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In Islanda per un bagno caldo

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In Islanda per un bagno caldo nella Valle del Fumo

Escursione all’Hot Spring, una sorgente termale nei dintorni del villaggio di Hveragerði, a pochi chilometri da Reykjavík

Testo e foto di Davide Carretta

Un ciglio della strada, un benzinaio e due zaini appoggiati per terra. Sono le undici del mattino e, quasi un miracolo, oggi non ha ancora piovuto. La strada è la Ring road, la strada principale islandese: ha due corsie, una per senso di marcia e compie il giro completo dell’isola. Su questa strada passano tutti i principali spostamenti di ogni abitante, perché le strade che si avventurano nell’entroterra durante l’inverno sono spesso impraticabili. La stazione di servizio lungo la Ring road è ai sobborghi della capitale Reykjavík ed è un punto strategico, a quanto ci hanno detto alcuni locali, il migliore per fare auto-stop.

I due zaini sono i nostri: Agostino ed io ci siamo conosciuti in aereo sul volo da Milano a Dusseldorf, il primo dei due che ci avrebbero portato sull’isola. L’aereo era in ritardo e Agostino era preoccupato perché temeva di perdere una coincidenza.

– Per dove?

– Reykjavík.

– Anch’io. Viaggi da solo?

– Sì, ho tre settimane di tempo e non ho un programma, non so nemmeno dove dormirò stanotte. Probabilmente in aeroporto e poi domattina deciderò dove andare.

Non avevo programmi nemmeno io, ma la sua mi era sembrata sin da subito un’ottima idea.

Sono le undici del mattino, dunque, siamo scesi da poco dall’autobus e, seduti al bordo della strada, cominciamo ad aspettare. Dicono che gli islandesi sono abituati a questo tipo di spostamento e molti di loro sono disposti a fermarsi e dare un passaggio a chi ha scelto questo modo di viaggiare che ha il sapore delle generazioni passate ma che lì, in quell’isola nell’angolo in alto a sinistra dell’Europa, ha ancora un’abbondante diffusione.

Siamo in Islanda da tre giorni e questo sarà il primo auto-stop; il cielo è clemente nei nostri confronti e, da questa mattina, non ha ancora mostrato una nuvola. Ringrazio, anche se non so bene chi, perché una delle prime cose che ho capito è che il cielo d’Islanda, al pari, se non peggio, del cielo d’Irlanda, “a volte fa il mondo in bianco e nero, ma dopo un momento i colori li fa brillare più del vero”.

Una freccia a destra, poi un’auto che rallenta fino a fermarsi, infine una donna che si piega verso il sedile di fianco a quello del guidatore e mi guarda, abbassando il finestrino.

– Dove andate?

È giovane, dimostra meno di quarant’anni. Bionda e piuttosto attraente, dietro al paio di Ray-Ban scuri che indossa. Sul sedile posteriore una bimba di otto, forse nove anni; bionda anche lei, più della madre, porta in testa un cappellino verde e si mordicchia il dito della mano destra.

– Hveragerði.

Non lo so pronunciare, ma lei capisce lo stesso e ci fa segno di salire.

– Anche noi andiamo lì. All’Hot spring, vero?

È curioso che la donna ci parli di “Hot spring” – sorgente di acqua calda geotermale – in maniera così generica: in Islanda basta iniziare a camminare, non importa in quale direzione, per poter dire di essere diretti verso un Hot spring.

– Sì, anche noi.

Non so dire se la bimba conosca l’inglese e ci stia ascoltando; ci guarda con un’espressione a metà strada tra il curioso e l’annoiato, farfugliando ogni tanto qualche frase spezzata alla mamma, in quella lingua a me incomprensibile ma che è ricca di suoni gutturali e nasali allo stesso tempo così insoliti e affascinanti. Prima con la mente, poi con la voce provo a riprodurli.

– Hveragerði è difficilissimo da pronunciare!

– Non è vero, l’hai detto piuttosto bene, ho sentito molti stranieri che proprio non riuscivano a dirlo.

La “h” è aspirata ma non troppo, e si aggancia in continuità con la “v” successiva, che però si legge come una “f”; in mezzo la pronuncia prosegue tranquilla seguendo suoni a me noti, poi verso la fine arriva una lettera nuova: è una d morbida, che ricorda il suono inglese “th” e che va a chiudersi nella “i” finale, da pronunciare quasi come una “e”. Hveragerði.

– È una bella città?

Nonostante i Ray-Ban si intuisce un sorriso amaro, che tradisce una leggera offesa.

– Non è una città. L’unica città in Islanda è Reykjavik, Hveragerði ha più o meno due mila abitanti.

Il termine italiano “città” è abusato, sembra valere per ogni agglomerato urbano, dal piccolo comune alla metropoli. Ma noi, distratti e incuranti, avevamo tradotto “città” con l’inglese “city” che invece ha un significato più limitato. Provo a usare “Town” e rifaccio la domanda.

– Nemmeno, è un paesino.

It’s a village, ha detto, girandosi verso la figlia per aiutarla a togliersi il giubbotto. It’s a village.

Davanti a noi un piccolo cancelletto lasciato aperto e un cartello: Reykjadalur. È il nome della località e significa “La valle del fumo” ma questo l’avremmo scoperto soltanto dopo. In quel momento possiamo soltanto notare la somiglianza con il nome Reykjavik e domandarci il perché, varcando il cancello sempre aperto.

La strada è in leggera salita, larga qualche metro e sterrata; tutt’intorno prato. Prato e colline. Prato, colline, fumo. A volte il fumo sale direttamente da sotto la terra, altre invece da qualche piccolo ruscello di acqua bollente che scorre appena in superficie. È fondamentale perché non solo la zona, ma tutta l’isola, è costellata di rigagnoli di acqua talvolta calda e talvolta fredda ed esso è l’unico elemento in grado dirci quando l’acqua è fresca e si possono immergere le mani e quando, invece, è meglio stare alla larga da temperature che si aggirano attorno ai cento gradi. L’odore di zolfo è ingannevole perché c’è sempre e in alcune zone è costante e persistente; quello che sentiamo, quindi, potrebbe provenire da una sorgente poco lontana e quella che abbiamo vicino ai piedi potrebbe tranquillamente essere acqua gelida.

Il sole, nel frattempo e come era prevedibile, se n’è andato, lasciando il posto a nuvole pesanti e cariche di pioggia; è con questo paesaggio tetro, accompagnati da un gorgoglio continuo delle piccole, infinite sorgenti termali e da un silenzioso disegno di fumi intorno che ci incamminiamo, che saliamo di quota, che incontriamo altri viaggiatori sulla via di ritorno, che arriviamo a destinazione. La passeggiata, lunga poco più di un’ora, termina al centro di una valle, tra un versante ricoperto per intero di verde prato rigoglioso e un versante, ben più scosceso, arido e formato da roccia lavica, nera.

Al centro c’è il ruscello, il motivo per cui siamo saliti. Appena più a monte si divide nei suoi due immissari: uno, quello termale, porta acqua sulla soglia dell’ebollizione, l’altro aggiunge acqua freddissima. All’incrocio il contrasto svanisce, inizia a confondersi in un unico piccolo fiume, più grande degli altri, che viaggia verso valle con acqua alla temperatura di circa 40° C e che rappresenta il motivo per cui questo posto, a un’ora di cammino da un piccolo “village” quasi sconosciuto, è tanto famoso. È una sorgente termale a cielo aperto dove fare il bagno senza dover acquistare il biglietto d’ingresso, senza dover oltrepassare il tornello, indossare un braccialetto di riconoscimento, transitare prima dalle porte degli spogliatoi e poi dalle docce.

Basta un costume, ma, a dirla tutta, non c’è un cartello che lo impone. Basta, in definitiva, la sola voglia di entrare in acqua, di sedersi, di sdraiarsi e di lasciarsi convincere che si può stare per lungo tempo immersi: immersi nell’acqua calda, nel magma di un’isola intera, nel calore primordiale che sale, indomato oggi come un tempo, dal centro della terra. Fuori piove. Piove per un po’, poi smette e dal cielo sembra fare capolino una punta di sole effimero e illusorio. Illudersi, perché? Forse, oggi e qui, il sole non serve. Questo pensiamo, ma senza dirlo, perché nella valle del fumo sono poche le parole; da parte nostra, come da parte di tutti i presenti.

Qualche giorno dopo, durante un altro passaggio rimediato in auto-stop, l’uomo alla guida ci avrebbe detto che vicino a Reykjadalur c’è un’altra sorgente termale altrettanto affascinante ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza.

– C’è ancora più silenzio ed è sempre vuota, vi consiglio di andare a vederla.

Ci avrebbe detto anche il nome, ma né Agostino né io l’avremmo capito, dimenticandocelo ben presto. Chissà se un giorno, fosse anche per caso, qualcun altro lo troverà.

 

 


Un tuffo dove l’acqua è più blu

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Un tuffo dove l’acqua è più blu

Il Mar Rosso è un luogo ideale per depositarci tristezza e inquietudine

Testo e foto di Elena Segesta

A 48 ore dalla partenza un nodo mi stringe la gola: No, non vado. Che ci vado a fare? Sono troppo triste per potermi divertire. I problemi mi seguiranno anche a Sharm el-Sheikh e il mio trolley è troppo piccolo per poterli contenere tutti.

Erano questi i pensieri a meno di due giorni da un viaggio che mi avrebbe risvegliata, rimessa al mondo, fatto risalire la china non senza però aver prima toccato il fondo… del mare.

Atterro a Sharm alle due di notte (ora locale) e un’onda di aria calda mi travolge. Mi sembra di rivivere un’immagine descritta in uno dei miei libri preferiti – Shantaram di Gregory David Roberts – quando il protagonista atterra a Bombay. Riconosco quell’ aroma intriso di sudore della speranza, l’odore di chi decide di darsi una seconda possibilità, di chi cade e si rialza, di chi si perde e si ritrova. È l’odore dei sopravvissuti, di chi ce la fa nonostante tutto.

Il mio umore migliora decisamente e comincio a capire che questo viaggio lo ricorderò per molto tempo.

In quella prima notte in Egitto, Morfeo mi avvolge nelle sue braccia regalandomi un sonno sereno, beato e ristoratore.

Il mattino seguente vado alla scoperta della “Baia dello Shaykh”, come la chiamano gli arabi. Il sole è caldo e la sensazione che lascia sulla mia pelle è bellissima. La nostra guida si chiama Saro, un ragazzo dagli occhi scurissimi e che parla perfettamente la nostra lingua. Si parte dalla punta panoramica del Fanar da dove è possibile ammirare in lontananza l’isola di Tiran e la baia di Naama Bay, passata alle cronache per gli attentati terroristici del 23 luglio 2005. Il mare è di un colore incredibile: turchese, azzurro, blu. Il vento scompiglia i miei capelli: mi sento libera e sulle mie labbra è spuntato un sorriso.

Spostandomi di soli 20 minuti arrivo a Sharm Vecchia, la parte antica della città. Qui non ci sono discoteche, niente night club; solo negozi, piccole boutique di gioiellieri e molti bar che fanno un caffè espresso davvero molto buono. Il centro nevralgico è l’ingresso all’Old Egypt o Old Market, il vecchio mercato nella piazzetta principale, pieno anch’esso di negozi ai piedi di tante collinette rocciose, ricche di cascate d’acqua che la sera vengono illuminate. Qui l’insistenza dei negozianti è tipica e l’arte della contrattazione la fa da padrona.

Di grande impatto visivo è la moschea di Al-Mustafa. Un edificio imponente, con tanti minareti torreggianti con diverse rifiniture in oro che brillano al sole. La moschea si trova al centro di una grande piazza, immersa in un odore fortissimo di spezie provenienti dai negozietti antistanti. Ho attivato un altro senso: le mie narici fiutano gli odori, sento il profumo di questa città, di questa terra. È un odore acre, un mix di cumino e sabbia del deserto.

