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Una passeggiata nello Yorkshire

Una passeggiata nello Yorkshire

York, sbiadita al mio arrivo, il giorno seguente è un’altra città. Robin’s Hood Bay: un paesino arroccato sulla scogliera con vista mozzafiato sulla grande baia…

Testi e Foto di Lorenzo Canova

Arrivo a York che è ormai tardo pomeriggio. Scendendo dal treno noto subito che fa molto più freddo di quanto ne facesse a Londra, l’aria è pungente e il cielo è coperto da nuvole grigie, classico clima inglese.

Zaino in spalla mi dirigo verso l’ostello che ho prenotato durante il viaggio in treno, nel silenzio assordante degli scompartimenti britannici.

Passo sul fiume e per le stradine del centro. C’è poca gente in giro e quelle poche persone che vedo sembrano essere terribilmente di fretta. Probabilmente conoscono il meteo meglio di me, perché in pochi minuti inizia a piovere ed io, dopo aver messo la copertura impermeabile allo zaino, continuo nella mia camminata.

York non mi lascia una bella prima impressione, mi sembra una città sonnolente e anziana, l’opposto di Oxford, città sede del famoso college, dove sono stato nei giorni precedenti.

Entro nell’ostello, faccio il check-in, poso il mio zaino in camera e, dopo essermi messo dei pantaloni asciutti, sono pronto ad uscire e girare la cittadina.

Ha smesso di piovere e ora tira un leggero vento. Cammino per le piccole strade pedonali del centro, gli shambles, e mi rendo conto che alcune vie potrebbero essere esattamente com’erano nel medioevo, quando York era un importante crocevia di commerci tra il sud e il nord dell’isola britannica. Le strade in ciottolato, le facciate delle case in classico stile inglese e le insegne dei pub mi catapultano in un tempo passato, nel quale il grande impero inglese non era ancora nemmeno un progetto e questa era la capitale del regno di Northumbria, sarebbe poi diventata capitale del regno Normanno e, infine, sarebbe tornata ad essere inglese con la riconquista di Re Alfred.

Verso le sei di pomeriggio inizio a vedere qualche persona in più per le strade e, in pochi minuti, i pub si riempiono di giovani e adulti che mangiano, bevono e ridono. Decido di comportarmi da inglese e, all’alba delle sei e mezzo, entro in un pub, dove ordino una Bitter e un gammon and egg, un piatto tipicamente inglese che consiste in una bistecca sopra la quale si mette un uovo all’occhio di bue, una cena leggera insomma.

Il giorno seguente, quando esco sembra di essere in un’altra città: il sole splende in un cielo privo di nuvole e York si trasforma, riempiendosi di vita.

Ma non è lì che passerò la giornata, mi dirigo verso la stazione ferroviaria dove sono arrivato giusto il giorno prima e prendo un treno che mi porta ancora più a nord, tra le colline dello Yorkshire.

Questo è l’obbiettivo del viaggio, scoprire perle nascoste della campagna inglese, semplicemente facendosi consigliare dalle persone del posto. La sera prima, infatti, parlando con alcuni ragazzi conosciuti al pub, scopro che, giusto a un’ora dalla città, si trova un piccolo villaggio di pescatori chiamato Robin’s Hood Bay.

Ovviamente il nome stuzzica la mia curiosità, chi non conosce il famoso Robin Hood? Protagonista di numerose ballate inglesi ambientante durante il regno di Giovanni Senza Terra, fratello del re Riccardo Cuor di Leone. Un personaggio che venne citato da Walter Scott nell’Ivanohe e sul quale perfino la Disney produsse un cartone animato.

La cosa strana è che le ballate di Robin Hood e tutte le sue storie sono ambientate nella foresta di Sheerwood, nella contea di Nottingham, molto più a sud delle coste dello Yorkshire, dove si trova questo paesino a lui apparentemente intitolato.

Sono l’unico a scendere alla stazione e, appena uscito dall’edificio, mi ritrovo a camminare solo su una stradina nel mezzo della campagna inglese. L’ambiente è bucolico, il silenzio è rotto solo dal cinguettare degli uccelli e dal fischiare della brezza leggera che suggerisce la vicinanza del mare.

Dopo pochi minuti giungo in prossimità di una scogliera e davanti a me si apre uno scorcio di una bellezza e semplicità che mi disegnano un sorriso sulle labbra: il paesino si arrocca lungo una ripida pendenza che scende fino al mare e, sullo sfondo, una scogliera si staglia maestosa, delimitando una grande insenatura.

Tiro fuori la macchina fotografica, inizio avidamente a catturare le piccole sfaccettature di questo piccolo paesino e mi perdo nelle sue minuscole stradine. Giungo alla spiaggia e cammino un po’ verso la scogliera, comunque sempre troppo lontana per essere raggiunta. Passo ore a camminare da solo e ad apprezzare ogni piccolo dettaglio di questo segreto nascosto tra le onde del mare e le colline della contea di York, soddisfatto di aver raggiunto il mio obbiettivo.

Verso ora di pranzo trovo un pittoresco pub che ha una terrazza che si affaccia sulla baia e decido di fermarmi per mangiare qualcosa. Mentre ordino un ottimo fish and chips, ne approfitto e chiedo al barista di raccontarmi quello che sa sullo strano nome del paesino. Lui mi guarda sorridente e sorpreso, quasi a chiedersi se davvero abbia fatto quella domanda, e poi inizia a raccontarmi che ci sono diverse teorie sull’origine del nome. Secondo alcune leggende Robin Hood era scappato da Nottingham per un periodo di tempo ed era venuto a nascondersi esattamente in questa baia, per altri il nome Robin Hood si riferirebbe all’ancora più ancestrale spirito delle foreste nel quale credevano le popolazioni che abitavano l’isola prima della conquista da parte dei Romani.

In realtà, molto probabilmente, questo nome deriva dalla storia più recente del villaggio: durante il diciottesimo secolo, sembra che questa baia fosse utilizzata come rifugio da alcuni contrabbandieri, tra i più prolifici della contea. Questi, in un periodo in cui le tasse sui beni da commerciare erano elevatissime, rubavano whisky, tabacco, sale e altre merci di valore per poi rivenderle. Da qui il nome del bandito più famoso della storia inglese, colui che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Riprendo a camminare senza una meta tra le vie del paese e dopo non molto mi ritrovo su una stradina che porta verso una delle scogliere. Lungo il sentiero passo attraverso un piccolo boschetto che, in qualche modo, mi fa comprendere il perché un’antica cultura avesse potuto, secoli prima, credere in uno spirito della foresta. Tra gli alberi regna una pace surreale, i raggi del sole che sta ormai calando vengono filtrati dalle fronde e la luce assume delle forme strane, quasi ipnotizzanti.

