Dove andiamo? Andiamo.

Dove andiamo? Andiamo.

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Dove andiamo? Andiamo.

Cronaca breve di un viaggio senza meta tra Pavese e Piacentino

Testi e foto di Gaia Manelli

Vedi cara è difficile capire, è difficile spiegare se non hai capito già” mi ammonisce Guccini dalle vecchie casse del mio Suzuki Jimny che non sono più in grado di rendere giustizia alla sua voce. Un atlante stradale del Nord-Italia accarezza il cruscotto della macchina. È metà agosto, fa caldo a Milano e il cielo è sereno. Seguiamo le indicazioni per Pavia, niente autostrade solo statali, vogliamo goderci il percorso. “Vita si uti scias longa est”. Diceva Seneca che la vita, se sai usarla, è lunga. Io penso che si possa dire anche “Via si uti scias longa est”; e che il percorso più complesso, a volte, sappia essere il più piacevole. Il primo luogo in cui ci fermiamo è un comune che conta circa centotrenta abitanti, appoggiato sulle colline in provincia di Pavia. “Calvignano” sussurrano delle lettere blu abbracciate a quella che pare una facciata rifatta da poco.
Lasciamo la macchina davanti al palazzo del Comune. Quattro passi più in là un marciapiede si allunga parallelamente all’orizzonte. I colli gareggiano ammassandosi l’uno sull’altro per farsi ammirare dai nostri occhi. “Io sono il più bello”, “Guarda me”, “Ci sono anche io”. Le loro voci si innalzano e dal terreno sfumano lievi verso l’alto, sempre più ovattate e silenziose, nelle nuvole che crepano l’azzurro del cielo.
Un casolare immobile se ne sta appollaiato, silenzioso, sull’angolo sinistro di quel sorriso che fanno le labbra della terra quando si uniscono a formare una collina. Tutto profuma di immobilità. Si nasconde eppure c’è, il movimento frenetico di chi lavora i campi, pulisce i pavimenti, prepara il pranzo. Ogni cosa odora di eterno. Quelle colline sono lì da sempre, almeno da quando la Natura pettinandosi i capelli ha deciso di acconciare, secondo quella disposizione, le onde brune che adesso ci stanno davanti. I colli sono tinteggiati da appezzamenti terrieri, le diverse coltivazioni mutano il colore dell’insieme che pare una vecchia tovaglia rattoppata più volte e accomodata sopra il mucchio dei piatti usati la sera prima.

È tutto magnifico.

Alle nostre spalle, dall’altra parte della strada che attraversa il piccolo paese, ancora colline. Uno specchio rotondo avverte gli automobilisti nelle reciproche direzioni, nello specchio ancora colline. Mi viene in mente quel proverbio giapponese che dice che “anche lo specchio migliore non riflette l’altro lato delle cose”. Cosa significa? Non lo so, ci ripenserò stasera. Ora lascio tacere l’anima di fronte al Creato. Una casa si affaccia sulla via principale, le finestre sono aperte e mi invitano a sbirciare con l’udito. Qualcuno ascolta una canzone che adoro, ne assaporo le parole che si innalzano nell’aria, me le gusto come si fa con il profumo di sugo che esce da certe case di città all’ora di pranzo. Torniamo in macchina.

“Dove andiamo?”!

“Andiamo e basta”

Andiamo. La strada si allunga, striscia in mezzo ai prati, alle salite, alle discese. Musica, parole, silenzio. Tutto scorre.

“Luna!”

“Sì, è l’una”

“No, Luna, nel cielo”. 

Anche se è pieno giorno.

Gli sguardi verso l’alto. Io mi stupisco: i prati e le case continuano la loro vita come niente fosse, abituati a questa bellezza di campagna per me tanto inusuale. Questa luna nel cielo pavese è la stessa che restava zitta davanti alle domande dell’uomo in Canto d’un pastore errante dell’Asia. La stessa luna che guardava Leopardi. La stessa luna che ha visto ogni uomo.

“Chissà quante persone hanno guardato la Luna” sospiro.

“Pensa quante ne ha viste lei”.

Procediamo svoltando a caso, a sensazione, oppure seguendo un filo logico, come ci va. A volte ci fermiamo a guardare ciò che ci colpisce, senza parlare, senza pensare al tempo, come si dovrebbe fare sempre con le cose belle della vita.
“Castello di Zavattarello”.

