L’umano errare di Petrarca – Nato in esilio e ovunque straniero

L’umano errare di Petrarca – Nato in esilio e ovunque straniero

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Milano Casa abitata dal Petrarca in Piazza Sant'Ambrogio

L’umano errare di Petrarca

Nato in esilio e ovunque straniero

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Viaggiatore instancabile e irrequieto, di percorsi immaginati e realmente compiuti, Francesco Petrarca può essere considerato il precursore della letteratura di viaggio

Testi e foto a cura della Redazione

Francesco Petrarca è ritenuto uno dei padri della lingua italiana. Il primo a sviluppare, ad analizzare e a dare regole alla poesia espressa in volgare. Al suo stile si rifaranno poeti come Leopardi, Saba, Montale e persino qualche cantautore dei nostri giorni. Umanista, profondo studioso del mondo classico, greco e romano, fu con Dante e Giotto uno dei fautori del Rinascimento italiano.

Questa è la breve e doverosa premessa per introdurre un personaggio tanto illustre. Chi vuole approfondire vita e opere del Petrarca troverà smisurato materiale nelle antologie scolastiche, nelle enciclopedie e in wikipedia. Per i nostri fini vorremmo solo sottolineare l’aspetto poco raccontato di un instancabile poeta errante. In giovinezza Petrarca amava viaggiare e non solo per affari o per pellegrinaggi religiosi. Nel viaggio cercava la conoscenza e le ragioni della sua continua inquietudine. Con la maturità, iniziò anche a viaggiare sui libri e con la fantasia, scrivendo di viaggi immaginari percorsi sulle carte geografiche, rielaborando le testimonianze di viaggiatori contemporanei e del passato. Per queste sue opere, forse le meno conosciute, può essere considerato un precursore della letteratura del viaggio.

Uno dei primi esempi di reportage sul tema è la lettera del 1336, in cui racconta all’amico Francesco Dionigi della sua scalata del Monte Ventoso (Mont Ventoux, in Provenza), intrapresa per curiosità, per ammirare il panorama dalla sua cima. Oltre alla Provenza, il fiume Sorga, il Monte Ventoso e la Valchiusa (Fontaine de Vaucluse) ha visitato e descritto moltissimi luoghi: dai monti Euganei alla campagna romana; dalla spiaggia di Gaeta al golfo di La Spezia, a città come Milano e Napoli. Nei suoi racconti di viaggio Petrarca coglieva il profilo del paesaggio e ne gustava il fascino, analizzava la natura nei suoi molteplici aspetti, acque, rocce, piante, sentieri, vallate e li trasformava in allegorie, fino a confondere il mondo esteriore con quello interiore. Viaggiatore in senso proprio e in senso metaforico, amava viaggiare anche dentro i testi antichi, a volte manoscritti dimenticati e ritrovati nelle biblioteche d’Europa.

Tra i viaggi immaginati il più noto è quello del 1358 in Terra Santa, dove era stato invitato dall’amico milanese Giovanni Mandelli. L’invito al pellegrinaggio fu declinato per paura della navigazione e del mal di mare (da piccolo aveva vissuto l’esperienza di un naufragio nelle acque vicine a Marsiglia ed era stato fortemente impressionato da una spaventosa tempesta vista a Napoli nel 1343). “Lascio l’aria agli uccelli, il mare ai pesci; animale terrestre, scelgo di viaggiare per terra”, scriveva all’amico. E, per farsi perdonare, gli inviò una lettera in latino dal titolo “Itinerario in Terra Santa”, (Itinerarium Syriacum), una sorta di guida costruita mettendo insieme le diverse notizie di carattere geografico, storico e archeologico, trovate con una approfondita ricerca bibliografica. Ma non è un “copia e incolla”: confronta le varie informazioni per verificarne l’autenticità. In pratica quello che facciamo (o dovremmo fare) noi oggi leggendo guide, consigli e recensioni su internet.

