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Gli aggrottati di Calascibetta

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Gli aggrottati di Calascibetta

Viaggio al centro della Sicilia, tra i vicoli di un paese arroccato su un monte e nei siti archeologici che lo circondano.

di Patrizia Cicini e Gianluca Rosso

 

Tra le innumerevoli pieghe del suo patrimonio artistico-culturale, la Sicilia custodisce numerosi siti di aggrottati. Non ci riferiamo a luoghi frequentati da persone con particolari caratteristiche somatiche (se cercate nei vocabolari il termine è sempre accostato a “corrugare le ciglia” o a sinonimi come “accigliati”, “cupi” e “pensierosi”) ma a insediamenti rupestri databili alla preistoria, che nel tempo sono stati modificati e utilizzati come tombe, luoghi di culto, ricoveri per animali, luoghi di produzione in molti casi inglobati ad abitazioni, o divenuti l’abitazione stessa.

Localizzati in diverse zone dell’isola testimoniano la diffusione del trogloditismo (cioè l’uso di abitare caverne) in Sicilia. Sono luoghi storicamente interessanti e curiosamente affascinanti, anche se non rientrano quasi mai nelle proposte degli itinerari turistici classici.

Numerose sono le testimonianza di grotte un tempo abitate nella regione iblea (nella parte sud orientale dell’isola), e in particolar modo nel versante ragusano. Notevole è il sito archeologico di Cava d’Ispica, una valle stretta tra due pareti di roccia, solcata da un ruscello (chiamato Pernamazzone nel corso superiore e Busaitone nell’inferiore), che si snoda per circa 13 km lungo i territori comunali di Modica, di Ispica e di Rosolini, tra scenari naturali e di inequivocabili segni di presenza umana dall’Età del Bronzo fino all’Alto Medioevo e ai nostri giorni.

S’incontrano ovunque villaggi trogloditici o dimore rupestri isolate. È un catalogo di grotte artificiali davvero vasto e si passa dalle tombe a grotticella, alle costruzioni del periodo classico,  alle catacombe cristiane, agli oratori rupestri bizantini, alle dimore medioevali e moderne.

A Modica si possono ammirare grotte ancora ben visibili in uno dei versanti che scende a strapiombo sulla valle e immaginare come quasi tutte le costruzioni sul versante opposto fossero in origine grotte, solo successivamente ampliate e ristrutturate.

A Scicli (il paese dove sono state ambientate molte scene della serie sul commissario Montalbano), sui versanti del colle San Matteo che precipitano a valle, ritroviamo le grotte abitate disposte su più piani, che hanno dato luogo al quartiere più antico del paese, il Chiafura.

C’è poi la necropoli di Pantalica, sui monti Iblei, a strapiombo sulla valle dell’Anapo. E’ vicino a Siracusa ed è una meta consigliabile per difendersi dalla calura estiva: dopo la visita alla necropoli si può scendere fino al fiume a rinfrescarsi. Una comoda pista ciclabile costeggia il letto del fiume e aree attrezzate consentono di fare comodamente uno spuntino.

In provincia di Agrigento c’è addirittura un paese di nome Grotte, a significare l’origine abitativa di quelle popolazioni.

Particolarmente interessanti sono inoltre i siti archeologici al centro dell’isola e per questo l’itinerario che vi proponiamo tocca la provincia di Enna. Di Sperlinga abbiamo già raccontato in un altro articolo, oggi ci soffermiamo nel territorio di Calascibetta.

La roccaforte sullo Xibet

Arroccata a 880 metri sulla sommità di un monte, proprio di fronte a quello ricoperto dalla città di Enna, Calascibetta è un grazioso paesino di circa 4.500 abitanti. Le sue case ocra si spalmano come una glassa sul rilievo calcare una volta sovrastato da una roccaforte islamica (e in seguito anche dai normanni) come trincea per l’assedio di Enna. Agli arabi si deve l’origine del suo nome, Qal’at xibet (castello eretto sul monte), e la denominazione dei suoi abitanti (xibetani), da Xibet, adattamento di periodo spagnolo.

Il territorio di Calascibetta è ricco di testimonianze che vanno dalla preistoria (si contano più di dieci siti archeologici, ma non tutti sono ancora accessibili) all’età greca, dall’epoca romana, bizantina e araba, a quella medievale, dal periodo normanno a quello catalano-aragonese.

Iniziamo il nostro tour da piazza Umberto primo, dove, sorge la chiesa dedicata a Maria Santissima del Carmelo, annessa un tempo al convento dei Carmelitani, i cui locali costituiscono oggi gli uffici del municipio, e la villa comunale, che in passato fu l’orto dei frati.

A Calascibetta, oltre ai carmelitani, erano presenti anche altri due ordini monastici, quello dei domenicani e quello dei francescani, la cui Chiesa di San Francesco annessa al convento, poco fuori città, merita una visita. La incontreremo lungo il nostro percorso, così come la magnifica Regia Cappella Palatina, altro gioiello xibetano.

Salendo verso la rocca, in via Carcere, si può ammirare il primo sito di grotte, l’introduzione ideale al nostro itinerario archeologico.

Realizzate molto probabilmente in era preistorica, e adibite a lungo ad usi funerari, nel tempo, hanno subito rimaneggiamenti e trasformazioni divenendo abitazioni, luoghi di culto, ricoveri per animali, e in un non meglio precisato periodo, utilizzate come carceri (da cui il nome dato alla strada). Osservate bene la struttura e cercate di tenerla a mente, perché più tardi la ritroveremo nel Villaggio bizantino.

Lasciata Via Carcere, costeggiamo muri di roccia viva che mostrano il sovrapporsi di varie ere geologiche, testimoniate dalla presenza di interi strati sedimentati di fossili, e giungiamo in Piazza Soccorso, dove sorge Palazzo Corvaja, residenza nobiliare del Barone Filippo Corvaja, illustre economista xibetano, e dove la vista spazia dalla dirimpettaia Enna al Monte Capodarso, dalla Rocca di Sutera a Rocca Busambra, da Monte Cammarata a Monte San Calogero, fino ad intravedere le imponenti Madonie.

Superata la Chiesa di Maria Santissima dell’Itria, una delle più antiche delle città, raggiungiamo Piazza Giuseppe D’Angelo, intitolata all’ex presidente della regione, nativo di Calascibetta. Il panorama che ci offre questa piccola piazza è davvero mozzafiato: da qui si guarda al versante opposto, e l’occhio si perde verso sterminati paesaggi, da nord-ovest a est, dalle Madonie ai Nebrodi, dai tanti paesini arroccati al Lago Nicoletti, fino a sua maestà l’Etna. Ciò che a primo impatto colpisce, è tuttavia la sagoma del Monte Altesina, la cima più alta degli Erei, il Mons Aereus scelto dagli arabi, e poi dai successivi conquistatori normanni, quale centro geografico dell’isola e punto trigonometrico per la suddivisione geografica della Sicilia in tre valli (Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto), per un più efficace controllo dei propri domini e delle principali strade d’accesso alla zona centrale dell’isola.

Poco più in là, la Regia Cappella Palatina, Chiesa Madre della città, che gli aragonesi dedicarono a San Pietro e Santa Maria Maggiore.

La Regia Cappella Palatina

La maestosa chiesa fu ultimata nel 1340 e sorse, in una posizione dominante, sui ruderi di precedenti strutture: una chiesa paleocristiana, un fortilizio arabo e il castello Marco.

La chiesa rappresenta una delle maggiori espressioni dell’arte catalana nella provincia di Enna, e la massima testimonianza dell’operato in città del Re Pietro II d’Aragona, che la elevò a Regia Cappella Palatina, la seconda del Regno di Sicilia, unitamente a quella di Palermo, titolo che detenne fino al 1929. La pianta è basilicale, a tre navate in stile catalano-aragonese, in cui la manifattura locale si è espressa soprattutto nelle splendide e misteriose basi delle colonne in pietra di cutu (una roccia arenaria compatta), decorate a bassorilievo con motivi allegorici e fantastici, e terminanti in archi a sesto acuto dai richiami gotici.

La navata sinistra ospita la cappella del fonte battesimale, di particolare pregio per il pavimento in maiolica di Caltagirone del XVII secolo e un fonte marmoreo, riccamente istoriato, di scuola gaginiana (i Gagini erano una famiglia di scultori di origini svizzere che tra il 1400 e il 1500 eseguirono capolavori di arte rinascimentale in alcune chiese siciliane). La stessa navata ospita un’altra importante opera, una tela di Ludovico Svirech (un pittore settecentesco, di origini sconosciute, forse anche lui svizzero), che raffigura una toccante Deposizione. Una seconda opera di scuola gaginiana si trova nella navata destra: si tratta di un imponente ciborio in marmo, realizzato nel 1556. Nella stessa navata, nella cappella dedicata a San Pietro Apostolo, è possibile ammirare la statua del santo patrono della città che regge una croce tripla e la lapide in alabastro gessoso del Barone Corvaja, illustre economista xibetano.

Alle pareti delle navate sono otto tele risalenti al ‘600 e al ‘700. Tre sono opere di Svirech, le restanti cinque furono dipinte dal pittore palermitano Francesco Sozzi, autore di altre tre tele che si trovano all’interno della sagrestia, la più importante delle quali è un olio su tela raffigurante Il Gran Conte Ruggero e la città di Calascibetta; della tela manca la parte sottostante, dove vi era la scritta Rogerius comes et templi fundator et urbis, cioè “Conte Ruggero fondatore del tempio e della città”, a testimonianza dello sviluppo urbanistico attuato dai Normanni sul precedente presidio arabo.

Lo sfondo absidale della navata centrale è occupato interamente da un dipinto del 1617 di Gianforti Lamanna raffigurante L’Assunzione di Maria. La cupola della navata è impreziosita da un’aquila a due teste in stucco che regge uno scudo crociato, simbolo del re di Gerusalemme, che ricorda la presa della stessa città durante le crociate. Putti e motivi floreali e allegorici, anch’essi in stucco, ornano il resto della cupola centrale e quelle delle due navate laterali.