Il pomeriggio decido di dedicarlo alla spiaggia. Scelgo una baia circondata dalle montagne del Sinai. L’acqua è cristallina, trasparente. È un po’ fredda ma decido di tuffarmi comunque. Apro gli occhi e sono circondata da pesciolini colorati che mi nuotano intorno. Mi accorgo subito che non occorre fare immersioni con le bombole in mare aperto per vedere le bellezze marine, lo spettacolo inizia a pochi passi dalla riva.

È quasi ora di cena, e dopo aver visto uno splendido tramonto accompagnato da una bella birra fresca, decido di pensare a cosa mangiare. Mi accorgo di avere fame e la cosa mi stupisce perché in genere il mio desiderio di cibo è sempre stato legato ad uno stato di benessere psico-fisico. Se mangio vuol dire che sono felice. Mi lascio ispirare dalle tàmeyya, polpette fritte di pasta di ceci condite con diverse spezie, il foul, preparato con farina di fave scure, carne, uova, cipolle e limone. Le mie papille gustative sono in festa, un’esplosione di gusto e di sapori decisi. Chiudo la mia serata egiziana con i piedi in ammollo nella piscina d’acqua calda. Sorseggio una tazza di karkadè bollente e penso a Serena, la mia anima bella. Il cielo è ricoperto da un manto di stelle: brillano a intermittenza e sembrano mi stiano facendo l’occhiolino. A Milano non capita di vedere uno spettacolo del genere, penso. Inconsapevolmente ho riattivato il senso visivo.

Il giorno dopo decido di visitare il parco nazionale di Ras Muhammad. È situato sulla punta meridionale del Sinai, è una riserva naturale che si estende per 480 km quadrati. Qui ho il mio primo incontro ravvicinato con il deserto che però è molto diverso da come lo immaginavo. Si tratta di un deserto fatto di montagne di granito dai colori che spaziano dal rosso, al bruno, al giallo per la loro conformazione millenaria.

All’entrata del parco c’è la porta di Allah, una monumentale scritta in cemento eretta in segno di armistizio tra gli israeliani e gli egiziani che ha la particolarità di formare la scritta “Allah”, leggibile sia da sinistra verso destra (in ebraico) sia da destra verso sinistra (in arabo). Da questa scritta parte la strada per accedere a un parco marino di una bellezza straordinaria. Una volta oltrepassata la Porta, il marrone delle dune di sabbia, rocce e fossili di coralli diventerà il colore dominante, affiancato dalle mille gradazioni di azzurro di un mare timido che fa capolino da lontano. Solo una parte del parco di Ras Mohammed è visitabile ma, dicono, che ne vale la pena: qui ci sono numerosissime varietà di coralli, circa duecento. Proseguo la mia gita e mi imbatto in quella che la guida spiega essere “la spaccatura del terremoto”, causato da una scossa sismica che ha provocato una frattura della crosta terrestre che non si è più rimarginata e che vede la parte più profonda arrivare a 16 metri, nel mare. Il gioco di luci e ombra è straordinario.

Fa caldo per essere febbraio e così decido di fare una sosta al Lago Magico, chiamato così per il colore del mare che cambia continuamente durante il giorno e non è visibile dai satelliti per la sua concentrazione di piombo. È una piscina naturale protetta da un “leone” (una montagna) che ne è il guardiano. L’acqua è molto salata e un po’ fredda ma la mia guida, complice forse il fatto che io sia italiana, mi invita a tuffarmi ed esprimere un desiderio. Decido di seguire il consiglio di Saro, il ragazzo che mi fa da guida, e mi tuffo con la speranza di ritrovare me stessa.

Il parco è grande e c’è tanto ancora da vedere. Arriva il turno delle mangrovie, particolari piante che
filtrano l’acqua salata del mare e tra le quali si sviluppa un folto ecosistema formato da diverse specie di pesci e crostacei, come il granchio “violinista”, chiamato così per l’eccentrica conformazione di una delle sue due chele. L’acqua è così trasparente che una razza mi passa a pochi centimetri di distanza e sembra che stia volando.

Sono felicissima, mi sento bene, continuo a sorridere ma il bello – a mia insaputa – deve ancora arrivare.

Raggiungo la costa del Golfo di Suez, in una delle tante spiaggette chiare e sempre lambite da un mare caldo e molto popolato. Leggo che è possibile fare delle immersioni perché Ras Muhammad ha una delle barriere coralline più belle e intatte del mondo. Sono un po’ scettica perché è tanto tempo che non infilo la muta e faccio un giro sott’acqua. La mia indecisione non dura tanto: dopo pochi minuti mi ritrovo al centro diving e ho già in mano l’attrezzatura per scendere nei fondali. Indosso la muta, controllo il livello d’ossigeno della bombola, infilo le pinne e la maschera. Uno, due, tre, mi immergo. Apro gli occhi e quello che vedo mi lascia senza fiato. Una barriera corallina incredibile che precipita fino a 120 metri. È un tripudio di colori, la vegetazione è fitta con tantissimi coralli a ventaglio che ondeggiano in un balletto elegante. Una miriade di pesci dai colori sgargianti mi dà il benvenuto. C’è il pesce napoleone, il pesce pagliaccio, il pesce palla. Tanti pesci rossi, gialli, blu, verdi. Mi imbatto in un gruppo di pesci chirurgo chiamati così per la loro singolare caratteristica di avere due piccole lame sui lati alla base della coda. Queste lame, simili a un bisturi, vengono messe fuori e utilizzate in caso di pericolo e necessità.  

Nuoto con gli abitanti degli abissi, circondata da un silenzio melodioso, interrotto solo dal rumore delle bolle del mio ossigeno. Mi sento leggera, riappacificata con il mondo e forse anche un po’ con me stessa. Sono entusiasta, felice e riesco a sorridere anche se ho il boccaglio in bocca. Mi avvio verso la riva perché l’escursione sottomarina sta quasi per concludersi. Nuoto scortata dai miei amici marini e penso di aver realizzato un mio piccolo sogno. Ad un tratto con la coda dell’occhio vedo una sagoma. Mi giro di scatto con la testa e alla mia sinistra spunta una meravigliosa tartaruga. È enorme ma si muove con una leggerezza incredibile, un ritmo e una grazia inaspettata. La seguo per un po’ in mare aperto e la saluto con la mano.

 

Il cuore mi scoppia di gioia. Esco dall’acqua e racconto a Saro del mio incontro con la testuggine. Mi dice che erano anni che non se ne vedevano. Non so se la mia guida mi stesse adulando o stesse dicendo la verità, ma mi piace pensare che quella tartaruga stesse aspettando proprio me per prendersi sulla sua corazza un po’ della mia tristezza e le mie debolezze e depositarla lì, sul fondo del Mar Rosso.


A Istanbul arrivateci dal mare

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A Istanbul arrivateci dal mare

Immagini della città, raccolte in poche ore durante una tappa di una crociera

Testo e foto di Francesca Ferrario

Ci sono diversi modi per raggiungere una meta. Si può prendere un aereo, il mezzo ideale per unire due luoghi lontani e dal cui finestrino si possono osservare mappe geografiche che sembrano appartenere più a presepi che a una terra vivente.

Si può prendere il treno, perfetto per guardare i panorami che cambiano chilometro dopo chilometro, mentre ci si abbandona ai sogni e alle fantasie. Si viaggia in auto, il mezzo di trasporto di indipendenza per antonomasia. Ma anche quello che stanca di più, costretti a mantenere la concentrazione sulla strada.

Oppure, quando la meta è un luogo di mare, si può prendere una nave. E io, per raggiungere Istanbul, ho preso una nave.

Avrei potuto arrivarci in tanti altri modi, ma questo resta il mio preferito. E’ un viaggio lento; si scivola tra le onde e si respirano le brezze marine. Trovo confortante il costante sciabordio, capace di farsi sentire anche in mezzo al rumore delle attività di mille passeggeri, e mi piacciono gli odori salmastri che dalla sua schiuma sembrano lievitare. Impareggiabili compagni di viaggio.

Altrettanto affascinante è arrivare in un porto all’alba e vedere il giorno che nasce freneticamente dall’alto di uno dei ponti di queste mastodontiche navi da crociera. Mi sento uno spettatore privilegiato, comodamente affacciato ad un balcone, davanti allo spettacolo brulicante di un risveglio.

La giornata di un crocierista tipo è fatta di aspettative e relax, scanditi in orari stabiliti che non devi percepire come fastidiosa coercizione e ogni tappa va vissuta con un animo avventuriero. Ci si alza, colazione e via, alla scoperta di un luogo con il piglio deciso di chi ha ancora fame di conoscenza, di paesaggi e architetture nuove, di storia, di colori, profumi e sapori mai assaggiati prima. Certo, poche ore non ti permettono di conoscere una meta. Se poi si tratta di Istanbul poche ore bastano solo per visitare qualche quartiere. Una settimana non basterebbe per visitarla per bene, e forse, neanche una vita intera.

La nave non è ormeggiata lontano dal ponte di Galata, cosi decido di andare a piedi verso il centro. Poche persone in giro, ma un’umanità profonda e riconoscibile. Cammino lungo la strada con la mia reflex al collo e di dettagli da fotografare ne trovo tanti. Molti negozi sono ancora chiusi e alcuni commercianti stanno per aprire le loro attività. Mi piace guardarli e ritrarli mentre sistemano le loro mercanzie. Mi sembra l’immagine rappresentativa di un nuovo giorno che inizia, di una nuova energia, di speranza. Per una deformazione professionale non mi piace tornare a casa solo con scatti banali, la statua più famosa o l’edificio simbolo, ma con immagini che mi fanno ricordare perché quel determinato luogo mi ha colpito e a volte basta mettere a fuoco un piccolo particolare. Le mie foto devono raccontare qualcosa di me, non devono testimoniare dove sei stato, ma cosa sei stato durante il viaggio.

E poi una città non è fatta solo di simboli arcinoti, ma di innumerevoli peculiarità. E Istanbul si presta a questo gioco con estrema facilità. Ovunque ti giri i colori, le scritte, i negozi, la gente, gli stili architettonici, gli arredi urbani, i vissuti, si intrecciano e tessono una storia multietnica.

Arrivata in prossimità del ponte, mi accorgo che la città ormai è sveglia. La frenesia di chi deve andare a lavorare è palpabile. Ogni mondo è paese, e Istanbul in questo senso non è diversa da Milano.

Sul ponte ci sono dei pescatori e sotto una moltitudine di ristorantini e localini che si affacciano sul Bosforo e sulle banchine affollate di gente in attesa di prendere il traghetto. E qui Istanbul non è diversa da Venezia con i suoi vaporetti.

Cammino tra i pescatori, cerco di fare quante più foto possibili senza essere notata. Amo la naturalezza e non sopporto le foto in posa o troppo studiate. Un pescatore distratto da una macchina fotografica non è concentrato sui suoi pesci e questo modifica l’intensità delle sue emozioni, di conseguenza, anche la mia foto.

Percorro il ponte che unisce la parte nord, che ha retaggi genovesi, con quella sud, su cui sorgeva l’antica Costantinopoli.

Passo davanti a un mercato ma è ancora poco movimentato. Proseguo attraversando piccole vie popolate da vecchi e bellissimi negozietti e arrivata alla Moschea Blu, mi fermo e mi guardo attorno. Orde di turisti ormai affollavano l’area. Ma tra le tante code in fila, una mi colpisce e mi attira. Quella per la Cisterna Basilica, un deposito sotterraneo costruito da Giustiniano intorno al 532 d.C per raccogliere l’acqua.  E decido di entrarci. Non l’avevo mai vista, nemmeno in foto. E’ stato come entrare in un’altra dimensione. E chi l’avrebbe mai detto che sotto Istanbul si celasse un’opera ingegneristica così bella?

