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In Costa basca per cavalcare onde

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In Costa basca per cavalcare onde

Percorso a tappe da Milano all’oceano per raggiungere uno dei paradisi europei per surfisti

Testo e foto di Francesca Ferrario

Partire da Milano in macchina e raggiungere i Paesi Baschi è un viaggio da fare una volta nella vita. E’ facile da organizzare e lungo il percorso ci sono tante tappe meritevoli di essere viste. L’unico limite è il tempo a disposizione per percorrere i 1.300 km circa. Ma un on the road che si rispetti è un viaggio lento, un susseguirsi di fermate veloci e soste lunghe: quindi prendetevi tutto il tempo possibile, non resterete delusi. Noi abbiamo scelto di fare un paio di soste all’andate per poi farne almeno altrettante lungo il ritorno.
Cosi attraversato il confine con la Francia, ci siamo diretti verso Aix en Provence, famosa per le sue 200 fontane. Arrivati nella cittadina provenzale e lasciate le valigie in albergo ci siamo addentrati nel piccolo centro storico al tramonto, assaporando cosi la via principale, Cours Mirabeau, avvolti da un’atmosfera molto romantica.
È stato molto rilassante camminare tra le via della parte vecchia, costellata da meravigliosi palazzi d’epoca e le fontane, alcune delle quali finemente decorate. L’unico rammarico è non aver potuto seguire i percorsi dedicati a Cezanne, a cui Aix diede i natali, indicati da numerose targhe poste lungo la cittadina.

Ripresa la macchina, siamo ripartiti in direzione Tolosa, circa 400 km, di paesaggi mozzafiato. L’autostrada che attraversa la Camargue, è infatti affiancata prima dal Parc National des Cevennes e poi dai Pirenei sulla sinistra. E guardando proprio i Pirenei mi è venuto spontaneo pensare a uno dei miei sogni, magari da fare a cavallo: il Cammino di Santiago di Compostela, che passa proprio da queste parti, il cui simbolo, una conchiglia che si può trovare ovunque, indica la strada ai tanti viandanti coraggiosi che ogni anno si mettono in cammino.

Tolosa è una cittadina graziosa, il suo centro storico ha un certo fascino; e anche qui, come ad Aix ci son piazzette in cui è possibile mangiare all’aperto: il clima è perfetto per godersi le molte file di luci appese agli alberi, l’allegria della gente e un po’ di quella sana delicatezza francese. E se poi, tra un piatto e l’altro si sente il cinguettio delle rondini, allora mi sembra quasi di fare un passo indietro nel tempo, e di essere per una sera, uno dei tanti personaggi ritratti nei quadri di Cezanne. Avremmo voluto tanto visitare la fabbrica degli Airbus che qui ha la propria sede, ma purtroppo per vederla era necessario prenotare con largo anticipo. Cambiati i programmi abbiamo fatto cosi una deviazione a Lourdes. La zona adiacente al paesino dei tre pastorelli è ben tenuta e organizzata. Il paese in sé invece l’ho trovato caotico e molto turistico: tanti infatti sono gli alberghi per accogliere i fedeli e i pellegrini. Ma la cosa che mi ha infastidita è tutto il commercio che si crea sempre dietro a un luogo Santo, mercificazione e sfruttamento di un momento spirituale. Passino le centinaia di boccettine per raccogliere l’acqua santa, ma le taniche da un litro mi è sembrato eccessivo! Poco importa, sono qui per riflettere, pregare e lasciare andare via tanti pensieri pesanti e negativi. Emozionante è stata la visita alla grotta, così come sentire la serenità e il silenzio che permeava l’aria, interrotte ogni tanto dalle preghiere dei fedeli. Lasciata Lourdes, dopo altri 130 km, abbiamo raggiunto finalmente la nostra terza tappa: Biarritz, meta famosa per essere stata residenza di villeggiatura di molti reali, da cui il soprannome “la regina delle spiagge e la spiaggia dei re”. L’opulenza delle sue ville e l’introduzione nel 1960 della prima tavola da surf l’hanno definitivamente consacrata come meta ideale per passare le vacanze: da qui è infatti è facile raggiungere sia Hossegor (sede dei più importanti brand del surf) che San Sebastian, caratteristica cittadina basca.

Biarritz per me ha due anime opposte: una più aristocratica, il cui simbolo è l’incredibile e costoso albergo Hotel du Palais, che risale a metà del XIX secolo, e una più sportiva, frivola e libera, quella appunto dei surfisti. Infatti se a nord della Rocher de la Vierge si trova la parte più snob, a sud si trovano invece le tante scuole di surf e le centinaia di amanti della tavola in attesa dell’onda giusta da cavalcare. E proprio qui avrei voluto fare la mia prima lezione di surf. Purtroppo però non avevo messo in conto di non essere l’unica. Tutte le scuole avevano infatti chiuso le prenotazioni per tutta la settimana, e per realizzare il mio sogno avrei dovuto riprovarci a San Sebastian. Su consiglio di un amico, abbiamo dormito a Bayonne e ne siamo stati entusiasti. È una piccola cittadina, dal sapore tipicamente francese, il cui centro storico offre piacevoli sorprese, come i ristorantini in cui assaggiare lo jambon de Bayonne, tipico prosciutto crudo locale, gli chipirons, seppioline cucinate in diversi modi e, il gateau basque, un dolce farcito con la marmellata di ciliegie, il tutto favolosamente affacciati sul fiume Adour. Una piccola curiosità: è qui che i contadini inventarono la baionetta, coltello da caccia inserito all’estremità del fucile, quando, durante i conflitti del XVII secolo, rimasero con poca polvere da sparo e furono così costretti a confezionare delle lance di fortuna.

Dopo aver visto i dintorni di Biarritz e aver goduto dei molti chilometri di sabbia bianca, ci siamo spostati verso San Sebastian, Donostia in basco, ultima tappa marittima prima di approdare a Bilbao e proseguire, con un altro itinerario verso casa. Per raggiungere la cittadina spagnola abbiamo preso la Corniche Basque, un’imperdibile provinciale panoramica da cui si possono godere viste mozzafiato. Amo le scogliere e quelle coste un po’ tormentate, amo l’oceano più del mare, amo quella sensazione di forti contrasti che si respirano fissando l’orizzonte: le onde alte, le correnti, il vento e quella sensazione di libertà totale che però ha sempre una vena di solitudine e malinconia. È energia pura, è forza, è un legame con la natura che sento fortissimo e che luoghi come questi hanno il potere di risvegliare e sollecitare, trascinandomi dentro gli angoli più profondi della mia anima. Potrei stare qui per mesi interi a scrutare l’infinito, ma la prossima tappa, ahimè, ci attende.

