Il Kailash – parte 3 – Sulle piste dell’altopiano

Il Kailash – parte 3 – Sulle piste dell’altopiano

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Il Kailash – parte 3

Sulle piste dell’altopiano

In camion verso il confine tibetano cinese e Zhongba. Pioggia, piccoli incidenti e nuovi incontri

Testo e foto di Carlo Polvara

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Ieri sera il tempo è trascorso piacevolmente: Saikhan ha cenato abbondantemente e ha mostrato di apprezzare tutto quanto è stato portato in tavola. Ragazzo gentile, poco loquace ma di grandi sorrisi; si è accomiatato presto, doveva tornare al suo lavoro e di sera con la pioggia battente diventa tutto un po’ più faticoso.

Inna mi ha fatto qualche cenno sulle sue origini: dalla Russia nord-occidentale i genitori si spostarono in Finlandia. Erano ancora molto giovani, i tempi erano duri a causa degli eventi bellici, ma avevano stretto un patto che li portò a consolidare la loro unione e a fare casa e poi una famiglia Inna è nata agli inizi dei ’60 e a sedici anni ha iniziato a viaggiare per l’Europa, per poi trovare fissa dimora in bassa Toscana, lungo il confine con il Lazio.

Mi racconta che rimase letteralmente ammaliata da Pitigliano.

“Sono passati tanti anni Carlo, allora avevo un fidanzato che non scendeva mai dalla sua Norton e quindi eravamo sempre sulle strade. Quando arrivammo a Pitigliano credetti di non potermi riprendere dall’emozione che provai nello scorgere il borgo abbarbicato sulla rocca di tufo. Impiegai un attimo per decidere di trasferirmi in quei luoghi. Il mio fidanzato prese altri percorsi”. Kathmandu è anche questo: riesce a farti raccontare di te.

Siamo seduti all’interno di una terrazza coperta, piove ma non ce ne curiamo: da un internet cafè posto sotto di noi ci arriva il flusso di una musica lieve, una sorta di lounge sound arricchito da sonorità prettamente indiane.

Voglio tornare nella mia stanza e ricordarmi di mettere nello zaino il rubino che Kaí mi ha donato. Saluto Inna: “A domani”. “Si, alle sei … non tardare. Io sono puntuale”.

Arrivato alla pensione do un ultimo sguardo alle strade e ai viottoli invasi da acqua e fango, scalpiccio di piedi e profumi di pietanze che arrivano da luoghi vicini.

Il mio zaino da 110 litri è praticamente pronto ma io a volte divento noioso con me stesso e quindi lo svuoto per ricontrollare tutto quanto mi servirà per il viaggio.

Al Thamel ho acquistato alcune cose: una felpa d’altura, un paio di corde da venti metri (non so se e come le userò ma già in passato il cordame di montagna si è rivelato un aiuto essenziale) e una torcia. Nel quartiere sono presenti non pochi negozi che vendono materiale tecnico d’alpinismo. Il fatto è questo: gente da tutto il mondo (più o meno esperti, più o meno consapevoli) convergono a Kathmandu per organizzare le spedizioni che poi porteranno i gruppi di punta a raggiungere le vette dell’Himalaya. Sulla via del ritorno per molti di loro risulta più comodo e conveniente lasciare tutto quanto si è portato dalle proprie terre in loco: una quantità indefinita di squadre e spedizioni ritiene opportuno, per questioni di tasse imposte al rientro delle merci nei luoghi di appartenenza, abbandonare o svendere le proprie attrezzature prima del rientro. È un vero mercato legato ad una altissima tecnologia di salita e alla sopravvivenza stessa; non manca nulla, dai nuts (sorta di cubetti di varie dimensioni da inserire nelle fessure delle pareti verticali per potersi assicurare e quindi procedere) ai sacchi a pelo che garantiscono copertura sino a meno 40 gradi, poi l’abbigliamento tecnico, corde, caschi, amache da bivacco in parete, chiodi, geolocalizzatori e cibo liofilizzato.

Anche questo è il Thamel.

Sei meno dieci, sono sul posto e già trovo presenti Rohit, Narayan e Hari. Tseren salirà a bordo a Kodari. Inna non c’è.