Tra le centinaia di colonne illuminate (336 per la precisione, divise in 12 file da 28 colonne ciascuna, per una lunghezza complessiva di 140 metri e una larghezza di 70) riflesse nell’acqua, mi accorgo subito di aver fatto un errore enorme: non avevo con me il treppiede. Per camminare leggera lo avevo lasciato in nave. Senza il treppiede, là sotto, scattare foto decenti è impossibile. Ci ho provato, appoggiando la macchina ovunque sulla passerella o sul corrimano, ma essendo un camminamento in sospensione sull’acqua, era soggetto alle vibrazioni di chiunque passasse. Per superare la delusione, mi sono solennemente promessa di ritornare a Istanbul, anche solo per fotografarle.

Delusa e demoralizzata, dopo una mezz’ora decido di uscire, risalgo il superficie e mi butto a cercare qualcosa da mangiare. Trovo un piccolo localino di kebab e ne prendo uno. Lo assaporo, mi riposo quel tanto che basta e mi rimetto in marcia. Torno al mercato, adesso è pieno di gente. Faccio qualche scatto a un gruppo di anziani che gioca a backgammon, ma ormai è tempo di tornare verso la nave, e sempre a piedi mi rimetto in marcia. Lungo la strada, piccoli angoli di Istanbul si donano gratuitamente in tutta la sua bellezza.

 

Ripercorro il ponte, passaggio obbligato per tornare verso il porto e verso la parte nord della città. Questa volta passo al piano di sotto, per fotografare i traghetti in partenza per attraversare il Bosforo.

Non vedo i pescatori, che sono sopra al piano superiore della strada, ma le decine e decine di fili da pesca che disegnano, quasi impercettibilmente, il panorama.

Arrivo al porto e ho ancora un po’ di tempo e cosi decido di andare a vedere Palazzo Dolmabahce, che è qualche centinaio di metri oltre la nave. Il tempo a disposizione è troppo poco per una visita e mi limiti ad ammirarne gli esterni. Risalita sulla nave, apro lo zaino per sistemare gli oggetti raccolti nella giornata: un giornale locale, gli opuscoli turistici e qualche snack da assaggiare. Un viaggio non è un viaggio se non si porta a casa qualche souvenir. Perché i ricordi han bisogno di essere stimolati. E niente è più efficace di una scatola da aprire per trovarci dentro tutto quello che hai vissuto.

 

Il suono della sirena, tre fischi lunghi, sono il segnale che la nave sta lasciando il porto, il saluto alla città. Mi piace questa tradizione, è come se la nave, i suoi passeggeri e tutto il personale di bordo ringrazi la città che li ha ospitati per una giornata. Rimane il tempo per un’ultima foto. Dall’alto dell’undicesimo ponte scorgo un campetto da basket, ricavato tra gli edifici portuali. Anche lui fa parte di Istanbul e non potevo non fotografarlo. Perché gli scorci che più ti rimangono dentro, a volte, sono nei luoghi meno suggestivi, o per lo meno, in quelli più impensabili.

 

 


Rodi, l’isola del sole e dei cavalieri

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Rodi, l’isola del sole e dei cavalieri

Dalle case bianche, l’acropoli e la spiaggia di Lindos alla città vecchia di Rodi, ellenica, ottomana e un po’ anche italiana

Testi e foto di Elena Segesta

“Benvenuti nell’isola del sole”. Con queste parole ci ha accolto Spiritulla, per gli amici Spiri, la guida che ci ha accompagnato alla scoperta di Rodi. Una donna dalla tipica bellezza mediterranea, con occhi intensi e profondi, che con modi caldi e gentili ci ha preso per mano e condotto alla visita dell’isola.

La leggenda narra che Rodi, la più grande del Dodecaneso e la più orientale delle maggiori isole dell’Egeo (a soli 17 km delle coste della Turchia), fosse la dimora preferita del dio Sole che, come dice Spiritulla, riposa sopra le teste dei suoi abitanti ed è per questo che qui, il sole splende per circa 300 giorni all’anno.

La prima tappa di questo viaggio è stata Lindos, un suggestivo villaggio di case bianche che si trova a circa 55 km da Rodi città. L’intera isola è calcarea, arida e guardando intorno è facile scorgere una diffusa presenza di arenaria, una roccia sedimentaria composta di granuli. È molto simile al tufo e in antichità veniva utilizzata per costruire le abitazioni dei cittadini. A fare da contraltare a questo panorama arido, c’è Lindos che invece si caratterizza per una forte presenza di coltivazioni e quindi molto fertile.

Lindos è protetta da una rocca fortificata dai Cavalieri di San Giovanni (ordine religioso nato, come i Templari, durante le Crociate), sulla quale sorgono l’Acropoli e il tempio dorico di Athena Lindia. Per raggiungerle bisogna entrare nel centro storico del villaggio, che conserva perfettamente il suo carattere medievale con strade strette e case prevalentemente in pietra, intonacate e imbiancate. Generalmente queste case hanno un cortile pavimentato disegnato con ciottoli bianchi e neri e l’immancabile terrazza con le ringhiere dei balconi in ferro battuto. Le stradine sono piene di negozi, di bar e ristoranti ed è facile incontrare gruppi di asinelli utilizzati da molti turisti per fare il giro della città e per salire alla rocca.

Uno dei simboli del villaggio è il trimolia, un’imbarcazione a tre remi, simile a quella usata dagli ateniesi ma con meno file di remi che la rendeva più veloce e leggera soprattutto nei lunghi spostamenti. Ne troviamo una raffigurazione sul bassorilievo calcareo che si incontra salendo all’Acropoli e in uno degli edifici storici del centro meglio conservati, la Casa del Capitano. Il portone di ingresso è ricco di decorazioni floreali e geometriche. Il numero di petali dei fiori scolpiti indicava l’importanza del Capitano, più petali più navi. All’interno è particolare la camera da letto, una stanza in mattoni che si affaccia sul mare.

L’Acropoli, situata su una collina di 116 metri a precipizio sul mare, racchiude il tempio dorico di Athena Lindia risalente al IV secolo a.C. Vista da lontano richiama la forma del Pi greco, forse un riferimento non casuale ma voluto per indicare qualcosa di ben definito e circoscritto.

Si raggiunge percorrendo una scalinata di 300 gradini. All’inizio della salita troviamo, incisa nella roccia, un’opera risalente al secondo secolo d.C. dello scultore greco Pitocrito, che rappresenta la poppa di una trimolia, base e unico frammento rimasto di un bassorilievo dedicato ad Agesandros, eroe locale e comandante della flotta di Rodi. A Pitocrito viene attribuita anche la Nike di Samotracia, oggi esposta al Louvre e famosa per aver ispirato un noto marchio di abbigliamento sportivo.

La struttura dell’Acropoli si espande su tre livelli e percorrerli è un po’ come una catarsi, una purificazione dell’anima. Dopo aver percorso la prima parte della scalinata che costeggia il primo livello, davanti a noi si erge maestosa la stoa (portico) dorica: un edificio monumentale composto da 42 colonne doriche (oggi ne restano solo 24), disposte su due file e con al centro le stanze dei funzionari religiosi della dea. La vista è mozzafiato, il bianco della pietra contrasta con l’azzurro del cielo e soprattutto del mare che è sotto di noi. La stoa era anche il luogo dove si raccoglievano le offerte per la dea e, come spesso accade con i greci, nulla è lasciato al caso.

Gli spazi così ampi sono fatti appositamente per sorprendere l’antico visitatore (e anche il moderno), per contenere la sua paura e, allo stesso tempo, per prepararlo a raggiungere il terzo e ultimo livello della struttura. Un luogo dove in passato si poteva accedere solo dopo essersi purificati, perché era questo il luogo in cui si era più vicini alla dea. Di questo livello è rimasto ben poco ma la nostra Spiri ci spiega che qui si ergeva maestosa la statua tutta in oro e avorio di Atena, la dea della sapienza, delle arti, della tessitura e della strategia militare (la parte nobile della guerra, quella cattiva e violenta era relegata ad Ares).

Sporgendosi dalle mura dell’Acropoli si scorge la spiaggia di Agios Pavlos dove si narra sbarcò San Paolo.                   La spiaggia, all’interno della piccola baia, è di soffice sabbia dorata ed è circondata da promontori rocciosi e spogli. Quasi incastonata nelle rocce, si affaccia sul mare cristallino e di un blu intenso, una chiesetta bianca dedicata all’apostolo, che spesso è utilizzata come location per matrimoni.

Seconda tappa del nostro viaggio è stata Rodi. Sempre accompagnati da Spiritulla, visitiamo la città medievale che si trova all’interno di una cinta muraria lunga quattro chilometri. La Città Alta è uno dei più bei complessi urbani del periodo gotico, con il Palazzo dei Grandi Maestri, il Grande Ospedale e la Via dei Cavalieri, mentre nella Città Bassa l’architettura prevalente è araba e bizantina con moschee, bagni pubblici e altri edifici risalenti al periodo ottomano (dominazione, dal 1522 al 1912, che ha seguito quella dei Cavalieri e preceduto quella italiana). All’ingresso della città si ergeva una delle sette meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, gigantesca rappresentazione in bronzo del dio Helios (il sole), alta trenta metri. Costruita nel terzo secolo avanti Cristo, fu distrutta sessantasei anni dopo da un forte terremoto.

La città possiede otto entrate, proprio come le otto lingue parlate dai Cavalieri di Malta, una denominazione abbreviata dell’ordine religioso dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (detti anche Cavalieri Ospedalieri), nata ai tempi delle Crociate e ancora oggi operante come istituzione internazionale legata al Vaticano, divisa in ceti e guidata da un Luogotenente di Gran Maestro.

I Cavalieri, di ritorno dalle Crociate si rifugiarono a Cipro e poi si stabilirono nell’isola di Rodi, dove rimasero dal 1309 al 1522, trasformando la città in una roccaforte.

Una passeggiata tra gli stretti vicoli ancora intatti della città vecchia, permette di godere la bellezza del posto e di calarsi completamente nell’atmosfera medievale che si amalgama alle architetture edificate sotto il dominio turco e italiano. Tra gli edifici visitati merita una segnalazione il Palazzo dei Grandi Maestri o dei Cavalieri. Nasce come fortezza nel XIV secolo, viene poi ricostruito durante l’occupazione italiana (Rodi e altre isole dell’Egeo furono colonie italiane dal 1912 al 1943; denominata provincia a Rodi fu assegnata anche una targa automobilistica: RD).  Doveva accogliere Mussolini in una visita che non avvenne perché il restauro si completò solamente nel 1940, a guerra ormai iniziata. Al suo interno preziosi mosaici di Kos abbelliscono le sale, che custodiscono magnifici vasi giapponesi, doni dell’imperatore Hirohito al duce.

Al centro di una delle piazze principali di Rodi, dalla quale si diramano le vie principali per lo shopping, si trova una bellissima fontana dall’acqua color turchese. Più di un abitante ci ha invitato a berla.

Vista la nostra esitazione, ci hanno spiegato l’importanza di quel gesto. Jean Cocteau diceva: “Chi ha bevuto l’acqua delle fontane di Rodi, a Rodi sempre tornerà”. é la nostra speranza.

 


Una farfalla in mezzo al mare

Una farfalla in mezzo al mare

Nove giorni tra Grande e Basse Terre in Guadaloupe.

