Il Kailash – parte 1

Il Kailash – parte 1

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Campanelle votive all'esterno del tempio di Swayambhunath, Kathmandu

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Di nuovo a Kathmandu

testo e foto di Carlo Polvara

Dopo due anni. E di nuovo riassaporo l’odore intenso dei piccoli mercati che dal quartiere di Thamel si spingono verso la città vecchia. Profumi e sguardi.
Mi atteggio un po’ da esperto, è la terza volta che calpesto questi vicoli…
Rispetto al passato sono un po’ appesantito (il grande specchio posto all’uscita dell’aeroporto internazionale di Kathmandu mi ha rimandato un’immagine di me che mi ha sorpreso ed incuriosito) ma ho la netta sensazione che questo viaggio potrà alleggerirmi, quanto meno verrò obbligato a maggiore levità (questioni tecniche, l’altitudine e relative risposte fisiologiche).
Questa volta son qui per andare verso il monte Kailash. Insomma un’intenzione che mi porto appresso da parecchio tempo. Il Kailash è un invito, ineludibile, posto nel Tibet occidentale, un monte di quasi settemila metri, una verticalità primigenia, la bellezza e il cortocircuito spirituale per quanti credono che camminare significhi innalzarsi ad altre sponde di vita.
Non mi curo di me, non mi azzardo in tentativi di discettazioni spirituali o filosofiche.
Voglio andare lì. Punto. Voglio sentire il respiro della terra sull’altipiano, voglio il caldo abbraccio portato dal silenzio dell’altopiano, voglio sentire la mia chimica interiore che cambia con il cambiar di quota, innalzandosi. Voglio capire se sono ancora capace di sentire.
Quindi mi rivolgo a una piccola agenzia che, stando a quanto dichiarato sulle piccole vetrine del locale posto sulla strada, garantisce un’organizzazione personalizzata e tempestiva.
Ma c’è un tempo per ogni cosa e quindi prima di risolvere le mie questioni di viaggio legate all’occidente del Tibet mi concedo una sosta presso un internet point.
Non mi collego ad alcun terminale, nessun messaggio da inviare, nessuna parola da ricevere da chicchessia ma in quel luogo, tra computer e frigoriferi contenenti bibite ghiacciate, due giovani nepalesi preparano frittelle di legumi davvero appetitose. La mia ragion d’essere lì risiede nel segreto della loro sapienza culinaria. Segreta, appunto, e per certi versi magnetica.
Ho memoria di questo piccolo spazio, non so se le persone che ci lavorano sono le stesse, certamente il piacere della sosta è rimasto inalterato.
Entro quindi nell’agenzia, mi siedo e attendo di poter esprimere quanto desidero. Si presenta a me un giovane uomo, bello, molto bello, sguardo duro e scuro e labbra dolci. Lui è Kapil, il titolare dell’ufficio.
Prima che io possa parlare mi offre una coppa in terracotta di vino nepalese. Beviamo e ci scambiamo i saluti di rito. Il vino è buono e forte, mi piace e chiedo il bis. Quindi, spiego le ragioni della mia presenza.
Mi guarda e con un semplice gesto mi invita a prendere tempo e a seguirlo.
C’è un tempo per ogni cosa, mi fa capire. E capire in certe situazioni è porre veto a se stessi, alla propria volontà di non comprendere, di non seguire.
Quindi seguo. Ci inoltriamo lungo vicoli pregni di voci e di odori sui quali si affacciano negozi e locali di ogni tipo. Non guardo: ascolto, sento e seguo.
Presto giungiamo nel distretto delle ambasciate e consolati vari, non troppo distante dal Palazzo Reale, ed entriamo in un negozio di gioielleria.
“Lui è Kai” esordisce Kapil presentandomi a un distinto uomo sulla sessantina.
Il negozio è a dir poco sontuoso, vetrine dappertutto e gioielli e monili in ogni dove. Qualcosa da far perdere la testa a chiunque.
“Kapil… non sono a Kathmandu per comprare gemme…” cerco di essere gentile e definitivo.
“Io voglio andare al Kailash”.
“Questo l’ho capito” mi risponde” – però prima devi vedere le nostre acquamarina e i rubini, pietre vere… poi quando vengo a Milano magari si fa un po’ di business…”.
“Voglio andare al Kailash” rispondo.
“Ok Carlo, però prima, prego, guarda le pietre di Kai”.
Le pietre sono in realtà bellissime, nulla da dire, ma io sono lì per altro.
“Compra gemme di acquamarina e farai felice una donna. Non conosci una donna con occhi di acquamarina? Conoscila e compra tre pietre. Tre servono per il tuo divenire”.
Kai sorride, mostra le pietre e quasi non parla. A un certo punto però mi mostra un rubino grezzo ancora inglobato nella roccia primigenia… è una pietra lunga almeno quattro centimetri e con un diametro di almeno uno.
Non se ne potranno cavare gioielli, è scura e opaca e quindi inutilizzabile ai fini del mercato. Però ha una domanda dentro, o forse un invito che chiede di essere condiviso. Scavare, entrare dentro, andare in profondità.
Kai me la porge e sommessamente mi invita a coglierla come suo regalo anche se non comprerò gemme di acquamarina.
“Vai al Kailash e quando torni vieni di nuovo qui. Sentirò.”
Ringrazio Kai e nel mentre (il mio sentire è quasi completamente svuotato da qualsiasi tipo di agguato autoindotto) Kapil mi confida di essere di stirpe indiana… da tre o più generazioni i suoi avi sono venuti ad abitare in Nepal. Non si ricorda più se le sue origini sono riconducibili al Bengala o al Sikkim… ma in ogni caso a Kathmandu si trova bene e la sua piccola agenzia funziona. Lui con i funzionari cinesi di stanza al confine con il Tibet ha buoni rapporti.