San Sebastian è una cittadina davvero molto bella, ha una parte vecchia e una nuova, entrambe interessanti. Dal 2016 è una delle capitali europee della cultura, per i suoi numerosi festival cinematografici e musicali e se vi capita, come è successo a noi, di essere in città durante la Semana grande, ovvero quella del 15 agosto, potrete essere presi letteralmente a bastonate (non allarmatevi, son fatte di leggerissima plastica e son innocue) da pupazzi giganti che camminano lungo le vie della città vecchia. San Sebastian ha una delle baie urbane più belle al mondo: la Kontxa, una spiaggia lunga due chilometri, delimitata dal monte Igueldo a sud e il monte Urguell a Nord. Se invece si vuole surfare, è indispensabile andare alla spiaggia de La Zurriola, un golfo più esposto all’oceano e in grado di garantire favolose onde tutto l’anno (i più coraggiosi, surfano anche d’inverno con la neve). Ed è proprio qui che finalmente ho preso la mia prima long board (tavola lunga), ovviamente nel giorno peggiore di tutta la settimana. Pioggia e vento hanno reso le onde più difficili e cattive e la lezione è stata un susseguirsi di emozioni forti: paura e stupore, adrenalina e stanchezza, equilibrio e tensione. In definitiva un’esperienza fantastica tanto che avrei continuato asurfare per tutto il giorno ma né il clima né la forza del mare lo permettevano. E in fondo meglio cosi, perché sono andata alla scoperta della città: molto infatti offre la parte vecchia, un suggestivo dedalo di vicoletti in cui trovare la Basilica di Santa Maria, la piazza della Costituzione, il mercato e una serie di locali in cui assaggiare i tipici pintxos, la versione basca delle tapas. Usciti dal centro storico abbiamo fatto una passeggiata lungo la baia della Kontxa, fino ad arrivare alla Peine del Viento (pettine del vento), dove si trova il famoso complesso artistico di Eduardo Chillida: tre opere scultoree in acciaio di diverse tonnellate ciascuna. Da ultimo consiglio una passeggiata sul monte Igueldo, sulla cui cima si gode la miglior vista panoramica della città ed è raggiungibile col servizio di funicolare attivo dal 1912. Insomma San Sebastian è, in definitiva, una delle scoperte più belle di questa prima parte e sicuramente ci tornerò per passarci un’intera estate da dedicare tutta al surf e al divertimento. Per quest’anno metto via la tavola, e in attesa dell’onda giusta da domare, mi rimetto in marcia, alla scoperta di tante altre tappe affascinanti che mi aspettano lungo la strada.

 


La cucina di Rio

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La cucina di Rio

Testo e foto a cura della Redazione

Il titolo non tragga in inganno, non vogliamo presentare piatti tipici brasiliani o tradizioni culinarie carioca, ma una simpatica trattoria della provincia romana, al confine con l’Abruzzo, che porta questa insegna.Il ristorante prende il nome dalla località in cui è collocato: Riofreddo, un tranquillo borgo medioevale nella valle dell’Aniene lungo la vecchia Statale Tiburtina Valeria. Il paese si distende a 750 metri su un colle dominato da un castello dell’XII secolo appartenuto alla famiglia dei Colonna, conta 800 abitanti ed è facilmente raggiungibile percorrendo l’autostrada A24 Roma-Teramo (uscita Carsoli, 65 km da Roma). Nel 1893 presero domicilio a Riofreddo Ricciotti Garibaldi (1847-1924), quartogenito dell’eroe dei due mondi, e la moglie inglese Costanza e qui soggiornò (come ricorda una targa) anche il compositore Gaetano Donizetti.

Terra di confine, in passato tra i regni Pontificio e di Napoli, oggi tra il Lazio e l’Abruzzo, ha mantenuto vive le tradizioni gastronomiche del territorio che vengono riproposte nelle storiche trattorie, mete di gite fuoriporta sia per la qualità dei prodotti offerti che per il clima mite nella stagione estiva (la toponomastica del luogo non è casuale). Tra queste vi segnaliamo La cucina di Rio, in piazza Annunziata. Piatti tipici e ricette tradizionali come sagnozzi con salsiccia o minestra di cicoria; ottimo rapporto qualità/prezzo, ambiente familiare, gestito con cordialità dalla signora Lidia, in arte “la Cheffa”. Due delle sale interne sono state ricavate da antiche cisterne di vino, sulle pareti si intravedono ancora gli aloni purpurei o giallastri (bianco o rosso) e forse ne galleggia ancora l’odore, o è solo suggestione.

E una piccola chicca finale, il bagno unico “misto” per uomini e donne, con un originale separè.


Diamante: murales, cedri e peperoncino

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Diamante: murales, cedri e peperoncino

Passeggiare per i vicoli di Diamante è come visitare una galleria d’arte a cielo aperto. Paese di colori, l’azzurro intenso del suo mare, il dolce verde dei cedri e il rosso piccante del peperoncino

Testo e foto a cura di Gaia Manelli

Arrivarci è semplice, perdersi nei suoi vicoli ancor di più.

A Diamante infilarsi nella fitta rete di salite e discese che scorre nel cuore della città vecchia è una esperienza unica, un ritrovarsi altrove. Vengono in mente i vicoli ciechi del Barrio de Santa Cruz di Siviglia, i carruggi del levante ligure, le calli veneziane. Del resto nasce come paese di pescatori, anche se oggi un porto non c’è, nonostante i milioni spesi dalla regione in progetti approvati e mai realizzati, in lavori avviati e mai conclusi, le accorate richieste e le continue denunce degli stessi abitanti. Nei vicoli puoi passarci una giornata intera, non troverai mai lo stesso scorcio; le case si distinguono una dall’altra con piacevole gusto, sono antiche e piene di storia vera, vissuta. Contrariamente ad altre realtà, in questo piccolo comune, hanno privilegiato la parte vecchia della città, non vi sono periferie con palazzoni in cemento armato: l’hanno mantenuta viva e battente, come un cuore e il centro storico diventa il polmone della vita, dell’economia, della socialità adamantina. I muri delle case sono arricchiti da centinaia di murales che si rinnovano ogni anno, grazie alla mente e alle mani di numerosi artisti internazionali che approdano a Diamante per manifestare la propria gratitudine e le proprie idee. I murales raccontano del lavoro, della pesca, del mare, dell’arte in genere; sono figurativi, iperrealistici, astratti. Ogni artista ha utilizzato la propria espressione pittorica. I dipinti si insinuano nelle diverse forme dei muri, superano ostacoli di scale, finestre che, anzi, si integrano e divengono motivo dell’opera.

Alcuni, così racchiusi nei vicoli, paiono “castigati” per la mancanza di profondità alla vista, in realtà questo castigo è solo destinato all’obbiettivo fotografico, non agli occhi nudi. L’idea di rendere Diamante una “città dipinta” venne a Nani Razzetti, un pittore milanese innamorato del posto che propose nel 1981, al Sindaco di allora, di rendere i muri delle case fruibili ad artisti di tutto il mondo, al fine di valorizzare il centro storico senza danneggiarne l’estetica. Alla prima edizione decine di pittori, italiani e non, accorsero a Diamante per dar forma a un progetto che tutt’oggi permane. Il centro storico, i murales, il mare azzurro intenso della Riviera dei cedri, l’sola di Cirella a vista e il Parco Corvino alle spalle, fanno di Diamante una vera perla del Mediterraneo.

Cedri e peperoncino

Riviera dei cedri è la denominazione data alla fascia costiera tirrenica della Calabria che si estende a Nord della regione (dal confine con la Basilicata) per circa ottanta chilometri. Oltre a Diamante comprende altri 21 comuni della provincia di Cosenza, alcuni affacciati al Tirreno, altri nel territorio montano a ridosso della costa. Prende il nome dalla diffusa coltivazione di una particolare varietà di cedro, il liscio di Diamante. Frutto succoso e ricco di preziosi estratti naturali è un concentrato di proprietà benefiche. Di origine asiatica sud orientale è presente sul territorio calabrese dai tempi della Magna Grecia ed era conosciuto ai tempi dell’Impero romano (Plinio il Vecchio lo classificò nella sua Naturalis Historia come mela assira) che lo apprezzavano sia per il suo utilizzo alimentare che per le sue proprietà di repellente contro le zanzare a altri insetti nocivi. Gran parte della produzione del cedro calabrese è destinata alle industrie alimentari, farmaceutiche e cosmetiche in tutto il mondo, ma sul territorio sono presenti imprese artigianali che trasformano il cedro in gustosi prodotti di pasticceria, in canditi, gelati, bevande e liquori. Per una degustazione vi consigliamo una sosta alla storica pasticceria Aronne a Santa Maria del cedro (località Marcellina, a fianco della stazione ferroviaria).