Quando esco dal bosco mi ritrovo ad ammirare lo spettacolo della baia e del suo paesino dall’alto, illuminati dagli ultimi rossi raggi di sole della giornata. Mi siedo e osservo la sfera arancione che lentamente scompare oltre l’orizzonte e, a quel punto, so che è ora di tornare verso York.

Il sole non si vede più, ma il cielo è ancora illuminato dagli splendidi colori del tramonto, mentre io cammino verso la stazione.

Ai binari questa volta non sono solo. Trovo un anziano signore che, quando mi vede, mi saluta molto cortesemente, come se mi conoscesse, poi si risiede e rimane in silenzio. Mentre arriva il treno si gira un ultima volta a guardare Robin’s Hood Bay e mi dice “A bloody marvelous day, wasn’t it?” (una giornata fottutamente meravigliosa, non è vero?).

Senza aspettare risposta sale sul treno e lo stesso faccio io, pronto a continuare il mio viaggio, pronto a scoprire nuovi segreti nascosti su questa piccola grande isola.


Corsica, sfumature di felicità

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Corsica, sfumature di felicità

Zaino in spalla alla ricerca di spiagge nascoste, tra verdi pinete, rocce bianche e un mare blu e turchese

Testo e foto di Emma Matilda Ingrosso

Ci sono mattine in cui proprio non riesci a riaddormentarti.

Resti lì nel letto, con l’illusoria speranza che Morfeo sia disposto a tornare da te prima dell’arrivo della luce dell’alba.

Gli uccellini cantano forte fuori dalla finestra e, tra un pensiero e un altro, alla fine, arriva la voglia di caffè. E quindi addio Morfeo.

Ti alzi e pensi che sarebbe stato meglio dormire, sicuramente, data la mole di impegni e doveri che adornano da settimane le tue giornate, ma funzioni a macchinetta riempiendo la moca fino all’orlo con la speranza che la caffeina ti possa tenere sveglio, motivare e far sentire una persona migliore al contempo. Seconda illusoria speranza della giornata, e sono appena le 5:30.

L’orologio ticchetta sonoro. Non ti capita spesso di avere tanto tempo a tua disposizione la mattina, apri il pc e così facendo speri di non impegnare troppo i neuroni tra una notizia di poca rilevanza e gli affari altrui su un social network. Inutile dire che questa è la terza illusione della giovanissima giornata.

Presto leggi: “CORSICA, LA TUA NUOVA META ESTIVA. Prenota subito.” Al di là del fatto che non sei mai stata una persona da prenota e ancor meno da subito, non puoi negare a te stessa che, rigirando leggermente la frase, puoi arrivare a soddisfare le tue aspettative fricchettone di marketing: la tua nuova meta è la Corsica. Ma magari. Non ti illudere per la quarta, e ripeto, quarta volta nell’arco di una mezz’ora al massimo. Eppure.  Eppure non suona come le cazzate precedenti a cui credi per inerzia ogni mattina.

Giusto per curiosità, associamo al sapore del caffè qualcosa di nuovo come una finestra interamente dedicata ai cazzi miei e non a quelli dell’amico in comune dell’amico di cui non ricordo nemmeno la faccia. Sorprendente nuovo abbinamento dell’ultimo minuto, lo chef era stanco della solita zuppetta insapore. Il prezzo della nave è compatibile con il sapore del caffè, con il ticchettio dell’orologio e con il ghigno di Morfeo che ti guarda e ci aveva visto lungo, più di te.

“Amore?” lui dorme, ma emette un suono che ti autorizza a sederti sulle sue gambe, con la tazza ancora in mano e il sorriso che rispecchia tutta la tua eccitata, momentanea, immaturità.

“Senti, andiamo a farci un viaggio dei nostri?”

Questa volta la risposta somiglia più ad un pensiero che un grugnito: “Ma sono le 6:00. E il lavoro?”

“Non dico di partire ora, prenoto ora la nave e settimana prossima andiamo. Prendiamo le ferie e via”. Resti in silenzio ad assaporare quell’ e via che ha un sapore buonissimo in bocca, perfettamente in armonia con il battito del cuore e quella mattina che doveva essere banale.

Benvenuta in Corsica

Ok la Corsica è stupenda ma fa caldo. Terribilmente caldo. E l’acqua qui costa cinque euro. “Come cinque euro?”

“Cinq mademoiselle” il barista ti sorride.

Vorresti spiegargli come sei arrivata fino a quella bottiglia, Quali innumerevoli fatiche sovrumane hai dovuto affrontare con uno zaino da 27 chili sulle spalle.

Vorresti sì puntualizzare che se porti uno zaino da 27 chili sulle spalle forse cinque euro per un litro d’acqua sfortunatamente non li hai, ma le uniche due frasi che sai in francese sono “merci” e “voulez vous coucher avec moi”.

Quindi sorridi anche tu ed esci, in silenzio, perché merci non glielo vuoi dire.

Ti ripeti: Bienvenue in Corse. Bienvenue mademoiselle. Bienvenue au mois d’août.

“Amore, mi raccomando bevi piano perché altrimenti finiamo i soldi della vacanza prima ancora di averla iniziata”.  Poggi lo zaino da trekking sul terreno ghiaioso della pineta corsa e ringrazi l’ombra della sua frescura mentre ti accasci sulla tua piccola casa mobile che trasporti da tutto il giorno sulle spalle. Alzi lo sguardo. “Che meraviglia”. Sorridi.

Plage de Tahiti

Il nome non è stato dato a caso: una distesa di acqua turchese si stende lungo tutta la baia dalla fine spiaggia candida, circondata da una fitta e verdeggiante pineta, che dona inevitabilmente al luogo un che di caraibico.

Per raggiungere la spiaggia, non molto lontana da Palombaggia, a sud est della Corsica, è necessario percorrere un sentiero che sarà quell’elemento che renderà la suddetta spiaggia poco frequentata dal turista comune. Lo zaino sulle spalle renderà la camminata complicata e faticosa, ma il premio finale varrà ogni sforzo.

Ti immergi nell’acqua fresca e senti le correnti muoversi rapide, mentre ti lasci trasportare nel silenzio più totale.

Gli yatch restano attraccati fino a tardi.

“Aspettiamo che l’ultimo parta per aprire la tenda”. Sorridete felici mentre mangiate il pasto più semplice e buono nelle ciotole in alluminio, il sole comincia a tramontare alle vostre spalle, il mare a tingersi di arancione e porpora e il caldo soffocante finalmente comincia a svanire.

