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Camminare, verso Santiago de Compostela

Camminare, verso Santiago de Compostela

Camminare

Verso Santiago de Compostela

Santiago, Finisterre o qualsiasi altra meta. Se concluso un cammino un altro avrà inizio, non conta la direzione ma sapere che per ritrovar se stessi anche oggi continuerò a camminare

Testo e foto di Lorenzo Canova

Camminare, perché lo facciamo? Da dove arriva l’istinto primordiale dell’uomo che lo spinge ancora a percorrere lunghe distanze nella maniera più naturale che esista? In un mondo dove per spostarci anche solo di poche centinaia di metri ci sembra normale utilizzare la nostra automobile, alcuni di noi si ritrovano a camminare centinaia di chilometri attraverso le campagne, per raggiungere una cattedrale, simbolo di una religione che, molto spesso, non gli appartiene neanche più. La realtà è che camminare è uno dei modi che l’uomo ha di ricercare sé stesso e le risposte alle domande che la vita ci pone. Camminare per ore, da solo o in mezzo ad altri pellegrini, con il tuo zaino e il tuo bastone come appendici del tuo essere, ti trasporta in una dimensione diversa da quella che conosciamo. Per questi e mille altri motivi, per me, questo cammino è solo l’inizio.

Oggi so che continuerò a camminare.

Così scrivevo sul mio diario, mentre stavo seduto, appoggiato allo zaino, a fissare l’imponente cattedrale di Santiago de Compostela che si stagliava contro il cielo. Quando si arriva alla meta di un lungo cammino, dopo che la tua mente si è abituata al tuo camminare, si paventano essenzialmente due pensieri: il primo è la sensazione di vittoria, il sentimento di gioia per aver compiuto un atto che per te, passo dopo passo, aveva assunto un’importanza particolare. Il secondo pensiero potrebbe essere riassunto in due parole: “e adesso?”. Sembrerebbe naturale, o quasi una necessità psicologica, andare avanti, continuare a camminare e trasformare il traguardo in tappa, ma poi ci si ricorda che i piedi fanno male, che tra qualche giorno riiniziano i corsi in università e soprattutto che in ogni cammino, ad un certo punto, giunge il momento di fermarsi.

Erling Kagge, filosofo e giornalista norvegese, ci racconta, in un suo libro, come il camminare sia diventato oggi un gesto sovversivo, un’azione che in qualche modo ti definisce come persona. Questa frase racchiude il significato nascosto dietro alla mia decisione di intraprendere questo viaggio. Il trovare sé stessi, la propria definizione o, forse addirittura, ritrovarsi dopo essersi persi è ciò che volevo cercare camminando per le campagne galiziane.

Spesso, sarò onesto, mi ritrovo ad essere orgoglioso dei viaggi che intraprendo. Riesco sempre a trovare posti più remoti e meno conosciuti, a interagire con la faccia più originale delle culture con le quali entro a contatto e a tornare a casa sentendomi sempre un po’ diverso. Questa volta però l’ideatore del viaggio non sono io, ma una mia amica, Giulia, che una sera di fine maggio, senza preavviso e molto direttamente, mi chiese “perché non vieni a fare il Cammino di Santiago con me?”. Due mesi dopo eravamo a Sarria, a 112,444 km da Santiago de Compostela. Scesi dal treno ci siamo guardati e abbiamo iniziato a camminare.

Il cammino del pellegrino è la perfetta metafora della nostra vita. Spesso ti puoi ritrovare a camminare in mezzo a tante persone, altre volte percorri lunghi tratti in solitudine; ci sono momenti in cui ti senti stanco, ti fanno male i piedi e lo zaino pesa come un macigno sulla tua schiena, ma ci sono anche volte in cui senti un’energia strana, che non capisci bene da dove possa arrivare, che ti permettere di percorrere il trentesimo chilometro della giornata su una strada in salita sotto il sole cocente.

