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In Islanda per un bagno caldo

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In Islanda per un bagno caldo nella Valle del Fumo

Escursione all’Hot Spring, una sorgente termale nei dintorni del villaggio di Hveragerði, a pochi chilometri da Reykjavík

Testo e foto di Davide Carretta

Un ciglio della strada, un benzinaio e due zaini appoggiati per terra. Sono le undici del mattino e, quasi un miracolo, oggi non ha ancora piovuto. La strada è la Ring road, la strada principale islandese: ha due corsie, una per senso di marcia e compie il giro completo dell’isola. Su questa strada passano tutti i principali spostamenti di ogni abitante, perché le strade che si avventurano nell’entroterra durante l’inverno sono spesso impraticabili. La stazione di servizio lungo la Ring road è ai sobborghi della capitale Reykjavík ed è un punto strategico, a quanto ci hanno detto alcuni locali, il migliore per fare auto-stop.

I due zaini sono i nostri: Agostino ed io ci siamo conosciuti in aereo sul volo da Milano a Dusseldorf, il primo dei due che ci avrebbero portato sull’isola. L’aereo era in ritardo e Agostino era preoccupato perché temeva di perdere una coincidenza.

– Per dove?

– Reykjavík.

– Anch’io. Viaggi da solo?

– Sì, ho tre settimane di tempo e non ho un programma, non so nemmeno dove dormirò stanotte. Probabilmente in aeroporto e poi domattina deciderò dove andare.

Non avevo programmi nemmeno io, ma la sua mi era sembrata sin da subito un’ottima idea.

Sono le undici del mattino, dunque, siamo scesi da poco dall’autobus e, seduti al bordo della strada, cominciamo ad aspettare. Dicono che gli islandesi sono abituati a questo tipo di spostamento e molti di loro sono disposti a fermarsi e dare un passaggio a chi ha scelto questo modo di viaggiare che ha il sapore delle generazioni passate ma che lì, in quell’isola nell’angolo in alto a sinistra dell’Europa, ha ancora un’abbondante diffusione.

Siamo in Islanda da tre giorni e questo sarà il primo auto-stop; il cielo è clemente nei nostri confronti e, da questa mattina, non ha ancora mostrato una nuvola. Ringrazio, anche se non so bene chi, perché una delle prime cose che ho capito è che il cielo d’Islanda, al pari, se non peggio, del cielo d’Irlanda, “a volte fa il mondo in bianco e nero, ma dopo un momento i colori li fa brillare più del vero”.

Una freccia a destra, poi un’auto che rallenta fino a fermarsi, infine una donna che si piega verso il sedile di fianco a quello del guidatore e mi guarda, abbassando il finestrino.

– Dove andate?

È giovane, dimostra meno di quarant’anni. Bionda e piuttosto attraente, dietro al paio di Ray-Ban scuri che indossa. Sul sedile posteriore una bimba di otto, forse nove anni; bionda anche lei, più della madre, porta in testa un cappellino verde e si mordicchia il dito della mano destra.

– Hveragerði.

Non lo so pronunciare, ma lei capisce lo stesso e ci fa segno di salire.

– Anche noi andiamo lì. All’Hot spring, vero?

È curioso che la donna ci parli di “Hot spring” – sorgente di acqua calda geotermale – in maniera così generica: in Islanda basta iniziare a camminare, non importa in quale direzione, per poter dire di essere diretti verso un Hot spring.

– Sì, anche noi.

Non so dire se la bimba conosca l’inglese e ci stia ascoltando; ci guarda con un’espressione a metà strada tra il curioso e l’annoiato, farfugliando ogni tanto qualche frase spezzata alla mamma, in quella lingua a me incomprensibile ma che è ricca di suoni gutturali e nasali allo stesso tempo così insoliti e affascinanti. Prima con la mente, poi con la voce provo a riprodurli.

– Hveragerði è difficilissimo da pronunciare!

– Non è vero, l’hai detto piuttosto bene, ho sentito molti stranieri che proprio non riuscivano a dirlo.

La “h” è aspirata ma non troppo, e si aggancia in continuità con la “v” successiva, che però si legge come una “f”; in mezzo la pronuncia prosegue tranquilla seguendo suoni a me noti, poi verso la fine arriva una lettera nuova: è una d morbida, che ricorda il suono inglese “th” e che va a chiudersi nella “i” finale, da pronunciare quasi come una “e”. Hveragerði.

– È una bella città?

Nonostante i Ray-Ban si intuisce un sorriso amaro, che tradisce una leggera offesa.

– Non è una città. L’unica città in Islanda è Reykjavik, Hveragerði ha più o meno due mila abitanti.

Il termine italiano “città” è abusato, sembra valere per ogni agglomerato urbano, dal piccolo comune alla metropoli. Ma noi, distratti e incuranti, avevamo tradotto “città” con l’inglese “city” che invece ha un significato più limitato. Provo a usare “Town” e rifaccio la domanda.

– Nemmeno, è un paesino.

It’s a village, ha detto, girandosi verso la figlia per aiutarla a togliersi il giubbotto. It’s a village.

Davanti a noi un piccolo cancelletto lasciato aperto e un cartello: Reykjadalur. È il nome della località e significa “La valle del fumo” ma questo l’avremmo scoperto soltanto dopo. In quel momento possiamo soltanto notare la somiglianza con il nome Reykjavik e domandarci il perché, varcando il cancello sempre aperto.

La strada è in leggera salita, larga qualche metro e sterrata; tutt’intorno prato. Prato e colline. Prato, colline, fumo. A volte il fumo sale direttamente da sotto la terra, altre invece da qualche piccolo ruscello di acqua bollente che scorre appena in superficie. È fondamentale perché non solo la zona, ma tutta l’isola, è costellata di rigagnoli di acqua talvolta calda e talvolta fredda ed esso è l’unico elemento in grado dirci quando l’acqua è fresca e si possono immergere le mani e quando, invece, è meglio stare alla larga da temperature che si aggirano attorno ai cento gradi. L’odore di zolfo è ingannevole perché c’è sempre e in alcune zone è costante e persistente; quello che sentiamo, quindi, potrebbe provenire da una sorgente poco lontana e quella che abbiamo vicino ai piedi potrebbe tranquillamente essere acqua gelida.

Il sole, nel frattempo e come era prevedibile, se n’è andato, lasciando il posto a nuvole pesanti e cariche di pioggia; è con questo paesaggio tetro, accompagnati da un gorgoglio continuo delle piccole, infinite sorgenti termali e da un silenzioso disegno di fumi intorno che ci incamminiamo, che saliamo di quota, che incontriamo altri viaggiatori sulla via di ritorno, che arriviamo a destinazione. La passeggiata, lunga poco più di un’ora, termina al centro di una valle, tra un versante ricoperto per intero di verde prato rigoglioso e un versante, ben più scosceso, arido e formato da roccia lavica, nera.

Al centro c’è il ruscello, il motivo per cui siamo saliti. Appena più a monte si divide nei suoi due immissari: uno, quello termale, porta acqua sulla soglia dell’ebollizione, l’altro aggiunge acqua freddissima. All’incrocio il contrasto svanisce, inizia a confondersi in un unico piccolo fiume, più grande degli altri, che viaggia verso valle con acqua alla temperatura di circa 40° C e che rappresenta il motivo per cui questo posto, a un’ora di cammino da un piccolo “village” quasi sconosciuto, è tanto famoso. È una sorgente termale a cielo aperto dove fare il bagno senza dover acquistare il biglietto d’ingresso, senza dover oltrepassare il tornello, indossare un braccialetto di riconoscimento, transitare prima dalle porte degli spogliatoi e poi dalle docce.

Basta un costume, ma, a dirla tutta, non c’è un cartello che lo impone. Basta, in definitiva, la sola voglia di entrare in acqua, di sedersi, di sdraiarsi e di lasciarsi convincere che si può stare per lungo tempo immersi: immersi nell’acqua calda, nel magma di un’isola intera, nel calore primordiale che sale, indomato oggi come un tempo, dal centro della terra. Fuori piove. Piove per un po’, poi smette e dal cielo sembra fare capolino una punta di sole effimero e illusorio. Illudersi, perché? Forse, oggi e qui, il sole non serve. Questo pensiamo, ma senza dirlo, perché nella valle del fumo sono poche le parole; da parte nostra, come da parte di tutti i presenti.