La Corsica è bella, le sue spiagge nascoste mozzafiato, ma è la notte che permette a questo luogo di trasformarsi e divenire della stessa consistenza dei sogni. Tutto rimane sospeso. A rompere il silenzio ci sono solo le onde lente che si rompono e increspano sulla spiaggia che ora riflette la luce brillante della luna e delle infinite stelle. Tutto rimane immobile come un sospiro e laddove prima c’era colore ora c’è luce perlacea.

In questo tipo di viaggio è necessario svegliarsi molto presto per evitare di camminare sotto il sole cocente delle due di pomeriggio, ma sarà una speranza illusoria, la prima del viaggio.

La seconda segue di conseguenza la prima. Non illuderti viaggiatore low cost che i corsi siano felici di aiutarti nella tua disperata caccia al passaggio direzione “dove state andando voi”. In Corsica hanno paura degli autostoppisti, soprattutto se sono le ore più calde della giornata.

Bavella

“Nous allons a Bavella”

“Parfait, nous vous suivrons”. Nei viaggi si sorride molto, soprattutto se finalmente sei riuscito a trovare un passaggio diretto alla meta più bella di tutta la Corsica: l’entroterra.

Molto simile alle coste italiane, la Corsica ha però una perla che la nostra penisola non possiede. Tra le montagne ricoperte di alberi da sughero si nascondono torrenti e cascate di singolare bellezza. “Sembra il Giardino dell’Eden”.

Proprio lì, sdraiati in una conca di acqua cristallina, non potete che pensare a paragone più adatto per descrivere il posto.

Rocce bianche e lisce ricoperte da verdi piante rigogliose, cascate tra snodi del torrente e piante di more ricche di frutti pieni e maturi vi circondano assieme al silenzio della natura. “Sì, è il Paradiso”.

Anche Bavella, come Tahiti, si veste di un’altra anima quando cala la notte: le conche prima tanto cristalline diventano specchi neri per le stelle e il cielo e orizzonte si mescolano in un unico sfondo che avvolge ogni cosa, tutto brilla, tutto è immobile. Le candele le avete spente presto, per entrare nel riflesso del cielo, per nuotare, un’unica volta, nell’universo.

Accanto a Bonifacio

“Perché non ci danno un passaggio? La direzione è una”. Ti lamenti trascinando i piedi e sorridi con rabbia a ogni autostop mancato. La stanchezza e il caldo iniziano a farsi sentire e il collo a fare male sotto il peso dello zaino sempre meno ordinato e organizzato.

“Dai che ci siamo quasi, sei bravissima. Lo sai che dopo ogni fatica riceviamo un dono”.

E anche questa volta è vero. Accanto a Bonifacio, sulla costa di roccia bianca e frastagliata, incrociate un sentiero. I sentieri buoni, che porteranno ad angoli nascosti e inesplorati, hanno una fondamentale caratteristica che li contraddistingue dal normale sentiero: sono inagibili per la maggior parte del percorso. Per voi però questo è un invito, un tappetino con scritto welcome all’ingresso di una reggia.

Sistemate le cinghie allentate degli zaini-casa, allacciate le stringhe impolverate e partite a capofitto verso rovi e sassi poco stabili.

Dopo qualche caduta, dopo diversi tagli e strati di terra sulla pelle, arrivate. Davanti a voi avete una distesa infinita di blu profondo, in contrasto con l’accecante roccia bianca che accoglie in diverse ampie insenature il mare profondo. La scogliera calcarea si immerge dritta nel mare pochi metri più a destra e alle vostre spalle una grotta levigata dal vento vi invita a mettervi velocemente al riparo dalla luce pomeridiana.

“Ti piace qui?”

Gli sorrido con il cuore pieno di gioia, gli occhi pieni di blu e la pelle coperta di sole e sale, “Sono felice” rispondo.

“Allora facciamo una nuotata e poi montiamo l’accampamento”.

Ci tuffiamo in quella macchia monocromatica e sotto sembra non esserci nulla che infinito, nero fino al cuore del mondo.

“Non sono sicura che mi piaccia”. Annaspo cercando di non pensare al fatto che sto sguazzando alle Bocche di Bonifacio.

“Tranquilla, guarda, finché loro non scappano non scappiamo nemmeno noi”. Con loro indica un branco di pesci che ci danza attorno, convinto di ricevere a breve qualche briciola di pane.

“Speranza illusoria, amici acquatici. Scusate”.

Uscite dall’acqua e il sale si cristallizza velocemente sulle vostre pelli.

Srotolate i sacchi a pelo e gonfiate i materassini, nella vostra nuova e temporanea tana.

Il suono dolce della marea che si è alzata desidera cullarti, ma ci sono notti in cui proprio non riesci ad addormentarti.

Così resti lì, nel sacco a pelo, con gli occhi rivolti alle sfumature del cielo, alle sfumature del mare e alle sfumature della felicità. Con Bonifacio che rimane come un presepe di luci stagliato sullo sfondo della notte e con la sicurezza di aver fatto la scelta giusta nell’ascoltare per una volta una speranza che si è rivelata per nulla illusoria.

 

 

 


In Islanda per un bagno caldo

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In Islanda per un bagno caldo nella Valle del Fumo

Escursione all’Hot Spring, una sorgente termale nei dintorni del villaggio di Hveragerði, a pochi chilometri da Reykjavík

Testo e foto di Davide Carretta

Un ciglio della strada, un benzinaio e due zaini appoggiati per terra. Sono le undici del mattino e, quasi un miracolo, oggi non ha ancora piovuto. La strada è la Ring road, la strada principale islandese: ha due corsie, una per senso di marcia e compie il giro completo dell’isola. Su questa strada passano tutti i principali spostamenti di ogni abitante, perché le strade che si avventurano nell’entroterra durante l’inverno sono spesso impraticabili. La stazione di servizio lungo la Ring road è ai sobborghi della capitale Reykjavík ed è un punto strategico, a quanto ci hanno detto alcuni locali, il migliore per fare auto-stop.

I due zaini sono i nostri: Agostino ed io ci siamo conosciuti in aereo sul volo da Milano a Dusseldorf, il primo dei due che ci avrebbero portato sull’isola. L’aereo era in ritardo e Agostino era preoccupato perché temeva di perdere una coincidenza.

– Per dove?

– Reykjavík.

– Anch’io. Viaggi da solo?

– Sì, ho tre settimane di tempo e non ho un programma, non so nemmeno dove dormirò stanotte. Probabilmente in aeroporto e poi domattina deciderò dove andare.

Non avevo programmi nemmeno io, ma la sua mi era sembrata sin da subito un’ottima idea.

Sono le undici del mattino, dunque, siamo scesi da poco dall’autobus e, seduti al bordo della strada, cominciamo ad aspettare. Dicono che gli islandesi sono abituati a questo tipo di spostamento e molti di loro sono disposti a fermarsi e dare un passaggio a chi ha scelto questo modo di viaggiare che ha il sapore delle generazioni passate ma che lì, in quell’isola nell’angolo in alto a sinistra dell’Europa, ha ancora un’abbondante diffusione.