Come nella vita, io e Giulia camminavamo a passi diversi, lei più veloce e decisa, con passo ritmato, mentre io ero più lento, dinoccolato e dal passo distratto. Non eravamo costantemente assieme, poteva capitare che camminassimo a venti o trenta metri di distanza, ma nei momenti importanti del cammino eravamo sempre assieme. Camminare tanto con un’altra persona ti spinge ad aprirti su molte cose, specialmente se ti trovi in un periodo particolare della tua vita com’era per noi due. Spesso si può parlare per ore, ma alcuni lunghi silenzi possono essere più esplicativi di tante parole. Poiché non si cammina mai di fretta, perché essenzialmente non c’è un altro posto dove dovresti essere in quel momento, i discorsi possono interrompersi in qualsiasi momento e possono essere ripresi ore dopo, come se fosse passato solo qualche secondo.

Ovviamente non eravamo i soli a percorrere il cammino. Dopo le prime due o tre tappe, man mano che ci avvicinavamo a Santiago, il numero di pellegrini cresceva a vista d’occhio. Se all’inizio era più frequente incontrare viaggiatori singoli o in coppia, i cui compagni erano solo lo zaino e il bastone, nelle ultime tappe iniziavamo a incrociare gruppi di turisti che camminavano senza lo zaino, che invece viaggiava allegramente trasportato da un pulmino verso la loro prossima tappa. Questo perché il Cammino francese, il principale tra tutti i percorsi di pellegrinaggio che portano a Santiago, sembra diventare più e più oggetto del turismo organizzato di massa. Parlando con alcuni pellegrini che hanno avuto la possibilità e il tempo di percorrere il cammino partendo dalla Francia, mi hanno tutti detto che le tappe più belle, più originali e che più ti immergono nello spirito di quest’esperienza sono proprio le prime, forse anche perché meno battute dai turisti. Ovviamente in tanti mi hanno anche consigliato, per ritrovare un’esperienza ancora più intensa, di provare a percorrere il Cammino del Norte, che passa dalla costa nord della Spagna, o il Cammino Portoghese, che parte da Lisbona e percorre tutta la costa portoghese.

La mattina in cui siamo arrivati a Santiago è difficile da dimenticare. I nostri corpi e le nostre menti erano talmente abituati a camminare che non ci sembrava normale che il giorno dopo non ci saremmo svegliati presto e non ci saremmo messi in marcia. Quando, dopo aver attraversato metà città, siamo arrivati nella piazza davanti alla cattedrale siamo rimasti a lungo a fissarla in silenzio. Anche se la piazza era affollata di persone, per un po’ è stato come se ci fossimo solo noi, come se non ci fossero rumori se non quelli dei nostri pensieri. Poi ci siamo abbracciati e, confusi, siamo tornati nel mondo reale. Era una strana sensazione, come fossimo orfani di uno scopo, di una meta.

Il giorno seguente già ne avevamo trovata una nuova, ovvero raggiungere la fine del mondo: Finisterre, il km zero. Prendendo un autobus eravamo arrivati in questo paesino della costa galiziana, dal quale, camminando, abbiamo raggiunto, in pochi chilometri, il faro di Finisterre e la sua scogliera. Lì, secondo gli antichi, iniziava il lembo di mare che portava alla fine del mondo, da lì l’oceano si interrompeva e l’acqua iniziava la sua infinita caduta nell’oblio.

Lì ritroviamo il cartello con la conchiglia simbolo del pellegrino, che segna il km zero, la conclusione del cammino, la fine del nostro viaggio. Gli antichi però non sapevano che in realtà, oltre Finisterre, c’è un intero oceano ed oltre a quell’oceano un intero mondo, con un’infinità di nuove direzioni da prendere. Noi questo lo sappiamo e, soprattutto, sappiamo che questo km zero rappresenta la fine di questo cammino e l’inizio di uno nuovo. Perché come ho scritto sul mio diario mentre ammiravo la cattedrale di Santiago, oggi so che continuerò a camminare.

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