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Una passeggiata nello Yorkshire

Una passeggiata nello Yorkshire

York, sbiadita al mio arrivo, il giorno seguente è un’altra città. Robin’s Hood Bay: un paesino arroccato sulla scogliera con vista mozzafiato sulla grande baia…

Testi e Foto di Lorenzo Canova

Arrivo a York che è ormai tardo pomeriggio. Scendendo dal treno noto subito che fa molto più freddo di quanto ne facesse a Londra, l’aria è pungente e il cielo è coperto da nuvole grigie, classico clima inglese.

Zaino in spalla mi dirigo verso l’ostello che ho prenotato durante il viaggio in treno, nel silenzio assordante degli scompartimenti britannici.

Passo sul fiume e per le stradine del centro. C’è poca gente in giro e quelle poche persone che vedo sembrano essere terribilmente di fretta. Probabilmente conoscono il meteo meglio di me, perché in pochi minuti inizia a piovere ed io, dopo aver messo la copertura impermeabile allo zaino, continuo nella mia camminata.

York non mi lascia una bella prima impressione, mi sembra una città sonnolente e anziana, l’opposto di Oxford, città sede del famoso college, dove sono stato nei giorni precedenti.

Entro nell’ostello, faccio il check-in, poso il mio zaino in camera e, dopo essermi messo dei pantaloni asciutti, sono pronto ad uscire e girare la cittadina.

Ha smesso di piovere e ora tira un leggero vento. Cammino per le piccole strade pedonali del centro, gli shambles, e mi rendo conto che alcune vie potrebbero essere esattamente com’erano nel medioevo, quando York era un importante crocevia di commerci tra il sud e il nord dell’isola britannica. Le strade in ciottolato, le facciate delle case in classico stile inglese e le insegne dei pub mi catapultano in un tempo passato, nel quale il grande impero inglese non era ancora nemmeno un progetto e questa era la capitale del regno di Northumbria, sarebbe poi diventata capitale del regno Normanno e, infine, sarebbe tornata ad essere inglese con la riconquista di Re Alfred.

Verso le sei di pomeriggio inizio a vedere qualche persona in più per le strade e, in pochi minuti, i pub si riempiono di giovani e adulti che mangiano, bevono e ridono. Decido di comportarmi da inglese e, all’alba delle sei e mezzo, entro in un pub, dove ordino una Bitter e un gammon and egg, un piatto tipicamente inglese che consiste in una bistecca sopra la quale si mette un uovo all’occhio di bue, una cena leggera insomma.

Il giorno seguente, quando esco sembra di essere in un’altra città: il sole splende in un cielo privo di nuvole e York si trasforma, riempiendosi di vita.

Ma non è lì che passerò la giornata, mi dirigo verso la stazione ferroviaria dove sono arrivato giusto il giorno prima e prendo un treno che mi porta ancora più a nord, tra le colline dello Yorkshire.

Questo è l’obbiettivo del viaggio, scoprire perle nascoste della campagna inglese, semplicemente facendosi consigliare dalle persone del posto. La sera prima, infatti, parlando con alcuni ragazzi conosciuti al pub, scopro che, giusto a un’ora dalla città, si trova un piccolo villaggio di pescatori chiamato Robin’s Hood Bay.

Ovviamente il nome stuzzica la mia curiosità, chi non conosce il famoso Robin Hood? Protagonista di numerose ballate inglesi ambientante durante il regno di Giovanni Senza Terra, fratello del re Riccardo Cuor di Leone. Un personaggio che venne citato da Walter Scott nell’Ivanohe e sul quale perfino la Disney produsse un cartone animato.

La cosa strana è che le ballate di Robin Hood e tutte le sue storie sono ambientate nella foresta di Sheerwood, nella contea di Nottingham, molto più a sud delle coste dello Yorkshire, dove si trova questo paesino a lui apparentemente intitolato.

Sono l’unico a scendere alla stazione e, appena uscito dall’edificio, mi ritrovo a camminare solo su una stradina nel mezzo della campagna inglese. L’ambiente è bucolico, il silenzio è rotto solo dal cinguettare degli uccelli e dal fischiare della brezza leggera che suggerisce la vicinanza del mare.

Dopo pochi minuti giungo in prossimità di una scogliera e davanti a me si apre uno scorcio di una bellezza e semplicità che mi disegnano un sorriso sulle labbra: il paesino si arrocca lungo una ripida pendenza che scende fino al mare e, sullo sfondo, una scogliera si staglia maestosa, delimitando una grande insenatura.

Tiro fuori la macchina fotografica, inizio avidamente a catturare le piccole sfaccettature di questo piccolo paesino e mi perdo nelle sue minuscole stradine. Giungo alla spiaggia e cammino un po’ verso la scogliera, comunque sempre troppo lontana per essere raggiunta. Passo ore a camminare da solo e ad apprezzare ogni piccolo dettaglio di questo segreto nascosto tra le onde del mare e le colline della contea di York, soddisfatto di aver raggiunto il mio obbiettivo.

Verso ora di pranzo trovo un pittoresco pub che ha una terrazza che si affaccia sulla baia e decido di fermarmi per mangiare qualcosa. Mentre ordino un ottimo fish and chips, ne approfitto e chiedo al barista di raccontarmi quello che sa sullo strano nome del paesino. Lui mi guarda sorridente e sorpreso, quasi a chiedersi se davvero abbia fatto quella domanda, e poi inizia a raccontarmi che ci sono diverse teorie sull’origine del nome. Secondo alcune leggende Robin Hood era scappato da Nottingham per un periodo di tempo ed era venuto a nascondersi esattamente in questa baia, per altri il nome Robin Hood si riferirebbe all’ancora più ancestrale spirito delle foreste nel quale credevano le popolazioni che abitavano l’isola prima della conquista da parte dei Romani.

In realtà, molto probabilmente, questo nome deriva dalla storia più recente del villaggio: durante il diciottesimo secolo, sembra che questa baia fosse utilizzata come rifugio da alcuni contrabbandieri, tra i più prolifici della contea. Questi, in un periodo in cui le tasse sui beni da commerciare erano elevatissime, rubavano whisky, tabacco, sale e altre merci di valore per poi rivenderle. Da qui il nome del bandito più famoso della storia inglese, colui che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Riprendo a camminare senza una meta tra le vie del paese e dopo non molto mi ritrovo su una stradina che porta verso una delle scogliere. Lungo il sentiero passo attraverso un piccolo boschetto che, in qualche modo, mi fa comprendere il perché un’antica cultura avesse potuto, secoli prima, credere in uno spirito della foresta. Tra gli alberi regna una pace surreale, i raggi del sole che sta ormai calando vengono filtrati dalle fronde e la luce assume delle forme strane, quasi ipnotizzanti.

Quando esco dal bosco mi ritrovo ad ammirare lo spettacolo della baia e del suo paesino dall’alto, illuminati dagli ultimi rossi raggi di sole della giornata. Mi siedo e osservo la sfera arancione che lentamente scompare oltre l’orizzonte e, a quel punto, so che è ora di tornare verso York.

Il sole non si vede più, ma il cielo è ancora illuminato dagli splendidi colori del tramonto, mentre io cammino verso la stazione.

Ai binari questa volta non sono solo. Trovo un anziano signore che, quando mi vede, mi saluta molto cortesemente, come se mi conoscesse, poi si risiede e rimane in silenzio. Mentre arriva il treno si gira un ultima volta a guardare Robin’s Hood Bay e mi dice “A bloody marvelous day, wasn’t it?” (una giornata fottutamente meravigliosa, non è vero?).

Senza aspettare risposta sale sul treno e lo stesso faccio io, pronto a continuare il mio viaggio, pronto a scoprire nuovi segreti nascosti su questa piccola grande isola.


Benares: dialettica delle emozioni – Terza parte

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Benares: dialettica delle emozioni

Terza parte

Testo e foto di Davide Carretta

Il negozio consiste in una stanza quadrata larga e profonda meno di tre metri; su tutti i lati escluso quello di ingresso, mensole sbilenche ospitano pile pericolanti di tessuti in vendita; per terra un grande materasso bianco ricopre interamente i circa nove metri quadrati di pavimento.

– You Italian? I like Italy: Roberto Benigni, Nanni Moretti, La stanza del figlio!

A parlare è il proprietario del negozio, Santosh. Ha una barba lunga di un nero prossimo a incanutirsi e sopra una pancia piuttosto generosa indossa una kurta bianca. Piedi nudi, quasi un anello per dito – anelli che, ai miei occhi di perfetto ignorante in materia di pietre preziose, sembrano tutto sommato pregiati – e fra le mani un bastoncino di incenso. Lo accende e lo fa volteggiare lentamente davanti a sé, per distribuirne meglio l’aroma in tutta la stanza.