Siamo in Islanda da tre giorni e questo sarà il primo auto-stop; il cielo è clemente nei nostri confronti e, da questa mattina, non ha ancora mostrato una nuvola. Ringrazio, anche se non so bene chi, perché una delle prime cose che ho capito è che il cielo d’Islanda, al pari, se non peggio, del cielo d’Irlanda, “a volte fa il mondo in bianco e nero, ma dopo un momento i colori li fa brillare più del vero”.

Una freccia a destra, poi un’auto che rallenta fino a fermarsi, infine una donna che si piega verso il sedile di fianco a quello del guidatore e mi guarda, abbassando il finestrino.

– Dove andate?

È giovane, dimostra meno di quarant’anni. Bionda e piuttosto attraente, dietro al paio di Ray-Ban scuri che indossa. Sul sedile posteriore una bimba di otto, forse nove anni; bionda anche lei, più della madre, porta in testa un cappellino verde e si mordicchia il dito della mano destra.

– Hveragerði.

Non lo so pronunciare, ma lei capisce lo stesso e ci fa segno di salire.

– Anche noi andiamo lì. All’Hot spring, vero?

È curioso che la donna ci parli di “Hot spring” – sorgente di acqua calda geotermale – in maniera così generica: in Islanda basta iniziare a camminare, non importa in quale direzione, per poter dire di essere diretti verso un Hot spring.

– Sì, anche noi.

Non so dire se la bimba conosca l’inglese e ci stia ascoltando; ci guarda con un’espressione a metà strada tra il curioso e l’annoiato, farfugliando ogni tanto qualche frase spezzata alla mamma, in quella lingua a me incomprensibile ma che è ricca di suoni gutturali e nasali allo stesso tempo così insoliti e affascinanti. Prima con la mente, poi con la voce provo a riprodurli.

– Hveragerði è difficilissimo da pronunciare!

– Non è vero, l’hai detto piuttosto bene, ho sentito molti stranieri che proprio non riuscivano a dirlo.

La “h” è aspirata ma non troppo, e si aggancia in continuità con la “v” successiva, che però si legge come una “f”; in mezzo la pronuncia prosegue tranquilla seguendo suoni a me noti, poi verso la fine arriva una lettera nuova: è una d morbida, che ricorda il suono inglese “th” e che va a chiudersi nella “i” finale, da pronunciare quasi come una “e”. Hveragerði.

– È una bella città?

Nonostante i Ray-Ban si intuisce un sorriso amaro, che tradisce una leggera offesa.

– Non è una città. L’unica città in Islanda è Reykjavik, Hveragerði ha più o meno due mila abitanti.

Il termine italiano “città” è abusato, sembra valere per ogni agglomerato urbano, dal piccolo comune alla metropoli. Ma noi, distratti e incuranti, avevamo tradotto “città” con l’inglese “city” che invece ha un significato più limitato. Provo a usare “Town” e rifaccio la domanda.

– Nemmeno, è un paesino.

It’s a village, ha detto, girandosi verso la figlia per aiutarla a togliersi il giubbotto. It’s a village.

Davanti a noi un piccolo cancelletto lasciato aperto e un cartello: Reykjadalur. È il nome della località e significa “La valle del fumo” ma questo l’avremmo scoperto soltanto dopo. In quel momento possiamo soltanto notare la somiglianza con il nome Reykjavik e domandarci il perché, varcando il cancello sempre aperto.

La strada è in leggera salita, larga qualche metro e sterrata; tutt’intorno prato. Prato e colline. Prato, colline, fumo. A volte il fumo sale direttamente da sotto la terra, altre invece da qualche piccolo ruscello di acqua bollente che scorre appena in superficie. È fondamentale perché non solo la zona, ma tutta l’isola, è costellata di rigagnoli di acqua talvolta calda e talvolta fredda ed esso è l’unico elemento in grado dirci quando l’acqua è fresca e si possono immergere le mani e quando, invece, è meglio stare alla larga da temperature che si aggirano attorno ai cento gradi. L’odore di zolfo è ingannevole perché c’è sempre e in alcune zone è costante e persistente; quello che sentiamo, quindi, potrebbe provenire da una sorgente poco lontana e quella che abbiamo vicino ai piedi potrebbe tranquillamente essere acqua gelida.

Il sole, nel frattempo e come era prevedibile, se n’è andato, lasciando il posto a nuvole pesanti e cariche di pioggia; è con questo paesaggio tetro, accompagnati da un gorgoglio continuo delle piccole, infinite sorgenti termali e da un silenzioso disegno di fumi intorno che ci incamminiamo, che saliamo di quota, che incontriamo altri viaggiatori sulla via di ritorno, che arriviamo a destinazione. La passeggiata, lunga poco più di un’ora, termina al centro di una valle, tra un versante ricoperto per intero di verde prato rigoglioso e un versante, ben più scosceso, arido e formato da roccia lavica, nera.

Al centro c’è il ruscello, il motivo per cui siamo saliti. Appena più a monte si divide nei suoi due immissari: uno, quello termale, porta acqua sulla soglia dell’ebollizione, l’altro aggiunge acqua freddissima. All’incrocio il contrasto svanisce, inizia a confondersi in un unico piccolo fiume, più grande degli altri, che viaggia verso valle con acqua alla temperatura di circa 40° C e che rappresenta il motivo per cui questo posto, a un’ora di cammino da un piccolo “village” quasi sconosciuto, è tanto famoso. È una sorgente termale a cielo aperto dove fare il bagno senza dover acquistare il biglietto d’ingresso, senza dover oltrepassare il tornello, indossare un braccialetto di riconoscimento, transitare prima dalle porte degli spogliatoi e poi dalle docce.

Basta un costume, ma, a dirla tutta, non c’è un cartello che lo impone. Basta, in definitiva, la sola voglia di entrare in acqua, di sedersi, di sdraiarsi e di lasciarsi convincere che si può stare per lungo tempo immersi: immersi nell’acqua calda, nel magma di un’isola intera, nel calore primordiale che sale, indomato oggi come un tempo, dal centro della terra. Fuori piove. Piove per un po’, poi smette e dal cielo sembra fare capolino una punta di sole effimero e illusorio. Illudersi, perché? Forse, oggi e qui, il sole non serve. Questo pensiamo, ma senza dirlo, perché nella valle del fumo sono poche le parole; da parte nostra, come da parte di tutti i presenti.