Sei meno cinque, un caffè veloce e un ultimo controllo allo zaino. Guardo all’interno del camion: sul pianale sono collocate le riserve alimentari che ci serviranno lungo il viaggio. Non indago più di tanto, mi fido di questi uomini. Kapil mi guarda di sottecchi e mi sorride: nel mentre definisce gli ultimi dettagli di viaggio con Rohit.

Sei meno due e dall’angolo della via compare Inna.

Questa donna, accidenti, è veramente bella stamani anche se il suo sguardo risulta un po’ accigliato. Ci siamo tutti: Kapil ci porge i documenti personali e i necessari visti d’ingresso per il territorio tibetano/cinese.

Saliamo sui mezzi: non ci vuol molto per uscire dall’abitato di Kathmandu. Le strade sono fangose ma in pochi minuti ci troviamo ad attraversare la valle che conduce a nord, verso le impervie salite che conducono al Passo di Kodari. Un centinaio di chilometri circa.

 

In questo momento, mentre Narajan guida la jeep osservato con scrupolosa attenzione da Rohit, torno a guardare Inna, affaccendata nel porre ordine in un piccolo zaino di supporto (quello grande è sul camion). Sento che tutto sta andando per il meglio e avverto una spinta che vorrebbe, in pochi istanti, condurmi verso il Kailash. Minuti, fraseggi di pensieri, lampi e impalpabili emozioni. Poi, mentre la strada si fa più tortuosa, mi torna alla mente un romanzo che lessi un po’ di tempo fa: “La Scoperta della Lentezza” di Sten Nadolny. Ecco, un incedere malinconico ed elegante, una vita attraversata e raccontata non per aver voluto cronometrare il tempo del proprio incedere ma per aver trovato conoscenza nell’uso delle mani e dei piedi, profondità negli sguardi di altri, nuovo fluire attraverso il dolore di assenze estese e silenzi verticali.

Mentre saliamo al Passo di Kodari la strada si fa sempre più accidentata: in questo periodo dell’anno le violente piogge monsoniche penetrano negli sterrati e provocano regolarmente frane e smottamenti. Procedendo incontriamo gruppi di operai, spesso tibetani, che in condizioni a dir poco disagevoli provvedono al ripristino di una seppur precaria viabilità. Nei pressi di una strettoia siamo costretti ad una breve sosta per consentire il passaggio ad alcuni mezzi che giungono in senso contrario al nostro. Guardo questi giovani operai lavorare tra il fango e le rocce e odo i loro canti che, ritmando l’azione collettiva, si levano dai volti sudati inseguendo le correnti dei venti che in queste zone muovono il respiro e il pensiero.

Lungo la strada alcuni camion carichi di merci rimangono bloccati con l’asse posteriore sprofondata nel terreno: gli autisti sono abituati a questi piccoli incidenti, aspettano calmi che gli stessi operai vengano in loro aiuto, sistemando le massicciate. Con un paio di sigarette si risolve il compenso a loro dovuto per il lavoro svolto.

Kodari è una specie di piccolo villaggio, ultimo avamposto per poter provvedere a eventuali approvvigionamenti prima di superare il Ponte dell’Amicizia che, dopo una stretta e profonda gola rocciosa, conduce alla frontiera cinese e poi all’interno del paese di Zhangmu.

Ci fermiamo giusto quanto serve per consentire a Rohit di presentarsi all’incontro con Tseren che lo sta aspettando all’interno di una baracca adibita a spaccio alimentare. In breve i due ci raggiungono e fatte le dovute presentazioni ci accingiamo a superare l’ostica frontiera militare cinese (Rohit mi mostra alcuni prodotti alimentari appena acquistati, serviranno a snellire almeno di un poco le noiose procedure d’ingresso gestite dai soldati). In ogni caso le regole d’ingresso prevedono la sosta obbligata di una notte a Zhangmu: il piccolo paese (case di mattoni e baracche poste lungo la strada e su pendii che sovrastano la valle sottostante) è decisamente inospitale ma non sento alcuna pressione negativa. Osservo i pochi negozi sull’unica strada e gli sguardi di giovani ragazzi vestiti con uniformi militari che seguono il mio vagabondare. Ai loro occhi devo risultare decisamente curioso: i miei capelli quasi biondi, unο zaino imponente e il grosso anello di turchese al dito della mano destra.

