La città murata di Pizzighettone

La città murata di Pizzighettone

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L'Adda a PizzighettoneLa città murata di Pizzighettone

La torre sembra fare la sentinella
al fiume Adda, che divide il vecchio borgo
di Pizzighettone dalla frazione Gera,
entrambi circondati da spesse mura.
a cura della redazione

Testi e foto a cura della Redazione

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“Tutto è perduto, fuorché l’onore e la vita, che è salva”. Così scriveva alla madre Luigia di Savoia il re di Francia Francesco I di Valois, prigioniero in una stanza del secondo piano della Torre Del Guado di Pizzighettone.

Una lettera che divenne famosa proprio per quella frase storica, ancora oggi utilizzata per consolare una sconfitta. Francesco I la sconfitta l’aveva subita a Pavia il 24 febbraio 1525 da parte della fanteria spagnola e dei lanzichenecchi tedeschi al servizio del re di Spagna Carlo V.

Fu una battaglia cruenta e i francesi contarono più di dieci mila morti. Tra questi molti nobili e aristocratici come Jacques Chabannes de La Palice, che passerà immeritatamente alla storia per ovvietà e banalità scontate (appunto lapalissiane) che non disse mai. A Pavia si scontravano tra loro anche truppe italiane: quelle lombarde di Federico Gonzaga signore di Bozzolo, schierato con i francesi, e i soldati napoletani capitanati dal Marchese di Pescara, lo spagnolo Francesco d’Avalos. E fu proprio il Marchese a catturare Francesco I e a rinchiuderlo nella Torre del Guado, dove rimase per tre mesi prima di essere estradato in Spagna. Quella di Pizzighettone fu una prigionia quasi dorata, rispettosa dell’ospite regale e quando il sovrano tornò libero si ricordò delle cortesie ricevute inviando ricchi doni: un suo manto regale, un reliquiario con la sacra spina e un palio d’altare, ancora oggi conservate nella chiesa di San Bassiano. La chiesa è al centro del vecchio borgo e oltre ai tesori donati dal re francese racchiude al suo interno opere d’arte come il pregevole affresco della controfacciata, una Crocifissione dipinta nel 1540 da Bernardino Campi (autore anche dell’affresco sulla Decollazione del Battista nella cappella di San Giuseppe e dei medaglioni con le figure dei profeti nella navata centrale), e curiosità come la Costola del Drago, un osso di forma arcuata lungo 170 centimetri che secondo la tradizione sarebbe appartenuto al leggendario drago che abitava in tempi preistorici il lago Gerundo. In passato la costola veniva esposta per esorcizzare il demonio, a cui venivano attribuiti i diffusi casi di malaria. Per alcuni è la prova dell’esistenza nelle paludi medievali del luogo di una creatura arcaica, dalla forma di serpente, forse il mitico Tarantasio, il mostro che viveva nel lago e mangiava i bambini. La leggenda vuole che a ucciderlo fosse il capostipite dei Visconti, il quale avrebbe poi adottato come simbolo la creatura sconfitta: il biscione con il bambino in bocca, l’emblema visconteo ancora oggi nello stemma di Milano. In realtà si tratta invece della costola di un cetaceo, risalente all’epoca in cui la Pianura Padana non esisteva ancora e l’area era coperta dalle acque del mare. Allora il Mar Adriatico arrivava ai piedi delle Alpi e degli Appennini. Al termine dell’era glaciale fu colmata dai materiali trasportati dal fiume Po e dai suoi affluenti ed era occupata da immense paludi (come quella del lago Gerundo) e ricoperta da fitte foreste.

In questi luoghi acquitrinosi gli uomini costruirono i loro villaggi, prima adattandosi semplicemente al particolare terreno, poi cercando di modificarlo, bonificandolo e incanalando le acque. Gli etruschi furono tra i primi ad abitare l’attuale area di Pizzighettone, punto strategico per il controllo dei traffici lungo il fiume Adda, a pochi chilometri dalla confluenza nel Po. Poi arrivarono i galli e i romani, che ne rivalutarono l’importanza perché qui il fiume incrociava la strada che collegava Milano a Cremona e Mantova, passando per Laus Pompeia (l’antica Lodi). Nel Medioevo Pizzighettone fu a lungo contesa tra i Comuni di Milano e Cremona e furono proprio i cremonesi, nel 1133, a dare avvio alla costruzione di un castello sulla riva del fiume, a scopo difensivo e per controllare fiume e strade. Divenuto fortezza di confine nel conflitto tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, il borgo fu circondato da solide mura, che nel Cinquecento furono abbassate e rese più robuste, con terrapieni, fossati, trincee e casematte (decine di vani con volte a botte coperte da terrapieni, utilizzati un tempo come alloggi per la guarnigione e depositi, poi trasformati in carcere).

