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GIORNI SBANDATI

L’UMANO ERRARE DURANTE LA GUERRA

Giorni sbandati

Tratto da

“La Perfida Guerra e il Ritorno alla Vita”
3 gennaio 1944 – 25 aprile 1945 – vedi PDF

A cura della redazione

La chiamata all’arruolamento e il tentativo di evitarlo

La cartolina rosa ricevuta poco tempo prima non ammetteva eccezioni: il 3 gennaio del 1944 avrei dovuto presentarmi presso la caserma di Como. Era la fatidica e temuta chiamata alle armi e non avevo alcuna intenzione di entrare a far parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Anche se la guerra non l’avevo voluta e non l’avevo capita, per me era tutto chiaro. Se dovevo schierarmi avrei preferito non farlo nelle loro fila. Quindi mi presentai presso il gruppo di partigiani che stanziava a Campo de Boi, una località sopra Maggianico, periferia di Lecco. Ma venni purtroppo respinto perché considerato troppo giovane. Allora decisi di contattare due amici, Arnaldo Bugada e Francesco Ghislanzoni, che come me avevano ricevuto la chiamata alla leva dei nati nel primo trimestre della classe 1925 e come me erano restii all’arruolamento. Non trovando altre soluzioni, li convinsi a cercare un rifugio comune in montagna. All’alba del 3 gennaio, riempiti gli zaini con poche cose, viveri e altre necessità, ci incamminammo verso Piazzo e Campo Secco. Raggiunta la località Culmine, trovammo riparo presso un casello che durante il periodo estivo i contadini usavano come ricovero durante le faticose ore del taglio dell’erba. Non durò molto. Il poco cibo a nostra disposizione finì presto e la curiosità di conoscere come si era evoluta la situazione ci convinse a tornare verso casa. Lungo il percorso alcuni contadini ci informarono che due soldati repubblichini avevano fatto irruzione presso le nostre abitazioni avvertendo che se non ci fossimo presentati alla chiamata i nostri genitori sarebbero stati arrestati e tradotti in carcere.

All’inizio non demmo troppo peso a quelle minacce e provvedendo ad un nuovo rifornimento di viveri decidemmo di tornare sui monti. La preoccupazione però ci attanagliava e dopo due giorni concordammo all’unanimità di tornare nuovamente verso casa. Il rientro fu sconfortante. Mi aspettavano i volti piangenti dei miei sei fratelli più giovani e il loro racconto che nostro padre era stato ricoverato in ospedale per una grave malattia e che il giorno prima due repubblichini (ancora loro!) avevano arrestato nostra madre per condurla nel carcere di Pescarenico. Altre cattive notizie arrivarono da parte dei miei amici: anche i loro padri erano stati arrestati. Spaventato e disorientato, dovevo prendere subito una decisione. Ne parlai con i due amici e insieme a loro mi presentai presso la caserma dei Carabinieri. Dopo aver ottenuto precise garanzie sulla scarcerazione dei nostri genitori ci facemmo accompagnare presso il distaccamento militare di Como, dove trovammo altri lecchesi e comaschi, in tutto circa una cinquantina di persone, anche loro in attesa di conoscere il proprio destino.

Dopo due settimane venimmo trasferiti a Milano, nella zona di Musocco, per alloggiare all’interno di una vecchia fabbrica dismessa. Gli ufficiali, e in particolare un tenente cui era stata assegnata la nostra custodia, albergavano in un piccolo edificio annesso.

Per oltre un mese rimanemmo in abiti borghesi e talvolta il venerdì sera il tenente rilasciava permessi per tornare a casa, intimandoci di rientrare in caserma nella prima mattinata del lunedì.

Sopportavo a fatica le regole militari e i loro riti e mi ricordo che un lunedì, insieme all’amico Bugada e ad altri, ci presentammo all’adunata calzando zoccoli di legno. Li indossammo anche il venerdì seguente per tornare verso casa e all’uscita dall’improvvisata caserma, viaggiando su tram e treni, molte persone non nascosero le loro espressioni divertite per il nostro strano abbigliamento. 

Finalmente, dopo aver ricevuto il necessario equipaggiamento comprensivo di mostrine verdi e fregio rappresentante il gladio, venimmo assegnati al Battaglione Tirano e il 5 febbraio inviati a Novara presso la caserma Passalacqua, per condividere camerate di circa quaranta persone con gli Alpini del Battaglione Bassano. Un giorno circolò voce che saremmo stati mandati in Germania per l’istruzione militare e l’addestramento. Un presentimento mi fece pensare che sarebbe stato un periodo molto duro e quindi, per scongiurare ingenuamente un più che probabile futuro di fame, riempii uno zaino di gallette: erano talmente dure che per spezzarle dovevo usare un coccio di pietra.

L’addestramento in Germania, la disciplina e la fame

Il 12 marzo, dopo due giorni di viaggio faticoso su una tradotta, io e altri 33 miei compagni giungemmo a destinazione: Münsingen, piccola località non distante dal Ulm, nel Land Baden-Wüttemberg sulla direttrice Monaco- Stoccarda. In caserma ci arrivammo all’alba e subito incontrai mio cugino Vittorio e alcuni altri amici di Lecco partiti dall’Italia una ventina di giorni prima. Le baracche alle quali fummo destinati erano di fragile legno, letti rigorosamente a castello, una piccola stufa per riscaldare l’ambiente e fuori, a perdita d’occhio, neve alta più di mezzo metro.

Il primo rancio ci venne servito verso le 12 e 30.  La cucina era una struttura collocata in mezzo alle baracche e su una parete era appesa una piccola lavagna ove di giorno in giorno veniva riportato, con una grafia a volte quasi incomprensibile, il piatto principale (e unico) del pranzo. Ricordo che un giorno lessi su quella lavagna: “Zuppa di avena e patate con pollo” e fu mia grande sorpresa nel vedermi consegnare una mezza gavetta di zuppa, due patate e una tavoletta di margarina. Avevo fame e non trovare tracce di pollo nel rancio mi fece irritare ma le mie invettive vennero subito bloccate dal cuoco che mi apostrofò come analfabeta poiché avevo confuso la parola “pelle” con “pollo” (in pratica erano previste patate con pelle).

E chiuse minacciandomi: “La prossima domenica vieni qui tu a sbucciarle per tutti i tuoi compagni!”

Il “castigo” non mi preoccupava ma mi vennero i brividi al pensiero che quegli scarsi ranci avrebbero dovuto sostenerci durante le molte ore d’istruzione, spesso vissute all’esterno in un freddo pungente e con temperature ben al di sotto dello zero. Pensai: “Per il momento ho le gallette… poi si vedrà”.

La sveglia era alle 5 e 30, e dopo l’alzabandiera delle 6 e 30 iniziavano i turni di addestramento. A noi venne assegnato un istruttore tedesco. Era un sottufficiale reduce dalla campagna di Russia: un uomo ruvido e intransigente, che puniva ogni minimo errore in maniera indiscriminata, infierendo spesso con i più deboli. Mi ricordo che una volta tentai di aiutare un commilitone in difficoltà e subii una severa sanzione. Ma il problema più grave non era la disciplina. Era la fame che non si riusciva a sopportare. Al mattino la colazione consisteva unicamente in una tazza di pessimo caffè, a pranzo mezza gavetta di minestra d’orzo e farina di piselli, per cena un pezzetto di salame, una noce di burro e un bicchiere di caffè e durante il giorno unicamente due fette di pane nero.

Col passare dei giorni le esercitazioni si facevano sempre più pesanti e venivano prolungate anche in orari serali, a volte sino alla mezzanotte. Al giovedì eravamo costretti a marce di 50 chilometri e come rancio ricevevamo sono una gavetta di spinaci praticamente sconditi. Le gallette erano finite, la fame mi tormentava al punto da impedirmi di prendere sonno e talvolta mi recavo nei pressi della cucina per rovistare nei rifiuti con la speranza di trovare qualcosa di ancora commestibile. Dopo 40 giorni, finalmente, ci vennero consegnati dei permessi che ci consentivano di uscire alla sera dalla caserma. Nei giorni precedenti, durante alcune esercitazioni svolte presso il vicino paese, avevamo notato la presenza di una pasticceria che esponeva in bella mostra dolci di vario tipo. Fu inevitabile che, proprio la prima sera di libera uscita, tutti noi ci recassimo presso quel negozio ma creammo una tal calca e confusione che ci portò, involontariamente, a mandarne in frantumi la vetrina. La conseguenza fu che il permesso appena ottenuto ci venne ritirato per svariati giorni. Un pomeriggio, mentre camminavo da solo in paese, notai una signora che trasportava un piccolo carrello contenente tre grosse forme di pane. Mi avvicinai e le feci capire che soffrivo dolorosamente di fame, che ero quasi allo stremo e quindi le chiesi se avesse potuto aiutarmi. Dal suo sguardo dolce percepii che forse avrei potuto ottenere qualcosa. La signora si chinò verso il carrello e con fare gentile mi offrì un’intera pagnotta. Non sapevo come ringraziarla, la abbracciai e la baciai. Lei mi guardò commossa e mi disse che aveva un figlio militare di stanza in Italia, ad Anzio, e dentro di se’ sperava che se lui si fosse trovato nelle mie condizioni qualche madre italiana l’aiutasse nello stesso modo. Rientrato in caserma nascosi questo pane prezioso per evitare che i miei compagni lo vedessero.

Per un certo periodo fui assegnato alle scuderie con il compito di governare i cavalli. La fame era davvero profonda che non mi feci molti scrupoli nel riempirmi di tanto in tanto le tasche d’avena. Non so quanto fosse nutriente ma saziava temporaneamente uno stomaco che sentivo sempre più vuoto.

A maggio il termometro segnava ancora dieci gradi sotto lo zero; vitto scarso, molte ore di dura istruzione e il rischio di ammalarsi si innalzava sempre di più. In quei giorni un mio compagno, di ritorno da una lunga e faticosissima marcia, era fiaccato da una forte febbre e non riusciva più a reggersi sulle gambe. Trasportato in ospedale morì dopo poco per deperimento organico.

Il rientro in Italia

Dopo essere stati oggetto di molte visite da parte di alti ufficiali tedeschi e italiani per verificare la qualità dell’istruzione ricevuta, il 16 luglio, debitamente allineati nella Piazza d’Armi, ricevemmo la visita di Benito Mussolini accompagnato dal Maresciallo Graziani. Venimmo passati in rassegna e dopo un breve discorso e parole di apprezzamento da parte dello stesso Mussolini percepimmo che forse era arrivato il momento in cui saremmo rientrati in Italia. Otto giorni dopo ci accompagnarono alla stazione dove ci aspettava il treno del ritorno: una lenta tradotta con destinazione Liguria.

Lungo il percorso fummo costretti a una sosta forzata a Casalpusterlengo, poiché la linea ferroviaria era stata interrotta a causa dei bombardamenti.

Non ricordo chi si prese l’incarico di farci consegnare un pasto supplementare, sta di fatto che verso mezzogiorno vedemmo arrivare un carro trainato da un cavallo e sul pianale una decina di belle ragazze che trasportavano un rancio speciale a noi destinato: per tutti una gavetta colma di risotto e una grossa bistecca. Fu tale la sorpresa e tanta era la fame che ci avventammo avidamente sul cibo. Purtroppo le condizioni di indigenza subite in Germania avevano ristretto i nostri stomaci, rendendoli incapaci di accogliere un normale pasto. Così molti soldati non riuscirono a trattenere quel ben di Dio, che finì ingloriosamente nella fontana della vicina stazione.

In ogni caso la bellezza delle giovani “soccoritrici” era superiore a tutto il resto e quindi il mio amico Franco Corti di Germanedo ed io chiedemmo a due del gruppo se fossero state così gentili da fornirci l’indirizzo di casa in modo da mantenere un contatto scrivendoci. Non ci fu bisogno di insistere, venimmo prontamente esauditi. La sera del giorno dopo dovemmo ripartire. Le tradotte che ci trasportavano erano composte da svariati vagoni e dopo circa tre giorni di viaggio, per l’ennesima interruzione della ferrovia, fummo costretti a scaricare tutto quanto ci portavamo appresso e proseguire a piedi verso Genova. Arrivati a notte fonda in prossimità di Arquata Scrivia un aereo ricognitore, che tutti chiamavano “Pippo”, sganciò una bomba e un bengala. Il cielo si illuminò come fosse giorno ma fortunatamente eravamo vicini a una delle gallerie della camionabile Genova-Milano e lì trovammo riparo dai bombardamenti. Il giorno successivo raggiungemmo Nervi e presso un piccolo parco avemmo finalmente modo di ripulirci e di fare un bagno.

Ci rimettemmo in marcia e percorrendo una strada secondaria che saliva verso i colli sostammo prima a Uscio e poi Gattorna fino ad arrivare a Chiavari, dove trovammo alloggio presso una caserma dismessa della Marina Militare: la destinazione che ci era stata assegnata. Da quando avevamo lasciato la ferrovia eravamo stati in marcia per dieci giorni consecutivi.