Evidentemente è un appassionato di cinema, penso. Un cinefilo che ha deciso di spingersi ben oltre a Bollywood, evidentemente. Parliamo di quanto sia bravo Nanni Moretti e di quanto sia bello “La stanza del figlio” – film che non ho visto, ma questo non posso certo dirglielo – e di quanto mi sembri strano che lui conosca tutto questo.

Poi, terminato il seminario italo-indiano sulle reciproche influenze nel mondo del cinema, mi invita ad accomodarmi e comincia a mostrarmi tutto quello che il suo piccolo ma stracolmo negozio offre.

Santosh e il suo aiutante, un ragazzo sulla trentina, vendono seta, Pashmina, lana di yak e mille altri tessuti e con una pazienza, un entusiasmo e uno zelo di cui ancora ho ammirazione, mi presentano decine e decine di proposte: sciarpe, kurta, teli e via dicendo. A ogni nuova presentazione si dilungano in appassionate introduzioni decantandone le squisite doti di morbidezza e invitandomi a tastarle con le mie stesse mani. Io, che fatico a distinguere persino il cotone dal Poliestere, non posso che abbandonarmi a una totale improvvisazione rispetto ai commenti e agli apprezzamenti che il ragazzo e il proprietario si aspettano. Rifiuto ogni proposta, più che altro perché non ho quella moglie che loro sono convinti io non possa non avere e per la quale mi esortano a comprare una splendida e morbidissima sciarpa di Pashmina lilla e verde pistacchio.

Non compro nulla quindi e un po’ mi dispiace, il loro impegno è stato encomiabile. Nel salutarli, prometto loro che tornerò sicuramente a trovarli; d’altronde abito a due passi e non ho nient’altro da fare. E soprattutto, vale sempre la pena di ascoltare un uomo che dietro al fumo dell’incenso passa le giornate tessendo le lodi della seta e dei registi italiani.

La mattina dopo decido di dirigermi verso Manikarnika Ghat, il luogo davanti al fiume dove, tradizionalmente, vengono cremati i morti. È uno dei luoghi più sacri della città e in generale, vista la sua funzione, di tutta l’India. Se la morte è un viatico attraverso il quale ogni uomo può, in teoria, uscire dalla Terra e conquistare la salvezza, la Moksha, Manikarnika Ghat è uno dei luoghi più rispettati dove essere cremati. In particolare perché è a Varanasi e, come mi avrebbe poi detto il ragazzo del negozio, l’aspirazione più grande di molti indiani è morire a Varanasi.

Per arrivarci basta seguire il fiume e cercare il fumo che, costantemente, sale al cielo da quella zona. Non so quante persone vengano cremate ogni giorno, ma so che il processo è praticamente ininterrotto. C’è sempre qualcuno da cremare e gli addetti alla cremazione, che appartengono all’ultima casta, a quella degli intoccabili, i Dalit, sono sempre all’opera: caricano i corpi sulle pire, li cospargono con eventuali oli che i parenti delle famiglie più ricche possono chiedere che vengano utilizzati durante la cremazione, recuperano nuova legna da ardere. Un ragazzo che incontro sul posto inizia a illustrarmi la lunga procedura di cremazione, da quando il corpo viene immerso per l’ultima volta nella Ganga, fino a quando sulla pira non restano che le sue ceneri. Mi accompagna in un punto rialzato rispetto alla zona di cremazione, da dove è possibile osservare meglio ma da dove arriva, complice il vento, tutto il fumo. La zona è suddivisa in base alle caste, perché ognuno, a seconda della casta a cui appartiene, ha diritto a essere cremato in una specifica zona del Ghat. Il suo racconto non si interrompe, ma sono io che spesso non lo ascolto. D’altronde, ho davanti ai miei occhi membra di uomini che lentamente inceneriscono. Ogni popolo ha la propria tradizione e porta avanti il proprio rapporto con i morti, che, in definitiva, è una conseguenza della visione che quel popolo ha del rapporto con la morte. Questo della cremazione ha un sapore antichissimo e, per quanto sia crudo, specialmente se osservato dal vivo e specialmente se si riesce a considerare che a pochi passi da un qualsiasi turista probabilmente ci sono i familiari del morto, esercita un fascino amaro da digerire e non può che farmi riflettere. Riflettere sulla morte, sul valore che siamo in grado di darle. Sulla vita, e sul valore che, sapendo che esiste la morte, siamo in grado di darle. E riflettere sulla vita degli altri, e se sia educato o meno spiarne la fine con il solo accademico scopo di conoscere le altrui abitudini e tradizioni.

Il ragazzo sta continuando a raccontare e mi dice che i bambini e le donne incinte non vengono cremate ma direttamente gettate nel fiume. Ecco, penso: è veramente più assurda una tradizione di questo tipo rispetto a un’altra che invece ingabbia i morti in orrende bare di legno incastrate tre metri sotto terra, nel vano tentativo forse di non farli scappare via? Ho forti dubbi, e con forti dubbi mi avvio lentamente verso casa, lasciandomi alle spalle un odore acre, un fumo denso e il ragazzo-guida, cui ho dato un centinaio di rupie come segno di riconoscenza per le illustrazioni ricevute. Una specie di biglietto per lo spettacolo della morte. Tornando verso l’ostello dove abito mi fermo da Santosh e dal suo aiutante.

– Hi Davide, come here!

È lui, che da lontano mi ha riconosciuto e mi ha salutato subito. Mi fermo davanti al negozio e mi accomodo sulla sedia di plastica che ossequiosamente è andato a prendere per me. È contento, perché oggi gli affari vanno bene: è il periodo del Dwali festival, che cade intorno ai primi giorni di Novembre, è si celebra il ritorno in città di Rama dopo quattordicini anni trascorsi nella foresta, e quindi il trionfo del bene sul male. Non ho capito molto, ma d’altronde Santosh, da buon commerciante, aveva sinteticamente detto: “Dwali è la festa dei soldi, ognuno di noi deve regalare un vestito nuovo”.  È stato quando gli ho chiesto maggiori chiarimenti e se ci fosse una qualche leggenda dietro che lui ha spiccicato alcune informazioni in più. Di fatto, a tutti i commercianti interessa soltanto che in quei giorni di festa la gente sia più propensa all’acquisto.

È per questo che, in un impeto di condivisione delle emozioni e delle tradizioni, scelgo una kurta bordeaux e la compro. Forse in realtà, a ben pensarci, la kurta l’ho comprata più per una specie di senso di riconoscenza nei confronti di Santosh e del suo aiutante, che sono stati così ospitali e pazienti in questi giorni.

Il giorno dopo il viaggio verso l’aeroporto lo faccio in tuk tuk. A caricarmi sul suo bolide è un uomo né buddista né induista bensì Sikh, un’altra religione piuttosto diffusa, i cui “fondatori”, sono alcuni Guru, vissuti in India tra il XV e il XVII. La formula di saluto usata da tutti i Sikh, avevo scoperto qualche giorno prima è “Sat Sri Akaal”, che più o meno significa “Rendo onore alla verità di Dio”.

Salgo sul tuk tuk e l’uomo, dopo avermi informato che la corsa costerà 20 rupie (praticamente nulla, per me) mi chiede da dove vengo.

– Italy! I know Italy: Bongiorno, come sta!”

Sentendolo sorrido e insieme cominciamo a parlare in italiano: io gli dico parole semplici e lui prova a ripeterle quando non le conosce, oppure le grida, gonfio di orgoglio, quando le conosce! Non so perché sappia qualche parola in italiano, ma d’altronde, non è importante saperlo. Il viaggio è piuttosto lungo, ma le parole sono tante e lui, a cui non ho chiesto il nome, non si stanca mai. Ne vuole imparare di nuove per poi ripeterle ai prossimi clienti.

– “Domani! Ragazzo! Aeroporto!”

Devo dire che ha una discreta pronuncia, il tassista Sikh. Arrivati all’aeroporto mi aiuta a scaricare lo zaino e poi mi ringrazia per avergli insegnato così tante parole nuove. Lo saluto porgendogli le venti rupie ed esclamando la formula di saluto che avevo da poco imparato, a lui tanto cara: “Sat Sri Akaal”. In un attimo, lo vedo piegarsi in un sorriso commosso: mi restituisce i soldi, prende le mie mani fra le sue e in italiano mi dice: “Grazie, niente rupie.”

Tutto il resto è la storia di una lacrima che scende dagli occhi e che ancora oggi, a distanza di anni, mi graffia dolcemente le pareti del cuore.


