Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

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Benares: dialettica delle emozioni – Seconda parte

Una passeggiata tra i Ghat e il fango della Ganga, un percorso in compagnia delle due popolazioni di Benares: uomini e animali; perché l’Italia è l’Italia, però l’India… 

Testo e foto di Davide Carretta

Il sole è ormai alto nel cielo e dalla piccola finestra socchiusa della stanza in cui mi trovo lo sento penetrare, caldo e invadente. Ottobre sta finendo, ma a questa latitudine l’afa è ancora forte e costante, a tutte le ore del giorno. Oltre all’aspetto naturale c’è però il contributo dell’uomo: l’inquinamento che il capitalismo indiano, che ancora non ha raggiunto la sua fase ecologista ed ecosostenibile, ha prodotto in questi decenni è enorme: lo si vede guardando il cielo e la cappa che lo sbiadisce e ne offusca i colori.

Sono quasi le nove del mattino quando apro gli occhi e mi alzo, pronto a gettarmi per le strade della città. L’ostello si trova nell’estremo sud, nella zona dell’Assi Ghat. I Ghat, quelle grandi scalinate che dalla città scendono, più o meno ripide e più o meno ampie a seconda dei punti, verso il fiume. Sono presenti lungo tutta la costa e in questo periodo dell’anno sono quasi interamente ricoperti di fango, perché la Ganga, che attraversa la città scorrendo da Sud a Nord, ha appena terminato la fase di piena e si è lasciata alle spalle uno strato di fango, qui ancora umido, là già secco, che i cittadini impiegheranno settimane per rimuovere interamente. Per ricacciarlo nel fiume, usano pompe ad acqua – probabilmente vecchie quanto la dominazione inglese – tanto enormi e rumorose quanto inefficaci. Si sa però, loro non hanno fretta e prima o poi ce la faranno, anche questa volta

La via che porta verso l’Assi Ghat è affollata di turisti, cittadini, Sadhu e animali. Mi fermo in un piccolo chiosco (sicuramente esisterà un nome più appropriato per indicare quelle minuscole attività all’aperto che servono da mangiare e affollano le strade della città) dove prendo un chai, la celebre varietà di tè che da queste parti viene infusa e bevuta assieme al latte. Pago cinque rupie, quasi niente, e mi viene porto un piccolo bicchierino di terracotta. Il fatto mi stupisce inizialmente, ma resto ancor più sbalordito nel vedere che tutti, ragazzini e adulti, una volta terminato di bere, buttano per terra il bicchiere in terracotta. Ad alta voce mi domando come mai.

– È terracotta, non inquina. La restituiamo alla natura.

E noi, penso, continuiamo con la plastica: la comoda, igienica, duttile, efficace, schifosa plastica. È arrivata anche in India, ma incontrando una popolazione che non butta, ma restituisce alla terra ciò che avanza, si è trasformata ben presto in concime per vacche e tori che, essendo abituati a trovare per terra il cibo, ingeriscono anche questo comodo, igienico, duttile, efficace, schifoso derivato del petrolio.

Mentre rifletto, assaporo il Chai, appoggiando piano le labbra sulla terracotta e godendo del contatto. Resto seduto dunque, le labbra in estasi, a guardare la via.

Due turisti, o forse sarebbe più rispettoso chiamarli viaggiatori, camminano dal fiume verso l’interno del quartiere. Lui porta un paio di pantaloni corti, infradito e una di quelle camicie colorate a righe, molto leggere e portate un po’ più larghe del solito. Lei indossa una canottiera bianca e un paio di pantaloni di seta leggera e colorata, probabilmente acquistati dove lui ha comprato la camicia. Non arrivo a sentirli parlare, ma sembrano nord-europei.