Appunti di viaggio e impressioni in ordine casuale e variabile, come il tempo incontrato

 

Testo e foto di Gaia Mariposa

 

Quando nel novembre del 1493, nel suo secondo viaggio verso le Americhe, Cristoforo Colombo sbarcò in questa isola dalla strana conformazione da sembrare una farfalla, anche se con due ali completamente diverse tra loro, scoprì per la prima volta il gusto e il profumo delle ananas. Era abitata da bellicose tribù caraibiche, con cui non volle scontrarsi e non lasciò insediamenti. Le lasciò, come faceva sempre con le nuove terre scoperte, un nome cattolico, dedicandola a Santa Maria di Guadalupe, in omaggio alla Vergine venerata in un monastero spagnolo in Extremadura. A conquistarla e a trasformarla in una colonia ci pensarono una trentina di anni dopo i francesi, che introdussero con le piantagioni di canna e gli stabilimenti per la produzione di zucchero, il sistema economico della schiavitù. Tra il ‘700 e l’800 se la disputarono con gli inglesi e con i nordamericani, e solo dopo il Congresso di Vienna (1815) la Francia avrà la piena sovranità sull’isola. Nel 1871 Guadaloupe avrà per la prima volta una sua rappresentanza nel parlamento francese. Oggi è uno dei Dipartimenti d’Outre-Mer della Francia, si parla il francese e la moneta ufficiale è l’euro. Guadalupe è un arcipelago con due isole principali, Grande Terre e Basse Terre (le ali della farfalla), separate solo da uno stretto canale lungo cinque chilometri, largo 200 metri e attraversato da tre ponti stradali. Contradditorie tra loro anche le due città principali: Basse Terre, il capoluogo amministrativo, tranquilla città d’arte e Point a Pitre, frenetica e disordinata metropoli, con il porto principale e l’aeroporto internazionale. Rinomata per le sue storiche distillerie di rum, Guadaloupe conta tra i suoi nativi anche alcuni calciatori famosi come Liliam Thuram, William Gallas e Alexandre Lacazette.

Innanzitutto la spiaggia

Le prime ore del mattino. Il sole già scalda. Lasciata l’auto, attraversando il palmeto, raggiungiamo il mare color smeraldo turchese. Guardando verso la nostra sinistra, sulla linea del bagnasciuga, individuiamo un’ansa che ci ispira. Nel raggiungerla incrociamo due buoi che tirano un carro a due ruote. Sul carro tre uomini in piedi ben affrancati ai bordi del mezzo, davanti ai buoi un altro uomo teso a spronare e aiutare gli animali nel pesante incedere degli zoccoli e delle ruote, sprofondati nella bianchissima sabbia tra le mangrovie.
Nella solitudine totale e nel silenzio rotto solo dallo sciacquio delle onde, quell’incontro mi ha riportata a immagini viste nei film o lette nei racconti: a 200 anni addietro, nello stesso luogo, all’epoca della schiavitù.
Raggiunta l’ispirata ansa ci godiamo il sole e i bagni in acqua tiepida: il piacere delle prime ore di vacanza. Davanti a noi si intravede la barriera corallina. Col passare delle ore la spiaggia comincia a ravvivarsi e il sole a scottare. Mi sposto di pochi metri, all’ombra delle mangrovie. Leggo, poi mi appisolo. Le voci prima lontane poi sempre più alte mi risvegliano. Intorno diversi gruppi di persone intente nei preparativi per passare una domenica godereccia con la famiglia e gli amici. Compaiono tavoli, sedie, sdraie, frigoriferi portatili enormi, buste di cibo e bottiglie, poche d’acqua. Accendono i fuochi, chi con barbecue, chi costruendo un braciere utilizzando pietre; tutti a raccogliere rametti secchi per appiccare il fuoco, poi ci pensa la carbonella di cui tutti sono provvisti. Giovani e anziani, donne e uomini, bianchi e neri sono impegnati a fare qualcosa, senza fretta. Preparano i tavoli, li bandiscono e poi sfornano aperitivi a base di lime, zucchero di canna e rhum bianco che distribuiscono all’interno del gruppo; alcuni, preso il bicchiere, si dirigono in mare; seduti nel bagnasciuga, a cerchio, parlano e sorseggiano. L’odore di grigliata ti accerchia e fa venir fame. Una grande festa collettiva che prosegue per tutta la giornata.A metà pomeriggio parte anche la musica, dal vivo. Un gruppo che suona e canta porta a ballare sulla spiaggia e sotto le mangrovie decine di persone. Una domenica del villaggio, ma sulla spiaggia.

Lungo le strade dell’isola

Dal litorale di Sainte Anne rientriamo in auto al nostro residence a Le Moule. Lungo la strada si susseguono, a destra, pascoli con mucche e poi il mare, a sinistra, pascoli, sempre con mucche, alternati a piantagioni di canna da zucchero. Tante mucche, inaspettate. Come strano è non vederle libere, ma legate con una corda sufficientemente lunga, affrancata a un albero o a un picchetto. I terreni non sono cintati e spesso, accanto alle mucche, si vedono aironi bianchi pronti a becchettare l’insetto intento a posarsi sul muso del bovino che, placido, lascia fare. Nella loro posa e espressione pare che si intendano.
Come in Francia, come da noi, anche qui le rotatorie stradali hanno invaso il paese. Rallentano il traffico, ce ne sono dovunque e molte sono abbellite con enormi sculture. Nelle zone più agricole hanno al centro vecchi e giganteschi macchinari per la lavorazione dei prodotti, perfettamente messi a nuovo; nelle zone balneari e turistiche, le opere esposte, anch’esse enormi, sono una via di mezzo tra arredo urbano e arte modernista.
Agli angoli degli svincoli delle strade principali si vedono: venditori di cocco che tagliano il frutto e ne offrono il succo; uomini su sgabello che espongono granchi legati a bastoni di legno; ambulanti che, intorno a mezzogiorno, si avvicinano alle auto proponendo del cibo preparato e confezionato alla meglio. Questi ultimi sono molto apprezzati dai camionisti che viaggiano su mezzi addobbati più del presepe; lo si percepisce perfettamente quando si fa sera e si viene abbagliati da fari che illuminerebbero uno stadio da calcio. Se un camion incrocia un altro camion o trattore, i clacson, trombe da orchestra, cominciano autonomamente a suonare dando vita ad una prova acustica non sempre intonata; una forma di saluto tra mezzi.
Un altro fatto inaspettato è la quantità di ciclisti amatoriali o professionisti, comunque tutti con la loro bella divisa, incrociati lungo le strade, comprese quelle che passano per la foresta tropicale.

La foresta tropicale, la pioggia, il vulcano e il cioccolato

Già la foresta tropicale, bellissima. L’abbiamo attraversata una prima volta sotto una pioggia torrenziale e, senza poter scendere dall’auto, ci è apparsa fantastica. Verdissima, di un verde a noi sconosciuto, con piante da enormi foglie e fitta, molto fitta. Successivamente, in una giornata che lasciava qualche finestra senza pioggia, addentrandoci per raggiungere una cascata, abbiamo avuto modo di apprezzarne tutto il fascino e la forza.La stessa pioggia torrenziale ci ha impedito di salire sulla Vielle Dame, il vulcano ancora attivo al centro di Basse Terre.
Quel giorno, modificando i piani stabiliti la sera precedente, abbiamo visitato la Maison du cacao. Interessante e istruttivo soprattutto per le degustazioni delle varie qualità e manipolazioni.

Le Moule e Anse Bertrand

Le Moule è una cittadina né piccola né grande e si trova nella parte orientale di Grande Terre. Si affaccia sull’Atlantico ed è un avamposto per gli alisei. La parte vecchia, non antica se consideriamo il tempo italiano per concepire l’antico, è attraversata da due vie parallele con opposti sensi di marcia e tante piccole traverse che le collegano. Al centro la Piazza con l’Hotel de Ville e la chiesa principale dal grande soffitto azzurro. Tutta la vita si svolge in questi ambiti colorati dai negozi di ogni tipo e dalle bancarelle. C’è una parte più moderna all’uscita della città verso ovest, con tanto di medio centro commerciale, mentre verso nord-est, in direzione Saint Francois, vi è il porticciolo in parte fluviale con barche da pesca e varie attività sportive, tra cui un campo di pallanuoto. In tutta l’isola vi sono molti impianti sportivi di varie discipline, moderni, ben attrezzati e soprattutto molto frequentati.
Ad Anse Bertrand, passeggiando verso il centro cittadino, ci siamo ritrovati davanti ad una chiesa evangelica dove si stava svolgendo una funzione religiosa. Era stracolma di fedeli, che occupavano anche parte del sagrato. Oltre che dalla quantità delle persone presenti, considerando le dimensioni della cittadina, siamo stati sorpresi dalla loro eleganza e dignità. Tutti indossavano vestiti puliti e stirati. Lasciata la chiesa seguendo il lungomare si raggiunge un piccolo fiordo, canale di scambio di acqua dolce salata. Momento magico: per le ultime luci naturali nella notte che avanzava, per il bianco quasi fluorescente delle onde che si rompevano sugli scogli.

I cimiteri della Grande Terre

Non lontano da Le Moule, sulla strada verso Point a Pitre, sostiamo casualmente a Morne a l’Eau. Nulla di particolare tranne il cimitero fatto di casette tutte piastrellate a scacchi bianchi e neri che seguono l’andamento collinare del terreno e che ospitano le spoglie familiari. Una casetta, una famiglia. La stessa tipologia cimiteriale si trova ovunque, ma a Morne a l’Eau è molto evidente, sia per la prossimità alla via principale, che per la grandezza. Non lontano, verso Anse Bertrand lasciando la strada, percorrendo uno sterrato, si raggiunge una spiaggia dove alcuni decenni fa, dopo una mareggiata, affiorarono ossa umane. Scavarono e recuperarono centinai di resti. Quel luogo si chiama ora “il cimitero degli schiavi”. Osservando il mare, a pochi passi, deduci che tutti quei cadaveri si siano spiaggiati portati dalle onde, morti sulle navi negriere per malattia o naufragio, e trasponi il tuo pensiero a quello che accade oggi nel Mare Nostrum. Ma non è così. Sono tombe e resti di uomini massacrati nelle piantagioni. Si distinguono chiaramente due tipologie di sepolture: quelle antecedenti al 1794 e quelle successive al 1802, con una tregua temporale di otto anni, quelli trascorsi dall’abolizione della schiavitù dopo la rivoluzione francese, all’arrivo di Napoleone, quel brav’uomo, che pochi anni dopo la ripristinò. Fu cancellata definitivamente nel 1848, come viene ricordato nel Memorial Acte, un imponente e moderno luogo espositivo, inaugurato nel 2015 nella baia di Pointe a Pitre.

La varietà dei paesaggi e la cucina

Le condizioni meteo, sempre variabile, nuvole sole, pioggia sole, mandano quasi sempre i nostri piani in frantumi e così, adeguandoci, ci dirigiamo di volta in volta dove pensiamo di trovare qualcosa da gustare.
Vagando per l’isola su strade di giorno trafficate, abbiamo raggiunto varie località delle due isole, Basse Terre e Grande Terre, che sono collegate unicamente a Point a Pitre. A Nord ci sono le zone più agricole con coltivazioni intense di canna da zucchero, di banane e di noci di cocco, oltre ai pascoli di bovini e caprini. Qui abbiamo visto le case più belle e curate dell’isola. Sono in stile coloniale su più piani abbastanza simili una all’altra ma con colori diversi. Sono posizionate in cima a collinette, come a dominare la propria tenuta.
Nella parte alta di Basse Terre ci sono spiagge dal litorale lunghissimo, come a Grande Anse dove trovi qualche mangrovia in meno a favore di palme e di altre piante dai fiori coloratissimi.

