Mal d’Africa – Prima parte. La mia prima volta

Mal d’Africa – Prima parte. La mia prima volta

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Mal d’Africa – Prima Parte

L’arrivo in Zambia e le nuove sensazioni. Prima i colori e il caldo, poi la luce, i suoni, gli odori e le persone

Testi e foto di Lorenzo Canova

La prima cosa che noti dell’Africa, prima ancora di atterrare, è il suo colore. Quello che vedi, mentre sorvoli le sue grandi pianure, è il colore rosso di una terra bruciata dal sole e chiazze di verde “bush” disseminate per la savana come stelle nel cielo. L’Africa la senti appena scendi la scaletta dell’aereo, ti dà subito il suo benvenuto.
Il caldo che provi, appena esci dalla viziata aria condizionata dell’aeroplano, è una sensazione del tutto nuova per un europeo: è un caldo avvolgente e a tratti asfissiante, in pochi secondi hai il viso e le braccia bagnate, anche se fino a un momento prima eri perfettamente asciutto. In realtà ci vuole poco ad abituarsi, in pochi minuti ci si rende conto di essere in un altro mondo: la luce, gli odori e i suoni sono quanto di più lontano possa esserci dalla nostra quotidianità europea. Atterro in Malawi, a Lilongwe per raggiungere poi Chipata, la capitale dell’omonimo distretto dello Zambia. Perché non volare a Lusaku, capitale dello Zambia, per poi andare a Chipata da lì? Beh, se dal Malawi ci mettiamo solo due ore e mezza in macchina, da Lusaku sarebbero ben otto ore su una strada Africana, il che, imparerò in breve tempo, significa circa dieci ore di viaggio. Lo Zambia, d’altronde, nonostante abbia una popolazione che è circa un sesto di quella italiana, è grande quasi tre volte il nostro paese. Sono venuto in Zambia come volontario per supportare un reportage sui risultati di un progetto, promosso da una ONG che da tempo lavora in Africa e America Latina, finalizzato alla costruzione di scuole ed altre infrastrutture.

È la mia prima volta in Africa.

Enrico ci sta aspettando oltre i controlli dell’aeroporto, è il referente a Chipata della ONG, il nostro uomo sul campo. Lui e sua moglie Simonetta vivono in Zambia da vent’anni, vi erano arrivati come volontari da ragazzi per restarci solo un mese… non sono più tornati.
Ora hanno tre figli, nati e cresciuti in Africa. Mentre viaggiamo sulla strada che collega il Malawi allo Zambia, Enrico ci racconta qualcosa sulla vita in Africa e su come le comunità dello Zambia stiano affrontando una sempre più invadente globalizzazione senza avere i mezzi per non esserne sopraffatti. La macchina percorre lentamente la distanza che divide Lilongwe da Chipata ed io guardo il paesaggio che scorre dal finestrino.

Il paesaggio e la gente. L’attesa e il senso del domani

Tutto ciò che vedo è inondato da una luce intensa, che illumina il rosso della terra e che si riflette sulla pelle madida di sudore dei passanti. Il paesaggio è incredibilmente affascinante e romantico (nel senso letterario del termine) e tra le fronde della giungla e i secchi arbusti della savana, che si alternano a ritmo musicale, rimani quasi ipnotizzato; ma c’è un altro elemento che cattura ancora di più la mia curiosità: le persone. Gli africani o, nel mio caso, gli zambiani vivono una vita estremamente diversa dalla nostra europea. Questo forse perché le concezioni di vita stessa e di tempo sono radicalmente diverse dalle nostre.

“Cosa fanno tutte queste persone ferme ai lati della strada?” chiedo ad Enrico.

“beh… Aspettano” mi risponde sorridendo.

“Aspettano che cosa?”

Lui non risponde, ma sorride… sa che lo capirò solo conoscendo, vedendo e parlando con le persone del posto.

Entriamo in Chipata, mentre la attraversiamo scopro che come città ha solo il nome, dove c’è una sola strada asfaltata e l’essere senza corrente elettrica per giorni rientra nella normalità; troviamo, però, ben due grandi supermercati, uno di fronte all’altro. Immaginatevi il mio stupore nello scoprire che uno dei due è un Despar. Quando arriviamo alla casa dei volontari, incontriamo mr. Manda, uno dei collaboratori zambiani dell’associazione.

Enrico e Manda iniziano a parlare in cinyanja, una lingua delle tribù bantu, parlata dalla maggior parte della popolazione dell’Africa meridionale. Ovviamente non capisco una parola, è un linguaggio estremamente lontano dal nostro, composto principalmente da vocali lunghe ed aperte. Nel discorso però sento che entrambi ripetono un paio di volte la parola inglese “tomorrow” e ovviamente mi domando perché. Scarichiamo i bagagli.

Ci sediamo tutti in veranda. Il sole è calato e il caldo del giorno lascia spazio ad una leggera e piacevole brezza, d’altronde, anche se non sembra, siamo a mille metri sul livello del mare. Dopo aver parlato della prima scuola rurale che avremmo visitato il giorno seguente, alcuni miei compagni di viaggio portano delle birre ghiacciate e iniziamo a chiacchierare delle nostre primissime impressioni africane.

“Enrico, perché prima con Manda vi ho sentito dire domani in inglese?” chiedo curioso.

“Ehm.. Beh, perché in cinyanja non c’è una parola che voglia dire domani, o meglio… c’è, ma vuole dire sia domani che ieri.

Ed è da questa scoperta che inizio a capire come il tempo per gli africani sia un concetto completamente diverso dal nostro. Per noi il tempo è un’idea a sé stante, esiste in quanto parametro della fisica e procede anche indipendentemente dall’uomo. In Africa, invece, il tempo esiste in quanto legittimato dalle azioni dell’uomo, o, come dice Kapuscinski in Ebano: “il tempo si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o addirittura non la intraprendiamo, esso sparisce”. Per questo l’africano passo molto del suo tempo ad aspettare.

Il giorno seguente, mi sveglio per il calore che filtra dalle persiane e che mi ricorda di essere in Africa. Gli altri stanno ancora dormendo e quindi, dopo essermi preparato un caffè (santa moka italiana), mi siedo in veranda, in silenzio, ascoltando i rumori della natura. Siamo in una città, ma sembra di essere nel bel mezzo della giungla, immaginate quindi come mi sentirò, fra breve, quando dormirò per davvero nel bel mezzo della foresta. Per tutte queste emozioni, questi suoni, queste differenze sulla visione della vita, per tutti i misticismi culturali, per la bellezza della savana e per la purezza dell’anima dei suoi abitanti, ho finalmente capito, una volta tornato in Europa, cosa vuol dire soffrire di Mal d’Africa.