Pur non essendo una delle aree di estesa coltivazione del peperoncino, Diamante ha saputo promuovere e valorizzare uno dei prodotti tipici della cucina calabrese. Qui nel 1994, su iniziativa di Enzo Monaco, è nata l’Accademia italiana del peperoncino, una Onlus “per approfondire e diffondere la cultura del peperoncino”, che conta migliaia di soci e rappresentanze anche all’estero. Tra le varie iniziative, tutte sul tema peperoncino, studi specifici di biologia, corsi e lezioni di gastronomia, cene piccanti, concorsi a premi di poesia e cortometraggi. L’Accademia, insieme al Comune di Diamante, organizza una manifestazione da non perdere, per gli amanti del genere. È il Peperoncino Festival, che dal 1992 nella seconda settimana di ogni settembre, attira su Diamante migliaia di appassionati gourmet; le terrazze, i balconi e le strade si adornano di frutti rossi pendenti. Tra i vari eventi in quei giorni si premiano anche i vincitori del Campionato italiano mangiatori di peperoncino.


corsica

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Corsica, sfumature di felicità

Zaino in spalla alla ricerca di spiagge nascoste, tra verdi pinete, rocce bianche e un mare blu e turchese

Testo e foto di Emma Matilda Ingrosso

Ci sono mattine in cui proprio non riesci a riaddormentarti.

Resti lì nel letto, con l’illusoria speranza che Morfeo sia disposto a tornare da te prima dell’arrivo della luce dell’alba.

Gli uccellini cantano forte fuori dalla finestra e, tra un pensiero e un altro, alla fine, arriva la voglia di caffè. E quindi addio Morfeo.

Ti alzi e pensi che sarebbe stato meglio dormire, sicuramente, data la mole di impegni e doveri che adornano da settimane le tue giornate, ma funzioni a macchinetta riempiendo la moca fino all’orlo con la speranza che la caffeina ti possa tenere sveglio, motivare e far sentire una persona migliore al contempo. Seconda illusoria speranza della giornata, e sono appena le 5:30.

L’orologio ticchetta sonoro. Non ti capita spesso di avere tanto tempo a tua disposizione la mattina, apri il pc e così facendo speri di non impegnare troppo i neuroni tra una notizia di poca rilevanza e gli affari altrui su un social network. Inutile dire che questa è la terza illusione della giovanissima giornata.

Presto leggi: “CORSICA, LA TUA NUOVA META ESTIVA. Prenota subito.” Al di là del fatto che non sei mai stata una persona da prenota e ancor meno da subito, non puoi negare a te stessa che, rigirando leggermente la frase, puoi arrivare a soddisfare le tue aspettative fricchettone di marketing: la tua nuova meta è la Corsica. Ma magari. Non ti illudere per la quarta, e ripeto, quarta volta nell’arco di una mezz’ora al massimo. Eppure.  Eppure non suona come le cazzate precedenti a cui credi per inerzia ogni mattina.

Giusto per curiosità, associamo al sapore del caffè qualcosa di nuovo come una finestra interamente dedicata ai cazzi miei e non a quelli dell’amico in comune dell’amico di cui non ricordo nemmeno la faccia. Sorprendente nuovo abbinamento dell’ultimo minuto, lo chef era stanco della solita zuppetta insapore. Il prezzo della nave è compatibile con il sapore del caffè, con il ticchettio dell’orologio e con il ghigno di Morfeo che ti guarda e ci aveva visto lungo, più di te.

“Amore?” lui dorme, ma emette un suono che ti autorizza a sederti sulle sue gambe, con la tazza ancora in mano e il sorriso che rispecchia tutta la tua eccitata, momentanea, immaturità.

“Senti, andiamo a farci un viaggio dei nostri?”

Questa volta la risposta somiglia più ad un pensiero che un grugnito: “Ma sono le 6:00. E il lavoro?”

“Non dico di partire ora, prenoto ora la nave e settimana prossima andiamo. Prendiamo le ferie e via”. Resti in silenzio ad assaporare quell’ e via che ha un sapore buonissimo in bocca, perfettamente in armonia con il battito del cuore e quella mattina che doveva essere banale.

Benvenuta in Corsica

Ok la Corsica è stupenda ma fa caldo. Terribilmente caldo. E l’acqua qui costa cinque euro. “Come cinque euro?”

“Cinq mademoiselle” il barista ti sorride.

Vorresti spiegargli come sei arrivata fino a quella bottiglia, Quali innumerevoli fatiche sovrumane hai dovuto affrontare con uno zaino da 27 chili sulle spalle.

Vorresti sì puntualizzare che se porti uno zaino da 27 chili sulle spalle forse cinque euro per un litro d’acqua sfortunatamente non li hai, ma le uniche due frasi che sai in francese sono “merci” e “voulez vous coucher avec moi”.

Quindi sorridi anche tu ed esci, in silenzio, perché merci non glielo vuoi dire.

Ti ripeti: Bienvenue in Corse. Bienvenue mademoiselle. Bienvenue au mois d’août.

“Amore, mi raccomando bevi piano perché altrimenti finiamo i soldi della vacanza prima ancora di averla iniziata”.  Poggi lo zaino da trekking sul terreno ghiaioso della pineta corsa e ringrazi l’ombra della sua frescura mentre ti accasci sulla tua piccola casa mobile che trasporti da tutto il giorno sulle spalle. Alzi lo sguardo. “Che meraviglia”. Sorridi.

Plage de Tahiti

Il nome non è stato dato a caso: una distesa di acqua turchese si stende lungo tutta la baia dalla fine spiaggia candida, circondata da una fitta e verdeggiante pineta, che dona inevitabilmente al luogo un che di caraibico.

Per raggiungere la spiaggia, non molto lontana da Palombaggia, a sud est della Corsica, è necessario percorrere un sentiero che sarà quell’elemento che renderà la suddetta spiaggia poco frequentata dal turista comune. Lo zaino sulle spalle renderà la camminata complicata e faticosa, ma il premio finale varrà ogni sforzo.

Ti immergi nell’acqua fresca e senti le correnti muoversi rapide, mentre ti lasci trasportare nel silenzio più totale.

Gli yatch restano attraccati fino a tardi.

“Aspettiamo che l’ultimo parta per aprire la tenda”. Sorridete felici mentre mangiate il pasto più semplice e buono nelle ciotole in alluminio, il sole comincia a tramontare alle vostre spalle, il mare a tingersi di arancione e porpora e il caldo soffocante finalmente comincia a svanire.

La Corsica è bella, le sue spiagge nascoste mozzafiato, ma è la notte che permette a questo luogo di trasformarsi e divenire della stessa consistenza dei sogni. Tutto rimane sospeso. A rompere il silenzio ci sono solo le onde lente che si rompono e increspano sulla spiaggia che ora riflette la luce brillante della luna e delle infinite stelle. Tutto rimane immobile come un sospiro e laddove prima c’era colore ora c’è luce perlacea.

In questo tipo di viaggio è necessario svegliarsi molto presto per evitare di camminare sotto il sole cocente delle due di pomeriggio, ma sarà una speranza illusoria, la prima del viaggio.

La seconda segue di conseguenza la prima. Non illuderti viaggiatore low cost che i corsi siano felici di aiutarti nella tua disperata caccia al passaggio direzione “dove state andando voi”. In Corsica hanno paura degli autostoppisti, soprattutto se sono le ore più calde della giornata.

Bavella

“Nous allons a Bavella”

“Parfait, nous vous suivrons”. Nei viaggi si sorride molto, soprattutto se finalmente sei riuscito a trovare un passaggio diretto alla meta più bella di tutta la Corsica: l’entroterra.

Molto simile alle coste italiane, la Corsica ha però una perla che la nostra penisola non possiede. Tra le montagne ricoperte di alberi da sughero si nascondono torrenti e cascate di singolare bellezza. “Sembra il Giardino dell’Eden”.