Qualche giorno dopo, durante un altro passaggio rimediato in auto-stop, l’uomo alla guida ci avrebbe detto che vicino a Reykjadalur c’è un’altra sorgente termale altrettanto affascinante ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza.

– C’è ancora più silenzio ed è sempre vuota, vi consiglio di andare a vederla.

Ci avrebbe detto anche il nome, ma né Agostino né io l’avremmo capito, dimenticandocelo ben presto. Chissà se un giorno, fosse anche per caso, qualcun altro lo troverà.

 

 


Pensieri

Solitudine e indifferenza

A volte i giornali riportano notizie che inducono il pensiero.

Come questa letta sul Corriere della Sera e tramessa anche da molte altre testate.

Non l’aveva mai vista aperta, quella porta. E così domenica scorsa Sergio Crovato ha deciso di curiosare nell’appartamento del vicino che era chiuso da tempo immemore. Ha preso una torcia, è entrato, ha fatto qualche passo puntando la luce sul centro della stanza e si è sentito gelare il sangue: un cadavere. Disteso su una brandina, scheletrico, anzi, mummificato. Era il corpo del professor Lelio Baschetti, classe 1943, un docente di matematica in pensione che viveva lì, fra quelle mura umide e modeste di calle del Cristo, a Santa Marta, non distante dal porto di Venezia. In casa c’erano libri ingialliti, vestiti impolverati, immondizia impietrita. Accanto al cadavere, un portafogli, che aveva dentro la ricevuta di un prelievo bancario del settembre 2011 e 700 euro in contanti. La data, settembre 2011, è con ogni probabilità quella della morte, perché da allora il conto corrente non ha più registrato prelievi…

e ancora

Un uomo mummificato, conservato nel tempo grazie ai venti della laguna. La sua vita e la sua morte è forse tutta nelle parole di un’allieva: «Al ritorno dalle vacanze estive il professor Baschetti entrò in aula e ci disse “scusate se faccio fatica a parlare, ma non ho parlato con nessuno per tutta l’estate”»…

Alcune persone reali ricercano e trovano la solitudine, l’indifferenza altrui è regalata in un mondo di social, colmo di cinguettii stonati, di interminabili liste di “amici”, di messaggi telefonici sincopatici.

 

 


Curiosità

A Cagliari recuperando vecchi legni vissuti nel tempo

Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma

Se è vero che la fisica è in grado di studiare i fenomeni che regolano le complesse leggi dell’esistenza umana, nulla vieta di applicare i suoi principi alle piccole e preziose situazioni della quotidianità. Come la forza di gravità ci fa pensare alla maturazione delle mele, perché il postulato di Lavoisier non dovrebbe farci pensare a tutte quelle opere artigianali o artistiche che tendono al recupero di materiali definiti di scarto o comunque in disuso? Ci sono artigiani infatti che, fedeli all’assioma fondamentale della fisica per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, sono in grado di creare vere e proprie opere d’arte attraverso la rilavorazione di materiali di scarto.

L’attenzione oggi cade su questi artigiani di Cagliari che, recuperando vecchi pallets e legni vissuti nel tempo, con l’utilizzo di pezzi metallici e altri materiali che hanno oltrepassato il proprio uso, producono oggetti di arredo estetici o funzionali, cercando di valorizzare ciò che pare non abbia più valore.

E così “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e il mondo si rinnova perché, come ha detto Marcel Proust, esso “non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale”.

www.pqpallets.com

 

 


Orizzonti argentini

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Orizzonti argentini

Dal clima tropicale della regione amazzonica ai ghiacciai della Patagonia…

 

Testo e immagini di Emma Matilda Ingrosso

Avevo deciso di tornare. Due anni prima ero arrivata a Buenos Aires con un gruppo di amici argentini. Mi avevano convinta che almeno una volta nella vita bisognasse vedere la grande Plaza de Mayo, impregnata ancora del dolore gridato strenuamente delle madri dei tanti desaparecidos argentini deportati dal regime militare e che un giro a la Recoleta per portare un doveroso omaggio a Donna Evita Peron si sarebbe trasformato nel tempo in un ricordo di quelli preziosi, indelebili.

E quelli furono i principali momenti del mio primo viaggio in Argentina. Ma questa volta volevo allargare gli orizzonti.

L’Argentina è un territorio immenso, dai paesaggi estremi e sempre diversi: si estende dai confini della Foresta Amazzonica fino alla Terra del Fuoco, passando così elegantemente losca tra miriadi di scenari forti e diversi.

Le cascate

Ora, dunque, sono nuovamente in questa terra ed inizio o meglio, riinizio il mio viaggio.

Comincio dalla regione Amazzonica, all’estremo Nord e ci arrivo in aereo da Buenos Aires. Sarebbe stata troppo lunga da fare in corriera e così, in poco e niente, mi trovo catapultata nel clima tropicale di questa regione remota, al confine con il Brasile e l’Uruguay. Gli alberi sono enormi, i fiori anche, tutto grande ed estremo per una che arriva da una città moderna e caotica. Occorre andare a vedere le cascate, assolutamente. Per arrivarci parte del percorso è sul Rio de Iguacu, che è navigabile con grandi canoe in alcuni tratti, in altri su ponticelli di legno poco stabili. Quando arrivo alle cascate mi si mostrano davanti agli occhi i 275 salti che le compongono;  questo spettacolo mi presenta, per la prima volta, un pathos che caratterizzerà la gran parte del mio percorso argentino.

La Garganta del Diablo è il salto più alto, spettacolare. L’acqua arriva per poi buttarsi nel rio Paranà, facendo alzare spruzzi di acqua e vapori in cui si riflettono infiniti arcobaleni. Vedere le cascate dal lato Argentino è indubbiamente molto più spettacolare che vederle dal lato Brasiliano. Da qui ce le hai di fronte.

L’inizio della Patagonia

Lasciata Iguacu si vola sulla costa del Pacifico fino a Trelew per proseguire verso Puerto Madryn. Da qui sono vicinissima alla Penisola di Valdes, altra riserva naturale dove, nella stagione degli amori, le balene franche vanno a riprodursi. Purtroppo, pur essendo la stagione giusta, dalla barca che mi sta portando non ne vedo nessuna. Siamo nella zona geografica dove inizia l’immensa Patagonia con il suo vento che non ti abbandona mai e soffia forte tra cespugli spinosi, erbe secche ed un paesaggio da film western. La cosa più strana però sono gli ex coloni gallesi, le loro casette e le loro cup of tea.

In effetti questi territori remoti e lontani da tutto e tutti si prestavano alla radicalizzazione di colonie di europei. Ma anche di colonie di pinguini. Infatti scoprirò che qui vicino, a Punta Tombo, si trova una delle più grandi colonie di pinguini al mondo.

I pinguini

Camminano a due a due, prima di arrivare alla “pinguinera”. I pinguini sono animali che vivono in coppie stabili, senza lasciarsi mai. Sono carini, mentre li guardo entrare ed uscire con grazia estrema dalle onde.

In acqua si muovono come schegge, per mangiare ed evitare di essere mangiati dalle orche. Queste saltano altissime dalla superficie del mare, per afferrare qualunque cosa di commestibile gli passi davanti, dal leone marino, al pinguino, agli albatros.

Il centro della Patagonia

La tappa successiva è a Rio Gallegos, nel centro della Patagonia; da qui si parte in fuoristrada per Calafate. Attraversiamo un territorio che, pur composto da 300 chilometri estesi praticamente nel nulla, ha la straordinaria capacità di non risultare mai monotono. Il nulla di cui parlo, infatti, ha una sua forma particolare. Sarà l’effetto del cielo che, per una questione di latitudine o per via della smisurata distanza dell’orizzonte, risulta estremamente azzurro e basso, su un territorio brullo e ventoso più che mai.

