Il Kailash – parte 2 – Assoluta bellezza

Il Kailash – parte 2 – Assoluta bellezza

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Il Kailash – parte 2 – Assoluta bellezza

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I preparativi alla partenza per il territorio cinese. La conoscenza di Inna, compagna di viaggio e l’incontro con la guida Rohit, gli autisti Narayan e Hari che ci condurranno sugli altopiani

di Carlo Polvara

SCORCIO DEL QUARTIERE THAMEL PRESSO IL RISTORANTE "LA DOLCE VITA"

Aeroporto di Kathmandu

L’aereo da venti posti che mi ha ricondotto in Nepal dal Bhutan partendo da Paro è appena atterrato.
Il volo è stato tranquillo.
Il Bhutan, la sua gente, è dentro nelle mie gambe e nelle braccia come una spinta nuova, una meraviglia che saprà crescere nel tempo.
Ora devo affrettarmi a tornare nel quartiere di Thamel e ritrovare Kapil che mi deve presentare alla mia compagna di viaggio per il Kailash.
Ritrovo la pensione dove avevo lasciato una parte del bagaglio, mi lavo velocemente e corro verso l’agenzia.
“Tutto bene Carlo?”
“Benissimo Kapil, davvero”.
“Verso le sette arriva la tua compagna, così vi conoscete. La partenza è per dopodomani. Il passaporto te lo restituisco timbrato domani sera con i documenti di viaggio per le autorità cinesi. Attenzione a non far ritardi… avete diciotto giorni. Dopo si rischia.”
“Ok Kapil ma se questa sera mi ferma la polizia? Non ho documenti… cosa racconto?”
“Nel caso dì a loro di venire da me… nessun problema, credimi”
“D’accordo”
Puntualissimo alle diciannove mi presento nei pressi dell’agenzia, il monsone nel frattempo ha ricominciato a far sentire la sua forza eruttiva: dal cielo arrivano rovesci d’acqua violenti, i carrettieri che trasportano merci si affrettano per cercare un minimo di riparo sotto qualche tettoia, i commercianti si guardano bene dal mettere piede fuori dai locali.
Io aspetto.
D’un tratto vedo una donna che si dirige con fare deciso verso di me… o meglio dentro l’agenzia.
Non mi guarda, entra. Si siede e inizia a parlare con Kapil.
Lui, osservandomi attraverso il vetro, fa gesti e mi indica con fare quasi sornione.
Eccoci, finalmente siamo all’incontro.
“Ciao, io sono Inna.”
“Io Carlo, piacere” rispondo sommessamente
“Quindi andiamo al Kailash insieme”
“Così è… sei svedese?” (curiosità inutile la mia)
“No, finlandese… di origini russe. Volevo andare da sola ma mi hanno detto che è impossibile… quindi ci sei tu. Per me va bene. Basta non starsi troppo addosso”.
“Benissimo, l’importante è essere chiari sin dall’inizio. Io voglio andare al Kailash e questo è quanto. Ora ci siamo conosciuti e quindi ci vediamo domani per i dettagli”.
Kapil, che è uomo attento e professionista imprenditorialmente impeccabile, ci invita a bere una coppa di vino per sciogliere ipotetiche tensioni e iniziare il viaggio sotto i migliori auspici.
Il vino è buono, l’avevo già gustato un po’ di giorni fa, e Inna è davvero bella: occhi azzurri di pura acquamarina e labbra che si aprono spesso al sorriso.
Inna.
Io voglio andare al Kailash.
Kapil ci riporta al necessario: “Domani alle tre qui in agenzia, conoscerete le guide e gli autisti, una jeep e un camion di supporto. Le piste sono dure, non si possono correre rischi… non troppi. La prima guida e gli autisti sono nepalesi….poi a Kodari troverete la seconda guida, un giovane tibetano. È bravo e non ha mai perso nessuno”.
Kodari è il posto di confine nepalese con il Tibet e da lì si arriva a Zanghmou, primo villaggio in territorio tibetano presidiato dall’esercito cinese. Poi si sale al plateau e si va verso ovest, direzione Darchen, alla base del monte Kailash.
Appena sotto c’è il lago Manasarowar.
È lì che voglio andare.
Kapil ci chiarisce alcuni dettagli: “La jeep è una Toyota rinforzata e con finestrini a tenuta d’acqua (capiremo in seguito l’importanza di questo elemento tecnico), il camion è cinese, due assi a passo corto. Non state mai troppo distanti, massimo trecento metri. Distanza di voce insomma” .
Mi alzo e faccio un cenno di saluto.
Kapil mi afferra un braccio e con fare suadente mi invita a più consono atteggiamento.
“Carlo, io credo sia bene che tu e Inna questa sera ceniate insieme. Così vi conoscete e domani organizzate meglio il viaggio. E’ bene se lo fai, credimi”.
Guardo Inna ma la mia testa è sulle piste che portano a ovest e non riesco ad avere una condotta particolarmente invitante.
Quindi questa sera ognuno per sé, penso alla Toyota e a quanto dovrò portarmi appresso.
Vedo Inna allontanarsi sotto il monsone: non mi sembra delusa dalla mia incapacità attrattiva, piuttosto anche lei ansiosa di partire.
Trascorro la sera al Thamel, la pioggia per il momento ha smesso di battere ritmi duri e si può passeggiare senza grossi problemi.
Mangio qualcosa, bevo un po’ di vino e poi rientro a preparare il bagaglio.
Una parte di quanto portato dall’Italia lo lascerò in giacenza presso la pensione, come ho già fatto altre volte. Francamente non me ne curo più di tanto.
L’unica difficoltà o imbarazzo è legato alla scelta dei libri che porterò con me; non so quanto e se leggerò ma non posso farne a meno.
I libri sono un “non peso”, un divenire sempre.
Sono comunque costretto a fare scelte tra i vari volumi che ho inserito nello zaino prima di partire dall’Italia.
Rinunciare a questo o a quello è come offendere questo e quello, mi dico, ma davvero tutta quella carta in Tibet è impossibile da portare.
Considero che andremo sopra i cinquemila metri e i sentieri da percorrere non saranno agevoli.
La scelta s’ha da fare e velocemente: Grande Sertao di Guimaraes Rosa, Il Cinese di Friedrich Glauser e Viaggio in Barberia di Luciano Bianciardi.
Questo è quanto mi porterò appresso.
Un sacchetto di plastica per proteggerli dalla pioggia. Meglio due.
Guardo fuori dalla piccola finestra della stanza che ho in affitto: forse più che vedere sento.
Per un attimo vengo attraversato dallo sguardo acquamarina di Inna… meraviglia assoluta. Davvero.
Io però voglio andare al Kailash, sono tornato in Nepal per questo e non per altro.
La mattina si presenta grigia e tumultuosa.