Curiosità settembre

UNA CANZONE DA RIASCOLTARE

Sul tema dell’umano errare vi proponiamo il riascolto di una vecchia ballata western. La cantava Lee Marvin nel film Paint Your Wagon (1969), uscito in Italia con il titolo La città senza nome, diretto da Joshua Logan, con Lee Marvin, Clint Eastwood e Jean Seberg

Si può ascoltare su youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=El9eCRisbDo

 

WANDRIN’ STAR

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

Wheels are made for rolling,
mules are made to pack
I’ve never seen a sight
that didn’t look better looking back

I was born under a wandrin’ star

Mud can make you prisoner
and the plains can bake you dry
Snow can burn your eyes,
but only people make you cry

Home is made for coming from,
for dreams of going to
Which with any luck
will never come true

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

Do I know where hell is?
Hell is in hello
Heaven is goodbye forever,
it’s time for me to go

I was born under a wandrin’ star
A wandrin’, wandrin’ star

Chorus:
Mud can make you prisoner
and the plains can bake you dry
Snow can burn your eyes,
but only people make you cry

Home is made for coming from,
for dreams of going to
Which with any luck
will never come true

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

When I get to heaven,
tie me to a tree
For I’ll begin to roam
and soon you’ll know where I will be

I was born under a wandrin’ star
A wandrin’, wandrin’ star

STELLA VAGABONDA (libera traduzione del testo)

Sono nato sotto una stella vagabonda.

Le ruote sono fatte per girare e i muli per essere caricati.

Non ho mai visto un posto che sia più bello di come te lo ricordi.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Il fango potrà imprigionarti e una strada sotto il sole asciugarti.

La neve potrà bruciarti gli occhi, ma solo la gente riuscirà a farti piangere.

La tua casa è il posto da cui partire e quello in cui sognare di ritornare.

Ma questo non ti succederà mai, anche se avrai tutte le fortune.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Sai dov’è l’inferno? L’inferno è in saluto veloce

(hell is in a hell-o è un gioco di parole che la traduzione non può rendere)

Il paradiso invece è in un “addio per sempre, è tempo che me ne vada”.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Vagabondo, sotto una stella vagabonda

E quando andrò in paradiso, se non volete che ricominci a vagare,

legatemi stretto alle radici di un albero. Così saprete subito dove trovarmi.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Vagabondo, sotto una stella vagabonda

 


“Why the hell is she doing that to herself?”

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“Why the hell is she doing that to herself?”

A trip into a runner’s mind to answer to non-running-people’s ancestral doubt.

Testo e foto di Gaia Manelli

If you are one of these people that ask themselves “Why the hell is he doing that to himself?” when they see a runner running a street, you’re now in the right place. I’m here to answer to your question.

Let’s suppose it’s a sunny Sunday and you are sitting in your car. It’s September and a soft wind is blowing while you’re driving to a lake place. When suddenly, on the side of the road, a strange and mythological figure appears. Your babies are pointing at it with their fingers, your wife is staring at it with wide eyes and whispering in wonder: “Is that a…?”. So you think, yeah, there’s no doubt: it’s a runner. Then after the identification of the species, you’ll probably proceed by observing the phenomenon. It’s a female specimen, we can say a woman (because yes even runners, after all, are human beings). She is running and sweating so you think: “Man, her face is red like a ripe and mellow tomato!”.  At this point you are certainty going to ask yourself the famous answer non-running-people ask themselves when they see a runner: “Why the hell is she doing that to herself?”. If you’re from the suburbs of south-Milan, that cheerful, sweating girl you’re seeing it’s probably me. So I’m here, during my morning run, looking at you and trying to make you understand my reasons. Please be gentle, I’m on my eighth kilometre and my breath is laboured. Looking at my face you could think about a red orange or a juicy tomato. And that’s true. My brain is now receiving more and more blood and my face is reddening.

And here we arrive to the first point of a runner’s motivation: focusing. Sorry? What does focusing has to do with running? Let me explain. When you run your brain gets filled with a lot more blood than when you’re not in activity. And, if you allow me the metaphor, you realize that when you’re running your brain is like a box with a fixed size, so if you need to put in more blood it means you have to leave out some thoughts. We are now getting closer to what I like to call the runner’s equation: more blood = less thoughts. While you’re running something in your way of thinking changes. In some way you are forced to think about one thing at a time, maybe because your whole body is paying attention to put one foot in front of the other, and making sure that the whole organism supports the effort of the race without collapsing. So while your organism is basically only focusing on the activity of surviving, you have very little energy left to be devoted to the activity of thinking. One of the most important reasons we run is to improve our ability to mentally focus on a single thing. It may seem strange but trust me, that’s totally true. I really swear that when you’re runnig for like 50 minutes and you try to ask your body to use energy to think about something useless, you can see the middle finger of your mind lighting up in the darkness of your head under the neon sign: “Not now brò, really, not now”.

Oh well, here we are at the tenth kilometre.  Why am I smiling? I don’t really know but the answer I gave myself is just a word: endorphins. And that’s the second most important reason for which we run, the thing that someone is used to calling the Runner’s High. We are not drug addicts, at least not according to the literal meaning of the word. However there is a moment, that usually occurs during long distance runs, in which you start feeling this sense of joy that makes you feel invincible. Sometimes this heroic felling is destroyed after a few seconds by a small highway of mosquitos, that goes into the tunnel of your throat making you cough and get back in touch with your sense of reality. Most of the time the peak of endorphins simply falls and the sense of effort returns to be felt. Anyway, yes it’s a quite short feeling, but if the short duration was enough to make things not important, we should probably not even like things as coffee, chocolates or orgasms. But we all know how things are, so…

You’re going fast with your car, aren’t you? Please let me finish. Do you see that creature in front of me? That’s the best friend of a runner. That’s a dog, my dog. Another important thing for a runner is this one: running in company is nice, but running alone is magnificent. We live in a crowded society, in every place we go, we meet a lot of people and come by many different thing and situations, that means a lot of incitements, requests, questions. We don’t really know what silence is. By “silence” I don’t mean the total absence of sounds, but rather the dimension of listening to ourselves instead of something that stands outside. We are constantly subjected to the influence of something, from the advertising of the last brand of phones to our grandmother’s request to bring her slippers. Sometimes it is just relaxing to be alone with your body and your few but important thoughts. And so, yes, I run with my dog because it’s not a big talker, it definitely does not speak. Sometimes I ask it questions but, for now, he has never replied. So thing are currently ok, I think.

Here we are, fifteenth kilometer. We can now stop. Oh, you’ve gone. I know it was just a glance, but I really hope I managed to let you understand my points. Have a nice day with your family. I wish you the best, and maybe the next time you see a runner you’ll just smile to him not thinking how crazy he is, but rather how wise he is to take a moment to feel in peace and reconcile with himself and the world too.  And you probably also say “what a shape!” because we all know how things are…


Gli aggrottati di Calascibetta

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Gli aggrottati di Calascibetta

Viaggio al centro della Sicilia, tra i vicoli di un paese arroccato su un monte e nei siti archeologici che lo circondano.

di Patrizia Cicini e Gianluca Rosso

 

Tra le innumerevoli pieghe del suo patrimonio artistico-culturale, la Sicilia custodisce numerosi siti di aggrottati. Non ci riferiamo a luoghi frequentati da persone con particolari caratteristiche somatiche (se cercate nei vocabolari il termine è sempre accostato a “corrugare le ciglia” o a sinonimi come “accigliati”, “cupi” e “pensierosi”) ma a insediamenti rupestri databili alla preistoria, che nel tempo sono stati modificati e utilizzati come tombe, luoghi di culto, ricoveri per animali, luoghi di produzione, in molti casi inglobati da abitazioni, o divenuti l’abitazione stessa.

Localizzati in diverse zone dell’isola testimoniano la diffusione del trogloditismo (cioè l’uso di abitare caverne) in Sicilia. Sono luoghi storicamente interessanti e curiosamente affascinanti, anche se non rientrano quasi mai nelle proposte degli itinerari turistici classici.

Numerose sono le testimonianze di grotte un tempo abitate nella regione iblea (nella parte sud orientale dell’isola), e in particolar modo nel versante ragusano. Notevole è il sito archeologico di Cava d’Ispica, una valle stretta tra due pareti di roccia, solcata da un ruscello (chiamato Pernamazzone nel corso superiore e Busaitone nell’inferiore), che si snoda per circa 13 km lungo i territori comunali di Modica, di Ispica e di Rosolini, tra scenari naturali e di inequivocabili segni di presenza umana dall’Età del Bronzo fino all’Alto Medioevo e ai nostri giorni.

S’incontrano ovunque villaggi trogloditici o dimore rupestri isolate. È un catalogo di grotte artificiali davvero vasto e si passa dalle tombe a grotticella, alle costruzioni del periodo classico,  alle catacombe cristiane, agli oratori rupestri bizantini, alle dimore medioevali e moderne.

A Modica si possono ammirare grotte ancora ben visibili in uno dei versanti che scende a strapiombo sulla valle e immaginare come quasi tutte le costruzioni sul versante opposto fossero in origine grotte, solo successivamente ampliate e ristrutturate.

A Scicli (il paese dove sono state ambientate molte scene della serie sul commissario Montalbano), sui versanti del colle San Matteo che precipitano a valle, ritroviamo le grotte abitate disposte su più piani, che hanno dato luogo al quartiere più antico del paese, il Chiafura.