Ad un tratto, a distanza, inizi a vedere un colore che ti salta agli occhi, un azzurro ceruleo che stacca totalmente nel rosso della terra e che si allarga man mano che ci si avvicina al Lago Argentino, una distesa di acqua dolce che arriva dai ghiacciai andini. L’acqua è azzurra, densa e resa opaca dal pulviscolo di ghiaccio, il cosiddetto “latte dei ghiacciai”. Da El Calafate si può arrivare facilmente al parco dei ghiacciai, sono 47, tantissimi. Salgo sull’imbarcazione che da Puerto Banderas, navigando lungo i canali di Upsala e Spegazzini ed i loro ghiacciai omonimi, arriva quasi sotto i pinnacoli che compongono il fronte dell’enorme ghiacciaio. Le barche devono restare a debita distanza di sicurezza, perché di tanto in tanto, con un rumore assordante, pezzi di giaccio enormi si staccano e precipitano nel lago, alzando onde altissime. I blocchi di ghiaccio iniziano a navigare sulle acque del lago, sciogliendosi e prendendo forme incredibili, paiono enormi statue galleggianti, levigate dal Canova, adornate da effetti di luce, con colori dal bianco al turchese che passano per ogni singolo tono del blu.


Questo spettacolo indimenticabile, oltre a togliere il fiato, mi porta a sperare che l’uomo possa riuscire a preservare questa meraviglia fragile, bellissima e soggetta a scomparire per l’innalzamento della temperatura. Sogno che i miei nipoti e pronipoti possano un giorno godere di questo spettacolo che merita, da solo, lo sforzo del viaggio.

Ma è tempo di andare. Di continuare.

Finis Terrae

E via da qui, si prosegue per la Terra del Fuoco. Per arrivarci si vola sopra lo stretto di Magellano e sopra la parte più a Sud della Cordigliera delle Ande. Poco più ad occidente ci sono i fiordi Cileni. Sotto la carlinga dell’aereo, montagne punteggiate da laghetti andini. Altro grande spettacolo della natura. L’atterraggio ad Ushuaia è quasi al tramonto, con l’aereo che sembra stia per planare sul mare. Strizzo gli occhi per cercare di individuare la banchisa Antartica che è lì vicina, ma c’è foschia. Fa freddissimo, anche se siamo solo in autunno, che corrisponderebbe alla primavera da noi. In effetti questo è ben comprensibile: siamo a Finis Terrae. Questo è il nome dato alla terra dalla costa frastagliata, dove Magellano aveva individuato il varco tra Atlantico e Pacifico, evitando così il periglioso passaggio che obbligava a circumnavigare Capo Horn. Questa era la terra degli indios Yamana, che a quei tempi accendevano fuochi nelle loro canoe, per evitare di morire assiderati durante le notti di battuta di pesca in questa ultima propaggine di terra, prima del mondo di ghiaccio. Ed è questo il motivo per cui, noi scaltri europei, l’abbiamo chiamata Terra del Fuoco.

Ushuaia

Ushuaia è carina, le case sono colorate e si affacciano sul mare grigio scuro. Ospita grandi colonie di leoni marini, che vedo sdraiati sui tanti minuscoli isolotti che punteggiano la baia. Prima di ripartire vado nell’ufficio postale di Ushuaia e mi faccio timbrare il passaporto nella città più australe ed a Sud del nostro mondo. Così, per ricordarmi sempre questo momento.

Bene. Infreddolita, stordita da tanti paesaggi e tanta bellezza, me ne torno a casa con la certezza di tornare ancora.

Già, perché a Calafate ho mangiato la bacca del cespuglio che dà il nome alla cittadina.

Quindi, come leggenda narra, tocca tornare ancora.


Un tuffo dove l’acqua è più blu

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Un tuffo dove l’acqua è più blu

Il Mar Rosso è un luogo ideale per depositarci tristezza e inquietudine

Testo e foto di Elena Segesta

A 48 ore dalla partenza un nodo mi stringe la gola: No, non vado. Che ci vado a fare? Sono troppo triste per potermi divertire. I problemi mi seguiranno anche a Sharm el-Sheikh e il mio trolley è troppo piccolo per poterli contenere tutti.

Erano questi i pensieri a meno di due giorni da un viaggio che mi avrebbe risvegliata, rimessa al mondo, fatto risalire la china non senza però aver prima toccato il fondo… del mare.

Atterro a Sharm alle due di notte (ora locale) e un’onda di aria calda mi travolge. Mi sembra di rivivere un’immagine descritta in uno dei miei libri preferiti – Shantaram di Gregory David Roberts – quando il protagonista atterra a Bombay. Riconosco quell’ aroma intriso di sudore della speranza, l’odore di chi decide di darsi una seconda possibilità, di chi cade e si rialza, di chi si perde e si ritrova. È l’odore dei sopravvissuti, di chi ce la fa nonostante tutto.

Il mio umore migliora decisamente e comincio a capire che questo viaggio lo ricorderò per molto tempo.

In quella prima notte in Egitto, Morfeo mi avvolge nelle sue braccia regalandomi un sonno sereno, beato e ristoratore.

Il mattino seguente vado alla scoperta della “Baia dello Shaykh”, come la chiamano gli arabi. Il sole è caldo e la sensazione che lascia sulla mia pelle è bellissima. La nostra guida si chiama Saro, un ragazzo dagli occhi scurissimi e che parla perfettamente la nostra lingua. Si parte dalla punta panoramica del Fanar da dove è possibile ammirare in lontananza l’isola di Tiran e la baia di Naama Bay, passata alle cronache per gli attentati terroristici del 23 luglio 2005. Il mare è di un colore incredibile: turchese, azzurro, blu. Il vento scompiglia i miei capelli: mi sento libera e sulle mie labbra è spuntato un sorriso.

Spostandomi di soli 20 minuti arrivo a Sharm Vecchia, la parte antica della città. Qui non ci sono discoteche, niente night club; solo negozi, piccole boutique di gioiellieri e molti bar che fanno un caffè espresso davvero molto buono. Il centro nevralgico è l’ingresso all’Old Egypt o Old Market, il vecchio mercato nella piazzetta principale, pieno anch’esso di negozi ai piedi di tante collinette rocciose, ricche di cascate d’acqua che la sera vengono illuminate. Qui l’insistenza dei negozianti è tipica e l’arte della contrattazione la fa da padrona.

Di grande impatto visivo è la moschea di Al-Mustafa. Un edificio imponente, con tanti minareti torreggianti con diverse rifiniture in oro che brillano al sole. La moschea si trova al centro di una grande piazza, immersa in un odore fortissimo di spezie provenienti dai negozietti antistanti. Ho attivato un altro senso: le mie narici fiutano gli odori, sento il profumo di questa città, di questa terra. È un odore acre, un mix di cumino e sabbia del deserto.

Il pomeriggio decido di dedicarlo alla spiaggia. Scelgo una baia circondata dalle montagne del Sinai. L’acqua è cristallina, trasparente. È un po’ fredda ma decido di tuffarmi comunque. Apro gli occhi e sono circondata da pesciolini colorati che mi nuotano intorno. Mi accorgo subito che non occorre fare immersioni con le bombole in mare aperto per vedere le bellezze marine, lo spettacolo inizia a pochi passi dalla riva.

È quasi ora di cena, e dopo aver visto uno splendido tramonto accompagnato da una bella birra fresca, decido di pensare a cosa mangiare. Mi accorgo di avere fame e la cosa mi stupisce perché in genere il mio desiderio di cibo è sempre stato legato ad uno stato di benessere psico-fisico. Se mangio vuol dire che sono felice. Mi lascio ispirare dalle tàmeyya, polpette fritte di pasta di ceci condite con diverse spezie, il foul, preparato con farina di fave scure, carne, uova, cipolle e limone. Le mie papille gustative sono in festa, un’esplosione di gusto e di sapori decisi. Chiudo la mia serata egiziana con i piedi in ammollo nella piscina d’acqua calda. Sorseggio una tazza di karkadè bollente e penso a Serena, la mia anima bella. Il cielo è ricoperto da un manto di stelle: brillano a intermittenza e sembrano mi stiano facendo l’occhiolino. A Milano non capita di vedere uno spettacolo del genere, penso. Inconsapevolmente ho riattivato il senso visivo.

Il giorno dopo decido di visitare il parco nazionale di Ras Muhammad. È situato sulla punta meridionale del Sinai, è una riserva naturale che si estende per 480 km quadrati. Qui ho il mio primo incontro ravvicinato con il deserto che però è molto diverso da come lo immaginavo. Si tratta di un deserto fatto di montagne di granito dai colori che spaziano dal rosso, al bruno, al giallo per la loro conformazione millenaria.