La sabbia non è bianca ma color “sabbia”, appunto. Il posto è “strutturato”, al parcheggio delle auto una decina di ristorantini offrono menù a prezzo fisso proponendo gli stessi piatti. All’ora di pranzo, in giornate belle, è difficile trovarvi posto, è necessario attendere che si liberino dei tavoli. E nell’attesa, tra sole, bagni e lettura, si può osservare il volteggio di grandi uccelli che dall’alto del cielo planano sulla spiaggia come rapaci, ma non lo potevano essere per la forma allungata e per il modo di batter le ali. Era uno stormo di pellicani, grossi e grigi dall’aspetto poco simpatico.
Abbiamo visitato le città più importanti, alcune molto turistiche come Saint Francois, Le Gosier, Basse Terre e altre, più fuori mano, arricchite sempre da una bellezza ambientale, marina o terrestre, travolgente. Punti di costa Ovest di Basse Terre, tra Pointe Noir e Deshaies, mi hanno ricordato alcuni golfi mediterranei, triestini o montenegrini. Già perché in Guadaloupe vi è una diversità floristica notevole: dai tropici alle Prealpi.
La quantità d’acqua portata da torrenti e poi fiumi che arrivano al mare in corrispondenza di città e villaggi portuali, rende tutta l’isola verde e lussureggiante. Hai la sensazione che qualsiasi seme pianti, questo attecchisca. Infatti, nei loro mercati trovi frutta e ortaggi di ogni tipo, oltre ai caraibici, anche peperoni, zucchine, pomodori e cetrioli che credo, a questo punto della mia vita, siano in assoluto gli ortaggi più coltivati al mondo, non li amo particolarmente.
Queste varietà di verdure, però, non le trovi facilmente nei piatti proposti dai ristoranti. Come entrata offrono spiedini di ogni tipo: polpettine di merluzzo o gamberi; sanguinacci speziati, alcuni molto buoni; cruditè, insalata. I piatti forti sono composti da pesce o carne cotti principalmente alla griglia oppure, in umido alla creola o, una variante, alla colombo (con una miscela di spezie indiane, simile al curry). Come accompagnamento, riso e verdure crude, insalata pomodori e cetrioli (ancora) oppure, una radice trattata come una patata e gratinata con o senza formaggi locali, prodotti dal latte delle tante mucche e capre dell’isola. La cucina, tutto sommato, è abbastanza ripetitiva e l’offerta è simile per tutti. Nei ristoranti lavorano principalmente donne, poche, che dandosi un gran daffare gestiscono, con i loro tempi, gli ospiti. Forse è anche questo matriarcato culinario che impedisce un’innovazione o una diversità tra i piatti.


Guadaloupe è chiamata l’isola a farfalla che da sempre è il simbolo dell’anima umana. La farfalla appena uscita dalla crisalide scarica una goccia di escrementi accumulati durante il periodo di trasformazione nel bozzolo. Questa goccia in genere è di colore rosso, molto simile al sangue. Simbolicamente se ciascuno di noi deve liberare la propria farfalla, dovrà scarificare una goccia di sangue, lasciando andare il passato e rivolgere lo sguardo all’orizzonte. Uno sguardo verso l’infinito come il mare cristallino di Guadaloupe. Perché ogni viaggio alla fine è una rinascita, un viaggio che facciamo dentro noi stessi.


Il corso del fiume Adda

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Il corso del fiume Adda

Itinerario di paesaggi, storia ed enogastronomia

Testi e foto a cura della Redazione

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Il nome “Adda” è di origine celtica (Abdua) e significa acqua corrente. Dalla sorgente alla foce percorre 313 km, tutti in Lombardia e occupa il quarto posto nella classifica per lunghezza dei fiumi italiani, dopo il Po (652 km), di cui è il maggior affluente per lunghezza e il secondo per portata media alla foce, l’Adige (410 km) e il Tevere (405 km).

Nasce sulle Alpi Retiche in Val Alpisella, tra lo Stelvio e il Gruppo dell’Ortles a 2.122 metri sul livello del mare. Dalla valle di Livigno l’Adda inizia ad assumere l’aspetto di un torrente e quindi entra nella conca di Bormio dove riceve il tributo del Braulio, del Bormina e del Frodolfo. Poi il fiume percorre tutta la Valtellina per 125 km facendo da confine tra Alpi Retiche e Orobie. Arricchito dagli apporti del Roasco, del Poschiavino, del Mallero e del Masino, si immette nel lago di Como presso Colico, in località Fuentes, che prende il nome da Pedro Enriquez de Acevedo, conte di Fuentes e governatore spagnolo di Milano. A lui si deve la fortezza costruita nel 1603 a difesa dei confini dai popoli dei Grigioni, alleati dei francesi e dei veneziani. Le rovine del forte sulla collina Montecchio dominano ancora oggi il panorama dell’alto lago e il Pian di Spagna, una piccola pianura, oggi riserva naturale protetta, formatasi per i detriti lasciati dall’Adda che qui entra nel lago. Il Pian di Spagna, punto di congiunzione tra la Valtellina e la Val Chiavenna, è insieme a Forte Fuentes uno dei pochi luoghi che testimoniano, dal punto di vista toponomastico, la dominazione spagnola nel secolo raccontato dal Manzoni nei Promessi sposi (le “grida” spesso citate nel romanzo portano appunto la firma del Conte di Fuentes).

A Sud il fiume esce dal Lario (il terzo lago più grande d’Italia) a Lecco, dove si allarga formando i due bacini contigui di Garlate e di Olginate (altri luoghi di manzoniana memoria). Poi scorre incassata fra due alte sponde, disegnando paesaggi spesso ripresi da Leonardo da Vinci (a lui è attribuito il traghetto a mano di Imbersago), fino alla pianura che raggiunge a Trezzo sull’Adda.

Questo tratto è ricco di numerosi esempi di archeologia industriale perché la vicinanza del fiume era la condizione ideale per realizzare i primi stabilimenti industriali. Sito archeologico per eccellenza è Crespi d’Adda, col suo villaggio operaio costruito alla fine dell’800 attorno all’opificio tessile della famiglia Crespi.

Il più antico monumento industriale è lo stabilimento Velvis di Vaprio d’Adda, struttura di torri merlate risalente al 1839 costruita da Carlo Sioli, Agostino Dell’Acqua e dal conte Giuseppe Archinto per la produzione di velluti, passata poi nelle mani del duca Visconti di Modrone. Anche i Comuni di Garlate, Cassano d’Adda e Brivio ospitano interessanti strutture come ex filande, canapifici e linifici. A Paderno d’Adda il ponte di ferro costruito tra il 1887 ed il 1889 dalla Società Nazionale delle Officine Savigliano, su progetto dell’ingegnere svizzero Rothlisberger, è un emblema di archeologia industriale e di ingegneria italiana dell’Ottocento. Di notevole interesse sono anche le vecchie centrali idroelettriche realizzate ai primi del ‘900. Tra le più significative, la Taccani a Trezzo sull’Adda e la Esterle, in stile liberty, a Cornate.

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Ricevuto da sinistra il Brembo, tra Crespi D’Adda e Canonica D’Adda, il fiume attraversa la città di Lodi, serpeggia ricevendo il Serio a Gombito, attraversa la città murata di Pizzighettone e sfocia nel Po in località Castelnuovo Bocca d’Adda, circa 10 km a Ovest di Cremona. L’Adda è navigabile da Olginate a Robbiate e da Formigara alla foce. Dal fiume partono diversi canali. Il Naviglio della Martesana, voluto da Filippo Maria Visconti nel 1443 e completato nel 1457, nasce in località Concesa a Trezzo Sull’Adda e porta le acque dell’Adda sino a Milano. Lo scopo era congiungersi col Ticino attraverso i Navigli milanesi, creando una comunicazione navigabile tra il lago di Como e il lago Maggiore.

Il canale della Muzza, ideato e realizzato in parte in epoca romana da Tito Mutio, da cui prese il nome, fu completato nel 1220 e si distacca dal fiume a Cassano d’Adda. Irriga parte della pianura milanese e tutto il Lodigiano per poi tornare nello stesso fiume sopra Castiglione d’Adda. Il canale Vacchelli ha inizio allo sbarramento di Bocchi a Comazzo, in provincia di Lodi, e serve per irrigare la pianura cremasca e parte di quella cremonese.

 

Seguire il corso dell’Adda come itinerario turistico (che consigliamo di suddividere in tre parti), oltre ad offrire scorci paesaggistici di rara bellezza, consente di conoscere e apprezzare una delle produzioni enogastronomiche più varie e tipiche del nostro Paese.

 

Da Livigno a Lecco 157 km, in auto circa 4 ore

Strade: da Livigno SS301, in Svizzera H29 del Bernina (33km), da Tirano SS38

Paesi attraversati: Poschiavo (Svizzera), Tirano, Sondrio, Colico, Bellano.

La Val Poschiavo e la Valtellina offrono numerose specialità gastronomiche, in particolare una vasta gamma di salumi, formaggi e vini di qualità.

Piatti tipici sono i pizzoccheri (tagliatelle spesse fatte con grano saraceno e condite con patate, verze o bietole, formaggio Casera, burro, aglio e salvia), i manfriguli (crespelle di grano saraceno) o gli sciatt (frittelle croccanti di grano saraceno ripiene di formaggio). Carni magre bovine (ma anche di cavallo, capra, cervo), lasciate ad asciugare in una crosta di spezie, come la bresaola o la slinzega. Formaggi come il bitto (l’unico formaggio al mondo che dura oltre i dieci anni), il casera e lo scimudin. I vini sono ottenuti da uve nebbiolo nei vigneti terrazzati lungo le sponde dell’Adda. Il terrazzamento è un fattore importante non solo dal punto di vista agricolo, economico e paesaggistico, ma anche in termini di tutela e difesa del territorio. Il loro faticoso mantenimento (i vigneti sono spesso incuneati tra le rocce) rappresenta il metodo più efficace per combattere il rischio frane. Ogni lavoro nel vigneto va effettuato manualmente e per questo la viticoltura in Valtellina, citata già da Leonardo da Vinci e poi da Carducci, è definita come eroica. La Denominazione di Origine (DO) di Valtellina vanta due DOCG (Sforzato di Valtellina, un passito rosso e secco, e Valtellina Superiore, affinato per un anno in botti di rovere), un DOC (Rosso di Valtellina, dal gusto asciutto e leggermente tannico) e un IGT (Terrazze Retiche di Sondrio: bianchi, spumanti e rossi fruttati).

Il Valtellina Superiore DOCG può avere anche le denominazioni di cinque sottozone di produzione: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella.

 

Da Lecco a Trezzo sull’Adda 40 km, in auto circa 2 ore

Strade: da Lecco SS583 e SP72, da Brivio SP56, da Paderno SP166 e SP170

Paesi attraversati: Imbersago, Paderno d’Adda, Suisio.

Prodotti tipici del territorio attraversato sono pesce di lago e di fiume, fresco, lavorato e trasformato come i misultin o misultitt (specialità tipica del Lago di Como), pesci del lago (agoni) che vengono salati ed essiccati al sole; formaggi caprini e vaccini, come i tomini di Montevecchia.

I vini sono di Valcalepio e della Val Curone e i salumi della Brianza come la borreula (una pasta di salame), il lardo macinato e la mortadella di fegato.

 

Da Trezzo sull’Adda a Castelnuovo Bocca d’Adda 100 km, in auto circa 3 ore

Strade: da Trezzo SP104, SP14 e SP201, da Zelo BP SP16 e SP202, da Lodi SS9, SP26, SP169, SP53 e SP5, da Montodine SP13, da Pizzighettone SP84, SP47, SP196 e Sp243

Paesi attraversati: Crespi d’Adda, Cassano d’Adda, Comazzo, Zelo Buon Persico, Lodi, Cavenago d’Adda, Montodine, Pizzighettone

Terra di formaggi e salumi. Cucina di pianura, piatti semplici e contadini, come la fritada cun le urtìš (luppolo selvatico) e fiudìn sut’oli (funghi chiodini cotti nell’aceto e messi sott’olio con aglio, cannella e chiodi di garofano); risotti: con verze e fagioli borlotti, con pomodoro e salamella, con il lardo, con il latte; buseca (trippa in brodo con verdure), rane, faraona al mascarpone o la polenta pasticciata con pomodoro, carne trita, burro, cipolle e raspadura (fiocchi di grana padano). I vini sono quelli di San Colombano o del vicino oltrepo piacentino.

