Tivoli, città dell’acqua

Tivoli, città dell’acqua

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Tivoli, città dell’acqua

La vita di Tivoli è indissolubilmente legata all’acqua che è stata ed è declinata nei modi più svariati: le fontane e le sorgenti solfuree, il fiume e gli acquedotti, la cascata e la centrale idroelettrica

Testi e foto di Aldo Proietti

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Può sembrare strano attribuire all’acqua la peculiarità della cittadina sui monti Tiburtini, 30 km ad est di Roma, che vanta ben due siti nel patrimonio Unesco (le ville dell’imperatore Adriano e del cardinale Ippolito d’Este), oltre a tanti altri tesori: dal santuario di Ercole vincitore al tempio di Vesta, dalla villa Gregoriana alle cave di travertino.
Può sembrare strano, ma non esiste contrapposizione con la “città dell’arte”, riportata nei cartelli di benvenuto lungo le vie di accesso a Tivoli. Cambia soltanto la visuale per evidenziare il rapporto con l’acqua, e più in particolare con l’Aniene. Il fiume ha caratterizzato, nel bene e nel male, tutte le vicende tiburtine fin dal 1215 a.C., anno di nascita di Tivoli (462 anni prima di Roma). Fu proprio la presenza del fiume, unita all’ottima posizione geografica, ad attrarre il primo nucleo di abitanti. Da quel momento l’Aniene è stato veicolo di evoluzione e di sviluppo e ha favorito, oltre agli insediamenti, le attività produttive nel territorio. Insomma, ha scandito le tappe fondamentali delle trasformazioni sociali, residenziali, industriali della cittadina laziale restando nel tempo fonte di energia, fulcro di azioni e ispiratore di scelte lungimiranti e innovazioni tecnologiche. Sono innumerevoli gli esempi in tal senso. È sufficiente ricordare le fontane presenti nel giardino della Villa d’Este: tutti i giochi d’acqua sono alimentati direttamente dal fiume attraverso opere di ingegneria idraulica che ancor oggi destano ammirazione, perché basate sul principio dei vasi comunicanti senza alcuna forza motrice; un ulteriore prova è la centrale idroelettrica dell’Acquoria, nella quale la forza dell’acqua genera energia elettrica che ha consentito il 4 luglio 1892, per la prima volta al mondo, di accendere una lampada a distanza e di illuminare una strada di Roma (come ricorda la targa commemorativa in viale del Policlinico, 131).
Il fiume è stato un volano di progresso anche quando ha causato sventure, perché attraverso di esse si sono create valide opportunità per la cittadina laziale.
La tragica piena dell’Aniene nel 1826 impose una coraggiosa deviazione del suo corso attraverso due gallerie entro cui l’acqua si riversa nella cascata di oltre 100 metri. In tal modo, la lungimiranza e la capacità dei professionisti dell’epoca ha consentito di realizzare un altro degli elementi distintivi della cittadina, la cascata appunto, inserita nello splendido scenario della villa Gregoriana.
Il progetto dell’architetto Clemente Folchi evitò successive inondazioni e consentì la valorizzazione della villa Gregoriana voluta, appunto, dal papa Gregorio VII. La realizzazione di un ambiente naturale, un’esaltazione della flora con tante varietà arboree indigene e infinite tonalità di colore, si affiancò ai ruderi della villa romana di Manlio Vopisco dove, tra l’altro, sono ancora visibili i resti della vasca per l’allevamento delle anguille. Un luogo di fascino che catturò anche Goethe, che lo considerò “uno degli spettacoli naturali più superbi; la cascata con le rovine e con tutto l’insieme del paesaggio sono cose la cui conoscenza ci arricchisce nel profondo dell’anima”.
Nel corso dei secoli, Tivoli è stata una costante polo di attrazione per innumerevoli genti, ed anche un crocevia di acque incanalate. Infatti, quattro dei principali acquedotti romani, sui nove che garantivano l’approvvigionamento idrico di Roma, attraversano il territorio di Tivoli.
Il primo, l’Aniene Vecchio (Anio vetus), fu costruito nel 273 a.C. e attingeva acqua a pochi chilometri da Tivoli per poi arrivare alla Porta Esquilina in Roma. Il secondo, dal nome del Pretore, si chiamò dell’Acqua Marcia (44 a.C.). Quest’acqua era considerata dai Romani la più pregiata per l’uso di bevanda. Il terzo, denominato dell’Acqua Claudia, fu terminato dall’imperatore Claudio, dal quale prese il nome. I resti di questo acquedotto sono ancora numerosi. Claudio completò anche l’Aniene Nuovo (Anio Novus), così chiamato per distinguerlo dal Vecchio.
L’acqua, insieme alle altre ricchezze naturali, ha contribuito a rendere ancor più affascinante Tivoli. D’altronde, la disponibilità idrica, le salutari sorgenti minerali solfuree, la posizione invidiabile sulla campagna romana hanno spinto numerosi personaggi, dai patrizi romani agli artisti di fama internazionale, a soggiornare nella Tibur Superbum, come la definiva Virgilio nell’Eneide, un titolo che ancora campeggia nello stemma cittadino.
D’altronde già nel fenomeno del Grand Tour, una volta a Roma, non poteva mancare, durante il viaggio d’istruzione alla ricerca dell’arte, una visita a Tivoli ed alla sua acropoli, alle ville ed ai suoi paesaggi naturali. In qualche caso il soggiorno si protrasse e permise, per esempio, a Franz Listz – ospite del cardinale Hohenlohe nella Villa d’Este – di comporre opere che sono annoverate fra le migliori musiche per pianoforte dell’autore ungherese.
Ancor oggi, per la singolare bellezza. Tivoli rappresenta un luogo ove rifugiarsi per ristorare la mente e lo spirito. È una città poliedrica dove cultura, natura e storia si intrecciano in una miscela esclusiva e dove l’ingegno e la creatività umana hanno lasciato tracce indelebili che abbracciano 2.000 anni di storia. La cittadina laziale esprime un fascino intenso che coinvolge e travolge il visitatore in un turbinio di meravigliose emozioni che solo poche realtà urbane possono destare.