Anziani con il tipico copricapo "Topi", Pata, valle di KathmanduDunque rientrati nel suo ufficio riprendiamo il bandolo del discorso.
“Voglio andare al Kailash” sentenzio con piglio definitivo.
“Ok Carlo, ma da solo non puoi” mi risponde Kapil.
Per com’è fatta la mia natura in quel momento penso di essere finito nel posto sbagliato, ma poi mi costringo a un’ulteriore domanda.
“Perché? Sono in regola… tutto a posto… Perché?”.
Kapil mi guarda esprimendo sana consapevolezza imprenditoriale.
“Vedi signore” – mi dice – “i cinesi non lasciano entrare una singola persona, dovete essere almeno due. Così facciamo i documenti, organizzo i mezzi e voi partite.”
“Voi? Mai io sono uno, non sono due. Kapil io voglio andare al Kailash”.
“Ho capito, ma tu devi essere due. Tra qualche giorno arriva una persona che vuole lo stesso che vuoi tu, posso mettervi insieme”.
“Io non voglio un’altra persona”. Testardo e scarsamente incline alla condivisione, io.
Kapil versa un’altra coppa di vino, me la porge e guarda con curiosa intensità l’anello di turchese che porto su un dito della mano destra.
“Vendimelo!”
“Non se ne parla” rispondo
“Ti faccio entrare in Tibet senza tasse”
“Scordatelo. Questo anello è un divenire, è un sentire. Voglio andare lì, ma l’anello lo porto con me. Con o senza tasse.”
“Ok… “Kapil si dimostra serio e comprensivo e mi informa sul possibile da farsi.
“Per il Tibet e il Kailash finché non arriva il nuovo cliente non c’è nulla da fare però se vuoi puoi andare in Bhutan.”
Ricordo il mio vibrare al solo sentire del nome Bhutan.
Il piccolo Stato prevede un ingresso decisamente contingentato e poter usufruire del visto d’ingresso è affare non semplice. Ma così va, una coppia olandese ha dovuto forzatamente rinunciare al viaggio quindi si sono “liberati” due posti.
Bhutan… è un’altra storia meravigliosa…
“D’accordo Kapil” – mi sento dire prima di avere avuto il tempo di ragionare con necessaria consapevolezza – “ma poi?”
“Poi vai al Kailash, quando torni dal Bhutan in due giorni vai verso il Kailah con la tua compagna di viaggio.”
“Compagna?” – mi sento schiacciato in un abbraccio non richiesto
“è donna.” dice Kapil” Qualche problema?-
“No, nessuno. Ma io voglio andare al Kailash. Se lo vuole anche lei, se lo vuole davvero, io so essere un compagno di viaggio…. quasi insostituibile…”.
Kapil mi guarda e offrendomi un’altra coppa di vino nepalese non mi risparmia (fortuna mia) il suo dire.
“Vai in Bhutan e cerca di tornare. Poi fai il tuo in Tibet. C’è una donna. Sappi che lei è maestra in questo viaggio. Impara da lei e senti quando sarai sopra l’altopiano. Impara da lei e prova a sentirti un po’ donna perché l’uomo, da solo, non può comprendere la meraviglia di quanto avrai la fortuna di scoprire”.Scolari all'uscita di scuola, Patan, valle di Kathmandu

Sciarpe stese ad asciugare al Thamel, quartiere centrale di Kathmandu
Ascolto Kapil, ascolto con un’intensità che non mi è solita. Il Bhutan e poi questa donna…. Il Tibet. E un’altra coppa di vino nepalese.
Domani andrò lungo la valle di Kathmandu, verso Patan o Bakhtapur a riascoltare i canti degli anziani che riannodano i fili del tempo, oppure le giocosa grida dei giovani studenti che, all’uscita di scuola, fanno a gara per conquistare un piccolo aquilone. ■

 

 

Gli ambiti rocchetti per aquiloni per i bimbi di Kathmandu