 

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IL PONTE DI PADERNO

Documento del passato e monumento perfettamente integrato nel paesaggio, il ponte attraversa una gola dell’Adda collegando le località di Calusco (in provincia di Bergamo) e Paderno (Lecco). È un ponte in ferro a campata unica, lungo 266 metri e posto a 85 metri sopra il livello del fiume, a due piani: quello inferiore per il traffico ferroviario, sormontato all’altezza di sei metri dalla sede stradale, larga cinque metri, a singola corsia e con due passaggi pedonali sui lati. Progettato dall’ingegnere svizzero Jules Röthlisberger, fu costruito tra il 1887 e il 1879, contemporaneamente alla Torre Eiffel di Parigi, dalla Società Nazionale Officine di Savigliano per conto delle Società Strade Ferrate Meridionali e del Ministero dei Lavori Pubblici.

Più di 2.500 tonnellate di ferro e 110 di ghisa, tenute insieme senza saldature da centomila chiodi ribattuti, che appoggiano sulle due scarpate rafforzate da cinquemila metri cubi di pietra di Moltrasio e 1.200 metri cubi di granito di Baveno. Un’opera imponente, per l’epoca il più grande ponte ad arco al mondo per dimensioni e il quinto per ampiezza di luce. Come la Torre Eiffel, ha rappresentato la celebrazione di una rivoluzione, sociale per la Francia, industriale quella italiana.

Capolavoro di archeologia industriale, lo è anche dal punto di vista architettonico, per come si inserisce nel paesaggio.

A un ponte, in passato, tanto amato dai praticanti del bungee-jumping (e purtroppo anche dai suicidi) non poteva non essere associata una leggenda metropolitana, secondo cui il progettista Röthlisberger si sarebbe suicidato (buttandosi dal ponte) prima del collaudo per timore di un fallimento. In realtà l’ingegnere svizzero morì di polmonite il 25 luglio del 1911 nella sua casa di Chaumont, dove era nato il 17 febbraio del 1851.

 

 


Il Canal Du Midi

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Il Canal Du Midi

 

Costruito nel 1600 per collegare il Mar Mediterraneo all’Atlantico è oggi un itinerario turistico da percorrere in barca o lungo i viali che lo costeggiano.

Testi e foto a cura della Redazione

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Capolavoro di ingegneria idraulica e di architettura del paesaggio, il Canal du Midi, costruito nella seconda metà del 1600, è ancora oggi una delle realizzazioni tecniche più importanti dell’epoca moderna.

Il canale artificiale parte da Sète (porto francese sul Mediterraneo) e arriva sino a Tolosa, dove si immette nel canale laterale della Garonna, che affianca il fiume fino alle porte di Bordeaux, importante porto sull’Oceano Atlantico e oggi, per numero d’abitanti, quarta area metropolitana in Francia. I due tratti formano il Canale dei due mari (Canal des Deux Mers) e consentono un collegamento navigabile tra il Mediterraneo e l’Atlantico, per decenni importante via d’acqua per il traffico delle merci e dal 1980 esclusivamente dedicato al turismo fluviale. Aperto da marzo a novembre, registra mediamente un passaggio di circa centomila imbarcazioni all’anno. Per quasi tutta la sua lunghezza lo costeggia un duplice filare di alberi. Il paesaggio è mediterraneo e rilassante: vigneti, cipressi, pini, platani e, in estate, le cicale come colonna sonora. Domina il verde, ravvivato dal giallo degli iris e il viola dei gladioli selvatici; dai campi di girasoli e di colza. Sullo sfondo dimore signorili e campanili gotici. In lontananza la sagoma delle colline e delle torri di Carcassonne. Percorrere il canale è una piacevole esperienza. Si può seguirne il corso anche in auto, lungo strade poche trafficate e per molti tratti con piste pedonali o ciclabili. Ma il modo migliore per viverlo è naturalmente in barca.

Nei numerosi porticcioli si possono noleggiare case galleggianti e chiatte, oppure si può scegliere un’escursione in un’ampia gamma di crociere organizzate (per le crociere o il noleggio di battelli consultate: carcassonne-navigationcroisiere.com; locaboat.com; audetourisme.com).

Dal 1996, il canale del Midi, classificato Grande sito di Francia, è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.

 

I principali luoghi attraversati

La maggior parte delle borgate lungo il Canale merita una visita. Ad esempio Villefranche-de-Lauragais, città fortificata (bastide) del XIII secolo, un tempo piazza del commercio del guado (pianta del pastel), i centri abitati in mattoni arancioni di Gardouch, Montgiscard, Ayguevives, o Revel sulle sponde del lago di Saint Ferrèol, che alimenta d’acqua il Canale.

Nella bella piazza principale di Revel ogni sabato ha luogo un caratteristico mercato (classificato tra i cento migliori di Francia), con 300 bancarelle, in parte coperte dalle volte della torre campanaria quadrata. Prodotti della gastronomia locale (come il fois gras, l’aglio rosa di Lautrec e la testa di maiale farcita) e “venditori di vivo” (polli, conigli e piccioni).

A pochi chilometri, sulle sponde del lago, il Musèe et jardin del Canal du Midi racconta la storia del Canale e del suo progettista.

Sète

Sète è un porto industriale sulla costa francese del Mediterraneo (per volume di traffico secondo solo a Marsiglia) e uno degli approdi dell’immigrazione italiana a fine Ottocento. Ancora oggi il maggior gruppo sostenitore della squadra locale di calcio ha una denominazione italiana (Brigata verde bianca) e, per parte materna, sono di origine italiana le famiglie dello scrittore Paul Valery e del cantautore George Brassens, che qui sono nati. Vale una visita Les Halles, il coloratissimo mercato coperto al centro della città, stracolmo di pesce, olive, frutta e prodotti locali.

Beziers

Città natale di Pierre-Paul Riquet, il creatore del Canal du Midi, Béziers nel 1209 fu il teatro di uno dei più grandi massacri della campagna contro l’eresia dei catari (detti anche albigesi dal nome della città di Albi, a 60 km da Tolosa). Ventimila trucidati, senza distinzione tra eretici e cattolici, uomini, donne o bambini, perché, come disse Arnaldo Amaury, il monaco cistercense delegato papale che ordinò la carneficina: “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”.

Nonostante porti i segni evidenti della crisi economica di questi anni, elevati tassi di disoccupazione e molte serrande di negozi abbassate, Beziers è una città vivace e piacevole, con la sua cattedrale Saint-Nazaire, che si affaccia sul fiume Orb, lo scenografico Ponte Vecchio in pietra e il grazioso parco Plateau des Poètes, con laghetti, piante rare ed esotiche.

A pochi chilometri dal centro le chiuse di Fonsérannes costituiscono l’entrata trionfale offerta da Pier-Paul Riquet alla sua città natale. Le chiuse permettono alle barche che arrivano a Beziers dal Canale du Midi di superare un dislivello di ben 25 metri. Sono composte da nove paratoie che si aprono successivamente e otto vasche, su una lunghezza di 315 metri, fiancheggiate all’esterno da quattordici rampe di scale. Da non perdere lo spettacolo delle chiuse durante il riempimento e lo svuotamento delle vasche.

 

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Carcassonne

Splendida città fortificata medioevale, cinta da una doppia fila di mura merlate con 52 torri difensive. Tutto perfettamente conservato, tanto da non richiedere alcun intervento scenografico quando nel 1991 fu scelta come ambientazione per il Robin Hood di Kevin Costner. Questo grazie all’intervento di restauro (e in parte di rifacimento stilistico, con “l’invenzione” dei tetti a cono delle torri) eseguito a metà Ottocento da Eugène Viollet Le Duc. Per passeggiare nei suggestivi vicoli e apprezzarne al meglio l’atmosfera è consigliabile la visita nelle ore serali, quando sono partiti i pullman dei turisti.

Castelnaudary

Qui fu inaugurato, il 15 maggio del 1681, il Canale (allora si chiamava Royal Canal du Languedoc). Castelnaudary è famosa per il suo piatto tipico, il cassoulet, e per il Centro di addestramento della Legione straniera, storico corpo militare d’élite dell’esercito francese.

Il cassoulet, una delle pietanza preferite dal commissario Maigret di Simenon, è diffuso in tutta la nazione fin dal Medioevo. Prende il nome dal caratteristico recipiente in terracotta a forma di cono tronco, in cui vengono fatti cuocere per almeno due ore e a fuoco basso, fagioli cannellini, cosce d’anatra e di oca, stinco e cotenna di maiale, salsicce di Tolosa, carote, porri e sedano. Nell’ultimo fine settimana di agosto la città ospita la Festa del cassoulet, un grande mercato gastronomico con sfilate, spettacoli teatrali e concerti.

Fondata nel 1831, a supporto della guerra d’Algeria, la Legione straniera fu impiegata in numerose battaglie in Crimea, Messico, Norvegia, Africa, Italia, Germania, Indocina e ancora oggi in missioni di peacekeeping. È formata per la maggior parte da soldati non francesi. La selezione è molto rigorosa ma è ancora possibile arruolarsi con una identità fittizia e dopo cinque anni di ferma obbligatoria è possibile ottenere la cittadinanza francese, riappropriandosi della propria vera identità senza spese accessorie. Contrariamente al passato, non sono più ammessi candidati condannati per reati gravi. Tra i legionari celebri che hanno indossato il Képi blanc (il caratteristico copricapo) e la fusciacca azzurra portata sotto il cinturone, un presidente della repubblica (Patrice de Mac Mahon), il padre di Sarkozy, il fratello di George Simenon, l’attore Philippe Leroy, Jean Marie Le Pen, il musicista statunitense Cole Porter, il cantante cubano Don Marino Barreto Junior e gli italiani Carlo Pisacane, il ministro fascista Giuseppe Bottai, il padre di Èmile Zola e il cantautore Stefano Rosso, morto nel 2008, quello di “che bello, due amici, una chitarra e uno spinello…” (Una storia disonesta, 1976).

Toulose

La chiamano la ville en rose, la città rosa, per i suoi tetti, le facciate dei palazzi, per i mattoni rossi che sono ovunque. Le Capitole, il municipio, ha otto colonne di marmo rosa. Ma non c´è solo il rosso o il rosa: un altro colore che domina è il blu pastello, tintura ricavata da una pianta (l’isatis tinctoria o guado, detta anche la pianta del blu) la cui coltivazione ha fatto, nel Cinquecento, la fortuna di questa zona. Dai guadagni ottenuti col commercio del pastello, infatti, hanno avuto origine gli edifici più belli del centro, fatti costruire dai mercanti dell´epoca che in omaggio al colore hanno dipinto di blu le ringhiere dei loro balconi. Tolosa, quinta città francese per numero di abitanti è anche considerata capitale europea dell’aeronautica perché qui si fabbricano gli Airbus.

 

Il Festival della Convivenza

È un festival navigante sul Canal du Midi, che si svolge per tutto il mese di luglio ed è giunto alla sua ventesima edizione, con concerti di musica di artisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscono a bordo di un battello attraccato ogni sera in uno dei vari porticcioli del canale. L’ingresso è libero e il pubblico assiste agli spettacoli dalla riva dove vengono allestiti anche servizi di bar e ristorazione. È una vera festa popolare e multiculturale, nella tradizione di un nomadismo che unisce territorio e genti (informazioni sul sito http://www.convivencia.eu/festival-convivencia).

 

Il progetto e la sua storia

A costruire un canale che collegasse il Mediterraneo e l’Atlantico, evitando lo stretto di Gibilterra e i pirati che lo infestavano, con un risparmio di quasi tremila chilometri di navigazione attorno alla Spagna (un mese, in termini temporali), ci avevano pensato già i romani e Carlo Magno, che però si fermarono davanti alla complessità dell’opera. Il problema fu affrontato anche dal grande Leonardo da Vinci durante il suo soggiorno in Francia presso la corte di Francesco primo, che ipotizzò una rete di canali di allacciamento tra i grandi fiumi che attraversavano il territorio e progettò il canale di Romorantin, che doveva collegare Rodano e Loira, immaginando lungo il nuovo percorso la nascita di una città ideale che secondo Leonardo avrebbe dovuto ospitare la famiglia reale, con un moderno impianto urbanistico, una rete di trasporti per persone e merci e il primo sistema di fognature.

