Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

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Il Kailash – parte 4 – In cammino verso lo spazio dell’anima

Finalmente ai piedi del Kailash, l’incontro con un’altra carovana e il saluto di un’aquila reale

testo  e foto di Carlo Polvara

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La notte è trascorsa tranquilla, i sacchi a pelo d’altura proteggono adeguatamente. Facciamo colazione di buon’ora e quindi procediamo a levare il campo. Ci dirigiamo verso Paryang poi, superato il villaggio di Samsang, giungeremo al lago Manasarovar. Rohit scruta il cielo mentre Narayan e Hari eseguono i necessari controlli dei mezzi prima della partenza.
Inna ha gli occhi sognanti, lo sguardo fisso verso occidente.
Per quanto mi riguarda dal momento del risveglio sto pensando ad alcuni scritti di Gary Snyder, poeta e saggista americano: non che i suoi lavori abbiano particolari attinenze con questi luoghi ma il suo profondo amore per la natura e la ricerca di nuovi percorsi di conoscenza e di adesione quasi sacrale a un nuovo principio di spiritualità me lo fanno sentire particolarmente vicino. Snyder, vincitore nel 1975 del premio Pulitzer per la poesia, è considerato da taluni uno dei più solidi animatori del primo periodo della Beat Generation: Jack Kerouac fu ispirato dalla sua figura tanto da assegnargli il ruolo principale nel suo “I Vagabondi del Dharma” con il nome di Japhy Ryder.
Gli autisti ci fanno cenno che possiamo metterci in marcia: carichiamo gli zaini e iniziamo a inoltrarci lungo una pista leggermente sconnessa che non presenta particolari problemi.
Tutt’intorno è una meravigliosa distesa semidesertica attraversata da lame di luci cangianti; alla nostra sinistra l’Himalaya mostra tutta la sua imponente bellezza che si tinge di giallo e di rosa. Procediamo per un po’ nel più assoluto silenzio rotto solo dal costante borbottio dei motori dei mezzi. D’improvviso, mentre risaliamo un’altura, Narayan ferma con decisione la jeep e ponendo un braccio fuori dal finestrino ci fa segno di guardare davanti a noi: sul bordo della pista, a non più di venti metri di distanza, si mostra, maestosa, un’aquila reale. è una visione quasi innaturale, un esemplare davvero enorme che ci fissa immobile, solo il capo tende al movimento.
Inna, sbalordita, non può credere d’essere destinataria di un’immagine di così raffinata e struggente bellezza. Rohit mi fa cenno di scendere dal mezzo ma di rimanerne accostato. Non faccio in tempo a eseguire quanto indicatomi poiché l’aquila, probabilmente disturbata dalla nostra presenta e stanca d’osservarci, in un attimo prende il volo dispiegando senza rumore alcuno le imponenti ali. Pochi secondi dopo sentiamo le sue strida e voglio pensare che ci stia benevolmente salutando. Giungiamo a Paryang che altro non è se non un piccolo villaggio attraversato da stretti viottoli fangosi. Facciamo una breve sosta per bere un thè: ne offriamo anche a una famigliola che, incuriosita dal nostro arrivo, si è avvicinata ai nostri mezzi.
Attraversato un vasto pianoro e superate alcune salite giungiamo a Samsang che oltrepassiamo senza ulteriori soste (d’altro canto Samsang non offre nulla se non mostrare pochi e decrepiti tuguri).
Ci stiamo avvicinando senza troppi intoppi al lago Manasarovar e, d’un tratto, Inna pone la sua mano sul mio braccio. La guardo e vengo attraversato dalla profondità dei suoi occhi acquamarina.

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“Carlo, credi che troveremo una parte di redenzione compiendo questo viaggio?”
“Redenzione? E perché dovremmo redimerci?”
Inna stringe ancora di più la sua mano “Perché ognuno di noi non è a conoscenza delle conseguenze negative che le nostre azioni, i nostri gesti quotidianamente producono”.
