Una domenica pomeriggio a Milano

Una domenica pomeriggio a Milano

Una domenica pomeriggio a Milano

Una passeggiata in una calda giornata autunnale per le strade di Milano: dal nord della città sino al centro, con ritorno

di Luca Lastella

 

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Senza quasi accorgermene oggi pomeriggio mi sono ritrovato a casa da solo. Un’insolita calda domenica di novembre in cui mia moglie è a lavorare, mio figlio a studiare dalla ragazza e mia figlia in giro con amici.
Il sole fa capolino dai tetti di fronte e tenta in tutti i modi di farsi notare. è tirato per la giacca dalle giornate troppo corte a cui non è più abituato. Vuole farmi notare che sarà forse l’ultima domenica calda dell’anno che sta per finire. Ho risposto a quel richiamo, perché non voglio rimanere a casa e farmi venire in mente l’ennesima incredibile e inusuale idea di progettare attività diverse da quelle che chiunque altro farebbe una qualunque domenica pomeriggio. Oggi ho voglia di pensare e, non sapendo bene a che cosa pensare, lo farò semplicemente guardandomi intorno. Lo faccio in questa mia città che, di domenica, pur rimanendo sempre un po’ caotica a macchia di leopardo, appare appisolata come quei cani da guardia che lasciano sempre e comunque un occhio socchiuso e un orecchio teso.
Ho deciso che andrò a piedi da casa al Parco Sempione. Anche il mio fisico da qualche giorno mi tira per le orecchie, mi pizzica sulle braccia, mi ricorda che devo pensare anche a lui. Da troppo tempo la pigrizia prevale sul bisogno di muovere queste mie gambe, pulire da qualche pensiero la mia testa, far correre un po’ più veloce questo cuore. Ci sono parti di me che si stanno ribellando a questo latente lassismo autunnale.
Non è la prima volta che vado a piedi fino in centro a Milano. Lo faccio nel momento in cui ho bisogno di alleggerire i miei pensieri. Quando mi accorgo che rimanendo fermo i pensieri stessi si aggroviglierebbero; quando ho veramente bisogno di osservare altro. Non so perché, ma se decido di andare a piedi verso il centro della mia città mi si materializzano nella mente tratti di romanzi dell’inizio del Novecento. Mi sento come un moderno Italo Svevo che passeggia per la sua Trieste salutando persone conosciute, si siede ai tavolini del bar preferito nel centro sorseggiando caffè e abbozzando capitoli dei suoi libri.
Voglio osservare un po’ di persone in una tranquilla e calda domenica autunnale, possibilmente nel parco centrale della mia città.
Per quasi un’ora cammino senza mai fermarmi prima di arrivarci. Percorro marciapiedi deserti e strade insolitamente silenziose; ci sono solo i rumori delle accelerazioni delle poche auto agli incroci che mi fanno ricordare che dopotutto mi trovo a Milano.
Sudo, l’aria è tiepida e l’insolito silenzio è ancora più spettrale quando attraverso il ponte sulla ferrovia. Alle 15:00 da Porta Garibaldi non passa nemmeno un treno! Binari deserti luccicanti al sole, grattacieli di acciaio e vetro che riflettono l’azzurro grigiastro del cielo milanese.
Mi incammino senza sosta per via Montello e quei volti asiatici, seduti sugli usci delle botteghe zeppe di improbabili vestiti acrilici, sembrano radiografarmi. Sono Cinesi sicuramente. Fra tutte le popolazioni asiatiche riconosco bene Coreani, Giapponesi e Cinesi. Con i Cinesi non fallisco quasi mai: loro quando sono seduti da soli non guardano altro che te mentre cammini. Chiunque, seduto sull’uscio di una bottega a fumare, si guarderebbe in giro con aria disinteressata. Guarderebbe un’auto che passa, l’albero davanti a lui, un cane che gli piscia a un metro di distanza, ma lui, il Cinese, guarda solo te. Ha quel volto anestetizzato da una vita trascorsa a pensare come poter vendere gli oggetti più inflazionati e falsi. Un esercizio per altro per nulla difficile, basta concentrarsi su qualunque oggetto possibilmente di marca, che costi troppo e lui, il Cinese, si riempirebbe il negozio di venticinque modelli simili, ben imitati e che costano un’inezia.