All’entrata del parco c’è la porta di Allah, una monumentale scritta in cemento eretta in segno di armistizio tra gli israeliani e gli egiziani che ha la particolarità di formare la scritta “Allah”, leggibile sia da sinistra verso destra (in ebraico) sia da destra verso sinistra (in arabo). Da questa scritta parte la strada per accedere a un parco marino di una bellezza straordinaria. Una volta oltrepassata la Porta, il marrone delle dune di sabbia, rocce e fossili di coralli diventerà il colore dominante, affiancato dalle mille gradazioni di azzurro di un mare timido che fa capolino da lontano. Solo una parte del parco di Ras Mohammed è visitabile ma, dicono, che ne vale la pena: qui ci sono numerosissime varietà di coralli, circa duecento. Proseguo la mia gita e mi imbatto in quella che la guida spiega essere “la spaccatura del terremoto”, causato da una scossa sismica che ha provocato una frattura della crosta terrestre che non si è più rimarginata e che vede la parte più profonda arrivare a 16 metri, nel mare. Il gioco di luci e ombra è straordinario.

Fa caldo per essere febbraio e così decido di fare una sosta al Lago Magico, chiamato così per il colore del mare che cambia continuamente durante il giorno e non è visibile dai satelliti per la sua concentrazione di piombo. È una piscina naturale protetta da un “leone” (una montagna) che ne è il guardiano. L’acqua è molto salata e un po’ fredda ma la mia guida, complice forse il fatto che io sia italiana, mi invita a tuffarmi ed esprimere un desiderio. Decido di seguire il consiglio di Saro, il ragazzo che mi fa da guida, e mi tuffo con la speranza di ritrovare me stessa.

Il parco è grande e c’è tanto ancora da vedere. Arriva il turno delle mangrovie, particolari piante che
filtrano l’acqua salata del mare e tra le quali si sviluppa un folto ecosistema formato da diverse specie di pesci e crostacei, come il granchio “violinista”, chiamato così per l’eccentrica conformazione di una delle sue due chele. L’acqua è così trasparente che una razza mi passa a pochi centimetri di distanza e sembra che stia volando.

Sono felicissima, mi sento bene, continuo a sorridere ma il bello – a mia insaputa – deve ancora arrivare.

Raggiungo la costa del Golfo di Suez, in una delle tante spiaggette chiare e sempre lambite da un mare caldo e molto popolato. Leggo che è possibile fare delle immersioni perché Ras Muhammad ha una delle barriere coralline più belle e intatte del mondo. Sono un po’ scettica perché è tanto tempo che non infilo la muta e faccio un giro sott’acqua. La mia indecisione non dura tanto: dopo pochi minuti mi ritrovo al centro diving e ho già in mano l’attrezzatura per scendere nei fondali. Indosso la muta, controllo il livello d’ossigeno della bombola, infilo le pinne e la maschera. Uno, due, tre, mi immergo. Apro gli occhi e quello che vedo mi lascia senza fiato. Una barriera corallina incredibile che precipita fino a 120 metri. È un tripudio di colori, la vegetazione è fitta con tantissimi coralli a ventaglio che ondeggiano in un balletto elegante. Una miriade di pesci dai colori sgargianti mi dà il benvenuto. C’è il pesce napoleone, il pesce pagliaccio, il pesce palla. Tanti pesci rossi, gialli, blu, verdi. Mi imbatto in un gruppo di pesci chirurgo chiamati così per la loro singolare caratteristica di avere due piccole lame sui lati alla base della coda. Queste lame, simili a un bisturi, vengono messe fuori e utilizzate in caso di pericolo e necessità.  

Nuoto con gli abitanti degli abissi, circondata da un silenzio melodioso, interrotto solo dal rumore delle bolle del mio ossigeno. Mi sento leggera, riappacificata con il mondo e forse anche un po’ con me stessa. Sono entusiasta, felice e riesco a sorridere anche se ho il boccaglio in bocca. Mi avvio verso la riva perché l’escursione sottomarina sta quasi per concludersi. Nuoto scortata dai miei amici marini e penso di aver realizzato un mio piccolo sogno. Ad un tratto con la coda dell’occhio vedo una sagoma. Mi giro di scatto con la testa e alla mia sinistra spunta una meravigliosa tartaruga. È enorme ma si muove con una leggerezza incredibile, un ritmo e una grazia inaspettata. La seguo per un po’ in mare aperto e la saluto con la mano.

 

Il cuore mi scoppia di gioia. Esco dall’acqua e racconto a Saro del mio incontro con la testuggine. Mi dice che erano anni che non se ne vedevano. Non so se la mia guida mi stesse adulando o stesse dicendo la verità, ma mi piace pensare che quella tartaruga stesse aspettando proprio me per prendersi sulla sua corazza un po’ della mia tristezza e le mie debolezze e depositarla lì, sul fondo del Mar Rosso.


Una giornata a Rio

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Una giornata a Rio

Dalla spiaggia di Ipanema alla statua del Cristo Redentor, il tour è un concentrato di emozioni

Testo e foto di Francesca Ferrario

 

La mia scoperta di Rio de Janeiro è stata frettolosa, quasi stressante ma così intensa da essere indimenticabile. Un concentrato di emozioni.

L’escursione era una tappa giornaliera di una crociera. Poche ore a disposizione, neanche il tempo di acclimatarsi alla sua aria calda e umida, così carica di odori. Un tour organizzato, inevitabile anche se non amo il turismo “alla giapponese”, che prevedeva continui spostamenti, dalla nave al pullman, dalla funivia al trenino e di nuovo dal pullman alla nave, seguendo un percorso battuto da migliaia di turisti che sembravano darsi appuntamento ad ogni tappa.

 

La laguna, Ipanema e Copacabana

Lagoa Rodrigo de Freitas è una laguna collegata all’oceano atlantico da un canale che attraversa il quartiere di Leblon. Luogo privilegiato per praticare sport acquatici quali canottaggio e canoa fa parte di quello che viene considerato il quartiere più ricco di Rio. La laguna è però diventata tristemente famosa durante i giochi olimpici 2016 per le aspre polemiche legate all’inquinamento delle sue acque, che causavano malori e problemi di salute agli atleti. Scattate le dovute foto di rito da mostrare ai miei compagni di canottaggio, visitiamo il Jardim Botanico do Rio de Janeiro. Voluto dal re portoghese Giovanni IV nel 1808, con le sue 33 mila varietà di piante è tra i più grandi giardini al mondo.

Il pullman ci porta sulla costa, attraversiamo i quartieri di Leblon e successivamente di Ipanema, famosa per il surf e le belle case. Proseguendo lungo la strada costiera, si passa davanti al Forte de Copacabana per giungere finalmente alla nota spiaggia, che dalla fortezza prende il nome. È una lunghissima lingua di sabbia bianca, delimitata a nord dal Posto Dois e a sud dal Posto Seis, due delle torrette dei guardaspiaggia qui presenti. Sono quasi le dieci del mattino ma fa già caldo e sulla spiaggia ci sono migliaia di persone: giocano a calcio, beach volley, corrono o si rilassano. Ora capisco perché da queste parti hanno il culto dello sport. Questa è una vera palestra naturale, i campi da gioco sono tantissimi, e soprattutto sono gratis. Ma Copacabana non è solo sport, è stata anche teatro di alcuni degli eventi passati alla storia per l’enorme numero di partecipanti: nel 2006 più di un milione e mezzo di persone ha assistito al concerto dei Rolling Stones, e nel 2013, in occasione della XXIII Giornata mondiale della gioventù, tre milioni di fedeli hanno incontrato papa Francesco.

Il Pan di Zucchero e il monastero di San Benedetto

Arriviamo in pullman alle pendici del Pao de Açucar, il Pan di Zucchero. È un colle alto 396 metri ed è uno dei luoghi simbolo di Rio. Da qui parte il Bondinho, la funivia che porta in cima e da cui si può godere di una vista che spezza il fiato e lascia senza parole. Il luogo è particolarmente affollato e una lunga fila di turisti che aspettavano di scendere, prolunga la nostra sosta. Ne approfittiamo per fotografare il panorama, dissetarci e giocare con le scimmie che quassù vivono numerose.