La osservo con malcelata circospezione “Se agisci per il bene, con tutto ciò che questo comporta, e se segui regole morali ed etiche costantemente rivitalizzate, non credo sia necessario intervenire sulla questione delle conseguenze del nostro agire”.
“La tua risposta non è particolarmente apprezzabile Carlo, forse sarà meglio tornare sul tema una volta percorso il kora del Kailash. In ogni caso, ti infastidiscono le mie preghiere serali?” “Vedi Inna, quando entriamo in tenda e ci copriamo con i sacchi a pelo provo solo un gran senso di lieve serenità. E comunque non indago, nemmeno con l’udito, sul tuo credo”.
La breve conversazione si chiude così, Inna toglie la sua mano dal mio braccio e torna a guardare davanti a sè.
Verso il tardo pomeriggio giungiamo sulle sponde del Manasarovar: il tempo è buono e nonostante inizi a imbrunire riusciamo a coglierne l’estesa e ammaliante bellezza. Un antico poema narra che le acque del lago sono come perle e berle significa cancellare i peccati di cento vite. Sulle sue sponde si ergono piccoli monasteri, meta dei devoti che decidono di affrontarne il kora, un percorso di circa 90 chilometri. Giunti nei pressi del monastero di Seralung, Tseren individua una spianata erbosa e qui piantiamo il campo.
Si è fatto buio ma non piove e non fa particolarmente freddo quindi si decide di consumare la cena all’esterno delle tende. Rohit, aiutato dal fido Narayan, ne inizia la preparazione. Tseren accende un piccolo fuoco e Hari, con una piccola torcia stretta tra i denti, controlla minuziosamente i motori dei due mezzi. Inna è momentaneamente scomparsa; sto imparando a conoscerla, a quest’ora si pone in una condizione di profondo raccoglimento spirituale ed è cosa che non prevede spettatore alcuno.
Consumata la cena ci attardiamo un poco a conversare poi, quando l’aria inizia a farsi più pungente, entriamo nelle tende. Inna accende una microscopica candela votiva e inizia a pregare; dalla tenda vicina sento le nostre quattro guide che parlano lentamente in lingua nepali, ogni tanto una risata, sommessa. Qualsiasi sia l’oggetto della loro conversazione è piacevole ascoltarne il suono, quasi una delicata litania. Dallo zaino recupero il rubino che mi ha donato Kai a Kathmandu: è la prima volta che lo faccio da quando siamo partiti. Lo guardo con particolare attenzione e con le dita sento le piccole asperità che percorrono il cristallo incastonato nella roccia scura; la sensazione tattile si traduce immediatamente in una sequenza di immagini che mi pervadono e che, per un attimo, mi proiettano in una dimensione primigenia. Ripongo il rubino e mi accingo a leggere alcune pagine del “Grande Sertao” di Guimaraes Rosa. Il sonno non tarda ad arrivare e Inna, dopo avermi augurato il meglio per la notte, si pone su un fianco e inizia a dormire: sono attraversato da un profondo senso di rilassatezza e non tardo a seguirla.
Al risveglio usciamo prontamente dalle tende e rimaniamo quasi abbacinati dallo spettacolo che ci si pone davanti: la mattina è luminosissima e il lago Manasarovar è quanto di più spettacolare e affascinate si possa aver la fortuna di osservare. I nostri quattro compagni stanno già preparando la colazione che consumiamo con calma scambiandoci commenti sul luogo ove siamo. Tseren, in passato, ha condotto un piccolo gruppo lungo tutto il kora del lago e ci rende partecipi di alcuni suoi ancor vividi ricordi.
Inna, rivolgendosi a lui e a Rohit, chiede di poter affrontare almeno un tratto del percorso. In teoria dovremmo dirigerci direttamente a Darchen ma è ancora presto, il tempo è buono e comunque la partenza per il Kailash è prevista per domani.