Il castello e la torre normanna

Siamo nella parte più alta della città, qui sorgeva il Castello Marco e un’imponente cittadella militare, voluta dal Gran Conte Ruggero come base per conquistare l’araba Qasr Jani (Enna), espugnata dopo un assedio durato quasi trent’anni. La cittadella si estendeva dall’odierna torre della Chiesa di San Paolo, trasformata in seguito in torre campanaria, fino a quella che era una delle porte di accesso alla città, la Porta dei Longobardi, che si trovava poco sotto la Chiesa-fortezza di San Pietro e la sua Torre Normanna. Precedentemente, tutta l’area era occupata da un fortilizio arabo, costruito per l’assedio alla Enna bizantina. Il rimando al periodo arabo è ancora evidente negli stretti vicoli che caratterizzano questa zona, così come nel pozzo di accesso al qanat (deposito sotterraneo di acqua) di Via Soprana.

Proseguendo verso la imponente Torre Normanna e la adiacente Chiesa di San Pietro, si godono ancora splendidi panorami, in particolare dal cortile Santa Lucia e dalla adiacente piazzetta dedicata alla stessa martire, la cui chiesa si trova poco più avanti.

La particolarità di questi due luoghi, è legata alla presenza di altissimi bastioni di roccia che dalle pendici salgono fino a cingere la parte alta e più antica della città e che rappresentano il motivo per cui la zona più elevata di Calascibetta non ebbe bisogno della costruzione di mura che la difendessero dalle incursioni, essendo già fortificata dalla natura stessa.

 Il Convento dei Cappuccini

Scendendo per l’altro versante verso la piazza da cui siamo partiti, incontriamo lungo i vicoli altre chiese e residenze nobiliari costruite con la caratteristica pietra di cutu che mostrano ancora il blasone della famiglia che le abitava, scolpito sulle pareti esterne.

Un antico orologio solare e la Chiesa di San Domenico, oggi adibita al culto ortodosso e intitolata a San Giovanni Battista, ci introducono nuovamente alla piazza principale, che dal 1492 rappresentò il limite tra il borgo cristiano e il quartiere in cui vennero confinati gli ebrei di Calascibetta, una delle tante comunità presenti in Sicilia. Percorrendo la strada principale che attraversa quest’area (e che non a caso mantiene ancora oggi il nome di Via Giudea) si arriva al Convento dei Frati Minori Francescani, che sorge su quello che veniva chiamato Colle dei Greci, e che rappresentava il confine tra il quartiere giudaico e l’aperta campagna. Un’interessante testimonianza di quell’epoca è la presenza di un mikveh, la vasca utilizzata nel rituale religioso ebraico per il bagno purificatore.

La costruzione del convento risale al periodo successivo alla cacciata degli ebrei dalla Sicilia, esattamente al 1589, come testimonia una data incisa in uno dei gradini del portone d’ingresso. La chiesa adiacente, dedicata a San Francesco, è a un’unica navata, impreziosita da una Via Crucis lignea realizzata dalla Scuola d’Arte di Ortisei (Bergamo) e da un pulpito in legno di pregevole fattura che presenta inciso il simbolo dell’Ordine Francescano. A sinistra ci sono tre piccole cappelle. La prima è dedicata a San Pio da Pietrelcina, con una statua che lo raffigura con le braccia tese verso il fedele. La cappella centrale ospita una reliquia (una scapola) del Beato fra’ Simone Napoli da Calascibetta, mentre la terza presenta due vetrate raffiguranti Santa Chiara d’Assisi e Santa Elisabetta d’Ungheria. L’altare della chiesa è impreziosito dall’imponente tela seicentesca del pittore fiorentino Filippo Paladini, L’Adorazione dei Magi. Nonostante la presenza della sua firma, sembra che il pittore volle rimarcare la paternità dell’opera dipingendosi di spalle, nell’angolo a sinistra del quadro.

Di grande interesse la pinacoteca del convento, ricavata in un antico e suggestivo corridoio dalle volte a crociera con archi a tutto sesto in pietra. Qui si incontrano notevoli opere, come un quadro del 1698 raffigurante l’Incoronazione della Vergine, l’unico firmato (Pietro Bellomo), una tela raffigurante l’Indulgenza plenaria ricevuta da San Francesco, quindi due versioni dello stesso soggetto, il Cristo alla colonna, attribuibili allo Zoppo di Gangi. Meritano una visita anche il chiostro del convento e la biblioteca, che contiene uno straordinario numero di volumi, tra i quali una pregevole Bibbia in ebraico stampata nel 1716 a Francoforte sul Meno.

L’archeologia nei dintorni

A tre chilometri dal centro abitato si sviluppa il sito archeologico di Realmese, La necropoli, che risale all’età del ferro, è stata realizzata sulle pareti scoscese di Cozzo San Giuseppe ed è stata utilizzata per un periodo storico piuttosto esteso, dal IX al VI secolo a.C., anche se il ritrovamento di materiale litico e frammenti ceramici databili a un periodo più antico, portano ad ipotizzare una frequentazione dell’area già nel neolitico.

Le sue quasi 290 tombe a grotticella, tutte a inumazione, sono nella gran parte dei casi a deposizione doppia o multipla, generalmente di piccole dimensioni e a pianta circolare, spesso del tipo cosiddetto a forno, a ricordare la forma di un forno per la panificazione, anche se non mancano esempi di forma più squadrata.I corredi funerari, ritrovati durante gli scavi condotti a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 dall’archeologo ligure Luigi Bernabò Brea, si trovano oggi presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, e il Museo Interdisciplinare di Palazzo Varisano, nella vicina Enna. Singolare è la denominazione data a questo luogo dagli xibetani, proprio a causa delle dimensioni ridotte di queste tombe: ruttï de’ saracìni, ovvero, grotte dei saraceni. Interpretazione errata, questa, dettata dalla particolare forma di queste piccole celle funerarie, che si credeva essere perfettamente funzionale alla deposizione di defunti dalla corporatura esile, quale si credeva fosse quella dei saraceni. In realtà, nel periodo preistorico e protostorico, in molti casi venivano costruite delle tombe che potessero ricordare quanto più possibile il grembo materno, al cui interno, il defunto veniva posto in posizione fetale, con l’idea di rappresentare il ritorno alla madre terra, e un successivo, ciclico rinascere.

Il luogo affascina e induce a meditare. Forse per il silenzio che lo avvolge, per il profumo del timo che riempie l’aria e per i bianchi fiori di asfodelo che nelle giornate di primavera ondeggiano al vento. Se avete voglia di camminare, percorrendo un tratto della Regia Trazzera Calascibetta-Gangi, che attraversa la necropoli, dopo circa un’oretta, raggiungerete il Villaggio bizantino, nel Vallone Canalotto. L’alternativa è arrivarci in macchina.

Il sito è un esempio di unione armoniosa tra storia e natura, un posto in cui le rocce ci parlano, e narrano di uomini, mestieri, culti. L’area archeologica, infatti, è immersa in un bosco di eucalipti e pini, che scendendo verso la parte più bassa del vallone, lascia il posto alla flora tipica della zona, caratterizzata da querce, pioppi neri e bianchi, olivastri, pistacchi selvatici e piante aromatiche come timo e nepitella. La zona è ricca di sorgenti d’acqua, terreni fertili e roccia, che hanno sempre costituito elementi fondamentali per le popolazioni che vi abitavano.

L’insediamento, si affaccia sulla splendida Valle del Morello, dal nome del fiume omonimo e del lago artificiale creato dallo sbarramento dello stesso. Tutta l’area attorno alla valle fu densamente abitata in passato, e rappresenta un’interessante bacino archeologico, per la presenza di insediamenti databili dal neolitico al periodo alto-medievale. La prima frequentazione umana del sito risale al periodo preistorico, e la realizzazione delle grotte, anche in epoche remote, è stata possibile per le particolari caratteristiche della roccia. L’altopiano sul quale insiste il villaggio è costituito, infatti, da arenaria calcarenite, materiale resistente ma friabile e, quindi, facilmente scavabile.

L’insediamento, copre un periodo molto lungo, di quasi cinquemila anni. Nelle epoche più remote, a partire dalla tarda età del rame, gli aggrottati sono stati utilizzati dalle comunità locali, principalmente per scopi funerari. Durante il periodo alto-medievale, le strutture rupestri sembrano cambiare destinazione d’uso e passare a una funzione abitativa. Sono presenti tombe a grotticella, a grappolo e a forno, di un periodo compreso tra la tarda età del rame e l’età del ferro, a camera di epoca greco-arcaica, e tombe ad arcosolio, a forma e columbaria, del periodo romano e tardo-antico, che furono poi rielaborate e trasformate in ambienti a carattere civile e religioso. Indubbia è l’impronta cristiana che permea tutto l’insediamento, testimoniata da vari simboli incisi nella roccia, con la compresenza di croci trilobate e latine, che potrebbero attestare un utilizzo a fini religiosi di questo luogo per un periodo abbastanza lungo, che sembra protrarsi anche dopo la fine dell’epoca bizantina.

In seguito, il villaggio sembra aver vissuto una fase araba, testimoniata dalla presenza del qanat, sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia, per la regimazione e la raccolta dell’acqua, necessaria sia per gli usi umani che per scopi agricoli.

L‘insediamento rupestre, conta in totale una trentina di ambienti. L’agglomerato centrale è sulla cresta rocciosa del versante occidentale della Valle del Morello ed è costituito da un numero considerevole di ambienti utilizzati per scopi abitativi, religiosi e funerari; altri se ne trovano staccati dal nucleo principale, come il palmento per la produzione del vino, e l’oratorio rupestre. Molto interessanti sono i cosiddetti columbaria, cripte con nicchie per la deposizione di urne cinerarie, un tipo di sepoltura di epoca romana, diffuso soprattutto nelle zone ad alto sfruttamento agricolo. 

I loculi, generalmente a forma quadrata, semicircolare o rettangolare, sono disposti in file sovrapposte fino a sette livelli. Accanto agli ambienti rupestri di tipo religioso si trovano strutture legate alle attività produttive: sono i cosiddetti palmenti, recipienti per la produzione del vino. Si hanno poche notizie del periodo di storia successivo, ma sembra che, almeno fino ai primi decenni del ‘900, il nucleo rupestre principale fosse chiuso da un muro, ancora visibile in parte, per delimitare una grande masseria, con ambienti adibiti a stalle e ricoveri.

 Associazione HISN AL-GIRAN

L’area è aperta al pubblico (l’ingresso è gratuito e sono gradite le donazioni) ed è gestita dall’Associazione Culturale no profit Hisn Al Giran (www.villaggiobizantino.com – tel. 328 3748553).