C’è poi la necropoli di Pantalica, sui monti Iblei, a strapiombo sulla valle dell’Anapo. Si trova vicino a Siracusa ed è una meta consigliabile per difendersi dalla calura estiva: dopo la visita alla necropoli si può scendere fino al fiume a rinfrescarsi. Una comoda pista ciclabile costeggia il letto del fiume e aree attrezzate consentono di fare comodamente uno spuntino.

In provincia di Agrigento c’è addirittura un paese di nome Grotte, a significare l’origine abitativa di quelle popolazioni.

Particolarmente interessanti sono inoltre i siti archeologici al centro dell’isola e per questo l’itinerario che vi proponiamo tocca la provincia di Enna. Di Sperlinga abbiamo già raccontato in un altro articolo, oggi ci soffermiamo sul territorio di Calascibetta.

La roccaforte sullo Xibet

Arroccata a 891 metri sulla sommità di un monte, proprio di fronte a quello ricoperto dalla città di Enna, Calascibetta è un grazioso paesino di circa 4.500 abitanti. Le sue case ocra si spalmano come una glassa sul rilievo calcareo una volta sovrastato da una roccaforte islamica (e in seguito anche da una normanna) come trincea per l’assedio di Enna. Agli arabi si deve l’origine del suo nome, Qal’at Scibet (castello eretto sul monte Scibet), e la denominazione dei suoi abitanti come xibetani, da Xibet, adattamento di periodo spagnolo.

Il territorio di Calascibetta è ricco di testimonianze che vanno dalla preistoria (si contano più di dieci siti archeologici, ma non tutti sono ancora accessibili) all’età greca, dall’epoca romana, bizantina e araba, a quella medievale, dal periodo normanno a quello catalano-aragonese.

Iniziamo il nostro tour da Piazza Umberto I, dove, sorge la chiesa dedicata a Maria Santissima del Carmelo, annessa un tempo al convento dei Carmelitani, i cui locali costituiscono oggi gli uffici del municipio, e la villa comunale, che in passato fu l’orto dei frati.

A Calascibetta, oltre ai carmelitani, erano presenti anche altri due ordini monastici, quello dei domenicani e quello dei francescani, la cui Chiesa di San Francesco annessa al convento, poco fuori città, merita una visita. La incontreremo lungo il nostro percorso, così come la magnifica Regia Cappella Palatina, altro gioiello xibetano.

Salendo verso la rocca, in Via Carcere, si può ammirare il primo sito di grotte, l’introduzione ideale al nostro itinerario archeologico.

Realizzate molto probabilmente in era preistorica, e adibite a lungo ad usi funerari, nel tempo, hanno subito rimaneggiamenti e trasformazioni divenendo abitazioni, luoghi di culto, ricoveri per animali, e in un non meglio precisato periodo, utilizzate come carceri (da cui deriva il nome dato alla strada). Osservate bene la struttura e cercate di tenerla a mente, perché più tardi la ritroveremo nel Villaggio bizantino.

Lasciata Via Carcere, costeggiamo muri di roccia viva che mostrano il sovrapporsi di varie ere geologiche, testimoniate dalla presenza di interi strati sedimentati di rocce e fossili, e giungiamo in Piazza Soccorso, dove sorge Palazzo Corvaja, residenza nobiliare del Barone Filippo Corvaja, illustre economista xibetano, e dove la vista spazia dalla dirimpettaia Enna al Monte Capodarso, dalla Rocca di Sutera a Rocca Busambra, da Monte Cammarata a Monte San Calogero, fino ad intravedere le imponenti Madonie.

Superata la Chiesa di Maria Santissima dell’Itria, una delle più antiche delle città, raggiungiamo Piazza Giuseppe D’Angelo, intitolata all’ex presidente della regione, nativo di Calascibetta. Il panorama che ci offre questa piccola piazza è davvero mozzafiato: da qui si guarda al versante opposto rispetto a Piazza Soccorso, e l’occhio si perde verso sterminati paesaggi, da nord-ovest a sud-est, dalle Madonie ai Nebrodi, dai tanti paesini arroccati al Lago Nicoletti, fino a sua maestà l’Etna. Ciò che a primo impatto colpisce, è tuttavia la sagoma del Monte Altesina, la cima più alta degli Erei, il Mons Aereus scelto dagli arabi, e poi dai successivi conquistatori normanni, quale centro geografico dell’isola e punto trigonometrico per la suddivisione geografica della Sicilia in tre valli (Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto), per un più efficace controllo dei propri domini e delle principali strade d’accesso alla zona centrale dell’isola.

Poco più in là, la Regia Cappella Palatina, Chiesa Madre della città, che gli aragonesi dedicarono a San Pietro e Santa Maria Maggiore.

La Regia Cappella Palatina

La maestosa chiesa fu ultimata nel 1340 e sorse, in una posizione dominante, sui ruderi di precedenti strutture: una chiesa paleocristiana, un fortilizio arabo e il Castello Marco.

La chiesa rappresenta una delle maggiori espressioni dell’arte catalana nella provincia di Enna, e la massima testimonianza dell’operato in città del Re Pietro II d’Aragona, che la elevò a Regia Cappella Palatina, la seconda del Regno di Sicilia, unitamente a quella di Palermo, titolo che detenne fino al 1929. La pianta è basilicale, a tre navate in stile catalano-aragonese, in cui la manifattura locale si è espressa soprattutto nelle splendide e misteriose basi delle colonne in pietra di cutu (dal francese couteau, coltello, una roccia arenaria compatta, utilizzata anche per affilare, appunto, i coltelli), decorate a bassorilievo con motivi allegorici e fantastici, e terminanti in archi a sesto acuto dai richiami gotici.

La navata sinistra ospita la cappella del fonte battesimale, di particolare pregio per il pavimento in maiolica di Caltagirone del XVII secolo e un fonte marmoreo, riccamente istoriato, di scuola gaginiana (i Gagini erano una famiglia di scultori di origini svizzere che tra il 1400 e il 1500 eseguirono capolavori di arte rinascimentale in alcune chiese siciliane). La stessa navata ospita un’altra importante opera, una tela di Ludovico Svirech (un pittore settecentesco, di origini sconosciute, forse anche lui svizzero), che raffigura una toccante Deposizione. Una seconda opera di scuola gaginiana si trova nella navata destra: si tratta di un imponente ciborio in marmo, realizzato nel 1556. Nella stessa navata, nella cappella dedicata a San Pietro Apostolo, è possibile ammirare la statua del santo patrono della città che regge una croce tripla e la lapide in alabastro gessoso del Barone Corvaja, illustre economista xibetano.

Alle pareti delle navate sono otto tele risalenti al ‘600 e al ‘700. Tre sono opere di Svirech, le restanti cinque furono dipinte dal pittore palermitano Francesco Sozzi, autore di altre tre tele che si trovano all’interno della sagrestia, la più importante delle quali è un olio su tela raffigurante Il Gran Conte Ruggero e la città di Calascibetta; della tela manca la parte sottostante, dove vi era la scritta Rogerius comes et templi fundator et urbis, cioè “Conte Ruggero fondatore del tempio e della città”, a testimonianza dello sviluppo urbanistico attuato dai Normanni sul precedente presidio arabo.

Lo sfondo absidale della navata centrale è occupato interamente da un dipinto del 1617 di Gianforti Lamanna raffigurante L’Assunzione di Maria. La cupola della navata è impreziosita da un’aquila a due teste in stucco che regge uno scudo crociato, simbolo del re di Gerusalemme, che ricorda la presa della stessa città durante le crociate. Putti e motivi floreali e allegorici, anch’essi in stucco, ornano il resto della cupola centrale e quelle delle due navate laterali.

Il castello e la torre normanna

Siamo nella parte più alta della città, qui sorgeva il Castello Marco e un’imponente cittadella militare, voluta dal Gran Conte Ruggero come base per conquistare l’araba Qasr Jani (Enna), espugnata dopo un assedio durato quasi trent’anni. La cittadella si estendeva dall’odierna torre della Chiesa di San Paolo, trasformata in seguito in torre campanaria, fino a quella che era una delle porte di accesso alla città, la Porta dei Longobardi, che si trovava poco sotto la Chiesa-fortezza di San Pietro e la sua Torre Normanna. Precedentemente, tutta l’area era occupata da un fortilizio arabo, costruito per l’assedio alla Enna bizantina. Il rimando al periodo arabo è ancora evidente negli stretti vicoli che caratterizzano questa zona, così come nel pozzo di accesso al qanat di Via Soprana.

Proseguendo verso la imponente Torre Normanna e la adiacente Chiesa di San Pietro, si godono ancora splendidi panorami, in particolare dal cortile Santa Lucia e dalla adiacente piazzetta dedicata alla stessa martire, la cui chiesa si trova poco più avanti.

La particolarità di questi due luoghi, è legata alla presenza di altissimi bastioni di roccia, che dalle pendici salgono fino a cingere la parte alta e più antica della città e che rappresentano il motivo per cui la zona più elevata di Calascibetta non ebbe bisogno della costruzione di mura che la difendessero dalle incursioni, essendo già fortificata dalla natura stessa.

