Attorno al lago Gerundo

Attorno al lago Gerundo

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Non cercatelo sulle cartine o con google-earth. Il lago Gerundo non esiste più da secoli e se volete approfondirne la conoscenza troverete molte leggende e pochi riferimenti storici. Viene citato in epoca romana nelle opere di Plinio il Vecchio ma le descrizioni più dettagliate si hanno nel periodo medievale, negli scritti dello storico del settimo secolo Paolo Diacono e di altri cronisti dell’epoca.
Era una grande distesa d’acqua in mezzo alla Pianura Padana e si era formata in seguito al ritiro dei ghiacciai durante il Pleistocene, che avevano lasciato un’ampia zona ghiaiosa (da ghiaia, “gera” in vari dialetti locali, deriva il nome del lago) dove trovavano sfogo le ripetute esondazioni dei fiumi Adda, Serio e Oglio. Si estendeva fin quasi ai confini della provincia di Milano. Cominciava a nord nei pressi di Brembate, scendeva a Vaprio, Cassano, Rivolta d’Adda, Lodi e giù fin quasi al Po tra Piacenza e Cremona. Risalendo sulla riva destra cremonese e bergamasca, lambiva i territori di Soresina, Soncino e Caravaggio, poi su fino a Gera d’Adda per poi ritornare a Brembate. In mezzo al lago c’era l’isola Fulcheria (da Fulcherio, capitano longobardo) con la città di Crema.
Era in parte una immensa palude inospitale e malsana ma, in alcune zone e in alcune epoche, era anche navigabile e pescoso. Già al tempo dei romani furono compiute alcune opere di canalizzazione e di bonifica. Due strade consolari romane lambivano il lago: la via Emilia e la Via Postumia.
In seguito però alle invasioni barbariche e alla caduta dell’impero romano, la zona diventò nuovamente soggetta a frequenti alluvioni e le opere di bonifica ripresero nel Medioevo soprattutto per merito dei monaci benedettini e cistercensi (in particolare quelli di Abbadia Cerreto), che crearono una fitta rete di canali e rogge, in gran parte ancora oggi presente, fino alla completa scomparsa della grande palude.
Testimonianze storiche del lago Gerundo rimangono nella toponomastica di molti paesi della zona. Nomi di paesi nella bergamasca, come Fara Gera d’Adda e Brignano Gera d’Adda, e nomi di vie o piazze in una ventina di comuni nelle Provincie di Milano, Lodi, Cremona, Bergamo e Brescia. Ma nell’immaginario e nei luoghi della pianura Padana, ancor più che del lago Gerundo, sono rimaste le tracce di un suo antico abitante, il Tarànto o Tarantasio, il leggendario drago che ne avrebbe infestato le acque, terrorizzando le popolazioni, mangiando bambini e provocando, con il suo alito pestilenziale, la diffusione della malaria.

Di questa ultima credenza esiste forse una spiegazione scientifica: le emanazioni erano dovute alla presenza di gas naturali per il terreno formato da depositi alluvionali stratificati, costituiti da sedimento paludoso molle con residui fossili. A Caviaga, frazione di Cavenago d’Adda (quindi su quelle che furono sponde del Gerundo), nel 1946 l’AGIP trova grandi giacimenti di metano e si inventa come logo il famoso cane/drago a sei zampe che sputava una fiamma rossa. Era la moderna rappresentazione del Tarantasio, a sei zampe perché doveva simboleggiare le quattro ruote dell’automobile e le due gambe del guidatore.