Una volta risaliti sul pullman la guida ci informa che, per il ritardo accumulato, la nostra visita al Cristo Redentore veniva spostata. Cosi ci propone di raggiungere il monastero di San Benedetto (Monasterio di Sao Bento), uno dei più antichi di tutto il Brasile. L’edificio all’esterno è semplice. La sobrietà della facciata della chiesa, costruita nel 1633 e che vide la conclusione dei lavori solo un secolo dopo, contrasta invece con la ricchezza dei dettagli ed elementi decorativi barocchi che si trovano al suo interno.

Il monte Corcovado e il Cristo Redentor

Ritorniamo al porto per il pranzo sulla nave e poi di nuovo in pullman per raggiungere l’ultima tappa: il monte Corcovado, che fa parte del parco nazionale della Tijuca ed è alto circa 710 metri. Alla sua sommità si trova la statua del Cristo Redentor, l’icona di tutto il Brasile. La costruzione della statua iniziò nel 1921 e finì ufficialmente dieci anni dopo, quando l’allora Presidente del Brasile, Getulio Vargas la inaugurò con una sfarzosa cerimonia. Per salire al Cristo Re ci son diversi modi: a piedi, se siete buoni scalatori, col taxi o con il treno. Il Trem do Corcovado è rosso e mi ricorda un po’ il trenino del Bernina. Ci porta ai piedi della statua e da qui bisogna percorrere i 222 gradini per giungere in vetta (per chi ha problemi motori si possono prendere i tre ascensori o le otto rampe di scale mobile). La bellezza del panorama, che abbraccia tutta Rio, cancella ogni fatica e ci lascia a bocca aperta per alcuni minuti: con la statua alle spalle, frontalmente si può ammirare il Pan di Zucchero e la baia di Guanabara. Seguendo il braccio destro del Cristo, si possono ammirare il Lago Freitas, l’ippodromo, il Giardino Botanico e la spiaggia di Ipanema. Seguendo invece quello sinistro, si scorge la parte Nord della città, dove svetta il Maracanà, uno degli stadi di calcio più rinomati sul pianeta.

E tra questi tre punti cardinali, immersi nelle colline, o nelle spianate, trovano spazio tutti i quartieri carioca, favelas comprese. Mi è bastato vedere quante ce ne sono per rendermi conto che anche Rio, come tutte le città moderne è un concentrato di contraddizioni forti. Immensa ricchezza ma anche tanta degrado. E’ il momento delle foto ricordo. Qui i selfies si sprecano, a me non piacciono, ma per una volta, mi lascio travolgere dalla moda del momento. E lasciatemelo dire: fatene a decine, a centinaia. Non sono foto sprecate, perché Rio è cosi: è lontana, variegata, allegra, è samba, è calore. Insomma è davvero tante emozioni uniche, ed è importante poterle ricordarle tutte.

Ormai sta calando la sera, scendiamo per andare a prendere il trenino e il Cristo Re si è acceso sopra di noi, assieme alle stelle australi. Mentre aspettiamo, gli occhi di tutti sono all’insù, inumiditi da una scena cosi romantica e dolce. Nel vagone cala il silenzio un po’ per la stanchezza, un po’ perché semplicemente ognuno si gode il tramonto.

 

Torniamo alla nave, che attende con pazienza tutti i pullman che son ancora in giro per la città.

Con quasi due ore di ritardo finalmente si ritira la passerella, sulla banchina del porto rimangono ormai solo i pochissimi addetti agli ormeggi e il silenzio di un altro giorno che volge al termine. Terminate le manovre, dopo qualche decina di minuti, Rio è lontana, i palazzoni e le spiagge illuminate perdono i loro contorni definiti, ma il Cristo Redentore, come una vera guida, rimane sempre visibile anche dall’oceano e da lassù, luminoso, con le sue braccia tese pronte ad accogliere ogni pellegrino, ci saluta e ci augura buon viaggio.

 

 


Highline 179, la linea che attraversa il cielo

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Highline 179, la linea che attraversa il cielo

In Tirolo sul ponte pedonale sospeso

a cura della redazione

Volete provare l’emozione di passare da una cima di montagna a un’altra percorrendo, nel vuoto ma in tutta sicurezza, una passerella sorretta da fili d’acciaio e larga poco più di un metro. Camminerete per 400 metri su un grigliato che irresistibilmente attraverserete con lo sguardo per vedere il panorama del fondovalle sottostante dove piccole automobili si muovono lungo una strada che corre tra i boschi 112 metri sotto le vostre scarpe. Una leggera oscillazione renderà l’esperienza ancora più adrenalinica ma la passeggiata nell’aria non è assolutamente pericolosa. L’avventura è adatta a tutte le età e non richiede una particolare forma fisica.

Siamo nei pressi di Reutte, una graziosa località nel Tirolo austriaco che si incontra lungo la strada statale (la B179, che dà il nome alla passerella) che dal Passo di Resia porta a Fussen e ai castelli della Baviera. La strada ripercorre il tracciato della via Claudia Augusta, l’antica strada consolare che dal primo secolo dopo Cristo univa il mondo romano a quello germanico e attraversava le Alpi collegando la pianura del Po a quella del Danubio,

Superata le frontiera italo-austriaca proseguite per circa cento chilometri verso il confine della Germania e valicato il colle di Fernpass vedrete sulla sinistra una fortezza che sovrasta la valle e un ponte sospeso che porta alla montagna di fronte e passa un centinaio di metri sopra la vostra testa. Seguite le indicazioni per Highline 179, che vi porteranno a un grande parcheggio con bar, ristorante e ufficio turistico. Lasciate la macchina e, acquistato il biglietto (8 euro, 5 per i bambini fino a 14 anni), prendete il sentiero nel bosco, leggermente in salita, che vi condurrà in venti minuti di cammino fino al castello di Ehrenberg. Da qui parte la passerella nel vuoto fino alla cima di fronte e alle rovine del Fort Claudia (le due fortezze furono costruite intorno al 17mo secolo come sentinelle per proteggere la valle sottostante).

 

Highline 179 è stata inaugurata nel novembre 2014, ha richiesto sette mesi di lavoro e una spesa di due milioni di euro. Pesa 70 tonnellate ed è sorretta da quattro cavi in acciaio dal diametro di 6,6 centimetri, in grado di sopportare un carico di 500 persone.

Fino all’agosto del 2017, quando è stato aperto quello svizzero che attraversa la valle di Zermatt (lungo 490 metri), era il ponte pedonale sospeso più lungo al mondo. È aperto tutto l’anno dalle 8 alle 22.00. Nel blu delle giornate estive o imbiancato da fiocchi di neve, luccicante sotto il sole o illuminato di notte dalle lampade che scandiscono tutto il percorso, è uno spettacolo da non perdere. Emozionante.

 


Fra il cuore e gli ottomila

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Fra il cuore e gli ottomila

Ricordi di un’escursione sull’Annapurna

(Pokhara, Nepal – Ottobre)

Testi e foto di Davide Carretta

20 Ottobre: Pokhara, 955 m

 Si chiama Om e di mestiere fa la guida. Vive a Pokhara, dove ha una moglie e due bambini e tra settembre e novembre accompagna turisti da ogni parte del mondo sui tanti sentieri che ricoprono il Massiccio dell’Annapurna.

Annapurna in Sanscrito significa “Dea dell’abbondanza”: si trova al centro dell’immensa e lunghissima catena dell’Himalaya e vanta al suo interno diverse cime oltre i settemila metri, tra cui l’Annapurna I (8091m), la decima più alta al mondo.

Al di sotto di esse, un infinito dedalo di sentieri e villaggi in cui centinaia di famiglie nepalesi o tibetane  trascorrono la loro esistenza, vivendo dell’ospitalità che offrono ai turisti e dei numerosi piccoli oggetti di artigianato locale che giovani e anziani realizzano e rivendono, sempre ai turisti.

– Ci sarà da pagare una tassa all’inizio del sentiero e dovrai mostrare questo documento.