 Il Convento dei Cappuccini

Scendendo per l’altro versante, verso la piazza da cui siamo partiti, incontriamo lungo i vicoli altre chiese e residenze nobiliari costruite con la caratteristica pietra di cutu, che mostrano ancora il blasone della famiglia che le abitava, scolpito sulle pareti esterne.

Un antico orologio solare e la Chiesa di San Domenico, oggi adibita al culto ortodosso e intitolata a San Giovanni Battista, ci introducono nuovamente alla piazza principale, che dal 1492 rappresentò il limite tra il borgo cristiano e il quartiere in cui vennero confinati gli ebrei di Calascibetta, una delle tante comunità presenti in Sicilia. Percorrendo la strada principale che attraversa quest’area (e che non a caso mantiene ancora oggi il nome di Via Giudea) si arriva al Convento dei Frati Minori Francescani, che sorge su quello che veniva chiamato Colle dei Greci, e che rappresentava il confine tra il quartiere giudaico e l’aperta campagna. Un’interessante testimonianza di quell’epoca è la presenza di un mikveh, la vasca utilizzata nel rituale religioso ebraico per il bagno purificatore.

La costruzione del convento risale al periodo successivo alla cacciata degli ebrei dalla Sicilia, esattamente al 1589, come testimonia una data incisa in uno dei gradini del portone d’ingresso. La chiesa adiacente, dedicata a San Francesco, è a un’unica navata, impreziosita da una Via Crucis lignea realizzata dalla Scuola d’Arte di Ortisei (Bergamo) e da un pulpito in legno di pregevole fattura che presenta inciso il simbolo dell’Ordine Francescano. A sinistra ci sono tre piccole cappelle. La prima è dedicata a San Pio da Pietrelcina, con una statua che lo raffigura con le braccia tese verso il fedele. La cappella centrale ospita una reliquia (una scapola) del Beato Fra’ Simone Napoli da Calascibetta, mentre la terza presenta due vetrate raffiguranti Santa Chiara d’Assisi e Santa Elisabetta d’Ungheria. L’altare della chiesa è impreziosito dall’imponente tela seicentesca del pittore fiorentino Filippo Paladini, L’Adorazione dei Magi. Nonostante la presenza della sua firma, sembra che il pittore volle rimarcare la paternità dell’opera dipingendosi di spalle, nell’angolo a sinistra del quadro.

Di grande interesse la pinacoteca del convento, ricavata in un antico e suggestivo corridoio dalle volte a crociera con archi a tutto sesto in pietra. Qui si incontrano notevoli opere, come un quadro del 1698 raffigurante l’Incoronazione della Vergine, l’unico firmato (Pietro Bellomo), una tela raffigurante l’Indulgenza plenaria ricevuta da San Francesco, quindi due versioni dello stesso soggetto, il Cristo alla colonna, attribuibili allo Zoppo di Gangi. Meritano una visita anche il chiostro del convento e la biblioteca, che contiene uno straordinario numero di volumi, tra i quali una pregevole Bibbia in ebraico stampata nel 1716 a Francoforte sul Meno.

L’archeologia nei dintorni

A tre chilometri dal centro abitato si sviluppa il sito archeologico di Realmese, La necropoli, che risale all’Età del Ferro, è stata realizzata sulle pareti scoscese di Cozzo San Giuseppe ed è stata utilizzata per un periodo storico piuttosto esteso, dal IX al VI secolo a.C., anche se il ritrovamento di materiale litico e frammenti ceramici databili a un periodo più antico, portano ad ipotizzare una frequentazione dell’area già nel neolitico.

Le sue quasi 290 tombe a grotticella, tutte a inumazione, sono nella gran parte dei casi a deposizione doppia o multipla, generalmente di piccole dimensioni e a pianta circolare, spesso del tipo cosiddetto a forno, a ricordare la forma di un forno per la panificazione, anche se non mancano esempi di forma più squadrata.I corredi funerari, ritrovati durante gli scavi condotti a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 dall’archeologo ligure Luigi Bernabò Brea, si trovano oggi presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, e il Museo Interdisciplinare di Palazzo Varisano, nella vicina Enna. Singolare è la denominazione data a questo luogo dagli xibetani, proprio a causa delle dimensioni ridotte di queste tombe: ruttï de’ saracìni, ovvero, grotte dei saraceni. Interpretazione errata, questa, dettata dalla particolare forma di queste piccole celle funerarie, che si credeva essere perfettamente funzionale alla deposizione di defunti dalla corporatura esile, quale si credeva fosse quella dei saraceni. In realtà, nel periodo preistorico e protostorico, in molti casi venivano costruite delle tombe che potessero ricordare quanto più possibile il grembo materno, al cui interno, il defunto veniva posto in posizione fetale, con l’idea di rappresentare il ritorno alla madre terra, e un successivo, ciclico rinascere.

Il luogo affascina e induce a meditare, forse per il silenzio che lo avvolge, per il profumo del timo che riempie l’aria e per i bianchi fiori di asfodelo che nelle giornate di primavera ondeggiano al vento. Se avete voglia di camminare, percorrendo un tratto della Regia Trazzera Calascibetta-Gangi, che attraversa la necropoli, dopo circa un’oretta, raggiungerete il Villaggio bizantino, nel Vallone Canalotto. L’alternativa è arrivarci in macchina.

Il sito è un esempio di unione armoniosa tra storia e natura, un posto in cui le rocce ci parlano, e narrano di uomini, mestieri, culti. L’area archeologica, infatti, è immersa in un bosco di eucalipti e pini, che scendendo verso la parte più bassa del vallone, lascia il posto alla flora tipica della zona, caratterizzata da querce, pioppi neri e bianchi, olivastri, pistacchi selvatici e piante aromatiche come timo e nepitella. La zona è ricca di sorgenti d’acqua, terreni fertili e roccia, che hanno sempre costituito elementi fondamentali per le popolazioni che vi abitavano.

L’insediamento, si affaccia sulla splendida Valle del Morello, dal nome del fiume omonimo e del lago artificiale creato dallo sbarramento dello stesso. Tutta l’area attorno alla valle fu densamente abitata in passato, e rappresenta un’interessante bacino archeologico, per la presenza di insediamenti databili dal neolitico al periodo alto-medievale. La prima frequentazione umana del sito risale al periodo preistorico, e la realizzazione delle grotte, anche in epoche remote, è stata possibile per le particolari caratteristiche della roccia. L’altopiano sul quale insiste il villaggio è costituito, infatti, da arenaria calcarenite, materiale resistente ma friabile e, quindi, facilmente scavabile.

L’insediamento, copre un periodo molto lungo, di quasi cinquemila anni. Nelle epoche più remote, a partire dalla Tarda Età del Rame, gli aggrottati sono stati utilizzati dalle comunità locali, principalmente per scopi funerari. Durante il periodo alto-medievale, le strutture rupestri sembrano cambiare destinazione d’uso e passare a una funzione abitativa. Sono presenti tombe a grotticella, a grappolo e a forno, di un periodo compreso tra la Tarda Età del Rame e l’Età del Ferro, a camera di epoca Greco-Arcaica, e tombe ad arcosolio, a forma e columbaria, del periodo Romano e Tardo-antico, che furono poi rielaborate e trasformate in ambienti a carattere civile e religioso. Indubbia è l’impronta cristiana che permea tutto l’insediamento, testimoniata da vari simboli incisi nella roccia, con la compresenza di croci trilobate e latine, che potrebbero attestare un utilizzo a fini religiosi di questo luogo per un periodo abbastanza lungo, che sembra protrarsi anche dopo la fine dell’epoca bizantina.

In seguito, infatti, il villaggio sembra aver vissuto una fase araba, testimoniata dalla presenza del qanat, sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia, per la regimazione e la raccolta dell’acqua, necessaria sia per gli usi umani che per scopi irrigui.

L‘insediamento rupestre, conta in totale una trentina di ambienti. L’agglomerato centrale è sulla cresta rocciosa del versante occidentale della Valle del Morello ed è costituito da un numero considerevole di ambienti utilizzati per scopi abitativi, religiosi e funerari; altri se ne trovano staccati dal nucleo principale, come il palmento per la produzione del vino, e l’oratorio rupestre. Molto interessanti sono i cosiddetti columbaria, cripte con nicchie per la deposizione di urne cinerarie, un tipo di sepoltura di epoca romana, diffuso soprattutto nelle zone ad alto sfruttamento agricolo. 

I loculi, generalmente a forma quadrata, semicircolare o rettangolare, sono disposti in file sovrapposte fino a sette livelli. Accanto agli ambienti rupestri di tipo religioso si trovano strutture legate alle attività produttive: sono i cosiddetti palmenti, recipienti per la produzione del vino. Si hanno poche notizie del periodo di storia successivo, ma sembra che, almeno fino ai primi decenni del ‘900, il nucleo rupestre principale fosse chiuso da un muro, ancora visibile in parte, per delimitare una grande masseria, con ambienti adibiti a stalle e ricoveri.