Proprio lì, sdraiati in una conca di acqua cristallina, non potete che pensare a paragone più adatto per descrivere il posto.

Rocce bianche e lisce ricoperte da verdi piante rigogliose, cascate tra snodi del torrente e piante di more ricche di frutti pieni e maturi vi circondano assieme al silenzio della natura. “Sì, è il Paradiso”.

Anche Bavella, come Tahiti, si veste di un’altra anima quando cala la notte: le conche prima tanto cristalline diventano specchi neri per le stelle e il cielo e orizzonte si mescolano in un unico sfondo che avvolge ogni cosa, tutto brilla, tutto è immobile. Le candele le avete spente presto, per entrare nel riflesso del cielo, per nuotare, un’unica volta, nell’universo.

Accanto a Bonifacio

“Perché non ci danno un passaggio? La direzione è una”. Ti lamenti trascinando i piedi e sorridi con rabbia a ogni autostop mancato. La stanchezza e il caldo iniziano a farsi sentire e il collo a fare male sotto il peso dello zaino sempre meno ordinato e organizzato.

“Dai che ci siamo quasi, sei bravissima. Lo sai che dopo ogni fatica riceviamo un dono”.

E anche questa volta è vero. Accanto a Bonifacio, sulla costa di roccia bianca e frastagliata, incrociate un sentiero. I sentieri buoni, che porteranno ad angoli nascosti e inesplorati, hanno una fondamentale caratteristica che li contraddistingue dal normale sentiero: sono inagibili per la maggior parte del percorso. Per voi però questo è un invito, un tappetino con scritto welcome all’ingresso di una reggia.

Sistemate le cinghie allentate degli zaini-casa, allacciate le stringhe impolverate e partite a capofitto verso rovi e sassi poco stabili.

Dopo qualche caduta, dopo diversi tagli e strati di terra sulla pelle, arrivate. Davanti a voi avete una distesa infinita di blu profondo, in contrasto con l’accecante roccia bianca che accoglie in diverse ampie insenature il mare profondo. La scogliera calcarea si immerge dritta nel mare pochi metri più a destra e alle vostre spalle una grotta levigata dal vento vi invita a mettervi velocemente al riparo dalla luce pomeridiana.

“Ti piace qui?”

Gli sorrido con il cuore pieno di gioia, gli occhi pieni di blu e la pelle coperta di sole e sale, “Sono felice” rispondo.

“Allora facciamo una nuotata e poi montiamo l’accampamento”.

Ci tuffiamo in quella macchia monocromatica e sotto sembra non esserci nulla che infinito, nero fino al cuore del mondo.

“Non sono sicura che mi piaccia”. Annaspo cercando di non pensare al fatto che sto sguazzando alle Bocche di Bonifacio.

“Tranquilla, guarda, finché loro non scappano non scappiamo nemmeno noi”. Con loro indica un branco di pesci che ci danza attorno, convinto di ricevere a breve qualche briciola di pane.

“Speranza illusoria, amici acquatici. Scusate”.

Uscite dall’acqua e il sale si cristallizza velocemente sulle vostre pelli.

Srotolate i sacchi a pelo e gonfiate i materassini, nella vostra nuova e temporanea tana.

Il suono dolce della marea che si è alzata desidera cullarti, ma ci sono notti in cui proprio non riesci ad addormentarti.

Così resti lì, nel sacco a pelo, con gli occhi rivolti alle sfumature del cielo, alle sfumature del mare e alle sfumature della felicità. Con Bonifacio che rimane come un presepe di luci stagliato sullo sfondo della notte e con la sicurezza di aver fatto la scelta giusta nell’ascoltare per una volta una speranza che si è rivelata per nulla illusoria.

 

 

 


Palermo sotterranea

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Palermo sotterranea

I qanat, antiche canalizzazioni di acqua nel sottosuolo palermitano, sono un piccolo capolavoro di ingegneria idraulica iniziato mille anni fa, ai tempi della dominazione araba. Una rete idrica sotterranea che è ancora oggi funzionale e in alcuni tratti visitabile. Esplorazione istruttiva, rinfrescante e divertente.  

Testo e foto di Patrizia Cicini e Totò Sammataro

Dall’827 al 1072 la Sicilia fu dominata dagli arabi, che scelsero Palermo come sede centrale del nuovo emirato islamico. Quei duecento anni furono forse il periodo di maggiore splendore in tutta la storia della città, trasformandola da piccolo porto a capitale mediterranea. Sotto gli arabi Palermo arrivò a contare più di 250mila abitanti, quando a Roma e a Milano non si superavano i venti o trentamila, e vennero costruite trecento moschee. Furono anni di intense trasformazioni culturali e sociali che hanno lasciato influenze rintracciabili ancora oggi nel linguaggio, nella toponomastica, nella gastronomia, nell’urbanistica della città e nelle coltivazioni agricole circostanti. Gli arabi portarono le palme, gli agrumi e le spezie, le mandorle e il gelsomino, lo zibibbo e i pistacchi, il cus cus e la cassata, i cannoli e le arancine. Delle moschee, dei giardini e degli splendidi palazzi di quell’epoca oggi rimane poco o niente, ma nei successivi interventi architettonici sono ancora evidenti le impronte arabe, anche se a cancellarle ci provarono in tanti, imponendo i loro stili: bizantini, normanni, svevi, spagnoli, francesi e piemontesi. Le ritroviamo negli archi a ogiva e nelle merlature in pietra della cattedrale, costruita sulla distruzione della principale moschea, negli edifici a cubo (come il palazzo della Ziza), nelle cupole a forma di sfera (chiese di San Cataldo e San Giovanni degli eremiti). Le opere architettoniche degli arabi non interessarono solo la superficie ma anche la parte sotterranea della città, dove furono scavati canali percorsi dalle acque della falda che attraversavano il sottosuolo per decine di chilometri, creando una rete idrica che alimentava la fornitura di acqua alle abitazioni, alle fontane e ai giardini, fino ad irrigare le coltivazioni agricole che si sviluppavano attorno alla città. Questa rete di strette gallerie sotterranee, complessa opera di ingegneria idraulica, è ancora oggi presente e forse non adeguatamente sfruttata. Ha mantenuto l’antica denominazione araba di qanat e in alcuni tratti è visitabile (tra i tanti e più rinomati il Gesuitico basso, il Gesuitico alto e l’Uscibene, in cui è presente una curiosa Camera dello scirocco).

Escursione al qanat del Gesuitico alto

Tra i cunicoli oggi accessibili abbiamo scelto di esplorare il Gesuitico alto, che prende il nome dalla Compagnia religiosa che nel XVII secolo fu proprietaria dei fondi sovrastanti e contribuì ad ampliare la rete sotterranea che gli arabi avevano iniziato seicento anni prima. Senz’acqua non può esserci alcuna forma di vita, né garanzie per la sua conservazione. Gli arabi, le cui terre d’origine soffrono di carenza di acqua, lo hanno sempre saputo e si sono molto prodigati per evitarne gli sprechi. Così nascono i qanat, le canalizzazioni idrauliche che intercettano, a diverse profondità (chiamati livelli di falda), l’acqua e la convogliano in parte per gli usi domestici e in parte per gli usi agricoli, senza la preoccupazione dell’evaporazione, favorendo così le coltivazioni in ambienti quasi proibitivi per la temperatura e l’irradiazione solare. Questa tecnica, di origine orientale, conosciuta già prima dell’Impero Romano d’Oriente in Persia e presente nei paesi arabi mediterranei, veniva eseguita da esperti scavatori di pozzi, “maestri d’acqua” chiamati muqanni. Anche se vengono tutti comunemente definiti qanat, non tutti hanno la caratteristica funzionalità completa, ovvero lo sbocco esterno. A Palermo ne esistono di vari tipi e di diversi periodi; coprono un esteso arco temporale che varia dalle dominazioni arabe medioevali del X e XI secolo, sin quasi ai primi decenni del XX secolo. Il qanat Gesuitico Alto, si sviluppa per 1.050 metri nel sottosuolo del quartiere di Altarello, intorno al fondo Micciulla, la via Nave e i territori agricoli circostanti, a valle delle sorgenti del Gabriele. L’inizio della sua costruzione può farsi risalire al XV secolo ma, gli approfondimenti e gli ampliamenti appartengono a un periodo riconducibile al possesso dei Gesuiti intervenuti dal XVII al XVIII secolo. Sicuramente è di tecnica araba ma di probabile realizzazione siciliana.