Drago_Tarantasio
Furono numerose la leggende sulla morte del drago, che alcuni credettero ucciso da San Cristoforo, da San Colombano, da un vescovo di Lodi e persino dal Barbarossa. La più diffusa ne attribuiva l’onore ad Azzone Visconti, che per ricordare l’impresa scelse come stemma del suo Casato un biscione che stava per mangiarsi un bambino. L’insegna sarà definita da Dante Alighieri “la vipera che il milanese accampa” (La Divina Commedia, Purgatorio, Canto VIII). Il biscione finisce poi sullo stemma della città di Milano e per alcuni decenni sulle magliette dell’Inter. Diventa il marchio dell’Alfa Romeo, di Fininvest/Mediaset (dove tra le fauci del drago non c’è un bambino ma un più rassicurante fiore) fino ad essere disegnato sul corpetto del fante di fiori nel mazzo delle carte da gioco dette milanesi.
Le leggende del Tarantasio furono suffragate anche da diversi ritrovamenti di reperti ossei tuttora conservati in alcuni edifici religiosi intorno al lago, come ad esempio le chiese romaniche di San Giorgio ad Almenno San Salvatore, di San Bassiano a Pizzighettone e del Santuario della Natività della Beata Vergine di Sombreno. In realtà erano reperti archeologici di animali preistorici o costole appartenenti a balene, rinoceronti ed elefanti, probabilmente importati da pellegrini e donati ai santuari. Anche i coccodrilli appesi nelle chiese di Grazie a Mantova e di Ponte Nossa nella bergamasca non abitarono le paludi del Gerundo ma furono probabilmente un omaggio di condottieri tornati dalle Crociate.
Un viaggio alla ricerca delle tracce del lago Gerundo e del suo misterioso abitante, potrebbe proprio incominciare col visitare le chiese in cui sono custoditi i resti attribuiti al Tarantasio. Valgono una visita anche per il loro notevole interesse artistico. Poi ci si potrebbe recare al Torrettone di Trucazzano, dove è possibile trovare alcuni antichi attracchi per le imbarcazioni usate un tempo per solcare le acque del Gerundo (colonne per ormeggi di navi si trovano anche ad Arzago, Pandino, Rivolta e Casirate) e al Museo civico di Crema, dove sono conservate undici piroghe monossili (cioè ricavate da un solo tronco di albero, appositamente scavato) ritrovate nell’Adda e nell’Oglio. Hanno più di mille anni e per le loro forme e caratteristiche gli studiosi le ritengono più adatte ad una navigazione su acque tranquille come quelle di un lago o di una palude.
Al di là di queste scarse tracce, delle antiche storie di mostri e di laghi scomparsi, il viaggio di ricerca sarà comunque una buona occasione per attraversare lunghi tratti di verde campagna, un paese piatto ma ricco di boschi di pioppi e platani, di campi coltivati con una fitta rete di rogge e canali, di rocche e castelli, di borghi e cascine. Luoghi affascinanti, spesso dimenticati dai tradizionali itinerari turistici.
Vi consigliamo di suddividere il tour attorno al lago che non c’è in due itinerari, seguendo prima la sponda occidentale e poi quella orientale.

 