Nel senso opposto due ragazzi indiani camminano alla svelta, mentre parlano e ridono. Nonostante il caldo, che in questa parte dell’India si accompagna spesso a un alto tasso di umidità, entrambi indossano pesanti jeans lunghi dal chiaro richiamo occidentale e un paio di scarpe da ginnastica, anch’esse di una qualche marca americana molto conosciuta. Sopra, la Kurta, la tipica camicia indiana che scende fino alle cosce, con due spaccature nel tessuto ai lati. Poco più indietro, cammina quello che, a quanto ho capito, è chiamato Sadhu: si tratterebbe di un “saggio”, di un uomo che ha rinunciato alla vita in società in favore dell’ascesi e dell’abbandono, per liberarsi dalle illusioni e concludere il ciclo delle reincarnazioni, innalzandosi fino al divino. Mi scopro a cercare gli occhi giusti per guardarli, le parole giuste per descriverli, le mani giuste per immaginare di toccarli. Ma non c’è occhio che non sia invadente, non c’è parola che non sia pedestre e non c’è mano che non sia volgare.

Insomma, sono quelli uomini che portano la barba lunga e si vestono di bianco o di arancione, a seconda della setta cui appartengono. Il loro sguardo è di un’intensità quasi insopportabile e difficile da sostenere per più di alcuni secondi. La calma con cui si muovono mi ammalia. Mi ammalia perché non è la calma che conosciamo: non è serenità, non tranquillità. È bensì la calma spirituale: essi sono sulla terra soltanto perché ci appoggiano i piedi, ma in realtà esistono altrove, vivono in una dimensione lontana, irraggiungibile ai più. Molti li fotografano, dando poi loro qualche moneta, forse nel vano tentativo di espiare un senso di colpa?

C’è poi una seconda popolazione che abita la città e questa è composta dagli animali. Cani randagi, tori e vacche principalmente. Le vacche, si dice, non appartengono a nessuno: sono di Varanasi, della città. Sono tantissime: in ogni via, anche nel vicolo più stretto e solitario, ce n’è una. Sono, a dispetto di quel che si potrebbe pensare, mansuete come per noi è difficile immaginare. A volte stanno ferme immobili o camminano lentamente. Altre volte si accomodano al centro della via, fungendo da spartitraffico, oppure si fermano a mangiare quegli avanzi che trovano per terra. È qui che a volte, ormai, capita che mangino della plastica.

Sono abituate a vivere in città, a stare a contatto con il caos e con le persone; la presenza degli esseri umani non fa loro nessun effetto. Se sfiorate, restano com’erano. Del popolo indiano, infine, devono aver ereditato la capacità di stare ore e ore senza apparentemente fare niente.

Quando poi sentono che per loro è giunto il momento, si avviano verso la Ganga, dove per una vita si sono immerse a rinfrescarsi e riposare, per l’ultima immersione. E lì si lasciano andare, trascinate dalla lieve corrente.

Sono parte della città, e Varanasi non sarebbe la stessa senza di loro. Penso questo, mentre mi alzo per andare a buttare il bicchiere di terracotta, dopo aver finito il Chai. Poi mi ricordo e lascio cadere la terracotta per terra, vicino alle altre. Lì da dove è venuta, la aiuto a tornare.

 

Come sir, come in to see our shop!

È la voce di un ragazzo, che mi ha visto, ha subito capito che sono un turista, ha poi notato che non ero diretto da nessuna parte e ne ha quindi approfittato.

Welcome, sir! Where are you from?

Alla mia risposta, reagisce più o meno come aveva reagito il mio amico Ashish. L’Italia ha quel suo fascino misterioso a spiegarsi. Il solo nome, in giro per il mondo, la precede. Pochi ne hanno un’idea precisa, molti indiani mi dicono di non sapere nemmeno dove sia precisamente. Però è l’Italia, sembrano dire tutti. Dev’essere semplicemente il fascino di ciò che è sconosciuto, visto che per molti italiani l’India provoca un effetto molto simile. Però è l’India.

C’è una verità? È quello che mi domando, togliendomi le infradito prima di entrare nel negozio.