Hisn al-giran, nasce a Calascibetta nel luglio 2011, dall’intento comune di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari, di promuovere e valorizzare il territorio xibetano, attraverso eventi culturali ed escursioni nei vari siti di interesse archeologico e naturalistico dell’area di Calascibetta.

Dal giugno 2012, l’associazione gestisce l’area del Villaggio bizantino di proprietà del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, in regime di convenzione con lo stesso dipartimento, prendendosi cura, sotto forma di volontariato, della manutenzione e pulizia di sentieri, viali tagliafuoco, aree sosta, punti di interesse, area parcheggio e servizi igienici.  Hisn al giran si occupa, inoltre, dell’accoglienza ai visitatori e dell’organizzazione di escursioni archeo-naturalistiche giornaliere, grazie alle guide dell’Aigae (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) presenti in associazione, e che possono essere effettuate in lingua italiana, inglese e francese (su prenotazione anche in lingua tedesca, russa e in Lis).

L’artista disturbatore

Camminando per i vicoli e le strade di Calascibetta, potreste imbattervi in cartelli stradali decisamente originali. Sono realizzati da un street artist locale, Massimiliano Germano. È un creativo che usa spesso i segnali stradali come telai per le sue opere e come veicolo per i suoi messaggi, spesso ironici e sferzanti (Facebook GER-MANO).  (foto 1)

Gli Sgrinfiati e il Piacentinu

Sono le specialità gastronomiche del territorio. I primi sono i dolci tipici di Calascibetta, dalla caratteristica forma romboidale, preparati tradizionalmente nel periodo natalizio. Definiti in pasticceria come semitorronati, sono fatti con mandorla tostata e tritata, farina 00, zucchero (o miele), cannella e sembra derivino il proprio nome dall’antica usanza, oggi meno frequente, di inciderne la superficie ancora morbida con una forchetta, prima di andare in forno.

Il Piacentinum è un formaggio dal colore giallo-arancione, prodotto con latte di pecora intero, caratterizzato dall’aggiunta di zafferano e di grani di pepe nero. Non deve il suo nome alla città emiliana ma al suo sapore spiccato e leggermente piccante, un gusto che, non solo etimologicamente, “piace”.

 

 

 

 

 

 

 


Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.


Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

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Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

Una passeggiata tra i Ghat e il fango della Ganga, un percorso in compagnia delle due popolazioni di Benares: uomini e animali; perché l’Italia è l’Italia, però l’India… 

Testo e foto di Davide Carretta

Il sole è ormai alto nel cielo e dalla piccola finestra socchiusa della stanza in cui mi trovo lo sento penetrare, caldo e invadente. Ottobre sta finendo, ma a questa latitudine l’afa è ancora forte e costante, a tutte le ore del giorno. Oltre all’aspetto naturale c’è però il contributo dell’uomo: l’inquinamento che il capitalismo indiano, che ancora non ha raggiunto la sua fase ecologista ed ecosostenibile, ha prodotto in questi decenni è enorme: lo si vede guardando il cielo e la cappa che lo sbiadisce e ne offusca i colori.

Sono quasi le nove del mattino quando apro gli occhi e mi alzo, pronto a gettarmi per le strade della città. L’ostello si trova nell’estremo sud, nella zona dell’Assi Ghat. I Ghat, quelle grandi scalinate che dalla città scendono, più o meno ripide e più o meno ampie a seconda dei punti, verso il fiume. Sono presenti lungo tutta la costa e in questo periodo dell’anno sono quasi interamente ricoperti di fango, perché la Ganga, che attraversa la città scorrendo da Sud a Nord, ha appena terminato la fase di piena e si è lasciata alle spalle uno strato di fango, qui ancora umido, là già secco, che i cittadini impiegheranno settimane per rimuovere interamente. Per ricacciarlo nel fiume, usano pompe ad acqua – probabilmente vecchie quanto la dominazione inglese – tanto enormi e rumorose quanto inefficaci. Si sa però, loro non hanno fretta e prima o poi ce la faranno, anche questa volta

La via che porta verso l’Assi Ghat è affollata di turisti, cittadini, Sadhu e animali. Mi fermo in un piccolo chiosco (sicuramente esisterà un nome più appropriato per indicare quelle minuscole attività all’aperto che servono da mangiare e affollano le strade della città) dove prendo un chai, la celebre varietà di tè che da queste parti viene infusa e bevuta assieme al latte. Pago cinque rupie, quasi niente, e mi viene porto un piccolo bicchierino di terracotta. Il fatto mi stupisce inizialmente, ma resto ancor più sbalordito nel vedere che tutti, ragazzini e adulti, una volta terminato di bere, buttano per terra il bicchiere in terracotta. Ad alta voce mi domando come mai.

– È terracotta, non inquina. La restituiamo alla natura.

E noi, penso, continuiamo con la plastica: la comoda, igienica, duttile, efficace, schifosa plastica. È arrivata anche in India, ma incontrando una popolazione che non butta, ma restituisce alla terra ciò che avanza, si è trasformata ben presto in concime per vacche e tori che, essendo abituati a trovare per terra il cibo, ingeriscono anche questo comodo, igienico, duttile, efficace, schifoso derivato del petrolio.

Mentre rifletto, assaporo il Chai, appoggiando piano le labbra sulla terracotta e godendo del contatto. Resto seduto dunque, le labbra in estasi, a guardare la via.

Due turisti, o forse sarebbe più rispettoso chiamarli viaggiatori, camminano dal fiume verso l’interno del quartiere. Lui porta un paio di pantaloni corti, infradito e una di quelle camicie colorate a righe, molto leggere e portate un po’ più larghe del solito. Lei indossa una canottiera bianca e un paio di pantaloni di seta leggera e colorata, probabilmente acquistati dove lui ha comprato la camicia. Non arrivo a sentirli parlare, ma sembrano nord-europei.

Nel senso opposto due ragazzi indiani camminano alla svelta, mentre parlano e ridono. Nonostante il caldo, che in questa parte dell’India si accompagna spesso a un alto tasso di umidità, entrambi indossano pesanti jeans lunghi dal chiaro richiamo occidentale e un paio di scarpe da ginnastica, anch’esse di una qualche marca americana molto conosciuta. Sopra, la Kurta, la tipica camicia indiana che scende fino alle cosce, con due spaccature nel tessuto ai lati. Poco più indietro, cammina quello che, a quanto ho capito, è chiamato Sadhu: si tratterebbe di un “saggio”, di un uomo che ha rinunciato alla vita in società in favore dell’ascesi e dell’abbandono, per liberarsi dalle illusioni e concludere il ciclo delle reincarnazioni, innalzandosi fino al divino. Mi scopro a cercare gli occhi giusti per guardarli, le parole giuste per descriverli, le mani giuste per immaginare di toccarli. Ma non c’è occhio che non sia invadente, non c’è parola che non sia pedestre e non c’è mano che non sia volgare.

Insomma, sono quelli uomini che portano la barba lunga e si vestono di bianco o di arancione, a seconda della setta cui appartengono. Il loro sguardo è di un’intensità quasi insopportabile e difficile da sostenere per più di alcuni secondi. La calma con cui si muovono mi ammalia. Mi ammalia perché non è la calma che conosciamo: non è serenità, non tranquillità. È bensì la calma spirituale: essi sono sulla terra soltanto perché ci appoggiano i piedi, ma in realtà esistono altrove, vivono in una dimensione lontana, irraggiungibile ai più. Molti li fotografano, dando poi loro qualche moneta, forse nel vano tentativo di espiare un senso di colpa?

C’è poi una seconda popolazione che abita la città e questa è composta dagli animali. Cani randagi, tori e vacche principalmente. Le vacche, si dice, non appartengono a nessuno: sono di Varanasi, della città. Sono tantissime: in ogni via, anche nel vicolo più stretto e solitario, ce n’è una. Sono, a dispetto di quel che si potrebbe pensare, mansuete come per noi è difficile immaginare. A volte stanno ferme immobili o camminano lentamente. Altre volte si accomodano al centro della via, fungendo da spartitraffico, oppure si fermano a mangiare quegli avanzi che trovano per terra. È qui che a volte, ormai, capita che mangino della plastica.

Sono abituate a vivere in città, a stare a contatto con il caos e con le persone; la presenza degli esseri umani non fa loro nessun effetto. Se sfiorate, restano com’erano. Del popolo indiano, infine, devono aver ereditato la capacità di stare ore e ore senza apparentemente fare niente.

Quando poi sentono che per loro è giunto il momento, si avviano verso la Ganga, dove per una vita si sono immerse a rinfrescarsi e riposare, per l’ultima immersione. E lì si lasciano andare, trascinate dalla lieve corrente.

Sono parte della città, e Varanasi non sarebbe la stessa senza di loro. Penso questo, mentre mi alzo per andare a buttare il bicchiere di terracotta, dopo aver finito il Chai. Poi mi ricordo e lascio cadere la terracotta per terra, vicino alle altre. Lì da dove è venuta, la aiuto a tornare.

 

Come sir, come in to see our shop!

È la voce di un ragazzo, che mi ha visto, ha subito capito che sono un turista, ha poi notato che non ero diretto da nessuna parte e ne ha quindi approfittato.

Welcome, sir! Where are you from?

Alla mia risposta, reagisce più o meno come aveva reagito il mio amico Ashish. L’Italia ha quel suo fascino misterioso a spiegarsi. Il solo nome, in giro per il mondo, la precede. Pochi ne hanno un’idea precisa, molti indiani mi dicono di non sapere nemmeno dove sia precisamente. Però è l’Italia, sembrano dire tutti. Dev’essere semplicemente il fascino di ciò che è sconosciuto, visto che per molti italiani l’India provoca un effetto molto simile. Però è l’India.

C’è una verità? È quello che mi domando, togliendomi le infradito prima di entrare nel negozio.