Mura di difesa furono costruite anche a Gera, l’altra parte del paese sulla sponda opposta del fiume. Qui agli inizi del ’700, dopo un assedio di ventitré giorni, un’armata austro-sarda sconfisse la guarnigione spagnola e palle di granito sparate in quella battaglia dai mortai sono ancora incastrate tra i mattoni della Torre del Guado. L’ultimo utilizzo militare fu nel Risorgimento quando le truppe piemontesi ne fecero un baluardo contro gli austriaci che ancora occupavano il Veneto. Poi la fortezza venne lentamente smantellata, rimasero i depositi e il carcere che fu chiuso solo nel 1954. Tutto fu abbandonato all’incuria e solo un recente accurato lavoro di restauro, in gran parte svolto da volontari, sta riportando alla luce uno dei più completi e interessanti sistemi di fortificazione esistenti sul territorio lombardo.

Il Gruppo Volontari Mura è una tra le associazioni più vitali del territorio e offre servizi di assistenza al turista che intende visitare la cerchia muraria di Pizzighettone, il Museo di Arti e Mestieri e il Museo delle Prigioni.

Per chi arriva a Pizzighettone fuori dagli orari delle visite guidate o preferisca scoprire da solo la città, consigliamo di vagabondare attorno alle mura, molti spazi sono liberamente accessibili al pubblico. Dal ponte sull’Adda prendete a destra, seguendo la corrente del fiume fino alla polveriera San Giuliano. Passando oltre la Porta Soccorso potrete ammirare il fossato e la parte Sud orientale delle mura oppure costeggiate il lato interno lungo le Casematte fino al Rivellino e alla piazza d’Armi. Poco distante, la chiesa parrocchiale di San Bassiano, facciata di impianto romanico con rosone e mattonelle recanti simboli sforzeschi. Le opere conservate all’interno valgono una visita. Di fronte alla chiesa sorge il Palazzo Comunale, costituito da un porticato ad archi ogivali sormontato da finestre decorate da cornici in cotto. Poco lontano, in Via Garibaldi, si trova il cinquecentesco Palazzo Quartier Fino, che ospita il Museo Civico e la Biblioteca Comunale. Attraversate la piazza e seguite la strada che fiancheggia le prigioni fino al Torrione, la Torre del Guado, unica delle quattro torri del castello di Pizzighettone (XII secolo) sopravvissuta. Percorrete quindi il ponte sull’Adda verso la borgata di Gera, anch’essa completamente circondata da mura a doppia corona.

Al loro interno palazzi di epoca quattro-cinquecentesca e le chiese dei Santi Rocco e Sebastiano, che ospita notevoli dipinti di scuola cremonese e quelle di San Marcello e di San Pietro, con una facciata rivestita interamente di marmi e mosaici dai colori accesi.

STORIA DI UN PONTE

Il ponte sull’Adda che unisce le due sponde fortificate di Pizzighettone e Gera venne inaugurato il 5 maggio del 1921 e fu intitolato a Trento e Trieste (da poco era finita la Grande Guerra). I pilastri non sono quelli originali, perché vent’anni fa, a causa di irresponsabili escavazioni di sabbia, i piloni cedettero e il ponte crollò nella parte centrale.

In passato il fiume veniva superato grazie a un traghetto. Poi costruirono un ponte in barche, che nel 1758 lasciò il posto a uno di legno. Un passaggio strategico, a pedaggio e sorvegliato da militari. La Torre del Guado è tutto quello che resta del castello e del sistema fortificato con cui Pizzighettone presidiava il fiume e il passaggio tra le due sponde. Un secolo più tardi i piemontesi, sconfitti a Custoza, distrussero il ponte cercando di rallentare l’avanzata delle truppe austriache. Gli austriaci lo ricostruirono e il manufatto resistette fino alla vigilia della prima guerra mondiale.