Chiavari e le spedizioni nei dintorni

La nostra era una compagnia ippotrainata, addetta al trasporto del vettovagliamento per l’intera Divisione: servizio che svolgevamo con carrette a quattro ruote, agganciate con una stanga anteriore a due cavalli da traino.

Tra le missioni da svolgere c’era il rifornimento di viveri e altri materiali d’uso alle truppe stanziate in varie località liguri e prima di ogni uscita, tra le varie istruzioni e indicazioni, ci veniva ribadita la necessità di procedere in gruppi debitamente distanziati onde evitare di essere individuati dai ricognitori nemici. Un giorno partimmo con cinque o sei carrette per Genova, dove ci imbarcammo a bordo di alcune chiatte alla volta di Sestri Levante. Eravamo da poco sbarcati e, procedendo verso l’interno, mi trovavo alla testa di alcune di queste carrette, quando notai che dalle colline vicine due aerei con motore spento viravano verso il mare, puntando verso di noi. Eravamo in pericolo. Urlai “Tutti a terra” e trovando riparo dietro a un muretto a secco ai bordi della strada riuscimmo a salvare la vita ma il mitragliamento prodotto dai due aerei provocò la morte di un povero cavallo. La nostra situazione si faceva sempre più difficile e come se non bastasse a me e agli amici Pozzi e Luigi Bonacina di Lecco, che eravamo i soldati della compagnia di statura più alta, venne affidata la consegna e l’utilizzo di un mitragliatore pesante. La responsabilità attribuitaci era grande.

Nei giorni successivi ci trasferimmo nell’entroterra di Chiavari, precisamente a Terrarossa di Cicagna, in quanto l’area costiera era quasi quotidianamente oggetto di incursioni di aerei nemici. Nel prato antistante la nuova caserma dove avevamo trovato alloggio scavammo alcune buche atte a far trovare rifugio ai malcapitati che, in caso di allarme, si fossero trovati sotto il lancio di bombe e proiettili dal cielo. Tragicamente un giorno due miei compagni, e con loro un cane lupo, che avevano sperato di trovare salvezza in una di quelle fosse, perirono schiacciati dall’onda d’urto e dal conseguente smottamento del terreno provocato dall’ennesimo bombardamento.

I miei amici Bonacina e Pozzi dormivano con me all’interno di una tenda, che era posizionata su una rocca erbosa e sotto di noi vi erano gli insediamenti di baracche ove era alloggiato il resto della compagnia. Questa separazione ci consentiva, almeno nelle ore notturne, di muoverci più liberamente.

Una sera, da alcune informazioni ricevute, avemmo il sentore che il giorno dopo una squadra di militi repubblichini e soldati tedeschi avrebbe compiuto un rastrellamento in un piccolo paese dei dintorni con l’intento di arrestare alcuni partigiani. Verso le tre del mattino io e i due amici raggiungemmo le prime case di questo piccolo borgo e bussando alle loro porte avvertimmo gli abitanti di quanto molto probabilmente sarebbe accaduto e che era assolutamente necessario far fuggire giovani e partigiani. Fortunatamente nessuno venne catturato ma in ogni caso il giorno dopo, in segno di spregio e di vendetta, alcune case del piccolo paese vennero date alle fiamme dai nazifascisti.

Troppi soprusi, l’ufficiale arrogante meritava una lezione

In un annesso poco distante dalle baracche risiedevano e dormivano il Capitano Fontana di Trento, un Tenente di Governo di Mantova e due attendenti. Noi tutti eravamo ormai convinti che il nostro capitano provenisse dalla fureria (ndr – era l’ufficio amministrativo delle caserme e veniva spesso considerato un luogo di rifugio per chi voleva “imboscarsi”, evitando, seduto dietro ad una comoda scrivania, le esercitazioni militari). Nei nostri confronti aveva un atteggiamento presuntuoso e arrogante, imprecava di continuo e ci costringeva a inutili ed estenuanti esercitazioni. Una notte, mentre il solito ricognitore Pippo sorvolava la zona, decidemmo di giocare un brutto tiro a questo ufficiale: recuperata una bomba a mano di fabbricazione tedesca, abbandonata in un tascapane da un soldato austriaco che si era dato alla fuga, la lanciai presso la baracca ove alloggiava il capitano. All’alba dappertutto regnava il trambusto e lo spavento, vetri rotti ma nessun ferito. Tutti attribuirono la responsabilità a Pippo. Me la cavai ma l’ufficiale in questione ricevette comunque la sua lezione e a causa del grande spavento subì un tale disagio psichico che venne dapprima ricoverato all’ospedale di Chiavari e poi inviato in convalescenza presso la sua abitazione d’origine.

Da alcuni giorni il rancio era diventato pessimo, in particolare la sera ci veniva servita pasta scondita. Alle nostre contestazioni il Comando di Divisione rispose dichiarando che nulla era cambiato rispetto a quanto previsto. Una sera, per esprimere protesta, invitai tutti i miei commilitoni a rifiutare il cibo che ci veniva proposto. Dopo circa dieci minuti l’attendente del tenente mi si parò di fronte intimandomi di seguirlo. Chiesi al mio amico Bugada di accompagnarmi in qualità di testimone e una volta nell’ufficio del tenente venimmo investiti da violenti improperi ed io, nello specifico, accusato di grave insubordinazione.

Di fatto la legge di guerra prevedeva per me la fucilazione ma ebbi la forza di contestare al tenente tutte le sue argomentazioni, ricordandogli anche quanti soldati presenti nelle compagnie a noi vicine, per ragioni non distanti dalle nostre, erano passati nei ranghi dei partigiani. Caso volle che la sera dopo il rancio tornò ad essere non dico appetitoso ma quanto meno commestibile.

Forse fu per questo mio ruolo di “portavoce che per ben due volte mi proposero di essere investito dei gradi di caporale. Rifiutai le proposte poiché la mia natura, il carattere e l’esperienza sin lì vissuta mi avevano convinto che anche un sottufficiale, posto in quelle condizioni, poteva diventare facilmente un pessimo soldato e io ero refrattario a ogni forma di sopruso.

Ladri di galline e il maresciallo carogna

Un giorno il tenente radunò la compagnia e a fronte della denuncia di un contadino che stava al suo fianco ci accusò del furto di due galline. Ci venne intimato di fare i nomi dei ladri, diversamente ad ognuno di noi sarebbe stata trattenuta una parte della decade di guerra per offrire risarcimento al denunciante. Per primo alzai la mano dichiarando di non voler pagare per qualcosa che altri avevano rubato e mangiato. Nella nostra compagnia militavano due Marescialli della Divisione Fascista 28 Ottobre, reduci dalla campagna di Grecia. Li vedevo di sovente che si accompagnavano a ragazze del posto e dalla Grecia si erano portati appresso un ragazzino di circa quindici anni che loro usavano come attendente e sguattero privato. Ci volle poco tempo per capire e per decidere di agire e quindi assieme ad altri amici avvicinammo il ragazzetto e lo minacciammo con una certa ruvidità. Il povero ragazzo, in presa al pianto, confessò che i due marescialli poche sere prima avevano cenato a base di galline in compagnia delle giovani signore. Messo da noi alle strette di fronte al Tenente di Compagnia il ragazzo confessò per intero l’accaduto. Poco dopo, tornato che fui presso la mia baracca, mi sentii chiamare da uno dei due Marescialli, una vera carogna: affacciandomi alla finestra lo vidi che mi puntava addosso una pistola. La sua minaccia fu diretta: “Polvara, un giorno o l’altro ti pianto una pallottola in fronte!” Non mi feci intimorire e prontamente risposi: “Maresciallo non sbagli il primo colpo perché non riuscirà a spararne un secondo!”

Un’occasione illusoria di libertà e diserzione

Verso la metà di Ottobre un tenente di un’altra compagnia venne presso di noi chiedendo un paio di volontari per provvedere al recupero di uno dei nostri camion precipitato in un burrone: il mio amico Franco Corti ed io rispondemmo prontamente al richiamo. Un viaggio di alcune ore ci portò sul luogo dell’incidente e dopo non pochi sforzi riuscimmo a riportare il camion, evidentemente danneggiato, sui bordi della strada. Il tenente a quel punto ci informò che aveva altri incarichi da svolgere e ci invitò a tornare con mezzi di fortuna presso il nostro reparto. A quel punto, vista l’ipotesi di inaspettata libertà, Corti ed io decidemmo di raggiungere Milano in treno per poi proseguire verso Lecco. Di fatto eravamo disertori. Giunto a casa e spiegato l’accaduto ai miei genitori li vidi spaventati nel profondo poiché un recente proclama del Maresciallo Graziani, per mezzo di manifesti posti nelle pubbliche vie, informava che se i renitenti alla leva e i disertori non si fossero presentati entro la fine di ottobre presso i presidi militari, in caso di cattura sarebbero stati passati per le armi. I miei genitori, così come quelli di Franco, ci invitarono caldamente a tornare sui nostri passi per raggiungere nuovamente la nostra Compagnia. Riprendemmo a malincuore lo zaino ma dopo aver superato Milano, prima di consegnarci alla Caserma Umberto Primo di Pavia, (soluzione che ci era stata consigliata dal tenente che avevamo aiutato nel recupero del mezzo e che avevamo informato delle nostre intenzioni), decidemmo di rivedere le due ragazze di Casalpusterlengo conosciute mesi prima e con le quali avevamo avuto modo di scambiare alcune lettere.

Raggiungemmo la periferia di Milano e nei pressi di Rogoredo attendemmo speranzosi che un mezzo ci portasse presso la località da noi desiderata. Dopo un po’ di tempo un camion militare tedesco diretto verso il fronte ci accolse a bordo: sul cassone erano presenti alcuni soldati, due ausiliarie e alcune casse contenenti un centinaio di proiettili di cannone.

Il viaggio diventa tragedia

Nei dintorni di Lodi il camion si fermò e uno dei tre occupanti la cabina di guida invitò il primo destinato a scendere, ovvero io, ad uscire e salire sul predellino posto sul fianco destro rispetto al posto di guida, in modo da rendere più agevoli e veloci le operazioni di discesa. Nella mano destra stringevo il cappello e con il braccio sinistro mi sostenevo ad un appiglio all’interno della cabina. Poco dopo essere ripartiti, nei pressi del paese di Secugnago, fummo attaccati da due aerei inglesi che giungendo in picchiata iniziarono a mitragliarci. Immediatamente mi ritrovai sbattuto a terra sul ciglio della strada e notai subito che i tre soldati in cabina erano tutti morti. Mi accorsi che appena poco più sotto del bordo della strada scorreva un canale d’irrigazione dei campi e senza esitare mi ci tuffai per poi raggiungere riparo sotto un piccolo ponte. Gli aerei continuavano a mitragliare. Dopo una loro secca virata e un ultimo attacco a bassa quota, il camion prese fragorosamente fuoco. Gli occupanti del cassone cercarono di darsi alla fuga verso i campi ma nel frattempo i proiettili contenuti nelle casse iniziarono ad esplodere.

Un inferno di fuoco e di fiamme, i pioppi che costeggiavano la strada vennero miseramente stroncati dalle enormi schegge e un casolare poco distante, raggiunto anch’esso da quell’ondata devastante, si incendiò immediatamente per poi incenerirsi.

Ad un certo punto tutto tacque, una calma irreale pervadeva quei luoghi. Prontamente mi trassi fuori dal canale e andai alla ricerca del mio amico Franco. Intorno a me giacevano cadaveri e feriti che imploravano soccorso.

Mi si avvicinò un uomo e mi disse che un soldato con le stesse mie mostrine, ferito, era stato portato in un cascinale non troppo distante. Trovai Franco sofferente sdraiato su di un mucchio di fieno, vicino a lui una donna e un uomo che cercavano di provvedere alle prime cure. Povero Franco, era in condizioni davvero preoccupanti con una estesa ferita alla gola e a una gamba. Faticò a riconoscermi ma riusciva a chiedere acqua. Tememmo per la ferita alla gola ma non si poteva fare granché poiché l’unica ambulanza del paese era stata mitragliata e messa completamente fuori uso da un attacco aereo avvenuto pochi giorni prima. Tornai sulla strada e poco dopo vidi arrivare una camionetta militare che trasportava repubblichini. Ci fu qualche discussione ma infine riuscii a convincerli a trasportarci presso l’ospedale di Casalpusterlengo. Accertatomi dell’avvenuto ricovero del mio amico mi misi in cerca della ragazza con la quale avevo intrattenuto lo scambio di lettere. Si chiamava Franca Gigliotti, qualcuno mi fornì l’indirizzo e una volta da lei le spiegai quanto ci era accaduto. Si spaventò e si mise a piangere e comunque ebbe la forza di andare a chiamare la ragazza di Franco in modo da poter andare tutti in ospedale per ricevere aggiornamenti sulle sue condizioni. Venimmo ricevuti dal dottore che aveva prestato le prime cure a Franco e che ci rassicurò sulle sue condizioni: le ferite erano serie ma non era in pericolo di vita. Ero stanco e disorientato ma fortunatamente Franca mi offrii un posto per trascorre la notte. La mattina, dopo averla ringraziata e salutata, mi misi alla ricerca di un mezzo che avrebbe potuto condurmi a Pavia presso la Caserma Umberto Primo. Il Maggiore, ufficiale più alto in grado presente, fu sbalordito nel vedermi e prontamente mi mostrò il giornale che raccontava dell’attacco aereo da noi subito: il tragico bilancio era stato di 9 morti e 15 feriti, alcuni decisamente gravi.