In Costa basca per cavalcare onde

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In Costa basca per cavalcare onde

Percorso a tappe da Milano all’oceano per raggiungere uno dei paradisi europei per surfisti

Testo e foto di Francesca Ferrario

Partire da Milano in macchina e raggiungere i Paesi Baschi è un viaggio da fare una volta nella vita. E’ facile da organizzare e lungo il percorso ci sono tante tappe meritevoli di essere viste. L’unico limite è il tempo a disposizione per percorrere i 1.300 km circa. Ma un on the road che si rispetti è un viaggio lento, un susseguirsi di fermate veloci e soste lunghe: quindi prendetevi tutto il tempo possibile, non resterete delusi. Noi abbiamo scelto di fare un paio di soste all’andate per poi farne almeno altrettante lungo il ritorno.
Cosi attraversato il confine con la Francia, ci siamo diretti verso Aix en Provence, famosa per le sue 200 fontane. Arrivati nella cittadina provenzale e lasciate le valigie in albergo ci siamo addentrati nel piccolo centro storico al tramonto, assaporando cosi la via principale, Cours Mirabeau, avvolti da un’atmosfera molto romantica.
È stato molto rilassante camminare tra le via della parte vecchia, costellata da meravigliosi palazzi d’epoca e le fontane, alcune delle quali finemente decorate. L’unico rammarico è non aver potuto seguire i percorsi dedicati a Cezanne, a cui Aix diede i natali, indicati da numerose targhe poste lungo la cittadina.

Ripresa la macchina, siamo ripartiti in direzione Tolosa, circa 400 km, di paesaggi mozzafiato. L’autostrada che attraversa la Camargue, è infatti affiancata prima dal Parc National des Cevennes e poi dai Pirenei sulla sinistra. E guardando proprio i Pirenei mi è venuto spontaneo pensare a uno dei miei sogni, magari da fare a cavallo: il Cammino di Santiago di Compostela, che passa proprio da queste parti, il cui simbolo, una conchiglia che si può trovare ovunque, indica la strada ai tanti viandanti coraggiosi che ogni anno si mettono in cammino.

Tolosa è una cittadina graziosa, il suo centro storico ha un certo fascino; e anche qui, come ad Aix ci son piazzette in cui è possibile mangiare all’aperto: il clima è perfetto per godersi le molte file di luci appese agli alberi, l’allegria della gente e un po’ di quella sana delicatezza francese. E se poi, tra un piatto e l’altro si sente il cinguettio delle rondini, allora mi sembra quasi di fare un passo indietro nel tempo, e di essere per una sera, uno dei tanti personaggi ritratti nei quadri di Cezanne. Avremmo voluto tanto visitare la fabbrica degli Airbus che qui ha la propria sede, ma purtroppo per vederla era necessario prenotare con largo anticipo. Cambiati i programmi abbiamo fatto cosi una deviazione a Lourdes. La zona adiacente al paesino dei tre pastorelli è ben tenuta e organizzata. Il paese in sé invece l’ho trovato caotico e molto turistico: tanti infatti sono gli alberghi per accogliere i fedeli e i pellegrini. Ma la cosa che mi ha infastidita è tutto il commercio che si crea sempre dietro a un luogo Santo, mercificazione e sfruttamento di un momento spirituale. Passino le centinaia di boccettine per raccogliere l’acqua santa, ma le taniche da un litro mi è sembrato eccessivo! Poco importa, sono qui per riflettere, pregare e lasciare andare via tanti pensieri pesanti e negativi. Emozionante è stata la visita alla grotta, così come sentire la serenità e il silenzio che permeava l’aria, interrotte ogni tanto dalle preghiere dei fedeli. Lasciata Lourdes, dopo altri 130 km, abbiamo raggiunto finalmente la nostra terza tappa: Biarritz, meta famosa per essere stata residenza di villeggiatura di molti reali, da cui il soprannome “la regina delle spiagge e la spiaggia dei re”. L’opulenza delle sue ville e l’introduzione nel 1960 della prima tavola da surf l’hanno definitivamente consacrata come meta ideale per passare le vacanze: da qui è infatti è facile raggiungere sia Hossegor (sede dei più importanti brand del surf) che San Sebastian, caratteristica cittadina basca.

Biarritz per me ha due anime opposte: una più aristocratica, il cui simbolo è l’incredibile e costoso albergo Hotel du Palais, che risale a metà del XIX secolo, e una più sportiva, frivola e libera, quella appunto dei surfisti. Infatti se a nord della Rocher de la Vierge si trova la parte più snob, a sud si trovano invece le tante scuole di surf e le centinaia di amanti della tavola in attesa dell’onda giusta da cavalcare. E proprio qui avrei voluto fare la mia prima lezione di surf. Purtroppo però non avevo messo in conto di non essere l’unica. Tutte le scuole avevano infatti chiuso le prenotazioni per tutta la settimana, e per realizzare il mio sogno avrei dovuto riprovarci a San Sebastian. Su consiglio di un amico, abbiamo dormito a Bayonne e ne siamo stati entusiasti. È una piccola cittadina, dal sapore tipicamente francese, il cui centro storico offre piacevoli sorprese, come i ristorantini in cui assaggiare lo jambon de Bayonne, tipico prosciutto crudo locale, gli chipirons, seppioline cucinate in diversi modi e, il gateau basque, un dolce farcito con la marmellata di ciliegie, il tutto favolosamente affacciati sul fiume Adour. Una piccola curiosità: è qui che i contadini inventarono la baionetta, coltello da caccia inserito all’estremità del fucile, quando, durante i conflitti del XVII secolo, rimasero con poca polvere da sparo e furono così costretti a confezionare delle lance di fortuna.

Dopo aver visto i dintorni di Biarritz e aver goduto dei molti chilometri di sabbia bianca, ci siamo spostati verso San Sebastian, Donostia in basco, ultima tappa marittima prima di approdare a Bilbao e proseguire, con un altro itinerario verso casa. Per raggiungere la cittadina spagnola abbiamo preso la Corniche Basque, un’imperdibile provinciale panoramica da cui si possono godere viste mozzafiato. Amo le scogliere e quelle coste un po’ tormentate, amo l’oceano più del mare, amo quella sensazione di forti contrasti che si respirano fissando l’orizzonte: le onde alte, le correnti, il vento e quella sensazione di libertà totale che però ha sempre una vena di solitudine e malinconia. È energia pura, è forza, è un legame con la natura che sento fortissimo e che luoghi come questi hanno il potere di risvegliare e sollecitare, trascinandomi dentro gli angoli più profondi della mia anima. Potrei stare qui per mesi interi a scrutare l’infinito, ma la prossima tappa, ahimè, ci attende.

San Sebastian è una cittadina davvero molto bella, ha una parte vecchia e una nuova, entrambe interessanti. Dal 2016 è una delle capitali europee della cultura, per i suoi numerosi festival cinematografici e musicali e se vi capita, come è successo a noi, di essere in città durante la Semana grande, ovvero quella del 15 agosto, potrete essere presi letteralmente a bastonate (non allarmatevi, son fatte di leggerissima plastica e son innocue) da pupazzi giganti che camminano lungo le vie della città vecchia. San Sebastian ha una delle baie urbane più belle al mondo: la Kontxa, una spiaggia lunga due chilometri, delimitata dal monte Igueldo a sud e il monte Urguell a Nord. Se invece si vuole surfare, è indispensabile andare alla spiaggia de La Zurriola, un golfo più esposto all’oceano e in grado di garantire favolose onde tutto l’anno (i più coraggiosi, surfano anche d’inverno con la neve). Ed è proprio qui che finalmente ho preso la mia prima long board (tavola lunga), ovviamente nel giorno peggiore di tutta la settimana. Pioggia e vento hanno reso le onde più difficili e cattive e la lezione è stata un susseguirsi di emozioni forti: paura e stupore, adrenalina e stanchezza, equilibrio e tensione. In definitiva un’esperienza fantastica tanto che avrei continuato asurfare per tutto il giorno ma né il clima né la forza del mare lo permettevano. E in fondo meglio cosi, perché sono andata alla scoperta della città: molto infatti offre la parte vecchia, un suggestivo dedalo di vicoletti in cui trovare la Basilica di Santa Maria, la piazza della Costituzione, il mercato e una serie di locali in cui assaggiare i tipici pintxos, la versione basca delle tapas. Usciti dal centro storico abbiamo fatto una passeggiata lungo la baia della Kontxa, fino ad arrivare alla Peine del Viento (pettine del vento), dove si trova il famoso complesso artistico di Eduardo Chillida: tre opere scultoree in acciaio di diverse tonnellate ciascuna. Da ultimo consiglio una passeggiata sul monte Igueldo, sulla cui cima si gode la miglior vista panoramica della città ed è raggiungibile col servizio di funicolare attivo dal 1912. Insomma San Sebastian è, in definitiva, una delle scoperte più belle di questa prima parte e sicuramente ci tornerò per passarci un’intera estate da dedicare tutta al surf e al divertimento. Per quest’anno metto via la tavola, e in attesa dell’onda giusta da domare, mi rimetto in marcia, alla scoperta di tante altre tappe affascinanti che mi aspettano lungo la strada.

 


La cucina di Rio

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La cucina di Rio

Testo e foto a cura della Redazione

Il titolo non tragga in inganno, non vogliamo presentare piatti tipici brasiliani o tradizioni culinarie carioca, ma una simpatica trattoria della provincia romana, al confine con l’Abruzzo, che porta questa insegna.Il ristorante prende il nome dalla località in cui è collocato: Riofreddo, un tranquillo borgo medioevale nella valle dell’Aniene lungo la vecchia Statale Tiburtina Valeria. Il paese si distende a 750 metri su un colle dominato da un castello dell’XII secolo appartenuto alla famiglia dei Colonna, conta 800 abitanti ed è facilmente raggiungibile percorrendo l’autostrada A24 Roma-Teramo (uscita Carsoli, 65 km da Roma). Nel 1893 presero domicilio a Riofreddo Ricciotti Garibaldi (1847-1924), quartogenito dell’eroe dei due mondi, e la moglie inglese Costanza e qui soggiornò (come ricorda una targa) anche il compositore Gaetano Donizetti.

Terra di confine, in passato tra i regni Pontificio e di Napoli, oggi tra il Lazio e l’Abruzzo, ha mantenuto vive le tradizioni gastronomiche del territorio che vengono riproposte nelle storiche trattorie, mete di gite fuoriporta sia per la qualità dei prodotti offerti che per il clima mite nella stagione estiva (la toponomastica del luogo non è casuale). Tra queste vi segnaliamo La cucina di Rio, in piazza Annunziata. Piatti tipici e ricette tradizionali come sagnozzi con salsiccia o minestra di cicoria; ottimo rapporto qualità/prezzo, ambiente familiare, gestito con cordialità dalla signora Lidia, in arte “la Cheffa”. Due delle sale interne sono state ricavate da antiche cisterne di vino, sulle pareti si intravedono ancora gli aloni purpurei o giallastri (bianco o rosso) e forse ne galleggia ancora l’odore, o è solo suggestione.