Qualche giorno dopo, durante un altro passaggio rimediato in auto-stop, l’uomo alla guida ci avrebbe detto che vicino a Reykjadalur c’è un’altra sorgente termale altrettanto affascinante ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza.

– C’è ancora più silenzio ed è sempre vuota, vi consiglio di andare a vederla.

Ci avrebbe detto anche il nome, ma né Agostino né io l’avremmo capito, dimenticandocelo ben presto. Chissà se un giorno, fosse anche per caso, qualcun altro lo troverà.

 

 


Un tuffo dove l’acqua è più blu

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Un tuffo dove l’acqua è più blu

Il Mar Rosso è un luogo ideale per depositarci tristezza e inquietudine

Testo e foto di Elena Segesta

A 48 ore dalla partenza un nodo mi stringe la gola: No, non vado. Che ci vado a fare? Sono troppo triste per potermi divertire. I problemi mi seguiranno anche a Sharm el-Sheikh e il mio trolley è troppo piccolo per poterli contenere tutti.

Erano questi i pensieri a meno di due giorni da un viaggio che mi avrebbe risvegliata, rimessa al mondo, fatto risalire la china non senza però aver prima toccato il fondo… del mare.

Atterro a Sharm alle due di notte (ora locale) e un’onda di aria calda mi travolge. Mi sembra di rivivere un’immagine descritta in uno dei miei libri preferiti – Shantaram di Gregory David Roberts – quando il protagonista atterra a Bombay. Riconosco quell’ aroma intriso di sudore della speranza, l’odore di chi decide di darsi una seconda possibilità, di chi cade e si rialza, di chi si perde e si ritrova. È l’odore dei sopravvissuti, di chi ce la fa nonostante tutto.

Il mio umore migliora decisamente e comincio a capire che questo viaggio lo ricorderò per molto tempo.

In quella prima notte in Egitto, Morfeo mi avvolge nelle sue braccia regalandomi un sonno sereno, beato e ristoratore.

Il mattino seguente vado alla scoperta della “Baia dello Shaykh”, come la chiamano gli arabi. Il sole è caldo e la sensazione che lascia sulla mia pelle è bellissima. La nostra guida si chiama Saro, un ragazzo dagli occhi scurissimi e che parla perfettamente la nostra lingua. Si parte dalla punta panoramica del Fanar da dove è possibile ammirare in lontananza l’isola di Tiran e la baia di Naama Bay, passata alle cronache per gli attentati terroristici del 23 luglio 2005. Il mare è di un colore incredibile: turchese, azzurro, blu. Il vento scompiglia i miei capelli: mi sento libera e sulle mie labbra è spuntato un sorriso.

Spostandomi di soli 20 minuti arrivo a Sharm Vecchia, la parte antica della città. Qui non ci sono discoteche, niente night club; solo negozi, piccole boutique di gioiellieri e molti bar che fanno un caffè espresso davvero molto buono. Il centro nevralgico è l’ingresso all’Old Egypt o Old Market, il vecchio mercato nella piazzetta principale, pieno anch’esso di negozi ai piedi di tante collinette rocciose, ricche di cascate d’acqua che la sera vengono illuminate. Qui l’insistenza dei negozianti è tipica e l’arte della contrattazione la fa da padrona.

Di grande impatto visivo è la moschea di Al-Mustafa. Un edificio imponente, con tanti minareti torreggianti con diverse rifiniture in oro che brillano al sole. La moschea si trova al centro di una grande piazza, immersa in un odore fortissimo di spezie provenienti dai negozietti antistanti. Ho attivato un altro senso: le mie narici fiutano gli odori, sento il profumo di questa città, di questa terra. È un odore acre, un mix di cumino e sabbia del deserto.

Il pomeriggio decido di dedicarlo alla spiaggia. Scelgo una baia circondata dalle montagne del Sinai. L’acqua è cristallina, trasparente. È un po’ fredda ma decido di tuffarmi comunque. Apro gli occhi e sono circondata da pesciolini colorati che mi nuotano intorno. Mi accorgo subito che non occorre fare immersioni con le bombole in mare aperto per vedere le bellezze marine, lo spettacolo inizia a pochi passi dalla riva.

È quasi ora di cena, e dopo aver visto uno splendido tramonto accompagnato da una bella birra fresca, decido di pensare a cosa mangiare. Mi accorgo di avere fame e la cosa mi stupisce perché in genere il mio desiderio di cibo è sempre stato legato ad uno stato di benessere psico-fisico. Se mangio vuol dire che sono felice. Mi lascio ispirare dalle tàmeyya, polpette fritte di pasta di ceci condite con diverse spezie, il foul, preparato con farina di fave scure, carne, uova, cipolle e limone. Le mie papille gustative sono in festa, un’esplosione di gusto e di sapori decisi. Chiudo la mia serata egiziana con i piedi in ammollo nella piscina d’acqua calda. Sorseggio una tazza di karkadè bollente e penso a Serena, la mia anima bella. Il cielo è ricoperto da un manto di stelle: brillano a intermittenza e sembrano mi stiano facendo l’occhiolino. A Milano non capita di vedere uno spettacolo del genere, penso. Inconsapevolmente ho riattivato il senso visivo.

Il giorno dopo decido di visitare il parco nazionale di Ras Muhammad. È situato sulla punta meridionale del Sinai, è una riserva naturale che si estende per 480 km quadrati. Qui ho il mio primo incontro ravvicinato con il deserto che però è molto diverso da come lo immaginavo. Si tratta di un deserto fatto di montagne di granito dai colori che spaziano dal rosso, al bruno, al giallo per la loro conformazione millenaria.

All’entrata del parco c’è la porta di Allah, una monumentale scritta in cemento eretta in segno di armistizio tra gli israeliani e gli egiziani che ha la particolarità di formare la scritta “Allah”, leggibile sia da sinistra verso destra (in ebraico) sia da destra verso sinistra (in arabo). Da questa scritta parte la strada per accedere a un parco marino di una bellezza straordinaria. Una volta oltrepassata la Porta, il marrone delle dune di sabbia, rocce e fossili di coralli diventerà il colore dominante, affiancato dalle mille gradazioni di azzurro di un mare timido che fa capolino da lontano. Solo una parte del parco di Ras Mohammed è visitabile ma, dicono, che ne vale la pena: qui ci sono numerosissime varietà di coralli, circa duecento. Proseguo la mia gita e mi imbatto in quella che la guida spiega essere “la spaccatura del terremoto”, causato da una scossa sismica che ha provocato una frattura della crosta terrestre che non si è più rimarginata e che vede la parte più profonda arrivare a 16 metri, nel mare. Il gioco di luci e ombra è straordinario.