Del mio amico Franco seppi che dopo una settimana venne dimesso dall’ospedale e inviato verso casa per la convalescenza in regime in congedo permanente.

Con altri dieci militari e due sottotenenti, dopo 4 giorni vissuti a Pavia, venni ricondotto presso il mio reparto di stanza in Liguria. Furono tre giorni di duro viaggio vissuti su mezzi di fortuna così come di fortuna erano i luoghi ove si poteva dormire qualche ora.

Giunto al reparto riprese la solita vita: servizi presso le scuderie, guardie armate e qualche puntata presso Sestri Levante. Il nostro distaccamento era a un paio di chilometri da Chiavari e talvolta ci recavamo al cinema per assistere a qualche proiezione. Gli allarmi suonavano di frequente e a quelli facevano seguito feroci mitragliamenti aerei. Noi avevamo imparato ad essere molto svelti nel trovare riparo: era, fin troppo ovvio, una questione di vita o di morte. Trascorse il Natale e poi il Capodanno e spesso dentro di me imploravo che tutto potesse finire presto; il cibo per noi militari iniziò a scarseggiare e non potevamo contare sull’aiuto dei civili che ugualmente avevano ormai iniziato a patire la fame.

Verso la fine del Gennaio 1945 venni chiamato dal tenente della compagnia che, informandomi del fatto che mio padre stava molto male, mi consegnò una licenza di cinque giorni per tornare a casa; mi venne anche data istruzione che prima del rientro a casa avrei dovuto sostare presso la Caserma di Pavia, in attesa di possibili aggiornamenti.

L’alpino trafugatore di altari

Giunto alla stazione ferroviaria di Genova incontrai un sottufficiale alpino non più giovane che mi chiese aiuto per trasportare il suo zaino dalla pensione presso cui aveva trovato alloggio sino alla stazione stessa. Non feci domande ma nel momento in cui raccolsi il suo zaino, trovandolo decisamente pesante, gli domandai: “Ma cos’è tutto questo peso? Cosa contiene?” La risposta fu secca: “Sono i registri della Divisione che devo consegnare a Milano, siamo in ritirata”. Presso la stazione trovammo altri sei o sette soldati tutti diretti verso Milano e con loro iniziammo il viaggio di rientro. Nei pressi di Voghera dovemmo abbandonare il treno e proseguire a piedi poiché il ponte ferroviario che superava il fiume Po era stato bombardato. Gli zaini erano decisamente pesanti e avendo notata una carretta legata presso il cancello di una piccola casa decidemmo prontamente il da farsi: pensammo che a parte noi soldati in quelle ore tutti stessero dormendo e quindi ce ne impossessammo senza porci troppe domande. Purtroppo, dopo solo qualche chilometro, una ruota collassò e fummo costretti ad abbandonare la carretta ai margini della strada. Nonostante il disorientamento riuscimmo comunque ad avvertire che dai dintorni proveniva un inconfondibile odore di stalla. Giunti che fummo nei pressi di un cascinale il Maresciallo Di Bresci, che in treno si era presentato a noi quale militare insignito della medaglia d’argento al valor militare durante la Campagna di Russia, cercò subito di bardare un cavallo. Il proprietario dell’animale intervenne immediatamente e cercò di farci recedere dal nostro proposito. Fummo fermi e a fronte della nostra ruvida determinazione, con le buone o con le cattive, acconsentì a lasciarci l’animale e ad accompagnarci sino al Ticino. Avemmo comunque modo di salutarlo e di ringraziarlo (quel che è giusto è giusto).

Giunse l’alba e tutti noi sentimmo nell’aria un gradevole profumo di pane: poco distante infatti c’era un forno e in un attimo avemmo modo di riempire i nostri zaini di quelle fragranti meraviglie.

Sentendo suonare le campane ci avvicinammo presso una casa parrocchiale e lo stesso Maresciallo chiamò il parroco e gli raccontò che tutti gli alpini che stavano con lui erano malati e che sarebbero stati costretti ad un lungo ricovero a Sondalo, in Valtellina. Fu così serio e convincente che la sua richiesta di avere un po’ di salame e qualche bottiglia di vino fu prontamente raccolta con garbata gentilezza dal buon curato. Risolta la colazione ci dirigemmo verso la stazione ma venimmo subito informati che la littorina di servizio, per eludere le incursioni aeree, viaggiava solo di notte. Il Maresciallo non si perse d’animo e fattosi prestare una bicicletta partì alla volta della stazione di Pavia. Dopo un’ora circa la littorina giunse in stazione. A bordo c’era il Maresciallo che ci chiamava e agitava verso di noi il braccio in segno di successo. Il capostazione si mostrò profondamente contrariato e a fronte delle sue rimostranze il maresciallo non ebbe esitazioni: sfoderò la pistola dalla cintola puntandogliela contro e senza alcuna altra parola fece rotolare una bomba a mano sulla scrivania del malcapitato. Alla fine, fortunatamente, tutto si risolse per il meglio.

Mentre procedevamo lungo la strada un po’ scoscesa che portava alla stazione, lo zaino del Maresciallo, che era stato mal collocato sul pianale, cadde a terra e strappandosi rivelò il suo reale contenuto: non v’erano registri militari bensì preziosi candelabri e altri oggetti che venivano utilizzati durante le funzioni religiose. Di fronte alle mie veementi richieste di spiegazione il Maresciallo mi informò che aveva prelevato il tutto all’interno di una chiesa che era stata bombardata; la popolazione del luogo era scappata e se non fosse stato lui ad appropriarsi di tutto quanto che in quel momento giaceva a terra ci avrebbero sicuramente pensato i soldati americani. Per tranquillizzarmi mi regalò una bottiglia di grappa, raccolse le sue cose e dopo un breve saluto si allontanò.

Cento chilometri in bici

Proseguii in treno verso Pavia, poi Milano ed infine arrivai a Lecco. Giunto a casa venni accolto dai miei fratelli piangenti che mi informarono che nostro padre era morto ed era stato seppellito solo due giorni prima. Il dolore che provai fu lacerante. Il giorno successivo mi recai al cimitero e trascorsi molte ore nel tentativo di recare un minimo di conforto a mia madre.

Il giorno dopo dovetti tornare presso la Caserma di Pavia e decisi di usare una bicicletta (“dopotutto” mi dissi “sono solo cento chilometri”): al mio arrivo incontrai nuovamente il Maggiore in Comando, che già avevo avuto modo di conoscere e che mostrava una sincera simpatia nei confronti degli Alpini. Dopo pochi giorni, in considerazione di quanto era accaduto alla mia famiglia, mi concesse tre giorni di licenza con obbligo di rientro in caserma nella giornata del lunedì successivo.

Giunsi a casa e solo dopo due ore si presentarono due repubblichini intimandomi di mostrar loro la licenza che mi era stata concessa. Mi domandai quale fosse l’origine di questa tempestività nell’esercitare controllo nei miei confronti e potei spiegarmela solo nella “soffiata” di un negoziante fascista che abitava nei pressi della nostra casa e che forse attraverso il suo gesto sperava di ottenere qualche beneficio. Risolsi la questione e dovetti di nuovo organizzarmi per tornare a Pavia. La bicicletta non era più consigliabile perché lungo le strade erano diventati frequenti agguati e sparatorie; decisi dunque per il treno e una volta rientrato, appena due giorni dopo, il mio reparto ricevette l’ordine di trasferimento presso la caserma di Ivrea. Il Maggiore, augurandomi buona fortuna, mi consegnò personalmente l’ordine che mi indicava la nuova destinazione.

Il rifugio da zia Teresina e la fine della guerra

Il caos cresceva di giorno in giorno. Ci sentimmo tutti sbandati, in qualche modo perduti. Arrivato a Milano, tappa intermedia per Ivrea, decisi definitivamente di abbandonare l’esercito. Riuscii, non senza qualche difficoltà, a raggiungere nuovamente Lecco: ricordo che quel giorno pioveva molto forte e per trovare riparo e rifugio, e anche per evitare ulteriori controlli da parte dei repubblichini, mi risolsi ad andare a Malgrate presso mia zia Teresina.

Accadde che appena al di là del ponte Azzone Visconti, sotto la tettoia di quello che allora era il ristorante San Michele, incontrai un paio di questi ceffi armati. Pioveva davvero copiosamente ma cercai di mantenere un’andatura e un contegno che potessero evitare di dare nell’occhio: uno dei due repubblichini ebbe comunque a chiedermi: “Alpino, dove vai?” ed io in risposta “In licenza, la vuole vedere?” “No, no, passa e vai”.

Arrivato presso la casa di mia zia venni da lei accolto con caldi abbracci e subito ricevetti nuovi abiti per poter abbandonare quelli zuppi d’acqua. La guardai (i suoi occhi erano colmi di dolcezza) e le dissi subito: “Zia ho disertato, devi nascondermi, ma promettimi che mia madre non venga a sapere che io sono qui, l’esercito è allo sfascio e credo che non manchi molto per arrivare alla fine di questa catastrofe”. Venni da lei nutrito e nascosto presso un piccolo solaio raggiungibile tramite una scala nascosta. Teresina lavorava e finito il suo turno, al rientro, ricollocava la scala in modo da permettermi di scendere e poter consumare la cena.

Quel solaio era così basso e angusto che potevo solo star seduto o sdraiato e passai lunghe ore dormendo o leggendo.

Finalmente giunse il 25 aprile 1945 e per mia scelta mi presentai immediatamente presso la sede del Cln, il Comitato di liberazione nazionale, che ospitava anche la Commissione di Disciplina Militare.

Fui interrogato con scrupolosità e dopo svariate verifiche venne accertato che nulla risultava pendente a mio carico. Alla fine mi rilasciarono un documento (che ancora oggi conservo) che certificava il congedo militare e il mio stato di uomo libero. Nei giorni e nelle settimane successive iniziai a riassaporare gli odori e le atmosfere del lago, la vista dei monti, l’affetto profondo di mia madre e dei miei fratelli: il ritorno alla vita.


North Sentinel

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Diverso non significa inferiore

John Allen Chau, North Sentinel e i Sentinelesi

 

Testo di Gaia Manelli, Foto dal web

E’ da qualche giorno che i giornali di tutto il mondo titolano “John Allen Chau, missionario ventisettenne ucciso a frecciate nell’isola di North Sentinel, dove voleva cristianizzare gli indigeni sentinelesi”.Molto si è detto su questo giovane, la BBC lo scorso 21 novembre titolava: “John Allen Chau: Who was US man killed in remote islands?”.

In pochi però si sono chiesti cos’è North Sentinel, chi sono i sentinelesi?

L’Isola di North Sentinel è una delle isole Andamane nella parte nord-orientale dell’Oceano Indiano. Qui vive una tribù di indigeni chiamati sentinelesi. Nel XII le isole Nicobare e Andamane passano sotto il comando indiano della dinastia Chola, successivamente fungono da base navale per l’impero Maratha. Per tutto il XIX si susseguono passaggi inglesi, oggi l’isola fa parte del distretto di Andaman Meridionale che appartiene al territorio indiano. L’amministrazione indiana ha fermamente preso posizione nei primi anni del 2000 manifestandosi contraria a qualsiasi intrusione o interferenza con habitat, cultura ed equilibrio vitale dei nativi dell’isola; l’isola non gode però legalmente di uno statuto amministrativo autonomo rispetto all’India. Dagli anni ’70 del 1700 l’isola riceve una serie di “visite non ben accette” da parte di esploratori britannici che vengono sempre allontanati con attacchi di frecce dai nativi dell’isola.

Il britannico John Ritchie, in viaggio sul Diligent, testimonia in quell’anno di aver visto una “moltitudine di luci” provenienti dall’isola, prova forse che i sentinelesi conoscono il fuoco e sanno accenderlo. Nonostante i numerosi tentativi di avvicinamento questo popolo rimane tra i più sconosciuti al mondo. Non sappiamo quasi nulla della loro lingua, della loro cultura, del loro stile di vita. Poche sono le notizie e “viste da lontano”.

Uno dei pochi contatti pacifici è quello con il team dell’antropologo T.N. Pandit. L’antropologo arriva a Port Blair, la capitale della catena di isole, nel 1966. Gli è subito offerto un posto da ricercatore all’Università di Delhi. Il suo primo incarico governativo è proprio riguardo alle isole Andamane,. Ci vorranno più di due decenni per persuadere le tribù dei Jarawa e dei Sentinelesi a deporre archi e frecce e socializzare pacificamente con i coloni indiani. Il processo è stato estremamente lento, fatto di viaggi in aree remote della giungla, lasciano offerte a popoli tribali nascosti e che, forse, non si sarebbero nemmeno mostrati.

A dare voce all’esperienza di Pandit sul New York Times, è Ellen Barry, nell’articolo del 2017 A Season of Regret for an Aging Tribal Expert in India.