 Associazione HISN AL-GIRAN

L’area è aperta al pubblico (l’ingresso è gratuito e sono gradite le donazioni) ed è gestita dall’Associazione Culturale no profit Hisn al-Giran (www.villaggiobizantino.com – tel. 328 3748553 – Facebook Hisn Al Giran/Villaggio Bizantino Canalotto).

Hisn al-Giran, nasce a Calascibetta nel luglio 2011, dall’intento comune di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari, di promuovere e valorizzare il territorio xibetano, attraverso eventi culturali ed escursioni nei vari siti di interesse archeologico e naturalistico dell’area di Calascibetta.

Dal giugno 2012, l’associazione gestisce l’area del Villaggio bizantino di proprietà del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, in regime di convenzione con lo stesso dipartimento, prendendosi cura, in forma volontaria, della manutenzione e pulizia di sentieri, viali tagliafuoco, aree sosta, punti di interesse, area parcheggio e servizi igienici.  Hisn al-Giran si occupa, inoltre, dell’accoglienza ai visitatori e dell’organizzazione di escursioni archeo-naturalistiche giornaliere, grazie alle guide dell’Aigae (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) presenti in associazione, e che possono essere effettuate in lingua italiana, inglese e francese (su prenotazione anche in lingua tedesca, russa e in Lis).

L’artista disturbatore

Camminando per i vicoli e le strade di Calascibetta, potreste imbattervi in cartelli stradali decisamente originali. Sono realizzati da un street artist locale, Massimiliano Germano. È un creativo che usa spesso i segnali stradali come telai per le sue opere e come veicolo per i suoi messaggi, spesso ironici e sferzanti (Facebook GER-MANO).  (foto 1)

Gli Sgrinfiati e il Piacentinu

Sono le specialità gastronomiche del territorio. I primi sono i dolci tipici di Calascibetta, dalla caratteristica forma romboidale, preparati tradizionalmente nel periodo natalizio. Definiti in pasticceria come semitorronati, sono fatti con mandorla tostata e tritata, farina 00, zucchero (o miele) e cannella, e sembra derivino il proprio nome dall’antica usanza, oggi meno frequente, di inciderne la superficie ancora morbida con una forchetta, prima di andare in forno.

Il Piacentino è un formaggio dal colore giallo-arancione, prodotto con latte di pecora intero, caratterizzato dall’aggiunta di zafferano e di grani di pepe nero. Non deve il suo nome alla città emiliana ma al suo sapore spiccato e leggermente piccante, un gusto che, non solo etimologicamente, “piace”.

 

 

 

 

 

 

 


Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.


Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

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Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

Una passeggiata tra i Ghat e il fango della Ganga, un percorso in compagnia delle due popolazioni di Benares: uomini e animali; perché l’Italia è l’Italia, però l’India… 

Testo e foto di Davide Carretta

Il sole è ormai alto nel cielo e dalla piccola finestra socchiusa della stanza in cui mi trovo lo sento penetrare, caldo e invadente. Ottobre sta finendo, ma a questa latitudine l’afa è ancora forte e costante, a tutte le ore del giorno. Oltre all’aspetto naturale c’è però il contributo dell’uomo: l’inquinamento che il capitalismo indiano, che ancora non ha raggiunto la sua fase ecologista ed ecosostenibile, ha prodotto in questi decenni è enorme: lo si vede guardando il cielo e la cappa che lo sbiadisce e ne offusca i colori.

Sono quasi le nove del mattino quando apro gli occhi e mi alzo, pronto a gettarmi per le strade della città. L’ostello si trova nell’estremo sud, nella zona dell’Assi Ghat. I Ghat, quelle grandi scalinate che dalla città scendono, più o meno ripide e più o meno ampie a seconda dei punti, verso il fiume. Sono presenti lungo tutta la costa e in questo periodo dell’anno sono quasi interamente ricoperti di fango, perché la Ganga, che attraversa la città scorrendo da Sud a Nord, ha appena terminato la fase di piena e si è lasciata alle spalle uno strato di fango, qui ancora umido, là già secco, che i cittadini impiegheranno settimane per rimuovere interamente. Per ricacciarlo nel fiume, usano pompe ad acqua – probabilmente vecchie quanto la dominazione inglese – tanto enormi e rumorose quanto inefficaci. Si sa però, loro non hanno fretta e prima o poi ce la faranno, anche questa volta

La via che porta verso l’Assi Ghat è affollata di turisti, cittadini, Sadhu e animali. Mi fermo in un piccolo chiosco (sicuramente esisterà un nome più appropriato per indicare quelle minuscole attività all’aperto che servono da mangiare e affollano le strade della città) dove prendo un chai, la celebre varietà di tè che da queste parti viene infusa e bevuta assieme al latte. Pago cinque rupie, quasi niente, e mi viene porto un piccolo bicchierino di terracotta. Il fatto mi stupisce inizialmente, ma resto ancor più sbalordito nel vedere che tutti, ragazzini e adulti, una volta terminato di bere, buttano per terra il bicchiere in terracotta. Ad alta voce mi domando come mai.

– È terracotta, non inquina. La restituiamo alla natura.

E noi, penso, continuiamo con la plastica: la comoda, igienica, duttile, efficace, schifosa plastica. È arrivata anche in India, ma incontrando una popolazione che non butta, ma restituisce alla terra ciò che avanza, si è trasformata ben presto in concime per vacche e tori che, essendo abituati a trovare per terra il cibo, ingeriscono anche questo comodo, igienico, duttile, efficace, schifoso derivato del petrolio.

Mentre rifletto, assaporo il Chai, appoggiando piano le labbra sulla terracotta e godendo del contatto. Resto seduto dunque, le labbra in estasi, a guardare la via.

Due turisti, o forse sarebbe più rispettoso chiamarli viaggiatori, camminano dal fiume verso l’interno del quartiere. Lui porta un paio di pantaloni corti, infradito e una di quelle camicie colorate a righe, molto leggere e portate un po’ più larghe del solito. Lei indossa una canottiera bianca e un paio di pantaloni di seta leggera e colorata, probabilmente acquistati dove lui ha comprato la camicia. Non arrivo a sentirli parlare, ma sembrano nord-europei.

Nel senso opposto due ragazzi indiani camminano alla svelta, mentre parlano e ridono. Nonostante il caldo, che in questa parte dell’India si accompagna spesso a un alto tasso di umidità, entrambi indossano pesanti jeans lunghi dal chiaro richiamo occidentale e un paio di scarpe da ginnastica, anch’esse di una qualche marca americana molto conosciuta. Sopra, la Kurta, la tipica camicia indiana che scende fino alle cosce, con due spaccature nel tessuto ai lati. Poco più indietro, cammina quello che, a quanto ho capito, è chiamato Sadhu: si tratterebbe di un “saggio”, di un uomo che ha rinunciato alla vita in società in favore dell’ascesi e dell’abbandono, per liberarsi dalle illusioni e concludere il ciclo delle reincarnazioni, innalzandosi fino al divino. Mi scopro a cercare gli occhi giusti per guardarli, le parole giuste per descriverli, le mani giuste per immaginare di toccarli. Ma non c’è occhio che non sia invadente, non c’è parola che non sia pedestre e non c’è mano che non sia volgare.

Insomma, sono quelli uomini che portano la barba lunga e si vestono di bianco o di arancione, a seconda della setta cui appartengono. Il loro sguardo è di un’intensità quasi insopportabile e difficile da sostenere per più di alcuni secondi. La calma con cui si muovono mi ammalia. Mi ammalia perché non è la calma che conosciamo: non è serenità, non tranquillità. È bensì la calma spirituale: essi sono sulla terra soltanto perché ci appoggiano i piedi, ma in realtà esistono altrove, vivono in una dimensione lontana, irraggiungibile ai più. Molti li fotografano, dando poi loro qualche moneta, forse nel vano tentativo di espiare un senso di colpa?

C’è poi una seconda popolazione che abita la città e questa è composta dagli animali. Cani randagi, tori e vacche principalmente. Le vacche, si dice, non appartengono a nessuno: sono di Varanasi, della città. Sono tantissime: in ogni via, anche nel vicolo più stretto e solitario, ce n’è una. Sono, a dispetto di quel che si potrebbe pensare, mansuete come per noi è difficile immaginare. A volte stanno ferme immobili o camminano lentamente. Altre volte si accomodano al centro della via, fungendo da spartitraffico, oppure si fermano a mangiare quegli avanzi che trovano per terra. È qui che a volte, ormai, capita che mangino della plastica.

Sono abituate a vivere in città, a stare a contatto con il caos e con le persone; la presenza degli esseri umani non fa loro nessun effetto. Se sfiorate, restano com’erano. Del popolo indiano, infine, devono aver ereditato la capacità di stare ore e ore senza apparentemente fare niente.

