Storia di una strada sbagliata

Storia di una strada sbagliata

Storia di una strada sbagliata

Il verbo errare ha un doppio significato e un senso comune: perdere e abbandonare la retta via. A volte può essere piacevole e istruttivo

Testi di Gaia Manelli

Immagine di Mario Demuro

Ho impostato il navigatore sull’indirizzo di casa e sono partita. Il termometro, dal suo appartamento sul cruscotto, mi sussurrava con affanno che lì dove stava lui c’erano 32 gradi. Era qualche giorno che l’aria condizionata non funzionava, così tra la linea dritta di sudore sulla fronte e quella tratteggiata in mezzo alla strada, mi apprestavo a far ritorno. Era un bel pomeriggio estivo, colorato e caldo. I miei pensieri erano costantemente interrotti dalle indicazioni gentili di una donnina che immaginavo incastrata nel cofano dell’auto in mezzo ad una decina di carte stradali, raggomitolata come quelle contorsioniste di origini cinesi che si vedono al circo. Girare a destra. Ho girato. Le vetrate degli uffici rilucevano ai raggi del sole, come scaglie argentate di lunghe code di sirene. Immaginavo di trovarmi in un piccolo sottomarino alla scoperta di una parte inesplorata della mia città: un’Atlantide in superficie che si apprestava ad essere visitata. Milano é una grande città. Milan l’é semper un gran Milan. Un po’ in tutti i sensi. Tra quattrocento metri alla rotonda prendere la terza uscita. Era domenica pomeriggio e mi stupiva il fatto che ci fossero poche auto in giro. Pochi pesci mi nuotavano attorno. Una Corvette solcava le onde sul cavalcavia che si trovava sopra la mia testa. Sorridevo mentre pensavo alle coincidenze. Non tutti sanno che il nome Corvette fu scelto per caso. Quando la General Motors, nei primi anni ’50 del secolo scorso, cercava il degno epiteto per una delle prime auto sportive americane, diede una sola indicazione allo staff: doveva iniziare con la lettera C. Così il nome di un’auto destinata a fare la storia del mercato automobilistico del nuovo millennio, nacque esattamente come il nome dei miei cani: dalla pagina di un dizionario aperto a caso. La Chevrolet Corvette navigava ancora sopra il mio sottomarino, quando mi ricordai che il nome Corvette fu approvato in virtù del suo significato. Corvetta era il nome di una scattante nave da guerra della Marina britannica, usata per inseguire le navi più grandi.

Proseguire verso nord. Nord? Il mio senso dell’orientamento, cui avevo sempre dato scarsa fiducia, mi insinuava qualche dubbio a riguardo: di solito per tornare a casa il mio riferimento è il sud. Nel momento esatto in cui mi trovavo a ragionare riguardo a nord e sud, mi ricordai che di punti cardinali e coordinate non ci avevo mai capito nulla. Decisi di fidarmi ancora una volta della signorina gentile, che in quel momento immaginavo con una gamba attorcigliata sul collo a sistemarsi i capelli dietro l’orecchio con un dito del piede. Le insegne sui tetti dei palazzi erano nuove, non le avevo mai viste. D’un tratto un volto noto: Esselunga. Uno striscione giallo occupava l’intero panorama del mio cruscotto. Un cartello con la scritta Milano sulla mia destra si presentava sbarrato. Iniziavo a capire che forse qualcosa non andava, che forse stavo sbagliando strada. Era già capitato che il navigatore dell’auto facesse cilecca. Una volta andai a Bologna con un gruppo di amici e ci fece passare per Asti. Noi ovviamente non ci accorgemmo che, persi nei nostri racconti e nei nostri sogni, ci stavamo perdendo davvero. Sbagliammo strada clamorosamente. Il padre di qualcuno chiamò e restò stizzito quando il figlio gli disse che dovevamo essere quasi arrivati a Bologna, perché stavamo passando per Asti in quel momento. Io e la signorina avevamo avuto degli evidenti problemi di incomprensione perché, giunti in una stradina sterrata nel mezzo di una collina dell’astigiano, ci comunicò con voce serafica che eravamo arrivati. Arrivati in via Bologna. Fu uno dei viaggi più belli della mia vita. Poche volte i miei occhi si persero in una vista tanto pacifica e colorata. L’esserci ritrovati per caso in un luogo così spettacolare, presi dalle nostre paure, dalle nostre storie, dal vivere la vita cantando, ridendo e raccontando insieme, ci ha uniti indissolubilmente.

