Il Kailash – parte 5 – L’irripetibile incanto

Il Kailash – parte 5 – L’irripetibile incanto

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Il Kailash – parte 5 – L’irripetibile incanto

 

Tra mille difficoltà, con un meteo avverso
e vicini al lasciarsi definitivamente andare, giungiamo all’agognato Kailash

testo e foto di Carlo Polvara

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Con Rohit raggiungo Inna “Inna come va? Tutto bene? Dai, fermiamoci un attimo”.
“Tutto bene, mi sento un po’ stanca e stamani le gambe non girano”.
Mi tolgo lo zaino dalle spalle e invito la mia compagna a fare altrettanto. Le porgo una barretta energetica e poi travaso una parte del contenuto del suo zaino nel mio, cerco insomma di alleggerirlo il più possibile.
“Carlo vai avanti, io proseguo con lei. Ci si vede al passo” è Rohit che stabilisce come muoversi, è uomo d’esperienza, quindi nulla da discutere.
Inizio nuovamente ad incedere, gli ultimi centocinquanta metri di dislivello sono davvero impegnativi: nevica, il freddo è intenso. Estraggo i guanti e osservo verso il basso la progressione di Inna e Rohit è lenta ma, fortunatamente, costante. Un piccolo cane, arrivato da non so dove, mi si affianca e mi guarda; lo accarezzo, ha un muso simpatico e sembra cercar qualcosa, così gli offro una fetta di mela che ingurgita senza quasi masticare. Questa è fame piccolo.

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Finalmente, non senza qualche fatica, giungo al Drom, dove sorge un tempio in pietra avvolto da innumerevoli fila di bandiere di preghiera. Al passo ci sono altri tre viaggiatori e alcuni tibetani in pellegrinaggio; mi aggiro e osservo ogni cosa, ogni movimento; il cane continua a seguirmi, poi gira il musetto e corre verso il punto di arrivo del sentiero dove stanno sopraggiungendo Inna e Rohit. Inna mi abbraccia con forza ed intensità.
“Ce l’ho fatta Carlo, ce l’ho fatta.” Si toglie lo zaino, estrae alcune bandiere di preghiera che, dopo essersi inginocchiata, posa seguendo uno schema ben preciso.
Rohit mi si avvicina “Ora inizio la discesa, devo raggiungere Tseren per preparare il campo. Tra non molto inizierà a piovere, non attardatevi troppo. Inna è molto stanca e la discesa è lunga, la prima parte anche impegnativa. State sempre molto vicini, massimo tre metri di distanza, è davvero molto stanca. Ci vediamo al campo”.
Guardo Rohit allontanarsi mentre Inna prosegue i suoi rituali pregando con voce sommessa.
Attendo ancora qualche minuto poi mi avvicino a lei.
“Inna, mi spiace, ma dobbiamo proprio andare. La strada è lunga e tra un po’ inizierà a piovere.”
Il cane che non mi aveva mai più lasciato, scodinzola.
La mia compagna volge il suo volto verso di me e noto che sta piangendo: immagino siano lacrime di gioia. La sua espressione emana gratitudine verso l’intensità che la sta avvolgendo. Si alza faticosamente.
“Possiamo andare Carlo” mi dice. Il primo tratto di discesa, completamente coperto dalla neve, è una stretta traccia rocciosa che si snoda attraverso una serie di piccoli balzi e canalini inclinati: bisogna porre la massima attenzione e aver gambe salde.
Sono un metro davanti a Inna, la sento ansimare, ogni tanto le chiedo se tutto va bene e lei risponde sempre in modo affermativo. Il nostro incedere è lento, Inna è incerta nella sua progressione e il suo sguardo sembra aver perso la luminosità di pochi minuti prima. Superiamo finalmente il tratto più ostico: ora davanti a noi si apre una ruvida vallata, attraversata sulla sinistra da un torrente.
Ci fermiamo per qualche attimo e pur sapendo ch’è un atto inutile provo a guardare verso il basso cercando di individuare Tseren e Rohit.
Riprendiamo la discesa e ad un tratto dietro di me non sento più il respiro di Inna. Mi volto e la vedo seduta, il capo tra le mani, a una quindicina di metri da me, il cane accucciato al suo fianco.