E una piccola chicca finale, il bagno unico “misto” per uomini e donne, con un originale separè.


Diamante: murales, cedri e peperoncino

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Diamante: murales, cedri e peperoncino

Passeggiare per i vicoli di Diamante è come visitare una galleria d’arte a cielo aperto. Paese di colori, l’azzurro intenso del suo mare, il dolce verde dei cedri e il rosso piccante del peperoncino

Testo e foto a cura di Gaia Manelli

Arrivarci è semplice, perdersi nei suoi vicoli ancor di più.

A Diamante infilarsi nella fitta rete di salite e discese che scorre nel cuore della città vecchia è una esperienza unica, un ritrovarsi altrove. Vengono in mente i vicoli ciechi del Barrio de Santa Cruz di Siviglia, i carruggi del levante ligure, le calli veneziane. Del resto nasce come paese di pescatori, anche se oggi un porto non c’è, nonostante i milioni spesi dalla regione in progetti approvati e mai realizzati, in lavori avviati e mai conclusi, le accorate richieste e le continue denunce degli stessi abitanti. Nei vicoli puoi passarci una giornata intera, non troverai mai lo stesso scorcio; le case si distinguono una dall’altra con piacevole gusto, sono antiche e piene di storia vera, vissuta. Contrariamente ad altre realtà, in questo piccolo comune, hanno privilegiato la parte vecchia della città, non vi sono periferie con palazzoni in cemento armato: l’hanno mantenuta viva e battente, come un cuore e il centro storico diventa il polmone della vita, dell’economia, della socialità adamantina. I muri delle case sono arricchiti da centinaia di murales che si rinnovano ogni anno, grazie alla mente e alle mani di numerosi artisti internazionali che approdano a Diamante per manifestare la propria gratitudine e le proprie idee. I murales raccontano del lavoro, della pesca, del mare, dell’arte in genere; sono figurativi, iperrealistici, astratti. Ogni artista ha utilizzato la propria espressione pittorica. I dipinti si insinuano nelle diverse forme dei muri, superano ostacoli di scale, finestre che, anzi, si integrano e divengono motivo dell’opera.

Alcuni, così racchiusi nei vicoli, paiono “castigati” per la mancanza di profondità alla vista, in realtà questo castigo è solo destinato all’obbiettivo fotografico, non agli occhi nudi. L’idea di rendere Diamante una “città dipinta” venne a Nani Razzetti, un pittore milanese innamorato del posto che propose nel 1981, al Sindaco di allora, di rendere i muri delle case fruibili ad artisti di tutto il mondo, al fine di valorizzare il centro storico senza danneggiarne l’estetica. Alla prima edizione decine di pittori, italiani e non, accorsero a Diamante per dar forma a un progetto che tutt’oggi permane. Il centro storico, i murales, il mare azzurro intenso della Riviera dei cedri, l’sola di Cirella a vista e il Parco Corvino alle spalle, fanno di Diamante una vera perla del Mediterraneo.

Cedri e peperoncino

Riviera dei cedri è la denominazione data alla fascia costiera tirrenica della Calabria che si estende a Nord della regione (dal confine con la Basilicata) per circa ottanta chilometri. Oltre a Diamante comprende altri 21 comuni della provincia di Cosenza, alcuni affacciati al Tirreno, altri nel territorio montano a ridosso della costa. Prende il nome dalla diffusa coltivazione di una particolare varietà di cedro, il liscio di Diamante. Frutto succoso e ricco di preziosi estratti naturali è un concentrato di proprietà benefiche. Di origine asiatica sud orientale è presente sul territorio calabrese dai tempi della Magna Grecia ed era conosciuto ai tempi dell’Impero romano (Plinio il Vecchio lo classificò nella sua Naturalis Historia come mela assira) che lo apprezzavano sia per il suo utilizzo alimentare che per le sue proprietà di repellente contro le zanzare a altri insetti nocivi. Gran parte della produzione del cedro calabrese è destinata alle industrie alimentari, farmaceutiche e cosmetiche in tutto il mondo, ma sul territorio sono presenti imprese artigianali che trasformano il cedro in gustosi prodotti di pasticceria, in canditi, gelati, bevande e liquori. Per una degustazione vi consigliamo una sosta alla storica pasticceria Aronne a Santa Maria del cedro (località Marcellina, a fianco della stazione ferroviaria).

Pur non essendo una delle aree di estesa coltivazione del peperoncino, Diamante ha saputo promuovere e valorizzare uno dei prodotti tipici della cucina calabrese. Qui nel 1994, su iniziativa di Enzo Monaco, è nata l’Accademia italiana del peperoncino, una Onlus “per approfondire e diffondere la cultura del peperoncino”, che conta migliaia di soci e rappresentanze anche all’estero. Tra le varie iniziative, tutte sul tema peperoncino, studi specifici di biologia, corsi e lezioni di gastronomia, cene piccanti, concorsi a premi di poesia e cortometraggi. L’Accademia, insieme al Comune di Diamante, organizza una manifestazione da non perdere, per gli amanti del genere. È il Peperoncino Festival, che dal 1992 nella seconda settimana di ogni settembre, attira su Diamante migliaia di appassionati gourmet; le terrazze, i balconi e le strade si adornano di frutti rossi pendenti. Tra i vari eventi in quei giorni si premiano anche i vincitori del Campionato italiano mangiatori di peperoncino.


Corsica, sfumature di felicità

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Corsica, sfumature di felicità

Zaino in spalla alla ricerca di spiagge nascoste, tra verdi pinete, rocce bianche e un mare blu e turchese

Testo e foto di Emma Matilda Ingrosso

Ci sono mattine in cui proprio non riesci a riaddormentarti.

Resti lì nel letto, con l’illusoria speranza che Morfeo sia disposto a tornare da te prima dell’arrivo della luce dell’alba.

Gli uccellini cantano forte fuori dalla finestra e, tra un pensiero e un altro, alla fine, arriva la voglia di caffè. E quindi addio Morfeo.

Ti alzi e pensi che sarebbe stato meglio dormire, sicuramente, data la mole di impegni e doveri che adornano da settimane le tue giornate, ma funzioni a macchinetta riempiendo la moca fino all’orlo con la speranza che la caffeina ti possa tenere sveglio, motivare e far sentire una persona migliore al contempo. Seconda illusoria speranza della giornata, e sono appena le 5:30.

L’orologio ticchetta sonoro. Non ti capita spesso di avere tanto tempo a tua disposizione la mattina, apri il pc e così facendo speri di non impegnare troppo i neuroni tra una notizia di poca rilevanza e gli affari altrui su un social network. Inutile dire che questa è la terza illusione della giovanissima giornata.

Presto leggi: “CORSICA, LA TUA NUOVA META ESTIVA. Prenota subito.” Al di là del fatto che non sei mai stata una persona da prenota e ancor meno da subito, non puoi negare a te stessa che, rigirando leggermente la frase, puoi arrivare a soddisfare le tue aspettative fricchettone di marketing: la tua nuova meta è la Corsica. Ma magari. Non ti illudere per la quarta, e ripeto, quarta volta nell’arco di una mezz’ora al massimo. Eppure.  Eppure non suona come le cazzate precedenti a cui credi per inerzia ogni mattina.

Giusto per curiosità, associamo al sapore del caffè qualcosa di nuovo come una finestra interamente dedicata ai cazzi miei e non a quelli dell’amico in comune dell’amico di cui non ricordo nemmeno la faccia. Sorprendente nuovo abbinamento dell’ultimo minuto, lo chef era stanco della solita zuppetta insapore. Il prezzo della nave è compatibile con il sapore del caffè, con il ticchettio dell’orologio e con il ghigno di Morfeo che ti guarda e ci aveva visto lungo, più di te.

“Amore?” lui dorme, ma emette un suono che ti autorizza a sederti sulle sue gambe, con la tazza ancora in mano e il sorriso che rispecchia tutta la tua eccitata, momentanea, immaturità.

“Senti, andiamo a farci un viaggio dei nostri?”

Questa volta la risposta somiglia più ad un pensiero che un grugnito: “Ma sono le 6:00. E il lavoro?”

“Non dico di partire ora, prenoto ora la nave e settimana prossima andiamo. Prendiamo le ferie e via”. Resti in silenzio ad assaporare quell’ e via che ha un sapore buonissimo in bocca, perfettamente in armonia con il battito del cuore e quella mattina che doveva essere banale.

Benvenuta in Corsica

Ok la Corsica è stupenda ma fa caldo. Terribilmente caldo. E l’acqua qui costa cinque euro. “Come cinque euro?”

“Cinq mademoiselle” il barista ti sorride.

Vorresti spiegargli come sei arrivata fino a quella bottiglia, Quali innumerevoli fatiche sovrumane hai dovuto affrontare con uno zaino da 27 chili sulle spalle.

Vorresti sì puntualizzare che se porti uno zaino da 27 chili sulle spalle forse cinque euro per un litro d’acqua sfortunatamente non li hai, ma le uniche due frasi che sai in francese sono “merci” e “voulez vous coucher avec moi”.

Quindi sorridi anche tu ed esci, in silenzio, perché merci non glielo vuoi dire.

Ti ripeti: Bienvenue in Corse. Bienvenue mademoiselle. Bienvenue au mois d’août.

“Amore, mi raccomando bevi piano perché altrimenti finiamo i soldi della vacanza prima ancora di averla iniziata”.  Poggi lo zaino da trekking sul terreno ghiaioso della pineta corsa e ringrazi l’ombra della sua frescura mentre ti accasci sulla tua piccola casa mobile che trasporti da tutto il giorno sulle spalle. Alzi lo sguardo. “Che meraviglia”. Sorridi.

Plage de Tahiti

Il nome non è stato dato a caso: una distesa di acqua turchese si stende lungo tutta la baia dalla fine spiaggia candida, circondata da una fitta e verdeggiante pineta, che dona inevitabilmente al luogo un che di caraibico.

Per raggiungere la spiaggia, non molto lontana da Palombaggia, a sud est della Corsica, è necessario percorrere un sentiero che sarà quell’elemento che renderà la suddetta spiaggia poco frequentata dal turista comune. Lo zaino sulle spalle renderà la camminata complicata e faticosa, ma il premio finale varrà ogni sforzo.

Ti immergi nell’acqua fresca e senti le correnti muoversi rapide, mentre ti lasci trasportare nel silenzio più totale.