Il titolo dell’articolo “Una stagione di rimpianti per un esperto di tribù indiane che sta invecchiando”, desterà nei più sensibili già qualche sospetto. Una frase in particolare colpisce nel racconto che la giornalista riporta della testimonianza di Pandit: “So it is notable that now, when he looks back on his life’s great achievement, he does so with an unmistakable sadness”. Si può notare che ora, mentre lui guarda indietro ai grandi traguardi della sua vita, egli lo faccia con un’inconfondibile tristezza. Nel corso dell’intervista infatti lo studioso racconta che, per quanto sia stato emozionante vedere l’incontro tra “uomo civilizzato” e “uomo primitivo”, si rende conto di quanto le pressioni del primo verso il secondo possano rischiare di intaccare in senso negativo gli equilibri di vita delle tribù indigene.

La tribù dei Jarawa è infatti una conferma, purtroppo in negativo, di questa affermazione. L’antropologo racconta che questi ultimi, rispetto ai Sentinelesi, sono stati avvicinati con più facilità. Egli afferma che non è facile da identificare il momento esatto in cui il contatto con i Jarawa ha iniziato a diventare un problema. Fatto sta che questa popolazione, che prima viveva in equilibrio senza bisogno di denaro o guerra, ha iniziato a pescare e scambiare oggetti in cambio di denaro, sul web hanno iniziato a girare video di turisti indiani che lanciano loro cibo o ordinano spietatamente alle donne di danzare. I turisti hanno anche iniziato ad approfittarsi delle donne del luogo, a stuprarle e farne oggetto di gioco.

Gli attivisti, continua la Barry, sono stati d’accordo nell’identificare le “missioni civilizzatrici” nei confronti dei Jarawa come potenzialmente distruttive della loro cultura. Pandit afferma che, ora che sono stati “infettati”, sono esposti al “moderno stile di vita” che non gli è proprio, non è per loro naturale, ora che hanno imparato a mangiare riso e zucchero, “we have turned a free people into beggars”, abbiamo trasformato persone libere in mendicanti.

Ciò che resta da augurarsi, forse, è che ciò non accada anche ai Sentinelesi, che l’uomo “civilizzatore” impari un giorno il rispetto per il diverso e che se una cultura è differente dalla sua non per questo sia da ritenersi “inferiore”.

Ma purtroppo, come dice Stanislaw J. Lec, “ci saranno sempre degli Eschimesi pronti a dettar norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura”.

Link articolo NYT: https://www.nytimes.com/2017/05/05/world/asia/anthropologist-india-andaman-island-tribes.html


Siena e la Pioggia

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Siena e la Pioggia

Accompagnati dal suono del parlar toscano, percorriamo Vicolo San Pietro, uno dei tanti vicoli che disegnano la città, ed ecco Piazza del Campo, una piazza in discesa…

Testo e Foto di Gaia Manelli

 E’ un giorno di inizio ottobre. Il sole è nascosto, da qualche parte, dietro le nuvole grigie che ricoprono il cielo. Volterra è comunque bellissima, anche sotto la pioggia. Noi due ci guardiamo, siamo due milanesi, alla natura non ci siamo così abituati. Le colline toscane sono una culla, segreta e al tempo stesso comune. E anche i tetti della città sono accoglienti, sono più caldi di un palazzo di centro città.

“Vi siete behhati un bel tempaccio eh, c’avete portato la pioggia”, le sorrise parolette della barista si accompagnano al caffè.

-Bello l’accento toscano però, vero?
-Bellissimo

Sono le dieci e mezza del mattino, la nostra città è lontana, le nostre case anche, il rumore dei problemi non si sente, è rimasto dietro alle colline. I nostri cuori sono vicini. Prendiamo la macchina e partiamo da Volterra. I Mumford & Sons ci accompagnano:

You heard my voice, I came out of the woods by choice, shelter also gave their shade. But in the dark I have no name…But hold me fast, hold me fast ‘cause I’m a hopeless wanderer…”.

-Secondo te perché si viaggia?
-Mah non so, personalmente adoro conoscere luoghi nuovi, parlare con persone diverse, magari venire a contatto con una cultura o un modo differenti di vivere rispetto al mio. Tu che pensi?
-Non so

“Siena” dice un cartello. Arriviamo al parcheggio dello Stadio, secondo il dire comune è il parcheggio più comodo. Piove, prima in maniera rada poi, sempre più forte.

-Aspetta
ci fermiamo a metà della scala che collega il parcheggio dello Stadio ad una piazza
-Cosa?
-Faccio una corsa a prendere l’ombrello

A me gli ombrelli non sono mai piaciuti. Sono scomodi, si rompono sempre o si incastrano da qualche parte, no io l’ombrello non lo uso, sono contro. Mi tiro su il cappuccio della giacca a vento.

-Ma questa sarebbe piazza del Campo?

-ma secondo te? Abbi pazienza che ci arriviamo, vieni sotto l’ombrello intanto
-no sto bene così, andiamo avanti
-se poi ti lamenti che hai freddo, sei stanca e vuoi tornare, torni da sola però
-va bene, va bene, fammi spazio
Sotto l’ombrello in effetti fa un po’ più caldo. Sorrido.

Capisco subito una cosa di Siena: è piena di vicoli. Siena è un vicolo unico, dove ti giri ne trovi uno, che si ricollega ad un altro per ricollegarsi al precedente e così via. Sorrido ancora, mi ricorda un po’ Genova, penso, la mia città preferita. Alla fine l’essere umano conosce per analogie, per comparazione, confronta e assimila ed inevitabilmente paragona tutto ciò che gli è esterno con se stesso. E così conoscendo finisce per conoscersi un po’ di più anche lui.

-Ti sei imbambolata?
-sì scusa, stavo pensando
-dai che abbiamo un sacco di cose da vedere!

Vicolo del Rustichetto. Poi un vicolo pieno di bandiere, di colori, altri vicoli e poi un viale enorme. Una enorme strada maestra, sulla quale si affacciano un milione di viuzze collaterali, come Via Dei Portami. Procediamo lungo quella strada, costellata di stradine e piazzette. Vicolo San Pietro.

-Per di qui? Ci siamo quasi vero?
-sì, vai

Piazza del Campo.
-Ma l’è in dishesa?
dico scherzando sull’accento, ma seria nei fatti
-eh sì, ‘un lo vedi? Procede verso il basso e confluisce verso l’’edificio principale
-ma è una conchiglia
-tipo, sì
-sai come si chiama questa fontana? Si chiama come te!
Fonte Gaia.

-Inaugurata nel 1346, sai perché si chiama Gaia? Perché quando i senesi videro l’acqua sgorgare in mezzo alla piazza furono presi da una felicità che rimase nella storia, così gaia, gioia, felicità
-mi piasce, disci!
mostro il mio apprezzamento facendo il verso ad Alessandro Borghese
-La fontana è imponente, ricca di rilievi opera di Jacopo della Quercia
-ma chè hai studiato?
-mi sono preparato
-bene, guida, quello cos’è?
-quello lì, l’è l’edificio principale, ci confluisce la piazza, l’è il Palazzo Pubblico con il Museo Civico e la torre del Mangia, siamo nel XIV secolo. E’ tipo alta 102 metri
-102?
-sì, è una delle torri più alte d’Italia. Pare che in altezza raggiunga il campanile del Duomo, anche se di fatto questa si trova più in basso, per simboleggiare l’equilibrio tra il potere temporale e quello divino
-ma perché del “Mangia?
-perché i toscani danno soprannomi a tutti e pare che uno dei primi campanari fosse particolarmente dedito al vizio della gola, insomma… gli piaceva magnà, e cosi l’hanno chiamato il Mangia e la torre l’è rimasta soprannominata così da lui. Però ora non fare più domande che le cose che so su questo sono finite.

Procediamo, ora verso vicolo San Salvatore. Da che parte andiamo? Ecco, Siena non è per le persone indecise. Ogni via si biforca, ogni strada ne propone altre, ogni passo è una decisione. Andiamo per Costa Larga? Va bene. Le segnalazioni delle vie si susseguono, una dopo l’altra, veloci come i vagoni di un treno. Una bimba salta in una pozzanghera. Una donna indossa un lungo abito bianco. Sta piovendo. Penso a quel racconto di Fenoglio, Pioggia e la Sposa. Siena e la Pioggia. Mi sono persa nei miei pensieri e mi ritrovo in via del Capitano. Sbuchiamo in piazza del Duomo.

Righe, righe ovunque.

-Questo è il Duomo!
-eh, ma duva l’è la Madonina?
-oh figliola, qui siam miha a Milano, boia deh

Ridiamo. Intanto piove.

-E’ del XIII secolo sai? Forse anche precedente
-spettacolo, pensa quanti occhi l’hanno guardato
-milioni immagino
-anche quelli di Cecco Angiolieri
-chiaro, poi ci hanno lavorato Bernini, Pisano e altri. Entriamo?
-si paga?
-eh sì
-alla fine è bella anche così, da fuori, no?
-sì, godiamoci la città

Ridiamo. Intanto piove. Quando torneremo in macchina guarderemo le foto dell’interno della Chiesa, decideremo che torneremo e che entreremo, ne varrà la pena.

Camminiamo ancora, tra i vicoli. Mi stupisce il fatto di vedere segnate le contrade per le vie della città, ancora di più il fatto che ogni tanto, ad un angolo di strada, magari sotto il balcone di una casa, si possa trovare il box di un cavallo. Ci fermiamo all’ennesimo che vediamo.

-Scusi ma qui ci vengono i cavalli?
-sì ma solo durante il palio
ci dice l’uomo che sta pulendo, con un panno, una testiera in cuoio
-e stanno qui, in centro, nel mezzo della città?
-certo ragazzi, per noi è assolutamente normale
-e qual è, per curiosità, la contrada più forte?
-la nostra, ovviamente
Ovviamente.

Ridiamo. Camminiamo. Intanto piove.

Si sta facendo tardi. Ci siamo dimenticati di pranzare, ci siamo nutriti di bellezza oggi. Ma lo stomaco adesso chiama. Vineria Tirabusciò. Ceniamo. Un crostone con cacio e pepe, siamo di fretta. Dobbiamo tornare. Un bicchiere di vino e ci rimettiamo in cammino tra i vicoli in salita e in discesa della città che inizia ad indossare il mantello della sera.

Un uomo seduto all’angolo di una via suona una fisarmonica e canta.

E mentre Siena dorme tutto tace, e la luna illumina la torre

senti nel buio, sola nella pace, sommessa Fontegaia, che canta una canzon d’amore e di passion

Nella Piazza del Campo ci nasce la verbena, viva la nostra Siena,

viva la nostra Siena!

Nella Piazza del Campo ci nasce la verbena, viva la nostra Siena,

la più bella delle città!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La magia dell’Oman

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La magia dell’Oman

Il paese dell’incenso, dei wadi, dei falaj e dei profumi, immerso nei colori d’Arabia

Testo e foto di Patrizia Cicini

Schiacciato dall’Arabia Saudita, il Sultanato dell’Oman ha trovato il suo spazio nell’angolo sud-est della penisola araba, nel cuore del medio-oriente, per cui metà del suo perimetro è bagnato dal mare e l’altra metà muore nel deserto.

Dall’antichità fino al medio evo, ha svolto un importante ruolo nei commerci di rame e incenso tra l’India e il Mediterraneo; tipici dell’Oman sono i numerosi forti completamente restaurati e una ricca rete di falaj, antiche canalizzazioni idriche, che portano l’acqua dalle sorgenti ai campi coltivati o alle abitazioni.

Il sultano Qabus bin Said Al Said, monarca assoluto del Paese, ha dotato il proprio territorio di una capillare rete elettrica e stradale, che copre ampie zone desertiche per raggiungere anche i villaggi più sperduti dell’entroterra.

Iniziamo il viaggio dall’imponente catena montuosa Al Hajiar, brulla e stratificata, con le sue cime che vanno dai 2000 m del monte Jebel Akdhar, famoso per i suoi frutteti disposti a terrazza lungo le pendici delle montagne, ai 3075 m del Jebel Shams, la montagna del Sole, solcata dal wadi più grande dell’Oman, denominato il Grand Canyon d’Arabia.

Diversi sono i sentieri tracciati sulla montagna e sono anche ben segnalati. Dal Balcony Walk, balcone panoramico sul Grand Canyon d’Arabia,  per esempio, inizia un percorso che, attraverso cenge variopinte, tratti a strapiombo e paesaggi surreali, scende nel canyon ed arriva alle rovine di un antico villaggio incastonato al di sotto di un balcone di roccia, Al Khateem.

Merita arrivare fin laggiù (1h30 di cammino) anche solo per vedere come, strappando il terreno alla parete rocciosa, attraverso ripidi terrazzamenti, e imprigionando l’acqua nei falaj, per usarla nelle loro abitazioni, per abbeverare gli animali ed per innaffiare i campi coltivati, gli abitanti di questo villaggio riuscirono a creare le condizioni necessarie alla loro esistenza, basata sull’agricoltura e sulla pastorizia.