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Mi avvicino “Che c’è Inna, sei molto stanca?”
“Non sono stanca, sono sfinita, non riesco più ad andare avanti. Io voglio morire qui. Ho fatto quello che volevo e dovevo fare, ora posso morire.”
“Inna non dire assurdità, hai due figli a casa che ti aspettano. Sei stanca, d’accordo ma bisogna andare avanti, non possiamo fermarci qui”; percepisco di non essere per nulla convincente.
“Io non vengo più giù, non posso, muoio qui.”
Il momento è molto delicato, ho già vissuto in passato una situazione simile ma allora non eravamo a quote così alte e non minacciava pioggia.
“Inna tra un po’ pioverà e diventerà tutto più complicato. Facciamo una sosta di cinque minuti e nel mentre mangi questi.” Le porgo una barretta di cioccolato, una energizzante e le taglio una mela a fette.
“Non mangio nulla, non ho fame. Io sto qui.”
“Inna non mi interessa se hai fame o no, tu mangi tutto questo e vieni giù con me. Perché ti piaccia o meno noi arriveremo al campo” il tono della mia voce si è fatto brusco e ruvido.
La vedo che inizia a mordere il cioccolato e poi un paio di fette di mela. Le prendo lo zaino che mi pongo sul davanti, lei si alza a fatica e di nuovo la invito a mangiare ancora qualcosa. Un’altra fetta di mela, un morso alla barretta. Col capo mi fa cenno di sì, possiamo proseguire.
Le prime gocce d’acqua: dovremmo affrettarci ma con Inna in queste condizioni è impossibile. Stando a quanto mi ha detto Tseren qualche ora fa, rispetto alla nostra attuale posizione il campo è ancora molto distante. Iniziamo di nuovo a procedere ma di nuovo Inna si ferma “Carlo, scusa, ma io non ce la faccio, io muoio qui” Il suo sguardo è completamente spento.
“Ancora con questa storia del morire? Mangia ancora qualcosa e tra qualche minuto ne sentirai i benefici. Ti sei accorta che comincia a piovere? Dobbiamo andare.”
“No Carlo, io non vengo, magari scendo domattina, con calma.” Stato confusionale!
“Inna guardami” le dico gentilmente.
Lei alza il volto segnato dalla stanchezza ed io, improvvisamente, le do un ceffone. Il piccolo cane mi abbaia contro, percepisce il pericolo, però ha scelto lei.
“Inna adesso noi scendiamo, io sono con te e insieme arriviamo alla tenda. Ti è chiaro?”
Una scossa elettrica, lo sguardo della donna si riaccende, mi guarda sorpresa ed inizia nuovamente a mangiare quanto le avevo dato. Preparo un’altra mela. Forse è andata bene.
Inizia a scrosciare acqua, prendo Inna per mano e nuovamente iniziamo a camminare: siamo molto lenti ma l’azione è continua. Nessuno dei due parla. Ad un tratto, dopo quasi due ore, compare Rohit con l’espressione del volto molto preoccupata.
“Il campo è vicino Signora Inna, molto vicino.”
Lei gli sorride, capisco che il peggio è definitivamente passato.
Giunti alle tende, fradici ma decisamente sollevati, lascio che Inna entri nella nostra per togliersi i vestiti zuppi e indossarne asciutti. Nel frattempo racconto a Tseren e Rohit quanto accaduto: un’abbondante zuppa calda è già quasi pronta e poi carne in scatola e legumi in abbondanza, biscotti e frutta. Inna entra nella tenda e Rohit le porge una coperta: non è esattamente rimessa a nuovo ma è asciutta e al caldo.
Mangiamo in silenzio, fuori è buio e continua a piovere copiosamente. Anche il piccolo cane merita una ciotola di cibo, sembra aver fatto subito amicizia con Rohit che con cura e gentilezza stende per lui una piccola coperta per la notte.
Inna, che nonostante l’estrema stanchezza è riuscita a mangiare tutto quanto preparato, si accommiata velocemente e va a stendersi sotto il sacco a pelo. Mi fermo ancora un poco a chiacchierare e a bere un paio di tazze di caffè liofilizzato. Fumo anche una sigaretta, una delle prime da quando siamo partiti. Poi in tenda: guardo Inna, sta dormendo profondamente e questo è bene.
Al mio risveglio lei è già fuori dalla tenda, la raggiungo.
La giornata è buona. “Come ti senti Inna? Come stai?”
“Sono un po’ stanca ma la cena di ieri sera e la dormita di questa notte mi hanno rigenerata.”
Il suo sguardo è tornato ad essere luccicante così come il suo sorriso.
Le sfioro i capelli “Sono contento Inna. Mi spiace per il ceffone ma non avevo altra scelta.” Lei mi regala una carezza e si allontana per le preghiere del mattino.
Smontato il campo e caricato il dorso dello yak, ci mettiamo in movimento: davanti a noi la valle si apre a si addolcisce; alcuni nomadi accompagnati dai loro animali si accodano alla nostra piccola carovana.
In poche ore e senza alcun intoppo giungiamo a Darchen e presso una piazzola sterrata, proprio a ridosso della locanda ove abbiamo dormito, avviene la riconsegna dello yak al suo proprietario. Il piccolo cane ha capito, siamo in partenza: ci saluta annusandoci e abbaiando festosamente, corre all’interno del villaggio e scompare.
Narayan e Hari sono sul posto: carichiamo i bagagli sui mezzi e ci apprestiamo a percorrere un paio d’ore sulle piste prima di fissare il campo per la notte.