Sembra che ci prenda in giro, il cartello. Poco da descrivere. Saliamo sulla balconata in pietra del piccolo castello. Il panorama è fatto di case, colline (ancora? Sì), strade e persone che ci si muovono dentro come piccole formiche affaccendate. I miei occhi fanno entrare un cavaliere nel giardino principale, scende da cavallo, leva la testiera e la lascia in mano al suo scudiero.
Penso che quando torneremo alla macchina metterò la canzone numero cinque del cd. Il custode ci chiede di uscire. Il re va in pausa pranzo? Riapriranno alle 15. Il ponte levatoio nella mia mente si chiude. Torniamo alla macchina.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia; proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto” ci racconta Guccini mentre ci mettiamo sulla via per andare a mangiare. Ordiniamo troppe cose. È tutto buonissimo ma non riusciamo a svuotare i piatti. Sulla via di ritorno ci fermiamo in un paesino. Nel bar della piazza principale servono palline di gelato al limone immerse in un bicchiere di gazzosa.

Alcuni bambini giocano sopra una Vespa spenta. Penso a quante cose abbia significato per me quel mezzo di trasporto, penso a quante volte un oggetto sia veicolo di emozioni potentissime grazie al suo potere evocativo. Penso a quante parole sappiano dirci certi oggetti, pur restando muti e immobili.

I ragazzini si urlano addosso mentre noi ci allontaniamo. Mi pare di essere dentro la scena finale di quelle commedie italiane di inizio anni 2000, girate al sud, in cui erano ingaggiati bambini di strada per recitare la parte di se stessi. Penso alle parole che qualcuno mi ha detto tempo fa, che “i bambini sono naturalmente portati per la recitazione perché non conoscono ancora la differenza tra realtà e finzione”.

Prima di tornare a casa ci fermiamo a Grazzano Visconti, un borgo in provincia di Piacenza. L’antichità delle mura si fonde alla modernità dei diversi negozi di oggettistica medievale che vi sono incastonati dentro.

Qualche bar. Molte persone.

Sorridiamo sereni. Saliamo in macchina, sulla via del ritorno di un breve viaggio senza pretese. Due anime che si sono mosse per il mondo, per il puro gusto di farlo.       Come Lucia ne’ I Promessi Sposi cerco il sugo della mia storia, in mezzo alla mozzarella della pizza che sto divorando. È complesso rendersi conto di quanto le cose semplici siano stupende. È difficile, al giorno d’oggi, concedere a se stessi il lusso di lasciarsi trasportare dalla vita, dalla strada, dalle sensazioni senza volerle governare. In una società che ci richiede di produrre costantemente, che ci chiede di correre, che ci dichiara costantemente in ritardo, è di una bellezza quasi assurda concedersi, per un giorno, di procedere un po’ a caso nell’esistenza.

Mangio l’ultimo triangolo di pizza, di avanzi sul tavolo sta sera non ne rimangono.
Appoggio il tovagliolo alla destra del piatto e intanto penso a quanto sia stupendo impiegare le proprie energie per il puro piacere di vedere un bel panorama, stare in compagnia, ascoltare un amico o farsi ascoltare. Le cose semplici sono preziose. Parcheggio la macchina.                           Immagino Kafka sussurrarmi all’orecchio mentre infilo la chiave nella toppa della porta. “Non aspiro a dominarmi. Dominarsi significa voler intervenire in un punto casuale delle infinite irradiazioni della mia esistenza spirituale. Ma se devo tracciare attorno a me tali cerchi, allora lo faccio meglio se non agisco e semplicemente contemplo ammirato“. Sono a casa. Stanchissima.     Mi infilo il pigiama, mi lavo i denti e la faccia. Mi guardo. Il mio volto è stanco, distrutto, due mezzelune scure mi rigano la curva sotto gli occhi. Sono sfiancata,   ho guidato per ore, camminato per ore. Il mio aspetto è pessimo, i miei capelli arruffati e disordinati, ma sono felice. Sono felicissima. Poso lo spazzolino e alzo gli occhi. Guardo il mio riflesso e le mie occhiaie. Sorrido e, prima di spegnere la luce, penso che “anche lo specchio migliore non riflette l’altro lato delle cose”.