I Cinesi seduti in via Montello non fanno differenza. Sono lì, accucciati davanti ad una soglia di un caotico negozio, illuminato da abbaglianti tubi al neon accesi anche quando la luce fuori è abbacinante. Fumano e ti guardano mentre passi davanti a loro. I Cinesi di Chinatown-Milano sono mendicanti di pensieri.
Darwin avrebbe invidiato una passeggiata come la mia. Più ci avviciniamo al centro di Milano e più la popolazione muta, quasi si evolve. Non più disperati alla ricerca di un posto all’addiaccio, non più caciarosi teppistelli, non più fumatori cinesi; l’Arena è un immenso toroide magnetico che riesce ad attrarre verso di sè il bell’umano, la chic, il volto abbronzato, la scarpa di marca.
Il runner di periferia è un bastardello puzzolente, il runner all’Arena è un Pastore Afgano con il pedigree. Il runner di periferia non corre, salta in modo schizofrenico per cercare di evitare escrementi di cane o marciapiedi puzzolenti, il runner all’Arena scivola su tappeti d’asfalto tirati a lucido, i suoi passi sono attutiti da un soffice manto di foglie di cui il selciato è cosparso.
Mi fermo per la prima volta a uno dei chioschi-bar di Parco Sempione ordinando un caffè e un bicchiere d’acqua. Questi chioschi verde bandiera mi ricordano l’infanzia, quando papà ci portava a fare un “giro al parco” in tram o in bici. Questi chioschi, da cui il volto del proprietario sbuca da una minuscola e ben mimetizzata feritoia aperta tra snacks e bottiglie di bibite, sono un inusuale buco nero metropolitano. Il chiosco, come una stella spenta, risucchia attorno a sé folle di sbandati e sbadati passeggiatori della domenica che, incapaci di trovare una loro orbita, ricadono chiassosi e vestiti a festa sui tavolini del buco nero.
Al chiosco non ci sono le età di mezzo, ma solo gli estremi. Ci sono neonati in carrozzina o bambini fino ai sei anni; ci sono pensionati che si confondono tra nuore e generi; cani al guinzaglio legati a sedie e tavolini. Tutti sfoggiano il vestito della domenica. Rispetto ai miei “giri al parco” da bambino le radio a transistor sono scomparse, risucchiate nel buco nero ben prima dei clienti.
È evidente però che la radio a transistor è stata soppiantata dall’onnipresente smartphone; me ne accorgo proseguendo la mia marcia falsamente vagabonda verso il Palazzo della Triennale.
I viali del parco sono la terra di mezzo delle età di mezzo. Ci sono le coppie di adolescenti innamorati sulle panchine o nelle aiuole, loro hanno la forza di gridare e ridere, sono fiamme di benzina che brucia veloce, troppo veloce, il calore non rimane, dura pochissimi secondi.
Ci sono coppie giovani, credo tra i 25 e 35 anni, che nella maggior parte dei casi si trascinano già stanche barcollando e cercando disperatamente di incrociare il tuo sguardo, perché non hanno null’altro da guardare. Alcune sembrano essere felici, ma ho come l’impressione che il motivo di questa felicità sia ancora l’acerbo rapporto. Forse si conoscono da qualche mese o solo da qualche anno, c’è però una percezione di felicità; tutte e comunque si tengono per mano. Non riesco a capire se è un semplice segno di affetto o una ricerca di un sostegno, non sono riuscito a decifrarlo.
Poi ci sono le coppie di mezza età che passeggiano tra i viali con aria marziale. Non si guardano ma si parlano, solo frasi brevi. Ho provato ad ascoltare di nascosto qualche discorso. Non parlano mai di loro quasi sempre di amici coetanei, di genitori anziani o di figli che fanno disperare.
Le coppie di mezza età raramente si tengono per mano. Anche loro, a proprio modo, non hanno vie di mezzo: camminano abbracciati o a un metro l’uno dall’altra. è interessante scoprire come il contatto o il non-contatto fisico sembra non essere indice di serenità. Le coppie di mezza età sono sempre molto distinte ma, a differenza dei crocchi catturati dai buchi neri, sembrano non sfoggiare abiti della domenica, bensì indossano raffinati abbinamenti casual dal valore commerciale spesso esoso.
Immagino ci siano fra queste le coppie da sempre un po’ perse, quelle al secondo tentativo vogliose di un riscatto, forse anche quelle al terzo giro.
