redazione@dellumanoerrare.it
Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte II

Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte II

Da Padhar hospital allo Stok Kangri. Parte II

Un viaggio di salite e discese. Tre settimane in un piccolo ospedale nel cuore dell’India centrale, tra funzioni religiose, interventi in sala operatoria e trekking di allenamento. Poi la partenza verso l’Himalaya.

Testo e foto di Martina Beltrami

Le prime tre settimane in India le avremmo passate in un piccolo ospedale in Madhya Pradesh, vicino al paese di Betul. La provincia, letteralmente ‘regione centrale’, amichevolmente chiamata ‘cuore dell’India’ deve il suo nome, come si può facilmente supporre, dalla sua posizione nella cartina indiana. La sua economia si basa principalmente sull’agricoltura e i segni intorno a noi non mancano di dimostrarcelo.
Siamo a metà agosto, in piena stagione dei monsoni e la terra è verde e fertile. La pioggia cade incessante, anche se la definirei più sensazione di pioggia che pioggia in quanto tale, basta ad infradiciarti ma senza farti correre a riparare sotto un albero. Ombrelli in giro non se ne vedono e le donne si coprono con il saree. La strada principale è un nastro di asfalto a due corsie che collega le città vicine, su cui corrono a tutta velocità autobus, moto, motorini e tuktuk, ognuno munito di un clacson molto sonoro e un cartello dietro: ‘Horn Please’ (suonare per cortesia). È considerata buona norma infatti avvisare gli altri automobilisti. Su quali siano i pretesti per attaccarsi al clacson credo si potrebbe scrivere un’enciclopedia, tant’è che gli indiani suonano per qualsiasi cosa e trovarsi in strada è una sfida oltre che di sopravvivenza anche per il proprio udito.

A lato della strada principale si snodano dei sentieri che circondano e mettono in comunicazione le case; alcune una semplice stanza colorata da cui sbucano fuori i bambini correndo, altre invece con annessa stalla per gli animali, ognuna rigorosamente a lato del campo coltivato, in questo momento dell’anno sommerso dall’acqua. È in questo contesto che opera il nostro piccolo ospedale insieme ad una scuola per la formazione delle infermiere. Nacque come missione nel 1886 ad opera di un reverendo svedese della chiesa luterana evangelica e si sviluppò verso la nascita di un ospedale dal 1958 su spinta di pastori tedeschi e medici indiani.

Non essendo io particolarmente religiosa, era con un pizzico di scetticismo che mi presento la prima domenica alla messa. Invece di trovarmi in mezzo ad una funzione religiosa come mi aspetterei in Italia, sembra più di partecipare ad un rito della collettività, un momento giocoso; le infermiere hanno preparato dei canti, i medici organizzano dei quiz a risposta multipla in cui chi indovina il brano della Bibbia vince un premio a fine cerimonia.

La mia amica ed io, due secchioncelle decisamente competitive, pur senza aver idea di cosa cercare, riusciamo a finire sul palco, a partecipare allo ‘show’ e tornarcene a casa con due caramelle. È solo il giorno dopo che inizia la vera esperienza e iniziano le prime discese.

Veniamo divise per le tre settimane che ci aspettano in tre reparti differenti: medicina, chirurgia e pediatria.Io avrei iniziato dalla sala operatoria.

È difficile descriverlo, soprattutto per chi non frequenta gli ospedali.

A parte la terapia intensiva e la terapia intensiva neonatale che sono state rimesse a nuovo da donazioni della comunità luterana giapponese (di cui mai avrei sospettato l’esistenza), il resto dei reparti cade letteralmente a pezzi, i pazienti sono tutti ricoverati nello stesso stanzone dai soffitti enormi e senza nessuna sorta di privacy, un bagno per 30 letti. Al giro visite dei pazienti i medici controllano le ferite e si provvede alla medicazione.

Purtroppo, per quanto abbia incontrato dei veri professionisti e dei medici eccellenti, le condizioni igieniche di base sono davvero scarse ed è quasi deprimente vedere come la maggior parte degli interventi chirurgici, complicati ma brillantemente eseguiti, vada incontro a complicanze infettive, un po’ per mancanza di risorse, un po’ per inosservanza delle più semplici norme igieniche (lavarsi le mani, banalmente). Ho visto mettere i punti ad un paziente con un ago riutilizzato e sterilizzato e del filo da cotone. Mettere un catetere venoso centrale (un tubicino dentro un’importante vena del nostro corpo) con dei componenti del kit che non combaciavano tra loro perché costa meno comprarli separati e sperare che si accordino. Anche formare il personale infermieristico affinché riesca a star dietro ad un ospedale così sovraffollato e con così tante patologie diverse è un compito arduo e che abbisogna di fondi ed investimenti sostanziosi.