Il Gruppo speleologico del CAI Sezione di Palermo, che l’ha esplorato e rilevato, e che ancora continua a studiarlo di concerto con la Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Palermo e l’Azienda Municipale Acquedotto di Palermo, gestisce la divulgazione del sito, accompagnando gli interessati, su prenotazione, a visionare e percorrere il tratto più significativo di tutto il complesso, attraverso un suo referente, l’istruttore nazionale di speleologia Totò Sammataro. Oltre ad assistere direttamente con una assicurazione dinamica lungo la discesa e risalita del pozzo iniziale, il Gruppo speleologico fornisce il casco con illuminazione, gli stivali, l’imbracatura e la giacca impermeabile (a chi ne è sprovvisto), perché ci si bagna. Completamente.

La temperatura costante di 18°C dell’ambiente sotterraneo e di 12°C dell’acqua, sia d’estate che d’inverno, consente un piacevole refrigerio dalla calura estiva e un divertente diversivo in inverno. L’acqua, che sgorga dalle sorgenti e allaga il condotto, ha un’altezza variabile: da qualche centimetro (in tratti molto brevi) fino a 40. Certi che, prima o poi, vi entri negli stivali (al riguardo vi consigliamo un modo pratico per togliere l’acqua dagli stivali, sollevando il piede all’indietro e piegando il ginocchio) e che vi bagni anche fino alla vita, non c’è motivo di indugiare quando, lasciato l’ultimo gradino della scala in ferro, bisogna affondare i piedi nell’acqua. Il cunicolo è a una profondità di circa otto metri sotto il livello della strada e ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri. L’altezza media è superiore ai due metri, con tratti di quasi quattro metri e altri di soli 150 centimetri, da affrontare con il busto inclinato in avanti.

Il livello dell’acqua è generalmente di 40 centimetri ma, in alcune zone, è presente un forte stillicidio. Lo ripeto, è garantito: ci si bagna.All’inizio del percorso, proprio sopra la nostra testa c’è il primo livello del canale, dal quale scende una grande quantità di acqua. La galleria, protetta dalle pareti verticali, si dirama allegramente nei sotterranei alternando tratti diritti a curve, ora a destra ora a sinistra e a continui serpeggi. Le pareti e la copertura, in alcuni tratti con la roccia a vista e in altri ricoperti da una costruzione in conci di calcarenite, hanno dimensioni tali da consentire di proseguire agevolmente; siamo al secondo livello del qanat. La formazione rocciosa che ne ha consentito la realizzazione è la calcarenite, una roccia sedimentaria formata da parti ossee dei molluschi marini e sabbia, friabile e facilmente scavabile. Sulle pareti, nei tratti dove l’acqua scorre continuamente, si trovano concrezioni di calcite e piccole stalattiti. Se si osservano più attentamente le pareti si vedono incastonate diverse conchiglie. L’acqua è limpidissima e scorre tranquilla perché la pendenza del canale è solo di qualche percento. Vi sono sorgenti laterali che lo alimentano con continuità.

Piccolo capolavoro di ingegneria idraulica, i qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie). Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Sull’ultimo tratto del percorso un piccolo salto di circa un metro e mezzo collega il secondo livello del canale al terzo. Quest’ultimo si percorre ancora per un piccolo tratto fino alla base di altro pozzo e da qui, non potendo proseguire per la presenza di un motore di sollevamento, si torna indietro. E’ inverosimile vedere tanta acqua, nel sottosuolo della citta di una regione che denuncia continuamente problemi di siccità. L’estate è alle porte ed è forse il periodo migliore per una visita ai qanat.

 

Informazioni utili

La prenotazione della visita è obbligatoria e si può effettuare telefonando alla sede del CAI di Palermo tel. 091.329.407 oppure contattando direttamente Totò Sammataro al numero 349 847 8288.

Vi consigliamo di portare un cambio integrale di indumenti (ci sono due spogliatoi, un po’ spartani ma utili, per cambiarsi), una giacca impermeabile con cappuccio, un paio di calzettoni personali per calzare meglio gli stivali e una bandana da usare sotto casco. L’ingresso del qanat è al Baglio Micciulla, raggiungibile percorrendo la via Giuseppe Pitrè (lato monte del Viale Regione Siciliana), sino alla seconda traversa a sinistra (via Madonna del Soccorso) dove svoltare. Successivamente andare a destra e subito a sinistra per via Micciulla, qui proseguire sino a un bivio, girare a sinistra sino al Baglio dove, all’esterno destro, accanto a una fontana, vi è la casamatta AMAP. Si consiglia di posteggiare poco prima di quest’ultimo bivio, poiché nei pressi del Baglio non vi è posto, e proseguire a piedi.

 

 


Benares – Dialettica delle emozioni. Prima parte

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Benares: dialettica delle emozioni – Prima Parte

Le contraddizioni: Terzani e Hesse hanno manifestato le loro impressioni; ed io, giovane milanese piccolo borghese, che cosa saprò esprimere?

 

Testi e foto di davide Carretta

Sulla città di Benares, sulle sue tradizioni, sulle sue annose, assurde e affascinanti contraddizioni, si sono già spesi in molti, compresi Tiziano Terzani e Herman Hesse, con parole pesate a tradurre i loro pensieri, le loro impressioni, le loro avventure. Avventure certamente più indelebili e degne di essere raccontate di tutte quelle che un giovane sospeso tra una noiosa esistenza piccolo borghese e un anelito all’anacoretismo come all’unica via per la salvezza, potrà mai vivere in una vita intera.

Nonostante questo, i rampolli della moderna società occidentale, anche oggi continuano a voler uscire dal loro guscio rassicurante per spostarsi verso Est: verso quella parte di mondo che da Marco Polo e Alessandro Magno ha sempre esercitato un fascino incredibile, perlomeno su una parte della popolazione. Ecco perché il 26 Ottobre di qualche anno fa, alle 4:17 del mattino, uno di quei giovani quasi borghesi e quasi eremiti si trovava al terzo piano di un vagone letto del treno che da Ghorakpur andava a Benares.

 

L’arrivo

La sera prima, una volta coricato nel letto più alto dei tre presenti, non avevo messo la sveglia. Quando arriverà, me ne accorgerò sentendone i rumori e mi sveglierò. Ho il sonno parecchio leggero. Qualche ora dopo una strana forma di energia mi sveglia. Dovremmo arrivare a minuti, infatti, con tutta calma, comincio a prepararmi.

Un attimo dopo, alzando lo sguardo verso il finestrino mi accorgo che il treno è fermo. Fuori è buio, non ho idea di dove siamo. Chiedo.

– Siamo a Benares, ma il treno ripartirà fra poco, continua verso Calcutta.

Una scoperta del genere mi strappa definitivamente dal torpore in cui mi trovo, capisco che devo vestirmi, prendere tutto e scendere dal treno e ho pochissimo tempo per farlo.

Una volta giù, nel guardare il treno ripartire, provo una lieve sensazione di dispiacere nel considerare che forse, scendendo dal treno, ho perso un’opportunità. Un’opportunità di continuare nel viaggio senza conoscere la direzione. Calcutta non era la destinazione di quel treno, ma così in quel momento mi era sembrato di capire dall’uomo che mi aveva rivolto la parola.