Non lontano dall’Al Hajiar si possono visitare la città di Nizwa e di Al Hamra. Nizwa era l’antica capitale del paese con un articolato e coloratissimo suq e l’antico forte circolare del XVII secolo, ben conservato.

Al Hamra, dove le case del centro antico, ormai abbandonato, sono realizzate con mattoni crudi, che si degradano facilmente per gli agenti atmosferici.

Osservando il territorio, non si può fare a meno di notare che l’acqua, che oggi in queste terre è rara, in passato ne abbia plasmato la morfologia del Paese. I wadi, le profonde incisioni, scavate nella roccia dai torrenti, che sembrano scorrere innocui alla base, ma che diventano pericolosi, dopo una pioggia intensa anche se di breve durata, rappresentano uno scenario naturale di straordinaria bellezza. Il più famoso è Wadi Bani Khalid, dove il torrente forma una serie di piscine naturali scavate dall’acqua nel calcare bianco. Nuotare in quell’acqua tiepida è davvero piacevole. Bello è anche il Wadi Bani Awf, ma quando siamo passati da lì era secco.

Altro aspetto caratteristico del territorio omanita è il deserto; dune di sabbia, che al tramonto si colorano di rosa, e mandrie di dromedari al pascolo: il deserto è silenzio nel fruscio del vento.

Attraversare il “Wahiba sands”, dal nome della tribù beduina che lo popola, vuol dire entrare in contatto con i Beduini, da sempre gli unici abitanti di questi luoghi. Pastori di capre e dromedari, sono i padroni indiscussi del deserto, che è la loro casa, il loro habitat naturale, la loro vita, il loro mondo.

Il deserto non è il nemico contro il quale combattere, ma l’amico con il quale vivere piacevolmente. I Beduini trascorrono le loro giornate in una dimensione dove il tempo sembra dilatarsi e trovano ristoro nelle tende fresche, ventilate e confortevoli.

Man mano che il deserto di avvicina alla costa, le dune di sabbia rossa lasciano il posto a quelle di sabbia bianca, fino alla riva del mare. Le spiagge sterminate e selvagge della costa omanita , invitano ad un bagno ristoratore nelle acque del mare Arabico, tripudio di verdi e di azzurri. Sono spiagge piene di conchiglie dove si può camminare all’infinito. I dromedari, in riva al mare, guardano anche loro alla distesa di acqua azzurra, sconfinata come il deserto. Abituati all’uomo, hanno dimenticato l’indole aggressiva e si lasciano fotografare.

Dove ci sono i dromedari, ci sono i Beduini, gente di mare e abili pescatori, che ogni giorno trasportano il pesce fresco dalla costa all’interno, per le famiglie che vivono nel deserto.

 

Masirah, l’isola più grande dell’Oman, 70 km circa di lunghezza per 18 km di larghezza, dalla natura incontaminata, non ancora scoperta dal turismo di massa, è il paradiso per i birdwatchers. Il servizio di battelli che la collega alla terra ferma funziona bene, ma per imbarcarsi bisogna avere le idee chiare perché il battello ha solo due zone dove si può stare: quella per gli uomini e quella per le famiglie. Un gruppo di turisti è considerato una famiglia: in fondo è una bella scelta.

Sull’isola migliaia di tartarughe vengono a depositare le uova, soprattutto tra giugno e settembre. Nella Riserva Naturale di Ras Al Jinz, zona di riproduzione delle tartarughe verdi, è possibile osservare, nel periodo giusto, gli splendidi animali che, di notte, depositano le uova o anche le piccole tartarughe nascere e correre verso il mare.

Nel viaggio non possono mancare una visita a Sur e ovviamente a Muscat, la capitale. Sur, città natale di Sindbad il Marinaio, nota per i cantieri dove si costruiscono i dhow, le tipiche imbarcazioni a vela della penisola arabica. Muscat la capitale  con l’imponente palazzo del Sultano Qaboos circondato da stupendi giardini fioriti, la Grande Moschea e il vivace suq.

L’Oman merita di essere visitato e di essere compreso fino in fondo. Gli omaniti, animati dalla loro squisita gentilezza e da una profonda discrezione, rispettosi della loro religione islamica, sono un popolo mite, che, pur rimanendo attaccato alle proprie radici e tradizioni, non disdegna le novità della tecnologia.

Gli omaniti dal portamento regale nei loro abiti caratteristici, le lunghe tuniche bianche, celesti o beige, ed i particolari cappelli dalle mille fantasie e tutte belle, danno alla loro giornata il profumo che preferiscono, spruzzandolo sul pennacchietto di cotone che pende dal collo dei loro abiti.

Se sei in Oman non ti puoi meravigliare che, all’interno del deserto montuoso, nei villaggi, sperduti nel niente, i falaj distribuiscano l’acqua alle case e ai campi e l’energia elettrica li illumini durante la notte; che tra le montagne brulle spicchi la macchia verde del campo di calcio senza tribune, costruito nel nulla; che nel cuore del deserto tu possa cenare mangiando pesce fresco, cucinato alla brace; che l’acqua del torrente, che scorre in fondo alle gole alte e strette, non sia fredda impossibile, ma tiepida e tu ti possa fare piacevolmente il bagno; non ti puoi meravigliare se, nonostante i villaggi sperduti di montagna siano illuminati, nonostante tu possa mangiare pesce fresco nel cuore del deserto, nonostante i cellulari abbiano quasi sempre campo, nel rispetto della loro cultura tu debba girare con pantaloni lunghi e camicia a maniche corte anche con una temperatura di 50°C.

L’Oman è veramente così e merita di essere scoperto.


Una passeggiata nello Yorkshire

Una passeggiata nello Yorkshire

York, sbiadita al mio arrivo, il giorno seguente è un’altra città. Robin’s Hood Bay: un paesino arroccato sulla scogliera con vista mozzafiato sulla grande baia…

Testi e Foto di Lorenzo Canova

Arrivo a York che è ormai tardo pomeriggio. Scendendo dal treno noto subito che fa molto più freddo di quanto ne facesse a Londra, l’aria è pungente e il cielo è coperto da nuvole grigie, classico clima inglese.

Zaino in spalla mi dirigo verso l’ostello che ho prenotato durante il viaggio in treno, nel silenzio assordante degli scompartimenti britannici.

Passo sul fiume e per le stradine del centro. C’è poca gente in giro e quelle poche persone che vedo sembrano essere terribilmente di fretta. Probabilmente conoscono il meteo meglio di me, perché in pochi minuti inizia a piovere ed io, dopo aver messo la copertura impermeabile allo zaino, continuo nella mia camminata.

York non mi lascia una bella prima impressione, mi sembra una città sonnolente e anziana, l’opposto di Oxford, città sede del famoso college, dove sono stato nei giorni precedenti.

Entro nell’ostello, faccio il check-in, poso il mio zaino in camera e, dopo essermi messo dei pantaloni asciutti, sono pronto ad uscire e girare la cittadina.

Ha smesso di piovere e ora tira un leggero vento. Cammino per le piccole strade pedonali del centro, gli shambles, e mi rendo conto che alcune vie potrebbero essere esattamente com’erano nel medioevo, quando York era un importante crocevia di commerci tra il sud e il nord dell’isola britannica. Le strade in ciottolato, le facciate delle case in classico stile inglese e le insegne dei pub mi catapultano in un tempo passato, nel quale il grande impero inglese non era ancora nemmeno un progetto e questa era la capitale del regno di Northumbria, sarebbe poi diventata capitale del regno Normanno e, infine, sarebbe tornata ad essere inglese con la riconquista di Re Alfred.

Verso le sei di pomeriggio inizio a vedere qualche persona in più per le strade e, in pochi minuti, i pub si riempiono di giovani e adulti che mangiano, bevono e ridono. Decido di comportarmi da inglese e, all’alba delle sei e mezzo, entro in un pub, dove ordino una Bitter e un gammon and egg, un piatto tipicamente inglese che consiste in una bistecca sopra la quale si mette un uovo all’occhio di bue, una cena leggera insomma.

Il giorno seguente, quando esco sembra di essere in un’altra città: il sole splende in un cielo privo di nuvole e York si trasforma, riempiendosi di vita.

Ma non è lì che passerò la giornata, mi dirigo verso la stazione ferroviaria dove sono arrivato giusto il giorno prima e prendo un treno che mi porta ancora più a nord, tra le colline dello Yorkshire.

Questo è l’obbiettivo del viaggio, scoprire perle nascoste della campagna inglese, semplicemente facendosi consigliare dalle persone del posto. La sera prima, infatti, parlando con alcuni ragazzi conosciuti al pub, scopro che, giusto a un’ora dalla città, si trova un piccolo villaggio di pescatori chiamato Robin’s Hood Bay.

Ovviamente il nome stuzzica la mia curiosità, chi non conosce il famoso Robin Hood? Protagonista di numerose ballate inglesi ambientante durante il regno di Giovanni Senza Terra, fratello del re Riccardo Cuor di Leone. Un personaggio che venne citato da Walter Scott nell’Ivanohe e sul quale perfino la Disney produsse un cartone animato.

La cosa strana è che le ballate di Robin Hood e tutte le sue storie sono ambientate nella foresta di Sheerwood, nella contea di Nottingham, molto più a sud delle coste dello Yorkshire, dove si trova questo paesino a lui apparentemente intitolato.

Sono l’unico a scendere alla stazione e, appena uscito dall’edificio, mi ritrovo a camminare solo su una stradina nel mezzo della campagna inglese. L’ambiente è bucolico, il silenzio è rotto solo dal cinguettare degli uccelli e dal fischiare della brezza leggera che suggerisce la vicinanza del mare.

Dopo pochi minuti giungo in prossimità di una scogliera e davanti a me si apre uno scorcio di una bellezza e semplicità che mi disegnano un sorriso sulle labbra: il paesino si arrocca lungo una ripida pendenza che scende fino al mare e, sullo sfondo, una scogliera si staglia maestosa, delimitando una grande insenatura.

Tiro fuori la macchina fotografica, inizio avidamente a catturare le piccole sfaccettature di questo piccolo paesino e mi perdo nelle sue minuscole stradine. Giungo alla spiaggia e cammino un po’ verso la scogliera, comunque sempre troppo lontana per essere raggiunta. Passo ore a camminare da solo e ad apprezzare ogni piccolo dettaglio di questo segreto nascosto tra le onde del mare e le colline della contea di York, soddisfatto di aver raggiunto il mio obbiettivo.

Verso ora di pranzo trovo un pittoresco pub che ha una terrazza che si affaccia sulla baia e decido di fermarmi per mangiare qualcosa. Mentre ordino un ottimo fish and chips, ne approfitto e chiedo al barista di raccontarmi quello che sa sullo strano nome del paesino. Lui mi guarda sorridente e sorpreso, quasi a chiedersi se davvero abbia fatto quella domanda, e poi inizia a raccontarmi che ci sono diverse teorie sull’origine del nome. Secondo alcune leggende Robin Hood era scappato da Nottingham per un periodo di tempo ed era venuto a nascondersi esattamente in questa baia, per altri il nome Robin Hood si riferirebbe all’ancora più ancestrale spirito delle foreste nel quale credevano le popolazioni che abitavano l’isola prima della conquista da parte dei Romani.

In realtà, molto probabilmente, questo nome deriva dalla storia più recente del villaggio: durante il diciottesimo secolo, sembra che questa baia fosse utilizzata come rifugio da alcuni contrabbandieri, tra i più prolifici della contea. Questi, in un periodo in cui le tasse sui beni da commerciare erano elevatissime, rubavano whisky, tabacco, sale e altre merci di valore per poi rivenderle. Da qui il nome del bandito più famoso della storia inglese, colui che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Riprendo a camminare senza una meta tra le vie del paese e dopo non molto mi ritrovo su una stradina che porta verso una delle scogliere. Lungo il sentiero passo attraverso un piccolo boschetto che, in qualche modo, mi fa comprendere il perché un’antica cultura avesse potuto, secoli prima, credere in uno spirito della foresta. Tra gli alberi regna una pace surreale, i raggi del sole che sta ormai calando vengono filtrati dalle fronde e la luce assume delle forme strane, quasi ipnotizzanti.

Quando esco dal bosco mi ritrovo ad ammirare lo spettacolo della baia e del suo paesino dall’alto, illuminati dagli ultimi rossi raggi di sole della giornata. Mi siedo e osservo la sfera arancione che lentamente scompare oltre l’orizzonte e, a quel punto, so che è ora di tornare verso York.

Il sole non si vede più, ma il cielo è ancora illuminato dagli splendidi colori del tramonto, mentre io cammino verso la stazione.

Ai binari questa volta non sono solo. Trovo un anziano signore che, quando mi vede, mi saluta molto cortesemente, come se mi conoscesse, poi si risiede e rimane in silenzio. Mentre arriva il treno si gira un ultima volta a guardare Robin’s Hood Bay e mi dice “A bloody marvelous day, wasn’t it?” (una giornata fottutamente meravigliosa, non è vero?).

Senza aspettare risposta sale sul treno e lo stesso faccio io, pronto a continuare il mio viaggio, pronto a scoprire nuovi segreti nascosti su questa piccola grande isola.