Il lato occidentale

Da Trezzo sull’Adda a Pizzighettone, 110 km lungo le strade provinciali e statali: SP104, SP201, SS415, SP91, SS235, SP26 e SP27.
Si parte da Nord, con una visita al castello visconteo di Trezzo sull’Adda della seconda metà del 1300, che con una torre quadrata alta 42 metri domina un’ansa del fiume Adda. Il castello fu più volte distrutto e ricostruito. Molte delle sue pietre vennero riutilizzate dall’architetto Luigi Canonica per la costruzione dell’Arena Civica di Milano, il grande anfiteatro disegnato ispirandosi al Circo di Massenzio di Roma e inaugurato nel 1807 alla presenza di Napoleone.
Lasciata Trezzo si costeggia l’Adda attraversando Vaprio e Cassano e si raggiunge Truccazzano, dove sono visibili i ruderi di un castello del X secolo: il Torrettone. Nella frazione di Corneliano Bertario è visitabile il castello medioevale dei Borromeo. Ben conservato, con muri in ciottoli di fiume e mattoni, è oggi affittabile come location per film o eventi.
Pochi chilometri più a Sud, a Comazzo, si trova il giardino (o meglio, quel che ne resta) della Villa Pertusati, sede del Municipio, con una curiosa fontana musicale. Originale opera costituita da sette scalini ognuno dei quali, grazie a particolari giochi d’acqua, riproduceva il suono di una nota musicale. Fu realizzata nel Settecento dall’ingegnere idraulico e architetto Francesco Croce, autore della facciata di Palazzo Sormani a Milano e della grande guglia che regge la Madonnina. Purtroppo non suona più da molti anni. Pregevole, ma anch’esso in rovina, il vicino Oratorio di San Biagio a Rossate, chiesa di architettura bramantesca in mattoni rossi e con una curiosa forma a prisma esagonale.
Superato l’abitato di Zelo Buon Persico, verso Lodi, nella frazione di Mignete, vale una sosta gastronomica l’Antica Trattoria Giupponi, buona cucina tradizionale ed economica. Subito dopo si incontra l’area di Villa Pompeiana, dove secondo alcuni studiosi si trovava una villa e uno dei porti del lago Gerundo (in questa area è stata ritrovata una delle piroghe ospitate nel Museo di Crema), fatto costruire dal patrizio romano Gneo Pompeo Strabone (150-80 a.C.). In suo onore, dopo la conquista della Gallia cisalpina da parte dei romani, il maggior abitato della regione a Sud-Est di Mediolanum (Milano) venne ribattezzato come Laus Pompeia (oggi è Lodivecchio). Al seguito di Pompeo si stabilirono sul territorio diverse famiglie (gens) romane e tra queste i Mutia. Un componente della famiglia, Tito Mutio, era prefetto dei fabbri (qualifica corrispondente al nostro ingegnere) e avviò i lavori di scavo di un canale artificiale con lo scopo di irrigare i suoi possedimenti, bonificando un’area interessata dalle esondazioni dell’Adda e dal lago Gerundo. Il canale partiva poco sopra Paullo e si ricollegava al fiume a Villa Pompeiana. Era il primo tratto dell’attuale canale Muzza, che da lui prese il nome e che oggi scorre per 60 km da Cassano e Castiglione d’Adda.
Riprendendo la strada Paullese, all’altezza di Spino d’Adda (dove consigliamo una breve visita al castello risalente al 1400, oggi villa Casati Zineroni Dell’Orto) si attraversa il fiume per una puntata a Pandino, Palazzo Pignano e Crema. L’imponente castello di Pandino, voluto da Bernabò Visconti, ha pianta quadrata, forti torri difensive e si apre all’interno in ariosi ed eleganti porticati, ancora ampiamente decorati da dipinti trecenteschi. A pochi chilometri il piccolo borgo di Palazzo Pignano è un concentrato di storia. Nel Parco archeologico sono visibili i resti dell’antico insediamento romano sorto ai margini dell’Insula Fulcheria e nella chiesa di San Martino, costruzione romanica del dodicesimo secolo, si possono trovare tracce della basilica del quinto secolo su cui venne eretta. L’interno della chiesa è a tre navate. Sotto il pavimento è possibile osservare la vecchia cappella battesimale paleocristiana e, a sinistra dopo l’ingresso, una pregevole composizione rinascimentale in terracotta: il Compianto sul Cristo morto di Agostino de’ Fondulis.