È l’oste del piccolo albergo dove abito da qualche giorno; si chiama Damodar e parla un ottimo inglese, infatti quando sbaglio sorride e mi corregge. Il suo albergo si trova a poche centinaia di metri dal lago di Pokhara, su cui la città omonima si affaccia. Il primo giorno, nel darmi il benvenuto, mi aveva subito spiegato che tra ottobre e novembre, durante le giornate di cielo limpido, il lago mostra il riflesso delle cime più alte dell’Annapurna, che svettano alle spalle della città. A riprova di quel che diceva, mi aveva mostrato alcune immagini il cui riflesso delle montagne era nitido al centro del lago. Nonostante questo però, e nonostante fosse da poco passata la metà di Ottobre, non ero ancora riuscito a vederlo.

Comunque, trascorso qualche giorno, avevo deciso di prenotare un’escursione, facendomi accompagnare da una guida. Una guida molto esperta, mi aveva detto Damodar, anche se ormai, dopo le sue dichiarazioni sullo splendido riflesso delle cime, non sapevo quanto fidarmi.

– Ci sarà da pagare una tassa perché il governo nepalese non contribuisce alla conservazione del massiccio dell’Annapurna; tutto ciò che è organizzato e realizzato al suo interno è finanziato dai turisti: la costruzione dei villaggi, il mantenimento dei sentieri e la realizzazione di nuovi percorsi e strutture.

Infilo il documento nello zaino e, aspettando la guida che avrebbe dovuto arrivare di lì a poco, do un ultimo sguardo alla stretta porzione di lago che da dove mi trovo si può scorgere. Dei riflessi ancora nessuna traccia, non mi resta che voltare lo sguardo e vedere le cime per come sono: immense e impassibili, un velo di nuvole del mattino le oscura un po’.

– Mi chiamo Om.

Come il mantra, penso, rendendomi conto immediatamente di quanto poco io sappia sui mantra e quanti altri turisti prima di me avranno pensato la stessa cosa.

È giovane; la sua stretta di mano non è forte ma sicura. Indossa una tuta sintetica, una camicia a maniche corte e un paio di scarpe da ginnastica leggere. Un abbigliamento quantomeno curioso per una guida che si prepara a un’escursione. Ad ogni modo, la guida è lui, sa sicuramente quello che fa. Sull’automobile che ci porta alla base si trovano quindi un autista in camicia bianca che parla molto, una guida dalla dubbia affidabilità e un turista che per l’occasione ha portato il meglio che l’Occidente consumistico abbia prodotto in fatto di abbigliamento da trekking, seduto sul sedile posteriore.

21 Ottobre: Ghorepani, 2874 m

– È qui che, anticamente, i commercianti si fermavano a far riposare i propri cavalli e dare loro da bere.

Om ci tiene a raccontarmi tutte le storie che conosce e che appartengono alla sua tradizione. Questo villaggio era l’unico luogo della zona dove si trovava acqua; Ghore in nepalese vuol dire cavallo e Pani vuol dire acqua.

Il villaggio si compone di qualche decina di case, per la maggior parte adibite a rifugio per i turisti, e di un centinaio di abitanti, che passano quasi totalità dell’anno. Chiedo se i bambini che abitano qui vanno a scuola. – Ogni tanto, ma la scuola più vicina è troppo lontana da qui, non possono.

Fuori dalla Guest house dove ci siamo sistemati li vedo giocare. Sono appollaiati su un tavolo in legno e fanno le gare con una macchinina; una macchinina in tre, che si passano a turno. Un po’ litigano, un po’ si divertono.

Quando mi avvicino alzano subito lo sguardo e cominciano a farmi domande e a lanciarmi la loro macchinina, così che anch’io possa partecipare; rispondo in italiano alle loro domande in nepalese, ma ci capiamo lo stesso. Riusciamo anche a organizzare, insieme a qualche altro giovane turista, una partita di calcio. Quattro, loro, contro tre, noi; non ricordo il risultato, ma ho ancora in mente la gioia negli sguardi. Non solo in quelli dei bambini, ma anche in quelli degli altri due turisti che con me hanno giocato e, in fondo, anche nei miei.

22 Ottobre: Poonhill, 3193 m

Sono le 4:30 del mattino e Om sta versando del tè in due tazze di metallo; tè caldo, prima di uscire e cominciare a camminare, per un’ora circa, verso Poonhill, che costituisce il punto di arrivo dell’escursione, prima di tornare indietro. Poonhill è la meta classica per gli escursionisti che vogliono ammirare le cime dell’Annapurna durante l’alba. Ecco perché intorno alle cinque del mattino ci incamminiamo su un sentiero che alterna terreno battuto e scalini in pietra. C’è silenzio, si sente solo il rumore dei passi sulla terra. Un passo dopo l’altro, per un’ora. Finché non si arriva di fronte ad un grande arco in pietra: è l’ingresso. Da quel momento, ci si sparge occupando tutto lo spazio a disposizione e cercando il punto migliore da cui ammirare le cime, in attesa che il sole dia il via a tutti i fotografi, amatori e dilettanti, saliti per immortalare il momento.

– Quella è la cima Dhaulagiri, la settima più alta del mondo e quella è l’Annapurna Sud.

È Om, che mi aiuta a trovare il punto migliore.

– Quello là invece è il Macchapucchre: la montagna è sacra, nessuno mai la scalerà. Macchapucchre in nepalese significa “Coda di pesce”, per via della sua forma.

Una cima che toglie il fiato. Non è la più alta, non è nemmeno fra le più alte, ma la sua forma è unica, unica tra quelle cime imponenti; fanno capolino sopra alla linea che il sole traccia e sopra alle prime nuvole del mattino. E per oggi non c’è pensiero che non si arrenda, non c’è angoscia che non svanisca, non c’è cuore che non taccia.


Sant’Eustorgio, una basilica, tante storie

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Sant’Eustorgio, una basilica, tante storie

La chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, teatro delle leggende dei re Magi e del santo inquisitore protettore dalle emicranie, racchiude un capolavoro di arte rinascimentale e la curiosa rappresentazione di una Madonna con le corna

Testo e foto a cura della Redazione

 

Piazza Sant’Eustorgio è uno dei più gradevoli angoli di Milano. Ci si arriva lasciata la Darsena dei Navigli e percorrendo corso di Porta Ticinese verso il centro della città. Subito sulla destra c’è uno slargo con una pavimentazione in ciottoli e lastre di pietra, un’ordinata fila di case, un giardino centrale con alberi e panchine, e sulla sinistra una chiesa romanica in mattoni rossi.

La chiesa, o meglio la basilica, ha una storia antica e racchiude tesori d’arte, ma prima di entrare a scoprirli guardate con attenzione la colonna tra la chiesa e il giardino, sopra c’è una statua di un santo con un grosso coltello conficcato sulla testa. Rappresenta Pietro Rosini da Verona (1206-1252), predicatore domenicano e deciso persecutore degli eretici, che dal 1233 presiedeva il Tribunale dell’inquisizione a Milano, allora collocato nel convento accanto alla chiesa di sant’Eustorgio.

Pietro non era un personaggio facile. Paladino della Cristianità contro le eresie e le stregonerie era un giudice inflessibile e le sue condanne comportavano, quando andava bene (le presunte streghe venivano bruciate nella piazza dietro alla basilica), esilio, confisca dei beni e distruzione delle eventuali proprietà non alienabili. A farne le spese fu, tra i molti, un certo Stefano Confalonieri di Agliate, ricco e cataro, che nell’aprile del 1252, alla vigilia del processo che lo vedeva imputato di eresia, organizzò un agguato all’inquisitore che stava rientrando a Milano da Como.

I sicari non andarono sul sottile e massacrarono il domenicano con una mannaia, due fendenti, prima alla testa poi al petto. Il martirio gli fruttò la venerazione popolare e un anno dopo, papa Innocenzo IV lo canonizzò santo. I resti del suo corpo sono conservati all’interno della basilica in una monumentale arca di marmo di Carrara, intarsiato tra il 1335 e il 1339 dal maestro pisano Giovanni di Balduccio.

