Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

Mal d’Africa – Terza Parte. Baobab

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Mal d’Africa Terza Parte-Baobab

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa…

Testo e foto di Lorenzo Canova

È un nuovo giorno a Chipata e il sole inizia ad alzarsi timido dietro le colline vicino alla città. Ormai è una settimana che sono in Africa, ma sembra molto più tempo. Faccio colazione in veranda e ascolto, come ogni mattina, i suoni che arrivano dal giardino. Oggi è sabato e, come gli zambiani, neanche noi lavoriamo.

I nostri ospiti, Enrico e Simonetta, ci propongono di andare a passare una giornata a casa loro nella campagna africana, una casa che hanno costruito negli anni con le loro mani, per poi partire il giorno seguente alla volta del South Luangwa National Park, il più noto santuario di fauna selvatica dello Zambia e principale attrazione turistica del paese.

Una volta riempito lo zainetto di quel che ci serve per i due giorni seguenti, saliamo sul pick-up e partiamo, percorrendo la strada che corre verso nord e lasciando Chipata alle nostre spalle. Scopriamo subito che quello che Enrico definiva “qualche chilometro fuori città” è in realtà un’oretta di guida sulla strada principale più un buon quarto d’ora su un sentiero sterrato. La casa è molto bella, incredibilmente grande se si pensa che l’hanno costruita loro e, soprattutto, è assolutamente isolata, nel mezzo della savana. Dietro la casa si estendono campi aridi a perdita d’occhio e vicino al capanno degli attrezzi c’è un piccolo orto che sfida la siccità circostante e fa crescere rigogliosa la verdura che i nostri amici coltivano.

Entrando, la casa è estremamente accogliente e al suo interno troviamo un fresco che ci ripara dall’afa del primo pomeriggio. Passiamo la serata in conviviale compagnia e i nostri ospiti ci raccontano dei primi anni in cui hanno vissuto in Zambia e di quanto il paese sia cambiato nel corso di quest’ultimo ventennio. Ci raccontano di quando in questa regione non esistevano neanche le poche strade asfaltate che esistono adesso, di quando i periodi delle piogge distruggevano tutti i sentieri e le comunità potevano rimanere isolate per mesi.

Sono così rapito dai loro racconti che solo quando il sole cala completamente e la casa si fa buia mi rendo conto che non ci sono lampade accese, ma solo candele.

“Ma non avete la corrente elettrica qui?” chiedo un po’ stupito.

“La luce elettrica in teoria c’è, ma è da una settimana che è saltata la corrente!” mi rispondono con naturalezza.

Così apprendo che, soprattutto nella stagione delle piogge, non è raro che la corrente rimanga staccata anche per una settimana. Il giorno seguente ci alziamo all’alba e partiamo in direzione South Luangwa National Park. La strada che percorriamo alterna giungla a savana e ci offre degli scorci incredibili che sarei rimasto a fotografare per ore.

Lungo il percorso ci fermiamo a visitare una comunità che è famosa per la fabbricazione artigianale di Citenge, un telo tipico dell’Africa del sud che le donne del luogo usano come gonna, legandola semplicemente in vita, o che utilizzano per trasportare il figlio neonato sulla schiena. Assistiamo con interesse al procedimento artigianale della tessitura e della tintura con coloranti naturali delle stoffe. Mentre osservo alcune Citenge, sento delle urla sguaiate provenire alle mie spalle, mi giro e trovo tre scimmiette che saltano e urlano indicandomi. Sembra quasi che stiano ridendo. Mi avvicino per fare qualche foto e loro, agili, saltano su un ramo e salgono tra gli alberi, dove non posso vederle, continuando a ridere. Ripartiamo dunque verso la nostra meta e finalmente giungiamo all’ingresso del parco, zona protetta, dove è severamente vietato cacciare qualsiasi tipo di animale.

Ci dirigiamo verso il camping dove avremmo pernottato quella notte e veniamo accolti dal responsabile che inizia a spiegarci alcune cose riguardo la sicurezza del parco. Avremmo dormito in grandi tende all’interno delle quali erano state sistemate delle brandine, ma la cosa che mi colpisce è che ci viene detto che di notte, per andare in bagno, bisogna chiamare ed aspettare uno dei guardiani, che ci avrebbe poi accompagnato dalla tenda alla toilette e ritorno.

“Scusi perché dobbiamo essere accompagnati da un guardiano per andare in bagno?” chiedo ovviamente confuso.

“Beh nel caso incontraste un ippopotamo ad esempio…”.

