Benares – Dialettica delle emozioni. Prima parte

Benares – Dialettica delle emozioni. Prima parte

Tags : 

Benares: dialettica delle emozioni – Prima Parte

Le contraddizioni: Terzani e Hesse hanno manifestato le loro impressioni; ed io, giovane milanese piccolo borghese, che cosa saprò esprimere?

 

Testi e foto di davide Carretta

Sulla città di Benares, sulle sue tradizioni, sulle sue annose, assurde e affascinanti contraddizioni, si sono già spesi in molti, compresi Tiziano Terzani e Herman Hesse, con parole pesate a tradurre i loro pensieri, le loro impressioni, le loro avventure. Avventure certamente più indelebili e degne di essere raccontate di tutte quelle che un giovane sospeso tra una noiosa esistenza piccolo borghese e un anelito all’anacoretismo come all’unica via per la salvezza, potrà mai vivere in una vita intera.

Nonostante questo, i rampolli della moderna società occidentale, anche oggi continuano a voler uscire dal loro guscio rassicurante per spostarsi verso Est: verso quella parte di mondo che da Marco Polo e Alessandro Magno ha sempre esercitato un fascino incredibile, perlomeno su una parte della popolazione. Ecco perché il 26 Ottobre di qualche anno fa, alle 4:17 del mattino, uno di quei giovani quasi borghesi e quasi eremiti si trovava al terzo piano di un vagone letto del treno che da Ghorakpur andava a Benares.

 

L’arrivo

La sera prima, una volta coricato nel letto più alto dei tre presenti, non avevo messo la sveglia. Quando arriverà, me ne accorgerò sentendone i rumori e mi sveglierò. Ho il sonno parecchio leggero. Qualche ora dopo una strana forma di energia mi sveglia. Dovremmo arrivare a minuti, infatti, con tutta calma, comincio a prepararmi.

Un attimo dopo, alzando lo sguardo verso il finestrino mi accorgo che il treno è fermo. Fuori è buio, non ho idea di dove siamo. Chiedo.

– Siamo a Benares, ma il treno ripartirà fra poco, continua verso Calcutta.

Una scoperta del genere mi strappa definitivamente dal torpore in cui mi trovo, capisco che devo vestirmi, prendere tutto e scendere dal treno e ho pochissimo tempo per farlo.

Una volta giù, nel guardare il treno ripartire, provo una lieve sensazione di dispiacere nel considerare che forse, scendendo dal treno, ho perso un’opportunità. Un’opportunità di continuare nel viaggio senza conoscere la direzione. Calcutta non era la destinazione di quel treno, ma così in quel momento mi era sembrato di capire dall’uomo che mi aveva rivolto la parola.

La stazione di Benares, anche all’alba è piena di persone. Giovani studenti e non, adulti lavoratori e non, vecchi, bambini. C’è confusione, non agitazione. Pochi sembrano, ai miei occhi, avere qualcosa da fare, la maggioranza di loro è sdraiata, in attesa. Alcuni sulle poche panchine disponibili, molti, uomini e donne, per terra. I bambini a volte sono nudi e camminano avanti e indietro. Non so cosa aspettano, ma so che qui, e non solo in questa città, passano le giornate ad aspettare. Non conoscono la noia, per questo li ammiro, perché sono in grado di rimanere nella stessa posizione, senza muoversi o fiatare, per intere ore. Le posizioni che noto sono due: sdraiati, con un braccio piegato sotto la testa a fare da cuscino, oppure accucciati, le piante dei piedi ben salde a terra e braccia appoggiate sulle ginocchia. Li ammiro anche perché in quelle posizioni non saprei resistere cinque minuti.

Qualche giorno dopo avrei scoperto che nelle stazioni non tutti aspettano un treno: per molti di loro, che non hanno una casa, la stazione è il luogo in cui vivere.