Quindi smontiamo il campo e mentre Narayan e Hari si dirigono verso i mezzi dove ci aspetteranno, noi quattro ci incamminiamo verso la sponda del lago.
Iniziamo il percorso in senso orario come se il lago fosse una immensa ruota di preghiera.
Guardo Inna: si è appena scompigliata i lunghi capelli e con passo veloce precede tutti noi.
Percorsi alcuni chilometri Rohit, che è rimasto leggermente attardato, ci chiama e ci indica che da nord-est stanno arrivando velocemente dense ed estese formazioni di nuvole scure e minacciose. Sostiamo un attimo, ognuno di noi ha lo sguardo puntato sulle acque del lago, ognuno di noi è percorso da sensazioni probabilmente mai conosciute, profondità mai esplorate.
Iniziamo quindi a tornare sui nostri passi quando Inna mi ferma e si pone davanti a me.
“Carlo, io vorrei fermarmi qui ancora un giorno”. Noto una lacrima che le percorre il volto. “Inna sai bene che non è possibile. La nostra tabella di marcia è stata definita con molta attenzione, abbiamo ancora tanto cammino da fare e tanta strada da percorrere. Dovesse accadere qualche imprevisto saremmo fuori tempo massimo; se al rientro dovessimo arrivare al confine in ritardo rispetto alla data indicata sui visti, le autorità cinesi ce la farebbero pagare cara. Qui è davvero meraviglioso ma dobbiamo assolutamente dirigerci verso Darchen”.
Lei non mi risponde, sembra rassegnata, mi guarda e noto un’altra lacrima che scorre lungo le labbra. Le pongo un braccio sulle spalle “Dai Inna, andiamo, domani sarà un altro giorno di bellezza”.
Dopo poco meno di due ore raggiungiamo i mezzi e appena ripartiti inizia a piovere intensamente.
Poco male, siamo al coperto e la pista che porta a Darchen non è molto disagevole.
Giungiamo in paese con i fari accesi sotto l’acqua battente; Tseren sa dove condurci e in poco tempo raggiungiamo la locanda dove sosteremo per la notte. Il posto non è particolarmente invitante ma si tratta solo di poche ore. Prendiamo accordi per due stanze e per la cena, la colazione di domattina sarà a nostra cura. All’esterno alcuni piccoli gruppi di viaggiatori protetti da robusti impermeabili si confrontano sul da farsi per l’indomani: compresi Inna e io saremo al massimo una quindicina.
Consumiamo una cena frugale irrobustita, fortunatamente, da una densa zuppa preparata da Rohit. Tseren ha già provveduto a contrattare l’affitto di uno yak che lungo tutto il percorso trasporterà le tende, vivande e quanto di necessità. Andiamo a letto presto, domani inizierà la vera fatica. La mattina si presenta non piovosa e questo ci conforta; consumiamo un’abbondante colazione poiché oggi dovremo raggiungere una quota intorno ai 5.200/5.300 metri di altitudine dove, verosimilmente, troveremo alloggio presso qualche tenda di nomadi.
Dallo zaino recupero un paio di barrette di cioccolato e altrettante di cereali, un paio di mele, müesli e pongo tutto nell’ampia tasca esterna.
Salutiamo i due autisti che ci aspetteranno qui sino al nostro ritorno; Tseren ci indica che è ora di metterci in marcia, usciamo quindi dal paese per raggiungere l’inizio del sentiero.
Percorsi non più di quattrocento metri incontriamo un gruppo di cinque viaggiatori (li avevo notati la sera precedente): uno di loro è in evidente difficoltà. Ci fermiamo a informarci per capire se possiamo essere d’aiuto. Sono austriaci, ci dicono, e il loro compagno non sta decisamente bene. Tseren si avvicina, guarda l’uomo e gli chiede quali siano i sintomi: il soggetto è in leggero stato confusionale, ha gli occhi semi chiusi e comunque riesce a rispondere di accusare nausea profonda, respirazione accelerata, mal di testa, forti dolori alle spalle e le gambe proprio non gli reggono. Tseren mi guarda e mi dice “Devono scendere subito, mal di montagna, non va bene, c’è rischio grosso”.