Fa caldo per essere febbraio e così decido di fare una sosta al Lago Magico, chiamato così per il colore del mare che cambia continuamente durante il giorno e non è visibile dai satelliti per la sua concentrazione di piombo. È una piscina naturale protetta da un “leone” (una montagna) che ne è il guardiano. L’acqua è molto salata e un po’ fredda ma la mia guida, complice forse il fatto che io sia italiana, mi invita a tuffarmi ed esprimere un desiderio. Decido di seguire il consiglio di Saro, il ragazzo che mi fa da guida, e mi tuffo con la speranza di ritrovare me stessa.

Il parco è grande e c’è tanto ancora da vedere. Arriva il turno delle mangrovie, particolari piante che
filtrano l’acqua salata del mare e tra le quali si sviluppa un folto ecosistema formato da diverse specie di pesci e crostacei, come il granchio “violinista”, chiamato così per l’eccentrica conformazione di una delle sue due chele. L’acqua è così trasparente che una razza mi passa a pochi centimetri di distanza e sembra che stia volando.

Sono felicissima, mi sento bene, continuo a sorridere ma il bello – a mia insaputa – deve ancora arrivare.

Raggiungo la costa del Golfo di Suez, in una delle tante spiaggette chiare e sempre lambite da un mare caldo e molto popolato. Leggo che è possibile fare delle immersioni perché Ras Muhammad ha una delle barriere coralline più belle e intatte del mondo. Sono un po’ scettica perché è tanto tempo che non infilo la muta e faccio un giro sott’acqua. La mia indecisione non dura tanto: dopo pochi minuti mi ritrovo al centro diving e ho già in mano l’attrezzatura per scendere nei fondali. Indosso la muta, controllo il livello d’ossigeno della bombola, infilo le pinne e la maschera. Uno, due, tre, mi immergo. Apro gli occhi e quello che vedo mi lascia senza fiato. Una barriera corallina incredibile che precipita fino a 120 metri. È un tripudio di colori, la vegetazione è fitta con tantissimi coralli a ventaglio che ondeggiano in un balletto elegante. Una miriade di pesci dai colori sgargianti mi dà il benvenuto. C’è il pesce napoleone, il pesce pagliaccio, il pesce palla. Tanti pesci rossi, gialli, blu, verdi. Mi imbatto in un gruppo di pesci chirurgo chiamati così per la loro singolare caratteristica di avere due piccole lame sui lati alla base della coda. Queste lame, simili a un bisturi, vengono messe fuori e utilizzate in caso di pericolo e necessità.  

Nuoto con gli abitanti degli abissi, circondata da un silenzio melodioso, interrotto solo dal rumore delle bolle del mio ossigeno. Mi sento leggera, riappacificata con il mondo e forse anche un po’ con me stessa. Sono entusiasta, felice e riesco a sorridere anche se ho il boccaglio in bocca. Mi avvio verso la riva perché l’escursione sottomarina sta quasi per concludersi. Nuoto scortata dai miei amici marini e penso di aver realizzato un mio piccolo sogno. Ad un tratto con la coda dell’occhio vedo una sagoma. Mi giro di scatto con la testa e alla mia sinistra spunta una meravigliosa tartaruga. È enorme ma si muove con una leggerezza incredibile, un ritmo e una grazia inaspettata. La seguo per un po’ in mare aperto e la saluto con la mano.

 

Il cuore mi scoppia di gioia. Esco dall’acqua e racconto a Saro del mio incontro con la testuggine. Mi dice che erano anni che non se ne vedevano. Non so se la mia guida mi stesse adulando o stesse dicendo la verità, ma mi piace pensare che quella tartaruga stesse aspettando proprio me per prendersi sulla sua corazza un po’ della mia tristezza e le mie debolezze e depositarla lì, sul fondo del Mar Rosso.


A Istanbul arrivateci dal mare

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A Istanbul arrivateci dal mare

Immagini della città, raccolte in poche ore durante una tappa di una crociera

Testo e foto di Francesca Ferrario

Ci sono diversi modi per raggiungere una meta. Si può prendere un aereo, il mezzo ideale per unire due luoghi lontani e dal cui finestrino si possono osservare mappe geografiche che sembrano appartenere più a presepi che a una terra vivente.

Si può prendere il treno, perfetto per guardare i panorami che cambiano chilometro dopo chilometro, mentre ci si abbandona ai sogni e alle fantasie. Si viaggia in auto, il mezzo di trasporto di indipendenza per antonomasia. Ma anche quello che stanca di più, costretti a mantenere la concentrazione sulla strada.

Oppure, quando la meta è un luogo di mare, si può prendere una nave. E io, per raggiungere Istanbul, ho preso una nave.

Avrei potuto arrivarci in tanti altri modi, ma questo resta il mio preferito. E’ un viaggio lento; si scivola tra le onde e si respirano le brezze marine. Trovo confortante il costante sciabordio, capace di farsi sentire anche in mezzo al rumore delle attività di mille passeggeri, e mi piacciono gli odori salmastri che dalla sua schiuma sembrano lievitare. Impareggiabili compagni di viaggio.

Altrettanto affascinante è arrivare in un porto all’alba e vedere il giorno che nasce freneticamente dall’alto di uno dei ponti di queste mastodontiche navi da crociera. Mi sento uno spettatore privilegiato, comodamente affacciato ad un balcone, davanti allo spettacolo brulicante di un risveglio.

La giornata di un crocierista tipo è fatta di aspettative e relax, scanditi in orari stabiliti che non devi percepire come fastidiosa coercizione e ogni tappa va vissuta con un animo avventuriero. Ci si alza, colazione e via, alla scoperta di un luogo con il piglio deciso di chi ha ancora fame di conoscenza, di paesaggi e architetture nuove, di storia, di colori, profumi e sapori mai assaggiati prima. Certo, poche ore non ti permettono di conoscere una meta. Se poi si tratta di Istanbul poche ore bastano solo per visitare qualche quartiere. Una settimana non basterebbe per visitarla per bene, e forse, neanche una vita intera.

La nave non è ormeggiata lontano dal ponte di Galata, cosi decido di andare a piedi verso il centro. Poche persone in giro, ma un’umanità profonda e riconoscibile. Cammino lungo la strada con la mia reflex al collo e di dettagli da fotografare ne trovo tanti. Molti negozi sono ancora chiusi e alcuni commercianti stanno per aprire le loro attività. Mi piace guardarli e ritrarli mentre sistemano le loro mercanzie. Mi sembra l’immagine rappresentativa di un nuovo giorno che inizia, di una nuova energia, di speranza. Per una deformazione professionale non mi piace tornare a casa solo con scatti banali, la statua più famosa o l’edificio simbolo, ma con immagini che mi fanno ricordare perché quel determinato luogo mi ha colpito e a volte basta mettere a fuoco un piccolo particolare. Le mie foto devono raccontare qualcosa di me, non devono testimoniare dove sei stato, ma cosa sei stato durante il viaggio.