Benares: dialettica delle emozioni – Terza parte

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Benares: dialettica delle emozioni

Terza parte

Testo e foto di Davide Carretta

Il negozio consiste in una stanza quadrata larga e profonda meno di tre metri; su tutti i lati escluso quello di ingresso, mensole sbilenche ospitano pile pericolanti di tessuti in vendita; per terra un grande materasso bianco ricopre interamente i circa nove metri quadrati di pavimento.

– You Italian? I like Italy: Roberto Benigni, Nanni Moretti, La stanza del figlio!

A parlare è il proprietario del negozio, Santosh. Ha una barba lunga di un nero prossimo a incanutirsi e sopra una pancia piuttosto generosa indossa una kurta bianca. Piedi nudi, quasi un anello per dito – anelli che, ai miei occhi di perfetto ignorante in materia di pietre preziose, sembrano tutto sommato pregiati – e fra le mani un bastoncino di incenso. Lo accende e lo fa volteggiare lentamente davanti a sé, per distribuirne meglio l’aroma in tutta la stanza.

Evidentemente è un appassionato di cinema, penso. Un cinefilo che ha deciso di spingersi ben oltre a Bollywood, evidentemente. Parliamo di quanto sia bravo Nanni Moretti e di quanto sia bello “La stanza del figlio” – film che non ho visto, ma questo non posso certo dirglielo – e di quanto mi sembri strano che lui conosca tutto questo.

Poi, terminato il seminario italo-indiano sulle reciproche influenze nel mondo del cinema, mi invita ad accomodarmi e comincia a mostrarmi tutto quello che il suo piccolo ma stracolmo negozio offre.

Santosh e il suo aiutante, un ragazzo sulla trentina, vendono seta, Pashmina, lana di yak e mille altri tessuti e con una pazienza, un entusiasmo e uno zelo di cui ancora ho ammirazione, mi presentano decine e decine di proposte: sciarpe, kurta, teli e via dicendo. A ogni nuova presentazione si dilungano in appassionate introduzioni decantandone le squisite doti di morbidezza e invitandomi a tastarle con le mie stesse mani. Io, che fatico a distinguere persino il cotone dal Poliestere, non posso che abbandonarmi a una totale improvvisazione rispetto ai commenti e agli apprezzamenti che il ragazzo e il proprietario si aspettano. Rifiuto ogni proposta, più che altro perché non ho quella moglie che loro sono convinti io non possa non avere e per la quale mi esortano a comprare una splendida e morbidissima sciarpa di Pashmina lilla e verde pistacchio.

Non compro nulla quindi e un po’ mi dispiace, il loro impegno è stato encomiabile. Nel salutarli, prometto loro che tornerò sicuramente a trovarli; d’altronde abito a due passi e non ho nient’altro da fare. E soprattutto, vale sempre la pena di ascoltare un uomo che dietro al fumo dell’incenso passa le giornate tessendo le lodi della seta e dei registi italiani.

La mattina dopo decido di dirigermi verso Manikarnika Ghat, il luogo davanti al fiume dove, tradizionalmente, vengono cremati i morti. È uno dei luoghi più sacri della città e in generale, vista la sua funzione, di tutta l’India. Se la morte è un viatico attraverso il quale ogni uomo può, in teoria, uscire dalla Terra e conquistare la salvezza, la Moksha, Manikarnika Ghat è uno dei luoghi più rispettati dove essere cremati. In particolare perché è a Varanasi e, come mi avrebbe poi detto il ragazzo del negozio, l’aspirazione più grande di molti indiani è morire a Varanasi.

Per arrivarci basta seguire il fiume e cercare il fumo che, costantemente, sale al cielo da quella zona. Non so quante persone vengano cremate ogni giorno, ma so che il processo è praticamente ininterrotto. C’è sempre qualcuno da cremare e gli addetti alla cremazione, che appartengono all’ultima casta, a quella degli intoccabili, i Dalit, sono sempre all’opera: caricano i corpi sulle pire, li cospargono con eventuali oli che i parenti delle famiglie più ricche possono chiedere che vengano utilizzati durante la cremazione, recuperano nuova legna da ardere. Un ragazzo che incontro sul posto inizia a illustrarmi la lunga procedura di cremazione, da quando il corpo viene immerso per l’ultima volta nella Ganga, fino a quando sulla pira non restano che le sue ceneri. Mi accompagna in un punto rialzato rispetto alla zona di cremazione, da dove è possibile osservare meglio ma da dove arriva, complice il vento, tutto il fumo. La zona è suddivisa in base alle caste, perché ognuno, a seconda della casta a cui appartiene, ha diritto a essere cremato in una specifica zona del Ghat. Il suo racconto non si interrompe, ma sono io che spesso non lo ascolto. D’altronde, ho davanti ai miei occhi membra di uomini che lentamente inceneriscono. Ogni popolo ha la propria tradizione e porta avanti il proprio rapporto con i morti, che, in definitiva, è una conseguenza della visione che quel popolo ha del rapporto con la morte. Questo della cremazione ha un sapore antichissimo e, per quanto sia crudo, specialmente se osservato dal vivo e specialmente se si riesce a considerare che a pochi passi da un qualsiasi turista probabilmente ci sono i familiari del morto, esercita un fascino amaro da digerire e non può che farmi riflettere. Riflettere sulla morte, sul valore che siamo in grado di darle. Sulla vita, e sul valore che, sapendo che esiste la morte, siamo in grado di darle. E riflettere sulla vita degli altri, e se sia educato o meno spiarne la fine con il solo accademico scopo di conoscere le altrui abitudini e tradizioni.

Il ragazzo sta continuando a raccontare e mi dice che i bambini e le donne incinte non vengono cremate ma direttamente gettate nel fiume. Ecco, penso: è veramente più assurda una tradizione di questo tipo rispetto a un’altra che invece ingabbia i morti in orrende bare di legno incastrate tre metri sotto terra, nel vano tentativo forse di non farli scappare via? Ho forti dubbi, e con forti dubbi mi avvio lentamente verso casa, lasciandomi alle spalle un odore acre, un fumo denso e il ragazzo-guida, cui ho dato un centinaio di rupie come segno di riconoscenza per le illustrazioni ricevute. Una specie di biglietto per lo spettacolo della morte. Tornando verso l’ostello dove abito mi fermo da Santosh e dal suo aiutante.

– Hi Davide, come here!

È lui, che da lontano mi ha riconosciuto e mi ha salutato subito. Mi fermo davanti al negozio e mi accomodo sulla sedia di plastica che ossequiosamente è andato a prendere per me. È contento, perché oggi gli affari vanno bene: è il periodo del Dwali festival, che cade intorno ai primi giorni di Novembre, è si celebra il ritorno in città di Rama dopo quattordicini anni trascorsi nella foresta, e quindi il trionfo del bene sul male. Non ho capito molto, ma d’altronde Santosh, da buon commerciante, aveva sinteticamente detto: “Dwali è la festa dei soldi, ognuno di noi deve regalare un vestito nuovo”.  È stato quando gli ho chiesto maggiori chiarimenti e se ci fosse una qualche leggenda dietro che lui ha spiccicato alcune informazioni in più. Di fatto, a tutti i commercianti interessa soltanto che in quei giorni di festa la gente sia più propensa all’acquisto.

È per questo che, in un impeto di condivisione delle emozioni e delle tradizioni, scelgo una kurta bordeaux e la compro. Forse in realtà, a ben pensarci, la kurta l’ho comprata più per una specie di senso di riconoscenza nei confronti di Santosh e del suo aiutante, che sono stati così ospitali e pazienti in questi giorni.

Il giorno dopo il viaggio verso l’aeroporto lo faccio in tuk tuk. A caricarmi sul suo bolide è un uomo né buddista né induista bensì Sikh, un’altra religione piuttosto diffusa, i cui “fondatori”, sono alcuni Guru, vissuti in India tra il XV e il XVII. La formula di saluto usata da tutti i Sikh, avevo scoperto qualche giorno prima è “Sat Sri Akaal”, che più o meno significa “Rendo onore alla verità di Dio”.

Salgo sul tuk tuk e l’uomo, dopo avermi informato che la corsa costerà 20 rupie (praticamente nulla, per me) mi chiede da dove vengo.

– Italy! I know Italy: Bongiorno, come sta!”

Sentendolo sorrido e insieme cominciamo a parlare in italiano: io gli dico parole semplici e lui prova a ripeterle quando non le conosce, oppure le grida, gonfio di orgoglio, quando le conosce! Non so perché sappia qualche parola in italiano, ma d’altronde, non è importante saperlo. Il viaggio è piuttosto lungo, ma le parole sono tante e lui, a cui non ho chiesto il nome, non si stanca mai. Ne vuole imparare di nuove per poi ripeterle ai prossimi clienti.

– “Domani! Ragazzo! Aeroporto!”

Devo dire che ha una discreta pronuncia, il tassista Sikh. Arrivati all’aeroporto mi aiuta a scaricare lo zaino e poi mi ringrazia per avergli insegnato così tante parole nuove. Lo saluto porgendogli le venti rupie ed esclamando la formula di saluto che avevo da poco imparato, a lui tanto cara: “Sat Sri Akaal”. In un attimo, lo vedo piegarsi in un sorriso commosso: mi restituisce i soldi, prende le mie mani fra le sue e in italiano mi dice: “Grazie, niente rupie.”

Tutto il resto è la storia di una lacrima che scende dagli occhi e che ancora oggi, a distanza di anni, mi graffia dolcemente le pareti del cuore.


Curiosità settembre

UNA CANZONE DA RIASCOLTARE

Sul tema dell’umano errare vi proponiamo il riascolto di una vecchia ballata western. La cantava Lee Marvin nel film Paint Your Wagon (1969), uscito in Italia con il titolo La città senza nome, diretto da Joshua Logan, con Lee Marvin, Clint Eastwood e Jean Seberg

Si può ascoltare su youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=El9eCRisbDo

 

WANDRIN’ STAR

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

Wheels are made for rolling,
mules are made to pack
I’ve never seen a sight
that didn’t look better looking back

I was born under a wandrin’ star

Mud can make you prisoner
and the plains can bake you dry
Snow can burn your eyes,
but only people make you cry

Home is made for coming from,
for dreams of going to
Which with any luck
will never come true

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

Do I know where hell is?
Hell is in hello
Heaven is goodbye forever,
it’s time for me to go

I was born under a wandrin’ star
A wandrin’, wandrin’ star

Chorus:
Mud can make you prisoner
and the plains can bake you dry
Snow can burn your eyes,
but only people make you cry

Home is made for coming from,
for dreams of going to
Which with any luck
will never come true

I was born under a wandrin’ star
I was born under a wandrin’ star

When I get to heaven,
tie me to a tree
For I’ll begin to roam
and soon you’ll know where I will be

I was born under a wandrin’ star
A wandrin’, wandrin’ star

STELLA VAGABONDA (libera traduzione del testo)

Sono nato sotto una stella vagabonda.

Le ruote sono fatte per girare e i muli per essere caricati.

Non ho mai visto un posto che sia più bello di come te lo ricordi.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Il fango potrà imprigionarti e una strada sotto il sole asciugarti.

La neve potrà bruciarti gli occhi, ma solo la gente riuscirà a farti piangere.

La tua casa è il posto da cui partire e quello in cui sognare di ritornare.

Ma questo non ti succederà mai, anche se avrai tutte le fortune.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Sai dov’è l’inferno? L’inferno è in saluto veloce

(hell is in a hell-o è un gioco di parole che la traduzione non può rendere)

Il paradiso invece è in un “addio per sempre, è tempo che me ne vada”.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Vagabondo, sotto una stella vagabonda

E quando andrò in paradiso, se non volete che ricominci a vagare,

legatemi stretto alle radici di un albero. Così saprete subito dove trovarmi.

Sono nato sotto una stella vagabonda

Vagabondo, sotto una stella vagabonda

 


“Why the hell is she doing that to herself?”

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“Why the hell is she doing that to herself?”

A trip into a runner’s mind to answer to non-running-people’s ancestral doubt.

Testo e foto di Gaia Manelli

If you are one of these people that ask themselves “Why the hell is he doing that to himself?” when they see a runner running a street, you’re now in the right place. I’m here to answer to your question.

Let’s suppose it’s a sunny Sunday and you are sitting in your car. It’s September and a soft wind is blowing while you’re driving to a lake place. When suddenly, on the side of the road, a strange and mythological figure appears. Your babies are pointing at it with their fingers, your wife is staring at it with wide eyes and whispering in wonder: “Is that a…?”. So you think, yeah, there’s no doubt: it’s a runner. Then after the identification of the species, you’ll probably proceed by observing the phenomenon. It’s a female specimen, we can say a woman (because yes even runners, after all, are human beings). She is running and sweating so you think: “Man, her face is red like a ripe and mellow tomato!”.  At this point you are certainty going to ask yourself the famous answer non-running-people ask themselves when they see a runner: “Why the hell is she doing that to herself?”. If you’re from the suburbs of south-Milan, that cheerful, sweating girl you’re seeing it’s probably me. So I’m here, during my morning run, looking at you and trying to make you understand my reasons. Please be gentle, I’m on my eighth kilometre and my breath is laboured. Looking at my face you could think about a red orange or a juicy tomato. And that’s true. My brain is now receiving more and more blood and my face is reddening.