Gli yatch restano attraccati fino a tardi.

“Aspettiamo che l’ultimo parta per aprire la tenda”. Sorridete felici mentre mangiate il pasto più semplice e buono nelle ciotole in alluminio, il sole comincia a tramontare alle vostre spalle, il mare a tingersi di arancione e porpora e il caldo soffocante finalmente comincia a svanire.

La Corsica è bella, le sue spiagge nascoste mozzafiato, ma è la notte che permette a questo luogo di trasformarsi e divenire della stessa consistenza dei sogni. Tutto rimane sospeso. A rompere il silenzio ci sono solo le onde lente che si rompono e increspano sulla spiaggia che ora riflette la luce brillante della luna e delle infinite stelle. Tutto rimane immobile come un sospiro e laddove prima c’era colore ora c’è luce perlacea.

In questo tipo di viaggio è necessario svegliarsi molto presto per evitare di camminare sotto il sole cocente delle due di pomeriggio, ma sarà una speranza illusoria, la prima del viaggio.

La seconda segue di conseguenza la prima. Non illuderti viaggiatore low cost che i corsi siano felici di aiutarti nella tua disperata caccia al passaggio direzione “dove state andando voi”. In Corsica hanno paura degli autostoppisti, soprattutto se sono le ore più calde della giornata.

Bavella

“Nous allons a Bavella”

“Parfait, nous vous suivrons”. Nei viaggi si sorride molto, soprattutto se finalmente sei riuscito a trovare un passaggio diretto alla meta più bella di tutta la Corsica: l’entroterra.

Molto simile alle coste italiane, la Corsica ha però una perla che la nostra penisola non possiede. Tra le montagne ricoperte di alberi da sughero si nascondono torrenti e cascate di singolare bellezza. “Sembra il Giardino dell’Eden”.

Proprio lì, sdraiati in una conca di acqua cristallina, non potete che pensare a paragone più adatto per descrivere il posto.

Rocce bianche e lisce ricoperte da verdi piante rigogliose, cascate tra snodi del torrente e piante di more ricche di frutti pieni e maturi vi circondano assieme al silenzio della natura. “Sì, è il Paradiso”.

Anche Bavella, come Tahiti, si veste di un’altra anima quando cala la notte: le conche prima tanto cristalline diventano specchi neri per le stelle e il cielo e orizzonte si mescolano in un unico sfondo che avvolge ogni cosa, tutto brilla, tutto è immobile. Le candele le avete spente presto, per entrare nel riflesso del cielo, per nuotare, un’unica volta, nell’universo.

Accanto a Bonifacio

“Perché non ci danno un passaggio? La direzione è una”. Ti lamenti trascinando i piedi e sorridi con rabbia a ogni autostop mancato. La stanchezza e il caldo iniziano a farsi sentire e il collo a fare male sotto il peso dello zaino sempre meno ordinato e organizzato.

“Dai che ci siamo quasi, sei bravissima. Lo sai che dopo ogni fatica riceviamo un dono”.

E anche questa volta è vero. Accanto a Bonifacio, sulla costa di roccia bianca e frastagliata, incrociate un sentiero. I sentieri buoni, che porteranno ad angoli nascosti e inesplorati, hanno una fondamentale caratteristica che li contraddistingue dal normale sentiero: sono inagibili per la maggior parte del percorso. Per voi però questo è un invito, un tappetino con scritto welcome all’ingresso di una reggia.

Sistemate le cinghie allentate degli zaini-casa, allacciate le stringhe impolverate e partite a capofitto verso rovi e sassi poco stabili.

Dopo qualche caduta, dopo diversi tagli e strati di terra sulla pelle, arrivate. Davanti a voi avete una distesa infinita di blu profondo, in contrasto con l’accecante roccia bianca che accoglie in diverse ampie insenature il mare profondo. La scogliera calcarea si immerge dritta nel mare pochi metri più a destra e alle vostre spalle una grotta levigata dal vento vi invita a mettervi velocemente al riparo dalla luce pomeridiana.

“Ti piace qui?”

Gli sorrido con il cuore pieno di gioia, gli occhi pieni di blu e la pelle coperta di sole e sale, “Sono felice” rispondo.

“Allora facciamo una nuotata e poi montiamo l’accampamento”.

Ci tuffiamo in quella macchia monocromatica e sotto sembra non esserci nulla che infinito, nero fino al cuore del mondo.

“Non sono sicura che mi piaccia”. Annaspo cercando di non pensare al fatto che sto sguazzando alle Bocche di Bonifacio.

“Tranquilla, guarda, finché loro non scappano non scappiamo nemmeno noi”. Con loro indica un branco di pesci che ci danza attorno, convinto di ricevere a breve qualche briciola di pane.

“Speranza illusoria, amici acquatici. Scusate”.

Uscite dall’acqua e il sale si cristallizza velocemente sulle vostre pelli.

Srotolate i sacchi a pelo e gonfiate i materassini, nella vostra nuova e temporanea tana.

Il suono dolce della marea che si è alzata desidera cullarti, ma ci sono notti in cui proprio non riesci ad addormentarti.

Così resti lì, nel sacco a pelo, con gli occhi rivolti alle sfumature del cielo, alle sfumature del mare e alle sfumature della felicità. Con Bonifacio che rimane come un presepe di luci stagliato sullo sfondo della notte e con la sicurezza di aver fatto la scelta giusta nell’ascoltare per una volta una speranza che si è rivelata per nulla illusoria.

 

 

 


Palermo sotterranea

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Palermo sotterranea

I qanat, antiche canalizzazioni di acqua nel sottosuolo palermitano, sono un piccolo capolavoro di ingegneria idraulica iniziato mille anni fa, ai tempi della dominazione araba. Una rete idrica sotterranea che è ancora oggi funzionale e in alcuni tratti visitabile. Esplorazione istruttiva, rinfrescante e divertente.  

Testo e foto di Patrizia Cicini e Totò Sammataro

Dall’827 al 1072 la Sicilia fu dominata dagli arabi, che scelsero Palermo come sede centrale del nuovo emirato islamico. Quei duecento anni furono forse il periodo di maggiore splendore in tutta la storia della città, trasformandola da piccolo porto a capitale mediterranea. Sotto gli arabi Palermo arrivò a contare più di 250mila abitanti, quando a Roma e a Milano non si superavano i venti o trentamila, e vennero costruite trecento moschee. Furono anni di intense trasformazioni culturali e sociali che hanno lasciato influenze rintracciabili ancora oggi nel linguaggio, nella toponomastica, nella gastronomia, nell’urbanistica della città e nelle coltivazioni agricole circostanti. Gli arabi portarono le palme, gli agrumi e le spezie, le mandorle e il gelsomino, lo zibibbo e i pistacchi, il cus cus e la cassata, i cannoli e le arancine. Delle moschee, dei giardini e degli splendidi palazzi di quell’epoca oggi rimane poco o niente, ma nei successivi interventi architettonici sono ancora evidenti le impronte arabe, anche se a cancellarle ci provarono in tanti, imponendo i loro stili: bizantini, normanni, svevi, spagnoli, francesi e piemontesi. Le ritroviamo negli archi a ogiva e nelle merlature in pietra della cattedrale, costruita sulla distruzione della principale moschea, negli edifici a cubo (come il palazzo della Ziza), nelle cupole a forma di sfera (chiese di San Cataldo e San Giovanni degli eremiti). Le opere architettoniche degli arabi non interessarono solo la superficie ma anche la parte sotterranea della città, dove furono scavati canali percorsi dalle acque della falda che attraversavano il sottosuolo per decine di chilometri, creando una rete idrica che alimentava la fornitura di acqua alle abitazioni, alle fontane e ai giardini, fino ad irrigare le coltivazioni agricole che si sviluppavano attorno alla città. Questa rete di strette gallerie sotterranee, complessa opera di ingegneria idraulica, è ancora oggi presente e forse non adeguatamente sfruttata. Ha mantenuto l’antica denominazione araba di qanat e in alcuni tratti è visitabile (tra i tanti e più rinomati il Gesuitico basso, il Gesuitico alto e l’Uscibene, in cui è presente una curiosa Camera dello scirocco).

Escursione al qanat del Gesuitico alto

Tra i cunicoli oggi accessibili abbiamo scelto di esplorare il Gesuitico alto, che prende il nome dalla Compagnia religiosa che nel XVII secolo fu proprietaria dei fondi sovrastanti e contribuì ad ampliare la rete sotterranea che gli arabi avevano iniziato seicento anni prima. Senz’acqua non può esserci alcuna forma di vita, né garanzie per la sua conservazione. Gli arabi, le cui terre d’origine soffrono di carenza di acqua, lo hanno sempre saputo e si sono molto prodigati per evitarne gli sprechi. Così nascono i qanat, le canalizzazioni idrauliche che intercettano, a diverse profondità (chiamati livelli di falda), l’acqua e la convogliano in parte per gli usi domestici e in parte per gli usi agricoli, senza la preoccupazione dell’evaporazione, favorendo così le coltivazioni in ambienti quasi proibitivi per la temperatura e l’irradiazione solare. Questa tecnica, di origine orientale, conosciuta già prima dell’Impero Romano d’Oriente in Persia e presente nei paesi arabi mediterranei, veniva eseguita da esperti scavatori di pozzi, “maestri d’acqua” chiamati muqanni. Anche se vengono tutti comunemente definiti qanat, non tutti hanno la caratteristica funzionalità completa, ovvero lo sbocco esterno. A Palermo ne esistono di vari tipi e di diversi periodi; coprono un esteso arco temporale che varia dalle dominazioni arabe medioevali del X e XI secolo, sin quasi ai primi decenni del XX secolo. Il qanat Gesuitico Alto, si sviluppa per 1.050 metri nel sottosuolo del quartiere di Altarello, intorno al fondo Micciulla, la via Nave e i territori agricoli circostanti, a valle delle sorgenti del Gabriele. L’inizio della sua costruzione può farsi risalire al XV secolo ma, gli approfondimenti e gli ampliamenti appartengono a un periodo riconducibile al possesso dei Gesuiti intervenuti dal XVII al XVIII secolo. Sicuramente è di tecnica araba ma di probabile realizzazione siciliana.