Sono sempre e solo coppie di donne quelle che discorrono amabilmente davanti a una tazzina di caffè. A volte sorridono fra loro, a volte sono serie in volto, ma sono loro che escono la domenica con un’amica per raccontarsi cose. Con vergognosa supponenza immagino i discorsi: il rapporto con il marito o compagno; i figli che fanno disperare; il lavoro sempre troppo difficile da conciliare con tutto il resto; l’ultimo libro letto o film visto; l’amica con problemi di salute. Sono però solo donne, gli uomini che chiacchierano in coppia non esistono.
Le gambe cominciano a essere indolenzite, è più di un’ora che cammino ma il passo non cede, la velocità è costante. Le panchine sono piene di giovani concentrati o ipnotizzati dal loro smartphone, non parlano fra loro, scrivono invece messaggi a qualcuno chissà dove. Sono incapaci di vivere il presente, non sono lì fra di loro, sono virtualmente altrove.
Il sole tenta di tramontare, ma la luce arriva insieme alle giovani famiglie. Non importa quanto dureranno integre queste giovani famiglie, loro sono felici e parlano con il figlio di sette anni che trotterella intorno a loro. La mamma è sempre premurosa per la figlioletta di due anni nel passeggino. I toni sono rilassati, i genitori sorridono l’uno all’altro e sorridono anche ai loro figli. Non si tengono per mano, ma la spensieratezza e la serenità si tagliano con un coltello. Loro sì, sono venuti al Parco insieme per un pomeriggio diverso.
Costeggio l’Arco della Pace e imbocco via Bertani, i bar hanno ancora i tavolini all’aperto. Noto coppie di donne sedute a sorseggiare un caffè. Certo, ci sono anche coppie uomo-donna, ma non ci sono mai coppie di uomini sedute all’aperto in un bar centrale di Milano!
Un’ora e venticinque minuti di cammino. Devo andare in bagno. Cerco disperatamente un bar in via Canonica ma sono quasi tutti chiusi. Eccone uno aperto, è immenso: sette mega-schermi trasmettono partite di calcio italiano. è un tuffo nel passato: tavolini di formica, bancone in formica con rifiniture in ottone. Gli schermi LCD piatti e la formica… come dire… la linea del metro Lilla e la bottiglia di vetro del latte, o ancora come la FIAT 128 e l’Iphone 6.
Ordino un caffè decaffeinato e chiedo dov’è il bagno. L’ennesimo salto indietro nel tempo: nel retro del bar siamo a inizi anni Settanta, mentre davanti al bancone siamo a fine anni Settanta; alla cassa una filippina!
Qui sì ci sono solo uomini che guardano partite con un bicchiere davanti a loro. Nessuna donna, solo la cassiera filippina. Cosa ci fa una cassiera filippina con un barista italiano in un bar frequentato da soli uomini che guardano schermi LCD?
Il bar sotto la casa dove sono nato in via Cesare Brivio me lo ricordo così, ma senza schermi piatti. Sguardi persi sull’unico televisore e qualcuno che giocava a carte, odore di vino nell’aria viziata. Nessuna cassiera filippina, nessuna coppia di uomini che parla, nessuna coppia di donne che discorre amabilmente.
Bevo, pago, esco e mi rimetto in cammino verso piazza Gramsci.
In via Procaccini scende la sera sospesa tra i lampioni che ancora non si accendono e tra ombre confuse. Costeggio il Monumentale e rieccomi daccapo sul ponte della ferrovia a vedere questa volta treni che lentamente cercano di staccarsi dalla loro stazione.
È il momento di tirare linee e somme sulle gambe stanche. Il risultato non esce ma i piedi, in compenso, hanno sentito benissimo queste due ore trascorse mettendosi incessantemente uno davanti all’altro.
Sono in Bovisa, sono tornato da dove sono partito; mi sono pure reso conto che dopo tutto non ho visto “belle persone”, ma solo gente normale. Strano pensiero… non sono stato colpito da nulla in particolare, ma sono stato circondato dal tutto.
La pretesa di capire qualcosa svanisce con la consapevolezza dell’essere quello che sono. Sorrido, quasi senza motivo, negli ultimi cento metri di strada, poi la chiave apre le porte e sono a casa. Mi levo le scarpe, mi sdraio sul divano. È una sequenza di azioni degna di una chiusura di una fabbrica a fine giornata. ■