And here we arrive to the first point of a runner’s motivation: focusing. Sorry? What does focusing has to do with running? Let me explain. When you run your brain gets filled with a lot more blood than when you’re not in activity. And, if you allow me the metaphor, you realize that when you’re running your brain is like a box with a fixed size, so if you need to put in more blood it means you have to leave out some thoughts. We are now getting closer to what I like to call the runner’s equation: more blood = less thoughts. While you’re running something in your way of thinking changes. In some way you are forced to think about one thing at a time, maybe because your whole body is paying attention to put one foot in front of the other, and making sure that the whole organism supports the effort of the race without collapsing. So while your organism is basically only focusing on the activity of surviving, you have very little energy left to be devoted to the activity of thinking. One of the most important reasons we run is to improve our ability to mentally focus on a single thing. It may seem strange but trust me, that’s totally true. I really swear that when you’re runnig for like 50 minutes and you try to ask your body to use energy to think about something useless, you can see the middle finger of your mind lighting up in the darkness of your head under the neon sign: “Not now brò, really, not now”.

Oh well, here we are at the tenth kilometre.  Why am I smiling? I don’t really know but the answer I gave myself is just a word: endorphins. And that’s the second most important reason for which we run, the thing that someone is used to calling the Runner’s High. We are not drug addicts, at least not according to the literal meaning of the word. However there is a moment, that usually occurs during long distance runs, in which you start feeling this sense of joy that makes you feel invincible. Sometimes this heroic felling is destroyed after a few seconds by a small highway of mosquitos, that goes into the tunnel of your throat making you cough and get back in touch with your sense of reality. Most of the time the peak of endorphins simply falls and the sense of effort returns to be felt. Anyway, yes it’s a quite short feeling, but if the short duration was enough to make things not important, we should probably not even like things as coffee, chocolates or orgasms. But we all know how things are, so…

You’re going fast with your car, aren’t you? Please let me finish. Do you see that creature in front of me? That’s the best friend of a runner. That’s a dog, my dog. Another important thing for a runner is this one: running in company is nice, but running alone is magnificent. We live in a crowded society, in every place we go, we meet a lot of people and come by many different thing and situations, that means a lot of incitements, requests, questions. We don’t really know what silence is. By “silence” I don’t mean the total absence of sounds, but rather the dimension of listening to ourselves instead of something that stands outside. We are constantly subjected to the influence of something, from the advertising of the last brand of phones to our grandmother’s request to bring her slippers. Sometimes it is just relaxing to be alone with your body and your few but important thoughts. And so, yes, I run with my dog because it’s not a big talker, it definitely does not speak. Sometimes I ask it questions but, for now, he has never replied. So thing are currently ok, I think.

Here we are, fifteenth kilometer. We can now stop. Oh, you’ve gone. I know it was just a glance, but I really hope I managed to let you understand my points. Have a nice day with your family. I wish you the best, and maybe the next time you see a runner you’ll just smile to him not thinking how crazy he is, but rather how wise he is to take a moment to feel in peace and reconcile with himself and the world too.  And you probably also say “what a shape!” because we all know how things are…


Gli aggrottati di Calascibetta

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Gli aggrottati di Calascibetta

Viaggio al centro della Sicilia, tra i vicoli di un paese arroccato su un monte e nei siti archeologici che lo circondano.

di Patrizia Cicini e Gianluca Rosso

 

Tra le innumerevoli pieghe del suo patrimonio artistico-culturale, la Sicilia custodisce numerosi siti di aggrottati. Non ci riferiamo a luoghi frequentati da persone con particolari caratteristiche somatiche (se cercate nei vocabolari il termine è sempre accostato a “corrugare le ciglia” o a sinonimi come “accigliati”, “cupi” e “pensierosi”) ma a insediamenti rupestri databili alla preistoria, che nel tempo sono stati modificati e utilizzati come tombe, luoghi di culto, ricoveri per animali, luoghi di produzione, in molti casi inglobati da abitazioni, o divenuti l’abitazione stessa.

Localizzati in diverse zone dell’isola testimoniano la diffusione del trogloditismo (cioè l’uso di abitare caverne) in Sicilia. Sono luoghi storicamente interessanti e curiosamente affascinanti, anche se non rientrano quasi mai nelle proposte degli itinerari turistici classici.

Numerose sono le testimonianze di grotte un tempo abitate nella regione iblea (nella parte sud orientale dell’isola), e in particolar modo nel versante ragusano. Notevole è il sito archeologico di Cava d’Ispica, una valle stretta tra due pareti di roccia, solcata da un ruscello (chiamato Pernamazzone nel corso superiore e Busaitone nell’inferiore), che si snoda per circa 13 km lungo i territori comunali di Modica, di Ispica e di Rosolini, tra scenari naturali e di inequivocabili segni di presenza umana dall’Età del Bronzo fino all’Alto Medioevo e ai nostri giorni.

S’incontrano ovunque villaggi trogloditici o dimore rupestri isolate. È un catalogo di grotte artificiali davvero vasto e si passa dalle tombe a grotticella, alle costruzioni del periodo classico,  alle catacombe cristiane, agli oratori rupestri bizantini, alle dimore medioevali e moderne.

A Modica si possono ammirare grotte ancora ben visibili in uno dei versanti che scende a strapiombo sulla valle e immaginare come quasi tutte le costruzioni sul versante opposto fossero in origine grotte, solo successivamente ampliate e ristrutturate.

A Scicli (il paese dove sono state ambientate molte scene della serie sul commissario Montalbano), sui versanti del colle San Matteo che precipitano a valle, ritroviamo le grotte abitate disposte su più piani, che hanno dato luogo al quartiere più antico del paese, il Chiafura.

C’è poi la necropoli di Pantalica, sui monti Iblei, a strapiombo sulla valle dell’Anapo. Si trova vicino a Siracusa ed è una meta consigliabile per difendersi dalla calura estiva: dopo la visita alla necropoli si può scendere fino al fiume a rinfrescarsi. Una comoda pista ciclabile costeggia il letto del fiume e aree attrezzate consentono di fare comodamente uno spuntino.

In provincia di Agrigento c’è addirittura un paese di nome Grotte, a significare l’origine abitativa di quelle popolazioni.

Particolarmente interessanti sono inoltre i siti archeologici al centro dell’isola e per questo l’itinerario che vi proponiamo tocca la provincia di Enna. Di Sperlinga abbiamo già raccontato in un altro articolo, oggi ci soffermiamo sul territorio di Calascibetta.

La roccaforte sullo Xibet

Arroccata a 891 metri sulla sommità di un monte, proprio di fronte a quello ricoperto dalla città di Enna, Calascibetta è un grazioso paesino di circa 4.500 abitanti. Le sue case ocra si spalmano come una glassa sul rilievo calcareo una volta sovrastato da una roccaforte islamica (e in seguito anche da una normanna) come trincea per l’assedio di Enna. Agli arabi si deve l’origine del suo nome, Qal’at Scibet (castello eretto sul monte Scibet), e la denominazione dei suoi abitanti come xibetani, da Xibet, adattamento di periodo spagnolo.

Il territorio di Calascibetta è ricco di testimonianze che vanno dalla preistoria (si contano più di dieci siti archeologici, ma non tutti sono ancora accessibili) all’età greca, dall’epoca romana, bizantina e araba, a quella medievale, dal periodo normanno a quello catalano-aragonese.

Iniziamo il nostro tour da Piazza Umberto I, dove, sorge la chiesa dedicata a Maria Santissima del Carmelo, annessa un tempo al convento dei Carmelitani, i cui locali costituiscono oggi gli uffici del municipio, e la villa comunale, che in passato fu l’orto dei frati.

A Calascibetta, oltre ai carmelitani, erano presenti anche altri due ordini monastici, quello dei domenicani e quello dei francescani, la cui Chiesa di San Francesco annessa al convento, poco fuori città, merita una visita. La incontreremo lungo il nostro percorso, così come la magnifica Regia Cappella Palatina, altro gioiello xibetano.

Salendo verso la rocca, in Via Carcere, si può ammirare il primo sito di grotte, l’introduzione ideale al nostro itinerario archeologico.

Realizzate molto probabilmente in era preistorica, e adibite a lungo ad usi funerari, nel tempo, hanno subito rimaneggiamenti e trasformazioni divenendo abitazioni, luoghi di culto, ricoveri per animali, e in un non meglio precisato periodo, utilizzate come carceri (da cui deriva il nome dato alla strada). Osservate bene la struttura e cercate di tenerla a mente, perché più tardi la ritroveremo nel Villaggio bizantino.

Lasciata Via Carcere, costeggiamo muri di roccia viva che mostrano il sovrapporsi di varie ere geologiche, testimoniate dalla presenza di interi strati sedimentati di rocce e fossili, e giungiamo in Piazza Soccorso, dove sorge Palazzo Corvaja, residenza nobiliare del Barone Filippo Corvaja, illustre economista xibetano, e dove la vista spazia dalla dirimpettaia Enna al Monte Capodarso, dalla Rocca di Sutera a Rocca Busambra, da Monte Cammarata a Monte San Calogero, fino ad intravedere le imponenti Madonie.

Superata la Chiesa di Maria Santissima dell’Itria, una delle più antiche delle città, raggiungiamo Piazza Giuseppe D’Angelo, intitolata all’ex presidente della regione, nativo di Calascibetta. Il panorama che ci offre questa piccola piazza è davvero mozzafiato: da qui si guarda al versante opposto rispetto a Piazza Soccorso, e l’occhio si perde verso sterminati paesaggi, da nord-ovest a sud-est, dalle Madonie ai Nebrodi, dai tanti paesini arroccati al Lago Nicoletti, fino a sua maestà l’Etna. Ciò che a primo impatto colpisce, è tuttavia la sagoma del Monte Altesina, la cima più alta degli Erei, il Mons Aereus scelto dagli arabi, e poi dai successivi conquistatori normanni, quale centro geografico dell’isola e punto trigonometrico per la suddivisione geografica della Sicilia in tre valli (Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto), per un più efficace controllo dei propri domini e delle principali strade d’accesso alla zona centrale dell’isola.

Poco più in là, la Regia Cappella Palatina, Chiesa Madre della città, che gli aragonesi dedicarono a San Pietro e Santa Maria Maggiore.

La Regia Cappella Palatina

La maestosa chiesa fu ultimata nel 1340 e sorse, in una posizione dominante, sui ruderi di precedenti strutture: una chiesa paleocristiana, un fortilizio arabo e il Castello Marco.

La chiesa rappresenta una delle maggiori espressioni dell’arte catalana nella provincia di Enna, e la massima testimonianza dell’operato in città del Re Pietro II d’Aragona, che la elevò a Regia Cappella Palatina, la seconda del Regno di Sicilia, unitamente a quella di Palermo, titolo che detenne fino al 1929. La pianta è basilicale, a tre navate in stile catalano-aragonese, in cui la manifattura locale si è espressa soprattutto nelle splendide e misteriose basi delle colonne in pietra di cutu (dal francese couteau, coltello, una roccia arenaria compatta, utilizzata anche per affilare, appunto, i coltelli), decorate a bassorilievo con motivi allegorici e fantastici, e terminanti in archi a sesto acuto dai richiami gotici.

La navata sinistra ospita la cappella del fonte battesimale, di particolare pregio per il pavimento in maiolica di Caltagirone del XVII secolo e un fonte marmoreo, riccamente istoriato, di scuola gaginiana (i Gagini erano una famiglia di scultori di origini svizzere che tra il 1400 e il 1500 eseguirono capolavori di arte rinascimentale in alcune chiese siciliane). La stessa navata ospita un’altra importante opera, una tela di Ludovico Svirech (un pittore settecentesco, di origini sconosciute, forse anche lui svizzero), che raffigura una toccante Deposizione. Una seconda opera di scuola gaginiana si trova nella navata destra: si tratta di un imponente ciborio in marmo, realizzato nel 1556. Nella stessa navata, nella cappella dedicata a San Pietro Apostolo, è possibile ammirare la statua del santo patrono della città che regge una croce tripla e la lapide in alabastro gessoso del Barone Corvaja, illustre economista xibetano.

Alle pareti delle navate sono otto tele risalenti al ‘600 e al ‘700. Tre sono opere di Svirech, le restanti cinque furono dipinte dal pittore palermitano Francesco Sozzi, autore di altre tre tele che si trovano all’interno della sagrestia, la più importante delle quali è un olio su tela raffigurante Il Gran Conte Ruggero e la città di Calascibetta; della tela manca la parte sottostante, dove vi era la scritta Rogerius comes et templi fundator et urbis, cioè “Conte Ruggero fondatore del tempio e della città”, a testimonianza dello sviluppo urbanistico attuato dai Normanni sul precedente presidio arabo.

Lo sfondo absidale della navata centrale è occupato interamente da un dipinto del 1617 di Gianforti Lamanna raffigurante L’Assunzione di Maria. La cupola della navata è impreziosita da un’aquila a due teste in stucco che regge uno scudo crociato, simbolo del re di Gerusalemme, che ricorda la presa della stessa città durante le crociate. Putti e motivi floreali e allegorici, anch’essi in stucco, ornano il resto della cupola centrale e quelle delle due navate laterali.