Il mercato dei colori a Pashupatinath
I vicoli del Thamel sono tutti di fango, l’acqua che nella notte ha inondato la città ristagna un po’ dappertutto… ho fame e soprattutto desiderio di partire. Nel pomeriggio incontrerò gli autisti e la guida. Segno alcuni appunti su di un taccuino, cose semplici ma da non dimenticare.
Ho ancora alcune ore prima del rendez vous e quindi mi accordo con un giovane autista per farmi portare a Pashupatinath, tempiovillaggio che sorge sul fiume Bagmati, ai confini orientali di Kathmandu.
D’improvviso il cielo s’apre come a volerti stringere in un immenso abbraccio benevolente…penso che è bene, è ciò che ci vuole prima di partire.
Sì, mi piace. Mi sento intimamente ristorato, Pashupatinath è un dispiegarsi di luoghi segreti, volti che appaiono e raccontano bellezza, acqua che scorre, scimmie inquiete che corrono e balzano un po’ dappertutto. Dall’alto vedo ragazzini che si tuffano nel fiume, donne e uomini che procedono con calma lenta alle quotidiane abluzioni, più lontano scorgo i fumi delle pire funerarie.
Il Bagmati per i nepalesi è come il Gange, la grande madre, e nel riassociarsi all’acqua, trascorso e superato il rito di fuoco, si torna a essere viva testimonianza. Sempre.
Devo rientrare: attraverso il mercato delle tinture dei colori e trovo un giovane che con una moto 120cc mi riaccompagna verso il centro.
Facciamo una specie di baratto: lui mi trasporta e io questa sera gli offrirò la cena.
Sono decisamente contento.
Mentre procediamo sullo sterrato il giovane centauro cerca di parlarmi, credo di aver capito che si chiami Saikhan… io per lui mi chiamo “Lo” poiché il mio nome, pur breve, è per lui ostico.
Quindi “LO”, semplice e diretto.
Questa sera al Thamel mangeremo carne e berremo vino.
Prima però devo risolvere l’organizzazione per la partenza di domani e alle tre meno dieci sono davanti alla piccola agenzia di Kapil.
Inna è già presente e con lei un piccolo drappello di persone. Parlano stretto e avvicinandomi a loro colgo i loro sorrisi.
Inna è proprio bella accidenti.
Iniziamo con le strette di mano e Kapil ci presenta Rohit, la prima guida nonché cuoco, poi Narayan, autista della jeep e Hari, il secondo guidatore che dovrà condurre sulle piste dell’altipiano il camion di supporto. Domani incontreremo Tseren, la guida tibetana.
Andati oltre ai convenevoli di rito ci vengono impartite precise istruzioni e ci spieghiamo sul da farsi; d’un tratto Kapil si scosta dal gruppo e mi fa cenno di seguirlo.
Lo guardo con fare interrogativo ma questa volta credo che lui non ammetta repliche o resistenze. “Carlo tu questa sera inviti a cena Inna, ti suggerisco io il nome di un buon locale dove stare bene. Dovete conoscervi prima di partire, credimi, è importante”. Incrocio il suo sguardo e sento che non ha torto “Poi domattina presto sarete in marcia e sarete davvero compagni di viaggio. Il Kailash è lontano, le strade dure, bisogna andare d’accordo”.
“Va ben Kapil, dimmi dove devo andare questa sera. C’è anche un amico con me”.
Poco dopo, definiti gli ultimi dettagli, il nostro piccolo gruppo si scioglie e prima che Inna si allontani le propongo di trascorrere la serata insieme, le accenno di Saikhan: non sembra sorpresa… mi guarda e sorride “Ok Carlo, vediamoci verso le sette, ho ancora un po’ di cose da preparare e sistemare e non voglio far tardi. Domani all’alba saremo in partenza e voglio dormire un po’”
Linea di condotta assolutamente saggia e ragionevole.
Nell’allontanarmi le rispondo con un laconico “A dopo”.
Riprende a piovere ma in questo momento mi appare tutto ammantato da assoluta bellezza.