A pochi passi dalla chiesa sorge Villa Marazzi, un complesso fortificato del 1400 con una alta torre, eleganti sale e due ampi cortili. Tra il 600 e l’800 fu convertito in abitazione signorile. Poca strada divide il borgo dall’isola che non c’è nel lago che non c’è più.
Nel 570 sull’isola trovò rifugio dalle invasioni barbariche il conte Cremete, signore di Palazzo Pignano, che qui costruì una rocca. Forse il nome di Crema deriva da quello del nobile ma altri storici ne attribuiscono l’origine dal termine longobardo Krem, che significa altura, rialzo di terra, terrapieno.b Duomo di Crema
Crema oggi è una tranquilla cittadina di provincia. Piazza del Duomo è il salotto della città e ospita la Cattedrale del 1300, opera dei Maestri Comacini in stile gotico lombardo, con all’interno dipinti di Guido Reni e del Civerchio; il Palazzo Comunale, con doppio ordine di finestre e stemmi degli antichi podestà, e il Palazzo Pretorio con annessa una trecentesca torre dove un bassorilievo del Leone di San Marco testimonia la lunga dominazione di Venezia sulla città.
Veneziano o meglio bizantino (Venezia del resto è da sempre porta dell’Oriente) è il patrono della città, San Pantaleone di Nicomedia, e con influenze arabo-bizantine alcuni dei piatti tipici locali come i tortelli cremaschi, pasta con un ripieno dolce, composto da grana, amaretti, uva sultanina, cedro candito, spezie, e un biscotto speziato tipico, il mostaccino. Oppure i dolci del carnevale, i chisói, palline ripiene di un impasto preparato con scorza di limone, lievito di birra, uva sultanina, mela e strutto.
Altre tipicità gastronomiche cremasche sono il salva, formaggio vaccino a media o lunga stagionatura, che viene consumato tradizionalmente con le tighe (peperone verde lombardo) confezionate sott’aceto; il pipèto, un polpettone a base di verze, burro, aglio, formaggio, pangrattato e noce moscata; e la torta Bertulina, a base di uva fragola.
Lasciata Crema ci si dirige verso Lodi.
Nel 1158, dopo che i milanesi avevano distrutto la Laus Pompeia, il Barbarossa fondò la nuova città di Lodi su un’altura lungo le rive dell’Adda, dove esisteva un porto fluviale che lambiva la palude del Gerundo. Del lago a Lodi oggi non troviamo testimonianze (se non una via Lago Gerundo, nei pressi dell’Ospedale Maggiore) ma la città vale una visita, anche solo per una passeggiata nella sua bella piazza quadrata con portici, per la cattedrale e per il gioiello rinascimentale dell’Incoronata con i capolavori dei Piazza, una famiglia di pittori lodigiani che hanno lasciato molte opere nel territorio. A pochi chilometri da Lodi possiamo vedere una cappella da loro dipinta nell’oratorio di San Rocco di Dovera (alle spalle della chiesa si può ammirare un mulino che risale al XV secolo ed è ancora oggi funzionante per due ore al giorno, quanto serve per produrre il quantitativo di farina e di granturco necessario all’alimentazione giornaliera dei suini allevati all’interno del complesso rurale) e una grande pala nella chiesa benedettina, poi dei cistercensi (protagonisti della bonifica del Gerundo), di Abbadia Cerreto. Proseguendo il nostro itinerario a Sud di Lodi, possiamo ammirare un’altra loro opera nella chiesa della Beata Vergine Incoronata a Castiglione d’Adda, dove svetta il castello Pallavicino Serbelloni. Castello di pianura, come altri nelle vicinanze costruiti ai margini del Gerundo: quello dei Borromeo a Camairago, dove soggiornò anche il Generale Radetzky, che da qui nel 1848 rifiutò un armistizio con gli italiani, e, ancora più imponente, quello visconteo a Maccastrona, che si raggiunge dopo aver visitato la città fortificata di Pizzighettone.