Esco dalla stazione, ancora nessuna traccia di luce. Mi dirigo nella zona dei tuk tuk, i taxi a tre ruote, tipici di quei luoghi; tutti i tassisti mi sorridono, facendomi cenno di salire. Un po’ a caso, ne scelgo uno. Forse scelgo il tassista con la faccia più simpatica.

Welcome to Varanasi, where are you from?

L’accento indiano è, come al solito, caldo, squillante e inconfondibile. Noto però che gli abitanti chiamano la loro città “Varanasi”, preferiscono evitare Benares, il nome dato dagli Inglesi, che non riuscivano a pronunciare Varanasi. – Si chiama Varanasi perché la città è costruita tra due piccoli fiumi, la Varuna che scorre a Nord e l’Assi, a Sud. Varuna e Assi, Varanasi! Oppure, se preferisci, la città al tempo dei Veda aveva anche un altro nome: Kashi.

Nel frattempo il tassista ha raggiungo la zona centrale della città, vicino al fiume Gange. Lì però lo chiamano Ganga, la considerano una femmina. È arrivato in centro, ma non ha idea di dove si trovi l’ostello dove vorrei andare. Naturalmente, prova a dissimulare sicurezza e totale controllo della situazione, non fermandosi e continuando a girare, più o meno a cerchio. Quando me ne accorgo – e ci metto un po’ visto che fuori è ancora buio e i fari sono quasi assenti – capisce che tanto può anche fermarsi e chiedere informazioni. Da quel momento si susseguono alcuni individui che si prodigano subito per dargli e darmi una mano. All’inizio, tutti sembrano sapere dov’è il Blox Hostel, ma poi ognuno di loro si rivela inutile.

È dopo un po’ che arriva un ragazzo che dice di conoscerlo e per fortuna lo conosce veramente. Lo conosce perché ci lavora, mica per altro.

Scendo dal tuk tuk, pago e mi avvio, guidato dal ragazzo che sa dove andare. Porta dei sandali con il velcro, più grandi rispetto ai suoi piedi, ha diciotto anni e si chiama Ashish. Porta un tatuaggio sull’avambraccio destro che riporta, nell’alfabeto che conosco, il suo nome.

Mi chiede da dove vengo e quando glielo dico il suo sguardo cambia. Non capisco se provi felicità, tristezza, orgoglio o vergogna; da un lato sembra avere un’idea di dove si trovi e cosa sia l’Italia, ma dall’altro lato sembra averne un’immagine decisamente vaga e sfumata. In ogni caso, si limita a farfugliare un Very nice place un po’ impacciato. Continua a camminare ed io lo seguo. Quando cammina, tra le vie della sua città, è sicuro e, questa volta sì, orgoglioso. Orgoglioso di una città in cui lui è nato e che conosce fin negli angoli più segreti e nascosti. Orgoglioso di una città che io, come molti altri, ho deciso di visitare, arrivando dall’altra parte del mondo e potendoci restare un paio di settimane. Cosa si può imparare di una città intera in due settimane? Ho vissuto per ventiquattro anni a Milano eppure mi sembra di non conoscerla ancora.

Finalmente arriviamo davanti all’ostello, Ashish mi precede e mi accompagna nella stanza. Non c’è un oste, le porte sono tutte aperte e i pochi ospiti stanno ancora dormendo. Ringrazio Ashish e mi stendo sul letto, pronto a recuperare il sonno che ho perso in treno.

– Good night, sir.

Mi saluta con rispetto, quasi con deferenza e di questo un po’ mi vergogno, perché mi attribuisce un importanza che non ho e non voglio e si attribuisce una subalternità che non merita. Perché anche se ti conosco da pochi minuti, Ashish, mi ricorderò di te.

Vado a dormire dunque, in un letto piuttosto scomodo e in una città che non conosco, ma che già mi ha fatto un regalo. Sono appena passate le 6:00, fuori il cielo comincia a schiarire e gli abitanti sono già per le strade: vanno verso la Ganga, per le abluzioni e per la prima preghiera della giornata.