 

LAPALISSE, UN’INGIUSTA NOMEA

Jacques II de Chabannes, detto Jacques de La Palice (o La Palisse), era nato nel 1470 a Lapalisse nel Bourbonnais (la regione originaria dei Borboni) e morì il 24 febbraio 1525 nella battaglia di Pavia. Era un nobile e militare francese, governatore di un territorio a Ovest di Lione e Maresciallo di Francia. Ha servito tre re (Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I) e ha partecipato a tutte le guerre in Italia dei suoi tempi ma non è passato alla storia per le sue valorose battaglie. Dal suo nome è derivato l’aggettivo “lapalissiano” (e in francese il sostantivo lapalissade), che è diventato sinonimo di cosa scontata, banalità, ridicola ovvietà. Una cattiva fama immeritata, perché nessuna delle frasi a lui attribuite furono mai pronunciate. Tutto nasce da un equivoco. Alla morte di La Palice, i soldati che comandava composero una canzone in suo onore e una frase del testo divenne il suo epitaffio: “Ci-gît le Seigneur de La Palice. S’il n’était mort il ferait encore envie” (Qui giace il signor de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia). Con il tempo la effe di ferait fu letta esse (a quel tempo le due grafie erano simili), quindi serait, e la parola envie divenne en vie; con il risultato che il testo si trasformò in “il serait encore en vie” (sarebbe ancora in vita): non più una celebrazione ma una scontata banalità.

Il necrologio, nella sua forma alterata, fu riscoperto più di un secolo dopo da un accademico di Francia (Bernard de La Monnoye) che ne fece una comica parodia in una sua composizione. La canzonetta ebbe molto successo, ma cadde poi nell’oblio, finché fu ripresa nel secolo XIX da Edmond de Goncourt (noto scrittore e pubblicista), che coniò il termine lapalissade per indicare un’affermazione inutile per la sua ovvietà. Da allora il nobile maresciallo sarà ricordato, suo malgrado, soltanto per l’aggettivo a cui diede la vita.

 

IL RE IMPRIGIONATO NEL TORRIONE

Francesco I di Valois (Cognac 1494 – Rambouillet 1547), re di Francia dal 1515, fu in perenne conflitto con Carlo V d’Asburgo, re di Spagna e spesso gli scontri ebbero come teatro l’Italia. Contro il suo predecessore, alleato agli svizzeri aveva vinto nel 1515 la Battaglia di Marignano (l’attuale Melegnano) riconquistando il Ducato di Milano. Dieci anni dopo fu sconfitto da Carlo V a Pavia, perse Milano e fu fatto prigioniero.

A Francesco I si deve l’adozione della “langue d’oïl” (il francese) come lingua ufficiale dell’amministrazione e del diritto, al posto del latino. Con lo stesso documento impose al clero di registrare le nascite e i battesimi. Fu l’inizio dello stato civile in Francia.

Mecenate della cultura e dell’arte, protesse Rabelais ed Erasmo, si circondò di scultori come Benvenuto Cellini, pittori come Primaticcio e Rosso Fiorentino e chiamò alla sua corte Leonardo da Vinci. Fu lui a ricevere in dono due dipinti fra i più famosi di Leonardo, La Gioconda e La Vergine delle Rocce, attualmente al Louvre. La moglie Claudia gli darà sette figli, ma pochi la ricorderebbero se non fosse per il frutto dolce e profumato che le dedica un esploratore francese, la prugna “regina Claudia”.

Per ricordare re Francesco I e la sua prigionia, nell’ultimo fine settimana di giugno si svolge a Pizzighettone una regata sul fiume: imbarcazioni con personaggi in costume, spettacoli di sbandieratori, balli e musiche d’epoca. Informazioni sul sito del Comune di Pizzighettone.

FASULIN DE L’ÖC CUN LE CUDEGHE

Tra fine ottobre e inizio novembre le mura di Pizzighettone ospitano la rassegna Fasulin de l’òc cun le cudeghe (Fagiolini dall’occhio con le cotenne). Il Fasulin (piatto a base di fagiolini, cotenne di maiale, carni miste e verdure) viene cucinato da mamme e nonne del paese secondo un’antica ricetta locale e servito in fumanti scodelle con pane fresco e buon vino. In tavola anche altri prodotti tipici dell’autunno contadino pizzighettonese: lardo e salame nostrano, polenta, provolone Valpadana DOP con mostarda di Cremona, raspadüra (soffici nuvole di Grana Padano raschiate con la lama di un coltello) e la Torta rustica dei morti, dolce tipico del periodo.

Si mangia all’interno delle casematte delle antiche mura, trasformate in un’enorme osteria, in ambienti a volta di botte tutti collegati tra loro e riscaldati dai grandi camini d’epoca ancora oggi perfettamente funzionanti.

Informazioni sul sito http://www.fasulin.com/index.php