La pietra tiburtina

I principali monumenti ed edifici di Roma hanno tutti un elemento comune. Un materiale che li contraddistingue e che ancor oggi, a distanza di secoli, continua ad abbellire numerose costruzioni. Pensate alle colonne della basilica di San Pietro oppure alla scalinata di piazza di Spagna; alla fontana di Trevi, alla base della fontana dei Fiumi a piazza Navona e allo stadio dei Marmi (statue a parte); al palazzo della Civiltà italiana (il Colosseo quadrato per i romani), alla stazione Termini, alla Farnesina (il ministero degli Esteri), a palazzo Farnese (l’ambasciata francese). Soffermate infine l’attenzione sui bordi dei marciapiedi e sulle lastre dove si incide il nome delle strade. In ciascuno degli esempi menzionati, l’elemento che conferisce quella bellezza universalmente riconosciuta al manufatto è la “pietra tiburtina”, meglio conosciuta come travertino romano. Ebbene, il travertino migliore si estrae dalle cave disseminate lungo l’area tiburtina, che interessa anche il comune di Guidonia, più precisamente nella pianura sottostante Tivoli in direzione Roma. Nonostante sia diverso dal marmo, (più grossolano, maggiore presenza di buchi, più dolce da scolpire) è stato un vero petrolio per l’arte e, nel caso della capitale, l’oro bianco di Roma, la principale risorsa edilizia. Per l’uso tipico e così diffuso fu denominato “travertino romano”. L’esteso utilizzo del travertino sotto il regno di Augusto fece attribuire all’imperatore il merito di aver trasformato Roma da una città di mattoni in una città di marmi. Una quantità enorme di materiale venne impiegato nelle costruzioni, pensate al Colosseo. L’anfiteatro Flavio aveva richiesto 100.000 m3 di travertino che giungeva a Roma per via fluviale. Dopo l’impero il Colosseo, cannibalizzandolo, divenne la principale fonte da cui prelevare il materiale da destinare ad altre costruzioni.

L’uva corna

“Negli orti della villa di Tivoli vi è abbondanza di Pizzutello, che i paesani chiamano uva corna per la sua forma allungata da sembrare un cornetto piccolissimo; è molto gustosa al palato e mantiene bene lo stomaco; ve n’è di due qualità: bianca e nera perché credono che fa gli occhi belli”. Così Eleonora d’Este descriveva nel 1575 il pizzutello, l’uva caratteristica di Tivoli, dopo la visita nella villa costruita dallo zio Ippolito d’Este. Il pizzutello è un’uva da tavola dagli acini molto allungati e leggermente appuntiti (da cui il loro nome), con polpa dolce e croccante. I grappoli hanno forma piramidale. Qualche storico ipotizza l’importazione del vitigno dalla Francia proprio per l’abbellimento della villa d’Este nella quale aveva uno scopo prevalentemente ornamentale. Altri, per datare il pizzutello, fanno riferimento alla “Storia naturale” di Plinio il Vecchio. Nel testo, infatti, si parla di un vitigno esclusivo delle zone di Tivoli e Pompei con chicchi dalla forma ovale. Piuttosto che dissertare sul secolo di nascita, sarebbe comunque meglio preoccuparsi del futuro del pizzutello. La produzione è diminuita sensibilmente e dalle estese coltivazioni dell’Ottocento siamo passati agli attuali pochi ettari. L’originale fattore di crescita è riconducibile alla realizzazione della cascata (1834) che determinò un aumento dell’umidità nella vallata sottostante con benefici riflessi sia sulla produzione che sulla qualità del prodotto. Il pizzutello cominciò così ad affermarsi sulle tavole, divenne un frutto di pregio e a metà del Novecento invase i mercati di Roma. Oggi possiamo ancora apprezzarne la bontà grazie alla volontà di un numero esiguo di contadini, affezionati alla terra ed alle tradizioni tiburtine.

 

Dove mangiare a Tivoli

Alfredo alla scaletta – Ubicato di fronte all’ingresso della villa Gregoriana, Alfredo alla Scaletta ha mantenuto nel tempo (dal 1956) la conduzione familiare. Offre un’ampia selezione di piatti regionali, con particolare riguardo alla cucina romana ed alle pietanze della tradizione laziale (paglia e fieno, polenta, abbacchio, trippa e carne alla brace). Ha un buon rapporto qualità-prezzo. Viale G. Mazzini 1, Tivoli. www.alfredoallascaletta.it Tel. 0774 335304
Osteria la Briciola – Qualità e presentazione delle pietanze, ambiente accogliente e raccolto, servizio accurato e simpatico: le qualità dell’Osteria La Briciola sono molte e tutte di eccellenza. È il posto ideale per un’armoniosa pausa rivolta alla degustazione dei cibi e delle bevande (merita una menzione anche la carta dei vini e dei distillati) con piena soddisfazione non solo del palato. Qualche euro in più rispetto alla media (circa 50 euro per un pasto) non sono assolutamente da rimpiangere. Via Tiburtina Valeria, 106 Tivoli. www.osterialabriciola.it Tel. 0774 418421 (per navigatore satellitare inserire: città Tivoli – Via Scuole Rurali, 2).