Ovviamente rimango zitto e un po’ interdetto. In effetti, mi rendo conto che il camping è all’interno del parco, ma non ha assolutamente alcuna barriera che separi gli ospiti dagli animali, probabilmente perché qualsiasi barriera sarebbe inutile. Per tranquillizzarmi, mia zia mi racconta di quella volta che un elefante era entrato nel resort e aveva ribaltato il tavolo su cui era organizzato il buffet.

Lo stupore ed il timore, però, sono solo emozioni di passaggio e vengono subito rimpiazzati dall’intensa curiosità di vedere quegli animali e quella vegetazioni che fino a quel momento ho sempre solo visto sulle pagine dei miei National Geographic. Dopo aver lasciato i bagagli nelle nostre tende, ci ritroviamo alla reception dove ci aspetta John, la nostra guida del luogo che ci avrebbe mostrato i meandri più nascosti del parco.

Abbiamo la fortuna di vedere tutti gli animali che abitano il parco, dal leone ai coccodrilli, dagli elefanti agli ippopotami, alle zebre e agli gnu.

È incredibile vedere questi animali in libertà, ormai abituati alla presenza dell’uomo che, in questo luogo, ricopre solo il ruolo dell’osservatore e dell’ospite. John ci racconta delle abitudini di tutti gli abitanti del parco e di come interagiscono tra di loro. Mentre guida, mi accorgo di una brutta cicatrice sulla sua mando destra e, curioso, gli chiedo come se la fosse procurata. Lui mi guarda sorridendo e mi racconta che quando era piccolo viveva in un villaggio ai confini del parco. Un pomeriggio giocava sul letto fangoso di un ruscello in secca con suo fratello e suo cugino, quando dal nulla, mimetizzato nel fango, spunta un piccolo coccodrillo, che azzanna la gamba di suo cugino. John e suo fratello allora iniziano a colpirlo con sassi e bastoni, tentando anche di allentare la presa delle sue fauci sulla gamba del cugino. Il coccodrillo lascia la presa e attacca gli altri due, sfiorando con i denti la mano di John, che rimane ferita. I tre riescono poi a scappare al villaggio, dove lui e il cugino vengono caricati su un carro e portati al campo medico più vicino.

Ancora oggi mi chiedo se quella fosse una storia inventata o vera, ma a me piace pensare che sia effettivamente andata così.

Lungo il nostro percorso, ci fermiamo poco lontano da un enorme Baobab, uno degli alberi più grandi che si possano trovare in Africa. La scena a cui assisto mi fa finalmente comprendere perché questo albero sia considerato, nelle culture locali, simbolo di vita. Sulle fronde più alte vediamo delle scimmie che saltano e giocano, mentre colgono e mangiano i frutti maturi dell’albero. Di questi frutti ce ne sono così tanti che molti di quelli che le scimmie colgono vengono lasciati cadere a terra, nella confusione generale. Sotto di loro passeggia calma una famiglia di elefanti e attorno si vedono alcuni facoceri e gazzelle. Tutti stanno mangiando i frutti dell’albero che cadono dalle mani delle scimmie. L’armonia di questo quadro mi lascia un senso di perfezione, il Baobab è la chiave di volta di un arco perfettamente scolpito che sostiene un intero ecosistema, il Baobab è vita. Mentre il sole scende rapido sulla la savana, ci addentriamo in una piccola radura che si rivela concludersi con una rupe che contiene il fiume che attraversa il parco. Il corso d’acqua, con anni e anni di erosione, ha scavato un piccolo canyon che taglia a metà la pianura. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina, rimanendo abbagliati dallo spettacolo che ci offre il tramonto sulla savana.

Quella notte mi sveglio, ovviamente, per andare in bagno. I rumori della giungla sono molto più intensi di quelli che si sentivano a Chipata, più volte mi pare addirittura che qualche strano animale sia esattamente fuori dalla tenda, ma forse sono solo sogni. Attendo il guardiano per farmi accompagnare e, non vedendolo arrivare, provo anche a chiamarlo, un po’ sottovoce. Niente, nessuno si fa vivo e io continuo a dover andare in bagno, mi faccio coraggio e attraverso il campo, con la sola luce della mia torcia, fino ad arrivare a destinazione. Una volta pronto per tornare indietro, sul punto di aprire la porta della toilette, sento un verso sordo venire da fuori ed io rimango paralizzato.

Aspetto ancora qualche minuto e poi, nel silenzio, mi faccio coraggio ed esco. Cammino veloce fino alla mia tenda e mi rimetto a dormire, sollevato o forse deluso di non aver incontrato l’animale.

La mattina seguente, quando mi alzo, noto degli strani segni sul terreno: sono impronte di un Ippopotamo che, a quanto mi dice il guardiano, sembra aver passato lì parte della notte.