Il lato orientale

Da Cremona a Castel Liteggio 75 km lungo le strade provinciali: SP63, SP64, SP15, SP127 e SP128.
La città della musica, di Claudio Monteverdi e Amilcare Ponchielli, dell’artigianato artistico d’eccellenza con le sue famiglie di liutai, Amati, Stradivari e Guarneri, offre al visitatore un affascinante centro storico di impronta medioevale e una gastronomia ricca di prodotti tipici come il torrone e la mostarda. Lasciate le strette e tranquille vie del centro di Cremona, in cui è piacevole perdersi, si prende la strada verso Soresina. La città è conosciuta soprattutto per i suoi prodotti caseari ma ha dato i natali a due personaggi noti più per le loro opere che per il nome: Alfredo Ponzini (1876 – 1957), inventore della macchina del caffè espresso e di innovativi sistemi di depuratori d’acqua e Leone Lodi (1900 – 1974), scultore e pittore. Le sue opere si possono ammirare a Milano, sulle facciate di Palazzo Mezzanotte, in piazza degli Affari, del Palazzo di Giustizia e dell’Università Bocconi.
A Genivolta, pochi chilometri a Nord di Soresina è possibile osservare una particolare opera di ingegneria idraulica applicata al territorio. In località Tombe Morte -Tredici Ponti si concentrano le acque delle rogge originate dai fontanili, quelle provenienti dall’Adda tramite il canale Vacchelli e quelle dell’Oglio portate dai Navigli di Cremona e del Grande Pallavicino, che proprio in questo punto si scavalcano grazie a un ponte in mattoni. Dieci chilometri separano Genivolta da Soncino, una città che vale da sola un viaggio. Il centro storico si presenta completamente racchiuso entro una cerchia di mura lunga due chilometri, rinforzata da torrioni e da un fossato, che si innesta sulla quattrocentesca Rocca Sforzesca, considerata una delle architetture militari più rappresentative della Lombardia. Oltre al castello Soncino regala altre interessanti scoperte come il Museo della Stampa, dove nel 1488 vide la luce la prima copia della Bibbia stampata in ebraico, l’ex Filanda Meroni, oggi Museo della seta, le chiese di Santa Maria delle Grazie (fuori le mura) e di San Giacomo, con torre ettagonale, i mulini, le case patrizie e i palazzi d’epoca. A Soncino nacque Piero Manzoni, artista famoso per i suoi Acrhome e Merda d’artista, appartenente alla corrente dello Spazialismo insieme a Lucio Fontana; passò parte della sua infanzia Marianna de Leyva, la Monaca di Monza dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e nel 1259 vi morì il celebre condottiero Ezzelino da Romano. Fu un tiranno feroce e la leggenda vuole che dal suo corpo, forse sepolto vicino al campanile della chiesa principale, prese vita Tarantasio, il mostro del Gerundo.b Soncino Rocca Sforzesca
Da Soncino si prende la provinciale che ci porta lungo le rive del Serio per visitare la settecentesca Villa Ghisetti Giavarina di Ricengo, antico monastero trasformato in villa, con un ingresso a volta, chiuso da un pregevole cancello in ferro battuto. Sulla facciata si alternano nicchie con statue di gesso a finestre a balconcino. Si risale quindi a Nord, sempre costeggiando il fiume, fino a raggiungere Villa Grifoni Sant’Angelo a Castel Gabbiano, con una facciata barocca, interni decorati con stucchi e affreschi in stile rococò e una torre medioevale che affianca il palazzo.

Da Castel Gabbiano si prende a Nord verso Mozzanica e attraversato il Serio, si raggiunge Caravaggio, città natale della famiglia di Michelangelo Merisi e sede di un imponente santuario dedicato al culto di Santa Maria del Fonte. Dopo pochi chilometri si arriva al borgo medioevale di Pagazzano, con un castello visconteo del 1300, dove dimorò per qualche tempo Francesco Petrarca. Ha una cinta muraria perfettamente conservata, due torri ed è circondato da un fossato difensivo.
Superato il borgo di Brignano Gera d’Adda e visitato il bel Palazzo dei Visconti, completiamo il percorso raggiungendo un altro castello, sempre visconteo, a Castel Liteggio. È un’antica roccaforte risalente al XV secolo, costruita in posizione strategica a ridosso del Fosso Bergamasco, un canale artificiale di origine tardo medioevale che collega il fiume Adda al Serio e all’Oglio.
Il Fosso fin dalla sua costruzione nel 1267 è sempre stato una linea di confine e di contese: tra le famiglie guelfe di Bergamo e quelle ghibelline di Cremona; tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, tra le diocesi di Cremona, Milano e Bergamo; e, probabilmente, tra le acque del Gerundo e la pianura bergamasca.
Un’ultima curiosità. Il Fosso è citato in alcuni modi di dire. La frase “Saltà ol foss” (saltare il fosso) in dialetto bergamasco difatti indicava un trasferimento in altre entità amministrative o politiche, ma anche un radicale cambio di vita. Questo valeva anche per i numerosi malviventi che, ricercati nell’uno o nell’altro stato, stazionavano nella zona e praticavano il brigantaggio, pronti a saltare il fosso per garantirsi l’impunità.