Darchen è posta a più di 4.700 metri di quota e forse quest’uomo non si era mai misurato con una simile altitudine. Il cosiddetto mal di montagna, se trascurato, può essere fatale: come prima cosa si deve scendere di quota ma qui non è semplice dato che il plateau è quasi tutto sopra i 4.000 metri.
In ogni caso convinciamo il gruppo a scendere fino al paese e lì verificare la presenza di un dottore. Ci accomiatiamo e riprendiamo la marcia ognuno con il suo passo, l’importante è rimanere a distanza di sguardo e di voce. Stiamo salendo verso il piccolo monastero di Chuku, da lì il sentiero piega leggermente verso destra e la pendenza inizia a farsi più aspra. Sulla nostra destra s’erge maestoso il monte Kailash la cui sommità, posta a oltre 6.700 metri, è avvolta da dense nuvole bianche.
La vetta del Kailash, montagna sacra per Indù, buddhisti, giainisti e seguaci del credo Bön (una sorta di animismo) è tutt’oggi inviolata (e speriamo lo rimanga). A sinistra un alto spallone roccioso presenta grossi ed evidenti fori che ne segnano il fronte.
Tseren ci spiega che oggi come un tempo i pellegrini che si trovano ad essere investiti da improvvise e violente tempeste si rifugiano all’interno di piccole caverne il cui accesso è rappresentato proprio da quei fori.
Guardo Inna che sembra essere particolarmente attratta da quanto appena detto.
“Inna non attardarti” le dico “non starmi troppo distante”. Improvvisamente sento di essere diventato particolarmente protettivo nei suoi confronti, forse a causa del suo sguardo sognante o forse solo perché qui sono così e non c’è null’altro da chiedersi.
Procedo di altri duecento metri, mi volto e non la scorgo più…
Inizio a gridare “Inna! Inna dove sei?” Alcuni pellegrini superandomi mi guardano sorpresi… Chiedo a loro se più in basso hanno visto una donna con i capelli lunghi e biondi. Mi fanno cenno di no e proseguono il loro cammino.
Ridiscendo velocemente di un centinaio di metri e riprendo a chiamarla e a urlare, scruto in ogni dove ma nulla. Nel frattempo noto che Tseren (che ha affidato lo yak ad un’altra guida incontrata lungo il sentiero) e Rohit mi hanno già raggiunto e nel dichiarare a loro che sono abbastanza preoccupato sottopongo l’ipotesi di rinunciare al kora per porsi alla ricerca di Inna. Tseren guarda verso i fori nella roccia che dista circa trecento metri da noi e dichiara che sicuramente la donna si è diretta là, spinta da un’indomita curiosità; probabilmente è all’interno di una grotta e non riesce a sentire i richiami (la sua intuizione risulterà vincente). La nostra guida tibetana ci invita a proseguire il cammino, penserà lui a recuperare Inna.
Rohit mi conforta “Carlo, stai tranquillo, Tseren non ha mai perso nessuno”.
Dopo un paio d’ore, in un punto di sosta dove ci stiamo rifocillando, veniamo raggiunti da Tseren e da Inna, allegra e sorridente, apparentemente per nulla stanca.
Porgo anche a lei qualcosa da mangiare e poi rompo il silenzio “Inna la prossima volta fermi qualcuno di noi e ci informi delle tue intenzioni… siamo un piccolo gruppo e dobbiamo rimanere collegati” il mio tono non è particolarmente amichevole.
“Non potevo non andare a guardare… non so se tornerò mai al Kailash e proprio non potevo rinunciarvi” lo sguardo intenso mi disarma e comunque sarebbe inutile e infantile fare polemiche. “Ok Inna” le rispondo con tono tornato amichevole “d’ora in poi rimaniamo collegati”,  le faccio una carezza e riprendiamo il cammino.
