Fra il cuore e gli ottomila

Fra il cuore e gli ottomila

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Fra il cuore e gli ottomila

Ricordi di un’escursione sull’Annapurna

(Pokhara, Nepal – Ottobre)

Testi e foto di Davide Carretta

20 Ottobre: Pokhara, 955 m

 Si chiama Om e di mestiere fa la guida. Vive a Pokhara, dove ha una moglie e due bambini e tra settembre e novembre accompagna turisti da ogni parte del mondo sui tanti sentieri che ricoprono il Massiccio dell’Annapurna.

Annapurna in Sanscrito significa “Dea dell’abbondanza”: si trova al centro dell’immensa e lunghissima catena dell’Himalaya e vanta al suo interno diverse cime oltre i settemila metri, tra cui l’Annapurna I (8091m), la decima più alta al mondo.

Al di sotto di esse, un infinito dedalo di sentieri e villaggi in cui centinaia di famiglie nepalesi o tibetane  trascorrono la loro esistenza, vivendo dell’ospitalità che offrono ai turisti e dei numerosi piccoli oggetti di artigianato locale che giovani e anziani realizzano e rivendono, sempre ai turisti.

– Ci sarà da pagare una tassa all’inizio del sentiero e dovrai mostrare questo documento.

È l’oste del piccolo albergo dove abito da qualche giorno; si chiama Damodar e parla un ottimo inglese, infatti quando sbaglio sorride e mi corregge. Il suo albergo si trova a poche centinaia di metri dal lago di Pokhara, su cui la città omonima si affaccia. Il primo giorno, nel darmi il benvenuto, mi aveva subito spiegato che tra ottobre e novembre, durante le giornate di cielo limpido, il lago mostra il riflesso delle cime più alte dell’Annapurna, che svettano alle spalle della città. A riprova di quel che diceva, mi aveva mostrato alcune immagini il cui riflesso delle montagne era nitido al centro del lago. Nonostante questo però, e nonostante fosse da poco passata la metà di Ottobre, non ero ancora riuscito a vederlo.

Comunque, trascorso qualche giorno, avevo deciso di prenotare un’escursione, facendomi accompagnare da una guida. Una guida molto esperta, mi aveva detto Damodar, anche se ormai, dopo le sue dichiarazioni sullo splendido riflesso delle cime, non sapevo quanto fidarmi.

– Ci sarà da pagare una tassa perché il governo nepalese non contribuisce alla conservazione del massiccio dell’Annapurna; tutto ciò che è organizzato e realizzato al suo interno è finanziato dai turisti: la costruzione dei villaggi, il mantenimento dei sentieri e la realizzazione di nuovi percorsi e strutture.

Infilo il documento nello zaino e, aspettando la guida che avrebbe dovuto arrivare di lì a poco, do un ultimo sguardo alla stretta porzione di lago che da dove mi trovo si può scorgere. Dei riflessi ancora nessuna traccia, non mi resta che voltare lo sguardo e vedere le cime per come sono: immense e impassibili, un velo di nuvole del mattino le oscura un po’.

– Mi chiamo Om.

Come il mantra, penso, rendendomi conto immediatamente di quanto poco io sappia sui mantra e quanti altri turisti prima di me avranno pensato la stessa cosa.

È giovane; la sua stretta di mano non è forte ma sicura. Indossa una tuta sintetica, una camicia a maniche corte e un paio di scarpe da ginnastica leggere. Un abbigliamento quantomeno curioso per una guida che si prepara a un’escursione. Ad ogni modo, la guida è lui, sa sicuramente quello che fa. Sull’automobile che ci porta alla base si trovano quindi un autista in camicia bianca che parla molto, una guida dalla dubbia affidabilità e un turista che per l’occasione ha portato il meglio che l’Occidente consumistico abbia prodotto in fatto di abbigliamento da trekking, seduto sul sedile posteriore.

21 Ottobre: Ghorepani, 2874 m

– È qui che, anticamente, i commercianti si fermavano a far riposare i propri cavalli e dare loro da bere.

Om ci tiene a raccontarmi tutte le storie che conosce e che appartengono alla sua tradizione. Questo villaggio era l’unico luogo della zona dove si trovava acqua; Ghore in nepalese vuol dire cavallo e Pani vuol dire acqua.

Il villaggio si compone di qualche decina di case, per la maggior parte adibite a rifugio per i turisti, e di un centinaio di abitanti, che passano quasi totalità dell’anno. Chiedo se i bambini che abitano qui vanno a scuola. – Ogni tanto, ma la scuola più vicina è troppo lontana da qui, non possono.

Fuori dalla Guest house dove ci siamo sistemati li vedo giocare. Sono appollaiati su un tavolo in legno e fanno le gare con una macchinina; una macchinina in tre, che si passano a turno. Un po’ litigano, un po’ si divertono.

Quando mi avvicino alzano subito lo sguardo e cominciano a farmi domande e a lanciarmi la loro macchinina, così che anch’io possa partecipare; rispondo in italiano alle loro domande in nepalese, ma ci capiamo lo stesso. Riusciamo anche a organizzare, insieme a qualche altro giovane turista, una partita di calcio. Quattro, loro, contro tre, noi; non ricordo il risultato, ma ho ancora in mente la gioia negli sguardi. Non solo in quelli dei bambini, ma anche in quelli degli altri due turisti che con me hanno giocato e, in fondo, anche nei miei.

22 Ottobre: Poonhill, 3193 m

Sono le 4:30 del mattino e Om sta versando del tè in due tazze di metallo; tè caldo, prima di uscire e cominciare a camminare, per un’ora circa, verso Poonhill, che costituisce il punto di arrivo dell’escursione, prima di tornare indietro. Poonhill è la meta classica per gli escursionisti che vogliono ammirare le cime dell’Annapurna durante l’alba. Ecco perché intorno alle cinque del mattino ci incamminiamo su un sentiero che alterna terreno battuto e scalini in pietra. C’è silenzio, si sente solo il rumore dei passi sulla terra. Un passo dopo l’altro, per un’ora. Finché non si arriva di fronte ad un grande arco in pietra: è l’ingresso. Da quel momento, ci si sparge occupando tutto lo spazio a disposizione e cercando il punto migliore da cui ammirare le cime, in attesa che il sole dia il via a tutti i fotografi, amatori e dilettanti, saliti per immortalare il momento.

– Quella è la cima Dhaulagiri, la settima più alta del mondo e quella è l’Annapurna Sud.

È Om, che mi aiuta a trovare il punto migliore.

– Quello là invece è il Macchapucchre: la montagna è sacra, nessuno mai la scalerà. Macchapucchre in nepalese significa “Coda di pesce”, per via della sua forma.

Una cima che toglie il fiato. Non è la più alta, non è nemmeno fra le più alte, ma la sua forma è unica, unica tra quelle cime imponenti; fanno capolino sopra alla linea che il sole traccia e sopra alle prime nuvole del mattino. E per oggi non c’è pensiero che non si arrenda, non c’è angoscia che non svanisca, non c’è cuore che non taccia.