Curiosità – marzo 2017

Curiosità – marzo 2017

Il totem dell’hangar

Quando forme di vetro diventano umanoidi di luce e la ferrovia di Milano un squarcio di laguna

di Lucia Mazzilli

Magari, quando diciamo “totem”, la prima cosa che ci viene alla mente sono le strutture preposte a ospitare in tutta evidenza variegate pubblicità di oggetti di consumo. Sappiamo però benissimo che i totem rappresentano, per molte popolazioni cosiddette primitive, entità sovrannaturali alle quali affidarsi. Di più, il totem crea senso di appartenenza e identità a un clan o a una tribù. Ci siamo persi tutto questo? È un bene, è un male?
Questi e altri pensieri affiorano alla mente  visitando, in occasione del Fuorisalone, uno tra gli otto Magazzini Raccordati di via Ferrante Aporti che, incredibile ma vero, vengono impiegati come location nella Milano Design Week  grazie al progetto di Ventura Centrale.

E in questa sede, dove i luoghi sono, o dovrebbero essere, spazi dell’anima, non si può non emozionarsi di fronte a questa succursale di Murano che affiora sotto i binari milanesi. 53 totem di luce, pezzi unici realizzati per questa situazione prodotti dalla storica azienda Salviati  per i designer Luca Nichetto  e Ben Gorham che hanno inventato Pyrae, totem umanoidi di luce. Le immagini parlano da sé, un’anima di luce, 15 colori, una moltitudine di forme, trasparenze che riflettono trasparenze, trasparenze che specchiano opacità. Chi fosse interessato ad acquistare Pyra può scegliere forme e i colori a suo piacimento e realizzare un proprio totem personale.
E c’è di più: un altro hangar della Stazione Centrale è dedicato al vetro: stessi designer, stesso produttore per  tre enormi lampadari composti da ben 6.072 sottili lastre piegate ad angolo acuto in otto tonalità di colori. Il loro nome, Strata, dal latino “stratificazione”, riporta all’idea di pagine di un libro, un libro di vetro, con pagine di luce, simili a uccelli pronti a prendere il volo.
Suggestivo anche il nome che accomuna i due progetti, “Decode/Recode”, decodificare e ricodificare; l’arte  del vetro, troppo spesso avvolta dal pregiudizio che essere artigiano in questo ambito significasse solo produrre pesciolini e pagliacci come souvenir per turisti, decodificare e ricodificare per svecchiare un’arte antica. E, vogliamo pensare, decodificare e ricodificare come atto di comprensione che porta al nuovo e al bello.
Ci piacciono gli intrecci, gli incastri, i ritagli e così, da un’immagine metropolitana sfioriamo un registro antropologico, dai bui e umidi locali dei Magazzini Raccordati incredibilmente lasciati in stato di abbandono per circa  trent’anni, arriviamo a una manifestazione considerata da molti un evento radical chic e alla luce che inventano due giovani designer e all’affascinate storia di un produttore di Merano che opera nel vetro dal 1859.
Come si suo dire, “c’è tanta carne al fuoco”, ma qui si preferisce pensare che siano proprio i sincretismi e le sovrapposizioni, magari confusi, ma affascinanti e suggestivi, a disegnare il nostro totem: lasciamolo umanamente errare.