Petrarca è considerato anche il primo intellettuale europeo, sia perché la sua fama e i suoi scritti erano conosciuti in tutto il continente, sia perché lui stesso visitò molti paesi e città dell’Europa occidentale, da Parigi a Praga, dal Belgio alla Germania. “Ho un animo errabondo e un occhio mai sazio di vedere cose nuove”, scriveva e si autodefiniva “nato in esilio” e “ovunque straniero”. Questo lo spinse per tutta la vita a muoversi senza riuscire a mettere radici in nessun luogo. La raccolta delle lettere Familiari si apre con un paragone tra la sua inquietudine e quella di Ulisse: “Ma il mio destino è stato ben diverso, avendo sino a oggi trascorso quasi tutta la mia vita in continui viaggi. Si può paragonare l’errare di Ulisse al mio errare; e senza dubbio, se la gloria del nome e delle imprese fosse la stessa, egli non vagò né più a lungo né più largamente di me. Egli lasciò la patria già vecchio … io, generato nell’esilio, nell’esilio nacqui”.

La sua biografia è quella di un viaggiatore instancabile e irrequieto, in tempi in cui viaggiare non era facile. Spostarsi era faticoso e richiedeva molto tempo (ad esempio, racconta il Petrarca che nel dicembre del 1354, invitato a Mantova dall’imperatore Carlo IV di Boemia, impiegherà quattro giorni per raggiungerla da Milano, dove allora viveva, a causa delle condizioni proibitive delle strade ghiacciate).

Petrarca nasce ad Arezzo (dove il padre Pietro di Parenzo, detto il Petracco, era in esilio da Firenze perché guelfo bianco) il 20 luglio del 1304. Segue la famiglia che si trasferisce a Incisa e a Pisa. A sette anni accompagna il padre (che lavorava come notaio alla corte papale) ad Avignone. Abita a Carpentras e per completare gli studi di diritto civile frequenta l’università, prima (1317) a Monpellier, poi a Bologna (soggiornando per qualche mese a Imola). Nel 1326, per la morte del padre, ritorna ad Avignone, dove incontrerà la tanto amata e cantata Laura. Nell’estate del 1330 soggiorna a Lombez, ai piedi dei Pirenei. Tre anni dopo, in un lungo viaggio nell’Europa del Nord tocca Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia e (attraversando da solo a cavallo la selva delle Ardenne) Lione. Nel 1335 è a Roma (viaggio in mare dalla Provenza, con sbarco a Civitavecchia) e nel 1337, dopo un soggiorno a Capranica (60 km a Nord di Roma), di nuovo in Provenza, a Valchiusa. Soggiorna a Napoli nel 1341 (dopo un viaggio con tappe a Marsiglia, Lerici e Todi) e viene invitato a Roma per ricevere una laurea. Nello stesso anno si sposta a Pisa, a Parma e a Selvapiana di Canossa. Nel 1342 è di nuovo ad Avignone e visita il monastero di Montrieux, sulle colline a Nord di Tolone, dove risiedeva il fratello Gherardo. L’anno dopo lo ritroviamo a Napoli (visita Pozzuoli, il Lago Averno e la Grotta della Sibilla cumana), poi si sposta a Parma, Bologna, Carpi, Padova e Verona. Durante il soggiorno veronese visita Peschiera e il Lago di Garda, spingendosi fino a Trento, Merano e al Passo di Resia. Nel 1345 viene ospitato a Ferrara dagli Estensi e a Mantova dai Gonzaga. Nel 1348 è a Genova e si sposta a Verona. Nel 1349 visita Venezia, poi è di nuovo a Padova e nel 1350 si reca a Roma per il Giubileo. Nel 1351 torna a Valchiusa e l’anno dopo, attraversando il passo del Monginevro, arriva a Milano dove vivrà per dodici anni, abitando prima in case vicine alla basilica di Sant’Ambrogio e a quella di San Simpliciano, poi alla Certosa di Garegnano e a Cascina Linterno. Durante il soggiorno milanese visita Bergamo e il castello di Pagazzano, spostandosi (a seguito o su mandato dei Visconti) a Parigi, Genova, Venezia, Novara, Mantova, Basilea e nel 1355 a Praga. Nel 1361, in fuga dalla peste è a Padova, l’anno dopo a Venezia e nel 1369, dopo un soggiorno a Pavia, torna a Padova e si stabilisce ad Arquà, nei colli Euganei, dove trova un paesaggio simile a quello in cui era nato. Qui sceglie di finire i suoi giorni, nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374.