La stazione di Benares, anche all’alba è piena di persone. Giovani studenti e non, adulti lavoratori e non, vecchi, bambini. C’è confusione, non agitazione. Pochi sembrano, ai miei occhi, avere qualcosa da fare, la maggioranza di loro è sdraiata, in attesa. Alcuni sulle poche panchine disponibili, molti, uomini e donne, per terra. I bambini a volte sono nudi e camminano avanti e indietro. Non so cosa aspettano, ma so che qui, e non solo in questa città, passano le giornate ad aspettare. Non conoscono la noia, per questo li ammiro, perché sono in grado di rimanere nella stessa posizione, senza muoversi o fiatare, per intere ore. Le posizioni che noto sono due: sdraiati, con un braccio piegato sotto la testa a fare da cuscino, oppure accucciati, le piante dei piedi ben salde a terra e braccia appoggiate sulle ginocchia. Li ammiro anche perché in quelle posizioni non saprei resistere cinque minuti.

Qualche giorno dopo avrei scoperto che nelle stazioni non tutti aspettano un treno: per molti di loro, che non hanno una casa, la stazione è il luogo in cui vivere.

Esco dalla stazione, ancora nessuna traccia di luce. Mi dirigo nella zona dei tuk tuk, i taxi a tre ruote, tipici di quei luoghi; tutti i tassisti mi sorridono, facendomi cenno di salire. Un po’ a caso, ne scelgo uno. Forse scelgo il tassista con la faccia più simpatica.

Welcome to Varanasi, where are you from?

L’accento indiano è, come al solito, caldo, squillante e inconfondibile. Noto però che gli abitanti chiamano la loro città “Varanasi”, preferiscono evitare Benares, il nome dato dagli Inglesi, che non riuscivano a pronunciare Varanasi. – Si chiama Varanasi perché la città è costruita tra due piccoli fiumi, la Varuna che scorre a Nord e l’Assi, a Sud. Varuna e Assi, Varanasi! Oppure, se preferisci, la città al tempo dei Veda aveva anche un altro nome: Kashi.

Nel frattempo il tassista ha raggiungo la zona centrale della città, vicino al fiume Gange. Lì però lo chiamano Ganga, la considerano una femmina. È arrivato in centro, ma non ha idea di dove si trovi l’ostello dove vorrei andare. Naturalmente, prova a dissimulare sicurezza e totale controllo della situazione, non fermandosi e continuando a girare, più o meno a cerchio. Quando me ne accorgo – e ci metto un po’ visto che fuori è ancora buio e i fari sono quasi assenti – capisce che tanto può anche fermarsi e chiedere informazioni. Da quel momento si susseguono alcuni individui che si prodigano subito per dargli e darmi una mano. All’inizio, tutti sembrano sapere dov’è il Blox Hostel, ma poi ognuno di loro si rivela inutile.

È dopo un po’ che arriva un ragazzo che dice di conoscerlo e per fortuna lo conosce veramente. Lo conosce perché ci lavora, mica per altro.

Scendo dal tuk tuk, pago e mi avvio, guidato dal ragazzo che sa dove andare. Porta dei sandali con il velcro, più grandi rispetto ai suoi piedi, ha diciotto anni e si chiama Ashish. Porta un tatuaggio sull’avambraccio destro che riporta, nell’alfabeto che conosco, il suo nome.

Mi chiede da dove vengo e quando glielo dico il suo sguardo cambia. Non capisco se provi felicità, tristezza, orgoglio o vergogna; da un lato sembra avere un’idea di dove si trovi e cosa sia l’Italia, ma dall’altro lato sembra averne un’immagine decisamente vaga e sfumata. In ogni caso, si limita a farfugliare un Very nice place un po’ impacciato. Continua a camminare ed io lo seguo. Quando cammina, tra le vie della sua città, è sicuro e, questa volta sì, orgoglioso. Orgoglioso di una città in cui lui è nato e che conosce fin negli angoli più segreti e nascosti. Orgoglioso di una città che io, come molti altri, ho deciso di visitare, arrivando dall’altra parte del mondo e potendoci restare un paio di settimane. Cosa si può imparare di una città intera in due settimane? Ho vissuto per ventiquattro anni a Milano eppure mi sembra di non conoscerla ancora.

Finalmente arriviamo davanti all’ostello, Ashish mi precede e mi accompagna nella stanza. Non c’è un oste, le porte sono tutte aperte e i pochi ospiti stanno ancora dormendo. Ringrazio Ashish e mi stendo sul letto, pronto a recuperare il sonno che ho perso in treno.

– Good night, sir.

Mi saluta con rispetto, quasi con deferenza e di questo un po’ mi vergogno, perché mi attribuisce un importanza che non ho e non voglio e si attribuisce una subalternità che non merita. Perché anche se ti conosco da pochi minuti, Ashish, mi ricorderò di te.

Vado a dormire dunque, in un letto piuttosto scomodo e in una città che non conosco, ma che già mi ha fatto un regalo. Sono appena passate le 6:00, fuori il cielo comincia a schiarire e gli abitanti sono già per le strade: vanno verso la Ganga, per le abluzioni e per la prima preghiera della giornata.

 


Mal d’Africa – Seconda parte. Cielo e Spiriti

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Mal d’Africa- Seconda Parte.

Cielo e Spiriti. Sono in Zambia e ancora non ci credo. L’inaugurazione di una scuola in un villaggio nel cuore della Savana

Testi e foto di Lorenzo Canova

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale. Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta. Lo tato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente. Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale. Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci. Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja. Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito. In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità. Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori. Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle. Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con dio. Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti. Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo. Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo. Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni. Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.

 

 

 

 

 


Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

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Più in alto delle nuvole. La storia di George Chávez Dartnell

Una storia quasi dimenticata, quella del giovane pilota franco peruviano che per primo attraversò in volo le Alpi e si schiantò a Domodossola. Esploratore appassionato ed eroe sfortunato, amava le sfide ma non cercava nuove terre da scoprire. Voleva solo scalare il cielo. Più in alto, sempre più in alto.

Testo a cura della redazione

Venerdì 23 settembre 1910. Sono passati tredici minuti dalle 14 e quasi 45 dalla partenza dal campo volo di Briga. Dopo aver attraversato i monti, le valli e i venti del passo Sempione, superando i due mila metri di altezza, l’aereo ha iniziato la discesa e ora è a soli venti metri dal suolo. Venti metri dalla gloria. Quando Geo vede avvicinarsi la grande croce bianca disegnata dai teli distesi sull’erba della piana Siberia, nei sobborghi di Domodossola, si prepara a planare. Sorride e saluta con la mano la folla che da ore aspettava ai bordi del campo per applaudire l’arrivo del primo trasvolatore delle Alpi. All’improvviso un forte colpo di vento e il muso del Blériot si inclina. Geo sente un forte scricchiolio ma non ha il tempo per capire che le ali si sono ripiegate all’indietro, quasi accartocciate. Il monoplano si schianta sul terreno. Prima le urla di chi era venuto per assistere all’impresa, poi un silenzio irreale e l’aria afosa del caldo pomeriggio si riempie dell’aspro odore dell’erba bruciata. I soccorritori lo tirano fuori dai rottami. Ha il volto insanguinato, una gamba rotta, le vesti stracciate, ma è ancora vivo. Viene portato all’ospedale San Biagio di Domodossola. Le condizioni sono preoccupanti ma non sembrano gravi o disperate. Non vengono trovate fratture interne, ma per le ferite riportate George Chávez Dartnell (per tutti semplicemente Geo, il pilota ingegnere franco peruviano) morirà quattro giorni dopo. Aveva solo 23 anni.