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Narayan, in base alle informazioni ricevute a Darchen, decide di percorrere una pista leggermente più a sud, più solida e meno invasa dalle acque.
Il rientro verso Zhangmu è un po’ malinconico. Di tanto in tanto chiediamo agli autisti di fermare i mezzi e poter nuovamente lanciare i nostri sguardi verso l’Hymalaya.
Giunti al confine espletiamo le operazioni di rito e riattraversiamo il Ponte dell’Amicizia.
Tseren ci lascia, deve organizzare il prossimo viaggio. É stata un’ottima guida.
Percorriamo a ritroso la strada che da Kathmandu ci aveva condotto sin qui: il primo tratto è stato duramente danneggiato dalle piogge monsoniche e in un paio di casi, per salvaguardare la nostra incolumità, Inna e io veniamo invitati a scendere dalla jeep. I due autisti riescono a compiere manovre davvero sorprendenti per riuscire a superare tratti di strada quasi completamente franati.

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Raggiungiamo la valle e in un’ora e mezza siamo di nuovo in città, presso l’agenzia di Kapil che ci vede scendere dai mezzi: esce di corsa dal piccolo ingresso e ci abbraccia tutti.
Poi, quasi come un rito, tre giri di coppe di vino nepalese.
È giunto il momento del commiato: non avrei potuto sperare in un gruppo di persone migliore di questo e sono davvero commosso quando con un ultimo abbraccio saluto tutti definitivamente. Prendo il mio zaino e vedo Inna che guarda verso nord, quasi volesse cogliere ancora qualche attimo di estrema bellezza. Poi si avvicina.
“Tu che farai Carlo?”
“Ho ancora due o tre giorni qui, esattamente non so.”
“Questa sera sei mio ospite a cena. Mi hai salvato la vita.”
“Ho fatto solo quello che andava fatto.”
“Come credi, in ogni caso questa sera ci aspetta una cena e abbondante vino nepalese. E poi c’è il tema della redenzione. Quello va affrontato.”
E sorridendomi si allontana all’interno del quartiere di Thamel.
Domani riprenderò a vagabondare tra Kathmandu e dintorni, questa volta guidato dall’irripetibile incanto
che ho vissuto.

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Nota: ho avuto la fortuna di venire in contatto con gli scritti e la profonda spiritualità di Gary Snyder grazie agli studi compiuti dalla Dott.ssa Silvia Leprai che ha conosciuto direttamente l’autore americano e ha quindi successivamente prodotto un’avvincente ed interessantissima tesi di laurea.