Realizzare un corso d’acqua tra i due mari era quindi un’idea che avevano già avuto in tanti, ma nessuno aveva trovato il modo di alimentare questo canale. A trovare la soluzione fu un esattore delle imposte nelle terre della Linguadoca, Pierre-Paul Riquet (ingegnere per la sua passione della matematica e delle scienze, ma non per professione), che pensò di intercettare i ruscelli che scendevano dalla Montagna Nera a Sud del Tarn, in modo da deviarne il corso verso un serbatoio di raccolta, il bacino di Saint-Ferréol. L’acqua veniva poi condotta attraverso la pianura del Lauragais fino al Seuil de Naurouze, il punto più elevato (189 m) lungo il tragitto del canale, e da qui, l’acqua avrebbe potuto scorrere con regolarità sul versante atlantico da un lato e sul versante mediterraneo dall’altro. Per valutare l’effettiva portata e i volumi dell’acqua, Riquet costruì un modello con chiuse, gallerie, condotte di scarico, delineando il tracciato definitivo del nuovo canale e lo presentò pubblicamente.

Il progetto convinse Jean-Baptiste Colbert, economista e ministro alla corte di Luigi XIV. Il Re sole, sempre alla ricerca di opere che celebrassero la sua grandezza, ne fu entusiasta. Con l’editto reale dell’ottobre del 1666 si dà avvio alla costruzione del canale. L’investimento iniziale fu di tre milioni di libbre e fu ripartito tra la Tesoreria reale, la Contea di Linguadoca e lo stesso progettista. Il canale fu aperto alla navigazione il 15 maggio del 1681 mentre per l’apertura al traffico commerciale bisognerà attendere un altro anno. Purtroppo Pierre-Paul Riquet morì nell’ottobre del 1680, pochi mesi prima dell’inaugurazione della sua opera.

Nei 14 anni che furono richiesti per realizzare l’opera (in sintesi una via d’acqua di 240 km, larga dai 15 ai 20 metri e profonda almeno due) vennero impiegati 12.000 operai, che scavarono sette milioni di metro cubi di terra senza l’ausilio di macchine, e furono costruite ben 328 strutture funzionali (63 chiuse, 126 ponti, 55 acquedotti, 7 ponti-canale, sbarramenti, canali di scolo e un tunnel).

A partire dal 1686, per impedire possibili inondazioni, Sèbastien Vauban, famoso ingegnere e militare esperto in tattiche di assedio e fortificazioni, farà scavare una nuova diga (Les Cammazes) per prolungare il canale di scolo della Montagna nera e farà rinforzare lo sbarramento di Saint-Férréol, troppo piccolo in caso di piena, costruendo altri acquedotti e ponti canali. Successivamente (tra il 1768 e il 1787) verranno completati l’allacciamento alla Garonna e tra il 1854 e il 1857 la costruzione del Canale sull’Orb per l’attraversamento di Beziers. Alla fine il costo totale dell’opera supererà i 15 milioni di libbre, il 70% in più della spesa iniziale prevista, soprattutto per i numerosi interventi decisi in corso d’opera, compresa la sistemazione paesaggistica che ha previsto la collocazione di oltre 190mila tra alberi di diversa taglia e cespugli allineati.

 

I platani malati

Per ridurre il movimento franoso e stabilizzare le sponde, nei primi anni del 1800 lungo il canale furono piantati 42mila platani.

L’allineamento di questi alberi, posti a 7-8 metri di distanza l’uno dall’altro, crea l’effetto di un colonnato, un monumento paesaggistico. Inoltre i platani filtrano la luce e proteggono dalla calura estiva.

Nel 2006 un’infezione fece appassire e successivamente morire molti alberi. Gli studiosi, che non hanno ancora trovato un rimedio alla malattia, la ritengono importata e dovuta a un fungo presente nei legni delle casse di munizioni americane che al termine della seconda guerra mondiale furono interrate in un parco a Marsiglia e che lentamente si è diffuso in tutto il Sud della Francia. Nel 2011 si contavano già 2.500 platani distrutti e venne avviato un oneroso programma di sostituzione dell’intera piantagione, da attuare nel giro di venti anni e per una spesa complessiva di circa 200 milioni di euro. Ci sono però problemi nel reperimento dei fondi necessari all’intervento e non tutti gli ottomila alberi finora abbattuti sono stati sostituiti. Per questo è in corso una sottoscrizione popolare (per informazioni e per partecipare alla raccolta potete consultare il sito www.replantonslecanaldumidi.fr).

 

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I cavallanti

Inizialmente il canale fu utilizzato prevalentemente da chiatte a vela di piccole dimensioni, con alberi facilmente abbassabili, per il commercio delle granaglie e del vino Bordeaux verso la riviera francese e l’Italia.

La nuova via d’acqua fu sfruttata anche per scopi militari da imbarcazioni che trasportavano truppe e armi.

Dall’apertura del Canale fino all’avvento dei mezzi a vapore, che iniziarono a essere utilizzati nel 1834, per superare i tratti controcorrente le chiatte e i battelli venivano tirati dalla riva con funi (alzaie) trascinate da cavalli. Gli uomini addetti a questa manovra vennero chiamati cavallanti e con i marinai e i custodi delle chiuse erano i protagonisti della vita che si svolgeva, spesso in condizioni difficili, attorno al canale.

Un mondo a parte, ritmi lenti, rituali ripetuti e paesaggi ovattati. Angoli di una Francia rurale e vite trascinate come i battelli lungo il fiume, spesso raccontati da Georges Simenon, che conosceva bene quegli ambienti e i personaggi che li frequentavano perché alla fine degli anni visse per lungo tempo su un’imbarcazione navigando canali in Francia e Belgio.

Tra i vari romanzi ambientati lungo i canali vi consigliamo Il cavallante della Providence, una delle 75 inchieste del commissario Maigret. Il paesaggio sullo sfondo è quello piovoso del Nord francese ma l’atmosfera e le cadenze del racconto vi faranno riflettere e immaginare anche come si svolgeva la vita nel secolo scorso lungo il Canal du Midi.

 


Tivoli, città dell’acqua

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Tivoli, città dell’acqua

La vita di Tivoli è indissolubilmente legata all’acqua che è stata ed è declinata nei modi più svariati: le fontane e le sorgenti solfuree, il fiume e gli acquedotti, la cascata e la centrale idroelettrica

Testi e foto di Aldo Proietti

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Può sembrare strano attribuire all’acqua la peculiarità della cittadina sui monti Tiburtini, 30 km ad est di Roma, che vanta ben due siti nel patrimonio Unesco (le ville dell’imperatore Adriano e del cardinale Ippolito d’Este), oltre a tanti altri tesori: dal santuario di Ercole vincitore al tempio di Vesta, dalla villa Gregoriana alle cave di travertino.
Può sembrare strano, ma non esiste contrapposizione con la “città dell’arte”, riportata nei cartelli di benvenuto lungo le vie di accesso a Tivoli. Cambia soltanto la visuale per evidenziare il rapporto con l’acqua, e più in particolare con l’Aniene. Il fiume ha caratterizzato, nel bene e nel male, tutte le vicende tiburtine fin dal 1215 a.C., anno di nascita di Tivoli (462 anni prima di Roma). Fu proprio la presenza del fiume, unita all’ottima posizione geografica, ad attrarre il primo nucleo di abitanti. Da quel momento l’Aniene è stato veicolo di evoluzione e di sviluppo e ha favorito, oltre agli insediamenti, le attività produttive nel territorio. Insomma, ha scandito le tappe fondamentali delle trasformazioni sociali, residenziali, industriali della cittadina laziale restando nel tempo fonte di energia, fulcro di azioni e ispiratore di scelte lungimiranti e innovazioni tecnologiche. Sono innumerevoli gli esempi in tal senso. È sufficiente ricordare le fontane presenti nel giardino della Villa d’Este: tutti i giochi d’acqua sono alimentati direttamente dal fiume attraverso opere di ingegneria idraulica che ancor oggi destano ammirazione, perché basate sul principio dei vasi comunicanti senza alcuna forza motrice; un ulteriore prova è la centrale idroelettrica dell’Acquoria, nella quale la forza dell’acqua genera energia elettrica che ha consentito il 4 luglio 1892, per la prima volta al mondo, di accendere una lampada a distanza e di illuminare una strada di Roma (come ricorda la targa commemorativa in viale del Policlinico, 131).
Il fiume è stato un volano di progresso anche quando ha causato sventure, perché attraverso di esse si sono create valide opportunità per la cittadina laziale.
La tragica piena dell’Aniene nel 1826 impose una coraggiosa deviazione del suo corso attraverso due gallerie entro cui l’acqua si riversa nella cascata di oltre 100 metri. In tal modo, la lungimiranza e la capacità dei professionisti dell’epoca ha consentito di realizzare un altro degli elementi distintivi della cittadina, la cascata appunto, inserita nello splendido scenario della villa Gregoriana.
Il progetto dell’architetto Clemente Folchi evitò successive inondazioni e consentì la valorizzazione della villa Gregoriana voluta, appunto, dal papa Gregorio VII. La realizzazione di un ambiente naturale, un’esaltazione della flora con tante varietà arboree indigene e infinite tonalità di colore, si affiancò ai ruderi della villa romana di Manlio Vopisco dove, tra l’altro, sono ancora visibili i resti della vasca per l’allevamento delle anguille. Un luogo di fascino che catturò anche Goethe, che lo considerò “uno degli spettacoli naturali più superbi; la cascata con le rovine e con tutto l’insieme del paesaggio sono cose la cui conoscenza ci arricchisce nel profondo dell’anima”.
Nel corso dei secoli, Tivoli è stata una costante polo di attrazione per innumerevoli genti, ed anche un crocevia di acque incanalate. Infatti, quattro dei principali acquedotti romani, sui nove che garantivano l’approvvigionamento idrico di Roma, attraversano il territorio di Tivoli.
Il primo, l’Aniene Vecchio (Anio vetus), fu costruito nel 273 a.C. e attingeva acqua a pochi chilometri da Tivoli per poi arrivare alla Porta Esquilina in Roma. Il secondo, dal nome del Pretore, si chiamò dell’Acqua Marcia (44 a.C.). Quest’acqua era considerata dai Romani la più pregiata per l’uso di bevanda. Il terzo, denominato dell’Acqua Claudia, fu terminato dall’imperatore Claudio, dal quale prese il nome. I resti di questo acquedotto sono ancora numerosi. Claudio completò anche l’Aniene Nuovo (Anio Novus), così chiamato per distinguerlo dal Vecchio.
L’acqua, insieme alle altre ricchezze naturali, ha contribuito a rendere ancor più affascinante Tivoli. D’altronde, la disponibilità idrica, le salutari sorgenti minerali solfuree, la posizione invidiabile sulla campagna romana hanno spinto numerosi personaggi, dai patrizi romani agli artisti di fama internazionale, a soggiornare nella Tibur Superbum, come la definiva Virgilio nell’Eneide, un titolo che ancora campeggia nello stemma cittadino.
D’altronde già nel fenomeno del Grand Tour, una volta a Roma, non poteva mancare, durante il viaggio d’istruzione alla ricerca dell’arte, una visita a Tivoli ed alla sua acropoli, alle ville ed ai suoi paesaggi naturali. In qualche caso il soggiorno si protrasse e permise, per esempio, a Franz Listz – ospite del cardinale Hohenlohe nella Villa d’Este – di comporre opere che sono annoverate fra le migliori musiche per pianoforte dell’autore ungherese.
Ancor oggi, per la singolare bellezza. Tivoli rappresenta un luogo ove rifugiarsi per ristorare la mente e lo spirito. È una città poliedrica dove cultura, natura e storia si intrecciano in una miscela esclusiva e dove l’ingegno e la creatività umana hanno lasciato tracce indelebili che abbracciano 2.000 anni di storia. La cittadina laziale esprime un fascino intenso che coinvolge e travolge il visitatore in un turbinio di meravigliose emozioni che solo poche realtà urbane possono destare.