E poi una città non è fatta solo di simboli arcinoti, ma di innumerevoli peculiarità. E Istanbul si presta a questo gioco con estrema facilità. Ovunque ti giri i colori, le scritte, i negozi, la gente, gli stili architettonici, gli arredi urbani, i vissuti, si intrecciano e tessono una storia multietnica.

Arrivata in prossimità del ponte, mi accorgo che la città ormai è sveglia. La frenesia di chi deve andare a lavorare è palpabile. Ogni mondo è paese, e Istanbul in questo senso non è diversa da Milano.

Sul ponte ci sono dei pescatori e sotto una moltitudine di ristorantini e localini che si affacciano sul Bosforo e sulle banchine affollate di gente in attesa di prendere il traghetto. E qui Istanbul non è diversa da Venezia con i suoi vaporetti.

Cammino tra i pescatori, cerco di fare quante più foto possibili senza essere notata. Amo la naturalezza e non sopporto le foto in posa o troppo studiate. Un pescatore distratto da una macchina fotografica non è concentrato sui suoi pesci e questo modifica l’intensità delle sue emozioni, di conseguenza, anche la mia foto.

Percorro il ponte che unisce la parte nord, che ha retaggi genovesi, con quella sud, su cui sorgeva l’antica Costantinopoli.

Passo davanti a un mercato ma è ancora poco movimentato. Proseguo attraversando piccole vie popolate da vecchi e bellissimi negozietti e arrivata alla Moschea Blu, mi fermo e mi guardo attorno. Orde di turisti ormai affollavano l’area. Ma tra le tante code in fila, una mi colpisce e mi attira. Quella per la Cisterna Basilica, un deposito sotterraneo costruito da Giustiniano intorno al 532 d.C per raccogliere l’acqua.  E decido di entrarci. Non l’avevo mai vista, nemmeno in foto. E’ stato come entrare in un’altra dimensione. E chi l’avrebbe mai detto che sotto Istanbul si celasse un’opera ingegneristica così bella?

Tra le centinaia di colonne illuminate (336 per la precisione, divise in 12 file da 28 colonne ciascuna, per una lunghezza complessiva di 140 metri e una larghezza di 70) riflesse nell’acqua, mi accorgo subito di aver fatto un errore enorme: non avevo con me il treppiede. Per camminare leggera lo avevo lasciato in nave. Senza il treppiede, là sotto, scattare foto decenti è impossibile. Ci ho provato, appoggiando la macchina ovunque sulla passerella o sul corrimano, ma essendo un camminamento in sospensione sull’acqua, era soggetto alle vibrazioni di chiunque passasse. Per superare la delusione, mi sono solennemente promessa di ritornare a Istanbul, anche solo per fotografarle.

Delusa e demoralizzata, dopo una mezz’ora decido di uscire, risalgo il superficie e mi butto a cercare qualcosa da mangiare. Trovo un piccolo localino di kebab e ne prendo uno. Lo assaporo, mi riposo quel tanto che basta e mi rimetto in marcia. Torno al mercato, adesso è pieno di gente. Faccio qualche scatto a un gruppo di anziani che gioca a backgammon, ma ormai è tempo di tornare verso la nave, e sempre a piedi mi rimetto in marcia. Lungo la strada, piccoli angoli di Istanbul si donano gratuitamente in tutta la sua bellezza.

 

Ripercorro il ponte, passaggio obbligato per tornare verso il porto e verso la parte nord della città. Questa volta passo al piano di sotto, per fotografare i traghetti in partenza per attraversare il Bosforo.

Non vedo i pescatori, che sono sopra al piano superiore della strada, ma le decine e decine di fili da pesca che disegnano, quasi impercettibilmente, il panorama.

Arrivo al porto e ho ancora un po’ di tempo e cosi decido di andare a vedere Palazzo Dolmabahce, che è qualche centinaio di metri oltre la nave. Il tempo a disposizione è troppo poco per una visita e mi limiti ad ammirarne gli esterni. Risalita sulla nave, apro lo zaino per sistemare gli oggetti raccolti nella giornata: un giornale locale, gli opuscoli turistici e qualche snack da assaggiare. Un viaggio non è un viaggio se non si porta a casa qualche souvenir. Perché i ricordi han bisogno di essere stimolati. E niente è più efficace di una scatola da aprire per trovarci dentro tutto quello che hai vissuto.

 

Il suono della sirena, tre fischi lunghi, sono il segnale che la nave sta lasciando il porto, il saluto alla città. Mi piace questa tradizione, è come se la nave, i suoi passeggeri e tutto il personale di bordo ringrazi la città che li ha ospitati per una giornata. Rimane il tempo per un’ultima foto. Dall’alto dell’undicesimo ponte scorgo un campetto da basket, ricavato tra gli edifici portuali. Anche lui fa parte di Istanbul e non potevo non fotografarlo. Perché gli scorci che più ti rimangono dentro, a volte, sono nei luoghi meno suggestivi, o per lo meno, in quelli più impensabili.

 

 


Rodi, l’isola del sole e dei cavalieri

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Rodi, l’isola del sole e dei cavalieri

Dalle case bianche, l’acropoli e la spiaggia di Lindos alla città vecchia di Rodi, ellenica, ottomana e un po’ anche italiana

Testi e foto di Elena Segesta

“Benvenuti nell’isola del sole”. Con queste parole ci ha accolto Spiritulla, per gli amici Spiri, la guida che ci ha accompagnato alla scoperta di Rodi. Una donna dalla tipica bellezza mediterranea, con occhi intensi e profondi, che con modi caldi e gentili ci ha preso per mano e condotto alla visita dell’isola.

La leggenda narra che Rodi, la più grande del Dodecaneso e la più orientale delle maggiori isole dell’Egeo (a soli 17 km delle coste della Turchia), fosse la dimora preferita del dio Sole che, come dice Spiritulla, riposa sopra le teste dei suoi abitanti ed è per questo che qui, il sole splende per circa 300 giorni all’anno.

La prima tappa di questo viaggio è stata Lindos, un suggestivo villaggio di case bianche che si trova a circa 55 km da Rodi città. L’intera isola è calcarea, arida e guardando intorno è facile scorgere una diffusa presenza di arenaria, una roccia sedimentaria composta di granuli. È molto simile al tufo e in antichità veniva utilizzata per costruire le abitazioni dei cittadini. A fare da contraltare a questo panorama arido, c’è Lindos che invece si caratterizza per una forte presenza di coltivazioni e quindi molto fertile.