 

 

I viaggi nel Medioevo

Nel 1300 la scelta dei mezzi di trasporto aveva poche alternative. Si viaggiava a piedi, a cavallo, su muli o su scomodi carri (le prime carrozze dotate di sospensioni arriveranno verso la metà del 1400 e saranno prodotte a Kocsi in Ungheria. Dal nome della città ha origine il termine inglese coach e i nostri cocchio e cocchiere). Anche le navi e i battelli, seppur dotati da qualche decennio di bussole, timone e portolani (le prime carte delle coste e delle rotte nautiche) erano rischiosi e poco confortevoli. In condizioni di vento favorevoli ci volevano 18 giorni da Venezia a Creta e più di un mese da Genova ad Acri (l’itinerario verso la Terra Santa descritto dal Petrarca).

Viaggiare era faticoso e non è un caso che il verbo inglese to travel (viaggiare) richiami il francese travailler (lavorare, affaticarsi).

Gli spostamenti erano lenti e soggetti alla variabilità delle condizioni metereologiche, a pericolosi incontri e al pagamento di pedaggi per attraversare un ponte, una valle o una chiusa.

La rete stradale era quella dei tempi dei romani (peggiorata per mancanza di manutenzione dopo la caduta dell’impero), anche se dal 1200, con la nascita di nuove città e lo sviluppo dei commerci, le vie di comunicazione tra Comuni rurali e Comuni cittadini si ampliarono notevolmente. Le strade, solo a tratti lastricate, erano polverose d’estate e fangose d’inverno.

L’unità di misura del tempo di un viaggio era la giornata, dall’alba al tramonto perché gli spostamenti notturni non erano consigliati. In una giornata si potevano percorrere a piedi mediamente 25 km, a cavallo da 60 a 80 km, anche se spesso le distanze si percorrevano in gruppo, pedoni e cavalieri costretti ad andare al passo. Ad esempio da Firenze occorrevano 5 o 6 giorni per raggiungere Roma, dieci per Napoli. Venti da Genova a Parigi. Se tornate all’elenco delle località visitate dal Petrarca potrete farvi un idea di quanta parte della sua vita abbia trascorso in viaggio.

Il percorso era poi rallentato dalle salite, dalle soste per il necessario riposo e per gli approvvigionamenti (per uomini e animali), per il cambio dei cavalli o per rattoppare scarpe e vestiti. E a proposito di abbigliamento, è curioso leggere nei documenti dell’epoca la descrizione di quelli utilizzati per i pellegrinaggi: un mantello di tessuto grezzo, solitamente marrone, da utilizzare anche come coperta per i pernottamenti, un cappello a tese larghe rialzato sul davanti e fissato con un nodo sotto il mento che riparava dal sole o dalla pioggia; un bastone di legno, alto, con un manico ricurvo o una punta chiodata, una bisaccia in pelle di animale e una pergamena che riportava gli itinerari, i centri abitati da attraversare, gli imbarchi e le locande in cui sostare.

 

Quando Petrarca perse la testa

Novembre 2003. Per il settecentesimo anniversario della nascita del Petrarca si decide di riaprire solennemente l’arca che conserva le spoglie del poeta. Lo scopo è quello di ricostruirne il volto ricorrendo alle moderne tecniche computerizzate e ottenere un ritratto realistico per una rappresentazione scultorea da inaugurare durante le celebrazioni. L’operazione viene affidata a un gruppo di studiosi dell’università di Padova, presieduta dal professor Vito Terribile Wiel Marin. Aperta la tomba di marmo rosa, gli studiosi si trovano un’inaspettata sorpresa. Il resto dello scheletro era in buone condizioni (e verrà in seguito riconosciuto come autentico per alcune costole fratturate da un calcio di cavallo ricevuto al costato, episodio menzionato dal Petrarca stesso in una sua lettera), ma la testa era polverizzata in mille frammenti. Alcuni di questi frammenti vengono inviati all’Università di Tucson in Arizona per la datazione al radiocarbonio e dall’esame risulta che il frammento del cranio era appartenuto a una donna vissuta circa un secolo prima della nascita di Petrarca. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella tomba del Petrarca è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il vero cranio del poeta.

In passato la tomba era stata aperta e profanata più volte. Nel 1630 da un frate dominicano, forse perché ubriaco o forse per riportare a Firenze alcune reliquie. Nel 1843, in occasione del restauro della tomba e per donare al Comune di Padova una costola dello scheletro, che nel 1855 per ordine del governo austriaco venne rimessa nella tomba. Nel 1873, da parte di alcuni studiosi guidati dal professor Giovanni Canestrini che volevano riprodurre un calco in gesso del cranio. All’apertura della bara il cranio si presentava integro ma al contatto dell’atmosfera si disintegra in molti frammenti e la tomba fu subito richiusa. Improbabile quindi che la sostituzione della testa sia avvenuta in quella occasione. L’ultimo spostamento delle spoglie del Petrarca risale al 1943, durante la seconda guerra mondiale quando le ossa del poeta furono nascoste nei sotterranei di Palazzo Ducale a Venezia sotto grosse lastre di marmo per proteggerle dai bombardamenti. A guerra conclusa furono riportate ad Arquà.