Quando poi sentono che per loro è giunto il momento, si avviano verso la Ganga, dove per una vita si sono immerse a rinfrescarsi e riposare, per l’ultima immersione. E lì si lasciano andare, trascinate dalla lieve corrente.

Sono parte della città, e Varanasi non sarebbe la stessa senza di loro. Penso questo, mentre mi alzo per andare a buttare il bicchiere di terracotta, dopo aver finito il Chai. Poi mi ricordo e lascio cadere la terracotta per terra, vicino alle altre. Lì da dove è venuta, la aiuto a tornare.

 

Come sir, come in to see our shop!

È la voce di un ragazzo, che mi ha visto, ha subito capito che sono un turista, ha poi notato che non ero diretto da nessuna parte e ne ha quindi approfittato.

Welcome, sir! Where are you from?

Alla mia risposta, reagisce più o meno come aveva reagito il mio amico Ashish. L’Italia ha quel suo fascino misterioso a spiegarsi. Il solo nome, in giro per il mondo, la precede. Pochi ne hanno un’idea precisa, molti indiani mi dicono di non sapere nemmeno dove sia precisamente. Però è l’Italia, sembrano dire tutti. Dev’essere semplicemente il fascino di ciò che è sconosciuto, visto che per molti italiani l’India provoca un effetto molto simile. Però è l’India.

C’è una verità? È quello che mi domando, togliendomi le infradito prima di entrare nel negozio.


In Costa basca per cavalcare onde

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In Costa basca per cavalcare onde

Percorso a tappe da Milano all’oceano per raggiungere uno dei paradisi europei per surfisti

Testo e foto di Francesca Ferrario

Partire da Milano in macchina e raggiungere i Paesi Baschi è un viaggio da fare una volta nella vita. E’ facile da organizzare e lungo il percorso ci sono tante tappe meritevoli di essere viste. L’unico limite è il tempo a disposizione per percorrere i 1.300 km circa. Ma un on the road che si rispetti è un viaggio lento, un susseguirsi di fermate veloci e soste lunghe: quindi prendetevi tutto il tempo possibile, non resterete delusi. Noi abbiamo scelto di fare un paio di soste all’andate per poi farne almeno altrettante lungo il ritorno.
Cosi attraversato il confine con la Francia, ci siamo diretti verso Aix en Provence, famosa per le sue 200 fontane. Arrivati nella cittadina provenzale e lasciate le valigie in albergo ci siamo addentrati nel piccolo centro storico al tramonto, assaporando cosi la via principale, Cours Mirabeau, avvolti da un’atmosfera molto romantica.
È stato molto rilassante camminare tra le via della parte vecchia, costellata da meravigliosi palazzi d’epoca e le fontane, alcune delle quali finemente decorate. L’unico rammarico è non aver potuto seguire i percorsi dedicati a Cezanne, a cui Aix diede i natali, indicati da numerose targhe poste lungo la cittadina.

Ripresa la macchina, siamo ripartiti in direzione Tolosa, circa 400 km, di paesaggi mozzafiato. L’autostrada che attraversa la Camargue, è infatti affiancata prima dal Parc National des Cevennes e poi dai Pirenei sulla sinistra. E guardando proprio i Pirenei mi è venuto spontaneo pensare a uno dei miei sogni, magari da fare a cavallo: il Cammino di Santiago di Compostela, che passa proprio da queste parti, il cui simbolo, una conchiglia che si può trovare ovunque, indica la strada ai tanti viandanti coraggiosi che ogni anno si mettono in cammino.

Tolosa è una cittadina graziosa, il suo centro storico ha un certo fascino; e anche qui, come ad Aix ci son piazzette in cui è possibile mangiare all’aperto: il clima è perfetto per godersi le molte file di luci appese agli alberi, l’allegria della gente e un po’ di quella sana delicatezza francese. E se poi, tra un piatto e l’altro si sente il cinguettio delle rondini, allora mi sembra quasi di fare un passo indietro nel tempo, e di essere per una sera, uno dei tanti personaggi ritratti nei quadri di Cezanne. Avremmo voluto tanto visitare la fabbrica degli Airbus che qui ha la propria sede, ma purtroppo per vederla era necessario prenotare con largo anticipo. Cambiati i programmi abbiamo fatto cosi una deviazione a Lourdes. La zona adiacente al paesino dei tre pastorelli è ben tenuta e organizzata. Il paese in sé invece l’ho trovato caotico e molto turistico: tanti infatti sono gli alberghi per accogliere i fedeli e i pellegrini. Ma la cosa che mi ha infastidita è tutto il commercio che si crea sempre dietro a un luogo Santo, mercificazione e sfruttamento di un momento spirituale. Passino le centinaia di boccettine per raccogliere l’acqua santa, ma le taniche da un litro mi è sembrato eccessivo! Poco importa, sono qui per riflettere, pregare e lasciare andare via tanti pensieri pesanti e negativi. Emozionante è stata la visita alla grotta, così come sentire la serenità e il silenzio che permeava l’aria, interrotte ogni tanto dalle preghiere dei fedeli. Lasciata Lourdes, dopo altri 130 km, abbiamo raggiunto finalmente la nostra terza tappa: Biarritz, meta famosa per essere stata residenza di villeggiatura di molti reali, da cui il soprannome “la regina delle spiagge e la spiaggia dei re”. L’opulenza delle sue ville e l’introduzione nel 1960 della prima tavola da surf l’hanno definitivamente consacrata come meta ideale per passare le vacanze: da qui è infatti è facile raggiungere sia Hossegor (sede dei più importanti brand del surf) che San Sebastian, caratteristica cittadina basca.

Biarritz per me ha due anime opposte: una più aristocratica, il cui simbolo è l’incredibile e costoso albergo Hotel du Palais, che risale a metà del XIX secolo, e una più sportiva, frivola e libera, quella appunto dei surfisti. Infatti se a nord della Rocher de la Vierge si trova la parte più snob, a sud si trovano invece le tante scuole di surf e le centinaia di amanti della tavola in attesa dell’onda giusta da cavalcare. E proprio qui avrei voluto fare la mia prima lezione di surf. Purtroppo però non avevo messo in conto di non essere l’unica. Tutte le scuole avevano infatti chiuso le prenotazioni per tutta la settimana, e per realizzare il mio sogno avrei dovuto riprovarci a San Sebastian. Su consiglio di un amico, abbiamo dormito a Bayonne e ne siamo stati entusiasti. È una piccola cittadina, dal sapore tipicamente francese, il cui centro storico offre piacevoli sorprese, come i ristorantini in cui assaggiare lo jambon de Bayonne, tipico prosciutto crudo locale, gli chipirons, seppioline cucinate in diversi modi e, il gateau basque, un dolce farcito con la marmellata di ciliegie, il tutto favolosamente affacciati sul fiume Adour. Una piccola curiosità: è qui che i contadini inventarono la baionetta, coltello da caccia inserito all’estremità del fucile, quando, durante i conflitti del XVII secolo, rimasero con poca polvere da sparo e furono così costretti a confezionare delle lance di fortuna.

Dopo aver visto i dintorni di Biarritz e aver goduto dei molti chilometri di sabbia bianca, ci siamo spostati verso San Sebastian, Donostia in basco, ultima tappa marittima prima di approdare a Bilbao e proseguire, con un altro itinerario verso casa. Per raggiungere la cittadina spagnola abbiamo preso la Corniche Basque, un’imperdibile provinciale panoramica da cui si possono godere viste mozzafiato. Amo le scogliere e quelle coste un po’ tormentate, amo l’oceano più del mare, amo quella sensazione di forti contrasti che si respirano fissando l’orizzonte: le onde alte, le correnti, il vento e quella sensazione di libertà totale che però ha sempre una vena di solitudine e malinconia. È energia pura, è forza, è un legame con la natura che sento fortissimo e che luoghi come questi hanno il potere di risvegliare e sollecitare, trascinandomi dentro gli angoli più profondi della mia anima. Potrei stare qui per mesi interi a scrutare l’infinito, ma la prossima tappa, ahimè, ci attende.