Il castello e la torre normanna

Siamo nella parte più alta della città, qui sorgeva il Castello Marco e un’imponente cittadella militare, voluta dal Gran Conte Ruggero come base per conquistare l’araba Qasr Jani (Enna), espugnata dopo un assedio durato quasi trent’anni. La cittadella si estendeva dall’odierna torre della Chiesa di San Paolo, trasformata in seguito in torre campanaria, fino a quella che era una delle porte di accesso alla città, la Porta dei Longobardi, che si trovava poco sotto la Chiesa-fortezza di San Pietro e la sua Torre Normanna. Precedentemente, tutta l’area era occupata da un fortilizio arabo, costruito per l’assedio alla Enna bizantina. Il rimando al periodo arabo è ancora evidente negli stretti vicoli che caratterizzano questa zona, così come nel pozzo di accesso al qanat di Via Soprana.

Proseguendo verso la imponente Torre Normanna e la adiacente Chiesa di San Pietro, si godono ancora splendidi panorami, in particolare dal cortile Santa Lucia e dalla adiacente piazzetta dedicata alla stessa martire, la cui chiesa si trova poco più avanti.

La particolarità di questi due luoghi, è legata alla presenza di altissimi bastioni di roccia, che dalle pendici salgono fino a cingere la parte alta e più antica della città e che rappresentano il motivo per cui la zona più elevata di Calascibetta non ebbe bisogno della costruzione di mura che la difendessero dalle incursioni, essendo già fortificata dalla natura stessa.

 Il Convento dei Cappuccini

Scendendo per l’altro versante, verso la piazza da cui siamo partiti, incontriamo lungo i vicoli altre chiese e residenze nobiliari costruite con la caratteristica pietra di cutu, che mostrano ancora il blasone della famiglia che le abitava, scolpito sulle pareti esterne.

Un antico orologio solare e la Chiesa di San Domenico, oggi adibita al culto ortodosso e intitolata a San Giovanni Battista, ci introducono nuovamente alla piazza principale, che dal 1492 rappresentò il limite tra il borgo cristiano e il quartiere in cui vennero confinati gli ebrei di Calascibetta, una delle tante comunità presenti in Sicilia. Percorrendo la strada principale che attraversa quest’area (e che non a caso mantiene ancora oggi il nome di Via Giudea) si arriva al Convento dei Frati Minori Francescani, che sorge su quello che veniva chiamato Colle dei Greci, e che rappresentava il confine tra il quartiere giudaico e l’aperta campagna. Un’interessante testimonianza di quell’epoca è la presenza di un mikveh, la vasca utilizzata nel rituale religioso ebraico per il bagno purificatore.

La costruzione del convento risale al periodo successivo alla cacciata degli ebrei dalla Sicilia, esattamente al 1589, come testimonia una data incisa in uno dei gradini del portone d’ingresso. La chiesa adiacente, dedicata a San Francesco, è a un’unica navata, impreziosita da una Via Crucis lignea realizzata dalla Scuola d’Arte di Ortisei (Bergamo) e da un pulpito in legno di pregevole fattura che presenta inciso il simbolo dell’Ordine Francescano. A sinistra ci sono tre piccole cappelle. La prima è dedicata a San Pio da Pietrelcina, con una statua che lo raffigura con le braccia tese verso il fedele. La cappella centrale ospita una reliquia (una scapola) del Beato Fra’ Simone Napoli da Calascibetta, mentre la terza presenta due vetrate raffiguranti Santa Chiara d’Assisi e Santa Elisabetta d’Ungheria. L’altare della chiesa è impreziosito dall’imponente tela seicentesca del pittore fiorentino Filippo Paladini, L’Adorazione dei Magi. Nonostante la presenza della sua firma, sembra che il pittore volle rimarcare la paternità dell’opera dipingendosi di spalle, nell’angolo a sinistra del quadro.

Di grande interesse la pinacoteca del convento, ricavata in un antico e suggestivo corridoio dalle volte a crociera con archi a tutto sesto in pietra. Qui si incontrano notevoli opere, come un quadro del 1698 raffigurante l’Incoronazione della Vergine, l’unico firmato (Pietro Bellomo), una tela raffigurante l’Indulgenza plenaria ricevuta da San Francesco, quindi due versioni dello stesso soggetto, il Cristo alla colonna, attribuibili allo Zoppo di Gangi. Meritano una visita anche il chiostro del convento e la biblioteca, che contiene uno straordinario numero di volumi, tra i quali una pregevole Bibbia in ebraico stampata nel 1716 a Francoforte sul Meno.

L’archeologia nei dintorni

A tre chilometri dal centro abitato si sviluppa il sito archeologico di Realmese, La necropoli, che risale all’Età del Ferro, è stata realizzata sulle pareti scoscese di Cozzo San Giuseppe ed è stata utilizzata per un periodo storico piuttosto esteso, dal IX al VI secolo a.C., anche se il ritrovamento di materiale litico e frammenti ceramici databili a un periodo più antico, portano ad ipotizzare una frequentazione dell’area già nel neolitico.

Le sue quasi 290 tombe a grotticella, tutte a inumazione, sono nella gran parte dei casi a deposizione doppia o multipla, generalmente di piccole dimensioni e a pianta circolare, spesso del tipo cosiddetto a forno, a ricordare la forma di un forno per la panificazione, anche se non mancano esempi di forma più squadrata.I corredi funerari, ritrovati durante gli scavi condotti a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 dall’archeologo ligure Luigi Bernabò Brea, si trovano oggi presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, e il Museo Interdisciplinare di Palazzo Varisano, nella vicina Enna. Singolare è la denominazione data a questo luogo dagli xibetani, proprio a causa delle dimensioni ridotte di queste tombe: ruttï de’ saracìni, ovvero, grotte dei saraceni. Interpretazione errata, questa, dettata dalla particolare forma di queste piccole celle funerarie, che si credeva essere perfettamente funzionale alla deposizione di defunti dalla corporatura esile, quale si credeva fosse quella dei saraceni. In realtà, nel periodo preistorico e protostorico, in molti casi venivano costruite delle tombe che potessero ricordare quanto più possibile il grembo materno, al cui interno, il defunto veniva posto in posizione fetale, con l’idea di rappresentare il ritorno alla madre terra, e un successivo, ciclico rinascere.

Il luogo affascina e induce a meditare, forse per il silenzio che lo avvolge, per il profumo del timo che riempie l’aria e per i bianchi fiori di asfodelo che nelle giornate di primavera ondeggiano al vento. Se avete voglia di camminare, percorrendo un tratto della Regia Trazzera Calascibetta-Gangi, che attraversa la necropoli, dopo circa un’oretta, raggiungerete il Villaggio bizantino, nel Vallone Canalotto. L’alternativa è arrivarci in macchina.

Il sito è un esempio di unione armoniosa tra storia e natura, un posto in cui le rocce ci parlano, e narrano di uomini, mestieri, culti. L’area archeologica, infatti, è immersa in un bosco di eucalipti e pini, che scendendo verso la parte più bassa del vallone, lascia il posto alla flora tipica della zona, caratterizzata da querce, pioppi neri e bianchi, olivastri, pistacchi selvatici e piante aromatiche come timo e nepitella. La zona è ricca di sorgenti d’acqua, terreni fertili e roccia, che hanno sempre costituito elementi fondamentali per le popolazioni che vi abitavano.

L’insediamento, si affaccia sulla splendida Valle del Morello, dal nome del fiume omonimo e del lago artificiale creato dallo sbarramento dello stesso. Tutta l’area attorno alla valle fu densamente abitata in passato, e rappresenta un’interessante bacino archeologico, per la presenza di insediamenti databili dal neolitico al periodo alto-medievale. La prima frequentazione umana del sito risale al periodo preistorico, e la realizzazione delle grotte, anche in epoche remote, è stata possibile per le particolari caratteristiche della roccia. L’altopiano sul quale insiste il villaggio è costituito, infatti, da arenaria calcarenite, materiale resistente ma friabile e, quindi, facilmente scavabile.

L’insediamento, copre un periodo molto lungo, di quasi cinquemila anni. Nelle epoche più remote, a partire dalla Tarda Età del Rame, gli aggrottati sono stati utilizzati dalle comunità locali, principalmente per scopi funerari. Durante il periodo alto-medievale, le strutture rupestri sembrano cambiare destinazione d’uso e passare a una funzione abitativa. Sono presenti tombe a grotticella, a grappolo e a forno, di un periodo compreso tra la Tarda Età del Rame e l’Età del Ferro, a camera di epoca Greco-Arcaica, e tombe ad arcosolio, a forma e columbaria, del periodo Romano e Tardo-antico, che furono poi rielaborate e trasformate in ambienti a carattere civile e religioso. Indubbia è l’impronta cristiana che permea tutto l’insediamento, testimoniata da vari simboli incisi nella roccia, con la compresenza di croci trilobate e latine, che potrebbero attestare un utilizzo a fini religiosi di questo luogo per un periodo abbastanza lungo, che sembra protrarsi anche dopo la fine dell’epoca bizantina.

In seguito, infatti, il villaggio sembra aver vissuto una fase araba, testimoniata dalla presenza del qanat, sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia, per la regimazione e la raccolta dell’acqua, necessaria sia per gli usi umani che per scopi irrigui.

L‘insediamento rupestre, conta in totale una trentina di ambienti. L’agglomerato centrale è sulla cresta rocciosa del versante occidentale della Valle del Morello ed è costituito da un numero considerevole di ambienti utilizzati per scopi abitativi, religiosi e funerari; altri se ne trovano staccati dal nucleo principale, come il palmento per la produzione del vino, e l’oratorio rupestre. Molto interessanti sono i cosiddetti columbaria, cripte con nicchie per la deposizione di urne cinerarie, un tipo di sepoltura di epoca romana, diffuso soprattutto nelle zone ad alto sfruttamento agricolo. 

I loculi, generalmente a forma quadrata, semicircolare o rettangolare, sono disposti in file sovrapposte fino a sette livelli. Accanto agli ambienti rupestri di tipo religioso si trovano strutture legate alle attività produttive: sono i cosiddetti palmenti, recipienti per la produzione del vino. Si hanno poche notizie del periodo di storia successivo, ma sembra che, almeno fino ai primi decenni del ‘900, il nucleo rupestre principale fosse chiuso da un muro, ancora visibile in parte, per delimitare una grande masseria, con ambienti adibiti a stalle e ricoveri.

 Associazione HISN AL-GIRAN

L’area è aperta al pubblico (l’ingresso è gratuito e sono gradite le donazioni) ed è gestita dall’Associazione Culturale no profit Hisn al-Giran (www.villaggiobizantino.com – tel. 328 3748553 – Facebook Hisn Al Giran/Villaggio Bizantino Canalotto).

Hisn al-Giran, nasce a Calascibetta nel luglio 2011, dall’intento comune di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari, di promuovere e valorizzare il territorio xibetano, attraverso eventi culturali ed escursioni nei vari siti di interesse archeologico e naturalistico dell’area di Calascibetta.

Dal giugno 2012, l’associazione gestisce l’area del Villaggio bizantino di proprietà del Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, in regime di convenzione con lo stesso dipartimento, prendendosi cura, in forma volontaria, della manutenzione e pulizia di sentieri, viali tagliafuoco, aree sosta, punti di interesse, area parcheggio e servizi igienici.  Hisn al-Giran si occupa, inoltre, dell’accoglienza ai visitatori e dell’organizzazione di escursioni archeo-naturalistiche giornaliere, grazie alle guide dell’Aigae (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) presenti in associazione, e che possono essere effettuate in lingua italiana, inglese e francese (su prenotazione anche in lingua tedesca, russa e in Lis).

L’artista disturbatore

Camminando per i vicoli e le strade di Calascibetta, potreste imbattervi in cartelli stradali decisamente originali. Sono realizzati da un street artist locale, Massimiliano Germano. È un creativo che usa spesso i segnali stradali come telai per le sue opere e come veicolo per i suoi messaggi, spesso ironici e sferzanti (Facebook GER-MANO).  (foto 1)

Gli Sgrinfiati e il Piacentinu

Sono le specialità gastronomiche del territorio. I primi sono i dolci tipici di Calascibetta, dalla caratteristica forma romboidale, preparati tradizionalmente nel periodo natalizio. Definiti in pasticceria come semitorronati, sono fatti con mandorla tostata e tritata, farina 00, zucchero (o miele) e cannella, e sembra derivino il proprio nome dall’antica usanza, oggi meno frequente, di inciderne la superficie ancora morbida con una forchetta, prima di andare in forno.

Il Piacentino è un formaggio dal colore giallo-arancione, prodotto con latte di pecora intero, caratterizzato dall’aggiunta di zafferano e di grani di pepe nero. Non deve il suo nome alla città emiliana ma al suo sapore spiccato e leggermente piccante, un gusto che, non solo etimologicamente, “piace”.

 

 

 

 

 

 

 


Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.