La pioggia riprende a scrosciare copiosamente e per la notte non c’è molto da scegliere, in ogni caso ci arrangeremo. Narayan e Hari dormiranno sui mezzi mentre Rohit e Tseren verranno ospitati da amici. Inna mi segue mentre verifico un paio di possibili soluzioni: molto altro non c’è e quindi depositiamo gli zaini all’interno di una piccola locanda. Stanze piccole e decisamente spartane, niente luce e acqua corrente, per una notte (dal momento che fuori il monsone ha ripreso con forza a battere il suo ritmo) andrà benissimo.

Cena veloce e frugale e poi in cerca di sonno in attesa dell’alba e della partenza per l’altopiano Inna è decisamente taciturna: ogni tanto mi guarda, più spesso il suo sguardo si spinge lontano, verso nord-ovest.

Siamo di nuovo sui mezzi, la notte è trascorsa tranquilla. Gli autisti mi sembrano riposati, quasi allegri. Rohit mi porge due dolci acquistati poco prima in una bottega di Zhangmu. Uno è per me e unο per Inna. Lui mi dice che devo essere io ad offrirglielo. Non discuto e porgo la piccola ciambella alla mia compagna di viaggio. Lei non dice nulla, accetta l’offerta e sorride.

La strada inizia a proporre pendenze significative e impone agli autisti massima attenzione e scaltrezza: Narayan guarda spesso nello specchietto retrovisore per avere conferma che il camion con alla guida Hari sia a portata di vista, e di voce.

Trascorre del tempo e senza aver fatto soste ne’ scambiato dialoghi giungiamo al Nyalam La Pass, a circa 5.150 metri di quota. Verso nord, piegando leggermente a Oriente, si snoda la strada che conduce a Lhasa, noi piegheremo decisamente verso Occidente. Ci concediamo una pausa, i mezzi soprattutto ne hanno bisogno: Rohit si accinge a preparare un tè, Tseren scruta il cielo e gli autisti, scherzando tra loro, si accompagnano in una breve passeggiata per riallungare i muscoli delle gambe forzati da duro lavoro.

Accendo una sigaretta e osservo con attenzione la bellezza di queste persone; guardo Inna. Beviamo il tè e poco dopo Rohit mi invita a risalire sulla jeep: tra non molto farà buio e dobbiamo trovare un luogo adatto per piantare il campo. Gli chiedo ancora qualche minuto; attorno a noi sventolano lievi centinaia di bandiere di preghiera. Pongo le spalle verso Nord e cercando di cogliere l’aspro respiro dell’Himalaya mi induco a cogliere volti, racconti e leggende che da quelle cime giungono come un vento sottile pregno di benevolenza. Non credo, sento. Alla mia destra, visibile in questa ora in cui le nubi lasciano spazio al desiderio assoluto, scorgo lo Shishapangma, montagna che lascia traccia di sè anche in gola. Tutto questo può sembrare accessorio ma non me ne curo. Non lontano da me c’è Inna, ch’è donna bellissima. Tuttavia mi sento spinto nel capire e risolvere altre priorità.

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A sinistra, tra cumuli di nubi che si stanno addensando, credo di scorgere la vetta del Cho-Oyu (ma forse è l’altitudine che mi consente di godere di queste visioni), ancora più in là c’è l’Everest. L’aria si fa fredda e ci invita a nuovo movimento. Proseguiamo senza particolare fretta: la pista che stiamo percorrendo non è agevole ma guardando attraverso il parabrezza posteriore noto Hari sorridente alla guida del camion, dunque mi immagino che anche lui stia sentendo la bellezza di questo inizio di viaggio e poi, elemento assolutamente non irrilevante, sa sempre dove piegare lo sterzo del mezzo.