 

L’Itinerarium Syriacum

Nella lettera all’amico milanese Giovanni di Giudo Mandelli, comandante militare alla Corte dei Visconti, Petrarca delinea, come farebbe una moderna guida turistica (“a destra puoi vedere…”, qui fermati ad ammirare…”, “…è un paese pericoloso e da evitare”), il percorso via mare da Genova alla Terra Santa.

Descrive con cura i luoghi che conosce: i panorami della riviera ligure, “bellissime valli, fiumicelli che scorrono, colli piacevolmente selvaggi e da ammirare per la sorprendente fertilità, villaggi arroccati sulle rocce, paesi assai vasti; vedrai sparse sulla costa, ovunque ti volgerai, case adorne di marmi e di ori, e ti stupirai di come una città possa cedere in splendore e piacevolezza ai suoi dintorni” e quelli delle coste toscane, dove “mentre le alture iniziano a declinare, la costa si fa più piatta e priva di scogli, gli approdi sono poco frequenti, le città fortificate sono lontane sulle colline, il mare è inospitale”. Dopo le rovine di Luni, paragonate a quelle di Troia, descrive Pisa (“città antichissima ma di aspetto gradevole e moderno”), Livorno e Piombino. Cita l’isola d’Elba, la Corsica (“incolta e ricca di branchi di animali selvatici”) e l’isola del Giglio (“insigne per il vino e i marmi”).

Costeggia tutta la penisola raccontando di Ostia, Gaeta, Formia (“nobilitata dal vergognoso assassinio di Cicerone”) e Literno, dove “fu ingiustamente esiliato Scipione”. E ancora Procida e Cuma (“patria della Sibilla, dove morì esule Tarquinio il Superbo”), Capri (“circondata da irte scogliere”) e Sorrento (“ricca di un soave palmeto”). Supera lo stretto di Messina e segue a est la costa ionica fino a Otranto. Da qui si stacca dall’Italia e giunge a Corfù, verso luoghi a lui ignoti. Doppia il capo di Malea, si dirige verso le Cicladi e Rodi, “di là a sinistra si stende l’Asia minore, un tempo provincia del tutto pacifica, popolata di coloni greci dopo la caduta di Troia, ora invece regione avversa, in mano ai Turchi, nemici della fede”.

Costeggia la Licia, la Cilicia, Cipro (“terra nota solo per l’ozio e le mollezze dei suoi abitanti”) e l’Isauria. Avvista Tortosa, Tripoli, Beirut, Giaffa, Ascalona e san Giovanni d’ Acri (l’attuale Akko, in Israele), “che un tempo fu nobile, ed ora è rasa al suolo e bruciata”. Arriva a Gerusalemme (allora sotto la dominazione islamica), principale destinazione del viaggio. Tappa dell’anima, perché descrive i luoghi utilizzando come tracce episodi del Vangelo.

Ma il viaggio non finisce qui. La sua fantasia e curiosità lo spingono anche in Egitto (sulle tracce di Mosè e della fuga della Sacra famiglia da Erode), attraversando il deserto del Neghev e il Sinai fino al Mar Rosso, “che prende il nome non dalle acque ma da colore delle spiagge”. E, superato il Tanai (il Don), il confine che divide l’Asia dall’Africa e il Nilo termina il viaggio nella città di Alessandria per visitare le tombe di Alessandro e di Pompeo “il primo detto Magno dagli scrittori greci, il secondo da quelli latini” e quest’ultimo – ricorda l’autore all’amico milanese – dovresti conoscere meglio, perché fondatore di una città a te vicina (Lodi).

Petrarca chiude l’Itinerarium paragonando l’andare per terra e per mare dell’amico, con il suo solcare i fogli su onde d’inchiostro: due viaggi di diversa lunghezza, tre mesi per andare in Terra Santa, tre giorni per scrivere l’Itinerarium, ma ugualmente faticosi e certamente appassionanti.