La cappella Portinari

L’arca, un capolavoro della scultura italiana del Trecento, è ricca di finissime decorazioni e richiama lo stile gotico di alcune opere di Nicola Pisano (1220 – 1284), come l’arca di San Domenico a Bologna o i pulpiti nel Duomo di Siena e nel Battistero di Pisa. Gli otto pilastri in marmo rosso di Verona che reggono il sarcofago sono abbelliti da altrettante statue. Sul fronte sono personificate le quattro virtù cardinali: la Giustizia, la Temperanza, la Fortezza e la Prudenza, rappresentata da una donna con tre volti di diverse età (vecchiaia, maturità e giovinezza, perché essere prudenti significa avere “buona memoria delle vedute cose, buona conoscenza delle presenti e buona provvedenza delle future”, come afferma Dante nel Convivio). Un’analoga rappresentazione si trova sul trecentesco pavimento del Duomo di Siena e nel famoso dipinto di Tiziano, l’Allegoria della Prudenza del 1565, dove la figura tricefala è maschile e a ciascuna età è accostato un animale, un cane a quella giovane, un leone a quella matura e un lupo alla anziana.

Alle colonne sul retro del sarcofago sono appoggiate le tre virtù teologali (la Speranza, la Fede e la Carità), a cui si aggiunge l’Obbedienza. La cassa sepolcrale è ornata con affollatissimi rilievi che narrano la vita del santo e il tabernacolo, in forma di loggia a tre cuspidi, ospita una Madonna in trono col Bambino affiancata dai santi Domenico e Pietro Martire.

Per ospitare l’arca, nel 1462 venne costruita una cappella attigua al corpo centrale della chiesa. Finanziatore dell’opera fu Pigello Portinari, un fiorentino mandato da Cosimo de’ Medici a Milano per aprire una filiale della Banca Medicea. La donazione della cappella in onore del martire aveva il duplice scopo di ingraziarsi il clero locale e gli Sforza, signori di Milano, e preparare una sontuosa sepoltura anche per le proprie spoglie. Il corpo di Pigello riposa infatti sotto il pavimento mentre quello del santo giace nell’arca sovrastante. Una leggenda racconta che al momento di depositare la salma di Pietro nel sarcofago ci si accorse che l’arca era troppo corta per contenere il corpo del santo. L’arcivescovo di allora, Giovanni Visconti, pensò quindi di fargli staccare la testa; la conservò come reliquia separata e la portò a casa sua. Ma da quel giorno venne tormentato da terribili emicranie, che cessarono solo quando si decise a riportare la reliquia nella basilica. Da allora san Pietro Martire, oltre che patrono dell’Inquisizione, divenne per tradizione popolare protettore dal mal di testa (un po’ per la decapitazione e un po’ per il colpo di mannaia). Nel giorno che ricorda la sua morte, l’ultima domenica di aprile, i milanesi usavano andare “a pestà el cò in sant’Ustorg” cioè appoggiare il capo contro l’arca (o strofinare un panno sull’urna e avvolgerlo intorno alla testa) per preservarsi da emicranie per tutto l’anno.

La Madonna con le corna 

Per affrescare la cappella il Portinari (che era tra l’altro anche un parente della famosa Beatrice, cantata da Dante nella Vita Nova e nella Divina Commedia) chiamò uno dei pittori più innovativi dell’epoca, Vincenzo Foppa, che rappresentò la vita del santo, utilizzando colori luminosi e una nuova tecnica prospettica. Nella parete a destra dell’arca disegnò una Madonna con bambino, entrambi con uno sguardo accigliato e ornati di due corna. Racconta uno dei tanti leggendari miracoli di Pietro da Verona, quando si accorse che il demonio si era presentato assumendo le sembianze della Vergine e prontamente lo scacciò mostrando un’ostia consacrata. Forse un’allegoria alle eresie combattute dal santo, che trasfiguravano figure e dogmi della Chiesa.

La Cappella Portinari è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18; l’ingresso è sulla sinistra della basilica e costa 6 euro.

All’interno della basilica

La facciata della chiesa è frutto di un restauro in stile neoromanico eseguito nel 1864 e anche il pulpito in pietra esterno, a destra dell’ingresso, è un rifacimento di quello in legno da cui il santo inquisitore era solito arringare le folle di fedeli. Alzando lo sguardo si può ammirare la vetta del campanile che non è sormontato da una croce ma da una stella a otto punte. Simbolicamente rappresenta la leggenda che fu all’origine della basilica, mille anni prima delle vicende del santo inquisitore: quella dei Re Magi e dell’arrivo a Milano delle loro spoglie, partite da Costantinopoli nel 343, dono dell’imperatore romano al vescovo Eustorgio.

L’arca in pietra che le conteneva era su un carro trainato da buoi che all’ingresso in città si blocca e non riesce a proseguire. Eustorgio lo interpreta come segno divino e decide di costruire in quel punto la chiesa che ne conserverà le reliquie. Ci resteranno fino al 1164, quando il Barbarossa le porterà a Colonia (della traslazione delle reliquie da Milano a Colonia abbiamo diffusamente raccontato in un altro articolo – link), ma la leggenda è ancora oggi testimoniata da un altare e dall’arca che conteneva le loro spoglie.

L’interno della basilica è suddiviso in tre navate sormontate da volte a crociera. L’altare maggiore è sovrastato dall’Ancona della passione, polittico in marmo del ‘300 e dietro all’altare sono visibili i resti della primitiva basilica paleocristiana. Lungo le pareti si susseguono varie cappelle. Quella dedicata ai Re Magi è a destra e le altre portano il nome di un santo o di una famiglia nobile milanese (Visconti, Torriani, Brivio, Caimi).

Un affollato cimitero

Fino alla fine del 1700 (quando un decreto imperiale vietò la sepoltura nelle chiese) era consuetudine, motivo di vanto e dimostrazione di potere e ricchezza, avere la tomba di famiglia in una basilica. E Sant’Eustorgio di defunti illustri ne aveva veramente tanti. Santi, vescovi e priori; conti e duchi; mogli, figli, nipoti e pronipoti dell’aristocrazia lombarda; medici di famiglia, funzionari fedeli e generosi donatori interessati a riposare eternamente accanto a santi.

In imponenti sarcofagi o in piccole ulne se ne contavano alcune centinaia: più che una chiesa era un grande cimitero, affollato quanto quello che si estendeva attorno alla chiesa e che fu smantellato all’inizio del 1600.

E altre tombe sono ancora presenti al piano interrato (ci si arriva visitando il Museo, l’ingresso è lo stesso della Cappella Portinari). Sono le catacombe paleocristiane risalenti al terzo e quarto secolo, scoperte negli scavi archeologici compiuti tra il 1959 e il 1960. Tombe di gente comune, con pochi titoli, e tra le iscrizioni funerarie più curiose possiamo leggere quella dell’esorcista Vittorino, “morto il 3 novembre del 377”; del giovane schiavo Cardamionis, che “visse undici anni, sette mesi e venti giorni”; del novantenne Domese, morto negli ultimi giorni di un agosto intorno all’anno 500; della centenaria Varicia Asteria, che “visse con il marito ottant’anni, sei mesi e 21 giorni”; e di due stranieri, il barbaro Severiano e il macedone Eliodoro.

 

Il Priore archeologo

A fare un censimento delle sepolture (ma anche delle opere d’arte, delle lapidi e delle epigrafi) in Sant’Eustorgio si dedicò il domenicano Giuseppe Allegranza (1713 – 1785), che proprio in questa chiesa prese i voti sacerdotali e qui concluse come priore la sua carriera ecclesiastica. Maestro di filosofia e teologia, era un appassionato archeologo e con impegno ed erudizione studiò e classificò tutti i cimeli contenuti nelle antiche chiese milanesi, allargando le sue ricerche anche in altre città lombarde, a Chieti, Roma e Napoli, in Liguria, Piemonte e Sicilia, al Sud della Francia e persino a Malta. Il tempo, le distruzioni e le ristrutturazioni hanno cancellato la maggior parte di quei cimeli ed è solo grazie alla sua catalogazione che possiamo immaginare come si presentavano quelle chiese nel tardo Medioevo. La pubblicazione dei suoi lavori gli diede un’ampia fama e nel 1770 venne nominato da Maria Teresa d’Austria bibliotecario della Braidense di Milano, la prima biblioteca ad uso pubblico che in quell’anno veniva istituita dalla lungimirante imperatrice (ancora oggi è una delle più importanti biblioteche nazionali, con un milione e mezzo di libri consultabili, la terza per numero di volumi in Italia).