San Sebastian è una cittadina davvero molto bella, ha una parte vecchia e una nuova, entrambe interessanti. Dal 2016 è una delle capitali europee della cultura, per i suoi numerosi festival cinematografici e musicali e se vi capita, come è successo a noi, di essere in città durante la Semana grande, ovvero quella del 15 agosto, potrete essere presi letteralmente a bastonate (non allarmatevi, son fatte di leggerissima plastica e son innocue) da pupazzi giganti che camminano lungo le vie della città vecchia. San Sebastian ha una delle baie urbane più belle al mondo: la Kontxa, una spiaggia lunga due chilometri, delimitata dal monte Igueldo a sud e il monte Urguell a Nord. Se invece si vuole surfare, è indispensabile andare alla spiaggia de La Zurriola, un golfo più esposto all’oceano e in grado di garantire favolose onde tutto l’anno (i più coraggiosi, surfano anche d’inverno con la neve). Ed è proprio qui che finalmente ho preso la mia prima long board (tavola lunga), ovviamente nel giorno peggiore di tutta la settimana. Pioggia e vento hanno reso le onde più difficili e cattive e la lezione è stata un susseguirsi di emozioni forti: paura e stupore, adrenalina e stanchezza, equilibrio e tensione. In definitiva un’esperienza fantastica tanto che avrei continuato asurfare per tutto il giorno ma né il clima né la forza del mare lo permettevano. E in fondo meglio cosi, perché sono andata alla scoperta della città: molto infatti offre la parte vecchia, un suggestivo dedalo di vicoletti in cui trovare la Basilica di Santa Maria, la piazza della Costituzione, il mercato e una serie di locali in cui assaggiare i tipici pintxos, la versione basca delle tapas. Usciti dal centro storico abbiamo fatto una passeggiata lungo la baia della Kontxa, fino ad arrivare alla Peine del Viento (pettine del vento), dove si trova il famoso complesso artistico di Eduardo Chillida: tre opere scultoree in acciaio di diverse tonnellate ciascuna. Da ultimo consiglio una passeggiata sul monte Igueldo, sulla cui cima si gode la miglior vista panoramica della città ed è raggiungibile col servizio di funicolare attivo dal 1912. Insomma San Sebastian è, in definitiva, una delle scoperte più belle di questa prima parte e sicuramente ci tornerò per passarci un’intera estate da dedicare tutta al surf e al divertimento. Per quest’anno metto via la tavola, e in attesa dell’onda giusta da domare, mi rimetto in marcia, alla scoperta di tante altre tappe affascinanti che mi aspettano lungo la strada.

 


La cucina di Rio

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La cucina di Rio

Testo e foto a cura della Redazione

Il titolo non tragga in inganno, non vogliamo presentare piatti tipici brasiliani o tradizioni culinarie carioca, ma una simpatica trattoria della provincia romana, al confine con l’Abruzzo, che porta questa insegna.Il ristorante prende il nome dalla località in cui è collocato: Riofreddo, un tranquillo borgo medioevale nella valle dell’Aniene lungo la vecchia Statale Tiburtina Valeria. Il paese si distende a 750 metri su un colle dominato da un castello dell’XII secolo appartenuto alla famiglia dei Colonna, conta 800 abitanti ed è facilmente raggiungibile percorrendo l’autostrada A24 Roma-Teramo (uscita Carsoli, 65 km da Roma). Nel 1893 presero domicilio a Riofreddo Ricciotti Garibaldi (1847-1924), quartogenito dell’eroe dei due mondi, e la moglie inglese Costanza e qui soggiornò (come ricorda una targa) anche il compositore Gaetano Donizetti.

Terra di confine, in passato tra i regni Pontificio e di Napoli, oggi tra il Lazio e l’Abruzzo, ha mantenuto vive le tradizioni gastronomiche del territorio che vengono riproposte nelle storiche trattorie, mete di gite fuoriporta sia per la qualità dei prodotti offerti che per il clima mite nella stagione estiva (la toponomastica del luogo non è casuale). Tra queste vi segnaliamo La cucina di Rio, in piazza Annunziata. Piatti tipici e ricette tradizionali come sagnozzi con salsiccia o minestra di cicoria; ottimo rapporto qualità/prezzo, ambiente familiare, gestito con cordialità dalla signora Lidia, in arte “la Cheffa”. Due delle sale interne sono state ricavate da antiche cisterne di vino, sulle pareti si intravedono ancora gli aloni purpurei o giallastri (bianco o rosso) e forse ne galleggia ancora l’odore, o è solo suggestione.

E una piccola chicca finale, il bagno unico “misto” per uomini e donne, con un originale separè.


Diamante: murales, cedri e peperoncino

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Diamante: murales, cedri e peperoncino

Passeggiare per i vicoli di Diamante è come visitare una galleria d’arte a cielo aperto. Paese di colori, l’azzurro intenso del suo mare, il dolce verde dei cedri e il rosso piccante del peperoncino

Testo e foto a cura di Gaia Manelli

Arrivarci è semplice, perdersi nei suoi vicoli ancor di più.

A Diamante infilarsi nella fitta rete di salite e discese che scorre nel cuore della città vecchia è una esperienza unica, un ritrovarsi altrove. Vengono in mente i vicoli ciechi del Barrio de Santa Cruz di Siviglia, i carruggi del levante ligure, le calli veneziane. Del resto nasce come paese di pescatori, anche se oggi un porto non c’è, nonostante i milioni spesi dalla regione in progetti approvati e mai realizzati, in lavori avviati e mai conclusi, le accorate richieste e le continue denunce degli stessi abitanti. Nei vicoli puoi passarci una giornata intera, non troverai mai lo stesso scorcio; le case si distinguono una dall’altra con piacevole gusto, sono antiche e piene di storia vera, vissuta. Contrariamente ad altre realtà, in questo piccolo comune, hanno privilegiato la parte vecchia della città, non vi sono periferie con palazzoni in cemento armato: l’hanno mantenuta viva e battente, come un cuore e il centro storico diventa il polmone della vita, dell’economia, della socialità adamantina. I muri delle case sono arricchiti da centinaia di murales che si rinnovano ogni anno, grazie alla mente e alle mani di numerosi artisti internazionali che approdano a Diamante per manifestare la propria gratitudine e le proprie idee. I murales raccontano del lavoro, della pesca, del mare, dell’arte in genere; sono figurativi, iperrealistici, astratti. Ogni artista ha utilizzato la propria espressione pittorica. I dipinti si insinuano nelle diverse forme dei muri, superano ostacoli di scale, finestre che, anzi, si integrano e divengono motivo dell’opera.

Alcuni, così racchiusi nei vicoli, paiono “castigati” per la mancanza di profondità alla vista, in realtà questo castigo è solo destinato all’obbiettivo fotografico, non agli occhi nudi. L’idea di rendere Diamante una “città dipinta” venne a Nani Razzetti, un pittore milanese innamorato del posto che propose nel 1981, al Sindaco di allora, di rendere i muri delle case fruibili ad artisti di tutto il mondo, al fine di valorizzare il centro storico senza danneggiarne l’estetica. Alla prima edizione decine di pittori, italiani e non, accorsero a Diamante per dar forma a un progetto che tutt’oggi permane. Il centro storico, i murales, il mare azzurro intenso della Riviera dei cedri, l’sola di Cirella a vista e il Parco Corvino alle spalle, fanno di Diamante una vera perla del Mediterraneo.

Cedri e peperoncino

Riviera dei cedri è la denominazione data alla fascia costiera tirrenica della Calabria che si estende a Nord della regione (dal confine con la Basilicata) per circa ottanta chilometri. Oltre a Diamante comprende altri 21 comuni della provincia di Cosenza, alcuni affacciati al Tirreno, altri nel territorio montano a ridosso della costa. Prende il nome dalla diffusa coltivazione di una particolare varietà di cedro, il liscio di Diamante. Frutto succoso e ricco di preziosi estratti naturali è un concentrato di proprietà benefiche. Di origine asiatica sud orientale è presente sul territorio calabrese dai tempi della Magna Grecia ed era conosciuto ai tempi dell’Impero romano (Plinio il Vecchio lo classificò nella sua Naturalis Historia come mela assira) che lo apprezzavano sia per il suo utilizzo alimentare che per le sue proprietà di repellente contro le zanzare a altri insetti nocivi. Gran parte della produzione del cedro calabrese è destinata alle industrie alimentari, farmaceutiche e cosmetiche in tutto il mondo, ma sul territorio sono presenti imprese artigianali che trasformano il cedro in gustosi prodotti di pasticceria, in canditi, gelati, bevande e liquori. Per una degustazione vi consigliamo una sosta alla storica pasticceria Aronne a Santa Maria del cedro (località Marcellina, a fianco della stazione ferroviaria).

Pur non essendo una delle aree di estesa coltivazione del peperoncino, Diamante ha saputo promuovere e valorizzare uno dei prodotti tipici della cucina calabrese. Qui nel 1994, su iniziativa di Enzo Monaco, è nata l’Accademia italiana del peperoncino, una Onlus “per approfondire e diffondere la cultura del peperoncino”, che conta migliaia di soci e rappresentanze anche all’estero. Tra le varie iniziative, tutte sul tema peperoncino, studi specifici di biologia, corsi e lezioni di gastronomia, cene piccanti, concorsi a premi di poesia e cortometraggi. L’Accademia, insieme al Comune di Diamante, organizza una manifestazione da non perdere, per gli amanti del genere. È il Peperoncino Festival, che dal 1992 nella seconda settimana di ogni settembre, attira su Diamante migliaia di appassionati gourmet; le terrazze, i balconi e le strade si adornano di frutti rossi pendenti. Tra i vari eventi in quei giorni si premiano anche i vincitori del Campionato italiano mangiatori di peperoncino.