La pietra tiburtina

I principali monumenti ed edifici di Roma hanno tutti un elemento comune. Un materiale che li contraddistingue e che ancor oggi, a distanza di secoli, continua ad abbellire numerose costruzioni. Pensate alle colonne della basilica di San Pietro oppure alla scalinata di piazza di Spagna; alla fontana di Trevi, alla base della fontana dei Fiumi a piazza Navona e allo stadio dei Marmi (statue a parte); al palazzo della Civiltà italiana (il Colosseo quadrato per i romani), alla stazione Termini, alla Farnesina (il ministero degli Esteri), a palazzo Farnese (l’ambasciata francese). Soffermate infine l’attenzione sui bordi dei marciapiedi e sulle lastre dove si incide il nome delle strade. In ciascuno degli esempi menzionati, l’elemento che conferisce quella bellezza universalmente riconosciuta al manufatto è la “pietra tiburtina”, meglio conosciuta come travertino romano. Ebbene, il travertino migliore si estrae dalle cave disseminate lungo l’area tiburtina, che interessa anche il comune di Guidonia, più precisamente nella pianura sottostante Tivoli in direzione Roma. Nonostante sia diverso dal marmo, (più grossolano, maggiore presenza di buchi, più dolce da scolpire) è stato un vero petrolio per l’arte e, nel caso della capitale, l’oro bianco di Roma, la principale risorsa edilizia. Per l’uso tipico e così diffuso fu denominato “travertino romano”. L’esteso utilizzo del travertino sotto il regno di Augusto fece attribuire all’imperatore il merito di aver trasformato Roma da una città di mattoni in una città di marmi. Una quantità enorme di materiale venne impiegato nelle costruzioni, pensate al Colosseo. L’anfiteatro Flavio aveva richiesto 100.000 m3 di travertino che giungeva a Roma per via fluviale. Dopo l’impero il Colosseo, cannibalizzandolo, divenne la principale fonte da cui prelevare il materiale da destinare ad altre costruzioni.

L’uva corna

“Negli orti della villa di Tivoli vi è abbondanza di Pizzutello, che i paesani chiamano uva corna per la sua forma allungata da sembrare un cornetto piccolissimo; è molto gustosa al palato e mantiene bene lo stomaco; ve n’è di due qualità: bianca e nera perché credono che fa gli occhi belli”. Così Eleonora d’Este descriveva nel 1575 il pizzutello, l’uva caratteristica di Tivoli, dopo la visita nella villa costruita dallo zio Ippolito d’Este. Il pizzutello è un’uva da tavola dagli acini molto allungati e leggermente appuntiti (da cui il loro nome), con polpa dolce e croccante. I grappoli hanno forma piramidale. Qualche storico ipotizza l’importazione del vitigno dalla Francia proprio per l’abbellimento della villa d’Este nella quale aveva uno scopo prevalentemente ornamentale. Altri, per datare il pizzutello, fanno riferimento alla “Storia naturale” di Plinio il Vecchio. Nel testo, infatti, si parla di un vitigno esclusivo delle zone di Tivoli e Pompei con chicchi dalla forma ovale. Piuttosto che dissertare sul secolo di nascita, sarebbe comunque meglio preoccuparsi del futuro del pizzutello. La produzione è diminuita sensibilmente e dalle estese coltivazioni dell’Ottocento siamo passati agli attuali pochi ettari. L’originale fattore di crescita è riconducibile alla realizzazione della cascata (1834) che determinò un aumento dell’umidità nella vallata sottostante con benefici riflessi sia sulla produzione che sulla qualità del prodotto. Il pizzutello cominciò così ad affermarsi sulle tavole, divenne un frutto di pregio e a metà del Novecento invase i mercati di Roma. Oggi possiamo ancora apprezzarne la bontà grazie alla volontà di un numero esiguo di contadini, affezionati alla terra ed alle tradizioni tiburtine.

 

Dove mangiare a Tivoli

Alfredo alla scaletta – Ubicato di fronte all’ingresso della villa Gregoriana, Alfredo alla Scaletta ha mantenuto nel tempo (dal 1956) la conduzione familiare. Offre un’ampia selezione di piatti regionali, con particolare riguardo alla cucina romana ed alle pietanze della tradizione laziale (paglia e fieno, polenta, abbacchio, trippa e carne alla brace). Ha un buon rapporto qualità-prezzo. Viale G. Mazzini 1, Tivoli. www.alfredoallascaletta.it Tel. 0774 335304
Osteria la Briciola – Qualità e presentazione delle pietanze, ambiente accogliente e raccolto, servizio accurato e simpatico: le qualità dell’Osteria La Briciola sono molte e tutte di eccellenza. È il posto ideale per un’armoniosa pausa rivolta alla degustazione dei cibi e delle bevande (merita una menzione anche la carta dei vini e dei distillati) con piena soddisfazione non solo del palato. Qualche euro in più rispetto alla media (circa 50 euro per un pasto) non sono assolutamente da rimpiangere. Via Tiburtina Valeria, 106 Tivoli. www.osterialabriciola.it Tel. 0774 418421 (per navigatore satellitare inserire: città Tivoli – Via Scuole Rurali, 2).

 


Le case pastello di Tobermory

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Tobermory è un porticciolo nell’estremità Nord dell’isola di Mull, nelle Ebridi interne scozzesi e colpisce particolarmente per i colori delle case che si specchiano sull’acqua. Differenti tonalità pastello che consentono ai marinai di riconoscere da lontano le proprie case, tutte allineate lungo la strada principale che collega la distilleria di whisky al porto.

Una strada da percorrere a piedi, accompagnati dall’odore salmastro del mare e il profumo dolce aromatico della torba che esce dai comignoli delle case. L’odore salmastro è prodotto dalle alghe della baia, che in passato (almeno fino a metà Ottocento) furono, con la pesca, la sola fonte di sostentamento per gli allora pochi abitanti del villaggio. Il Kelp, particolarmente diffuso nelle rocciose coste atlantiche scozzesi, è un’alga ricca di iodio, di floruri e carbonati di sodio che veniva raccolta ed essiccata per utilizzarla nella produzione di sapone e vetro.

In questa baia, nel 1588, ai tempi della guerra anglo-spagnola, fu fatto saltare in aria un galeone spagnolo (il Florencia o il San Juan Sicilia) della Invencible Armada, carico d’oro. Per tre secoli furono fatti diversi tentativi per recuperare il tesoro, sempre con esito negativo.

Zigzagando dal lungomare al marciapiede dei fabbricati incontrerete una cioccolateria, un piccolo museo di storia locale (a ingresso gratuito), un negozio di souvenir, una coloratissima libreria (Tackle and Books) e una chiesetta dove ogni anno a luglio si tiene il Mendelssohn Mull Festival, dedicato al compositore che qui amava soggiornare. Se avete fortuna dal marciapiede potrete sentire i suoni degli orchestrali che provano gli strumenti nella piccola chiesa, altrimenti l’unico sottofondo sonoro sarà il verso dei gabbiani. The shrill cries of seagulls (lo stridulo pianto dei gabbiani) in italiano andrebbe tradotto con il poco conosciuto e usato “closcare”, che forse deriva dall’onomatopeico termine dialettale “cocai” dei veneziani e dei triestini.

Dura pochi minuti, ma vale “la pena” (non sappiamo quale), la visita guidata alla distilleria (Tobermory Distillery), che termina sempre con una degustazione e l’omaggio del bicchiere marcato. È stata fondata nel 1798 e produce Single Malt Scotch Whisky: il Tobermory 10 anni (ottimo, sapore intenso anche se breve e non molto affumicato), il 15 anni (con molto più corpo e un certo sentore di miele) e un pregiatissimo 32 anni da 300 euro.

Al termine della passeggiata, mangiare al Cafè Fish è una bellissima esperienza. I prezzi sono onesti e hanno il pesce freschissimo

Mull è dopo quella di Skye la seconda isola per dimensioni delle Ebridi e la quarta tra quelle che circondano la Scozia e la Gran Bretagna.

L’isola è sede della più celebre coppia di aquile di mare dalla coda bianca nel mondo, protagoniste in numerosi documentari e trasmissioni televisive e sono visibili da vari punti dell’isola, compresa Tobermory.

Il galeone sommerso

Dopo la sconfitta nel Canale della Manica contro la marina inglese, nell’estate del 1588 le navi superstiti dell’Armada spagnola furono costrette a riprendere la strada di casa lungo le coste a nord-ovest della Scozia. Le forti tempeste della zona danneggiarono molte imbarcazioni e la San Juan de Sicilia si ancorò nella baia di Tobermory per fare le riparazioni e caricare provviste alimentari.

Donald MacLean, il capo del clan che governava l’isola di Mull concordò con il capitano spagnolo uno scambio. La nave avrebbe avuto tutto il cibo che voleva se in cambio, oltre a una contropartita in oro, gli spagnoli lo avessero aiutato ad attaccare i nemici del clan MacDonald, proprietari delle isole vicine. Con cento uomini armati (i mercenari spagnoli) MacLean sconfisse i rivali. Quando dopo pochi mesi la nave riparata e rifornita era pronta a salpare, il governatore restituì gli uomini al capitano trattenendo tre ufficiali in ostaggio e mandò il suo giovane cugino sulla nave a riscuotere l’oro. Lo spagnolo si rifiutò di pagare, fece prigioniero il ragazzo e si preparò a salpare. Poco dopo ci fu una grande esplosione e il galeone affondò sul fondo della baia. Il giovane MacLean, rendendosi conto che non aveva scampo, aveva fatto esplodere la polveriera della nave. I sopravvissuti e i tre ostaggi spagnoli furono rinchiusi nelle segrete del castello di Duart. Il tesoro, che secondo alcuni ammontava a trenta milioni di ducati in monete d’oro, non fu mai recuperato.

Difficile spiegare cosa ci facesse tanto denaro su un galeone da guerra.

Una prima teoria racconta che la San Juan de Sicilia, prima di unirsi al Armada, era il Brod Martolosi, una nave mercantile della flotta che trasportava il tesoro spagnolo dal nuovo mondo verso l’Europa. Altri sostengono che la nave affondata fosse la Florencia, una nave dedicata al trasporto dell’oro e dell’argento utilizzati per pagare i marinai dell’Armada.

Decine sono stati i tentativi per trovare il tesoro. Nel 1955 ci provò anche la Royal Navy. Sono stati recuperati una manciata di monete d’oro e d’argento, un enorme cannone in bronzo e alcune spade. Non abbastanza per giustificare una spesa che era già salita a migliaia di sterline. L’oro spagnolo, coperto da 30 metri di fango e 50 metri d’acqua, non vuole farsi ripescare.

Informazioni varie_______________________________________

Orari traghetti, meteo, offerte alberghiere, eventi in programmazione si possono trovare sui siti www.roundandaboutmull.co.uk e www.accommodationsmull.co.uk

Dove dormire. L’Harbour Guesthouse, al 59 di Main Street (www.harbourguesthouse-tobermory.com ) è aperto da aprile a ottobre, in una casa verde situata sul porto. Camere pulite e confortevoli con vista mare. Accogliente.

Da non perdere. Al Sea Life Visitor Centre, un grande edificio bianco a sud del porto, è possibile prenotare escursioni giornaliere alla scoperta della fauna marina dello Stretto di Mull, dove vivono, delfini, balenottere, orche, squali e foche. Informazioni anche sui siti www.sealifesurveys.com e www.tobermory.co.uk/boat-trips.htm