Oggi diremmo “in modo inspiegabile” ma allora, per la medicina come per l’aviazione, l’evoluzione tecnologica era solo ai primi passi.

Gli aerei dell’epoca erano più simili a insetti volanti che ai moderni mezzi di volo intercontinentale. Trabiccoli che per alzarsi in volo facevano salti da pulce, con ali di tela che assomigliavano a quelle delle libellule e alettoni che nelle virate venivano inclinati con sforzi incredibili da tiranti impugnati dal pilota. Venivano definiti “macchine che pesavano più dell’aria”, per distinguerli dagli aerostati e dalle mongolfiere.

Il Blériot XI di Geo Chavez era lungo otto metri, con un’apertura alare di sette metri e venti.  Aveva un telaio in legno (lo stesso materiale utilizzato per l’elica e il sedile di guida), un motore Gnome da 50 cv alimentato da benzina con olio di ricino, che riusciva a raggiungere la velocità di 85 km all’ora, due ruote da bicicletta come carello, corde di pianoforte come tiranti, un tachimetro e una bussola (gli altri strumenti disponibili erano un barografo che il pilota appendeva al collo e qualche carta geografica da tenere nelle tasche del giubbotto di fustagno).In pratica quanto offrisse di meglio, allora, la conoscenza scientifica. A questo Geo aggiungeva la passione, un po’ di incoscienza e la voglia di viaggiare, non tanto per scoprire nuove terre ma per vedere dall’alto quelle conosciute. L’aereo era per lui “un ascensore verso il cielo”, un mezzo per esplorarlo, superare le nuvole e raggiungere le stelle. “Arriba, siempre arriba” (più in alto, sempre più in alto) era il suo motto e le ultime parole che riuscì a sussurrare prima di morire.

Quando il progresso prese le ali

Geo Chavez nasce a Parigi il 13 giugno 1887, in una facoltosa famiglia di emigrati peruviani, padre esportatore di rame e banchiere, madre (Dartell) di nobili origini. È il quarto figlio (ne seguiranno altri due) e viene iscritto al consolato del Perù come Jorge Antonio Chavez Dartell, peruviano nato all’estero. Al battesimo, il nome spagnolo viene francesizzato in George, da cui deriva il diminutivo Geo. Passa un’infanzia agiata e felice. Studia con ottimi profitti ed eccelle nelle attività sportive, in particolare nell’atletica, partecipando e vincendo varie competizioni di mezzofondo.

Quando a 16 anni perde la madre frequenta l’Ecole Violet di Parigi, il liceo di Elettricità e Meccanica industriale, dove cinque anni dopo si diplomerà ingegnere. Nel 1909 Geo perde anche il padre e conosce Luis Paulhan, un costruttore di dirigibili e collaudatore di nuovi mezzi a motore che riuscivano ad alzarsi in volo. Lavora nel suo hangar e si iscrive alla scuola di volo aperta dai fratelli Farman, che per primi in Europa con il loro biplano avevano percorso alcuni chilometri in volo e avevano l’audacia (anche da parte di chi ci saliva) di trasportare passeggeri, come avevano già fatto pochi anni prima i fratelli Wright negli Stati Uniti. Il clima festoso della bell’epoque parigina, a cui il ricco e spensierato Geo partecipa con euforia, alimenta anche la sua frenesia per le novità e l’entusiasmo per un progresso che sembrava avesse preso le ali (metaforicamente e letteralmente).

Il 15 febbraio 1910 Chavez ottiene il Brevetto Internazionale di Pilota e inizia a partecipare a varie competizioni, preferendo le gare d’altezza a quelle di velocità o di distanza.

Dal 28 febbraio al 2 marzo riesce a volare per quasi due ore nel circuito di Mourmelon (nel Nord della Francia) raggiungendo, nella sua prima partecipazione ad una gara, i 510 metri d’altezza. Da aprile a giugno si susseguono le manifestazioni che lo vedono protagonista: al concorso di Biarritz, a Nizza, a Tours, a Lyon, a Verona, a Rouen e a Budapest in Ungheria.

Per partecipare alla gara della Gran Settimana di Champagne, dal 3 al 10 luglio, Chavez decide di cambiare il suo aereo Farman e acquista uno dei monoplani di Louis Bleriot (un modello simile a quello con cui il costruttore l’anno prima aveva sorvolato in 32 minuti la Manica, mantenendo una quota di cento metri sopra il mare da Calais a Dover). E con il Bleriot Geo vince la sua prima gara in altezza raggiungendo i 1.150 metri. Record personale che supererà un mese dopo a Blackpool in Inghilterra, dove trionferà volando a 1.647 metri. A fine agosto è a Lanark in Scozia per partecipare a una competizione che lo vedrà arrivare al secondo posto. Quasi un allenamento in vista della manifestazione che si terrà l’8 settembre a Issy lex Moulineaux, nei dintorni di Parigi, sua città natale. Quel giorno Chavez ottiene il record mondiale salendo fino a 2.680 metri. Il traguardo raggiunto lo rende famoso e, nonostante sia il più giovane tra i nuovi pionieri dell’aviazione, viene invitato alla manifestazione più importante e ambiziosa per quell’anno: il Circuito aereo internazionale di Milano, che comprendeva la prima traversata delle Alpi. Organizzato dal presidente del Touring Club Italiano, Arturo Mercanti, l’evento programmato tra il 18 e il 24 settembre prevedeva il sorvolo del passo del Sempione, con partenza da Briga, tappa intermedia a Domodossola e arrivo a Milano, nel nuovo campo di volo, appena inaugurato, di Taliedo (l’area dove nel 1937 nascerà l’aeroporto di Linate). Una sfida a cui Geo non poteva mancare.

La preparazione della gara è attenta e puntigliosa. Chavez soggiorna a Briga, Domodossola e a Milano, dove firmerà l’adesione alla manifestazione. Perlustra in auto, su strade di montagna ancora sterrate, tutto il percorso. Studia nel dettaglio le valli, i monti e le gole che dovrà attraversare in volo, le possibili condizioni atmosferiche e tutti i venti che dovrà affrontare. Alla gara si iscrivono cinque concorrenti, ma per diversi problemi tecnici, uno alla volta si ritirirano dalla competizione. Rimane solo Geo e la mattina del 23 settembre il suo è l’unico aereo ad uscire dagli hangar allestiti nel campo di “slancio” di Briga (erano il ricovero e l’officina degli aerei che venivano spediti in pezzi e montati sul luogo delle gare).

Alle 13.29 l’aereo si stacca dal suolo. Per la prima volta un uomo attraverserà le Alpi volando. Ci impiegherà 44 minuti e 56 secondi, venti minuti in meno del tempo che impiegava un treno da Briga a Domodossola, passando per il tunnel del Sempione aperto solo quattro anni prima. Un successo che lo schianto all’arrivo trasformerà in tragedia e che passerà alla storia come un atto di eroismo.

Gli eroi son tutti giovani e belli

L’eco dell’impresa e della sua tragica fine ebbe vasta risonanza nel mondo. La notizia prese le prime pagine di tutti i giornali. La cronaca di quei giorni è stata raccontata con accurata precisione e partecipato affetto da Luigi Barzini, che scrisse sul tema decine di articoli per il Corriere della sera e fu l’ultimo a intervistare Chavez nei quattro giorni di agonia all’ospedale di Domodossola.