 


Napoli è…..

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Napoli è …

Camminata tra i colori e gli odori di una città ricca di bellezza e contrasti

Testi e immagine di Emma Matilda Ingrosso

Parti. Dai parti che tanto per arrivare arrivi. Varcala la soglia. La vedi? E’ proprio lì: tra gli infissi, tra le giacche appese, nella polvere sui quadri.

Chiamiamola anche frontiera, che forse è meglio. Se non ti muovi ti si lega ai piedi, ti si attacca addosso. Quindi scappa dai, che tanto per tornare torni, se non altro non uguale a prima.

E allora: “M. mi ospiti a Napoli? Un paio di giorni, il tempo di cambiare aria.”

“Si io lavoro, ma so che ti sai arrangiare.”

“Tranquillo è perfetto. Grazie.”

“Brava. Lasciala quella nebbia, che tanto l’aria s’adda cagna’ no?”

Ed è Pino Daniele a chiudere il discorso e non posso che dargli ragione. L’aria s’adda cagnà e s’adda cagnà più spesso di quanto io stia facendo ultimamente.

Quindi zaino, chiavi, portafogli, biglietto, sorriso e anche un po’ di polvere. Chiudo la serratura e parto.

Quanto tempo era che non ci vedevamo? Finiamo per somigliarci sempre di più tu ed io. Perché Napoli non c’è niente da fare sei così, lo sei sempre stata.
E non avere quell’aria sorpresa, sai di somigliare a tutti e che qui tutto somiglia a te.

Cerchiamo di chiarire: tu sei nella goccia di rhum che cola sul bicchiere, nel violino scordato che suona sulla funicolare e nei panni stesi tra i palazzi vicini dei Quartieri Spagnoli.

E non avere quell’aria offesa, sai che parliamo di bellezze rare, particolari, nascoste.

Sai che da sempre t’odio e t’amo e poiché sono orgogliosa proprio cumm’atte e lo sforzo di confessartelo a gran voce non lo riesco a fare. Ma tu incanti attraverso il tuo essere ibrido tra bellezza e degrado, ordine e caos, malinconia e gioia.

Sei bizzarra, bipolare e passionale nel tuo essere al contempo classica e moderna: aspetti di te che litigano e s’arraffano creando un jazz visivo che fa di te una dolce poesia amara.

“Napule è mille culure, Napule è mille paure

Napule è nu sole amaro, Napule è addore è Mare

Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa

Napule è na’ camminata inte viche miezo all’ato

Napule è tutto nu suonno e a sape tutto o’ munnoù”

M. recita le parole chiudendo gli occhi, le sente. Canta disegnando con l’indice lenti archi nell’aria e sorride.

“Cosa vi rende cosi?” Inclino la testa e socchiudo gli occhi.

“Così come?”

“Teatrali.”

“Napoli è un teatro della vita, bella guagliò” Ammicca. “Jamm bell, prendiamoci un caffè.”

“Dove?”

“Spaccanapoli”.

Spaccanapoli

Arteria della città, frattura, spacco o via che divide in linea retta la città a metà unendo il quartiere di Forcella ai Quartieri Spagnoli.

La luce che riesce a superare gli antichi palazzi alti, arroccati e i loro balconi stretti, è poca. Ed ecco di nuovo la poesia partenopea vestirsi di un nuovo affascinante contrasto tra luce e buio.

Camminare è difficile, la strada è sconnessa, la via è gremita di persone e le scarpe alte no, non sono state una buona idea. Inizi a sentire l’effetto claustrofobico di questa via che ti trascina assieme ai tanti altri corpi nel percorso a ostacoli della storia millenaria della città, ma ti guardi attorno e non puoi fermare gli occhi dallo scovare angoli di bellezza, tra influenze arabe, greche, romane. Anime antiche che vivono ancora imprigionate negli scorci più insoliti di questo decumano romanico cupo e al contempo ricco di colori e odori.

Qui tutto convive scontrandosi: arte, calcio, tradizione, Maradona, chiese, blasfemia, palazzi, storia, cultura, turisti e Pulcinelle.

“Qui ti piace?” Indica il bar vicino.

“Va benissimo.”

E mentre mescolo il caffè osservo le pareti tappezzate di foto che ritraggono il proprietario del locale in età diverse, ma sempre accompagnato da una persona famosa. Sorrido.

“Prossima tappa?”

“M. ma tu non dovevi lavorare oggi?”

“No, ho preso un giorno di malattia. Questa bella vanitosa signora Napoli ha bisogno di essere ammirata anche dagli occhi di noi napoletani che, senza offesa, a complimenti siamo i più bravi. Vogliamo mettere un Uaaaaaa che splendor’ a confronto con un oh che bello?” Imita il mio accento milanesizzato dal tempo.

Ridiamo, Napoli è anche il suono di una risata di due cari amici in un locale stretto che si scontra e mescola con il suono esterno di un clacson e l’immediata risposta: “Allanem e chi te muort!”.

“Prossima meta Castel dell’Ovo.”

“Va bene piccirella, ma prima tappa a San Severo e Altarino. Non fare domande, facciamo ampressa ampress promesso.

Cappella Sansevero

Ogni conchiglia nasconde una perla e Napoli racchiude nelle sue vie strette e arroccate la perla più brillante di tutte.

La luce nella chiesa è poca e i colori dorati delle pareti sono attenuati dalla penombra.

Lo sguardo di chi entra non può che essere immediatamente catturato dal bagliore della poca luce riflessa sul marmo lucido della statua collocata al centro dell’ambiente. Il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino riesce a toglierti il respiro e far prigionieri i tuoi occhi che scorrono lenti tra i dettagli e le infinite pieghe del velo in marmo adagiato sul corpo inanime del Cristo.

Qui per la prima volta hai visto il marmo divenire più leggero di una piuma. “Guarda M. il materiale vive grazie all’artista. Sanmartino ha mostrato la bellezza attraverso il contrasto tra materia e forma.”

“Si racconta che il Principe Raimondo di Sangro fosse capace di solidificare tessuti e organi del corpo” Mi svela M. prima di uscire.

“Ora Altarino.”

“Ma di cosa parli?”

“Ora vedi.”

Lo seguo tra le vie sempre più strette di Spaccanapoli fino a raggiungere Piazzetta Nilo che prende il nome dalla statua lì collocata dagli Alessandrini, in ricordo della loro terra lontana, raffigurante il vecchio e barbuto Dio Nilo da loro venerato.

M. passa oltre velocemente.

“Ma cosa vuoi farmi vedere?”

“Seguimi, mo mo arriviamo.”

Giriamo l’angolo.

Oillan!” Mi indica una teca.

Altarino di Maradona

Come per gli Alessandrini c’era il Dio Nilo, per i Napoletani c’è il Dio Maradona.

Rido di questo ennesimo contrasto e mi avvicino.

“Capello Miracoloso di Diego Armando Maradona.” M. gonfia il petto mentre legge la scritta a caratteri azzurri all’interno della teca.

“Addirittura!”

Pcchè ridi? Se vuoi capire Napoli devi Capire il mito de El Pibe De Oro. Ascolta: Maradona non è stato solo un calciatore per i Napoletani, è stato l’incarnazione della necessità di rivincita di questo popolo. Ci ha accomunati in un’unica fede, ci ha resi fieri di essere Napoletani. Come poteva non diventare oggetto di divinazione?”. Ha ragione.

Castel Dell’Ovo

E’ il castello più antico di tutta Napoli. Affacciato sul mare sorge imponente sull’Isolotto di Megaride. Fortezza della più poetica superstizione napoletana.

“Si dice che Virgilio abbia nascosto un uovo nei sotterranei, lo sapevi?”

“Se l’uovo si dovesse rompere tutta Napoli crollerebbe.” M. ha l’aria cupa mentre guarda il mare e mi racconta la leggenda. “Pazzesco non trovi? Una città forte come Napoli costruita su qualcosa di così precario”

“Veramente lo trovo molto coerente. E’ un contrasto, il primo, da cui partono tutti gli altri. E’ l’equilibrio precario su cui è fatta e di cui è fatta Napoli. E’ la metafora più semplice e giusta per descriverla. Lei è così: forte e fragile.”

Semplicemente bella.