Roma. Il giro delle sette chiese

Roma. Il giro delle sette chiese

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Tradizione religiosa e ancora oggi itinerario di fede, è diventato anche modo di dire per descrivere un vagare dispersivo

a cura della redazione

foto di Aldo Proietti

 

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Col tempo è diventato un modo di dire e ha acquisito un significato negativo, “andare da un posto all’altro perdendo molto tempo inutilmente”, ma all’origine “fare il giro delle sette chiese” formalizzava un traguardo: ottenere l’indulgenza plenaria concessa in occasione del Giubileo, seguendo un itinerario di fede che prevedeva la visita a sette basiliche.
Secondo alcuni storici già nel Settimo secolo era una tradizione dei romani che si recavano in pellegrinaggio alle tombe di Pietro e Paolo, ma la consacrazione del rito avvenne nel 1300, quando Bonifacio VIIII (1230-1303) inserisce il giro delle chiese nel calendario delle attività che i devoti dovevano compiere al loro arrivo a Roma per celebrare l’anno giubilare.
La pratica religiosa, passato quel Giubileo, cadde in disuso e fu ripresa solo nel 1500, grazie a San Filippo Neri (1515-1595). Filippo, fiorentino d’origine, colto e scanzonato, era un religioso particolare. Arrivato a Roma come pellegrino, per qualche anno trova impiego come precettore dei figli di un notabile (il capo della Dogana, suo conterraneo) e saltuariamente lavora come volontario nell’ospedale degli incurabili di San Giacomo. Lasciato l’impiego vive come eremita fra le strade di Roma, assistendo infermi e poveri. Nel 1551 diventa sacerdote e crea la Congregazione dell’oratorio, per offrire ai giovani di ogni ceto occasioni d’incontro e vita sociale (gli oratori si diffonderanno poi in tutto il mondo). Tra le attività sociali che preferiva c’erano lunghe passeggiate organizzate per conoscere, anche dal punto di vista artistico, le chiese di campagna. A queste escursioni si aggregavano anche numerosi cittadini, in particolare al giro di circa venti chilometri che comprendeva le sette principali chiese dell’epoca. Dato l’ampio consenso popolare (con centinaia di partecipanti nel 1552 e migliaia a partire dal 1559), il tour divenne una consuetudine devozionale, una forma di pellegrinaggio che si prolungherà fino ai nostri giorni. Nel tempo cambierà solo il periodo di riferimento: all’inizio si svolgeva il giovedì di Carnevale, oggi due volte all’anno, a maggio e a settembre.
Tornando ai modi di dire, è giusto ricordare che “il giro delle sette chiese” ha riferimenti e significati diversi in altre città italiane. A Bologna, ad esempio, le sette chiese sono quelle che costituiscono il complesso di Santo Stefano. Sono edifici costruiti nel Medioevo l’uno accanto all’altro e collegati da cortili. Le chiese rimaste in realtà sono quattro e si affacciano su una bellissima piazza dalla forma a triangolo irregolare con portici e colonnati.
Anche a Milano esisteva la tradizione di celebrare il venerdì santo con una visita alle sette chiese che avevano una raffigurazione della Passione di Gesù. Il giro comprendeva le chiese di Santa Maria delle Grazie, Santa Maria della Passione, San Maurizio al Monastero Maggiore, Sant’Eustorgio, San Marco, Santa Maria presso San Satiro e San Fedele.
Ma per i milanesi esiste anche un’interpretazione più laica e profana del detto. “Fà el gir di sètt ges” è riferito scherzosamente agli ubriaconi che per motivi meno spirituali, usavano visitare, in una specie di processione, una serie di osterie, luoghi consacrati, ma al dio Bacco.

 

L’itinerario

Il primo pellegrinaggio ufficiale alle Sette Chiese guidato da Padre Filippo Neri ebbe inizio il 25 febbraio 1552. Il percorso, lungo una ventina di chilometri, fu diviso in due giornate, con la partenza, la sera del mercoledì, dalla chiesa di San Girolamo della Carità. Attraversato ponte Sant’Angelo si faceva visita ai malati dell’ospedale di Santo Spirito. Quindi il corteo si raccoglieva presso la basilica di San Pietro, prima tappa della visita. La mattina seguente l’appuntamento era nella basilica di San Paolo, da dove si percorreva la via ancora oggi chiamata delle Sette Chiese e si giungeva a San Sebastiano, dopo la Messa era prevista una sosta per uno spuntino alla vigna Savelli, nei pressi della Caffarella. Poi il gruppo si dirigeva verso la Scala Santa e San Giovanni in Laterano e proseguiva per Santa Croce in Gerusalemme. Attraverso Porta Maggiore si usciva di nuovo dalla cinta muraria arrivando alla basilica di San Lorenzo. L’ultima tappa dell’itinerario era Santa Maria Maggiore.
Oggi, invece, il pellegrinaggio si svolge a maggio e a settembre in un’unica tappa notturna. Si parte, dopo la messa serale, dalla Chiesa di Santa Maria in Vallicella (Chiesa Nuova) e, passando in successione le chiese di Santo Spirito, San Pietro, San Paolo, Madonna del Divino Amore (che dal Giubileo del 2000 ha sostituito quella di San Sebastiano fuori le mura), San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori delle mura, si cammina fino alle sette del mattino per arrivare davanti alle porte aperte di Santa Maria Maggiore.
Per chi vuole oggi rifare il giro con uno spirito più turistico (il percorso sarebbe da compiere a piedi, ma i chilometri sono tanti) si possono accorciare tempi e percorsi utilizzando i mezzi pubblici.