Il primo a dedicare versi alla sfortunata avventura di Geo fu Giovanni Pascoli. Scritta nel novembre del 1910, a poche settimane dal tragico evento, la poesia “Chavez” venne pubblicata sul XX Secolo (un mensile di attualità stampato fino al 1933) e poi fu inserita nella raccolta Odi e inni.  L’opera ha una sintassi elaborata ed è carica di retorica e simbolismi, “che in cielo, un dì, mirabilmente muto / passar fu visto, come Dio, seduto / un uomo, l’uomo alato!” e così si chiude:Cade, con la sua grande anima sola / sempre salendo. Ed ora sì, che vola”. Nel 2015 Fredo Valla, il regista cuneense autore del film “Il vento fa il suo giro”, ha dedicato a Geo Chavez un documentario che attraverso filmati d’epoca e animazioni, racconta il mito romantico del giovane pioniere del volo. La colonna sonora e la voce narrante sono di Giorgio Conte (fratello del più noto Paolo). Alla memoria di Geo Chavez sono stati dedicati monumenti a Briga, Domodossola e a Lima. L’aeroporto della capitale peruviana porta il suo nome e ci sono strade a lui intitolate anche a Milano  e a Parigi.

Quando morì furono celebrati funerali a Domodossola e nella capitale francese, dove fu sepolto al cimitero di Père-Lachaise. Nel 1957 la salma venne trasferita a Lima, nel mausoleo di Las Palmas, principale base della Fuerza Aérea del Perú.

Domodossola e il ricordo di Geo Chavez

Dom, come la chiamano in dialetto i locali, è una città piemontese di 18mila abitanti adagiata al centro della Valle d’Ossola attraversata dal fiume Toce. Resa famosa soprattutto per la sua lettera iniziale, quella D a cui viene spesso associata quando vogliamo compitare (cioè fare lo spelling) una parola riferendoci a nomi di città, Domodossola è una tranquilla località circondata dal verde delle montagne, a poca distanza dal confine svizzero, dal Lago Maggiore e dal Monte Rosa.  Il centro storico si racchiude attorno alla pittoresca Piazza del mercato, un ampio spazio a forma di trapezio, con portici, loggiati e tetti sporgenti. Dalla piazza si irradiano stretti vicoli che portano a eleganti palazzi dell’Ottocento. Ai tempi dell’impero romano la città era un punto di passaggio obbligato sulla direttrice dalla pianura padana verso la Gallia transalpina. Da qui passarono anche gli Ostrogoti e i Longobardi, che la distrussero. Poi arrivarono le dominazioni di Carlo Magno, dei Visconti di Milano, degli spagnoli, degli austriaci e dal 1743 dei Savoia. Nel 1895 iniziarono i lavori per il traforo ferroviario del Sempione (19.823 metri, per 76 anni resterà la galleria ferroviaria più lunga al mondo). Il 19 maggio 1906 l’opera sarà inaugurata da Re Vittorio Emanuele III e con l’apertura della nuova linea la stazione di Domodossola diverrà una delle principali stazioni italiane di frontiera. Quattro anni dopo sarà un’altra data a segnare la storia della città e a farla tornare alla ribalta internazionale, quella della tragica fine di Geo Chavez. Per ricordare il personaggio e la sua eroica impresa sono state prese negli anni numerose iniziative. Sul luogo dove avvenne lo schianto, un’area agricola tre chilometri a Sud della città, chiamata oggi Regione Siberia, venne collocata una colonna in granito. A Chavez è stata inoltre dedicata una piazza (a circa trecento metri dalla stazione ferroviaria) con un giardino centrale dove nel 1925 è stata posizionata una statua in bronzo, opera del milanese Luigi Secchi, che rappresenta una giovane donna con le braccia alzate.   Il Museo sempionano (in via Canuto, a pochi passi da piazza Mercato), che racconta attraverso reperti e documenti la storia della costruzione del traforo, ha dedicato uno spazio alla memoria dello sfortunato aviatore. Nel piccolo museo, attualmente chiuso per lavori, sono raccolti vari cimeli come un’ala del Bleriot di Chavez e il suo giubbotto.

Nel settembre del 2014 è stato inaugurato un percorso d’arte con tredici installazioni dedicate al primo trasvolatore delle Alpi. Le opere sono di artisti di fama internazionale e sono collocate a fianco della strada del Sempione (quella voluta da Napoleone per collegare Milano a Parigi). In pratica un museo a cielo aperto lungo i 50 chilometri che separano Domodossola da Briga, quasi a voler seguire da terra la scia del volo di Chavez.  

 

 


Curiosità – maggio

Gavorrano e il Salto della Contessa.

La letteratura che vive nel mondo

 

Purgatorio, canto V, una tenera ombra si avvicina al pellegrino Dante e gli rivolge poche, sussurrate parole destinate a restare nella memoria di tutti:

 

<<“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

 

“Ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

 

disposando m’avea con la sua gemma”. >>

(Purgatorio, V, 130-136).

 

A parlare è Pia de’ Tolomei, una delle figure femminili più rilevanti nell’ambito del poema dantesco. La donna, moglie di Nello d’Inghiramo dei Pannocchieschi, signore del Castello di Pietra nella Maremma, accusa il marito della propria morte e di averla gettata dalla loggia della rocca dove è stata rinchiusa dall’uomo a causa della sua gelosia.

Al di sotto dell’edificio, di cui oggi restano i ruderi, si può vedere un piccolo dirupo che è stato definito dalla tradizione con il nome di “Salto della contessa”. Tutt’oggi è possibile recarsi a Gavorrano e osservare il luogo della leggenda. La seconda domenica di agosto, inoltre, è possibile assistere alla rievocazione storica dell’episodio.

Molto si è detto, molte sono state le interpretazioni di questi versi danteschi da alcuni definiti oscuri, indubbia è la bellezza della Toscana e della sua Maremma.


L’isola della tranquillità

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L’isola della tranquillità

 

Breve storia di un quadro enigmatico e affascinante

Il luogo è misterioso, quasi malinconico, e il paesaggio avvolto dal silenzio. Sotto un cielo luminoso ma carico di nuvole scure, un’isola si riflette su acque ferme. Al centro solo cipressi che si innalzano fino a superare le rocce che li circondano. Una figura bianca è in piedi su una barca che sta per approdare, alle sue spalle il barcaiolo e davanti si intuisce la forma di una bara, che forse troverà dimora nei fori scavati nelle rocce. Se la vita è un viaggio e la morte una traversata, lui è un traghettatore di anime.

Quale fosse il significato, il riferimento o la storia che sta dietro a questo quadro, a questo paesaggio sospeso tra sogno e realtà, l’autore, Arnold Böcklin (Basilea 1827 – Firenze 1901), non ha mai voluto spiegarlo. Per la sua carica simbolica e il fascino magnetico il dipinto divenne così famoso da “costringere” Böcklin ad eseguirne altre quattro versioni, modificando i colori, la luce e alcuni dettagli. Ne furono stampate centinaia di riproduzioni, che si diffusero in tutta Europa. Il quadro contò tra gli estimatori molti personaggi celebri e ispirò le opere di vari artisti: pittori come Giorgio De Chirico e Salvator Dalì, il drammaturgo svedese August Strindberg e il compositore Sergej Rachmaninov.

Riproduzioni del quadro adornavano gli studi di Freud (che ne fornì una lettura in chiave psicoanalitica), di Lenin, di Clemenceau e la camera da letto di Gabriele D’Annunzio. Nel 1933 la terza versione del dipinto fu acquistata da Adolf Hitler ed è visibile sullo sfondo di una foto storica, scattata durante l’incontro tra il Führer e il ministro russo Molotov. Il quadro appartenuto a Hitler è oggi esposto nella Alte Nationalgalerie di Berlino, la prima versione è ospitata nel Kunstmuseum di Basilea, la seconda al The Metropolitan Museum of Art di New York e la quinta al Museum der bildenden Künste di Lipsia. La quarta versione venne distrutta in un bombardamento della seconda guerra mondiale. Il pittore svizzero aveva intitolato la prima versione “Un luogo tranquillo” ma in seguito sarà sempre etichettato con il nome dato dal suo committente, un mecenate tedesco: Die Toteninsel, l’isola dei morti.