Lindos è protetta da una rocca fortificata dai Cavalieri di San Giovanni (ordine religioso nato, come i Templari, durante le Crociate), sulla quale sorgono l’Acropoli e il tempio dorico di Athena Lindia. Per raggiungerle bisogna entrare nel centro storico del villaggio, che conserva perfettamente il suo carattere medievale con strade strette e case prevalentemente in pietra, intonacate e imbiancate. Generalmente queste case hanno un cortile pavimentato disegnato con ciottoli bianchi e neri e l’immancabile terrazza con le ringhiere dei balconi in ferro battuto. Le stradine sono piene di negozi, di bar e ristoranti ed è facile incontrare gruppi di asinelli utilizzati da molti turisti per fare il giro della città e per salire alla rocca.

Uno dei simboli del villaggio è il trimolia, un’imbarcazione a tre remi, simile a quella usata dagli ateniesi ma con meno file di remi che la rendeva più veloce e leggera soprattutto nei lunghi spostamenti. Ne troviamo una raffigurazione sul bassorilievo calcareo che si incontra salendo all’Acropoli e in uno degli edifici storici del centro meglio conservati, la Casa del Capitano. Il portone di ingresso è ricco di decorazioni floreali e geometriche. Il numero di petali dei fiori scolpiti indicava l’importanza del Capitano, più petali più navi. All’interno è particolare la camera da letto, una stanza in mattoni che si affaccia sul mare.

L’Acropoli, situata su una collina di 116 metri a precipizio sul mare, racchiude il tempio dorico di Athena Lindia risalente al IV secolo a.C. Vista da lontano richiama la forma del Pi greco, forse un riferimento non casuale ma voluto per indicare qualcosa di ben definito e circoscritto.

Si raggiunge percorrendo una scalinata di 300 gradini. All’inizio della salita troviamo, incisa nella roccia, un’opera risalente al secondo secolo d.C. dello scultore greco Pitocrito, che rappresenta la poppa di una trimolia, base e unico frammento rimasto di un bassorilievo dedicato ad Agesandros, eroe locale e comandante della flotta di Rodi. A Pitocrito viene attribuita anche la Nike di Samotracia, oggi esposta al Louvre e famosa per aver ispirato un noto marchio di abbigliamento sportivo.

La struttura dell’Acropoli si espande su tre livelli e percorrerli è un po’ come una catarsi, una purificazione dell’anima. Dopo aver percorso la prima parte della scalinata che costeggia il primo livello, davanti a noi si erge maestosa la stoa (portico) dorica: un edificio monumentale composto da 42 colonne doriche (oggi ne restano solo 24), disposte su due file e con al centro le stanze dei funzionari religiosi della dea. La vista è mozzafiato, il bianco della pietra contrasta con l’azzurro del cielo e soprattutto del mare che è sotto di noi. La stoa era anche il luogo dove si raccoglievano le offerte per la dea e, come spesso accade con i greci, nulla è lasciato al caso.

Gli spazi così ampi sono fatti appositamente per sorprendere l’antico visitatore (e anche il moderno), per contenere la sua paura e, allo stesso tempo, per prepararlo a raggiungere il terzo e ultimo livello della struttura. Un luogo dove in passato si poteva accedere solo dopo essersi purificati, perché era questo il luogo in cui si era più vicini alla dea. Di questo livello è rimasto ben poco ma la nostra Spiri ci spiega che qui si ergeva maestosa la statua tutta in oro e avorio di Atena, la dea della sapienza, delle arti, della tessitura e della strategia militare (la parte nobile della guerra, quella cattiva e violenta era relegata ad Ares).

Sporgendosi dalle mura dell’Acropoli si scorge la spiaggia di Agios Pavlos dove si narra sbarcò San Paolo.                   La spiaggia, all’interno della piccola baia, è di soffice sabbia dorata ed è circondata da promontori rocciosi e spogli. Quasi incastonata nelle rocce, si affaccia sul mare cristallino e di un blu intenso, una chiesetta bianca dedicata all’apostolo, che spesso è utilizzata come location per matrimoni.

Seconda tappa del nostro viaggio è stata Rodi. Sempre accompagnati da Spiritulla, visitiamo la città medievale che si trova all’interno di una cinta muraria lunga quattro chilometri. La Città Alta è uno dei più bei complessi urbani del periodo gotico, con il Palazzo dei Grandi Maestri, il Grande Ospedale e la Via dei Cavalieri, mentre nella Città Bassa l’architettura prevalente è araba e bizantina con moschee, bagni pubblici e altri edifici risalenti al periodo ottomano (dominazione, dal 1522 al 1912, che ha seguito quella dei Cavalieri e preceduto quella italiana). All’ingresso della città si ergeva una delle sette meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, gigantesca rappresentazione in bronzo del dio Helios (il sole), alta trenta metri. Costruita nel terzo secolo avanti Cristo, fu distrutta sessantasei anni dopo da un forte terremoto.

La città possiede otto entrate, proprio come le otto lingue parlate dai Cavalieri di Malta, una denominazione abbreviata dell’ordine religioso dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (detti anche Cavalieri Ospedalieri), nata ai tempi delle Crociate e ancora oggi operante come istituzione internazionale legata al Vaticano, divisa in ceti e guidata da un Luogotenente di Gran Maestro.

I Cavalieri, di ritorno dalle Crociate si rifugiarono a Cipro e poi si stabilirono nell’isola di Rodi, dove rimasero dal 1309 al 1522, trasformando la città in una roccaforte.

Una passeggiata tra gli stretti vicoli ancora intatti della città vecchia, permette di godere la bellezza del posto e di calarsi completamente nell’atmosfera medievale che si amalgama alle architetture edificate sotto il dominio turco e italiano. Tra gli edifici visitati merita una segnalazione il Palazzo dei Grandi Maestri o dei Cavalieri. Nasce come fortezza nel XIV secolo, viene poi ricostruito durante l’occupazione italiana (Rodi e altre isole dell’Egeo furono colonie italiane dal 1912 al 1943; denominata provincia a Rodi fu assegnata anche una targa automobilistica: RD).  Doveva accogliere Mussolini in una visita che non avvenne perché il restauro si completò solamente nel 1940, a guerra ormai iniziata. Al suo interno preziosi mosaici di Kos abbelliscono le sale, che custodiscono magnifici vasi giapponesi, doni dell’imperatore Hirohito al duce.

Al centro di una delle piazze principali di Rodi, dalla quale si diramano le vie principali per lo shopping, si trova una bellissima fontana dall’acqua color turchese. Più di un abitante ci ha invitato a berla.

Vista la nostra esitazione, ci hanno spiegato l’importanza di quel gesto. Jean Cocteau diceva: “Chi ha bevuto l’acqua delle fontane di Rodi, a Rodi sempre tornerà”. é la nostra speranza.