Il Gruppo speleologico del CAI Sezione di Palermo, che l’ha esplorato e rilevato, e che ancora continua a studiarlo di concerto con la Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Palermo e l’Azienda Municipale Acquedotto di Palermo, gestisce la divulgazione del sito, accompagnando gli interessati, su prenotazione, a visionare e percorrere il tratto più significativo di tutto il complesso, attraverso un suo referente, l’istruttore nazionale di speleologia Totò Sammataro. Oltre ad assistere direttamente con una assicurazione dinamica lungo la discesa e risalita del pozzo iniziale, il Gruppo speleologico fornisce il casco con illuminazione, gli stivali, l’imbracatura e la giacca impermeabile (a chi ne è sprovvisto), perché ci si bagna. Completamente.

La temperatura costante di 18°C dell’ambiente sotterraneo e di 12°C dell’acqua, sia d’estate che d’inverno, consente un piacevole refrigerio dalla calura estiva e un divertente diversivo in inverno. L’acqua, che sgorga dalle sorgenti e allaga il condotto, ha un’altezza variabile: da qualche centimetro (in tratti molto brevi) fino a 40. Certi che, prima o poi, vi entri negli stivali (al riguardo vi consigliamo un modo pratico per togliere l’acqua dagli stivali, sollevando il piede all’indietro e piegando il ginocchio) e che vi bagni anche fino alla vita, non c’è motivo di indugiare quando, lasciato l’ultimo gradino della scala in ferro, bisogna affondare i piedi nell’acqua. Il cunicolo è a una profondità di circa otto metri sotto il livello della strada e ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri. L’altezza media è superiore ai due metri, con tratti di quasi quattro metri e altri di soli 150 centimetri, da affrontare con il busto inclinato in avanti.

Il livello dell’acqua è generalmente di 40 centimetri ma, in alcune zone, è presente un forte stillicidio. Lo ripeto, è garantito: ci si bagna.All’inizio del percorso, proprio sopra la nostra testa c’è il primo livello del canale, dal quale scende una grande quantità di acqua. La galleria, protetta dalle pareti verticali, si dirama allegramente nei sotterranei alternando tratti diritti a curve, ora a destra ora a sinistra e a continui serpeggi. Le pareti e la copertura, in alcuni tratti con la roccia a vista e in altri ricoperti da una costruzione in conci di calcarenite, hanno dimensioni tali da consentire di proseguire agevolmente; siamo al secondo livello del qanat. La formazione rocciosa che ne ha consentito la realizzazione è la calcarenite, una roccia sedimentaria formata da parti ossee dei molluschi marini e sabbia, friabile e facilmente scavabile. Sulle pareti, nei tratti dove l’acqua scorre continuamente, si trovano concrezioni di calcite e piccole stalattiti. Se si osservano più attentamente le pareti si vedono incastonate diverse conchiglie. L’acqua è limpidissima e scorre tranquilla perché la pendenza del canale è solo di qualche percento. Vi sono sorgenti laterali che lo alimentano con continuità.

Piccolo capolavoro di ingegneria idraulica, i qanat venivano realizzati definendo il punto di origine (dove si intercettava la falda o la sorgente) e quello di arrivo, dove si voleva condurre l’acqua. Lungo la traiettoria che univa questi due punti, venivano scavati, a distanza più o meno costante, dei pozzi utilizzati per la lavorazione e la ventilazione (pozzi seriali o discenderie). Lo scavo in orizzontale, a partire dalle discenderie, veniva praticato, nelle due direzioni opposte.Dove la calcarenite non omogenea lasciava spazio a formazioni rocciose più dure, compatte e difficilmente scavabili, il cunicolo era realizzato nelle dimensioni minime e indispensabili al passaggio, pertanto veniva ristretto o diminuito in altezza.

Quando la falda si abbassava, veniva approfondita la base del cunicolo stesso realizzando il livello inferiore, collegato a quello superiore con un salto di quota. Sull’ultimo tratto del percorso un piccolo salto di circa un metro e mezzo collega il secondo livello del canale al terzo. Quest’ultimo si percorre ancora per un piccolo tratto fino alla base di altro pozzo e da qui, non potendo proseguire per la presenza di un motore di sollevamento, si torna indietro. E’ inverosimile vedere tanta acqua, nel sottosuolo della citta di una regione che denuncia continuamente problemi di siccità. L’estate è alle porte ed è forse il periodo migliore per una visita ai qanat.

 

Informazioni utili

La prenotazione della visita è obbligatoria e si può effettuare telefonando alla sede del CAI di Palermo tel. 091.329.407 oppure contattando direttamente Totò Sammataro al numero 349 847 8288.

Vi consigliamo di portare un cambio integrale di indumenti (ci sono due spogliatoi, un po’ spartani ma utili, per cambiarsi), una giacca impermeabile con cappuccio, un paio di calzettoni personali per calzare meglio gli stivali e una bandana da usare sotto casco. L’ingresso del qanat è al Baglio Micciulla, raggiungibile percorrendo la via Giuseppe Pitrè (lato monte del Viale Regione Siciliana), sino alla seconda traversa a sinistra (via Madonna del Soccorso) dove svoltare. Successivamente andare a destra e subito a sinistra per via Micciulla, qui proseguire sino a un bivio, girare a sinistra sino al Baglio dove, all’esterno destro, accanto a una fontana, vi è la casamatta AMAP. Si consiglia di posteggiare poco prima di quest’ultimo bivio, poiché nei pressi del Baglio non vi è posto, e proseguire a piedi.

 

 


Benares – Dialettica delle emozioni. Prima parte

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Benares: dialettica delle emozioni – Prima Parte

Le contraddizioni: Terzani e Hesse hanno manifestato le loro impressioni; ed io, giovane milanese piccolo borghese, che cosa saprò esprimere?

 

Testi e foto di davide Carretta

Sulla città di Benares, sulle sue tradizioni, sulle sue annose, assurde e affascinanti contraddizioni, si sono già spesi in molti, compresi Tiziano Terzani e Herman Hesse, con parole pesate a tradurre i loro pensieri, le loro impressioni, le loro avventure. Avventure certamente più indelebili e degne di essere raccontate di tutte quelle che un giovane sospeso tra una noiosa esistenza piccolo borghese e un anelito all’anacoretismo come all’unica via per la salvezza, potrà mai vivere in una vita intera.

Nonostante questo, i rampolli della moderna società occidentale, anche oggi continuano a voler uscire dal loro guscio rassicurante per spostarsi verso Est: verso quella parte di mondo che da Marco Polo e Alessandro Magno ha sempre esercitato un fascino incredibile, perlomeno su una parte della popolazione. Ecco perché il 26 Ottobre di qualche anno fa, alle 4:17 del mattino, uno di quei giovani quasi borghesi e quasi eremiti si trovava al terzo piano di un vagone letto del treno che da Ghorakpur andava a Benares.

 

L’arrivo

La sera prima, una volta coricato nel letto più alto dei tre presenti, non avevo messo la sveglia. Quando arriverà, me ne accorgerò sentendone i rumori e mi sveglierò. Ho il sonno parecchio leggero. Qualche ora dopo una strana forma di energia mi sveglia. Dovremmo arrivare a minuti, infatti, con tutta calma, comincio a prepararmi.

Un attimo dopo, alzando lo sguardo verso il finestrino mi accorgo che il treno è fermo. Fuori è buio, non ho idea di dove siamo. Chiedo.

– Siamo a Benares, ma il treno ripartirà fra poco, continua verso Calcutta.

Una scoperta del genere mi strappa definitivamente dal torpore in cui mi trovo, capisco che devo vestirmi, prendere tutto e scendere dal treno e ho pochissimo tempo per farlo.

Una volta giù, nel guardare il treno ripartire, provo una lieve sensazione di dispiacere nel considerare che forse, scendendo dal treno, ho perso un’opportunità. Un’opportunità di continuare nel viaggio senza conoscere la direzione. Calcutta non era la destinazione di quel treno, ma così in quel momento mi era sembrato di capire dall’uomo che mi aveva rivolto la parola.

La stazione di Benares, anche all’alba è piena di persone. Giovani studenti e non, adulti lavoratori e non, vecchi, bambini. C’è confusione, non agitazione. Pochi sembrano, ai miei occhi, avere qualcosa da fare, la maggioranza di loro è sdraiata, in attesa. Alcuni sulle poche panchine disponibili, molti, uomini e donne, per terra. I bambini a volte sono nudi e camminano avanti e indietro. Non so cosa aspettano, ma so che qui, e non solo in questa città, passano le giornate ad aspettare. Non conoscono la noia, per questo li ammiro, perché sono in grado di rimanere nella stessa posizione, senza muoversi o fiatare, per intere ore. Le posizioni che noto sono due: sdraiati, con un braccio piegato sotto la testa a fare da cuscino, oppure accucciati, le piante dei piedi ben salde a terra e braccia appoggiate sulle ginocchia. Li ammiro anche perché in quelle posizioni non saprei resistere cinque minuti.

Qualche giorno dopo avrei scoperto che nelle stazioni non tutti aspettano un treno: per molti di loro, che non hanno una casa, la stazione è il luogo in cui vivere.

Esco dalla stazione, ancora nessuna traccia di luce. Mi dirigo nella zona dei tuk tuk, i taxi a tre ruote, tipici di quei luoghi; tutti i tassisti mi sorridono, facendomi cenno di salire. Un po’ a caso, ne scelgo uno. Forse scelgo il tassista con la faccia più simpatica.

Welcome to Varanasi, where are you from?

L’accento indiano è, come al solito, caldo, squillante e inconfondibile. Noto però che gli abitanti chiamano la loro città “Varanasi”, preferiscono evitare Benares, il nome dato dagli Inglesi, che non riuscivano a pronunciare Varanasi. – Si chiama Varanasi perché la città è costruita tra due piccoli fiumi, la Varuna che scorre a Nord e l’Assi, a Sud. Varuna e Assi, Varanasi! Oppure, se preferisci, la città al tempo dei Veda aveva anche un altro nome: Kashi.

Nel frattempo il tassista ha raggiungo la zona centrale della città, vicino al fiume Gange. Lì però lo chiamano Ganga, la considerano una femmina. È arrivato in centro, ma non ha idea di dove si trovi l’ostello dove vorrei andare. Naturalmente, prova a dissimulare sicurezza e totale controllo della situazione, non fermandosi e continuando a girare, più o meno a cerchio. Quando me ne accorgo – e ci metto un po’ visto che fuori è ancora buio e i fari sono quasi assenti – capisce che tanto può anche fermarsi e chiedere informazioni. Da quel momento si susseguono alcuni individui che si prodigano subito per dargli e darmi una mano. All’inizio, tutti sembrano sapere dov’è il Blox Hostel, ma poi ognuno di loro si rivela inutile.