La mia mente vagava leggera, immersa nei ricordi di quelle colline, mentre le mie mani stavano salde sul volante. Pesavo al fatto che gli errori siano parte integrante e costitutiva della vita e che spesso non ci rendiamo conto di quanto questi si rivelino essere dei doni preziosi. Riflettevo su quanto sbagliare possa essere edificante. Immaginavo Goethe seduto su una sedia color porpora dire che gli errori dell’uomo lo fanno particolarmente amabile. E intanto non mi rendevo conto che l’amabile signorina contorsionista stava di nuovo indirizzando la mia rotta nel porto sbagliato. Girare a sinistra. Ho girato.

Adesso riguardo con ironia a quel pomeriggio, in cui passai tre ore in macchina, solo perché sul navigatore invece di Milano avevo impostato Mailano. Sorrido mentre penso a quanto sia vero il detto che non c’è uomo che non erri, né cavallo che non sferri; che l’unico modo per non sbagliare mai sia di restare sempre immobili. Ma l’immobilità ha sull’uomo, lo stesso effetto che ha sulla Terra. Quale catastrofe sarebbe se essa restasse ferma, senza girare, anche solo per un giorno. L’uomo ha bisogno di movimento per sopravvivere, ma deve accettare il fatto che l’errore sia parte integrante del suo errare. E’ forse in questo che l’essere umano e la Terra sono diversi: lei è l’unica che mentre erra non rischia di sbagliare. Ma la Terra fa la stessa cosa da miliardi di anni, mentre l’uomo evolve grazie ai suoi errori.

Alla fine da quella strada sbagliata mi salvarono l’istinto e una frase detta un giorno con leggerezza. A un’ora di distanza da casa mia, consapevole che il viaggio di ritorno sarebbe dovuto essere di venti minuti, capì che qualcosa nella strada del navigatore non stava funzionando. Decisi di smettere di seguirne le indicazioni e cavarmela da sola. Iniziai a cercare i volti di palazzi conosciuti, di cartelli rimasti impressi nella mia memoria e ricordai la famosa e distratta frase dell’insegnante di scuola guida, che mi disse che se mi fossi persa a Milano, per tornare nel nostro paese avrei dovuto seguire i cartelli per Linate.

Riuscì a tornare a casa dalla mia Odissea cittadina. Me la presi un po’ con me stessa per il fatto d’aver sbagliato strada per l’ennesima volta. Una valanga di errori mi ricaddero addosso, perché l’essere umano è così: non appena compie un errore se la prende con se stesso per tutti quelli che ha commesso nel corso della sua vita. Mi vennero però in mente, e questo mi aiutò molto, le parole del francese Joubert che diceva che ci sono spiriti che vanno verso l’errore attraverso tutte le verità, ma che ce n’è di più fortunati che vanno verso le grandi verità attraverso tutti gli errori.

Ora ripenso a quante volte le persone ci insegnino lezioni fondamentali, come ha fatto il mio insegnante di scuola guida, con frasi che sul momento ci paiono banali, ma che invece ci restano impresse tornando a galla nel momento del bisogno, mentre erriamo distratti dalla vita.

A volte traiamo insegnamenti da chi vorrebbe dispensarci sempre il consiglio giusto e invece, indicandoci la strada che ritiene corretta, ci fa sbagliare. Ci fa incappare in un errore che, portandoci sulla strada sbagliata, ci fa capire che quella giusta per noi possiamo trovarla solo fidandoci di noi stessi; come fa spesso la gentile signorina che dorme nel cruscotto della mia auto. Affittuaria non pagante del mio abitacolo che, giorno dopo giorno, mi insegna a fidarmi più del mio istinto e meno di quello che dicono gli altri, traendone comunque ciò che possono darmi di utile.

E insomma, una strada sbagliata, mi fa comprendere che senza errori non si cresce. Capisco che se ci precludessimo la possibilità di sbagliare strada, non impareremmo mai a capire quale sia davvero la nostra, non impareremmo a fidarci di quell’istinto naturale che io credo sappia davvero quale sentiero dobbiamo seguire per realizzare il nostro destino. Sbagliare spesso ci aiuta a capire cosa ci fa sentire bene e cosa invece no, quali strade seguire, quali abbandonare e su quali ritornare.

Io credo che sbagliare, molto spesso, ci aiuti a capire cosa non vogliamo.

Io credo che l’errore, molto spesso, ci aiuti a svelare ciò di cui l’abitudine annebbia il valore.

Io credo che errare per strade errate aiuti a conoscersi.

“Errare, sì! È una parola che fa spavento al pubblico. Errare a nostre spese? Errare a costo della nostra vita? La meraviglia pare giustissima, l’accusa pare grave! Eppure, o avventurarsi al pericolo d’un errore o rinunziare ai benefizi del sapere. Non c’è altra strada. L’uomo, che non erra, non c’è” Augusto Murri.