Ecco, alla nostra sinistra si allarga un piccolo pianoro erboso attraversato da un torrente che ci consentirà di lavarci. Piantiamo le tende e accendiamo i fuochi per la cena. Tseren ci annuncia che abbiamo ancora poco più di un’ora prima che riprenda a piovere. Tempo necessario a far tutto. Nel mentre riesco ancora a farmi attraversare dai colori che si addensano sull’Himalaya: blu, giallo, rosso e violetto trasmettono una vividezza vibrante. Continuo a ripetermi che forse è l’altitudine e che il decremento di ossigenazione porta al mio cervello informazioni incongrue. Tant’è.

Mi volto e scorgo Inna, seduta all’ingresso della tenda e impegnata in un rito di preghiera che credo narri di flussi di energia nascosta.

Inizia a piovere ed io, coperto dalla mia giubba d’altura e ancora appesantito dalla mia inadeguatezza fisica e visiva, inizio a piangere. Singhiozzo che arriva diretto dallo stomaco e mi scuote i polmoni, arrivo a subire momenti di apnea respiratoria. Piango e per poter contenere il flusso di questo dirompente accadimento mi accendo una sigaretta. Di solito funziona. Sento una mano sulla mia spalla sinistra, mi volto di poco e scorgo Inna.

“Perché piangi Carlo? Non stai bene?”

“Inna, non ti bagnare, rientra in tenda. Piango per quanto ho la fortuna di vedere, annusare e sentire. Anche tu sei una parte di questa fortuna. Ma ora rientra perché io sto piangendo. E l’acqua della pioggia e le lacrime unite diventano miscela esplosiva ed esclusiva”.

Le nostre guide e gli autisti hanno preparato per noi una cena abbondante che consumiamo con piacere. Rohit ci comunica che domani seguiremo un percorso che corre più a sud di Saga, villaggio posto sulla pista principale. Le informazioni che ha ricevuto indicano che la rotta che seguiremo ci consentirà un più agevole guado dei vari corsi d’acqua che incontreremo. Prepariamo i mezzi per l’indomani e altro non rimane da fare se non cercar sonno nei sacchi a pelo.

Inna è silenziosa, so che ognuno di noi due aveva pensato questo viaggio in solitaria, comunque senza altri soggetti umani che non fossero guide e autisti. Inevitabilmente sento il suo odore e ascoltando senza alcuna morbosa attenzione le sue ultime parole di preghiera avverto, in questo istante, di non dover necessariamente trovare un nuovo e personalissimo, e quanto mai presuntuoso, passaggio a nord-ovest. E spero anche che l’odore delle mie ascelle, che esprimono effluvi di mela dolce, non sia per lei troppo fastidioso.

Il campo è levato e dopo una veloce colazione ci rimettiamo sulla pista. Il cielo è sufficientemente sereno e Tseren ci assicura che fino a sera non pioverà. Ad un tratto, superato un colle, la pista appare sbarrata da pali, cartelli recanti intimazioni a non procedere e catene. È un check-point dell’esercito cinese: dal nulla appaiono una mezza dozzina di militari tra cui un paio di graduati. Ci vengono richiesti i documenti di viaggio che prontamente porgiamo a loro; sono ragazzi giovanissimi e Tseren ci spiega che per lo più provengono dalle province orientali della Cina. Trascorrono turni di sei/sette mesi sull’altopiano prima di essere avvicendati; immediato è il ricordo di Buzzati e del suo Deserto dei Tartari. Rohit e Tseren sanno come agire e in poco tempo otteniamo i necessari timbri sui documenti (qualche biscotto dolce e poche sigarette hanno abbreviato la sosta).

Ora incontreremo l’area più impegnativa: dovremo attraversare alcuni fiumi e nessuno sa con certezza quanto le piogge monsoniche abbiano modificato la portata delle acque.