È dopo un po’ che arriva un ragazzo che dice di conoscerlo e per fortuna lo conosce veramente. Lo conosce perché ci lavora, mica per altro.

Scendo dal tuk tuk, pago e mi avvio, guidato dal ragazzo che sa dove andare. Porta dei sandali con il velcro, più grandi rispetto ai suoi piedi, ha diciotto anni e si chiama Ashish. Porta un tatuaggio sull’avambraccio destro che riporta, nell’alfabeto che conosco, il suo nome.

Mi chiede da dove vengo e quando glielo dico il suo sguardo cambia. Non capisco se provi felicità, tristezza, orgoglio o vergogna; da un lato sembra avere un’idea di dove si trovi e cosa sia l’Italia, ma dall’altro lato sembra averne un’immagine decisamente vaga e sfumata. In ogni caso, si limita a farfugliare un Very nice place un po’ impacciato. Continua a camminare ed io lo seguo. Quando cammina, tra le vie della sua città, è sicuro e, questa volta sì, orgoglioso. Orgoglioso di una città in cui lui è nato e che conosce fin negli angoli più segreti e nascosti. Orgoglioso di una città che io, come molti altri, ho deciso di visitare, arrivando dall’altra parte del mondo e potendoci restare un paio di settimane. Cosa si può imparare di una città intera in due settimane? Ho vissuto per ventiquattro anni a Milano eppure mi sembra di non conoscerla ancora.

Finalmente arriviamo davanti all’ostello, Ashish mi precede e mi accompagna nella stanza. Non c’è un oste, le porte sono tutte aperte e i pochi ospiti stanno ancora dormendo. Ringrazio Ashish e mi stendo sul letto, pronto a recuperare il sonno che ho perso in treno.

– Good night, sir.

Mi saluta con rispetto, quasi con deferenza e di questo un po’ mi vergogno, perché mi attribuisce un importanza che non ho e non voglio e si attribuisce una subalternità che non merita. Perché anche se ti conosco da pochi minuti, Ashish, mi ricorderò di te.

Vado a dormire dunque, in un letto piuttosto scomodo e in una città che non conosco, ma che già mi ha fatto un regalo. Sono appena passate le 6:00, fuori il cielo comincia a schiarire e gli abitanti sono già per le strade: vanno verso la Ganga, per le abluzioni e per la prima preghiera della giornata.

 


Mal d’Africa – Seconda parte. Cielo e Spiriti

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Mal d’Africa- Seconda Parte.

Cielo e Spiriti. Sono in Zambia e ancora non ci credo. L’inaugurazione di una scuola in un villaggio nel cuore della Savana

Testi e foto di Lorenzo Canova

Mentre il pick-up corre veloce sull’unica strada asfaltata che attraversa Chipata e continua verso nord, mi ritrovo incantato ad osservare il paesaggio. È strano pensare che quarantotto ore fa camminavo per le fredde e nebbiose strade di Milano mentre adesso mi ritrovo in maniche di camicia, pronto a fare la mia prima esperienza locale. Ci stiamo dirigendo verso la Kabvala Community School, una delle scuole costruite grazie al lavoro di ACRA, l’associazione con la quale collaboro come volontario durante il mio viaggio. Queste “Community Schools” sono destinate ai bambini delle comunità rurali, lontane dalla città, dove la popolazione è per lo più analfabeta. Lo tato centrale non ha le risorse necessarie per edificare gli istituti scolastici per questo, l’Unione Europea ed ACRA finanziano la costruzione delle scuole. Non esistono vere e proprie strade, ma solo sentieri sterrati percorsi dagli abitanti dei villaggi nell’unico modo conosciuto: a piedi; tantomeno esistono linee di trasporto, quindi è indispensabile portare l’educazione fisicamente. Da Kabvala occorrono ore per raggiungere a piedi la prima scuola governativa poi, nel periodo delle piogge i sentieri sono poco percorribili e si rischia di non arrivarci affatto. In queste scuole comunitarie lavorano insegnanti volontari, grazie ai quali ai bambini viene garantita un’istruzione di base fondamentale. Per giungere a Kabvala percorriamo lentamente uno dei sentieri e passiamo attraverso villaggi che, fino ad ora, ho visto solo sulle pagine della National Geographic. Le capanne di fango e paglia sono sparpagliate in piccole radure come fossero dadi appena lanciati. I bambini si rincorrono ridendo e, appena si accorgono del nostro veicolo in transito, accorrono per salutarci. Sulla strada ci fermiamo più volte per caricare sul retro del pick up alcuni abitanti del villaggio che vivono più lontano rispetto alla scuola che stiamo per inaugurare. Ognuno di loro ci regala un enorme sorriso mentre ci dice con voce flebile “Zikomo”, che significa grazie in cinyanja. Al nostro arrivo nel cuore di Kabvala ci attende l’intera popolazione, è u giorno importante per loro, anche per noi, Importante per tutti: si spalancano le porte della nuova scuola. Ho sempre pensato che in paesi ex coloniali, come lo Zambia, un uomo bianco potesse essere visto come una minaccia, un invasore, un ospite sgradito. In Africa, l’europeo sfrutta da secoli gli abitanti autoctoni e la loro terra, senza rispetto per culture e tradizioni. Fino a non molto tempo fa, ad esempio, alcuni paesi erano ancora colonie, come nel caso dello Zimbawe, paese a sud dello Zambia, che ha ottenuto il riconoscimento dell’indipendenza da parte dell’ONU solo nel 1980.

I volti delle persone che vedo mentre scendo dalla macchina, invece, si illuminano nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano e i loro sorrisi trasmettono davvero un senso di felicità. Il gruppo che ci accoglie è composto principalmente da donne e ragazzine che, ballando, cantando e urlando, ci accompagnano verso una fila di sedie accanto alla quale troviamo seduti gli uomini del villaggio che ci accolgono con calorose strette di mano africane (ben diverse dalle nostre). “Muli bwanji” ci dice ognuno di loro. È il loro saluto e il loro modo di presentarsi.

Dopo le presentazioni ci fanno sedere ed inizia un lungo discorso tenuto prima dal capo villaggio, poi dal sovraintendente ai lavori di costruzione della scuola, poi dal preside, dagli insegnati e dai genitori. Quello che mi colpisce di questi monologhi, che vengono solo parzialmente tradotti in inglese, è la teatralità e solennità con cui vengono enunciati. La ritualità, nella cultura africana, ricopre un ruolo fondamentale alla quale gli abitanti dei villaggi sono molto legati.

Il silenzio, mentre parla il cicerone, è assordante.

Anche il concetto di ospitalità è molto rispettato, quasi sacro: noi, come ospiti, siamo stati fatti sedere sulle sedie all’ombra, mentre il resto del villaggio che assiste alla cerimonia è seduto per terra, al sole.

Dopo un po’, impugno la fotocamera e inizio, in punta di piedi, a camminare tra gli abitanti del villaggio seduti ad ascoltare. Quelli che mi colpiscono di più sono i bambini. I loro sguardi sono a volte sfuggenti, decisamente curiosi, ma spesso anche impauriti. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, ovvero un uomo bianco. La cerimonia procede e ad un certo punto, senza alcun preavviso, sentiamo dei canti e delle grida alle nostre spalle. Nel girarci vediamo un gruppo di uomini vestiti di fango e foglie che, urlando e ballando, si dirigono verso di noi. Indossano maschere spaventose e si muovono in modo quasi sovrannaturale, a tratti sinuosamente, a tratti convulsamente.

“Chi sono?” chiedo ad Enrico.

“Sono gli spiriti del villaggio” risponde sorridendo.

Quella sera mi avrebbe spiegato che la maggior parte delle tribù sudafricane possiede un concetto di spiritualità composto da tre mondi: per primi ci siamo noi, l’uomo e la natura, che devono vivere in armonia sulla terra; poi c’è dio, che non è un’entità ben definita, ma semplicemente una concezione astratta di qualcosa più grande, che sta sopra di noi, forse nel cielo; il terzo è il mondo degli spiriti, che serve all’uomo per entrare in contatto con dio. Non si tratta in realtà di una vera e propria comunicazione, ovviamente, ma più di un contatto spirituale ed esoterico con ciò che sta sopra di noi. In ogni villaggio vengono scelti dei ragazzi che hanno il compito di impersonare questi spiriti nei rituali della comunità, ognuno di loro indossa una maschera che, in origine, aveva uno scopo pedagogico, ma che, con il tempo, è rimasta solo come simbolo.

Mentre gli spiriti si esibiscono, mi avvicino per scattare delle foto e, solo allora, mi rendo conto che quelli che tengono in mano non sono rami e bastoni, ma serpenti. Sicuramente saranno stati addormentati o privati dal veleno, comunque decido di arretrare per tenere una distanza di sicurezza. L’esibizione prosegue e gli spiriti si lanciano in danze sfrenate, mentre il suono dei tamburi rimbomba nella radura e le donne cantano in coro, improvvisando canzoni di una armonia unica.

Mi rendo conto della fortuna che ho nell’essere qui, dell’incredibile ospitalità di questa gente, che ha incluso, in uno dei suoi rituali di comunità, delle persone mai viste prima, venute dall’altra parte del mondo. Ci sono dei momenti, in ogni viaggio, che, senza un motivo preciso, racchiudono la tua esperienza in maniera simbolica, ma estremamente accurata. Questo è uno di quei momenti. Mentre la musica e le urla mi avvolgono, senza un’apparente connessione logica, alzo lo sguardo al cielo. Solo adesso mi rendo conto di quanto questo sia diverso da quello che sono abituato a vedere: è un cielo immenso che sembra avvolgerti completamente, come se un enorme telo azzurro, costellato da tante nuvole, fosse sospeso sopra le nostre teste, sorretto dalle imponenti braccia degli alti alberi della savana.

La cerimonia si conclude con un pasto collettivo composto dal cibo tipico di questi villaggi, cioè una specie di polenta con polletto grigliato, il tutto rigorosamente mangiato con le mani da piatti comuni. Al calar della sera, molte ore dopo l’inizio della cerimonia, ci apprestiamo a tornare verso Chipata Ho l’onore di assistere al mio primo vero tramonto africano.