli Corrado. Le camere sono spaziose, accoglienti e pulite con soffitti in legno e viste sulla valle davvero spettacolari. Sono dotate di tutti i servizi e i prezzi sono convenienti.

In un ambiente rustico, curato ma decisamente familiare, si possono apprezzare gli ingredienti genuini e i cibi della tradizione popolare alla trattoria Il Morrone, in Via Vincenzo Carboni 52 ad Anticoli Corrado (tel. 0774 936076).

A Roviano, il paese di fronte ad Anticoli, sul lato opposto della strada statale Tiburtina, consigliamo il ristorante La Vecchia Macina, in Viale Italia 12 (tel. 333 6708879). Nel locale potete gustare una cucina dai sapori e dalle pietanze tradizionali, in particolare le rane fritte e i “cuzzi”, tipica pasta fatta a mano impastando farina di grano tenero e duro con acqua e uova.