Il primo attraversamento si presenta immediatamente problematico: la pioggia battente dei giorni precedenti ha invaso una vasta area della piana sui cui corre la pista. Inna e io veniamo invitati a scendere dalla jeep, Rohit inizia a camminare nell’acqua precedendo il mezzo per sondare la stabilità del fondo. Il camion guidato da Hari è rimasto attardato e ancora non compare alla nostra vista. D’un tratto l’asse posteriore della jeep sprofonda nell’alveo del fiume, il motore si blocca e da una distanza di una trentina di metri noto Rohit e Narayan che si affannano nel tentativo di risolvere la situazione. Finalmente arriva Hari con il camion ed eseguita prontamente un’azione di aggancio (un cavo d’acciaio e le mie due corde di arrampicata acquistate a Kathmandu) la jeep è di nuovo fuori dall’acqua. Sorprendentemente i due autisti riescono in poco tempo a far ripartire il mezzo; va tutto bene, mi guardo attorno e verso sud-ovest mi sembra di scorgere il massiccio del Manaslu. Bellezza allo stato puro, un incedere di pensieri e di sguardi che si alimentano di tensioni estese e verticali. Poco oltre ci aspetta un secondo guado: Rohit cerca il punto più consono per l’attraversamento, si immerge nell’acqua più volte e con i piedi saggia la stabilità del fondo. Ci fa cenno di seguirlo: Narayan ci intima di chiudere i finestrini poiché il livello dell’acqua arriverà a sommergere il mezzo quasi completamente (ora mi è chiaro quanto mi venne detto a Kathmandu a proposito dei finestrini a tenuta stagna). Rohit procede lentamente davanti a noi, l’acqua gli arriva alle spalle, noi, ammutoliti, procediamo senza proferire alcuna parola. Rimanere bloccati qui sarebbe davvero un grosso problema. Narajan è calmo e questo mi conforta; Inna, nonostante tutto, ha uno sguardo sognante. Dopo qualche minuto giungiamo sulla sponda opposta: ora è il momento del camion che cercherà di seguire esattamente lo stesso percorso. Rohit è un po’ preoccupato, mi dice che la portata dell’acqua e il suo livello stanno rapidamente aumentando; mi indica imponenti formazioni di nuvole a nord, al massimo tra tre ore le avremo sopra di noi.

 

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Il camion procede lento e d’un tratto l’asse anteriore sprofonda nel fondo fangoso. Inutili i tentativi di ripartire; il livello dell’acqua cresce velocemente. Hari e Tseren escono dalla cabina e si siedono sul tettuccio: il camion non si abbandona, accada quel che accada. Rohit fa gesti rassicuranti ai due poi mi indica di seguirlo, dice di aver sentito dei rumori non molto distanti. Percorriamo un paio di centinaia di metri, superiamo un piccolo rilievo erboso e nella piana appena sottostante ci appare una brigata di militari cinesi, con tanto di camion pesanti e un mezzo di recupero (un grosso veicolo dotato di verricello e piccoli cingoli). Li raggiungiamo e spieghiamo al più alto in capo il nostro problema: in questo caso biscotti e sigarette servono a nulla ma cento dollari convincono il capitano e la sua truppa a tirarci fuori dai guai (l’intimazione che mi giunge dall’ufficiale è perentoria: non scattare fotografie!). Mezz’ora, non di più, e tutto è risolto. All’avviamento il motore del camion borbotta ma non dà segni di cedimento, dunque di nuovo in movimento procedendo verso nord per raggiungere il villaggio di Yarexiang e poi Zhongba.

Il nuovo campo per la notte è presto approntato e prima del sonno, ricordando gli avvenimenti della giornata appena trascorsa, incrociamo risate e complici sguardi.

Il giorno successivo trascorre sulla pista con andatura regolare: durante una sosta incrociamo una famiglia di nomadi. Sono bambini, ragazzini e una giovane madre. Ci fermiamo per conoscerci. La loro bellezza è pari solo all’aspra alterità di quanto fino ad ora visto e sentito. I ragazzi ci guardano incuriositi, probabilmente un po’ sospettosi: le loro guance sono cosparse di sangue di Yak spalmato a protezione della pelle. Le condizioni climatiche sono dure: agli animali non viene fatta particolare violenza, si spilla un po’ di sangue dal collo o dalle gambe anteriori. Sopravvivenza. Offriamo loro dei dolci che accettano solo dopo il sorridente consenso della madre, donna bellissima. Domani raggiungeremo il Lago Manasarovar e poi Darchen.