 

Una documentata e suggestiva gallery di  fotografie realizzate da Aldo Proietti ci conduce da una Basilica all’altra.

BASILICA DI SAN SEBASTIANO FUORI LE MURA.  Si trova sulla via Appia Antica, fuori dalle mura Aureliane. Ai tempi delle persecuzioni ospitò le tombe dei santi Pietro e Paolo. All’interno si trovano: il busto “Salvator mundi”, l’ultimo capolavoro di Gian Lorenzo Bernini; importanti reliquie come una pietra che recherebbe le impronte dei piedi di Gesù e una delle frecce che uccise San Sebastiano; parte della colonna alla quale fu legato il santo durante il supplizio.

 

BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA.  Sulla via Ostiense, sulla riva sinistra del Tevere, un paio di chilometri oltre le mura Aureliane, nel luogo (chiamato Tre fontane) in cui secondo la tradizione Paolo subì il martirio e la decapitazione. La tomba del santo si trova sotto l’altare maggiore. Sopra gli archi che dividono le cinque navate sono collocati i tondi a mosaico con i ritratti di tutti i papi da San Pietro a Francesco. Oltre a marmi policromi, finestroni di alabastro e mosaici bizantini, la struttura è arricchita da un pregevole chiostro.

 

BASILICA DI SAN PIETRO. Imponente e maestosa con la sua monumentale piazza è il simbolo dello Stato del Vaticano. Alla sua costruzione hanno partecipato artisti come Michelangelo, Bramante, Raffaello e Bernini. La basilica contiene statue, affreschi, mosaici e monumenti sepolcrali tra i più noti al mondo: dalla Pietà di Michelangelo al Tabernacolo di Donatello, dalle statue del Canova e del Pollaiolo alla cancellata del Borromini. Meno conosciute ma che meritano attenzione sono le cinque porte di ingresso, quella centrale del Filarete (1445) e le più recenti (dal 1950 al 1965) di Manzù, Consorti, Crocetti e Minguzzi.

 

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE. Sorge sulla sommità del colle Esquilino. Oltre al soffitto a cassettoni della navata centrale, in parte ricoperto di foglie d’oro, sono pregevoli i mosaici del Trecento e del Cinquecento. Qui sono sepolti Gian Lorenzo Bernini e Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone.

 

SAN GIOVANNI IN LATERANO. Il nome per esteso è sicuramente pomposo “Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, Madre e Capo di tutte le Chiese della Città e del Mondo” ma è la basilica più antica e importante dell’Occidente. È ubicata sul colle Celio e affiancata da Palazzo Laterano (dove furono firmati i Patti Lateranensi) e dal palazzo San Salvatore alla Scala Santa (che ospita la gradinata salita da Gesù prima della Crocefissione). Nella chiesa sono sepolti alcuni papi e cardinali e l’altare maggiore è sormontato dal un baldacchino gotico.
Le volte sono fastose e finemente decorate dai Cosmati, marmorari romani famosi per i loro mosaici. Alla loro scuola si deve anche lo spettacolare chiostro esterno.

 

BASILICA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME. Edificata nel luogo dove c’erano i palazzi di Sant’Elena, la madre di Costantino; nel 1500 fu affidata ai Cistercensi che la gestirono fino al 2012 quando, con una clamorosa decisione, papa Benedetto XVI ne revocò il mandato per comportamenti poco corretti e vari abusi, facendola rientrare nella Diocesi romana. All’interno della chiesa possiamo ammirare la splendida tomba del cardinale Quiñones, opera di Jacopo Sansovino e tre pale d’altare, opera di un giovane Rubens.

 

BASILICA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA. Si trova accanto al cimitero del Verano e ospita la tomba del santo a cui è dedicata, di cinque papi e di Alcide De Gasperi (opera di Giacomo Manzù). È composta da due basiliche contigue: la Pelagiana, a un piano rialzato, voluta da papa Pelagio II nel VI secolo e la Onoriana, fatta costruire da papa Onorio III nel 1200. Gran parte dei mosaici che ricoprivano la facciata sono stati purtroppo distrutti nei bombardamenti del 1943. All’interno sono pregevoli i pavimenti e un baldacchino, opere dei maestri Cosmati.