Allo stesso tempo non ho mai visto tanta passione per il proprio lavoro.

Due casi mi sono rimasti particolarmente impressi.

Il primo riguarda una paziente ventitreenne con una bambina di tre anni, che due anni prima era rimasta coinvolta in un incidente domestico da cui aveva riportato ustioni su 2/3 del corpo, in particolar modo il volto e le braccia. La famiglia a seguito dell’incidente aveva deciso di non farla operare e l’aveva tenuta in casa finché non riusciva più a mangiare e a muoversi. La passione e la cura che chirurghi e infermiere hanno messo nel cercare di migliorarle e poi di salvarle la vita è una delle cose che più mi ha toccato. Solo più tardi mi hanno raccontato che fin troppe donne indiane muoiono per veri o presunti incidenti domestici, a volte opera del marito che cerca la vedovanza per potersi risposare e avere diritto così ad una nuova dote. Per chi sopravvive, avere il volto deturpato equivale a un’alterazione mostruosa e non permette più di lavorare, sono donne che letteralmente scompaiono dietro l’uscio di una casa da cui non possono più uscire.

Un altro caso, fortunatamente andato a buon fine, è quello di un bambino che si era presentato molto stanco e pallido, con febbre. A queste latitudini, è fondamentale escludere per prima cosa le patologie infettive. Nei paesi come l’India, in cui Malaria e Dengue sono endemiche, soprattutto nella stagione delle piogge quando le zanzare la fanno da padrone, la ricerca si è prodigata per arrivare a dei test a soluzione rapida. Data la negatività a questi, le pediatre hanno sospettato un’infezione da Scrub Typhus, per la quale ci voleva una settimana per avere conferma. Il piccolo paziente di sei anni non migliorava e aveva bisogno di una trasfusione, una procedura abbastanza banale in Italia, in cui per fortuna tante persone donano spontaneamente il sangue (donate tutti!), ma molto più complessa in questa parte del mondo in cui si ha poco da donare ed il sangue è una fonte vitale di energia per persone che lavorano nei campi tutto il giorno. Il padre si era rifiutato di donarlo e la famiglia non aveva i soldi per pagare la trasfusione (unico trattamento abbastanza costoso, data la sua fondamentale importanza in sala operatoria) e tanto si sono impegnate le infermiere che sono riuscite a trovare un donatore per il ragazzo. Dopo neanche dodici ore era in piedi e riusciva a sorridere e parlare. Il giorno dopo giocava con gli altri bambini, inseguendo galline nel cortile dietro l’ospedale. L’ospedale ci prende tutto il giorno e solo verso le sei di sera riusciamo a tornare a casa dove ci aspetta la cena di Maduri, la nostra fantastica cuoca.

Visto il trekking fino ai 6.000 metri in programma a metà settembre, ogni giorno dobbiamo andare a correre almeno una mezz’ora, per non lasciarci andare. Arduo compito ma reso molto più divertente dal fatto di essere diventate la bizzarria del villaggio, due bianche a correre nel fango della pianura indiana sotto il monsone che mai si placa, sullo sfondo le case, i campi, le mandrie di mucche e i bambini che ormai ci conoscono e corrono con noi.

Col cuore gonfio il 9 settembre abbiamo fatti i bagagli e ci siamo dirette nuovamente verso Nagpur.

Sapevamo però che una vera meraviglia era in serbo per noi: il Ladakh, quella regione tra Kashmir, Tibet e Dharamsala in cui vivono i tibetani esuli dalle loro terre e svetta a poca distanza il K2.

La terra della nostra meta, della ‘nostra’ cima, lo Stok Kangri e quando, dopo altre 12 ore di viaggio per riuscire ad essere sul piccolo volo che da Delhi porta a Leh, lo abbiamo visto stagliarsi sopra quell’incredibile distesa di montagne imbiancate che è l’Himalaya, eravamo pronte a chiudere il primo capitolo del viaggio e prepararci al secondo.

Chiudi il menu