Lungo il percorso incontriamo piccoli stupa votivi fatti di semplici pietre e bandiere di preghiera e alcuni piccoli cimiteri; la salita si è fatta più impegnativa e inizio ad accusare un po’ di stanchezza.
Rohit rimane due metri dietro Inna, meglio essere prudenti; superato un ultimo tratto particolarmente erto giungiamo su di un ampio ripiano erboso ove sorgono alcune tende di nomadi: questo sarà il nostro campo per la notte.
Tseren, dopo aver messo in sicurezza lo yak, ci conduce nei pressi di una tenda un poco più grande delle altre: ne esce un uomo che gli stringe la mano, scambiano poche battute poi l’uomo ci fa cenno di seguirlo all’interno. Depositiamo gli zaini vicino a una cassapanca riccamente decorata: le pareti interne sono quasi integralmente rivestite da coloratissimi teli votivi; al centro c’è una stufa rudimentale che funziona con panetti di sterco diseccato misto a erbe aromatiche. L’aroma che si diffonde all’interno del piccolo ambiente è decisamente gradevole così come quello che si sprigiona dalle tazze colme di un thè molto denso che ci viene prontamente offerto.
L’uomo che ci ospita non è solo, ha con sé anche la sua famiglia: una giovane moglie sorridente, un ragazzo sui dodici anni e due figli più piccoli.
La moglie sta già attendendo alla preparazione della cena, Rohit le porge alcune cose tratte dallo zaino delle vivande mentre Tseren parla fittamente con il nostro ospite.
Esco dalla tenda e scruto in alto verso la vetta del Kailash, ancora avvolta dalle nubi. Inna è dietro di me “Sai Carlo, erano almeno dieci anni che pensavo a questo viaggio, l’ho immaginato, l’ho sognato più e più volte. E tu?”
“L’idea di venire qui mi è nata l’anno scorso quando sono andato a Lhasa. Alloggiavo nel quartiere tibetano: una sera mi trovavo a cena con due ragazzi danesi che pur non essendoci mai stati me ne parlarono con tale entusiasmo che ne fui completamente coinvolto.”
Nelle poche tende vicine alle nostre fervono i preparativi per la cena; scorgiamo un piccolo gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto lungo il percorso: provengono da Monaco di Baviera e dopo il kora del Kailash rientreranno in Nepal per recarsi a Pokara nella zona occidentale del Paese e quindi prendere la via per il kora dell’Annapurna.
Hanno molto tempo a loro disposizione e nei loro confronti provo un po’ di sana invidia.
Ceniamo e poi iniziamo i preparativi per la notte: la stufa viene adeguatamente caricata e, mentre stendiamo i sacchi a pelo, ci vengono offerte anche due pesanti coperte di lana di yak.
Il sonno sta per arrivare e mi sento di esprimere una raccomandazione alla mia compagna di viaggio. “Inna, domani sarà abbastanza dura, mi raccomando”.
“Non ti preoccupare, mi sento bene, andrà tutto bene”.
La mattina, al risveglio, provo la sensazione d’essermi appena addormentato. A parte Inna, che dorme ancora profondamente, sono già tutti in piedi e tutti si muovono con estrema circospezione per non disturbare chi ancora non si è risvegliato.
Quando la mia compagna di viaggio ci raggiunge iniziamo a consumare un’abbondante colazione: nuovamente pongo nella tasca esterna del mio zaino alcuni prodotti di prima necessità. Tseren risolve il pagamento per l’ospitalità offertaci e, dopo brevi saluti, partiamo alla volta del passo di Drom-La a 5.750 metri di quota: il Kailash per un breve istante mostra la sua vetta, contemporaneamente bellissima e misteriosa, libera dalle nuvole.
Il sentiero si presenta subito aspro e inizio a sentire un leggero deficit d’ossigenazione; superato un piccolo cimitero noto che Inna si attarda, cammina molto lentamente, è in evidente difficoltà.